Capitolo 26: Occhi e
Nebbia
“Avvicinatevi alle pareti e non muovetevi per alcun motivo, potreste essere coinvolti nella lotta”, avvisò subito Argos, mentre già la nebbia li avvolgeva, “Quale scontro?”, chiese Eracles, appoggiatosi al muro sulla destra, “Quello con me, invasore”, rispose una voce, prima che la pallida figura di Shiar apparisse dalla nebbia che lui stesso generava.
“Dobbiamo completare il nostro scontro, uomo dalla vista acuta”, avvisò il guerriero della Nebbia, “e poi non posso permettervi di andare avanti, perché è il volere del sommo Zion che nessuno si avvicini ai suoi venerabili fratelli”, concluse Shiar, voltando lievemente il capo verso la strada dietro di lui.
“Avevo già intenzione di affrontarti, Uomo della Nebbia, sono l’unico fra noi che può affrontarti nel tuo stesso ambiente senza problemi eccessivi, anzi, movendomi tranquillamente”, replicò quietamente il Guardiano, sollevando le braccia in posizione di guardia, “Bene, ne sono lieto, speravo di affrontare un nemico degno di tanto rispetto, anzi, prendi questo, ti appartiene”, concluse Shiar, lanciando verso il proprio avversario il lungo bastone che gli era stato sottratto.
“Nessun alleato ci dovrà interrompere, né alcun inganno deve esser fatto, combatteremo lealmente al massimo delle nostre doti”, avvisò il guerriero di Midian, “Ti ringrazio, sono lieto di avere un nemico così leale, seppur temo che il tuo sia un intento per farci perdere più tempo possibile”, concluse con un lieve inchino Argos, rimettendosi in posizione di guardia, stavolta con la sua arma in mano.
“Ogni servitore deve servire al meglio il proprio padrone”, affermò Shiar, scomparendo nella Nebbia, “Su questo siamo d’accordo”, concordò il Guardiano, spostandosi lievemente sulla destra, mentre ai suoi due compagni veniva occlusa la possibilità di osservare lo scontro.
Odisseus, Atanos e Pandora, intanto, stavano ancora fronteggiando Zion, la divinità, infatti, era in piedi, nella roccia che la costituiva, si ergeva minacciosa contro i tre nemici e, ad ogni movimento delle sue mani, un nuovo attacco colpiva gli avversari. Odisseus riusciva a stento ad evitare gli attacchi, mentre Pandora, dividendosi nel nero sciame, era al sicuro da ogni colpo subito, come Atanos, che non risentiva di nessuno degli assalti nemici.
Gli assalti di Zion, però, finirono dopo alcuni minuti, “Dove sono finiti gli altri vostri compagni? Fuggiti per paura?”, ridacchiò il divino nemico, “Sono di salute più cagionevole, si sono allontanati”, avvisò con tono ironico Odisseus, mentre le mani brillavano di una luce rossa, lanciandosi all’attacco, “Se è vero perché quel malandato è ancora lì”, ridacchiò la divinità, prima che una lama affilata apparisse dal terreno, diretta contro Iason. “Troppo lento”, esclamò Atanos, che si era posto a difesa dell’alleato, bloccando l’assalto nemico.
“Insulsi uomini”, ringhiò Zion, mentre giganteschi artigli si alzavano verso i tre nemici intorno a lui, cercando di colpirli tutti, ma né Pandora, né Odisseus furono colpiti dall’assalto avverso, mentre Atanos non riportò alcun danno.
“Finora la battaglia sembra in fase di stallo, ma mentre noi ci difendiamo nel miglior modo possibile, Zion non fa altro che agitare le braccia, scatenando i propri attacchi”, osservò subito dopo la Giovane maledetta da Urros, riavvicinatasi ai due compagni di viaggio. “Questo è vero”, concordò il Navigatore, “ma se non lo teniamo impegnato così, gli altri non avranno tempo a sufficienza”, osservò, voltandosi verso il nemico divino con uno scatto deciso.
