Capitolo 33: I
diversi naviganti
Il viaggio degli Arvenauti continuò senza imprevisti per altri sei giorni senza problema alcuno, finché tutti sentirono Argos urlare, “Terra, è già in vista”, esclamò il Guardiano.
Subito i sei compagni di viaggio salirono sul ponte, se già non vi erano ed iniziarono a guardare dinanzi a loro, nella direzione indicatagli dall’ex semidio, “Vero, ormai la vedo anch’io, siamo vicini”, esultò Acteon, “finalmente potrò sgranchirmi le gambe”, concluse, voltandosi verso Atanos.
“Si, Cacciatore, potrete scendere tutti, se vorrete, e farvi una comoda passeggiata, con Argos avevamo già pensato di passare almeno due ore sull’isola, per rilassare i corpi e gli animi prima della meta più importante, il luogo dove si trovano i tre Tesori”, concordò Odisseus, guardando le coste che già si delineavano all’orizzonte.
“Allora questa sarà la nostra penultima avventura? L’ultimo viaggio prima che gli Arvenauti raggiungano il terreno sacro”, rifletté sorridente Iason, che in quei giorni aveva temprato il corpo e lo spirito addestrandosi con Odisseus, “Si, giovane guerriero ed allievo”, rispose proprio il Navigatore.
“Ho una domanda, già che siamo in argomento”, esordì in quel momento Eracles, guardando l’isola avvicinarsi sempre di più, “Dicci pure, ragazzo”, esordì Argos, “Che vuol dire Arvenauti? Ha un senso compiuto questa parola?”, domandò il figlio di Urros, mentre i volti di Pandora, Argos ed Odisseus iniziavano a sorridere.
“Cosa ho detto di divertente?”, incalzò imbarazzato il ragazzo, “Niente, giovane amico, semplicemente noi quattro, che siamo abbastanza anziani da conoscere una lingua morta come l’antico idioma dell’Oleampos, sapevamo che prima o poi qualcuno di voi ci avrebbe fatto questa domanda”, rispose freddamente Atanos, indicando i tre che sorridevano, “Ed alla fine né il Cacciatore, né il Guerriero hanno avuto il coraggio di mostrare la loro ignoranza”, continuò Odisseus, appoggiando una mano sulla spalla degli altri due compagni.
“Ad ogni modo, Arvenauta è una parola composta da due termini, Arve e nauta”, spiegò subito Pandora, “la seconda ti è facile intuire cosa significhi, mentre Arve è un termine molto antico, del periodo dei regni dorati di circa cinquecento anni fa, significa Mito”, spiegò la Signora del nero sciame.
“Quindi Arvenauta significa Navigante del Mito, o Mitico Navigante, dipende dalle interpretazioni”, spiegò Argos, “seppur siamo più propensi alla prima”, concluse poi.
“Capisco”, replicò Eracles, mentre la nave ormai entrava in una piccola zona concava della costa.
“Ragazzo, vai a gettare l’ancora, Acteon, tu occupati di ammainare le vele”, ordinò prontamente Odisseus.
Quando la nave attraccò del tutto, i sette si avvicinarono alla spiaggia, “Argos, cosa vedi nelle vicinanze?”, domandò Odisseus. “L’isola è molto piccola”, esordì subito il Guardiano, “un bosco centrale e diverse grotte, piene di ragni direi, dalla quantità di tele tessute al loro interno. Sul terreno ci sono impronte di quelli che mi sembrano animali, ma non saprei di che tipo, già vedo oltre la nostra meta”, concluse Argos, voltandosi verso i compagni.
“Tu, Acteon, fiuti qualcosa?”, continuò poi il Navigatore, “Da questa distanza è difficile avere una percezione come la sua, ma sento odore di animali diversi, in maggioranza cavalli, tori, serpenti, ragni e forse qualcos’altro, ma tutto molto confusamente”, spiegò il Cacciatore.
“Ma perché tanti controlli prima di scendere?”, incalzò ad un tratto Pandora, “Su Lembia e su Midian non siamo stati così attenti, e le sapevamo abitate, qui, invece, non ci dovrebbe essere nessuno”, osservò la giovane, “Vero, ma ho una brutta sensazione, sento qualcosa qui intorno, come un nemico che si nasconde”, replicò Odisseus, “ad ogni modo cercate di restare uniti in questa vostra gita”, concluse poi, con un sorriso gentile verso i suoi compagni.
