Capitolo 27: Figli di dei

 

Pandora, Odisseus ed Atanos erano ancora in piedi dinanzi al divino nemico che li assaliva, con agili movimenti evitavano dei giganteschi artigli che, come mani, apparivano dalle mura di quella stanza, senza dargli mai un attimo di pausa.

Il Navigatore distruggeva con possenti pugni brillanti di rosso gli artigli che gli si paravano davanti, mentre il nero sciame di Pandora li erodeva ogni volta ve ne fosse bisogno, aprendosi un passaggio fra questi, solo l’Immortale non si preoccupava di difendersi, coprendo con il suo corpo alieno alla morte Iason, il compagno ferito.

“Zion, è questo il meglio che sai fare?”, tuonò ad un tratto Odisseus, fermatosi al centro della sala, “Se sei veramente la potente divinità che dici di essere, mostrati a noi con delle tecniche veramente efficaci, non con questi tuoi trucchi da baraccone”, ringhiò il Navigatore, guardandosi intorno.

“Attento”, sentì urlare alle sue spalle dalla voce di Pandora, prima che, dinanzi a lui sorgesse la figura del dio di Midian, uscente dal terreno, “Mi hai chiamato, mortale?”, tuonò la divinità, il cui sguardo, pieno d’odio, sembrava essersi calmato, “Si, Zion”, replicò semplicemente Odisseus.

 

La corsa di Acteon, Argos ed Eracles, intanto, continuava, i tre avanzavano veloci lungo il corridoio, seppur il Guardiano era apparentemente impacciato nei movimenti.

“Che ti succede Argos?”, domandò il giovane figlio di Urros, sostenendo il compagno di viaggio, “Sembri affaticato, eppure ti ho visto evitare con facilità gli attacchi dell’Uomo Nebbia”, osservò allora Acteon, voltando il capo verso l’alleato.

“Sono affaticato, l’uso dei miei occhi divini in questo corpo umano, senza freni che ne blocchino la potenza, mi indebolisce sempre, se vogliamo è il prezzo da pagare per riuscire ad avere una piena visione”, spiegò Argos, lasciando la presa di Eracles, “ma non preoccupatevi, non vi sarò di peso nella corsa”, concluse poi, bloccando i passi dei compagni.

“No, non gli sarai di peso, perché la corsa finisce qui”, esordì una voce, oltre l’angolo, prima che un possente corpo si parasse dinanzi ai tre.

“Sisto, la guardia del corpo di Qui Han”, lo riconobbe subito Argos, “Si, sono io, ma hai sbagliato il ruolo da darmi in questo regno”, rispose la creatura con quattro braccia, ponendosi in posizione di guardia, “io non combatto per difendere quello straniero, ma per seguire il volere di mio padre”, tuonò lanciandosi con i pugni sollevati contro i tre.

 

Atanos e Pandora osservavano, da due posizioni diverse, il dialogo fra Odisseus e Zion, che, in quel momento, stavano guardandosi con occhi di sfida, “Dimmi, divinità di quest’Isola, per quale motivo hai distrutto il territorio a te circostante? Solo per dominare meglio questo pezzo di terra? Per questo hai rischiato una guerra con le altre divinità, specialmente quelle dell’Oleampos? Mi sembra una ragione troppo assurda, persino da attribuire ad un dio tanto egocentrico come te”, affermò con fredda ironia il Navigatore.

“Piccolo uomo, dovresti solo pregarmi di risparmiarti la vita, non osare tante critiche e parole ironiche nei confronti di me, che sono una divinità e potrei schiacciarti con il solo pensiero”, tuonò Zion, mentre delle gigantesche mani apparivano ai lati di Odisseus, “Non chiesi pietà a Possidos quando mi condannò a vagare per l’eternità senza trovare mai casa, né la chiesi a Rahama quando fui giudicato per crimini non miei ed ora non la chiederò ad un dio minore come te”, tuonò il Navigatore, mentre i rossi bagliori dai suoi palmi distruggevano quelle colonne di pietra, “rispondimi piuttosto”, concluse.

“Sei stupido, ma coraggioso, mortale, quindi ti darò la risposta che vuoi sentire, per soddisfare la tua curiosità. Due dei miei servitori, giunti dopo la vittoria sui fratelli che mi sottovalutavano, mi suggerirono di eliminare i territori di alcune divinità confinanti, quelli che non avevo raso al suolo durante il periodo di guerra. Lasciai solo Lembia, che mi dissero esserci alleata ed amica, e una piccola isola disabitata prima di Ten-Lah”, spiegò la divinità.