“Stolto”, ringhiò Zion, aprendo di nuovo la mano, “Chissà”, rifletté una voce femminile dietro la divinità, prima che il nero sciame si gettasse su Zion, obbligandolo a scomparire nel terreno, senza portare a termine l’assalto.
“Fortuna che l’ira sembra guidare ogni sua azione”, osservò Odisseus, fermandosi, prima che l’intera sala tremasse, scossa dall’apparizione di Zion, la cui figura, ora immane, stava sollevandosi dal terreno, circondata da giganteschi artigli, “Questa volta lo abbiamo fatto arrabbiare”, ridacchiò il Navigatore, osservando gli occhi brillanti d’odio del nemico.
Nessuno, in quel momento, si accorse che uno di quei giganteschi artigli di pietra aveva reciso i fili d’essenza grigia deposti da Odisseus intorno al cadavere di Tsun Ta, permettendo a tutte le anime di fuggire, eccetto che a quella violacea, che rimase intorno al cadavere senza più vita.
Eracles ed Acteon, intanto, cercavano di seguire lo scontro del loro compagno Argos, nascosto dall’altissima nebbia, ma senza alcun successo, niente era visibile ai loro semplici occhi, oscurati da quella foschia. “Tu capisci cosa sta succedendo la dentro?”, domandò ad un tratto il giovane figlio di Urros, “No, ma fiuto ancora la presenza di entrambi e, da ciò che sento, la battaglia non dovrebbe ancora essere iniziata fra i due”, rispose prontamente il Cacciatore, senza allontanarsi dal muro.
Effettivamente il duello fra il Guardiano e l’uomo della Nebbia non era ancora iniziato, Argos si muoveva silenzioso nella foschia, spostando, di quando in quando, il bastone da una mano all’altra, senza fare il minimo rumore, seppur sapeva che quello scontro non era legato all’udito di nessuno di loro, ma alla vista più acuta ed attenta che vi fosse.
Dopo diversi minuti di silenzio, però, una figura si materializzò alle spalle del Guardiano, il quale, accortosene subito, si voltò di scatto, colpendo la nebbia residua con il bastone, senza colpire l’avversario in questo modo. Shiar, però, si dimostrò deciso ad affrontarlo, infatti apparve subito dopo un pugno da sopra il capo del Guardiano, che si salvò solo grazie ad un veloce movimento del bastone, con cui evitò l’assalto nemico, costringendolo a scomparire di nuovo nella Nebbia da lui creata.
“Sei più accorto della volta scorsa”, esordì Argos, notando che nessun altro attacco partiva verso di lui, “Certamente”, rispose la voce di Shiar, “questa non è una di quelle battute di caccia a cui ero assegnato per volere del Nero Sacerdote, ma un compito di importanza maggiore, non posso permettermi di sottovalutare il nemico, specialmente sapendo che riesci a vedere la mia figura, non appena la condenso a sufficienza per attaccarti. Non mi è concesso perdere in questo caso, ho un dovere da rispettare verso la divinità che mi comanda”, affermò con voce decisa l’uomo della Nebbia, che ancora circondava l’avversario.
“Però, proprio perché la tua dote ti permette di evitare qualsiasi attacco ravvicinato, mi vedo costretto ad utilizzare uno stile di lotta che prevede una certa distanza fra noi”, avvisò pochi attimi dopo Shiar, prima che un sibilo scuotesse la nebbia. Argos intravide solo dopo alcuni secondi un oggetto che si avvicinava a lui, un gigantesco arpione di nebbia, che si andava allungando verso di lui.
Il Guardiano evitò l’assalto con uno spostamento laterale, ma l’attacco non era finito, infatti l’arpione si trasformò in una lunga lama che cercò di tagliare orizzontalmente lo spazio fra Argos e se stessa, senza riuscire a ferire l’ex semidio, che con un’agile capriola evitò il nuovo colpo nemico, spostandosi a diversi passi di distanza con veloci salti.
