Capitolo 6: La famiglia regnante di Lutibia

 

Regno di Lutibia, una figura era seduta su un fasto ed immane trono dorato con dei leoni rappresentati sui lati. Ai piedi del trono, un’iscrizione che recitava in una lingua antica e quasi dimenticata: “Qui risiede il Re di Lutibia, benedetto dal sacro dio del Sole e da tutte le divinità che nel cielo e nella terra risplendono”.

L’uomo era molto avanti con gli anni, lunghi capelli candidi gli scendevano sulla schiena, il volto, segnato dalle ere che aveva passato, brillava solo di una fioca luce, una luce così cupa e triste che anche un passante, vedendolo camminare sul suo carro trionfale, poteva chiedersi se fosse più felice quel re o l’ultimo dei mendicanti del regno.

Le vesti di quest’anziano monarca erano violacee, adornate da leoni fastosi, come quello rappresentato sul suo mantello, un lungo e fasto mantello rosso, un drappo di brillante luce in quella stanza triste e cupa, finché non entrarono due giovani.

“Mio sire e padre”, esordì il primo di questi, inchinandosi subito seguito dal secondo, “Figlio mio, generale Pirros”, li salutò il monarca, alzando lievemente il capo.

“Nobile Priaso, la salutiamo e le portiamo notizie da Seev, capitale del regno di Aven”, esordì il più giovane dei due.

“Dimmi pure, Pirros, fidato generale”, replicò con calma l’anziano Re.

Il giovane aveva accesi capelli rossi, con brillanti sfumature arancio, gli occhi, di un giallo accecante, sembravano non voler restare incastonati nel volto, tanto affondavano nel prossimo quando lo osservavano. La pelle era candida e la fisicità liscia, non aveva alti muscoli e non portava fastose armatura, solo una corazza, rossa e viola, con un teschio ardente disegnato al centro, molto simile da quella del musico che aveva attaccato i sette naviganti, prima che potessero partire.

“Abbiamo notizie di Orpheus, mio signore”, esordì costui, “sembra che una settimana fa sia arrivato al Castello avverso ed il piano da lui progettato sia del tutto fallito, poiché né i sette sono stati fermati, né Ruganpos, che ora qui si trova, è stato annientato. Abbiamo solo ottenuto la sconfitta dell’esercito nostro alleato e la possibilità che quel musico conoscesse i nostri nemici, che io, di certo, avrei potuto sconfiggere con più facilità”, concluse il generale con un sorriso beffardo sul volto.

“Rivolgiti con più rispetto al tuo Re”, lo ammonì subito dopo il secondo Generale, colui che era stato definito “Figlio” dal monarca, “egli è Priaso, signore della Lutibia e mio padre”, continuò poi.

“Lo so benissimo, principe Aristos, solo che non accetto un tale fallimento causato solo da un idiota di musico mandato a fare il lavoro che meglio spettava a me ed alle mie schiere”, si scusò malamente Pirros.

Aristos era un uomo possente, grandi muscoli adornavano il corpo e la corazza viola non sembrava trattenerli a pieno, aveva una folta barba che ne nascondeva mento, guance e labbra, solo due cicatrici si potevano notare sul volto, una sul naso e l’altro intorno all’occhio sinistro, un segno antico, probabilmente. Portava lunghi capelli marroni, come la barba, che scendevano elegantemente verso le spalle, gli occhi, viola, brillavano di una luce degna di ogni rispetto ed amore. La corazza non aveva teschi ritratti, ma bensì un leone, imponente e fiero sul petto del principe.

“Fratello mio, non criticare il nostro buon generale Pirros, poiché egli è solo sprezzante e temerario in battaglia e quindi, protende ad esserlo anche nella vita comune. Ma così, tu, Pirros, non devi criticare Orpheus, poiché come tu sei fuoco che brucia i nemici, egli è dolce litania che obbliga anche il cuore più ardente alla resa dinanzi a schiere di morti”, affermò all’improvviso una voce, uscendo dalle ombre di una sala adiacente.

La figura era elegante, non portava armatura alcuna, solo un abito di seta ricamato di viola, una veste adornata da leoni. Lunghi erano i suoi capelli, di un colore simile a quello di Aristos, non portava barba alcuna, giacché il viso non era quello di un guerriero, ma di un uomo ben curato e nobile, gli occhi però, di un colore verde spento, erano infidi, quasi volessero avvelenare tutto ciò che gli era possibile osservare.

“Nobile principe Axides”, lo salutò Pirros, accennando un inchino con il capo, “Fratello”, aggiunse Aristos, salutando il con sanguigno.

“Ora, generale, puoi ritirarti, lasciaci soli, perché si possa andare a far visita a chi ne ha vero bisogno”, pregò il nuovo arrivato, prima che Pirros prendesse congedo.

