Capitolo 3: L’assalto

 

Per una settimana i sette lavorarono senza rivolgersi molte parole, si ricambiarono suggerimenti, ordini in parte, e poco altro, il necessario per aiutare Argos nella costruzione di una grande imbarcazione.

La nave risultò bellissima, una costruzione immane, grande quasi una città, sotto il ponte vi era la coperta, con dieci camere al suo interno, oltre che un’ampia stiva e delle possenti stanze per i suoi custodi. I remi erano quattro, due per lato, ma posti in una maniera tale da, come diceva Argos, “Guidare non solo quella nave, ma anche altre due, se vi fossero state legate”, era una tecnica sviluppata non nelle terre degli Oleampos, ma più a sud, quasi nelle prossimità del Regno di Sabbia, almeno così aveva detto Odisseus, dopo la costruzione.

Le vele di quella nave erano tre, una per albero, sulla più alta vi era una rappresentante il dio Possidos, su quelle esterne, le altre divinità a cui era consacrata il regno di Aven: il dio Tonikos, il signore delle Feste, dio il cui sangue è nettare per gli uomini e Iutenia, la dea della sapienza che guida in battaglia i più coraggiosi.

Sulla prua e sulla poppa vi erano due grandi immagini, un volto di guerriero con due occhi dorati da una parte e quella di una figura femminile, probabilmente la dea Iutenia stessa, dall’altra parte.

Quando ormai la nave era pronta, i sette si sedettero a parlare.

“Il Re in questi giorni non ha aspettato altro che una vostra risposta”, esordì Iason, “Noi tutti siamo stati qui solo per costruire la nave, o almeno posso dire questo di me stesso”, esclamò Argos, “non inizierò un viaggio che non porterebbe a niente di buono”, avvisò l’ex semidio.

“Occhi bendati ha ragione, se non c’è niente da guadagnare perché dovremmo fare questo viaggio?”, domandò Acteon, appoggiando i piedi sul tavolo, “ma io ho la promessa di uno dei più ambiti premi di questo mondo, la preda che nessuno seppe domare, eccetto il dio delle Sabbie”, ridacchiò poi.

“Ruganpos ci attrae con doni che nessuno di noi potrebbe rifiutare, primo fra tutti la libertà dalle nostre maledizioni divine”, aggiunse Pandora, “Sapete, però, che c’è anche un’altra faccia di questa dorata e bella medaglia?”, li ammonì allora Odisseus, “Si, è un dubbio che ha scorto anche me”, concordò Argos, “Quale?”, domandò allora Eracles, osservando i due.

“Un dubbio molto semplice, giovane figlio di un dio, cioè: ci permetterà di usare il tesoro Verde? Quello che potrà curarci?”, domandò Atanos, che fino ad allora era rimasto in silenzio.

“Tesoro Verde, che cos’è?”, domandò Iason, “Devi sapere che i tre tesori che stiamo andando a cercare sono denominati il Tesoro Verde, Rosso e Blu. Ognuno di loro dona un particolare potere. Il primo, quello Verde, sembra essere l’essenza stessa della guarigione, nato da Urros stesso fu da lui depositato in quel luogo, chiunque lo avrà potrà guarirsi da qualsiasi male. Si dice che lo custodisca un essere mitico il cui corpo è fatto del metallo più resistente mai esistito”, raccontò Odisseus.

“Il tesoro Rosso, invece, fu fatto dal Signore delle Sabbie, Rikka, ha il dono di conoscere il futuro, quello prossimo, o quello distante, ed inoltre, per chi sa ben usarlo, è possibile anche cambiare il futuro. Si dice che un gigantesco toro d’oro lo custodisca, una bestia senza pari per grandezza e potenza, la preda più ambita da ogni Cacciatore”, aggiunse Argos.

“Ed il terzo tesoro?”, domandò allora Eracles, “Quello Blu è l’arma per eccellenza. Si narra che fu rubato al dio delle terre di Ghiaccio, il grande Odath, la sua potenza offensiva è pari solo a quella di una vera e propria divinità, può cancellare intere terre dal mondo, si pensa che sia scomparso così il regno di Atlia, la cui isola fu affondata. Una bestia immonda lo custodisce”, rispose seccamente l’uomo dall’odore di mare.

