Capitolo 34: La
Trappola
I cinque Arvenauti camminavano quietamente nella piccola selva di quell’Isola deserta, “Sembra che non troveremo alcun nemico qui”, esordì dopo alcuni minuti Iason, avanzando con i compagni, ma Acteon non era altrettanto calmo.
“Che succede, Cacciatore?”, domandò ad un tratto Eracles, notando Acteon voltarsi, “C’è qualcosa, un animale, sembrerebbe, ma ha un odore che non riesco a riconoscere, qualcosa di putrido, celato dal forte odore di queste foglie”, concluse l’uomo maledetto da Ritmed, indicando un piccolo fascio di foglie verdognole.
Una risata proruppe allora nell’aria, qualcosa di cupo e sinistro, che circondò i cinque da tutti i lati, “Da dove proviene?”, si domandò Iason, “Non lo so, ma sembriamo circondati”, rifletté allora Pandora, guardandosi intorno.
“Taos”, esclamò ad un tratto una voce femminile, “Taos”, ripeté più volte, “Che cosa ha detto?”, esclamò in tutta risposta Eracles, “Non lo so, ma questa voce proviene dalla nostra destra, questo è sicuro”, rispose Pandora.
“Tornate indietro”, affermò allora Atanos, “Io vado a controllare di chi è quella voce”, tagliò corto l’Immortale.
“Che cosa?”, tuonò Acteon, “Tu non vai da solo, lascia che almeno uno di noi ti segua”, affermò il Cacciatore, “No, sono l’unico che non rischia la vita a restare qui intorno, voi, intanto, tornate indietro”, rispose Atanos, appoggiando una mano sulla spalla del mezzo uomo, “Lo sai, non vi tradirò, inoltre sei il mio primo amico dopo tanto tempo, abbi fiducia in me”, concluse l’Immortale, prima di dirigersi verso la voce, che continuava a ripetere “Taos”.
Sulla nave, intanto, Odisseus ed Argos guardavano l’orizzonte, “Si sono allontanati parecchio?”, domandò il Navigatore, “Si, ma c’è di peggio, c’è qualcuno in avvicinamento, e non è uno solo”, affermò il Guardiano. A queste parole anche Odisseus si alzò, preoccupato, “Dobbiamo andare da loro, siamo stati troppo avventati nel sottovalutare questo posto”, propose Argos, prima di voltarsi verso il mare, “Questo lo ho avvertito anch’io, ormai non possiamo aiutarli, siamo sotto attacco anche noi”, concluse il Navigatore, mentre delle sottili onde si aprivano sulla superficie del mare.
“Pensate che Atanos abbia fatto bene a restare indietro?”, domandò Iason, avanzando con i compagni nella selva, “Non ti devi preoccupare per lui, ragazzo, è fin troppo duro da sconfiggere l’Immortale”, lo rassicurò Acteon, prima di fermare i quattro compagni con un gesto della mano.
“Che succede?”, esclamò Eracles, guardandosi intorno, “Arriva qualcuno”, rispose prontamente il Cacciatore, mentre un forte rumore di zoccoli e passi circondava i quattro. Fu un attimo, poi qualcuno, due nemici apparentemente, colpirono i quattro, passandovi in mezzo e raggiungendo Iason ed Acteon con dei diretti alla nuca, così da gettarli al suolo, per poi nascondersi di nuovo nella selva.
“Tutto bene?”, domandò prontamente Pandora, “Si, io sto bene, e tu Cacciatore?”, incalzò il Guerriero di Aven, rialzandosi, “Sto bene, ma ora non me li faccio scappare questi tizi, voi tornate alla nave, io sistemo questi due”, ringhiò Acteon, rialzandosi, “Ed io ti darò una mano, ho una carezza da restituirgli”, aggiunse Iason.
I due si scambiarono uno sguardo d’intesa, poi si gettarono nella selva, inseguendo i nemici che li avevano assaliti.
