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INTERVISTA
A RODOLFO ALONSO
a cura di Sara Pagnini
Durante la decade
degli anni '50, lei è stato uno dei protagonisti dell'importante
rivista avanguardista "Poesía Buenos Aires", che ha
pubblicato trenta numeri tra il 1950 e il 1960. Com'era l'ambiente
culturale di quel periodo? Quali sono i suoi ricordi personali al
riguardo?
Senza essermelo proposto, e
superando una timidezza che già allora mi attanagliava, la notte
precedente al mio diciasettesimo compleanno (il 3 ottobre del
1951) presi contatto con i giovani riuniti intorno alla
leggendaria rivista argentina d'avanguardia Poesía Buenos Aires,
diretta da Raúl Gustavo Aguirre (un'amicizia fondamentale per
me). E nella cui avventura, senza alcuna avvisaglia, ne divenni
l'elemento più giovane. Bisognerebbe aver vissuto nella Buenos
Aires dei primi anni cinquanta per rendersi conto di come, senza
esserselo proposto, da una pubblicazione assolutamente
indipendente e dedicata esclusivamente alla poesia, con una
tiratura di soli cinquecento copie, di carattere praticamente
artigianale, e che ha mantenuto alla lettera il suo proposito di
"non diventare istituzione", siano cambiati i modi di
scrivere e di vivere la poesia in Argentina. Per collocare
"Poesía Buenos Aires" all'interno di un contesto
estetico, conviene ricordare che la prima grande avanguardia
argentina è il martinfierrismo (che prende il suo nome dalla
rivista "Martín Fierro"), a metà degli anni '20, le
cui figure più significative, a mio parere, furono Oliviero
Girondo, Xul Solar, Macedonio Fernández e Jacobo Fijman. La
seconda avanguardia comincia a intravedersi a metà dagli anni '40
e allo stesso tempo si manifesta nelle arti plastiche, attraverso
i pittori concreti (Tomás Maldonado, Alfredo Hilito), e in poesia
con il movimento invencionista (Edgar Bayley). Da lì deriva il
lignaggio di "Poesía Buenos Aires", che nonostante
parta da posizioni di estrema avanguardia, eviterà il dogmatismo
come deriva naturale della sua pratica, del suo divenire.
I miei ricordi personali al riguardo si possono riassumere in due
parole: fratellanza ed esigenza. Uno poteva essere accolto a
braccia aperte, ma la poesia era una cosa seria. E il contatto
diretto, vivissimo, quasi quotidiano, con persone generalmente
donatesi alla poesia "come una maniera di vivere" (Tristan
Tzara), senza alcuna solennità, senza magniloquenza, con un
indomabile senso dell'umorismo, ma anche con una necessità di
eccellenza autentica. Attraverso di essi, insieme ad essi, che
erano perlomeno di sette o otto anni più grandi di me, entro
appieno nella grande poesia del mondo. La quale, però, l'abbiamo
scoperta tutti insieme. Come esperienza, insisto. Se loro mi hanno
mostrato le grandi avanguardie, i grandi francesi, il miglior
surrealismo, io ho potuto avvicinarli a Macedonio Férnandez (scoperto
in una libreria di libri usati, un altro sconosciuto all'epoca), a
Pessoa, a Pavese e a Ungaretti, e ai grandi modernisti brasiliani.
Non sarei quel che sono se non avessi conosciuto queste persone.
Questa esperienza è talmente legata alla mia adolescenza nel
profondo e nella sfera affettiva e intellettuale, che è
inimmaginabile staccarsene. Non solo mi ha fatto scoprire la
partecipazione nella rivista, bensì anche questa convivenza in un
clima di fraternità, alto senso dell'umorismo e dell'autocritica.
Mi ha permesso di rendere carne qualcosa che già era in me, che
l'estetico è unito all'etico e che, come ho già detto, la poesia
è "una maniera di vivere". Ho capito (non solo
attraverso la ragione) che la poesia non si proclama bensì si
pratica, dato che non è una entelechia ma un'esperienza.
Spero, ed è quel che sento, che in buona misura continuiamo a
essere gli stessi, e che ancora non siamo storia.
Lei è uno degli
studiosi e conoscitori più importanti della letteratura e poesia
italiana del suo paese, e questo per noi è motivo di grande
orgoglio. Come è nato il suo amore per la nostra cultura? Lei
nota delle convergenze tra la poesia italiana e argentina? E, se
realmente ve ne sono, quali sarebbero, secondo lei, oltre al
vincolo storico che unisce i due paesi?
