PAROLE DI GHIACCIO

 

Dove mi trovo? Cos’è questa luce?…”

Era appena finita la guerra contro il Dio degli Inferi: Hades, e Hyoga si trovava ora spaesato, circondato da luce bianchissima che però non gli dava affatto fastidio agli occhi…

“Che strano, mi sento quasi parte di questa brezza fredda che sento.”

Un dolce vento freddo spirava nella sua direzione, era li, fermo ad ascoltare il suo linguaggio comprensibile solo ad un uomo come lui, o come pochi altri. Era inginocchiato, si alzò cercando con la testa un riferimento, un oggetto, una persona… ma c’era solo bianco intorno a lui.

“Che sia dunque questo il luogo a cui il mio animo di cavaliere è destinato?”

Sorrideva quasi nervosamente, aveva ben capito che non poteva più essere terreno, si ricordava il sacrificio ultimo contro Hades, si mise una mano tra i biondi capelli e chiuse gli occhi.

“Eccomi dunque alla meta del mio peregrinare, che sia dunque questo il prezzo da pagare per aver fatto solo il mio dovere di custode d’Athena? Che sia questo il merito che ottiene un cavaliere che lotta per la giustizia sacrificando anche la vita per un ideale? Oh mia Dea… che cosa mi riservi?”

I pensieri cominciavano a farsi vividi, quasi toccabili, era una sensazione fortissima…

“Madre… dove sei madre? Maestro dei Ghiacci?… Sirio, Seiya, Ikki, Shun… dove siete amici… fratelli!”

Ma nessuno rispose se non l’eco delle sue stesse parole; si sentiva male, male da morire, voleva urlare e vedere qualcosa al di fuori di quel colore così puro e casto ma allo stesso tempo così odiato e mai come ora tremuto.

“Dove sono? Dove sono finito!?”

Si inginocchiò nuovamente e batté con forza il pugno a terra, cominciando a rigarsi il volto con lacrime di mera disperazione, il suo angelico volto ora era segnato da gocce di angoscia, tristi ed impotenti.

“Alzati cavaliere!”

“Questa voce… non può essere…tu…”

Alzò la testa e vide colui che fu il maestro del suo maestro: Camus era ritto innanzi a lui, con la mano tesa verso quel cigno maestoso che l’aveva una volta superato, i capelli lunghi e sciolti dietro la schiena, quel sorriso che Camus in vita, non avrebbe mostrato a nessuno… non indossava la Sacra Armatura dell’Acquario, era li… li con lui.

“Alzati Hyoga, sono qui con te ora, ti spiegherò tutto, ora sospira cavaliere, siediti ed ascoltami”

“Si, Camus”

Nonostante Hyoga avesse sconfitto il cavaliere custode dell’undicesima casa, mostrava senso di grande rispetto per il Custode dorato.

“Hyoga, sei in una fase di transizione, questo non potevi capirlo… il fatto è che prima di entrare nei Campi Elisi, devi passare da quello che viene chiamato: l’Alcova, cioè dove sei ora. Qui conosci tutta la realtà delle cose, per essere pronto alla beatitudine insieme ai tuoi compagni ed alla tua Dea, che così fedelmente hai servito per tutti questi anni.”

“L’Alcova? Conoscere le verità? A cosa ti riferisci dunque, Camus? Che c’è ch’io ancora non sappia?”

“Molte cose ti sono sconosciute, alcune che riguardano molto da vicino proprio il tuo essere, alcune che riguardano persone a te care… sta a te chiedere, e che Zeus abbia voluto che proprio io ti stia di fronte adesso, credo che non sia un caso!”

Si guardavano in quegli splendidi occhi blu, profondi come gli abissi marini, ma bellissimi, dannatamente bellissimi. Erano meravigliosi zaffiri sapientemente incastonati nella carne umana… erano identici, stessa forza, stesso animo, stessa intensità.

“Camus, perché…”

Hyoga non si sentiva comunque sicuro, ed aveva timore di domandare qualcosa, soprattutto perché innanzi a lui c’era l’uomo che l’aveva reso cavaliere d’oro.