“Ecco perché”, balbettò Pandora sentendo quelle due spiegazioni, “Perché cosa?”, incalzò Acteon, “Perché il Re si preoccupava che ci muovessimo, blaterando fra se che anche altre tre forze cercano quei tesori”, rispose Odisseus, stupendo tutti, specialmente la ragazza.

“Non sei la sola la cui maledizione permette di spiare il prossimo”, affermò con tono gentile l’uomo di mare, “Dovete sapere che da secoli ormai gli uomini degli eserciti più disperati tentano di recuperare quelle tre reliquie, ma nessuno è mai tornato vivo da lì. Io stesso ho provato due volte ad arrivarci, ma in ambo i casi le mie navi sono state affondate dalla furia degli elementi e solo la mia persona si è salvata, a causa della maledizione”, spiegò Odisseus, “Da ciò che diceva Re Ruganpos, comunque, sono partite tre spedizioni di recente, almeno questo gli hanno detto i suoi ambasciatori e le spie. Due spedizioni sono partite dal Regno di Sabbia e da quello delle terre di Ghiaccio, che sono fra di loro in lotta da alcuni anni, mentre la terza proveniva dalla Luribia, il regno con cui Aven è in guerra”, concluse.

“Ed allora?”, domandò Acteon, “Dinanzi alle nostri doti qualsiasi semplice essere umano cadrà”, rifletté il Cacciatore, “Non penso siano semplici esseri umani quelli che ci sono stati mandati incontro, i guidatori delle altre navi”, rifletté Odisseus, “Forse avranno doti come le nostre, oppure armi particolari, ma di certo non saranno nemici da sottovalutare”, concluse.

“C’è un altro problema, inoltre”, aggiunse Argos, “la mappa. Tu, guerriero di antiche battaglie, sai certamente il tragitto più adatto, ma mi chiedo quanto questo possa essere utile. Se il mare ci sarà avverso e se le isole che traverseremo non ci saranno amiche, che faremo?”, domandò l’armiere, “Combatteremo”, rispose semplicemente Eracles, “e vinceremo”, concluse il giovane figlio di un dio.

“Il ragazzino la fa piuttosto semplice”, osservò divertito Acteon, alzandosi in piedi, ma, prima che il Cacciatore continuasse la sua frase, qualcosa rubò la sua attenzione e lo stesso avvenne anche ad Argos, Odisseus e Pandora.

“Che succede?”, domandò Iason, alzandosi in piedi, “Giunge la morte”, rispose semplicemente Pandora, mentre gli altri tre si voltavano verso le due porte, “Gente non di queste parti, puzzano di spezie orientali”, affermò Acteon, “Sono degli invasori, ne stanno arrivando dieci da destra ed una dozzina da sinistra”, continuò Argos, “Ce ne saranno altri sulla spiaggia”, suppose l’uomo che odorava di Mare.

“Suggerirei di dividerci”, propose subito dopo Odisseus, “Io, Iason ed il giovane figlio di dio andremo su, da Re Ruganpos, di certo anche lui sarà in pericolo; Atanos ed Acteon, voi dirigetevi alla spiaggia, difendetela da altri possibili nemici, mentre Pandora ed Argos resteranno a difesa della nave, bene?”, domandò il Navigante, rivolgendosi ai suoi sei interlocutori. Nessuno obbiettò alla proposta e tutti si mossero di conseguenza.

 

Quando entrarono nella grande sala in cui era stata costruita la nave, i ventidue uomini trovarono solo una ragazza dai neri abiti ed un uomo con un bastone in mano ad attenderli, “Quello sembra un cieco, ma state attenti, probabilmente qui intorno, vicino a queste due esche, si troveranno coloro di cui ci hanno parlato i nostri datori di lavoro”, esclamò uno di quei soldati, estraendo una grande spada e correndo verso la figura femminile.