Quando si fermò, però, il Guardiano fu costretto a voltarsi di scatto e bloccare con il proprio bastone i pugni di Shiar, che stavano per raggiungerlo, così da poi colpire il nemico di Nebbia con un possente calcio, che lo costrinse a celarsi di nuovo nella sua stessa foschia.
“Sei uno dei nemici più abili e dotati che abbia mai incontrato, hai dei sensi perfettamente sviluppati, ma malgrado questo non sembri reggere molto ad un duello combattuto nella mia nebbia, quindi, data la tua abilità, mi vedo costretto a chiederti di arrenderti”, avvisò Shiar.
“Che cosa?”, domandò Argos, “Lascia subito quest’Isola insieme ai tuoi due compagni che sono qui e dirò al sommo Zion che avete preferito fuggire e non sono riuscito a raggiungervi, egli non mi ucciderà, forse mi punirà, ma saprò resistere”, spiegò l’uomo della Nebbia, “E dovrei abbandonare gli altri?”, incalzò il Guardiano, “Purtroppo sono spacciati, nessuno può fermare il sommo Zion quando si scatena in una battaglia”, spiegò Shiar, “Eccetto i suoi stessi fratelli”, concluse l’altro.
“Non posso permetterti di liberarli, non è questo che vuole il sommo Zion”, avvisò la voce di Shiar, “e di certo non puoi sperare che non trovi nemmeno un attimo di distrazione nella tua difesa, perché sai che lo troverò”, concluse.
“Si, probabilmente ci riusciresti, ma non posso abbandonare i miei compagni di viaggio, loro hanno fiducia in me come io ne ho in loro, quindi c’è solo un modo per risolvere la cosa a mio favore”, concordò Argos, slegando la bandana che copriva il suo capo interamente e lasciando i capelli slegati dinanzi al volto e lungo i lati. “Che cosa vuoi fare? Hai forse qualche trucco in quella fascia che ti copriva il volto?”, domandò Shiar, “No, non era la bandana ad avere il potere, ma ciò che lei nascondeva”, spiegò, tirando indietro i capelli e mostrando due abbaglianti occhi incastonati nel volto, uno verde e l’altro marrone.
“Ebbene? Sono questi due occhi di colore diverso il tuo potere?”, incalzò il Guerriero della Nebbia, “No, non guardare agli occhi del mio volto, ma agli altri”, suggerì Argos, prima che la voce di Shiar balbettasse un contorto: “Che cosa?”.
Centinaia di bagliori bianchi si erano accesi sui capelli grigi di Argos, “Ma sono occhi?”, balbettò Shiar, stupito da ciò che aveva appena visto, un uomo con un centinaio di occhi disposti sui capelli, intorno a se, “Esatto, e non occhi normali, bensì le mie pupille bianche, capaci di distinguere qualsiasi cosa si muova intorno a loro, persino la sottile salsedine che evapora creando la nebbia, ne percepiscono gli atomi stessi che la compongono e, come puoi vedere tu stesso, sono disposti tutti intorno a me, dandomi una visione completa dell’area circostante”, spiegò il Guardiano, prima di voltarsi di scatto e lanciare un fendente sulla sua sinistra, colpendo, apparentemente, solo la grigiastra foschia.
“Come hai fatto?”, domandò allora Shiar, “Come hai individuato il punto da cui sorgeva la Nebbia, il centro del mio stesso corpo?”, si chiese stupito, “Ora non ti vedo appena ti condensi, ma già adesso so dove sei, cioè sospeso a mezz’aria, sulla destra”, rispose prontamente Argos.
“Un’ultima domanda, mio abile avversario,” esordì dopo alcuni secondi di silenzio Shiar, “com’è possibile che esista un uomo come te?”, domandò poi.
