Capitolo 32: I due eserciti sulla pianura

 

Il viaggio era ricominciato ormai da tre giorni e di Midian non vi erano più segni visibili da tempo, ma neppure d’altre isole all’orizzonte.

“Siamo sicuri che la strada sia questa?”, domandò il terzo giorno Acteon, osservando la lunga distesa d’acqua, “Credevo che l’intera zona fosse piena di isolette”, rifletté il Cacciatore. “Zion le ha distrutte tutte eccetto una, dovrebbe trovarsi poco prima dell’Isola dei Tre Tesori, da ciò che diceva quel dio, dovrebbe essere deserta”, spiegò Odisseus, voltandosi verso Atanos, che confermò le sue parole.

Erano sul ponte i tre, insieme a Pandora, Argos e Iason, solo Eracles era in coperta, intento a muovere i remi della nave.

“Ad ogni modo, noi due andiamo a dare il cambio al ragazzo, bene, Immortale?”, esordì pochi attimi dopo Acteon, voltandosi verso Atanos, “Si”, concordò quest’ultimo, seguendolo verso la scalinata, “Io per ora mi ritiro nella mia stanza”, aggiunse pochi attimi dopo Pandora, allontanandosi anche lei verso la coperta.

“Sembra che il gruppo sia più unito ormai?”, domandò con tono soddisfatto Argos, “Si, è vero”, concordò felice Odisseus, prima di voltarsi verso Iason.

 

Acteon ed Atanos scesero in coperta, nella zona dove si trovava Eracles, “Ragazzo, siamo venuti a darti il cambio”, esordì subito il Cacciatore, “Bene”, rispose il giovane figlio di Urros, abbandonando il gancio che congiungeva le diverse file di remi ad i due centrali.

“Hai davvero una forza sorprendente, sai?”, si complimento Acteon, impugnando uno di quei due remi centrali, “io a malapena riesco a muoverne uno, per fortuna che Atanos, qui, non ha molta forza, seppur non sente la stanchezza come me”, ridacchiò dopo il Cacciatore, rivolgendo un sorriso ironico all’Immortale.

“Si vedono Isole all’orizzonte?”, domandò dopo alcuni minuti il giovane Eracles, che si stava asciugando il volto sudato, “No, ancora niente, sembra che non ne vedremo almeno fino all’arrivo in prossimità della nostra meta”, spiegò Atanos.

“Già, la nostra meta, e poi che faremo?”, domandò cupo il figlio di Urros, “Ognuno tornerà per la propria strada quando si sarà liberato del male che lo affligge, ridaremo a Ruganpos i tesori celesti e poi ci divideremo”, rifletté il giovane. “Non essere triste”, lo ammonì Acteon, “la nostra amicizia non si spezzerà in quel momento, sempre potremo avere la fortuna di incontrarci, certo, c’è chi non vivrà più per sempre, ma tutti noi riavremo ciò che abbiamo perso e tu avrai qualcosa che non credo ti fosse in avanzo nella tua città natale, degli amici con cui condividere ricordi emozionanti”, lo rassicurò Acteon.

“Poi chissà, potresti veramente incontrare tuo padre, oppure, più semplicemente, potresti esprimere i tuoi sentimenti a colei che tanto ti sta a cuore del nostro gruppo”, concluse con un ironico sorriso il Cacciatore.

“Che intendi dire?”, domandò con voce soffocata Eracles, “Semplicemente che ti sei preoccupato molto di più per Pandora, quando è stata catturata, che per me, o Argos, quando abbiamo combattuto contro Shiar e quel centauro”, rispose con una risata Acteon, rivolgendosi ad Atanos, che accennò appena un sorriso, mentre iniziava a remare.

Subito dopo Eracles si allontanò dalla camera con i remi, risalendo verso la sua stanza. Nel camminare nel corridoio della nave, il giovane figlio di Urros intravide la figura di Pandora, era seduta nella sua stanza, aveva il capo rivolto indietro e gli occhi chiusi, sembrava stesse quasi dormendo e passarono pochi minuti prima che Eracles si rendesse conto di essersi distratto ad osservare il suo respiro armonioso.