“Non esitare Hyoga, chiedi… e ti sarà risposto.”

“ E va bene, maestro, ti prego dunque, se così vogliono gli Dei, di dirmi chi in realtà tu sia; apri il tuo cuore e rivelami la tua vita Camus.”

Il cavaliere d’oro sospiro, guardò un attimo a terra e poi alzò il capo come a voler cercare la sua costellazione in mezzo al bianco di quella luce. Si sedette di fianco a Hyoga e disse con tono pacato:

“Non chiamarmi maestro, te ne prego, già una volta mi dimostrasti di essere di lunga superiore a me, non ho più bisogno ora di sapermi potente…”

Era più una confessione che un dialogo, ma il cavaliere dell’undicesima casa proseguì.

“Ebbene Hyoga, anch’io ho conosciuto i freddi della Siberia, ho conosciuto il ghiaccio, il freddo, la neve, l’impossibilità di cibarsi.. la fame…la morte”

e continuò:

“Ma questo mi ha forgiato, mi ha creato di nuovo e purtroppo per un lungo periodo, mi ha distaccato da quelli che sono i veri valori morali come l’amicizia e l’amore. La perdita di mio padre, anche lui Maestro dei Ghiacci, mi ha spinto verso la ricerca del cosmo ultimo, per dimostrargli che ero migliore di lui e che comunque fosse fiero di me dal paradiso dei cavalieri.”

“Mi dispiace Camus,io..”

Ma egli proseguì:

“.. non dolertene cavaliere, i disegni degli Dei sono a noi sconosciuti… comunque vivevo in un piccolo paese della Siberia chiamato Karnak, insieme a mia madre e mio padre, allora Maestro dei Ghiacci. Dalla Grecia era arrivato l’ordine a mio padre di istruirmi sul controllo delle energie fredde, di modo da poter un giorno diventare un cavaliere d’oro e per difendere la nostra Dea da chiunque osasse minimamente minacciarla. Così fu. Mia madre, appena dopo la morte di colui che mi addestrò, scoprì di aspettare un figlio e, malgrado le condizioni, per amore e rispetto decise di tenerlo. Passò poco tempo dalla sua nascita che io dovetti recarmi in Grecia, dopo aver sconfitto in battaglia Radon per il possesso dell’armatura d’oro.”

Lo interruppe quindi Hyoga.

“Radon? Chi era costui Camus? Anche tu allora avevi un compagno di addestramento?”

“Si cavaliere, mio padre allenò anche Radon oltre a me per il possesso delle vesti di Acquarius, e mi duole ancora pensare che lo scontro per la vittoria fu come il nostro ultimo incontro all’undicesima casa. Allora, fui io a scendere quasi allo Zero assoluto… e purtroppo Radon spirò.”

Hyoga, accortosi che Camus non disse più nulla, cercò di rincuorarlo a suo modo.

“E’ destino Camus, gli Dei hanno voluto così… e così è stato.”

Camus annuì, ma con la sua freddezza aggiunse:

“Già, ma tu hai incontrato e battuto suo figlio Hyoga.”

Il volto del cavaliere del cigno si fece colmo di stupore, i suoi occhi dolcissimi erano ora sbarrati, la bocca semiaperta, come paralizzata…la fronte corrugata da un’evidente curiosità… il suo respiro si fermò fino a che riuscì a dire:

“Cosa? Chi… di chi era dunque padre Radon?”

Camus lo guardò con amore, era come se fosse ancora un bimbo curioso di fronte ad un genitore, non volle dirglielo subito, così lo trasportò in un sottile gioco psicologico.

“Ricordi le bianche distese di Asgard cavaliere?”

“Come potrei dimenticarle..”

“Dunque colui che aveva il controllo del ghiaccio e del fuoco lo rimembri giusto?”

“Vuoi forse dire che Artax era figlio di Radon, tuo compagno d’addestramento?”

Hyoga aveva già capito da quando Camus gli ricordò la Terra del Nord, ma l’insicurezza lo fece tacere.