In dieci si lanciarono, intanto, su Argos, che credevano cieco per la benda sugli occhi, ma, con loro grande sorpresa, l’essere riusciva a vedere i loro movimenti meglio di quanto un qualsiasi uomo avesse mai fatto prima.

Uno dei soldati cercò di colpirlo alle spalle con un taglio ascendente, ma il Guardiano lo evitò con estrema facilità, spostandosi pochi attimi prima dell’impatto, con una precisione accurata. Altrettanta attenzione, Argos la mise nel colpire con il bastone. I movimenti delle braccia erano eleganti e sinuosi, nessun nemico riusciva ad evitarlo, sembrava quasi che egli vedesse non solo i movimenti, ma anche i pensieri, così da anticipare le mosse future. Tre nemici tentarono di evitare i colpi di bastone con movimenti sempre diversi, ma furono tutti colpiti ed uccisi dall’avversario.

Maggiore fortuna non ebbero i nemici di Pandora. Malgrado la ragazza si fosse fatta circondare senza obiezioni, non sembrava affatto pronta a cadere, “Se non volete morire, andatevene, ve ne prego”, sussurrò da subito la giovane creatura, ma uno di quei misteriosi soldati li saltò contro, incurante della minaccia, terribile fu la scena che i suoi pari poterono vedere. Il soldato cadde a terra prima ancora di avvicinarsi a lei, un tremore gli scosse il corpo, un terrore oscuro spaventò tutti, mentre un liquame simile a sangue, ma nero come catrame, scivolava dalla sua bocca, prima che, in un ruggito malefico, uno sciame di insetti fuoriuscisse dalle labbra del moribondo, insieme all’ultimo respiro.

“Che mostro è mai questo?”, domandò un altro dei soldati, indietreggiando spaventato, “Un mostro da abbattere”, replicò un secondo nemico, lanciandosi con altri tre contro Pandora, ma tutti loro fecero la stessa terribile fine del loro predecessore, cadendo morti in un quel modo orribile a causa di questa nemica e di ciò che l’aveva infettata.

In pochi minuti tutti coloro che avevano invaso le fondamenta del castello morirono, uccisi dall’uomo con il bastone che sapeva prevedere i movimenti e dalla ragazza maledetta.

 

Sulla spiaggia, intanto, Atanos ed Acteon erano stati circondati da decine di soldati, questi, come gli altri, erano vestiti con un abito arancione, una veste piuttosto brillante, di certo inutile per confondersi in un gruppo, ma necessaria per distinguersi, tanto brillante quanto orrida nelle decorazioni: dei grossi cavalli stilizzati. “Dimmi, vecchio, tu riconosci quel simbolo?”, chiese il cacciatore al suo alleato, “Penso siano truppe d’assalto della Ganigia, un regno alleato della Lutibia”, rispose Atanos, “mi chiedo che armi abbiano”, esclamò poi, gettandosi in mezzo ai nemici.

“Impaziente il vecchietto, bene, nemmeno io resterò ad attendere le vostre mosse, mie dolci prede”, avvisò subito dopo Acteon, mentre la sua pelle lentamente mutava. Grande fu lo stupore fra i soldati quando il biondo guerriero dagli occhi azzurri lentamente mutava. Il pelo sulle braccia e sul petto aumentò di densità e lunghezza, diventando grigio, le dita si allungarono, mentre lunghi artigli vi crescevano; medesima cosa si poteva dire dei canini, affilati e minacciosi nella bocca adesso più lunga ed animalesca dell’individuo, la cui nuova forma era più animale che umana.

Un ululato proruppe dalle labbra del Cacciatore, raggelando il sangue di tutti i presenti, poi l’essere antropomorfo si lanciò sui nemici, dilaniando i primi con i propri artigli. Velocemente l’uomo lupo si fece strada fra gli avversari dai colori sgargianti, profondi tagli, morsi e pugni recisero le teste o altri muscoli dei diversi uomini, lasciando solo un lago di sangue di ciò che prima era un possente esercito.

Quando Acteon finì la sua furiosa corsa ed il lauto pasto ad essa annesso, si voltò verso Atanos e con gran stupore lo scoprì a subire colpi di spada senza opporsi minimamente.