“Bene, allora ci vediamo qui fra due ore, al calare del sole”, esordì Acteon, lanciandosi sulla spiaggia, subito seguito da Iason ed Eracles, “Voi non venite?”, domandò il figlio di Urros, rivolgendosi ai quattro compagni sulla nave, “Si, certo”, rispose prontamente Pandora, scendendo anche lei a terra.
“Vai anche tu, Immortale”, propose allora Odisseus, “è meglio”, aggiunse, “Forza Atanos!”, tuonò in quello stesso momento Acteon, invitando l’amico a seguirlo. “Arrivo”, fu la fredda risposta dell’arvenauta senz’anima, scendendo dalla nave e dirigendosi verso i quattro compagni, per poi seguirli verso la zona boscosa.
“Pensi sia saggio farli andare in giro? Anche solo la presenza di animali sull’isola mi sembra strana”, rifletté Odisseus, “Non avevi detto tu stesso che gli serviva rilassarsi, dati i quattro guardiani che potremmo incontrare ed il pericolo proveniente dai custodi dei tre tesori? Allora lasciamoli rilassare, anche perché non c’è fretta alcuna, non vedo le navi di nessuno dei vari naviganti degli altri regni nelle vicinanze”, replicò Argos, appoggiando una mano sulla spalla del compagno di viaggio per rassicurarlo, “Già, gli altri naviganti, oltre Tyrion ed i suoi soldati, ci sono i sette della Lutibia e quelli che provengono dal Rihad”, sospirò il Navigante, “Chissà dove sono arrivati?”, si chiese, prima di andarsi a sdraiare in un angolo della nave, per riposarsi.
In un’isola a Nord del luogo chiamato Ten-Lah, vi era una nave che i sette Arvenauti avevano già avuto modo di vedere, l’imbarcazione di Tyrion e dei suoi seguaci, che costeggiava le coste del luogo con titubanza.
“Sembra che quest’Isola non sia solo disabitata, mio divino signore, bensì sia stata distrutta da qualcosa”, esordì Roan, che dall’albero centrale osservava con un cannocchiale l’ambiente circostante, “quasi che dall’acqua fosse sorto qualcosa a mangiarne un lembo”, aggiunse, scendendo dall’albero maestro.
Tyrion era lì, in piedi sulla prua della nave, osservava l’acqua dinanzi a se e sentiva le onde infrangersi contro lo scafo, “Sommo figlio di Odath”, esordì ad un tratto Garulf, il cui aspetto era in quel momento umano, “ho come una terribile sensazione, come di qualcosa che ci segue e minaccia, ma non so cosa sia di preciso”, spiegò il Kreeb, chinando il capo, come spaventato da qualcosa.
“Brulde, Roan, voi disponetevi sui lati della nave, se ho ragione, ciò che ci troveremo davanti sarà molto grosso”, esordì subito dopo Tyrion, sollevando il grande martello, “Tu, Garulf, mio giovane guerriero, vai al posto di navigazione, servirà qualcuno che governi la nave ed il tuo io guerriero non è molto utile in questo frangente”, concluse la divinità, rivolgendosi all’ultimo membro della sua ciurma.
Pochi attimi dopo un’onda scosse l’imbarcazione, “State attenti, sta arrivando”, avvisò subito il figlio di Odath, mentre una gigantesca ombra si alzava dalle profondità del mare, apparendo dal nulla ed alzandosi quasi in volo con un’immane spinta dorsale, così da superare la nave, immergendosi nuovamente alle spalle dei quattro. Era un mostro gigantesco, da quel poco che poterono vedere i quattro, un immenso essere dalla forma rombica, con grandi ali e piccoli occhi violacei.
“Sommo Tyrion, quella è una specie di manta gigantesca”, esclamò Roan, sbalordito, “Si, lo chiamano il Kenkar, un mostro simile ad una grande manta che mangia intere isole e distrugge le imbarcazioni nel suo territorio, ma lo sapevo morto ormai da millenni, per mano di uno dei giganti di ghiaccio dell’Asjar”, spiegò la divinità, osservando l’ombra gigantesca che si muoveva nelle profondità del mare. “State attenti, ora ci assalterà direttamente”, avvisò allora il dio, preparandosi alla lotta.