“Sicuro che questi tuoi servitori non fossero invece al servizio dell’Idra Nera, avendo lasciato stare Lembia, dove questi era il velato padrone?”, domandò allora Odisseus, “Sicuro di non essere stato usato?”, incalzò con tono ironico, “Come osi?”, tuonò Zion, scatenando un gigantesco lembo di terra contro il nemico, che con un altro potente pugno rosso lo frantumò, per poi lanciarsi contro il dio stesso, “Oso, perché tu non sei una divinità, ma solo uno stupido ammasso di terra privo di furbizia alcuna”, urlò il Navigatore, colpendo in pieno petto l’avversario, che scomparve di nuovo nel terreno, “Per questo pagherai”, si sentì minacciare.

 

Intanto i quattro pugni di Sisto avevano trovato i loro bersagli, ma solo uno era andato a buon fine, colpendo in pieno stomaco Eracles, mentre altri due erano stati bloccati e l’ultimo deviato proprio dal figlio di Urros, che si era posto a difesa dei compagni.

“Sei piuttosto forte, ragazzo, nessuna aveva mai saputo parare così i miei possenti pugni”, si congratulò il mostro con quattro braccia, “Grazie”, esordì il giovane, sollevando l’avversario e rilanciandolo indietro, “essere di pietra”, concluse poi, osservandolo.

“Come lo hai capito?”, domandò subito il gigante, rialzandosi, “Al tatto, sembravi più simile ad una montagna che a qualsiasi altra cosa avessi mai toccato”, spiegò Eracles, “Ecco perché non ne avevo sentito la presenza allora”, esclamò Acteon, “il suo odore si confonde in mezzo alla roccia vulcanica di questa montagna, non era solo un’impressione”, rifletté prontamente, “Esatto, Cacciatore, egli è fatto di solida roccia, me ne sono accorto solo adesso, vedendolo da vicino”, concordò Argos, stremato dalla scontro precedente, “seppur non so come possa esistere un simile essere”, concluse.

“Io esisto perché questa è la volontà di mio padre”, esordì Sisto, “quando egli divenne l’unico signore di questo luogo decise di crearmi da una parte di montagna, una parte di se, nel creare formò la mia figura e con la volontà celeste mi diede vita. Per sua volontà servivo Qui Han, per sua volontà vi condussi all’arena e sempre per sua volontà ora mi pongo ad ostacolo, per impedirvi di liberare chi deve restare prigioniero”, concluse il mostro di pietra, avanzando verso i nemici.

Eracles si pose dinanzi a lui, “Segui sempre la volontà di tuo padre dunque? Da questo punto di vista, ti capisco molto bene, però non posso permetterti di fermarci, proprio perché anche questa parte della nostra avventura è fondamentale perché io possa vedere il mio di padre”, affermò con voce decisa il figlio di Urros, preparandosi alla lotta.

I due si lanciarono uno contro l’altro, un possente diretto di Sisto colpì in pieno stomaco il nemico, lasciandolo indietreggiare, Eracles, però, si fermò subito, lanciando un montante contro il mostro di pietra che lo bloccò con due mani, per poi caricare una serie di pugni sulle costole del giovane avversario, il quale rispose con una possente testata finale, che fece cadere al suolo il figlio di Zion.

“Il ragazzo inizia ad abituarsi alla lotta, non credi?”, domandò Acteon, rivolgendosi ad Argos, “Non lo so, questo non mi sembra il suo normale modo di lottare, almeno da quel che ho potuto vedere su Lembia ed a Seev”, rifletté il Guardiano, “sembra quasi che se la sia presa particolarmente a cuore questa battaglia”, concluse, prima che Eracles caricasse un nuovo attacco verso Sisto.

Un pugno colpì il gigante di pietra in pieno stomaco, lasciandolo indietreggiare, poi un secondo lo raggiunse al volto, per essere seguito da un terzo, che non arrivò mai a segno, fermato da due delle possenti braccia di roccia. Fu allora Sisto a contrattaccare, con una coppia di diretti alla mascella, che da sinistra raggiunsero Eracles, l’uno bloccandogli il braccio fermo, l’altro investendolo in piena bocca, così da farlo poi volare al suolo.

