«Uno spazio per chi vive nel tempo il senza tempo»
di Ersilio Tonini - Arcivescovo emerito di Ravenna - Intervento al Giubileo degli Architetti
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Qualcosa è accaduto dopo il nostro incontro al Congresso di Torino. Quel qualcosa siete voi. Non siete venuti qui per un'assemblea, neanche per incontrarvi e scambiarvi i sentimenti dell'amicizia. Siete qui in pellegrinaggio, in un pellegrinaggio speciale che è quello del Giubileo. Un Giubileo anch'esso speciale, perché è il pellegrinaggio a Cristo Signore, alla persona di Cristo Signore. Diceva il Cardinal Biffi che a furia di parlare di Giubilei e di pellegrinaggi rischiamo di dimenticare il festeggiato. Noi siamo qui a motivo del festeggiato, siamo qui per riprendere il nostro posto. Già, perché noi eravamo presenti al momento in cui Cristo è apparso al mondo e fu allora che fummo dichiarati fortunati, che fummo dichiarati beati. «Gloria a Dio nell'alto dei cieli e agli uomini del buon volere». Fu allora che fu segnalata e gridata la nostra dignità: non solo Cristo Signore è venuto per noi, ma è venuto per fare di noi la continuazione di sé. Il pellegrinaggio è a Cristo Signore, Dio fatto uomo, centro dell'universo, fonte sorgente della nostra vita. Vogliamo
allora ricordarci che siamo in Giubileo, che siamo qui per salvarci
l'anima, che siamo qui per entrare un po' di più nell'intimità di
Cristo Signore e di noi stessi, siamo qui per rivedere il nostro
rapporto con lui, siamo qui per rinascere, o rinvivire, come dicono
i toscani. Sant'Agostino
diceva In hac ecclesia reviviscit anima, in questa Chiesa
rinvivisce l'anima e l'edificio chiesa è fatto apposta perché
l'anima rinvivisca, ci si ricordi di che cosa era l'origine, che cosa
era nel progetto, che cosa era nella destinazione. Il luogo dove io
vorrei sempre ritornare a risentire la voce di mia madre quando mi
diceva: «preparati ragazzo perché il Signore ha del bene da farti
fare». Siamo il
torrente che riceve goccia a goccia la vita. Una vita a volte in
crescendo o in decrescendo. La vita è fatta proprio così: vittorie e
sconfitte. Il Giubileo è il momento nel quale facciamo punto e a
capo. Rinascere dentro. Ognuno di noi è un'intenzione di Dio.
«Preparati perché il signore ha del bene da farti fare». Il
Giubileo è un pellegrinaggio, un pellegrinaggio di ascensione. La
legge di gravità fa il suo mestiere e lo fa di continuo. A volte la
gravità significa vecchiaia intesa come perdita della fiducia,
quando si sente che tutto è talmente casuale da non sapere più chi
si è. Ma si può essere giovani anche a ottantasei anni. Ascensione.
I pellegrini che andavano a Gerusalemme la vedevano proprio come una
ascensione. L'ascensione alla città di Gerusalemme, là in
alto. E benedicevano quelle alture perché su quelle alture si vedeva
meglio la propria vita. Giubileo è però
contemporaneamente cammino verso le
proprie radici, le nostre origini. Non è male ricordare che un tempo
non ci fummo poi ci siamo stati e credo proprio che quella conversione,
cioè cambiar direzione e volgersi verso le nostre origini incomincia
proprio ricordando, avendo me moria della nostra nascita. Abbiamo
perso la memoria della nostra nascita. È pericoloso dimenticarsi
della nostra nascita, del passaggio dal non esserci all'essere!
perché è l'evento più stupendo della nostra vita. Le madri fan
fatica a comunicare ai loro figli lo stupore che hanno provato
quando li videro comparire: quando nascemmo fu uno splendore, fu un
evento. Come per la Regina di Inghilterra; ogni madre è Regina di
Inghilterra e ogni figlio è il figlio di una regina di Inghilterra,
anche se poverissima. Perché il comparire di un figlio nato da te,
non fatto da te, è il più grande spettacolo del mondo, peccato che
non possiamo assisterei. Ma le nostre madri ci ricordavano che le
preghiere del mattino erano una rinascita, che il mattino era ricevere
la vita di nuovo. Il Giubileo non può essere un
evento casuale in cui si fa qualcosa di straordinario. È necessario
poter portare lo straordinario nell'ordinario. In quell'unica vita
che stiamo vivendo e la viviamo personalmente, ciascuno
personalmente è. Siamo, la riceviamo, la costruiamo. Dobbiamo vivere
il pellegrinaggio del Giubileo come si vivono nel tempo le dimensioni del senza tempo. Tomas Eliot
in
uno dei quattro quartetti afferma che cogliere l'intersecazione tra
il senza tempo e il tempo è un'occupazione da Santi. Per i più non
c'è che l'attimo a cui non si bada. Non c'è mai stato un uomo che
si sia accorto della preziosità della propria vita prima dell'ultimo
quarto d'ora. Il Giubileo vuol
dire darci la saggezza anticipata di quando assaggeremo
l'ultimo istante; il senza tempo nel tempo. Sant'Agostino: Devorant
tempera et devorantur tempore chi viene in chiesa chiede
se può sfuggire al «divorio» del
tempo. Se posso ancora trovare il ragazzo che ero, se adesso, alla
fine della vita, avrò qualche cosa da offrire a colui che mi ha dato
la vita. A restituirgli la vita così come un'opera d'arte. Ho paura
a pronunciare la parola, quindi dirò come uno sgorbio, un piccolo
sgorbio pasticciato. Però, Signore, sono quel che sono riuscito a
costruire. Signore, ecco, la vita che mi dai te
la rendo. Diceva uno dei figli di Pier delle Vigne: la vita che
ci desti ecco te la ridiamo.