“Volevi qualcosa, figlio di Urros?”, domandò all’improvviso la voce della Signora del nero sciame, “No, stavo andando verso la mia stanza”, balbettò lui, “tutto bene? Ti ho forse disturbato?”, chiese poi, con voce rammaricata, “No, non preoccuparti di questo, stavo rilassando le membra, stremate dal quotidiano ronzio dello sciame”, rispose lei con un gentile sorriso. “Tu, piuttosto, come va? Stanco per le due ore ai remi?”, incalzò Pandora, “No, quando si tratta di lavori fisici è difficili che mi stanchi, poi le ferite ricevute su Midian non mi danno più fastidio”, rispose il ragazzo, prima di salutarla con un gesto del capo ed allontanarsi, verso la propria stanza.

 

Sul ponte della nave, intanto, Argos conduceva tranquillo il proprio veliero nel lungo viaggio, mentre, dietro di lui, Odisseus ed Iason avevano da un giorno iniziato l’addestramento di quest’ultimo.

“Dunque, giovane guerriero, ripetiamo ancora una volta ciò che sto cercando di spiegarti”, esordì in quel momento il Navigatore, “la forza dell’essenza non è solo fisica, ma qualcosa di più profondo che ti permetterà, una volta raggiunto l’apice delle tue doti, di fronteggiare senza paura alcuna i nemici più potenti senza nemmeno doverli toccare”, spiegò l’uomo maledetto da Possidos.

“Per arrivare ad un tale livello, però, dovrai superare degli stadi intermedi, se così vogliamo chiamarli, dei momenti in cui il tuo corpo e la tua mente dovranno superarsi oltre l’immaginabile, per renderti possibile proseguire.

Il primo passo lo hai già iniziato a fare a Midian, superare i blocchi che la mente impone al corpo, scatenare la forza ultima del fisico, così da muoverti persino più velocemente di quanto già puoi, combinando a tale velocità una potenza senza pari, a livello di forza fisica, quasi simile a quella di Eracles. Il secondo scalino sarà poi più complicato, dovrai combinare il corpo con la mente, dovrai combinare la forza fisica con quella dell’essenza, attraverso una grande concentrazione dovrai arrivare a scatenare onde d’energia contro chi ti affronta, se vogliamo, una forma meno aggraziata di ciò che so fare, più simile allo stile di lotta che hai visto usare a Qui Han. Infine c’è l’ultimo stadio, la piena padronanza dell’essenza, dovrai riuscire a far scaturire il potere senza combinare dei movimenti fisici, se non lo riterrai necessario, come faccio io, quando libero la Stella dell’Est dal palmo della mia mano, una cosa che posso fare anche senza chiudere il pugno e volendo potrei trasmettere attraverso tutto il corpo, proprio come quando mi rendo invisibile”, concluse Odisseus, invitando il giovane allievo ad alzarsi.

“Per ora pensiamo al primo passo, così che quando ti rivedrà, Re Ruganpos, sarà orgoglioso dei tuoi miglioramenti”, esordì il Navigatore, “Si, ma io mi chiedo se ci rivedrà, se la guerra non finirà prima a nostro svantaggio”, rifletté con tono titubante Iason, “Non preoccuparti, gli dei non permetteranno un tale atto, soprattutto dopo tutta la fatica che ci stanno vedendo fare per raggiungere il loro territorio sacro”, lo rassicurò Odisseus, “ed ora, forza, attaccami”, concluse, invitando l’allievo a colpire.

 

Quello stesso giorno, i campi di battaglia della Lutibia era deserto. Quella che un tempo era una vasta pianura affacciata sul mare, ora sembrava più simile ad un tetro cimitero, per l’odore fetido di morte e la grande quantità di cadaveri che ogni volta vi cadevano. In quel giorno, però, non si combatteva per un violento temporale che aveva reso il terreno fin troppo fangoso per ogni tipo di assalto, così i soldati del regno di Aven erano di guardia al loro accampamento, celato nel bosco confinante con la Lutibia, nel territorio di Tryo.

Ruganpos aveva raggiunto il suo esercito una settimana dopo la partenza da Seev, lì aveva riunito e riorganizzato, per quanto possibile, i propri soldati ed ora osservava la pioggia che, quasi per grazia divina, gli aveva concesso un giorno di tempo, per riposare le membra stremate da tante battaglie.