Ciò di cui i soldati nemici non si accorsero, ma che fu subito chiaro agli occhi del Cacciatore, era il beffardo sorriso sul volto di Atanos, il quale continuava a subire fendenti, affondi, tagli e colpi di ogni genere, senza perdere la minima goccia di sangue. Alla fine, quando tutti i guerrieri erano ormai stremati per i tanti colpi lanciati, l’Immortale si alzò in piedi, “Ebbene? Speravate di farmi raggiungere l’Oltretomba con questi colpi? Ben altri stratagemmi sembrano essere utili”, rifletté, mentre i vari danni sul suo corpo si richiudevano automaticamente.

Atanos bloccò un soldato con la mano, il più vicino che aveva, lo sollevò in aria e gli spezzò il collo con un movimento del pollice, poi, con l’altra mano gli prese la spada, lanciandosi in mezzo ai nemici.

“Non conosco morte e dolore”, esclamò Atanos, togliendo le prime vite, “Misericordia e carità mi furono rubate da Sade, quando mi recise l’anima”, concluse poi, continuando nella sua folle corsa fra i nemici, che, lentamente, uno dopo l’altro, cadevano, morti al suolo.

 

Anche il terzo gruppo, quello nel castello, trovò un grande numero di nemici dinanzi a se. I soldati, però, che per primi si posero dinanzi ai tre per fermare la loro corsa verso il Re, avevano dei grossi scudi, utili per difendersi da qualsiasi nemico, pensavano.

“Iason, questa è l’unica strada per raggiungere Ruganpos?”, domandò Odisseus, “Si, esatto, se vuoi posso occuparmene io di costoro”, replicò l’uomo di Aven, “No”, si intromise Eracles, “Ci penserò io a questo gruppetto, sarà un gioco da ragazzi”, avvisò il figlio del dio, lanciandosi in avanti.

Grande fu la sorpresa di Iason quando vide che il corpo del ragazzo si stava lievemente gonfiando per l’immane muscolatura e con alcun semplici pugni quel giovane così curioso riusciva a sbaragliare decine di soldati, liberandogli in pochi attimi la strada.

Iason ed Odisseus poterono così continuare la loro corsa, finché non arrivarono dinanzi alle stanze del Re, dove altri soldati dalle vesti arancione cercavano di entrare, “Ora lascia fare a me”, avvisò Iason, scattando verso gli avversari.

Nessuno, inizialmente, capì che stesse succedendo, alcuni soldati videro una figura spostarsi velocemente fra loro prima che delle candide catene li bloccassero per il collo, rompendoglielo. Solo Odisseus riuscì a distinguere chiaramente l’azione, con sua gran sorpresa e quando l’attacco di Iason finì, il Navigatore corse presso Ruganpos e lo trovò circondato da quattro guardie nemiche.

“Fermo lì”, ordinò uno dei quattro, “No”, lo ammonì Odisseus, “Tu resterai fermo”, avvisò il Navigatore, mentre un bagliore violaceo gli illuminava la mano, fermando i passi dei quattro nemici.

“Adesso, addio”, sussurrò l’uomo maledetto dagli dei, prima che i nemici cadessero al suolo senza vita.

“Tutto bene, maestà?”, domandò il Navigatore, “Siamo stati attaccati. L’esercito di Lutibia sa di voi e della missione. Sia loro sia altre due armate hanno mandato i loro migliori esseri in questa missione. Vi prego, recuperate i Doni Divini. Vi regalerò il Tesoro Verde se vorrete, ma salvate il mio paese. Recuperate gli Oggetti e portatele sul campo di battaglia, presso i confini della Lutibia, fatelo per il vostro Re”, esordì Ruganpos, “E tu, Odisseus, guida i tuoi giovani compagni in viaggio, ho piena fiducia in te. Falli arrivare tutti sul campo di battaglia, te lo chiedo per favore”, concluse il sovrano di Aven, “Io intanto andrò sul campo di battaglia”, concluse il monarca.

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