“Esattamente…”

Hyoga guardò innanzi a se, per terra, si era chiesto in quel momento quante cose avrebbe saputo dal suo maestro che giaceva al suo fianco fissando ora il vuoto. Forse stava anch’egli ricordando quei fatti che segnarono la sua vita. Poi, il cavaliere dell’Acquario sospirò, abbassò il capo e proseguì

“Passarono gli anni, e non seppi più nulla di mia madre e di suo figlio, io ormai vivevo in terra di Grecia all’undicesimo Tempio alla mia costellazione dedicato. Ma decisi di ritornare in Siberia, avevo sentito narrare di un ragazzo che emanava un cosmo molto forte, e volli vederlo, per vedere se fosse degno di sacro addestramento. Una volta giunto sul posto, lo trovai e ciò che vidi fu incredibile.”

“Parlamene Camus… parlami del mio maestro!”

Hyoga aveva intuito che Camus parlava di Naskya, ovvero del Maestro dei Ghiacci che l’aveva addestrato al possesso dell’armatura del Cigno.

“E sia… Naskya stava lottando contro un orso polare, credevo in principio che la bestia l’avesse attaccato per cibarsene, ma leggevo nei suoi occhi una volontà potentissima, finchè non sentii il suo cosmo perfettamente. Egli forse non lo sapeva, ma le stelle l’avevano scelto per essere un cavaliere d’argento, padrone anch’egli delle energie fredde. Si attaccò al collo dell’orso, nonostante fosse ferito, ed avesse una gamba sventrata dai suoi poderosi artigli, egli espanse il suo cosmo forse involontariamente, fino a gelarlo quel poco che bastò per spezzargli il collo stesso. Arrivai dunque, vestito della mia armatura, al suo cospetto e mi accolse con un sonoro:

“Chi sei tu?”

“Sono Camus, cavaliere d’oro di Athena… hai in te il segreto delle stelle, se vorrai, potrò insegnarti come adoperare il tuo dono per il servizio della giustizia”

Lui mi guardò fisso, era ancora giovane, ma capì che io potevo essere una svolta per lui stesso e per la sua famiglia. Il resto, da quando divenne Maestro dei Ghiacci lo conosci.”

“Quindi Camus, è forse destino che tutti noi, Abadir compreso, nasciamo e viviamo di stenti alle intemperie più dure da superare, come il ghiaccio stesso?”

“Forse è destino, amico mio.”

Il cavaliere d’oro guardò fisso il volto di Hyoga, e disse:

“Cavaliere c’è una cosa che ti devo dire.”

“Sono qui Camus, dimmi, ti ascolterò.”

“Nella corsa alle stanze di Arles, quando ti vidi per la prima volta nella casa di Dauko, avevo intravisto in te il mio successore, non era mia intenzione colpirti a morte, volevo solo farti trovare il cosmo ultimo, per darmi una prova della tua vera potenza e per dimostrare alla volontà delle mie vestigia che tu eri degno di indossarle… ma mi dispiace, pensavo di avere fallito, pensavo che tu non fossi in grado di essere un cavaliere d’oro; avevo intuito che il tuo attaccamento ai ricordi poteva solo danneggiarti. E’ la freddezza il vero potere di un santo dorato, ne ero sempre stato convinto… finché… non sei arrivato al mio tempio… e mi hai dimostrato quanto mi sbagliassi… quindi, ti chiedo di perdonarmi Hyoga. All’undicesima casa non volevo che tu superassi il maestro, avevo sentito Milo poco dopo il vostro scontro parlarmi di te come cavaliere nobile e possessore del cosmo ultimo. Io volevo dimostrare a me stesso che anche lui si sbagliava. Ora sono felice che tu sia qui, e che sia proprio tu il giusto cavaliere di Acquarius, non potrei avere onore migliore di essere colui che ti ha in parte addestrato. Forse sono qui con te ora, per espiare questa colpa.”