“Un tempo ero un semidio, Argos, servitore di Lera, la Regina degli dei dell’Oleampos. Mi erano affidati diversi compiti di sorveglianza, sia a difesa della dea stessa, sia come custode ed accompagnatore dei suoi figli prediletti e spesso dovevo anche seguire il divino sposo della mia Regina, il sommo Urros, una delle divinità Supreme, che aveva il vizio di amare le donne mortali. Fu proprio nell’inseguirlo in una di queste fughe che subì la sua ira. Io, un semidio il cui corpo era composto da mille occhi, fui fulminato dal potere del sovrano celeste, che mi risparmiò la vita per pietà, probabilmente. Fu allora che giunse la mia Regina, Lera, che non fu altrettanto indulgente vedendomi al suolo, con ben quattrocento occhi ormai spenti, senza più vitalità, per questo mi condannò a vivere come un mortale, lasciandomi però i celesti poteri che mi erano stati concessi. Rinacqui così come semplice uomo, un bambino con l’unica stranezza di avere due iridi di colore diverso, ma, al tempo della pubertà, lentamente, i ricordi e con loro gli occhi, ritornarono, ridandomi i poteri celesti di un tempo. Ora le mie pupille si dividono sul corpo, quelle bianche per i capelli, quelle rosse sulle braccia e così via, permettendomi una difesa ed una visione totale di tutto, visione che cerco in ogni modo di celare con abiti scuri e lunghi, che frenino, almeno in parte il potere che ho”, raccontò il Guardiano, senza muoversi minimamente.
“Adesso che anche tu sai contro chi stai combattendo, ti propongo la stessa cosa che hai detto a me, arrenditi, perché non hai possibilità alcuna di raggiungermi”, spiegò Argos, colpendo di nuovo la nebbia con un fendente del bastone divisibile in tre parti, “mentre io so sempre dove raggiungerti”, concluse.
Acteon ed Eracles erano rimasti per diversi minuti in silenzio, attendendo di scrutare qualcosa o sentire qualche rumore, ma l’unica cosa che avevano percepito erano state delle parole, confuse persino per il Cacciatore, ed il rumore di diversi fendenti e movimenti veloci avvenuti nella foschia, questo finché, all’improvviso, la Nebbia non si diradò, lasciando intravedere la figura di Argos.
Il Guardiano apparve ancora in piedi, aveva il bastone in mano ed i capelli grigi, stranamente brillanti di una luce bianca erano adesso slegati e disposti intorno al volto, in maniera scomposta, mentre gli occhi, di due colori diversi, brillavano sul suo volto.
“Hai dunque vinto la battaglia?”, domandò prontamente il figlio di Urros, pronto ad avanzare, “Aspetta”, lo ammonì subito Argos, fermandolo con un gesto della mano, “Non so ancora se è vinta, o il mio nemico vuole semplicemente fare una pausa”, spiegò il Guardiano, mentre anche la figura di Shiar si ricomponeva dinanzi ai tre avversari.
“Non sapevo che il mio avversario fosse proprio uno dei Guardiani degli dei celesti di Oleampos, ma forse, proprio per questo tu capirai perché, malgrado non approfitti più di un vantaggio ormai inesistente, non posso arrendermi alla sconfitta e lasciarvi passare così quietamente, anzi, sia io pronto a dare tutto me stesso in un ultimo assalto, arma contro arma”, esordì il figlio della Nebbia, mentre fra le sue mani si componeva una gigantesca alabarda dalle dimensioni immani.
“Capisco la tua determinazione di guerriero, ma non riesco a comprendere tanta testardaggine”, replicò Argos, mettendosi in posizione di guardia, “Io non sono un guerriero”, lo corresse allora Shiar, “sono il Diciannovesimo membro della casta dei Guardiani della Nebbia di Midian”, spiegò.