Sono solito scappare, forse
istintivamente, dalle grandi generalizzazioni che mi sembrano, non
soltanto rischiose, ma anche pericolose. E, comunque, non posso
rifiutare un fatto obiettivo: essendo la nostra una società
costituita in gran parte da enormi masse di immigranti, si sa che
l'apporto italiano è stato il più copioso da un punto di vista
numerico. Ciò significa che vi è quasi una metà di sangue
italiano che circola nelle vene argentine. Questo spiega senza
dubbio, in un dato periodo, la vivissima presenza del suo idioma,
e addirittura dei suoi felici dialetti, nella nostra identità
linguistica, soprattutto nell'immensa Buenos Aires ma anche a
Rosario, Mar del Plata e tante altre città e ambiti del nostro
paese. E logicamente anche la presenza di un lascito, di un tocco,
di una matrice italiana nelle nostre maniere di comportamento. Per
molto tempo vilipendiando quando non negando, come è accaduto con
il cieco rifiuto di altre correnti immigratorie (non solo negli
ambienti presumibilmente più altolocati, il che parla abbastanza
chiaro dei nostri risultati, bensì in molti dei loro stessi
discendenti, ben disposti a dimenticare o negare le proprie
origini).
Se non fu la coscienza della sua straordinaria, luminosa storia
culturale ed estetica, sempre presente nelle nostre menti più
attive e sveglie, perlomeno fu lo straordinario sviluppo politico,
sociale ed economico dell'Italia del dopoguerra che modificò
senza dubbio favorevolmente questa prospettiva, anche se oggi con
la dolorosa evidenza di che non fummo capaci, noi stessi, gli
argentini, di accompagnare o emulare come società tale magnifico
esempio. Se, come credo, seguendo W.H. Auden, non c'è mai stato
un gran momento della poesia colta, per quanto elitaria apparisse,
che non fosse misteriosa ma fermamente legata, sebbene per oscuri
meandri, con una grande lingua viva parlata da una comunità, da
un popolo, mi sembra evidente che questa "italianità",
incluso quella dialettale, intrisa nel nostro uso della lingua,
nella nostra maniera di impiegare il castellano, non poteva
mancare di manifestarsi nella migliore poesia scritta qui. E non
solo per un contatto profondo con la grande poesia italiana ma
anche, credo di intuire, per quel giacimento vivo, organico,
attivo di "italianità" nella nostra lingua parlata, non
solo scritta.
Personalmente, non c'è nelle mie vene, per quel che ne so,
nessuna goccia di sangue italiano. Ciò nonostante, ho sempre
sentito un'istintiva, organica, irresistibile e ineffabile affinità
con l'arte e la vita, con la civiltà e l'umanesimo della
"bella Italia". Di un modo tale, con un'intensità tale,
che mi sono trovato a parlare e a tradurre l'italiano senza averlo
mai studiato. Fenomeno di osmosi, se non di possessione, di
empatia più che di comprensione, se nulla è arrivato fino a me
per strani e tortuosi sentieri da quel Regno delle Due Sicilie
dove le due penisole si confusero, immagino solo che fu nell'aria
cosmopolita e poliglotta della Buenos Aires che scoprii, come
figlio maggiore di immigranti galiziani, che l'italiano era una
lingua viva, onnipresente, infusa. E il caso, che è un altro nome
degli dei, ha messo sulla mia strada, fin dai primi tratti, alcuni
momenti privilegiati. Con Hugo Gola ho condiviso l'abbagliante,
appassionata scoperta dell'incancellabile Cesare Pavese, che poco
dopo la sua tragica morte si sarebbe concretizzata nella (condivisa)
selezione e traduzione dei suoi bellissimi saggi, ai quali
mettemmo come titolo El oficio de poeta (1957), e che
avrebbe conosciuto numerose riedizioni, prova della sua inusitata
ripercussione. L'anno seguente mi affidarono un libro di Gillo
Dorfles, Constantes técnicas de las artes (1958). E poco
dopo, quasi contemporaneamente, non solo un'ampia antologia di
Giuseppe Ungaretti, Poemas escogidos (1962), che mi permise
poi di conoscerlo personalmente e ospitarlo nella mia casa (a
destra Alonso con Ungaretti), anch'essa varie volte rieditata, e
la cui composizione costituì per me, oltre ad una indimenticabile
esperienza, un'autentica palestra, la migliore che si possa
immaginare, ma anche i due libri che aprono e chiudono l'intensa,
tragica vita di Pavese: Trabajar cansa e Vendrá la
muerte y tendrá tus ojos, riuniti in uno stesso volume
(1961), altra esperienza chiave per la mia formazione (e di quella
di molti altri della mia generazione), non solo estetica bensì
profondamente umana.
