Capitolo 9: Le Axelie

 

Le tre figure femminili camminavano con titubanza nella selva antecedente la spiaggia, finché non furono fermati dalla velata figura di Argos, “Cosa ci fate qui, giovani guerriere?”, domandò incuriosito il Guardiano, “Un’offerta da parte della nostra signora Callica”, esordì la guerriera che camminava fra le tre, “te ne preghiamo, accompagnaci fra i tuoi pari, così che tutti possiate godere delle nostre cibarie”, continuò poi.

Le tre videro il volto celato dalla grande bandana muoversi, come per osservarli, poi, voltandosi, l’individuo avanzò, “Seguitemi”, esordì con voce quieta, conducendole alla grande nave.

Atanos e Pandora osservavano con disinteresse l’avvicinarsi delle tre, o almeno, questo parve loro dagli sguardi freddi delle due figure.

La figura guerriera si fece avanti per prima, inginocchiandosi dinanzi ai due, a cui si era riunito Argos, “Salve a voi nobili ospiti, io sono Hyna, una delle seguaci della possente Callica”, si presentò la donna dai lunghi capelli verdi e con taglienti occhi dorati. L’armatura era simile alle altre, adornata da simboli di mantidi religiose e scura nei colori, ma aveva una strana apertura sulle spalle, come se qualcosa dovesse uscirne per adornare la schiena della giovane guerriera.

“Vi prego, accettate i cibi della nostra terra, anche se, non avete gradito la nostra ospitalità, che possiate almeno gioire dei frutti del regno”, affermò Hyna, invitando con un gesto le due fanciulle a porgere i vassoi con il cibo agli uomini ed a Pandora.

“Noi non saggeremo di questo cibo, poiché solo gli ospiti e la regina possono farlo, quindi non preoccupatevi di saziarvi dinanzi a delle affamate”, spiegò poi la guerriera, allontanandosi di qualche passo.

“Sarebbe scortese non assaggiare”, osservò Pandora, saggiando per prima il cibo che le veniva offerto, fu poi Argos a prendere qualcosa ed in seguito Atanos.

I tre si cibarono quietamente di quel cibo finché il Guardiano non prese un bicchiere del rosso nettare offertogli, “Non toccatelo”, urlò all’improvviso Argos, gettando al suolo il bicchiere, “c’è qualcosa, una sostanza che galleggia, il colore è quasi lo stesso, perciò è difficile da notarsi”, spiegò, mentre Atanos prendeva un altro bicchiere e ne beveva il contenuto.

“Sembra un veleno di serpente, ma in qualche modo è diverso, non lo avevo mai saggiato, inoltre non ha alcun effetto mortale, non sento alcun dolore nel mio corpo, solo una lieve stanchezza, che è subito scomparsa”, spiegò l’Immortale, gettando il resto della bevanda.

“Perché questo veleno?”, tuonò prontamente Argos, mentre le due giovani già si inginocchiavano supplicanti, però nessuno vide nei dintorni la guerriera di nome Hyna.

“Dov’è finita quella donna?”, domandò allora Pandora, guardandosi intorno, “Sopra di noi”, rispose Argos, “ e non è una donna, o almeno non del tutto”, spiegò mentre i tre osservavano la figura che si stagliava in cielo.

Hyna stava subendo un cambiamento, delle immani ali stavano aprendosi sulla sua schiena, distruggendo spalliere e schienale e lasciandola a galleggiare a mezz’aria. Dai piedi della creatura, intanto, stavano fuoriuscendo degli artigli affilati dai lunghi stivali neri della guerriera.

“Che cos’è?”, domandò perplessa Pandora, “Direi un'Axelia, ma non ne vedevo da alcune ere”, rifletté sorpreso il Guardiano, osservando l’alata figura che si gettava contro di loro con ferocia ineguagliabile.

“Lasciatela a me, la farò scendere io”, avvisò Pandora, mentre i suoi stessi capelli sembravano diventare dei lunghi sciami di insetti neri e rumorosi.