La chiesa è il luogo dove si fa l'esperienza del senza tempo nel tempo e il tempo non può essere dimenticato. E però allora è il tempo che deve essere lo specchio con cui ti è consentito di percepire che mentre il tempo passa tu stai vivendo un rapporto eterno. Quando
si prega si è fuori del tempo, il tempo si ha dentro. Quando si prega
in una chiesa si sta dentro uno spazio, ma nello stesso tempo la
chiesa deve essere il luogo del senza spazio. Salvezza
per gli Ebrei voleva dire la liberazione dalle strettoie. La libertà
di muoversi. Spazio che si dilata. È il ragazzo che dopo quattro
ore di scuola dice: «sono libero». La chiesa deve significare uno
spazio che ti faccia godere il senza spazio. Tutto ciò è
possibile. Qui è l'arte! Occorre
sperimentare dentro di sé proprio
quella sensibilità tutta particolare dell'architetto e dell'artista.
Egli non può essere un commerciante. Egli deve sentire dentro di
sé. Vede accadere. Assiste l'accadere di qualche cosa che sa di
incantagione. Ricordavo
lo scorso anno che Socrate, quando ha paura che i suoi alunni si siano
stancati del lungo ragionare, un ragionare di una dialettica
infinita, con mille sottilissime distinzioni, dice: «Adesso diamoci
all'incantagione». E l'incantagione
avverrà con la forza di un demone, cioè con una potenza che ti trovi
dentro e che non sai da dove viene. Una potenza che ti possiede, ti
parla, ti canta con un altro io. Con un altro io che ha dentro il
tuo io, in cui sei lieto di incontrarti. Non sempre tu la incontri
proprio perché sei soggetto al tempo, alle stanchezze e agli eventi
quotidiani che si incaricano di appesantirti e annebbiare la tua
mente.
La chiesa è solitudine e comunità. Quando pensate una chiesa, pensatela sempre come una comunità in solitudine. Anche qui contrasti, stridori, eppure qui è l'arte! Mettere insieme una moltitudine che
però fa scoprire ad ognuno il proprio essere. Quando preghiamo tutti
insieme essere una nota sola ma allo stesso tempo una moltitudine di
note. L'uno e i molti. È chiaro che la comunità deve raccogliere la
chiesa, raccogliere e dilatare nello stesso tempo. Non so descriverlo, io ammiro
coloro che hanno queste capacità, le chiese che ho pensato di
costruire le ho proprio volute affidate ad architetti che avessero
questa capacità: di
trasformare, di conciliare l'inconciliabile. La chiesa è il luogo del silenzio
e il luogo del linguaggio, del silenzio e del canto. La chiesa deve
favorire tutto questo, ma la vera conciliazione avviene non nelle
pareti, ma dentro noi stessi. Incominciamo allora il vero
pellegrinaggio del Giubileo, il pellegrinaggio a Cristo, ma al Cristo
che è qui dentro, che è qui dentro, il luogo vero di Cristo è qui
dentro, ed è lui che ha conciliato il tempo e l'eternità,
vero Uomo nel tempo condizionato dal tempo. Lui è l'eterno, eppure
Lui vive la solitudine di essere il capo di una comunità, e nello
stesso tempo è uno dei tanti. Ma il comunicatore
è l'anima dei tanti. Diciamoci la verità: il più è altrove,
materia e spirito, materia e spirito, materia e spirito. Bisogna sentirlo nei Greci che cosa
significano materia e spirito,
particolarmente in Platone.
Questa povera materia, il nostro povero corpo, come si concilia con
gli slanci dell'anima. Nella chiesa si deve avvertire
tutto questo, ma avvertirlo nel momento in cui si entra. Il cristiano
entrando in chiesa che cosa cerca? Lo dice Sant'Agostino: quando tu
entri in chiesa bisogna che la chiesa entri
dentro di te. Ci sono chiese che non ti permettono di entrare dentro
di te, ti distraggono, è tutto frantumato, e tutto è un'imitazione
di qualcosa d'altro. Non puoi riflettere, non entri dentro di te. Sono
necessari silenzio e ascolto. Ascolto perché la chiesa è luogo di
convegno.