Il gigantesco essere uscì dall’acqua, apparendo sul lato destro della nave, quello su cui si era posto Roan, “Hai scelto un degno avversario, mostro”, avvisò il guerriero del Nord, lanciandosi contro la creatura, “Attento!”, urlò allora Brulde, osservando il compagno d’arme colpito dalla coda dell’essere, ricadere rovinosamente sulla nave.
“Tutto bene?”, domandò Tyrion, senza spostarsi dalla propria posizione, “Si, divino signore, la mia pelle, d’altronde, è indistruttibile”, rispose con voce quieta il guerriero, lanciandosi di nuovo all’assalto.
Roan sollevò la propria spada, mentre ancora era in volo, evitò il colpo di coda della mostruosa creatura e ne approfittò per conficcare la sua arma nell’estremità superiore di tale coda. “Ora, mostro, preparati a perdere parte di te”, lo avvisò il guerriero Invincibile, appoggiandosi al corpo di Kenkar ed amputandogli la zona che già era penetrato con la propria spada.
La gigantesca manta emise un verso di dolore, prima di schiantare il corpo dell’avversario contro lo scafo della nave, che si distrusse in quel punto, lasciando il corpo di Roan conficcato all’interno, “Sono bloccato!”, fu l’unica cosa che il guerriero Invincibile riuscì ad urlare, mentre la bestia scompariva di nuovo nelle profondità del mare.
“Tranquilla, Hellekia, non verrà da te, sento che si sta dirigendo verso di me, verso la testa della nave”, avvisò subito Tyrion, roteando il potente maglio nella mano.
Pochi attimi dopo, con un terribile ruggito, Kenkar apparve, “Preparati a subire la furia di Pherd, il maglio del Signore dei Tuoni”, avvisò con tono beffardo il figlio di Odath, roteando l’arma. Subito sembrò calare la notte sul mare del nord, mentre un vortice di forza circondava il braccio di Tyrion, “Eccoti la potenza di un dio, mostro dei mari”, urlò il figlio di Odath, lasciando andare il proprio maglio, che subito diventò simile ad un fulmine, perforando da parte a parte il corpo di Kenkar, che cadde, morto, nell’acqua, scomparendo nelle sue profondità.
Pochi attimi dopo, Pherd ritornò nelle mani del suo padrone, “State tutti bene?”, domandò allora Tyrion, mentre il sole tornava a splendere su quel mare, “Si, sommo figlio di Odath”, rispose Brulde, mentre Garulf aiutava Roan a ritornare sulla nave, sostenendo una fune.
Quando furono tutti sul ponte dell’imbarcazione, si divisero i compiti per riparare i danni al lato della nave, “Pensa che avremo ancora problemi, sommo Tyrion?”, domandò ad un tratto Brulde, prendendo il posto che le spettava al timone, “No, almeno spero, finora abbiamo incontrato fin troppi nemici che credevamo morti in battaglie passate, creature mostruose che sapevo scomparse e che invece sono riapparse, come per una strana maledizione”, osservò il dio, “Si, ma le parole di quel guerriero dell’Oleampos dicevano che questa potrebbe essere la parte di un piano di qualche nemico più grande”, rifletté l’Hellekia. “Possibile anche questo, fra due giorni, forse, lo scopriremo”, replicò con voce concorde Tyrion, perché ci manca davvero poco per raggiungere Ten-Lah, l’isola dove si trova il Tesoro di mio padre Odath, insieme ad altri due. Forse lì incontreremo di nuovo i sette naviganti di Aven, anche se mi preoccupa di più l’idea di trovarvi gli inviati del Rihad”, concluse il dio, voltandosi verso il mare che vasto gli appariva dinanzi.
Sulla spiaggia di un’isola a Sud della comune meta, intanto, un gruppo di strani esseri circondava quattro figure incappucciate, che si stavano dirigendo verso la loro nave.
L’imbarcazione aveva uno scafo molto sottile, sia la prua che la poppa si sollevavano verso il cielo con delle teste rappresentanti dei soli, vi erano i remi e sull’unico albero centrale era rappresentato il simbolo di un dio delle terre governate dai Tulakei.
Il gruppo di strani esseri aveva circondato anche la nave. Erano dei mostri, delle creature più simili a sciacalli bipedi, che ad uomini, avevano immense zanne che fuoriuscivano dalla bocca ed affilati artigli, la pelle di tutti loro erano nera come il catrame. Uno, però, si stagliava su tutti per l’armatura che ne copriva il corpo, al contrario degli altri, il cui corpo era appena celato da vesti strappate. Quest’essere, che sembrava degli altri il capo, aveva due terribili occhi rossi e delle profonde cicatrici sul corpo.