Lo sguardo di Camus si alzò nuovamente verso l’alto. Aspettava le parole di Hyoga, aspettava la sua sentenza. Hyoga sorrise, gli toccò una spalla e disse:

“Maestro, se non ti fossi comportato così, probabilmente non sarei stato in grado di reagire all’undicesima casa, proprio contro di te… non hai nulla da farti perdonare cavaliere! Ora siamo qui, e fra poco ci godremo la beatitudine dei Campi Elisi insieme, insieme a tutti i cavalieri d’oro ed a i miei compagni che ci aspettano.”

Camus si commosse, ma tenne a se le lacrime, non voleva nemmeno ora sembrare debole, era tipico del suo carattere, le emozioni che lo colpivano erano intense, ma le sfogava in battaglia. Non era capace, o non aveva mai voluto farsi vedere segnato da un’emozione… sarebbe stato un atto di debolezza, e secondo il suo pensiero, proprio i sentimenti erano la possibile causa di una sconfitta.

“Sai Camus, a me manca ancora mia madre, e se penso che la riabbraccerò fra poco, non sto più nella pelle… ma è stata lei insieme ad Athena a darmi la forza in ogni momento difficile, sia contro Ikki, che contro di te, sia contro Artax che Hades stesso… non penso quindi che i ricordi possano danneggiare un cavaliere…”

“Hai ragione Hyoga, dopo il combattimento sostenuto al mio Tempio ho capito molte cose, ho capito che mi sbagliavo su quasi tutto, mi sono chiesto addirittura come mai le mie vestigia non mi avessero rifiutato come loro custode.”

“Perché Camus, tu sei stato sempre un uomo giusto. Non combattevi per Athena o per Arles al Grande Tempio, ma per te stesso, è questo il motivo della tua sconfitta… ma ora, lasciamo i ricordi dove stanno, non serve più rimembrare, ora che siamo su un altro piano astrale e che la nostra anima è completamente libera da ogni costrizione. Perciò io ti perdono per i tuoi atti, e tu perdona me per non essere stato subito alla tua altezza.”

“Non dire sciocchezze Hyoga! Tu sei stato migliore come uomo e come cavaliere!”

“Camus…”

Il cavaliere dell’acquario sorride, sorride ad un amico.

Ma ecco che improvvisamente il corpo di Hyoga comincia a diventare trasparente, sembrava scomparire ad intermittenza, il giovane cavaliere preoccupate chiese:

“Che mi succede maestro?”

Al che, Camus con aria pacata e con calma disse:

“Stai per entrare nei Campi Elisi, il tuo animo presto sarà con i tuoi compagni ed amici… gioisci Hyoga, da adesso sei tra le braccia di Athena!”

“Non voglio Camus, ci sono ancora delle cose che voglio sapere, ci sono ancora delle storie da sentire, io non voglio lasciarti adesso che ti ho ritrovato!”

Il cavaliere dell’Acquario rispose serenamente:

“Non preoccuparti Hyoga, quando sarà il mio tempo ti raggiungerò… ed allora potremo stare insieme, e dirci tutto, allenarci, e soprattutto vegliare la nostra undicesima casa dal Paradiso dei Cavalieri!”

Hyoga si sentì rasserenato e sorrise, la sua presenza eterea stava scomparendo sempre più…

“Un’ultima cosa Camus, non hai proprio più rivisto tua madre e tuo fratello? Non sai dove possano essere andati?”

“Mia madre l’ho rivista un giorno in Grecia Hyoga…era il tempo della guerra alle dodici case alla quale anche tu hai preso parte; l’ho potuta rivedere durante una battaglia… alla settima casa di Dauko…”

“Alla settima casa? Di nuovo? Ma quante volte sei andato nella casa del cavaliere della Bilancia?”

E nel mentre la figura del cavaliere del Cigno scomparve, lasciando solo un piccolo cristallo a terra e Camus, che finalmente scoppiò in un pianto trattenuto, il suo volto era sempre quel freddo viso che abbiamo sempre visto, ma le lacrime uscivano da quei meravigliosi occhi come a non poter sopportare oltre il peso di tutta una vita… decise comunque di rispondere:

“Una volta soltanto Hyoga… una volta soltanto.”

 

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