Ancora
una volta Sant'Agostino: Ibi loquitur ubi audit. li dentro,
nella chiesa, è il luogo del convegno, dove Lui ascolta e Lui parla,
parla e ascolta, e non puoi ascoltare se non ti parla, e non ti
parla se tu sei fuori di tè, è dentro di tè e tu non lo sai, chiede
di parlarti e tu gli chiudi gli orecchi.
La chiesa è il luogo dell'incontro tra il finito e l'infinito. L'infinito,
una dimensione di cui abbiamo perso anche la memoria, l'infinito nella
perfezione, l'infinito nella bellezza, l'infinito nella potenza,
l'infinito nell'amore. Ma come si fa a cogliere l'infinito? Dirà
Tomas Eliot: «lo sguardo della fonte». Mio Dio! Come è possibile
che alcuni uomini come Tomas Eliot nel secolo scorso, nel momento
massimo della frantumazione della cultura, sia riuscito ad avvertire
ancora dentro di sé questi valori stupendi che sono inenarrabili,
indicibili, che non trovano immagine, non trovano figura, non
trovano espressione. Lo sguardo della fonte, è una delle sue poesie
più belle. Giosuè Carducci descrive se stesso che cammina per le
vie di Bologna insieme col padre: «con picciol passo di gloria».
Essere bambini e sentire «il picciol passo di gloria» perché c'è
tuo padre. Il cristiano è colui che avverte dentro di sé questa
dignità infinita. E siamo
al mistero dei misteri: il Verbo incarnato. La chiesa accoglie il
Verbo incarnato, lo accoglie trepidamente come la Vergine Maria. Ancora
Sant'Agostino: la Madonna è stata la prima chiesa, il primo luogo
di residenza. Ella fu prima discepola e poi madre perché concepì il
figlio prima nella mente che nel grembo. Allo
stesso modo la chiesa nasce prima dal progetto inferiore, e poi si
costruisce coi mattoni. E allora prima di fare dobbiamo ricevere,
accogliere. Cristo è venuto per redimerci e attribuirci i sui
meriti, per diventare l'animatore della nostra coscienze,
l'ispiratore, il suggeritore. Cristo è Vecchio, è lui che porta
l'occhio della sorgente, ed è lui che ti concede di vedere le cose
che altrimenti non vedresti. E lui che a Madre Teresa faceva vedere le
cose in una certa maniera, è lui che a creature semplici infonde
intuizioni mirabili. Lo sguardo della fonte si può percepire
ascoltando. Credo
che l'architetto dovrebbe vivere minuti di silenzio durante la sua
giornata, deve essere un amante del silenzio, perché è lì dentro la
sorgente. La sorgente è portata lì dentro, il tuo creatore si è
messo lì dentro e vuoi comunicarti ciò che fu pensato di tè, ciò
che fu disegnato di tè e vuole chiederti spazio per renderti libero,
e metterti in comunione con la tua sorgente. Abbiamo creature che
parlano soltanto il loro dialetto ma hanno sapienza infinita. È anche necessario che le nuove
chiese tengano conto di quali saranno le sfide del futuro. È evidente
che nel futuro si metterà in gioco il Cristianesimo. Sta per uscire
un numero unico del Nouvel Observateur intitolato Cristìanis.
Il direttore è uno dei più grandi giornalisti europei, agnostico.
Egli ritiene che sia l'ora di far sapere al mondo che per davvero è
in gioco il Cristianesimo. Forse non è proprio come dice il Cardinal
Biffi, o Cristianesimo o islamismo. Ma prima o poi i parlamenti
dovranno affrontare il problema: in quale tipo di civiltà dovranno
vivere gli uomini e le donne?
La chiesa è il luogo che aiuta l'uomo a vedere oltre. L'uomo ha qualcosa di particolare. Pico della Mirandola l'aveva definito nel suo libro De dignitate hominis. Se non si guarda oltre, ha ragione quel grande ricercatore che mi diceva recentemente: «Tra l'embrione di un uomo e quello di un gatto non vi è molta differenza». La chiesa è il luogo del Crocefisso. Diceva Sant'Agostino: Non aver paura di passare davanti al Crocefisso. Fermati e scruta dentro, c'è qualcosa che ti piacerà molto. Esso ti dirà: guarda fino a che punto tu sei importante per il tuo creatore.
Un invito a voi architetti. Sappiate che siete chiamati ad essere speculatores, coloro cioè che avevano il compito di guardare lontano. Siete chiamati ad essere trobatores, i trovatori. Coloro che scrutano e trovano anche l'invisibile, l'impalpabile. Perché questo accada bisogna sentirlo, viverlo. È necessaria l'innocenza. Ed è necessario percepire l'infinito che si offre. L'architetto ha il compito di aiutare colui che è distrutto e solo a capire che quella chiesa è come il seno materno. È Cristo Signore che chiede di dargli uno spazio. Sant'Agostino:
Quando ci allontaniamo la casa paterna non va in rovina e la porta
rimane sempre socchiusa. Aiutate
architetti la gente che ha bisogno di sapere che la porta è sempre
socchiusa. Aiutate la gente a ritrovare la propria anima. |