Verso mezzodì, poi, i tre generali maggiori di Aven si presentarono al loro Re.

“Ditemi pure, miei nobili guerrieri, quali nuove dai nostri messaggeri”, domandò il nobile sovrano, osservando i tre seguaci, in piedi dinanzi a lui.

Erano tutti coperti da lunghi mantelli, al fine di non bagnarsi per la pioggia, solo i volti erano scoperti: due uomini ed una donna.

Il primo uomo, quello dalle spalle apparentemente più possenti, aveva corti capelli castani, sollevati ispidi verso il cielo, occhi sottili simili a quelli di un falco e verdi, che risplendevano nel viso serio i cui lineamenti, ben tagliati, davano una certa imperiosità.

“I nostri ambasciatori nel regno di Cator, ci informano che il sovrano di quelle terre ha deciso di non aiutare né noi, né l’esercito della Lutibia”, spiegò questo possente uomo, chinando il capo in modo reverenziale, “Dunque in questa notizia, c’è anche del positivo, poiché nessuno dei due eserciti sarà soccorso dal terzo maggiore gruppo di guerrieri dell’intero Oleampos”, replicò con voce cupa Ruganpos, “grazie della notizia, Axar”, concluse, rivolgendosi poi agli altri due generali.

“Dal campo di battaglia, invece, che notizie provengono, Hadon?”, domandò rivolgendosi all’altro uomo nella tenda.

Questi aveva dei lineamenti ancora più severi, seppur i capelli lunghi e violacei, insieme a delle sopracciglia molto più sottili, lo rendevano più terribile, nell’aspetto, e meno imperioso, del compagno d’arme. “I nostri soldati sono stanchi, mio signore, ma non per questo meno propensi alla battaglia, non ci saranno problemi ad andare all’assalto, una volta asciugatosi il terreno, io stesso li guiderò, se vorrete, poiché sapete bene quanto vi sia grato per avermi concesso di combattere questa guerra ed uccidere tutti i nemici di Aven che mi si pongono dinanzi”, rispose prontamente il generale chiamato Hadon.

“Si, conosco bene la tua nomina di guerriero, mio nobile generale”, replicò Ruganpos, “seppur spero che la guerra finisca in modo di più semplice, magari senza sprechi di soldati. Per questo ho mandato i sette alla ricerca dei Tre Tesori”, spiegò il Re, rivolgendosi alla donna che era in piedi dinanzi a lui.

“Le ultime notizie arrivateci riguardano una grande battaglia e dei strani movimenti tellurici avvenuti su Midian, mio signore, un’isola che si trovava lungo il loro tragitto”, rispose semplicemente la generalessa, mostrando il suo bel volto alla luce di una lanterna.

Aveva capelli dorati, tagliati all’altezza del collo, lisci e sinuosi, come gli occhi, del medesimo splendido colore, che brillavano nel viso gentile, ma forte, della guerriera, il cui sorriso era l’unico sollievo in quella stanza.

“Spero che non sia successo loro niente, Ebhe, poiché se non torneranno con i tre tesori, o se, peggio ancora, siano gli inviati della Lutibia a recuperarli, la nostra vittoria diverrebbe improbabile”, rifletté con voce cupa il sovrano, prima di alzarsi dal proprio trono.

“Axar, disponi i turni di guardia per la giornata odierna, tu, Hadon, occupati di riorganizzare le milizie per il prossimo attacco, mentre a te, Ebhe, lascio un compito meno piacevole, accompagnami fino alla tenda di Nator, preferisco avere sempre con me uno dei miei fidati generali, che possa difenderci nei casi peggiori, anche se penso che oggi, con un tale tempaccio, anche Priaso ne approfitterà per visitare le persone care ferite nello spirito, più che nel corpo ”, concluse con voce cupa il sovrano, prima che i suoi uomini si congedassero.

 

Nel castello reale del regno di Lutibia, intanto, i due generali, Pirros ed Orpheus erano seduti su due sedie di legno, disposte ai lati di una grande porta, all’esterno della sala del trono.