Un rumore, però, proruppe in quel momento dal corpo di Sisto, il sordo rumore di una crepa apertasi sul suo stomaco, “Sei veramente forte, ragazzo, nessuno prima d’ora aveva danneggiato così tanto il mio potente corpo, forgiato per me dal divino padre Zion”, si congratulò la creatura di pietra, accarezzando la crepatura.

“Con te ho qualcosa in comune, figlio di Zion, poiché anch’io sono nato da sangue divino, seppur il mio corpo non fu forgiato, ma spesso penso che fu un errore di calcolo del divino Urros, mio padre”, spiegò Eracles, rialzandosi in piedi.

“Sei il figlio di Urros?”, domandò sorpreso Sisto, “Allora sarà per mio padre motivo di gloria se gli porterò la tua vita, in dono”, esclamò gioioso l’essere di pietra, lanciandosi all’attacco, “Anch’io ti affronto per avere un motivo di gloria da portare dinanzi a mio padre, se mai lo vedrò. Per essere degno di lui ho deciso di intraprendere questo viaggio, ma non sarà la tua vita a darmi la vittoria desiderata, bensì la tua resa”, replicò con decisione Eracles, lanciandosi a sua volta all’assalto.

“Come speri di vincermi senza uccidermi?”, tuonò allora il mostro di pietra, caricando un diretto al volto, “Così”, esclamò allora il figlio di Urros.

In quel momento Argos vide chiaramente il giovane alleato chinarsi per evitare l’assalto e quindi, con ambo i pugni, colpire il braccio di pietra all’altezza del gomito, frantumandolo e staccandoglielo di netto, poi, con agile movimento, Eracles lanciò un pugno contro lo stomaco dell’avversario, gettandolo indietro di diversi passi.

“Se ti recido tutte e quattro le braccia non potrai più combattere, ma sono certo che tuo padre te ne forgerà di nuove, quando tornerai da lui”, avvisò il giovane figlio di Urros, rimettendosi in guardia.

“Bell’idea, ma non sperare in altrettanta pietà da parte mia”, ringhiò Sisto, lanciandosi all’attacco con le ultime tre braccia rimaste.

Eracles sembrò puntare all’altro braccio destro rimasto al suo avversario, il quale, notando la posizione avversa, fece una finta, allontanando all’ultimo l’arto destro, per colpirlo così ai reni con il pugno inferiore sinistro. Il figlio di Urros sollevò allora le braccia in una smorfia di dolore ed in quel momento Sisto gli bloccò la mano sinistra con la propria mano destra, “Ora che farai?”, domandò la creatura di pietra, colpendolo allo stomaco con il medesimo braccio di prima, “Questo”, sentenziò con un filo di voce Eracles, bloccando l’unico braccio che il nemico ancora non usava con il proprio e spezzandoglielo, facendo leva sulla schiena.

In un urlo di dolore, Sisto bloccò allora il braccio libero dell’avversario e si gettò contro di lui, anche Eracles fece lo stesso movimento, schiantando così l’uno la testa contro l’altro, per poi barcollare indietro, entrambi feriti al volto.

Sisto si rialzò subito, guardando con occhi pieni di rabbia l’avversario, “Rinuncia”, gli propose subito Eracles, “se fosse possibile preferirei non spezzarti le altre braccia, è un gesto di fin troppo poco rispetto questo, vorrei poter concludere la nostra lotta con l’onore di due veri guerrieri, figli degni di potenti divinità quali sono i nostri padri”, spiegò il figlio di Urros.

“Stai zitto, moccioso, cosa puoi capire tu, che non hai mai visto tuo padre?”, tuonò Sisto, “Almeno questo ho capito dalle tue parole di prima, oppure mi sbaglio?”, incalzò il mostro di pietra, “No, non ti sbagli”, rispose l’altro.

“Tu non sai quale frustrazione addolori lo spirito del mio sommo padre Zion, non sai cosa vuol dire non sentirsi per niente utili a lui nel momento del bisogno, quindi, siccome non posso aiutarlo con le parole, lo faccio con le azioni, difendendo gli altri suoi servitori, quando me lo chiede, oppure distruggendo i suoi nemici, se questo è il volere che mi esprime. Non sono come te, nato dall’amore di un dio verso una donna, sono fatto di pietra, una pietra in cui Zion soffiò il volere proprio e per questo, per lui, sono più un oggetto che un figlio, ma malgrado questo mi dimostro degno del suo rispetto. Perciò, chiedermi di ritirarmi e come chiedermi di rinunciare alla mia stessa ragione d’essere e non posso vivere se non ho una ragione per farlo”, concluse lanciandosi all’attacco.