Atanos stava intanto seguendo la voce, “Taos”, sentì chiamare più volte, mentre raggiungeva un piccolo lago e lì, la vide. Era una fanciulla dai corti capelli castani, gli occhi piccoli e del medesimo colore che non risplendevano in quel viso delicato e spento. Il suo abito era candido, mai ne aveva visti di così belli l’Immortale, ma in quel momento non pensava a questo, bensì a colei che gli era davanti. “Doka”, balbettò Atanos, “Taos, sei giunto da me?”, domandò la fanciulla con viso triste, “Non puoi essere tu”, replicò allora l’Immortale, rimanendo immobile, “Sono io invece, Sade è stato magnanimo, mi ha concesso di prenderti, potrai venire con me negli inferi, presto prendi la mia mano, da questo lago giungeremo alla nostra ultima casa, quella che ci saremmo dovuti prendere dopo sposati”, sussurrò la bellissima fanciulla con viso triste, “su, Taos, vieni da me”, concluse.
“Taos, da quanto tempo non mi chiamavano così, da quando tu sei morta”, sussurrò triste Atanos, avanzando verso la giovane, ma, quando ormai stava per prendere la sua mano, accadde qualcosa, il terreno sotto i suoi piedi crollò e l’Immortale si ritrovò in una fossa.
“Che succede, Doka?”, domandò sorpreso Atanos, “Nessuna Doka qui, stupido Immortale, solo il magnifico Kalos”, ridacchiò una voce maschile, fuoriuscendo dalla bocca della fanciulla, che lentamente mutò d’aspetto. Era adesso un giovane dai leggiadri lineamenti, la pelle era dorata e candida, i capelli, lunghi e castani, scivolavano vigorosi sulle spalle, mentre gli occhi, verdi e splendenti, guardavano con disprezzo l’interlocutore. Atanos, capito l’inganno, cercò di liberarsi dalla trappola, ma si ritrovò bloccato in una specie di tela, qualcosa di viscoso da cui non riusciva a staccarsi.
“Non tentare fughe inutili, non è possibile che un essere, per quanto Immortale, sia capace di spezzare la tela della mia compagnia di viaggio”, concluse il mutaforma, tirando a se la rete in cui aveva imprigionato Atanos.
Nella boscaglia, intanto, Acteon ed Iason continuavano il loro inseguimento, “Senti il loro odore, Cacciatore?”, domandò nella foga della corsa il Guerriero, “Solo di uno dei due, queste piante stanno diventando troppo fastidiose”, ringhiò l’altro, continuando a seguire il compagno.
All’improvviso, però, Acteon inciampò, cadendo nella vegetazione, cercò di avvisare il compagno, ma delle rampicanti si legarono alla sua testa, schiacciandogliela contro il suolo, come se agissero volontariamente.
Passarono pochi minuti, poi il Cacciatore fu liberato, “Alzati pure, animale”, lo avvisò una voce cupa. “Come mi hai chiamato?”, ringhiò Acteon, rialzandosi in piedi, ma l’ira fu quietata dalla sorpresa, colui che lo aveva offeso non era pienamente un uomo, bensì un giovane il cui corpo era costituito da foglie e terreno, che usciva per metà dalla boscaglia, “Hai fatto conoscenza con i miei amici rampicanti, giusto, servitore di Aven? Bene, ora farai conoscenza anche con me, Palion della Lutibia”, lo avvisò lo strano essere dai capelli verdi di fogliame primaverile e gli occhi simili a semi gialli.
Subito un altro gruppo di rampicanti scattò contro il corpo di Acteon, intrappolandone i movimenti e rigettandolo a terra, legato in un modo così stretto da impedirgli ogni movimento, persino il più semplice con gli artigli.
“Con te siamo a due”, ridacchiò l’essere vegetale, mentre il terreno sembrava spingere il Cacciatore dietro al suo nemico.