A partire da allora, e per tutta la mia vita, la grande
letteratura italiana non avrebbe mai smesso di possedermi. Ricordo,
in maniera molto speciale, Campana, Saba, il Montale
incancellabile, il Vittorini esemplare, il Pasolini ineludibile. E
Guido Cavalcanti, e Cecco Angiolieri. E Biagio Marin. E versi di
Leopardi e di Dante che uno porta in sé, già organicamente
incorporati. E ultimamente, oltre alla lucida integrità di
Claudio Magris, dopo Tomasi di Lampedusa e Sciascia, il contatto
coi miei altri amati siciliani: Gesualdo Bufalino e Vincenzo
Consolo, forse gli ultimi baluardi in Europa della grande
letteratura. Ma sono solo alcuni. E una lista di nomi, per quanto
amati e insigni risultino, non potrà rivelare questa strana,
comprensibile affinità, questa presenza viva che sento in me
della bellezza e dell'umanesimo della bella Italia.
Il tema della
natura è solito comparire con frequenza nelle sue poesie. La
natura che lei descrive è una natura benigna e materna e, secondo
la mia opinione, anche vagamente sensuale. Appare evidente, quindi,
la correlazione con il tema dell'ecologia. Qual'è la sua opinione
al riguardo?
Adesso potrei enumerare
aneddoti, o dati. Per esempio: figlio maggiore di immigranti
galiziani, come ho già detto, il primo della mia famiglia a
nascere a Buenos Aires, la mia infanzia è stata bilingue, ho
dovuto affrontare, con i miei propri mezzi, la grande città. Io
ero un bambino che scopriva, poco a poco, sondando, la sua
condizione di argentino, e pertanto di latino-americano, senza
sospettare che qualcos'altro già circolava nel suo sangue. Nello
stesso momento in cui, tra spintoni e cadute, intravedevo appena
quel che era una metropoli, nella mia vita familiare convivevo con
i ricordi e la presenza non meno viva dell'infanzia contadina dei
miei genitori (forse è per questo che mi ha toccato così tanto
Pavese, o mi sentivo alludere da Ungaretti: "duemil'anni
forse / di gente mia campagnola"), ancora sufficientemente
giovani per raccontare e ricordare.
Durante la mia infanzia, nelle mattine d'inverno, la carezza del
primo sole era come una mano amica per la mia solitudine. Una
delle prime percezioni, incancellabile, nel libro di lettura della
scuola, furono due versi di un poeta, Rafael Alberto Arrieta:
"Sol de la mañana, / gloria del invierno". In qualche
modo sentii che lì stava racchiusa, in quelle poche parole, una
sensazione simile a quella che io avevo sperimentato. E che questa
aveva vita propria, risonanza. Contagiava vita e intiepidiva
anche, all'interno, come il mattuttino sole invernale. Essendo
ancora quasi un bambino, all'età di tredici o quattordici anni,
non so bene come, mi ritrovai ad annotare delle righe in versi, già
molto brevi (una caratteristica che non mi avrebbe abbandonato). E
questo accadeva soprattutto nei giorni di pioggia. Da che ho
memoria la pioggia mi produce una sensazione di protezione, mi
crea uno spazio intimo nella città, un rifugio interiore. E mai
dimenticherò la prima grandine, il raggio istantaneo del lampo,
l'odore della terra bagnata che precedeva le tormente, i cieli
delle strade della mia infanzia, alti ed enormi sulle case basse,
sfregandosi con la mia testa. Tutto questo aveva, come si può
notare, molto a che fare con i fenomeni naturali. Il sole mi
acompagnava oppure la pioggia mi dava rifugio con una sensazione
di intimità fraterna nella città tantalica, seduttrice e
inospitale.
Molto tempo dopo mi resi conto, un giorno, che in Galizia piove
permanentemente, di modo che forse ci sono cose in me che sono
quasi ancestrali, come questa profoda emozione, questo piacere
concreto, palpabile, che mi producono gli spazi verdi urbani, le
foglie e i fiori degli alberi, specialmente nei giorni di pioggia
e umidità. Da qui alla coscienza ecologica, non c'è solo un
passo né i legami sono totalmene diretti. Però, come negarli?
Chi percepisce e ama la bellezza di un albero nella sua forma più
piena e libera, perchè non potrebbe essere altrettanto capace di
comprendere che senza la sua clorofilla non ci sarebbe ossigeo e,
pertanto, vita possibile per noi? Però non è solo questo.
Da una prospettiva umanista, la sfida maggiore per gli
intellettuali del XXI secolo è continuare ad esserlo. Chi sia
capace di riflettere criticamente in mezzo a questo incubo di
seduttrice banalità universale risulterà assolutamente
imprescindibile. Dall'altro lato intuisco che, non solo nelle
congetture intellettuali bensì, in realtà, in qualunque uomo
cosciente della sua propria condizione, gli sarà inevitabile
confrontarsi con gravissimi problemi di sopravvivenza. I limiti da
porre all'irrefrenabile potere economico globalizzato, non saranno
più esigenze di giustizia economica, politica o sociale, bensì
di elementari ragioni ecologiche: il pianeta non lo sopporterà.