“La mia razza, gli uomini nebbia, sono stati condotti qui dalle divinità elementari Mael e Venz, due dei fratelli del sommo Zion. Il primo di noi scelse di diventare la guardia personale delle quattro divinità e da allora tutti noi onoriamo questo legame restando fedeli agli dei di Midian. Proprio per questo anch’io, adesso combatto, non per servire Tsun Ta e Qui Han, né per altri motivi, è un dovere che scorre nelle mie vene insieme alla salsedine che per me è sangue, non potrò mai indietreggiare dinanzi ad un nemico, finché la forza anima questo corpo”, concluse Shiar, lanciandosi all’attacco.
L’alabarda composta di nebbia cozzò contro il bastone di Argos, con un veloce movimento il Guardiano allontanò l’arma nemica, roteando su se stesso per poi colpire con l’estremità del bastone lo stomaco di Shiar, che barcollò indietro per il colpo subito, senza però cadere, anzi rispondendo subito all’attacco con un veloce assalto, grazie all’alabarda che fra le sue mani si muoveva con estrema velocità.
Roteando sull’impugnatura l’arma, il Guardiano della Nebbia tentò per ben tre volte di fendere il corpo di Argos, ma questi evitò ogni assalto con veloci movimenti laterali, finché, una volta arrivato alla sinistra del nemico, lo colpì con un’estremità del bastone, raggiungendolo alla nuca.
Shiar, però, anziché cadere al suolo, roteò il proprio corpo, cercando di raggiungere con un fendente il tronco di Argos, che, evitato l’assalto con un agile salto, colpì alle gambe l’avversario, per poi raggiungerlo allo stomaco ed alla testa con il lungo bastone, gettandolo quindi al suolo ferito.
“Adesso basta”, tuonò il Guardiano, colpendo il braccio che sosteneva l’alabarda con l’estremità del bastone, “dichiarati sconfitto ed accetta il tuo destino di Guardiano, osserva come continueranno gli eventi in questo regno, fai come è dovere di gente come noi, non prendere parte alle dispute fra divinità, poiché immagino che durante la guerra fra Zion ed i suoi fratelli tu non abbia preso la parte di nessuno, giusto?”, incalzò Argos, con voce calma.
“No, allora mio padre, rimase in disparte, ma lasciò subito dopo a me il compito di vigilare sulle divinità di questo luogo”, rispose Shiar, mentre l’alabarda di nebbia scompariva nel nulla.
“Ora uccidimi, mio degno rivale, sei stato più forte di me da ogni punto di vista, non chiedo altro che meritare un ultimo colpo, che allevii il mio dolore fisico”, supplicò la voce del Guardiano della Nebbia, prima di vedere i tristi occhi di Argos osservarlo.
“Ora capisco perché Urros allora non mi tolse la vita, non per pietà, ma perché non ero un guerriero, bensì un Guardiano e come tale non meritavo un giudizio di morte, ma una punizione da chi mi comandava. Lo stesso farò io con te, ma con una promessa, di intercedere personalmente, per quanto mi sarà possibile, verso qualunque divinità dominerà quest’Isola alla fine della battaglia che vi stiamo svolgendo, perché ti grazi”, concluse Argos, ritirando la propria arma e voltandosi verso i due compagni di viaggio, “Ora andiamo”, ordinò semplicemente.
“Sei sicuro che non ci attaccherà?”, domandò Acteon, guardando l’avversario al suolo, “Non ti preoccupare di me, compagno di questo grande Guardiano, sono stato battuto nel corpo e nello spirito, non ho alcun desiderio di vendetta, o la forza di seguire ancora gli ordini del sommo Zion, attenderò il mio destino e rifletterò su questo scontro”, lo avvisò Shiar, rivolgendo un triste sorriso verso i tre uomini che si allontanavano da quel campo di battaglia.
“Muoviamoci, non resta molto tempo prima che Odisseus, Pandora, o Iason, inizino a rischiare in quella lotta e di certo Atanos da solo non potrebbe fermare il nemico”, concluse Argos, spronando i compagni ad accelerare il passo.