“Salve, naviganti del Rihad, siamo venuti qui a fermarvi”, esordì quest’essere, rivolgendosi ai quattro circondati, “Siamo l’armata dei Neri Sciacalli, da me, Iena, comandata”, esordì l’essere.
“I Neri Sciacalli? Ma non siete morti diversi decenni fa? In una delle guerre interne fra i nostri signori e dei?”, domandò la voce femminile nascosta dietro uno dei quattro mantelli, “Non è di tuo interesse, ciò che devi sapere è solo che morirai qui”, ringhiò Iena, lanciando all’attacco i propri seguaci.
“Kaal, Oslo, occupatevi voi di eliminare questi insetti, non dobbiamo far affaticare il comandante”, ordinò la fanciulla nascosta dal mantello, mentre le due figure più possenti avanzavano verso i dieci sciacalli che già si erano mossi.
I primi cinque si lanciarono su quella sulla destra, una figura davvero alta, più di due metri, probabilmente, ma altrettanto esile e magra, la colpirono con delle potente artigliate in quattro, strappando via il mantello che lo nascondeva e grande fu la loro paura nel vedere ciò che vi era nascosto di sotto.
Non vi era un uomo nascosto dal mantello, bensì un essere il cui corpo era umano, ma celato da profonde bende e con chiari segni di putrefazione su tutte le zone appena scoperte. “Poveri folli, gettarsi contro Oslo”, ridacchiò la voce cupa dell’essere pieno di bende, mentre queste sue vesti si animavano, allungandosi e legando i corpi dei quattro assalitori, “la vostra fine sarà fra le più terribili”, spiegò la creatura, mentre le bestie morivano, strozzate dalle bende dell’avversario. Il quinto, intanto, scappò via, terrorizzato da ciò che aveva visto, “Non può sperare di fuggire”, rifletté in quel momento la voce di donna, rivolgendosi all’individuo fermo e silenzioso dietro di lei. Dopo quelle parole, un’altra benda apparve dal terreno, circondando il corpo dello sciacallo, “Per te, che hai tentato la fuga, ci sarà una morte diversa”, avvisò la voce spettrale di Oslo, prima che il corpo del nemico andasse in mille pezzi, schiacciato dalla pressione avversa.
Gli altri cinque si erano intanto gettati sull’individuo chiamato Kaar, che d’aspetto appariva il doppio di Oslo, sia per altezza, sia per stazza e grande fu il terrore di questi cinque nemici nel vedere il corpo di questo essere, metà umano e metà animale.
Il tronco e le braccia erano quelle di un uomo del sud, molto abbronzato e possente, ma dalla cinta in giù, egli era un grande scorpione, con otto zampe, delle possenti chele ed una maestosa coda acuminata, la testa, sul tronco, sembrava quella di un uomo, ma gli occhi, spenti e grigiastri, lasciavano intravedere la terribile fine a cui andavano incontro i suoi nemici dinanzi a quel volto su cui nemmeno un pelo, o un capello, cresceva.
Subito le chele si mossero, mozzando a metà i corpi di due sciacalli, per poi schiacciare la testa di un terzo, quindi Kaar roteò il suo corpo, colpendo con la coda il quarto, a cui spezzò il collo, per poi perforare con la cuspide il ventre del quinto, che gettò a terra, morto.
“Quelli non sono esseri viventi, sono mostri!”, urlò Iena, “Presto, attaccate gli altri, devono essere di certo più deboli”, ordinò la creatura, lanciando all’attacco altri dieci nemici.
“Ho già detto che non dovete disturbare il nostro comandante”, replicò con voce decisa la fanciulla, lanciandosi all’assalto dei dieci con una velocità senza pari, tale da permetterle di superarli tutti senza nemmeno essere sfiorata da loro.
“Perché si sono fermati?”, domandò sbalordito Iena, “Perché i miei artigli non perdonano”, ridacchiò la giovane, togliendosi il mantello.