Pandora ed Eracles, intanto, stavano continuando la loro avanzata verso la nave, “Pensi che gli altri staranno bene?”, domandò il giovane figlio di Urros, “Non lo so, comunque non possiamo preoccuparci sempre dei nostri compagni, dobbiamo anche avere fiducia in loro”, lo rassicurò lei, “Si, hai ragione”, rispose prontamente il ragazzo, prima di notare la spiaggia che si apriva oltre la fine della boscaglia. “Dobbiamo avvisare subito Odisseus ed Argos, quindi non restare indietro per tenere il mio passo, Eracles, anche perché ora mi alzerò in volo”, avvisò Pandora, mentre il nero sciame si iniziava a sollevare in aria, “Bene”, replicò il ragazzo, avanzando oltre la boscaglia.
Quando rimase sola, Pandora si girò verso il fitto del bosco, “Non vorrei lasciare soli gli altri, ma con il Navigatore ed il Guardiano avremo più possibilità di trovarli”, pensò, prima che un rumore la costringesse a girarsi verso destra.
“Dove guardi?”, domandò allora una voce femminile, prima che una gigantesca tela cadesse sopra il corpo di Pandora, intrappolando per intero il nero sciame e rigettando la giovane maledetta da Urros a terra, incapace di muoversi ancora.
“Così colei che nasconde in se gli insetti, viene battuta da chi mostra al mondo i ragni?”, domandò ironica una voce di fanciulla, mentre una figura scendeva da un albero. Era una donna, dal bellissimo aspetto, il petto, appena coperto, era segnato da dei strani tatuaggi, come il volto, adornato da lunghi capelli violacei ed occhi azzurri, sei occhi azzurri. Delle zanne affilate uscivano insieme ad una sottile tela dalle sue labbra, mentre il resto del tronco e le gambe erano simili a quelle di un gigantesco ragno dalla pelle marrone, adornati con gli stessi tatuaggi.
“Sorridi, bella fanciulla, sei prigioniera di Daja, la regina dei Ragni”, ridacchiò la creatura, portando con se la nemica.
Sulla nave, intanto, sia Odisseus sia Argos si guardavano intorno, “Li vedi arrivare?”, domandò ad un tratto il Navigatore, “Solo Eracles, ma è in pericolo, ci sono due nemici che gli stanno correndo contro, dobbiamo aiutarlo”, affermò il Guardiano, prima che qualcosa urtasse lo scafo dell’imbarcazione.
“Che cos’è stato?”, domandò Odisseus, “Niente di buono. C’è qualcuno in acqua, che punta la nave con dei giganteschi serpenti di Mare”, spiegò Argos, “Lascialo a me questo ammaestratore”, replicò allora il Navigatore, “tu vai ad aiutare il ragazzo”, concluse, prima che il compagno scendesse dall’imbarcazione.
Argos corse per alcuni minuti, “Devo far presto, non c’è molto tempo, ormai hanno già preso tre di noi, coloro che meglio sanno usare i propri poteri, non gli sarà difficile catturare anche i due giovani, allora rimarremmo solo io ed Odisseus”, pensò fra se il Guardiano, prima che una figura nella boscaglia lo convincesse a fermarsi.
“So che sei nascosto lì, essere oscuro, mostrati a me, non c’è speranza di attaccarmi di sorpresa”, avvisò Argos, rivolgendosi alla figura che aveva intravisto, “So bene che è impossibile cogliere di sorpresa il grande Guardiano celeste, almeno che non si sia a propria volta degli dei, proprio come Urros”, ridacchiò una voce, prima di scattare di corsa fuori dall’ombra del bosco.
“Cosa speri di fare, strano essere?”, domandò allora Argos, evitando il primo pugno del nemico e schivando la sua carica, “Strano essere? Tu che hai mille occhi nel corpo dai dello strano a me, Mihok?”, tuonò il nemico, roteando sul proprio asse e lanciando un diretto allo stomaco del Guardiano, troppo vicino per evitarlo. Il diretto fu bloccato dalle mani di Argos, ma questo non bastò, poiché la forza di quel nuovo nemico era senza pari, una forza tale da lanciare in aria il Guardiano e schiantarlo, stordito, contro un albero, che andò subito in pezzi.