“Dunque per questo c’eri anche tu, Aristos? Non per portare le nuove dal fronte, ma per la visita di questa settimana”, rifletté Priaso, “però, figli miei, come vola il tempo, già una settimana se ne è andata ed oggi di nuovo vedremo quel viso che un tempo fu bello e pieno di gioia”, affermò con tristezza il vecchio monarca.

I due figli porsero le loro mani al padre che, tenendosi da entrambi, avanzò lungo la grande sala centrale, per poi svoltare sulla destra.

I tre camminarono per qualche minuto, poi, alla fine, si trovarono dinanzi ad una scalinata, la scesero.

“Questa discesa mi sembra ogni volta più profonda e quasi la sento che mi avvicina alla mia morte”, sussurrò con tristezza il Re.

“Padre, tu sei il Re, se morissi come andrebbe avanti il nostro regno?”, chiese con tristezza Axides, “Ci sarebbe tuo fratello maggiore Aristos, egli è ben amato e voluto da tutto il suo popolo, quasi più di me”, rispose prontamente Priaso, “No, padre, non più di te, che per questo popolo sei la stella guida”, lo corresse con gentilezza il figlio primogenito.

“Grazie, mio giovane erede, ma la verità è ben altra e malgrado io sia sempre rinchiuso nel nostro castello, so bene a chi vanno i favori del popolo, come lo sapete voi”, replicò con fare altrettanto cheto il monarca.

“Ma adesso basta parlare di cose tristi, malgrado il luogo dove ci dirigiamo”, esordì poi Priaso, “dimmi Axides, come sta tua moglie, la bella Tusia? Già si prospetta per me la gioia di un altro nipotino, oltre quello che tuo fratello mi ha donato dal suo matrimonio?”, domandò con un sorriso lieto il Re.

“Non so dirtelo, padre mio, per ora non sembra che la mia dolce ed amata sposa voglia concedermi la gioia della paternità, forse fin troppo preoccupata perché cosciente di essere, in qualche modo, la causa indiretta di questa terribile guerra che danneggia il nostro regno ed il suo luogo di nascita”, rispose evasivamente il figlio, prima di fermarsi dinanzi ad una porta sorvegliata da cinque uomini incappucciati.

“Maestà, principi”, esordì uno di questi, dalla veste viola e con una zampa di leone ritratta sul cappuccio, “Guardiano maggiore, salve a te, vorremmo incontrare la povera malata, come di solito accade ogni settimana. Sta bene, o è particolarmente agitata oggi?”, domandò con voce decisa Axides, “No, mio signore, milady è quieta e riposata, ha pranzato con calma oggi e voleva addirittura aperte le serrande, speranzosa di vedere il sole, ma purtroppo, le nuvole accecano la Lutibia da tempo, come lei stessa mi ha detto”, rispose con il dovuto rispetto il guardiano.

“Perché, Anhur? Tu forse poni attenzione ad ogni suo discorso? Anche ai vaneggiamenti senza senso?”, domandò prontamente Axides, con voce da inquisitore, “No, mio principe, sto solo attento che, nei limiti del possibile, i bisogni della sua divina consanguinea siano rispettati ed esauditi, come un qualsiasi degno servo del vostro casato”, affermò con voce bassa il guardiano.

“E degno servo tu sei, Guardiano, forse anche di più, insieme ai tuoi sottoposti”, concluse Aristos, prendendo la parola, “ora, però, permetti a mio padre ed a noi di vederla”, chiese dopo, “Si, principe”, rispose seccamente il Guardiano, invitando gli altri quattro ad aprire le porte ed inginocchiarsi.

La stanza dove il monarca ed i suoi figli entrarono, sembrava più il luogo di riposo di un nobile che una prigione. Belle tende bianche coprivano le finestre, composte solo da serrande, senza vetro alcuno, un letto di morbido seta coperto, era posto ad un lato della stanza, mentre un lume, quasi sul tetto della stessa, brillava costantemente, senza mai spegnersi. I muri erano bianchi, con delle scritte in alcuni punti, parole messe quasi senza senso, da una mano apparentemente folle.

E quella mano era lì, seduta in un angolo al suolo, sopra il morbido tappeto che tutti potevano toccare. Una fanciulla, poco più giovane di Axides, dai lunghi capelli color porpora, era accucciata in un angolo.

Portava solo una veste, un abito bianco che la copriva interamente, ai polsi, delle catene per impedirle movimenti bruschi o pericolosi, lunghi e paffuti guanti le bloccavano le dite, evitando che si ferisse con le proprie unghie. Il volto, nascosto tra le ginocchio, apparve quasi magicamente, sentendo la porta aprirsi. Gli occhi erano viola, come quelli di Aristos, ma una luce quasi spenta ne brillava attraverso, il volto, elegante e liscio, era abbellito dal colore candido e dalla fisionomia perfetta, mentre qualche ricciolo porpora scendeva dinanzi alla fronte.