“Che vuoi fare, ragazzina?”, domandò la creatura, “non hai nessuna possibilità contro Tyfia, l’Axelia volante”, l’ammonì colei che aveva detto di chiamarsi Hyna.

Subito la creatura dalle ali di rapace si gettò contro l’avversaria, perforandole il ventre con l’artiglio destro, o almeno così le parve, poiché la figura colpita si divise in centinaia di piccoli insetti, che subito si gettarono come un feroce sciame contro la nemica, torturandone la testa con il loro ronzare e dilaniandone la pelle a morsi.

“Cerca di non ucciderla, dobbiamo prima scoprire altro su di loro”, urlò all’improvviso Argos, mentre le due duellavano alte nel cielo.

Lo sciame, ad udire quelle parole, si staccò dalla preda, ritornando a svolazzare intorno alla creatura alata e riprendendo la forma di Pandora, “Hai capito quale forza mi è data? Io sono un tutt’uno con gli insetti neri che vivevano nel vaso che aprii e questi insetti non possono certo essere fermati da te”, avvisò la Fanciulla Maledetta.

“I poteri di una mortale maledetta dal dio Urros non mi spaventano, io già portavo tormenti nelle valli infernali quando tu ancora non conoscevi nemmeno l’esistenza del vaso che cambiò la tua vita, sono una creatura infernale dalla furia impareggiabile, non potrai certo battermi così facilmente”, affermò Tyfia, lanciandosi in un nuovo attacco con gli artigli affilati.

Questa volta la figura di Pandora si aprì in un gigantesco cerchio di insetti, una spirale che circondò il corpo dell’Axelia, bloccandone i movimenti, “Se veramente i tormenti di una mortale erano il tuo quotidiano lavoro, quando eri negli inferi, preparati a subire un degno contrappasso, ora che sei nel regno degli uomini”, avvisò la voce della giovane, che entrava direttamente nella mente della nemica, precedendo la mutazione dello sciame, che divenne un gigantesco fiume nero il quale strisciò sul corpo di Tyfia, entrando dentro le sue orecchie e le narici, così da produrre in lei terribili urla di dolore, mentre precipitava violentemente al suolo, dentro la nave.

“Esci da me, dannata creatura”, ringhiò il mostro infernale, sbattendo le scure ali, mentre atterrava malamente al suolo e cercando di liberarsi da quella presenza fastidiosa nel suo cranio e nelle viscere tutte, ma alla fine l’Axelia alata si arrese, inginocchiandosi al suolo e chiedendo pietà per se stessa.

“Ti concederemo la pietà che reclami, mostro degli inferi, se prima ci spieghi come tu, una delle cinque guardie del settimo girone infernale, sei giunta qui, tu, che dovevi essere già morta e per punizione ridotta a schiava dell’esercito di Sade, dimmi come sei ritornata alla vita e perché?”, domandò con tono inquisitore Argos, prendendo la parola, mentre il freddo volto di Atanos osservava con disinteresse quel dialogo.

“Noi cinque siamo state riportate in vita pochi anni fa, quando le prime scintille di guerra furono accese, dovevamo prepararci a comporre un esercito delle schiere oscure, quelle schiere che tuttora si stanno preparando nelle diverse zone del mondo, nel Regno delle Sabbie, nelle Terre del Nord, a Lutibia, presso i Cancelli dell’Oriente ed in altri luoghi a voi ignoti. Noi cinque saremmo dovute essere il primo acquisto di forze nella zona vicino ad Aven, città che avremmo dovuto spazzare via, quando i nostri signori si sarebbero infine mostrati. Ci fu data la possibilità di aderire a tale piano e la nostra comandante, colei che qui è chiamata Callica accettò. Per un anno abbiamo dormito nei corpi di donne del luogo, poi la nostra nera anima ed i poteri che ci erano propri furono risvegliati con una dote in più, quella di mimetizzarli, come voi stessi avete visto”, raccontò la creatura infernale il cui volto era segnato dal dolore che in lei stava provocando Pandora.