Eracles prese in pieno stomaco il pugno sinistro del nemico, subendo poi il destro al volto, ma non indietreggiò, né cadde a terra, rimase fermo dov’era, guardando con occhi tristi l’avversario.

“Pensi davvero che io non possa capirti? Non aver mai visto mio padre Urros è molto simile, per me, a come tu ti senti ora. Anch’io mi sento inutile dinanzi alla sua immensità, ma non per questo distruggo tutto senza fermarmi, anzi agisco diversamente da così, poiché questo è il modo di fare dei fratellastri che mai mi cercarono né mi accettarono fra loro, per questo io agisco come dovrebbe fare ogni uomo, rispettando la vita del mio prossimo ed evitando di danneggiarla oltre modo”, concluse con occhi tristi il giovane, prima che Sisto lo colpisse con un altro diretto allo stomaco, lasciandolo barcollare indietro.

“Se mi capisci e vuoi rispettarmi, allora attaccami con tutta la tua forza, figlio di Urros, e mostrami di cosa sei veramente capace, fai in modo che la vita che cerchiamo di plasmare per vedere i nostri padri felici, prenda forma anche in questa battaglia fra figli di dei, forza!”, lo incitò con voce tonante la creatura di pietra, prima di lanciarsi in un nuovo attacco.

Un gancio destro raggiunse il volto di Eracles, investendolo in pieno e lasciandolo barcollare indietro, ma il figlio di Urros fu subito all’attacco, colpendo con un montante l’ascella sinistra del nemico, che si frantumò, permettendogli di recidergli l’intera spalla. “Non è ancora finita!”, tuonò Sisto, lanciando un altro diretto allo stomaco, che il giovane figlio di Urros prese in pieno, bloccandolo poi con ambo le mani, “Hai solo un braccio ormai”, sentenziò il ragazzo, storcendolo, “Ho ancora la testa!”, replicò con decisione il mostro di pietra, caricando una testa sull’orecchio sinistro dell’avversario.

Eracles cadde in ginocchio, ormai il suo volto era una maschera di sangue, per le continue testate e pugni presi, ma anche il corpo di Sisto, menomato dalla perdita di tre braccia, era pieno di crepe e danni vari, seppur questo non fermò l’assalto del gigante di pietra, che si lanciò di nuovo all’assalto con l’arto rimastogli.

Subito il figlio di Urros fermò il pugno con ambo le mani, ma questo non bloccò l’avanzata del nemico, che si lanciò in una nuova devastante testata. Stavolta Eracles rispose alla testata con la medesima tecnica ed i capi dei due cozzarono fra loro, lasciandoli poi cadere a terra entrambi, storditi.

Acteon ed Argos si avvicinarono al giovane compagno ed al suo nemico. Il volto di Eracles era ormai completamente celato dal sangue che copioso scendeva da più e più ferite, nascondendone i lineamenti particolarmente danneggiati. Sisto, d’altra parte, era al suolo, un’unica e gigantesca crepa si era aperta su tutto il suo corpo, lasciandolo dolorante a terra, incapace di alzarsi.

“Direi che lo scontro è finito, Acteon, aiuta il ragazzo ad alzarsi, ti prego”, suggerì subito il Guardiano, “Si”, rispose il Cacciatore, sollevando di peso il giovane figlio di Urros, dolorante.

“Aspetta”, sussurrò a quel punto Sisto, agitando l’unica mano che gli restava, “deve prima finirmi, poiché è chiaro che fra i due è quello che ha subito meno danni”, sussurrò la creatura di pietra.

“No”, balbettò Eracles, “non posso finirti, perché come me hai lotta con onore per tuo padre, quindi che egli ti veda, così come sei ridotto ed abbia gioia per la gloria che ne riceverà della determinazione del suo discendente, una fortuna che forse Urros mai mi concederà”, concluse con tristezza il giovane, prima di allontanarsi a fatica con i due compagni.

Sisto non poté fare niente, guardando i tre avversari che si allontanavano con passo deciso, seppur non svelto, verso la cella dove erano imprigionati gli altri dei di Midian.

Hosted by www.Geocities.ws

1