Le gravi coseguenze ecologiche non si limiteranno alla natura, al
nostro habitat, bensì stanno già colpendo - e da molto tempo
ormai - la condizione umana. Un'autentica prospettiva ecologica
non solo dovrà continuare a tenere in conto i danni del pianeta
ma, allo stesso tempo, anche il prezzo che tutto questo ha avuto
per noi essere umani, come specie. E anche in quanto persone,
ovviamente, e nella sfera culturale, psicologica ed estetica.
Nel suo recente
libro La voz sin amo (2005), lei parla della possibilità
di una "ecologia della condizione umana", sottolineando
il ruolo del linguaggio e della poesia. Questi due elementi
rappresenterebbero il fondamento di questa ecologia? E come
potrebbero riuscire ad esserlo?
Da un punto di vista
culturale (ammesso che questo abbia ancora un senso), ciò che
sembra essersi imposto sul pianeta, dal cosiddetto Primo Mondo,
non è solo la società di consumo ma anche, attraverso gli
onnipotenti e seduttori mezzi d'incomunicazione, una civiltà
dello spettacolo, una pseudocultura light, dove anche il
dolore più intimo o la tragedia più evidente finiscono per
diventare uno show.
In questo contesto, che non è solo la nuova religione dello
shopping, ma anche quello che vede in auge lo stordimento
assordante degli hits audio e video, temo che senza
essercene resi conto, si è prodotto di fronte ai nostri occhi,
nelle ultime decadi, dapprima lentamente e poi in forma sempre più
accelerata, una vera e profonda mutazione culturale: la scomparsa
del linguaggio come centro della civiltà. E questa viscerale
commozione non si manifesta soltanto negli strati più elevati,
dove si annida il potere, che ormai non è più solamente politico-economico
bensì direttamente tecno-idolatrico, e dove la pubblicità ha
sostituito l'oratore, il videoclip il creatore d'immagini,
il marketing l'avventura commerciale, l'ingegneria genetica
il miracolo spontaneo della vita. Ha, quindi, raggiunto quella
grave mutazione culturale regressiva di cui parlavamo - alle fonti
del linguaggio umano che è la fonte stessa dell'umanità. E mi
sto riferendo alla svalutazione più deleterea: quella del
linguaggio, che è la soglia stessa della condizione umana.
Oggigiorno, incluso nelle grandi città del mondo ipersviluppato,
sono sempre meno i vocaboli con cui si esprime una persona. E,
dall'altro lato, forse come causa o conseguenza, ormai non è più
un popolo, una comunità con i suoi usi quotidiani quella che
rinnova e dà vita (come dovrebbe essere, come è sempre stato), a
un idioma, a una lingua. Se così fosse la situazione, come credo
in effetti che sia, la crisi attuale della poesia - che non è
solo di consumo o diffusione bensì anche di essenza e di forma -,
non potrebbe intendersi con chiarezza e profondità se non in
funzione di questa violenza praticamente universale sul linguaggio
umano.
Mai, insisto, potrà esserci una grande poesia che non abbia
sempre le sue radici, anche se segretamente, attraverso oscuri
meandri e senza tracce visibili, in contatto con una lingua viva.
Ossia, con un idioma organicamente parlato da un popolo,
organicamente impiegato nella sua vita quotidiana da una comunità.
La crisi sempre più acutizzata che oggi sta assediando la poesia
nei suoi aspetti estetici e socio-culturali, non è (a mio modesto
parere) solo il problema di un genere letterario o di un tipo di
artista in particolare. Questo è già accaduto altre volte, ci
sono già stati momenti di splendore e altri di declino, c'è
stata la sparizione di alcune specie e anche ringiovanimenti e
addirittura rinascite. Ma non si era mai colpito alla radice,
nelle sue stesse origini, il linguaggio umano nel modo in cui lo
si sta colpendo in questi tempi.
Per questo non è la prima volta che mi domando: non sarà
arrivato il momento di creare anche un'ecologia dello spirito,
della condizione umana?
Non sarà proprio come conseguenza dei difetti di questa civiltà
cosiddetta occidentale, nella pratica tecnolatrica e consumista,
che stiamo mettendo a fuoco i danni ecologici che essa produce
solamente nei suoi aspetti geografici, economici, materiali, e non
stiamo prendendo in considerazione quanto le costi, che prezzo ha
avuto tutto questo meraviglioso, e allo stesso tempo, devastante
processo, dove il conflitto non è ovviamente la mera inventiva
tecnico-scientifica quanto la sua manipolazione, in relazione allo
spirito dell'uomo?
Quale poesia ci può essere, allora, se si seccano le fonti del
linguaggio vivo? Quale grande poesia ci può essere se ormai non
è più possibile neanche ritrovarsi in quel silenzio necessario,
imprescindibile?
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