Capitolo 36: Sette contro Sette

 

I sette Arvenauti si guardarono fra loro, “C’è un solo modo per uscire da questa situazione”, esordì Odisseus, “Quale?”, incalzò Acteon, “Non prendere le proprie antitesi”, concluse il Navigatore.

“Ha perfettamente ragione Odisseus, nessuno di voi affronti chi lo ha attaccato nella foresta”, esclamò Argos, “Questo lo pensi tu, Guardiano”, ringhiò allora Mihok, caricando l’ex semidio, ma con fare svelto Eracles si pose fra i due, bloccando i movimenti del Minotauro, “Fermati, fratello, non ti posso permettere di attaccare il mio compagno di viaggio”, lo avvisò il figlio di Urros, spingendo lontano l’avversario.

“Sembra che a questa riunione di famiglia manchi qualcuno”, esordì allora Kuon, scattando verso i due fratellastri, ma un nemico si pose dinanzi a lui, colpendolo con un calcio e spingendolo indietro, “Spiacente, guerriero, ma come ha detto il mio mentore Odisseus, non possiamo affrontare i nemici già affrontati”, esordì Iason, ponendosi in posizione di guardia.

“Soldato di Aven, non stai forse dimenticando qualcuno?”, incalzò allora Chiron, postosi alle spalle di Iason, “No, tu stai dimenticando qualcuno, cavallino”, esclamò Acteon, lanciandosi sul centauro, “Ho già eliminato quel tuo simile su Midian, abbattere te sarà un’altra passeggiata”, lo avvisò il Cacciatore.

“Principe di Lutibia, non tentare nemmeno di attaccare il mio amico Cacciatore”, esordì a quel punto Atanos, ponendosi fra Palion ed Acteon, “Davvero? Di che dovrei aver paura?”, domandò il figlio di Priaso, mentre delle edere si lanciavano contro l’Immortale, perforandone il petto, senza però riuscire ad ucciderlo.

“Non ti preoccupare per lui, piantina, lo saprò addomesticare”, esclamò Kalos, mentre il cambiamento del suo aspetto stava avvenendo, ma il nero sciame lo fermò, “Non sperare che ti dia il tempo di mutare aspetto, vile creatura del male”, lo avvisò prontamente Pandora ponendosi dinanzi a lui. “Nemmeno tu devi sparare nella salvezza, ragazzina”, continuò Daja, sputando una delle sue tele, ma un sasso la deviò, gettandola contro una parete, “Spiacente, donna ragno, ma tu sei la mia avversaria”, avvisò Argos, togliendosi il lungo soprabito.

“Dunque siamo rimasti solo noi due, Generale?”, domandò a quel punto Sairon, guardando Odisseus, “Sembrerebbe”, rispose questi, mentre le mani s’illuminavano di una luce nera.

 

“Fratello, devi quietarti”, affermò Eracles, cercando di piegare con la forza Mihok, “Non chiamarmi fratello, moccioso”, ringhiò il Minotauro, cercando di piegare la presa del fratellastro, “Ti schiaccerò, ragazzino, così nostro padre vedrà quale doveva essere il suo vero figliastro prediletto”, ringhiò l’essere metà umano, stringendo ancora di più i pugni contro quelli del giovane figlio di Urros.

“Ora addio”, tuonò il Minotauro, colpendo al volto il fratellastro con un pugno, “Non ancora”, replicò Eracles, incassando il colpo, ma rispondendo prontamente con un diretto allo stomaco, che fece indietreggiare Mihok, per poi sollevarlo e lanciarlo contro una parete di pietra, “Come puoi considerarmi un suo figlio prediletto? Non ho mai avuto la possibilità nemmeno di conoscerlo”, replicò il giovane figlio di Urros. “Stupido di un moccioso, per forza Urros non si è mai mostrato a te, non sei un suo figlio nato dalla moglie Lera, eppure non hai gli stessi segni che abbiamo io o Kuon, né corna, né gemelli mezzi umani, anzi, hai una forza pari a quella che ho io adesso”, ringhiò Mihok, rialzandosi e lanciandosi alla carica.

“Se anche ciò che dici fosse vero, non avrei alcuna gioia ad essere un figlio di Urros, se egli non mi rivolge mai la parola, nemmeno per dirmi quando sto sbagliando, come adesso, che levo la mano contro un mio fratello”, esclamò Eracles in tutta risposta, bloccando le corna del fratellastro, così da sollevarlo e gettarlo contro la parete alle sue spalle, che crollò addosso all’essere mezzo toro.