“Un Minotauro?”, balbettò Argos, osservando attentamente il nemico che gli si avvicinava, “Esatto, frutto della tua incapacità di Guardiano”, replicò Mihok, scattando in avanti e colpendo l’avversario ancora stordito con un calcio, così da farlo svenire.
Il corpo del possente nemico era spaventosamente muscoloso, sollevò con facilità, con le braccia scure, Argos, sostenendolo sotto la spalla, mentre i corti capelli castani scivolavano sinuosi sulle grandi corna bianche del Minotauro ed i suoi occhi verdi guardavano con disprezzo la preda appena catturata. “Ti ucciderei subito, Guardiano, se non dovessi prima portarti al cospetto di chi ci comanda”, ringhiò l’essere, scomparendo nella foresta.
Iason, intanto, si era fermato, accortosi solo dopo alcuni minuti, di aver perso Acteon, “Che il Cacciatore abbia fiutato un’altra pista?”, si domandò il giovane Guerriero, “No, ragazzino, nessun’altra pista, chi vi ha attaccato è qui dinanzi a te”, esordì in quel momento una voce.
Iason si voltò e vide dinanzi a se un centauro, un essere molto simile a Moka, per i lunghi capelli scuri ed i lineamenti duri, ma con un corpo diverso, più robusto e pieno di ferite, oltre che costituito da un possente stallone marrone, dalla cinta in giù.
“Tu chi sei?”, domandò il Guerriero, “Chiron, generale dell’Esercito dei Centauri, in congedo per morte sul campo”, rispose l’essere. “Che cosa?”, balbettò stupito l’uomo suo nemico, “Esatto, Iason, sono morto sul campo, ma questa è una storia che a te non interessa”, replicò il Centauro, lanciandosi all’assalto del nemico.
Con velocità il giovane guerriero parò un diretto dell’avversario, cercando poi di colpirlo con un veloce calcio, ma si ritrovò le gambe bloccate da quelle del centauro, “Il brutto di avere solo quattro arti, non hai come meglio muoverti, vero?”, domandò ironico Chiron, colpendolo poi al capo con una possente testata, “Rilassati, tanto i tuoi compagni sono già nostri prigionieri, ora potrai raggiungerli”, ridacchiò ancora l’essere, investendo di nuovo la fronte del giovane, da cui sgorgò del sangue, mentre Iason perdeva i sensi.
“Speriamo di non averlo ucciso, dato che li vogliono vivi”, pensò fra se il Centauro, prendendo in groppa il giovane ed avanzando verso l’interno della boscaglia.
Eracles aveva ormai smesso di correre, quando si era accorto dell’assenza di Pandora alle sue spalle, poco dopo aveva sentito dei passi pesanti, come di un gigante, che scivolavano rumorosi nella boscaglia, quindi, preoccupato, il giovane era ormai pronto a ritornare sui suoi passi.
“Dove vai fratello?”, lo fermò però una voce, che lo sbalordì con quell’appellativo.
“Tu chi sei?”, domandò prontamente il figlio di Urros, voltandosi ed osservando un uomo, apparentemente normale, con profondi occhi verdi e capelli del tutto simili ai suoi, oltre che con lineamenti molto somiglianti, ma con un fisico più asciutto ed elegante.
“Io sono Kuon, uno dei tanti figli di Urros, quindi un tuo fratellastro”, si presentò quest’individuo con un sorriso gentile, “Che cosa?”, balbettò Eracles, stupito, “Non dirmi che pensavi di essere l’unico? Sappi, anzi, che su quest’Isola, oltre me e te, c’è un altro nostro fratellastro”, replicò l’altro, avvicinandosi a braccia aperte al giovane.
“Certo tu sei il più giovane, ma l’impresa in cui sei impegnato ti ha reso di sicuro il più nobile agli occhi di nostro padre, a te è concesso di vederlo”, esordì il giovane, “Posso vedere Urros?”, balbettò Eracles, “Si, certamente”, rispose l’altro, chinando il capo.