“Che vuol dire?”, domandò Atanos, “Chi sono questi vostri signori e come si stanno preparando nelle diverse parti del mondo?”, continuò con il suo gelido tono.

“Nemmeno io conosco i loro nomi, solo la mia comandante vi ha parlato e li teme come nessun altro a questo mondo, nemmeno di Sade, signore degli Inferi, ha tanto terrore. Per quel che riguarda il loro agire nelle altre parti del mondo, immagino intendesse la nascita di altri eserciti come noi, piccoli, ma molto potenti”, concluse poi la creatura.

“Bene, può bastare, Pandora, esci pure”, ordinò Argos e subito dopo la Fanciulla Maledetta fuoriuscì dalle orecchie e dalle narici di quella creatura infernale.

“Legatela ed andiamo ad informare Odisseus e gli altri, prima che cadano in una trappola”, suggerì dopo il Guardiano, porgendo una corda ad Atanos.

“Ormai è tardi”, ringhiò allora Tyfia, alzandosi in volo e cozzando contro l’albero maestro, che subito fu spezzato dai possenti artigli della creatura volante.

“Hai compiuto il tuo ultimo gesto malvagio”, sussurrò con voce triste Pandora, prima che la nemica iniziasse ad urlare a mezz’aria.

Il corpo di Tyfia fu scosso da un immane dolore, un tremito che la bloccò, impedendole di volare via, costringendola ad allargare le braccia a croce ed a stringere i pugni, serrando le mascelle affilate, d’improvviso dal suo corpo fuoriuscirono decine di insetti che ne strapparono le carni da ogni parte per ritrovare l’aria del cielo notturno, lasciandola cadere in una pioggia di scuro sangue sulla spiaggia che le era di sotto.

Il corpo dell’Axelia si schiantò al suolo in una posizione innaturale, “Come hai fatto?”, sussurrò con un rantolo di voce, “Avevo lasciato alcuni insetti nel tuo ventre, per evitare tali azioni, ma la violenza del tuo agire li ha risvegliati, spingendoli a fuoriuscire”, rispose cupamente Pandora, avvicinatasi alla nemica, che ora moriva dinanzi a lei, ed osservandola con viso triste di chi non gioisce per tali vittorie.

“Pandora, presto, dacci una mano con quest’albero maestro”, urlò allora Argos, riportando la giovane alla realtà. Subito la Fanciulla Maledetta si diresse verso i due compagni, che cercavano di risollevare l’albero caduto in mare, con poca fortuna.

“Dovremo sistemare prima quest’albero ed il lato della nave danneggiato, andremo poi ad avvisare gli altri, tanto Odisseus è con loro e di certo lui non si farà ingannare facilmente”, suggerì Argos, cercando di riparare il danno con i due compagni di viaggio. “Va bene, ma come faremo con quelle due giovani?”, domandò allora Pandora, “Penso che siano abbastanza spaventate da non muoversi per un lungo lasso di tempo”, osservò semplicemente Atanos, tornando ad occuparsi della parte di nave.

 

Odisseus si risvegliò all’interno della grotta dove aveva perso i sensi e capì subito, per il bagliore che entrava dall’antro, che ormai era già giorno. Si guardò intorno il Navigatore, ma vide solo Peleone che riposava, accucciata in un angolo, appoggiando la testa sulle candide ginocchia. “Chissà per quante ore mi ha sorvegliato stanotte?”, si domandò l’uomo osservando i lisci capelli di lei, che lasciavano scoperta parte della bella fronte spaziosa e chiara.

Un rumore di lui la svegliò, “Scusami, riposa ancora per un po’, è giorno da poco, direi”, esordì subito Odisseus, mostrandosi sorridente alla fanciulla. Peleone avrebbe voluto accettare quella proposta, ma fu subito riportata alla realtà dal suo candido abito, “Non posso, perché i tuoi compagni sono in pericolo e come loro lo è anche la mia famiglia, mio padre, mia madre e mio fratello”, spiegò la giovane con volto triste.