“Che peccato che ci sia questo tempo oggi, vero, Musico?”, domandò dopo alcuni minuti di silenzio il generale dai rossi capelli, “Se almeno i miei guerrieri fiammeggianti non ne fossero danneggiati, assalterei i nostri nemici, massacrandone il più possibile, data la sorpresa”, ridacchiò poi, “tu potresti farlo, d’altronde, con questo tempo, i cadaveri riemergono dalle fosse più facilmente, no?”, incalzò infine il generale, con un maligno sorriso.

“Si, questo è vero, ma sia il principe Aristos, sia il Re hanno preferito prendere questo giorno di pausa, cosa che anch’io preferisco, per la mia anima dannata”, replicò con voce cupa Orpheus, osservando il proprio nero strumento musicale.

“Ti vedo triste, amico mio”, esclamò allora Pirros, “sei stanco, oppure temi che non ti sia restituito ciò che rivuoi, alla fine della guerra?”, domandò incuriosito il generale, “No, sono sicuro che il principe Axides farà ciò che mi ha promesso, dato che sembra non essergli così difficile”, rifletté l’altro, fermando poi le parole del suo compagno, non appena sentì dei passi avvicinarsi.

Subito i due generali si alzarono in piedi vedendo i due principi avanzare verso di loro, Aristos ed Axides, entrambi vestiti con lunghe tuniche lutibiane, dorate negli ornamenti ed incredibilmente affascinanti, “Salve, principi”, esordirono all’unisono i generali, chinando i capi in segno di rispetto.

“Salve a voi, nobili guerrieri”, replicò Aristos, “Nostro padre?”, tagliò corto Axides, “Nella sala del trono, vi aspettava per incontrare la vostra nobile sorella”, rispose prontamente Orpheus, “Bene, ora potete anche congedarvi”, affermò con tono gentile il maggiore dei due fratelli, subito seguito da un gesto del capo del secondo.

I figli di Priaso si presentarono quindi dinanzi al loro padre, “Salve, padre nostro carissimo”, esordì Axides, mentre Aristos porgeva la mano al proprio genitore, invitandolo a seguirlo.

“Salve, figli miei, quali nuove dal campo di battaglia?”, domandò con voce titubante il Sovrano, “Oggi nessuna, padre, questo tempo ha impedito che si scatenassero atroci lotte in questo giorno cupo, così da permetterci di visitare, dopo tanto tempo, nostra sorella”, rispose con tono rassicurante il primogenito, mentre conduceva il proprio genitore lungo le scale per la cella di Cassandra.

“Dimmi, Aristos, mio nipote come sta?”, domandò il Re al figlio, “Bene, padre, il piccolo Esar vuole assolutamente crescere, per accompagnarci nella sfilata in cui esulteremo vittoriosi per la sconfitta del nemico”, raccontò con un triste sorriso il principe, “Chissà se avverrà mai questa vittoria”, rifletté allora Axides, con un tono che portò tristezza in quella domanda piacevole.

“E tua moglie Tusia, come sta? Sono ormai diverse settimane che non si fa vedere, se non per le cene reali, nei giorni santificati al nostro divino nume, Porian, dio del Sole e figlio di Urros”, continuò Priaso, rivolgendosi al secondogenito, “Tutto bene, la debolezza fisica dovuta a come la trattava il padre, sembra non essere del tutto guarita, ma domani la vedrete, come sempre”, lo rassicurò il giovane principe con un sorriso.

Arrivarono infine dinanzi alla stanza dove erano imprigionata Cassandra, lì, ad attenderli, vi erano quattro dei cinque guardiani, “Anhur”, esordì Aristos, notando la mancanza di uno di loro, “Come mai solo quattro sono di guardia alla cella?”, domandò prontamente il principe, “Purtroppo, nobile Aristos, vostra sorella è molto agitata in questi giorni, quindi siamo stati costretti a stringere le catene, per impedirle di farsi del male, ora c’è Anfitride dentro con lei, le sta dando da mangiare”, spiegò con voce cupa il capo dei guardiani, inginocchiatosi dinanzi ai tre sovrani della città.

Aristos, sentendo quelle parole, scambiò uno sguardo veloce con il fratello ed il padre, “Facci entrare comunque”, rispose subito Priaso, sorridendo ai due figli, mentre le altre tre guardie aprivano la cella ai sovrani.