Anche lei era in parte una donna, in parte un animale. Il suo corpo aveva la fisionomia e la bellezza di una giovane, i cui eleganti e sinuosi lineamenti erano abbelliti da una corazza dorata, che ne faceva risaltare la magnificenza fisica, ma gli artigli ed i canini affilati erano quelli di un felino, proprio come la chioma che scendeva dal capo, rossa come il fuoco, mentre gli occhi, verdi, erano quelli di un gatto, “Sono Seala, la Guerriera Gatta creata per combattere in nome di Rikka”, si presentò la magnifica creatura metà umana, “Ora, voi, ultimi mostri morti di un elenco che ci ha ormai stufato, proverete il dispiacere di essere sconfitti da questa truppa d’assalto di navigatori creata per ritrovare i Tre Tesori”, tuonò la giovane, lanciandosi all’assalto con Oslo e Kaar.
In pochi minuti i centinaia di Sciacalli Neri furono quasi del tutto uccisi, uno dopo l’altro cadevano, senza speranza di grazia, o fuga, tutti uccisi dallo Scorpione, o dalla Gatta, o dalla strana creatura, solo quello che doveva essere il loro comandante era fermo nella posizione di attesa che aveva dall’inizio di quella lotta.
Alla fine, rimasero solo Iena ed altri tre suoi seguaci, circondati da quei tre esseri, “Dobbiamo trovare un modo per salvarci, magari prendendo in ostaggio il loro comandante”, esordì l’essere nero, lanciandosi contro il quarto individuo.
“No, non fatelo”, esclamò Seala, con voce chiaramente spaventata, mentre Oslo e Kaar già si inchinavano, spaventati.
“Sembra che ci tengano davvero a quest’uomo”, rifletté Iena, lanciandosi egli stesso all’attacco per primo con una potente zampata, che strappò il mantello del misterioso individuo, mostrandone il volto, ora ferito.
Era un giovane, colui che si trovavano davanti, un individuo poco più che vent’enne, aveva corti capelli color avano, che si alzavano ispidi sul capo, un fisico completamente nascosto da un lungo abito nero, da cui, oltre il capo, fuoriuscivano solo le mani, ben curate e con dita lunghe ed affusolate. Il volto di questo ragazzo era pallido, fin troppo per un uomo che proveniva dalle calde terre del Rihad, gli occhi, dapprima chiusi, si erano aperti dopo aver subito quella ferita, mostrando due iridi rosse segnate da due piccoli bulbi ognuna, non uno solo, “Che cosa?”, balbettò Iena, notando che dalla ferita del nemico non usciva sangue, bensì sabbia, che subito si ritrasse, riparandone il volto.
Quando il comandante si voltò completamente verso Iena, questi rabbrividì, forse per gli oscuri simboli che segnavano, con dei tatuaggi le guance e la fronte, oppure per quello stesso istinto che anche Acteon aveva.
“Comandante Sokar, la prego, non si scateni, aveva deciso di lasciare vivi coloro che non c’entravano con questa guerra, almeno ora, che siamo a meno di due giorni dalla nostra meta”, esordì inchinandosi Seala.
“Scatenarsi? Questo ragazzino? Cosa vuoi che faccia?”, tuonò Iena, lanciandosi di nuovo all’assalto, ma qualcosa lo fermò, un movimento del nemico, che distese semplicemente il braccio, sbalordendo il Nero Sciacallo.
“Che vuoi fare?”, balbettò Iena, prima che una mostruosa zampa artigliata prorompesse dall’abito nero, iniziando a strangolarlo, “Ma tu che essere sei?”, domandò sofferente lo Sciacallo Nero, “Non sono un essere, ma un contenitore”, rispose Sokar, prima di schiacciare la testa del nemico.
Gli ultimi tre sciacalli, vista la scena, si voltarono di scatto verso i nemici dai poteri già noti, i quali non si movevano, inginocchiati dinanzi al loro comandante. A quella vista, i tre fuggirono in direzioni diverse, “Folli, sperare di scapparmi sulla sabbia”, affermò con voce quieta Sokar, prima che delle gigantesche zampe simili alla precedente fuoriuscissero dalle sue gambe, conficcandosi nel terreno per poi riapparire dinanzi ai tre nemici e perforarne i crani con delle veloci zampate.
Quando anche questi nemici furono uccisi, Sokar riprese il suo mantello e si diresse verso i propri seguaci, “Andiamo, Ten-Lah è ormai vicina, mancano poco meno di due giorni di viaggio”, ordinò l’essere terrificante, prima di avanzare verso l’imbarcazione, seguito dai suoi tre compagni di viaggio.