 

Kuon, intanto, osservava sorpreso l’avversario che lo aveva gettato a terra, “Sei veloce, umano, ma non puoi niente contro di me, che fra i figliastri di Urros sono pari ad una scheggia, nessuno può vedere i miei movimenti, né evitarli e tu non sarai da meno”, lo avvisò il figliastro di Urros, prima di scattare verso il nemico. Il giovane guerriero di Aven, però, evitò gli attacchi, “Se cerchi di abbattermi solo con questa serie di calci e pugni, allora parti svantaggiato, fratellastro di Eracles, lo stesso centauro è riuscito a battermi perché aveva quattro zampe, ma tu non mi pare che abbia tanta fortuna”, ridacchiò Iason, lanciandosi all’attacco. La velocità del guerriero era aumentata rispetto a quella che aveva all’inizio del viaggio, di questo si accorsero tutti i suoi compagni che in quel momento lo osservarono. Con una veloce serie di calci, il guerriero seguace di Ruganpos iniziò a colpire il nemico, “Ormai sono stato iniziato ai segreti dell’essenza, come puoi sperare di abbattermi?”, reclamò Iason, gettando al suolo il nemico con un ultimo calcio. “Come può un misero uomo abbattere me, che sono figlio di un dio?”, ringhiò Kuon, rialzandosi, “Non sono più un misero uomo, in me la forza datami dal mio insegnante è presente, non potrai battermi con la sola velocità, perché in essa ti sono superiore e perché a questa so unire la forza fisica”, esclamò il Guerriero di Aven, scattando in avanti e colpendolo con un diretto allo stomaco, che lo schiantò al muro, lasciandolo stordito.

 

Acteon, intanto, era stato gettato al suolo da Chiron, “Complimenti, cavallino”, esordì il Cacciatore, rialzandosi, “sei più forte di quel tuo simile che ho incontrato sull’Isola di Midian”, si congratulò l’uomo maledetto da Ritmed.

“Moka era un soldato a me inferiore per grado e valore, una pedina che è stata spedita di guardia ad una stupida divinità inferiore, di certo non paragonabile a me, per potenza o valore in battaglia”, avvisò prontamente il Centauro, lanciandosi all’attacco con le zampe anteriore. Acteon, però, evitò l’assalto e con un veloce salto colpì al petto il nemico, perforandone i possenti muscoli con gli affilati artigli, “Forse sarai più potente, ma ti elimino di certo, come ho fatto con il tuo simile. Poi, per quel che riguarda le tue qualità, ne riparleremo, perché a me sembri tanto una pedina come Moka”, lo avvisò Acteon, osservandolo con sguardo serio e pronto alla lotta.

“Taci, cane!”, tuonò Chiron, scattando di nuovo all’assalto, che andò nuovamente a vuoto. “Sembri non voler capire, stupido Centauro, contro il possente Acteon i tuoi colpi non hanno effetto, già da prima ero un grande Cacciatore, ma ora sono anche un forte guerriero, accompagnato in battaglia da amici che prima non avevo e pronto a combattere per salvare me stesso e tutti loro”, urlò il mezzo uomo.

In quel momento il Centauro lo colpì allo stomaco con una zampata possente, ma allora Acteon ne approfittò, conficcando gli artigli nelle zampe anteriori del nemico e sollevandolo con un enorme sforzo fisico, così da gettarlo al suolo ferito, “Ed adesso addio”, tuonò il Cacciatore, lanciandosi contro il nemico, che lo evitò, colpendolo con due zoccolate, che lo sbatterono dal lato opposto della grotta. Nessuno dei due nemici si muoveva in quel momento.

 

Atanos aveva già subito diversi attacchi di Palion, senza subire alcun danno dai suoi colpi. La resistenza dell’Immortale era persino riuscita a sbalordire il defunto principe Lutibiano. “Com’è possibile?”, si chiese ad un tratto il giovane figlio di Priaso, “Sono ormai secoli che niente mi ferisce, giovane defunto, per cui non puoi sperare di riuscire in ciò in cui nessuno è capace, giacché le tue doti possono essere un freno per Acteon, mio compagno di battaglia, ma su di me non hanno effetto alcuno. Le tue radici perforano il mio corpo che si ricompone, le rampicanti mi graffiano, senza lasciarmi segni, è inutile ogni tuo attacco, solo la resa ti salverà da ritornare al tuo stato di defunto”, lo avvisò gelidamente Atanos, avanzando verso di lui con fare deciso.