Il giovane Arvenauta, però, allungò il braccio verso il nuovo fratellastro, “Alzati, fratello, troppo è chinarsi dinanzi a me”, lo esortò Eracles, prima che le sue mani scivolassero nel vuoto, facendolo quasi inciampare.
Un colpo alla nuca raggiunse di soppiatto il giovane figlio di Urros, gettandolo al suolo, “Mi dispiace, fratellino, ma hai scambiato l’immagine residua di Dextero per me, Kuon”, ridacchiò colui che si era definito figlio di Urros, gettando poi una sottile tela sul corpo di Eracles, per trascinarselo nella folta boscaglia.
Odisseus era rimasto sul bordo della nave, osservando due giganteschi serpenti di mare che nuotavano intorno all’imbarcazione, senza intenzione alcuna di attaccare, poi, all’improvviso, dalle profondità del mare, apparve un terzo serpente, che si alzò in tutta la propria maestosità, mostrando un pallido uomo sul suo capo.
“Sono quasi sorpreso di rivederla, Generale Odisseus, grande eroe delle guerre contro i Tulakei di mille e più anni fa”, esordì la figura, mentre il serpente portava il proprio capo all’altezza dell’Arvenauta.
“Chi sei tu, per chiamarmi così?”, domandò allora il Navigatore, “Un altro che come te ha conosciuto l’ira di Possidos, ma non per azioni indegne, bensì per la tua viltà e gli inganni che sapevi tessere già da mortale”, esordì l’uomo, mostrandosi al nemico.
Era pallido in volto, quasi bianco, portava una lunga barba incolta del colore delle alghe, lo stesso dei suoi capelli, che scendevano disordinati sul lungo abito grigio, mentre gli occhi, verdognoli, brillavano sinistri nel viso, rendendolo simile al serpente di mare su cui sembrava comandare.
“Sairon? Dovresti essere morto!”, esclamò sbalordito il Navigatore, “Ed un morto in effetti sono, ma ci sono persone che non sanno stare al loro posto, come te e come me, quindi ritornano dall’esilio infernale a cui gli dei li avevano condannati, fanno anche un patto con il male, se è necessario per il loro fine, la libertà, la vendetta, o la difesa del suolo patrio. Come accade per me ed i miei sei compagni di viaggio, che a quest’ora avranno già catturato i tuoi arvenauti”, concluse con una risata sarcastica l’uomo pallido.
“Siete voi gli inviati della Lutibia!”, esclamò Odisseus, “Acuto come sempre, Generale, hai indovinato. Sette nemici perfetti per voi. Il mutaforma per l’Immortale, così da sconfiggerlo nello spirito, poiché il corpo è indistruttibile. La Regina dei Ragni per la Signora degli Insetti, affinché il suo sciame sia intrappolato. Il giovane principe, ora pianta umana, per un Cacciatore che non fa molto caso alla vegetazione. Un Centauro per il più veloce guerriero fra gli uomini, un Minotauro furioso per il Guardiano dai Cento occhi e dei figli di Urros caduti per il prediletto del Signore Celeste. Per finire, poi, io, che già ti conobbi e sapevo bene il tuo modo di pensare ed agire”, concluse Sairon.
“E ti dovrebbe aiutare conoscermi?”, domandò Odisseus, “Certo, perché tu non mi attaccherai mai, se questo metterà in pericolo i tuoi sei compagni, ormai prigionieri. Quindi, Generale, fammi il favore di non perdere tempo in inutili discussioni, perché devo portarvi da chi mi comanda”, rispose l’altro.
Il Navigatore alzò le mani, in segno di resa, “Bene, ma per ogni evenienza, viaggerai su un mezzo molto particolare, anzi, dentro”, lo avvisò Sairon, prima che un serpente inghiottisse Odisseus, per poi scomparire nel mare con il suo padrone.
I sette Arvenauti erano ora tutti prigionieri.