“Come tuo padre e tuo fratello? Gli uomini del villaggio non erano partiti per delle battaglie?”, domandò allora il Navigatore, con tono stupito, “Si, anni or sono partirono e molti di loro non fecero più ritorno a casa, quando io ero molto piccola, forse avevo sei anni, ma da allora tutto cambiò. Il nostro popolo, infatti, viveva in pace, cercando di ricostruire ciò che l’assenza degli uomini aveva fatto perdere e tutto andava bene, finché, due anni fa non accadde qualcosa a cinque donne della nostra capitale, quelle che tu stesso hai visto, Callica e le sue fidate generalesse. I loro corpi divennero capaci di mutare aspetto e con quei poteri riuscirono ad uccidere molti uomini e guerrieri del nostro villaggio e di quelli circostanti, costringendone altri alla prigionia in una cava sotterranea, una specie di gigantesca fossa e facendo di alcuni i primi elementi del loro sacrificio rituale”, concluse con voce triste la giovane.

“Sacrificio rituale?”, domandò incuriosito Odisseus, “Si, loro prendono uomini arrivati da lontano, o alcuni prigionieri, li stordiscono per delle ore con la stessa sostanza che hai bevuto e poi li uccidono, riprendendo la loro forma originale. Noi fanciulle siamo tenute in città con la minaccia che il nostro popolo verrebbe sterminato se ci ribellassimo, ci usano per attirare gli stranieri, poi loro se ne saziano, mangiandone gli organi interni”, rispose lei con voce mozzata dal dolore.

“Puoi dirmi altro su di loro prima che mi lanci ad attaccarle?”, incalzò lui con un sorriso rassicurante, “Si, posso dirti che il veleno viene prodotto da Callica e che si fanno chiamare Axelie, o almeno mi pare sia questo il nome che dicono di avere”, concluse semplicemente la giovane, alzandosi in piedi.

“Dove vai?”, le domandò Odisseus, “Ti condurrò io, poiché tu forse non sai la strada per raggiungere con sicurezza la città”, rispose Peleone, indicandogli la via fuori dall’antro.

 

Nella città, intanto, Eracles si riprese dal forte sonno che lo aveva colto durante la notte. L’ultima cosa che il giovane figlio di Urros ricordava era la prova di forza con la guerriera di nome Menea, poi solo confusione e da questo confusione proruppe una grande sorpresa negli occhi del giovane mortale quando si accorse di essere incatenato ad un muro insieme ad Acteon e Iason.

“Dove siamo?”, domandò il ragazzo, ma ambo i compagni erano ancora privi di sensi, in quel momento, però, sentì giungere dei passi dall’altra stanza, passi di donne.

“Dunque Peleone non si trova e con lei nemmeno il quarto ospite da sacrificare alla nostra signora?”, domandò innervosita una voce, “No, nessuno dei due”, rispose un’altra voce, “e di Tyfia non ci sono notizie da ieri sera”, continuò la prima, “Esatto”, aggiunse la seconda.

Due figure si fermarono dinanzi alla cella, dove Eracles faceva finta di aver ripreso a dormire, “Meka, dì a Sya che se vuole saggiare la propria preda dovrà ritrovarla, giacché noi tre siamo già fornite dei nostri doni per la divinità che ci comanda, doni speciali questa volta, che soddisferanno più di un divino sovrano”, concluse con tono ironico la figura, che sembrava essere Callica, prima di allontanarsi.

“Ricordale inoltre che ha solo poche ore prima che il sole raggiunga lo zenit, poi il rituale avrà atto”, concluse con tono deciso la voce che si allontanava.

Eracles decise di restare fermo ad attendere il seguito delle vicende, perplesso per quelle parole, ma curioso di scoprire di quale divinità stessero parlando, se di suo padre Urros, o di altre.

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