“Come osi minacciarmi? Io sono Palion, figlio di Priaso, principe di Lutibia, sai cosa vuol dire questo? Che nessuno può osare tanto”, ringhiò il giovane, mentre il suo braccio destro si tramutava in una lancia di spine, che si conficcarono nella gola di Atanos, per poi uscirne senza lasciar alcun segno sul suo corpo.

L’Immortale colpì allora il giovane con un diretto al volto, gettandolo al suolo, “Mi dispiace che tu sembri capire la tua condizione”, esordì l’essere senz’anima, “non sei più il principe di Lutibia, da morto non puoi essere altro che un defunto, non ti dovrebbe nemmeno essere consentito tornare su questa terra, come non lo dovrebbe essere ai tuoi compagni. Fra la vita e la morte c’è un profondo abisso, lo stesso in cui io sono condannato a risiedere da secoli, un abisso che voi state cercando di sorpassare, aiutati da questo vostro misterioso Padrone, dai poteri di quest’Idra Nera, dei poteri che non posso far altro che odiare”, ringhiò l’Immortale, osservando il nemico che tentava di rialzarsi.

“Che ne può sapere un Immortale di cosa sia la morte?”, replicò Palion, lanciandosi in un nuovo attacco con delle affilate radici, che perforarono il corpo di Atanos, mentre questi si avvicinava al nemico, colpendolo con un altro diretto al volto, che gettò il giovane principe a terra, svenuto. “Lo so molto bene”, fu l’ultima cosa che l’Immortale disse al nemico, mentre le radici si ritiravano dal suo corpo, senza lasciar segno alcuno.

 

Anche Pandora era impegnata in una lotta che appariva impari: i suoi neri insetti, infatti, avevano ormai circondato Kalos, costringendolo ad indietreggiare di continuo, “Come può essere? Dannazione, non mi dà nemmeno il tempo di leggere nella sua mente quale sia il suo punto debole”, ringhiò il mutaforma, prima che lo sciame si fermasse.

“Forza”, esordì Pandora, “prova a leggermi nella mente”, lo sfidò lei, con volto cupo, ricevendo un sorriso beffardo di risposta.

Dopo un po’, però, il sorriso sul volto di Kalos divenne stupore e quindi terrore, “Come è possibile? La tua mente è piena del ronzio di quei maledetti insetti neri, ne sei piena anche nella testa?”, urlò sbalordito il mutaforma, indietreggiando spaventato.

“Tu non puoi capire cosa sia il vero terrore, sei abile solo a copiare le debolezze degli altri, se ciò che ti è possibile, non sai cosa vuol dire soffrire l’eterna dannazione vivente, per te l’unica sofferenza risiede in quello che fai agli altri, mostrandogli i loro terrori, ebbene, ti renderò la cosa più facile, eccoti il mio terrore, in tutta la sua spaventosa rumorosità e violenza”, concluse furiosa Pandora, mentre il suo intero corpo si trasformava nel nero sciame, investendo in pieno Kalos, che si gettò in acqua, per evitare il temibile assalto.

 

Anche lo scontro di Argos era movimentato, il Guardiano, infatti, aveva aperto gli occhi rossi che si trovava sulle braccia, evitando così le diverse tele lanciategli contro dall’avversaria. “Sei veloce, Guardiano, riesci ad evitare ogni mio assalto come se fosse lanciato a rallentatore”, esclamò Daja, “Non veloce, bensì capace di vedere tutto grazie agli occhi rossi che risiedono sulle mie braccia, ogni movimento mi è chiaro e lento dinanzi a questi occhi, nessuno può sorprendermi con attacchi veloci in questo caso”, spiegò l’ex semidio, avvicinandosi svelto alla nemica e colpendola al ventre con un possente diretto, che la fece saltare lontano.

“Come osi colpire una donna?”, domandò infuriata Daja, sputando un’altra rete contro il nemico, stavolta gigantesca, “Voglio proprio vedere come la eviti questa”, ridacchiò poi, lanciandosi di seguito alla sua ragnatela. Argos, però, non la evitò, bensì indietreggiò con veloci capriole, lasciando che si attaccasse al suolo, per poi raggiungere la nemica, avvicinatasi con un balzo, con un veloce calcio al volto, che la schiantò di nuovo indietro.