Cassandra era seduta sul proprio letto, con le braccia completamente bloccate, vicino a lei una giovane dalla veste azzurra di guardia, i capelli del medesimo colore che scendevano eleganti sulle spalle, mentre gli occhi, sottili e verdi, sorridevano alla sua principessa, invitandola a mangiare.

“Anfitride, esci ora, la famiglia reale è venuta a far visita alla divina Cassandra”, esordì in quel momento Anhur, “Si, signore”, replicò dopo pochi attimi la guardiana, voltandosi e chinando il capo in segno di rispetto dinanzi a Priaso ed i suoi figli, per poi uscire dalla stanza.

“Piccola mia”, la salutò il Re, accarezzandone il tenero volto, segnato da lacrime e urla, “sei contenta di vederci qui?”, domandò il vecchio sovrano, “Padre, attento, la trappola è grande, tutti cadranno, ormai il crollo sta per iniziare, tutti soffriranno, l’oscurità è qui”, urlò Cassandra, prima di gettarsi contro il muro spaventata.

“Anfitride, presto”, urlò allora Anhur, mentre la guardia femmina bloccava i movimenti della principessa, dinanzi ai tre suoi famigliari, apparentemente sbalorditi.

“Vi chiedo scusa, mio Re, temevo che avesse delle risposte violente alla presenza di chiunque, ma non immaginavo si arrivasse a tanto”, sussurrò con voce triste il capo dei Guardiani, “Si, non preoccuparti”, rispose prontamente Aristos, appoggiando una mano sulla spalla del padre, chino sulla propria tristezza.

“Anhur, ma cosa sono queste scritte?”, domandò all’improvviso Axides, facendo notare anche al fratello delle parole senza alcun senso logico ripetute più volte sul muro intorno al letto, “Sette, trappola, incontro, viaggio”, lesse con voce sorpresa il primogenito. “Fratello, quello più che viaggio, penso sia inizio e fine, come simbolo, sai?”, lo corresse prontamente il secondogenito, “Si, principe Axides, anch’io penso sia questo il significato, purtroppo non immaginavamo che, per il mal tempo, voi sareste scesi oggi, quindi non abbiamo voluto scomodare la Principessa per ripulire la stanza”, si scusò con voce cupa il capo guardiano. “Non ti preoccupare per questo, fidato guerriero della Lutibia, la tua devozione a nostra figlia ed al regno intero è abbastanza per scusarti, una vista così misera non è poi tanto grave”, lo rassicurò Aristos, allontanandosi subito con il padre ed il fratello minore.

Un’ora dopo l’accaduto, Axides era in piedi, camminava da solo nel corridoio esterno, coperto da un lungo mantello, “Non amo indossare quei lunghi abiti cerimoniali in questo periodo”, pensò fra se il principe, avvicinandosi poi a Pirros, che lo attendeva appoggiato ad un muro.

“Mio principe”, lo salutò il generale, “come sta?”, domandò poi, “Io abbastanza bene, anche se, ormai siamo alla seconda parte del grande piano in cui sono coinvolto. Piuttosto, Orpheus?”, incalzò il figlio di Priaso, notando l’assenza dell’altro generale.

“Il nostro caro alleato sta spiegando la disposizione giornaliera delle guardie come è stata risistemata a suo fratello. Penso che ormai non ami più combattere con noi alla maniera che gli è stata concessa, sembra quasi titubante, teme di non ricevere il suo dono”, rispose Pirros, “E forse non lo riceverà come pensa lui, se continua a comportarsi così. Mentre tu e tuo padre, che tanto bene state combattendo per noi, non dovrete preoccuparti, avrete i vostri doni”, lo rassicurò Axides, “come io avrò il mio”, concluse poi.

“Quali nuove da vostra sorella?”, domandò pochi minuti dopo il generale, “Sembra che abbia già percepito molto di più di quanto io stesso immaginassi e, forse, date le sue parole, i diversi naviganti si staranno già avvicinando all’Isola dei Tesori, la meta per tutti, specialmente per noi”, concluse con voce soddisfatta Axides, mentre i fulmini saettavano alti nel cielo sopra la Lutibia.

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