“Padre”, salutò la giovane, vedendo arrivare Priaso, “Mia dolce Cassandra”, replicò l’anziano vecchio, cercando di avvicinarsi, per poi fermarsi, sotto suggerimento di Axides.

“Vedo che il mondo non è cambiato in una settimana”, osservò con voce cupa la giovane, “Mia piccola gioia”, sussurrò l’anziano monarca, sorridendo alla figlia.

“Piccola gioia? Si, questo è un giusto modo per chiamarmi, poiché la visione di me in catene una volta la settimana sarà l’unica gioia di un uomo i cui figli sono andati lentamente avvelenandosi, come erbe in un cimitero”, esordì con tono beffardo.

“Tu, fratello Aristos, primogenito del regno di Lutibia, ancora cerchi disperato di vincere una battaglia che mai potrà essere vinta, una battaglia che ne Aven, ne noi festeggeremo, la battaglia contro un destino crudele, che ci ucciderà, te per primo temo. Ma d’altronde, un morto c’è già stato, Palion, il più piccolo di noi quattro figli di Priaso, il giovane che ora, per il patto che abbiamo sancito con gli dei sbagliati, già in piedi si ritrova, né morto, né uomo, ma creatura infernale, richiamata su questa terra solo per compiere la più folle delle azioni. Poi, ci sono io, che ben presto potrei anche cadere, Cassandra, terzogenita della Lutibia, che mai ho voluto donare la mia vita al dio del Sole, né a qualsivoglia altra creatura che si crede, o è, divina, per questo sono ora etichettata come pazza e le mie parole sono dette vaneggiamenti, anziché studiate, per cogliere la verità sul nostro destino. Infine tu, fratello Axides, la serpe che nostro padre cova in seno, l’uomo che ha bevuto del nettare oscuro delle nove teste, tu, più di tutti noi, sarai disgrazia per questo regno, come già lo sei per nostro padre, per me, e per tua moglie, la povera Tusia, ormai prigioniera in una cella bella come questa, ma custodita da un oscuro aguzzino quale sei tu”, concluse con tono d’accusa la giovane.

“No, basta, non fatemi più sentire di queste cose, ve ne prego”, sussurrò con voce triste il vecchio, avvicinando le mani al volto della figlia, “Cassandra, luce mia, perché non torni in te? Quale oscuro dio ha fatto così male alla tua anima?”, si domandò con tristezza l’anziano monarca.

“Nessun dio, padre mio, solo un essere che striscia nell’ombra rubando la vita di chiunque gli sia vicino ed anzi, padre, ti prego stai attento a te, non badare a me, che qui sono rinchiusa al sicuro, difesa dai miei stessi carcerieri, ma curati di te, di Aristos e di suo figlio”, pregò con un filo di voce la giovane, avvicinando la testa a quella paterna.

“Adesso andiamo, padre mio”, suggerì all’improvviso Axides, allontanandosi con Aristos ed il padre dopo pochi minuti, “Ricorda padre!”, urlò più volte Cassandra, mentre i tre scomparivano lungo le scale.

 

Poco dopo, Priaso ritornò a sedersi sulla propria sedia di monarca, mentre Aristos uscì, per preparare le sue truppe alla battaglia. Solo Axides ancora camminava lungo i corridoi del grande castello.

“Pirros, so che sei qui, non cercare più di arrivarmi alle spalle”, tuonò con freddezza il principe, “Mi scusi, mio signore, ma mi domandavo come fosse andata stavolta la visita”, esordì il giovane dai capelli rossi, avvicinandosi al figlio del Re, “Come al solito”, replicò semplicemente l’altro.

“Quindi il Re non sospetta niente?”, domandò il generale, “No, solo Tusia e Cassandra sanno, oltre me e te, degli altri non mi preoccupo: mio padre è vecchio e debole, Aristos è accecato dal desiderio di soddisfarlo, i nostri sette seguaci sono solo delle marionette, mentre Orpheus vive solo per il premio che gli è stato proposto”, spiegò il principe.

“E delle due donne che cosa ha intenzione di fare?”, domandò curioso Pirros, “Mia sorella è considerata una pazza, mentre la mia amata sposina è nelle sue stanze. Lei non parlerà con nessuno del segreto, perché è diventata e resterà solo un dolce che soddisfa le mie necessità”, concluse con tono ironico Axides.

 

Intanto, da tutt’altra parte del mondo, la nave creata da Argos era in viaggio da una settimana, prossima ad un’isola, anche se tutti sulla nave non sapevano ancora questo.

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