“Non puoi sperare di battermi solo con queste tele, donna ragno, in me vi è la determinazione di chi è devoto ad una causa, non di chi combatte solo per se stesso, anche se mi incollassi ad una parete, mi libererei, anche solo per colpirti di nuovo e costringerti alla resa prima che per me sia troppo tardi”, avvisò Argos, “Ma se non accettassi la resa?”, incalzò Daja, rialzandosi ed attaccando di nuovo, “A quel punto ti ucciderei, come temo dovrò fare, sfortunata creatura”, tagliò corto l’ex semidio, evitando la tela e colpendo allo stomaco la nemica, che si schiantò contro una parete alle sue spalle.

 

L’unico scontro che ancora non si era animato, era quello fra Odisseus e Sairon, “Chi lo avrebbe detto che ci saremmo ritrovati qui a combattere, Generale. Diversi secoli fa tu eri un soldato, questo è vero, ma io ero solo un misero sacerdote, un uomo di fede, finché tu non rovinasti la mia vita, in quel giorno infausto”, ringhiò il domatore di Serpenti Marini.

“Quello non fu un giorno funesto solo per te”, replicò con voce cupa il Navigatore, alla cui memoria tornarono ere passate e tempi di guerre che ormai facevano parte del mito.

Si rivide il Navigatore, si rivide giovane generale di appena quarant’anni. Era al comando di una delle fazioni di quello che sarebbe poi diventato l’Oleampos, avevano invaso l’antico regno dei Tulakei, per delle questioni di governo dei mari che i due regni condividevano, ma ormai la guerra era andata oltre questi semplici problemi territoriali, alla fine vincerla era diventata l’unica ragione di vita per ambo le fazioni. Per questo Odisseus, dopo la morte del migliore guerriero del suo esercito, e suo pari come generale, aveva sviluppato il piano del grande Cavallo di Mare, uno degli animali sacri a Possidos e quindi alla città con cui erano in guerra.

Avevano finto la fuga i soldati dell’Oleampos, lasciando quel simbolo di legno gigantesco, ma dinanzi a quella creazione, uno solo era stato il piano del sommo Sacerdote di allora, Sairon. “Distruggiamolo”, aveva suggerito il Sacerdote, “poiché deve essere una creazione maledetta se fatta dai nostri nemici, diamogli fuoco”, aveva tuonato, avvicinando una fiaccola alla costruzione di legno, appoggiata sulla spiaggia adesso spoglia.

In quel momento, però, qualcosa era intervenuto a fermare il Sacerdote, un gigantesco serpe di Mare che aveva sbranato Sairon, facendo intuire a tutti gli abitanti della città Tulakea che quella statua di legno era cara a Possidos.

Dopo questo segno, i soldati dell’esercito Tulakeo avevano portato dentro la statua di legno, segnando il loro destino. Nella notte, infatti, l’esercito, guidato da Odisseus, aveva assaltato dall’interno della città i nemici, uccidendoli tutti, uno dopo l’altro.

La mattina dopo vi era grande festa, fatta dagli invasori. Odisseus anche festeggiava, così baldo e pieno di se, brindava dinanzi al tempio di Possidos, quando un uomo gli passò dinanzi, era una figura senza una forma chiara, circondata da una luce azzurra.

“Festeggi, prode Generale Odisseus? Ma non alzi nemmeno una volta il calice verso Possidos, dio che ti diede la vittoria?”, domandò quella figura, “Non è stato un dio come Possidos a darmi la vittoria, ma la mia furbizia”, replicò allora il futuro Viaggiatore, “Come puoi dire questo?”, incalzò infastidito l’essere, “Se non fosse stato per Possidos, che ha apprezzato la tua furbizia, quel Sacerdote avrebbe dato fuoco alla costruzione di legno”, concluse.

“Se Possidos ha veramente apprezzato la mia furbizia, che sia lui ad alzare il calice in mio onore, poiché più di un dio che osserva ed agisce poco, sono io a meritare lodi celesti e supreme”, esclamò Odisseus, alzandosi in piedi, ma subito una folata di vento lo rigettò a terra.

“Come osi, misero mortale? Una vita sola non basterebbe per pentirti di queste parole ignobili”, tuonò il vecchio, il cui corpo era ora composto di sola luce, “Per punizione, ingrato essere, vagherai per sempre nei miei territori, non vedrai più la tua dimora, né alcuna persona cara ti sarà più lasciata vicina, a te solitudine e disperazione dovranno essere compagne per sempre”, concluse l’essere, prima di sparire, “Così ha parlato Possidos”, sembrò dire un eco lontano.

Dopo quelle parole, Odisseus sentì un vuoto ed una solitudine tremenda dentro di se, sensazione che gli restò dentro per sempre.

Questi tristi ricordi affiorarono alla mente dell’arvenauta, “Non rimembriamo il nostro triste passato”, esordì subito dopo, prima di lanciarsi all’attacco.

“Sono d’accordo”, replicò Sairon, mentre due serpenti di mare si scagliavano contro il Navigatore, venendo distrutti dai neri pugni dell’uomo.

“Preparati, il mio assalto è appena iniziato”, ringhiò il Domatore di Serpenti marini, richiamandone altri, ma, d’improvviso, le bestie terribili si fermarono come spaventate da qualcosa.

 

Pandora, in quello stesso momento, emise un urlo terribile, ricostituendo il proprio corpo, “Che succede?”, domandò prontamente Eracles, mentre tutti si voltavano verso l’Arvenauta sofferente.

Anche Acteon ed Argos caddero in ginocchio, come terrorizzati, subito seguiti da Daja, Mihok e Chiron, i cui corpi sembravano tremare oltre ogni limite, come l’erba che componeva Palion, che iniziò a vibrare incontrollata.

“Odisseus, che succede?”, domandò Iason, “Arriva qualcosa di terribile, lo percepisco anch’io”, rispose Atanos, guardando l’ombra che si muoveva sull’acqua, mentre il sole sorgeva dinanzi a tutti loro.

“Odisseus, è la stessa entità che ho percepito a Lembia, quella presenza terribile, sta arrivando qui da noi”, rispose Argos, rialzandosi a fatica, “Vero”, balbettò appena Acteon, rimettendosi anch’egli in piedi.

“Il Padrone”, sussurrò Sairon, osservando quattro dei suoi sei compagni in preda al terrore, “Kuon, Kalos, cercate di fermarli, siete gli unici che non hanno problemi”, tuonò il Domatore di Serpenti.

“Dobbiamo ritirarci, torniamo alla nave e dirigiamo verso l’Isola, presto”, ordinò in quello stesso momento Odisseus, prima di spingere via Argos ed Acteon.

“Fermateli”, tuonò nel caos generale l’ex sommo sacerdote, prima di vedere Kuon volare verso Kalos, investito da un velocissimo pugno di Iason, che subito corse poi via, insieme ad Eracles, che sorreggeva fra le braccia Pandora, stordita per ciò che aveva percepito avvicinarsi.

 

Corsero come schegge gli Arvenauti, “Dobbiamo fare presto, quell’essere non è niente che possiamo affrontare, almeno non così ridotti”, aveva avvisato Argos, correndo dinanzi ai propri compagni, conducendoli verso la nave, “Che cosa avete sentito di così terrificante?”, domandò stupefatto Eracles.

“Il male, ragazzo, in una delle sue forme”, rispose titubante Atanos, “Che intendi dire?”, incalzò Iason. “Su Lembia avevo avvertito come una strana sensazione lontana, come un terrore che poteva distruggere le anime e far impazzire le menti, quello era il male inteso come furia, ma insieme a lui vi era qualcosa di diverso, un freddo male, cinico e distante, desideroso solo di compiacersi di se stesso. Ora, però, questo secondo male, più cinico, non era presente, ne ho percepito uno solo, animato da puro disprezzo, desideroso solo di spazzarci via, si sentiva da lontano, e per quanto avrei voluto vedere di provare la sua forza su di me, qualcosa mi ha spinto ad allontanarmi insieme a voi, non so nemmeno io perché”, spiegò l’Immortale.

“Mi stai dicendo che persino tu ne hai avuto paura?”, domandò Acteon, avanzando veloce con i compagni, “Allora non è stata solo una mia impressione, provocata da un istintivo ed animalesco terrore, è davvero pericoloso quell’essere, qualsiasi cosa sia”, spiegò il Cacciatore, mentre già vedeva la nave sulla spiaggia dinanzi a se.

Subito i sette arvenauti salirono sulla nave, senza la minima titubanza. “Presto, partiamo”, ordinò Odisseus, “la nostra meta non è più tanto lontana e qui abbiamo perso fin troppo tempo, lasciamo che il male pensi a se stesso”, spiegò il Navigatore, aiutando Argos a riprendere il mare.

Ora erano diretti verso Ten-Lah.

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