Capitolo 2:
L’assemblea
Era giorno nel castello di Ruganpos, re di Aven. La luce del sole brillava nella sua dimora, entrandovi attraverso le ampie finestre.
Il re, un uomo non molto robusto, dai lunghi capelli grigi e la folta barba canuta, sedeva sul proprio trono, un abito di seta violaceo ne copriva il corpo. Gli occhi, verdi e sottili, scrutarono la sala in cerca di qualcuno ed infine lo trovarono, un giovane vestito con un abito del medesimo colore.
“Sei tu, Iason?”, domandò il Re al ragazzo, “Si, maestà, Iason, fedele seguace di Aven”, si presentò il giovane.
Aveva corti capelli castani, un corpo dalla muscolatura lievemente pronunciata, degli abiti violacei che lasciavano libere le braccia e coprivano interamente il torace, la cinta e le gambe. Su polsi e caviglia, portava delle strane catene, qualcosa di simile a bracciali, argentei e con anelli finemente decorati. I suoi movimenti erano eleganti e veloci, mentre s’inginocchiava dinanzi al suo re.
“Mi hanno assicurato che sei il migliore guerriero che la mia guardia abbia mai avuto”, esordì Ruganpos, “Sono lieto che questa voce sia arrivata a lei e spero di poter essere meritevole di tale titolo in battaglia”, replicò con fare educato il giovane, “Lo vedremo presto, suddito, intanto chiama i sei individui che attendono fuori di quelle porte”, ordinò il Re in tutta risposta.
Iason andò subito ad aprire le immani porte alle sue spalle, una per ogni lato che si trovava intorno a lui e dinanzi al re.
Nel salone entrarono sei figure. Dalla porta sulla destra apparvero un uomo dalle vesti piuttosto semplici: un lungo mantello nero, un copricapo che ne nascondeva i capelli e parte del volto, degli stivali neri e degli altri abiti che il mantello copriva. Un forte odore di mare seguiva quest’individuo. Insieme a costui apparve un altro uomo, lo stesso che i due messaggeri avevano trovato nel suo negozio. I lunghi capelli chiari erano l’unica cosa distinguibile di costui oltre alla bocca, il resto del corpo era celato dal cappotto, dai guanti e da una benda posta sopra gli occhi e la fronte.
Da sinistra, invece, giunse un giovane dai capelli castani, che con fare spaesato camminava verso il Re di Aven. Aveva un corpo possente il giovane ed i medesimi abiti con cui era partito qualche giorno primo dalla sua casa a Curont. Insieme al giovane arrivava anche la ragazza dal lungo abito nero e dai capelli corvini, i cui occhi evitavano in ogni modo di incrociarsi con quelli degli altri individui presenti in quella sala.
Infine, dalla porta che si stanziava fra queste due, entrarono il giovane dai capelli neri e dall’aspetto pallido, i cui occhi spenti osservavano con freddezza gli altri individui presenti nella stanza. Con lui, entrò anche il Cacciatore che i due messaggeri avevano trovato nella foresta poco lontana da Aven, costui era vestito con pelli d’orso e di leone e portava con se il suo arco.
“Dunque siete tutti e sette qui da me adesso”, esordì il Re con fare soddisfatto, “Noto con piacere che siete stati trovati ed avete accettato i plichi in cui vi era anticipato parte della vostra missione”, osservò con gentilezza.
“Non del tutto”, lo interruppe da subito l’armiere, “Nobile Argos, per quale motivo non accetti a pieno la missione? Forse non ti soddisfa il pagamento in denaro, o ciò che potresti trovare alla fine del viaggio?”, domandò in tutta risposta Ruganpos.
“Non vedo motivo per imbarcarmi dopo avervi costruito la nave, come non vedo fra costoro qui chiamati da lei, Re di Aven, degli uomini pronti per una simile missione”, replicò con freddezza Argos, “Tu ci vedi con quella specie di benda sulla testa?”, domandò con tono divertito il Cacciatore, intromettendosi nel dialogo.
L’armiere avanzò verso di lui, “Chi saresti tu?”, chiese subito, osservando con attenzione con la propria fronte coperta, “Mi chiamo Acteon”, rispose questi. Dapprima sembrò che quel nome non dicesse niente ai presenti, eccetto il re stesso e l’uomo dal lungo mantello, ma poi, Argos accennò un sorriso e si voltò verso Ruganpos.
“Dimmi, re di Aven, sono tutti degli esseri dannati dagli dei coloro che tu reclami per questa missione?”, domandò subito l’armiere, “Quasi tutti”, rispose il Re, “e se mi permetterete di presentarvi, ve lo dimostrerò”, continuò poi, invitando i due a sedersi in alcune poltrone che Iason aveva portato fin lì.
I sette erano tutti intorno al re, in attesa di una spiegazione, “Ebbene?”, domandò Acteon, “Si, Cacciatore ora vi presenterò fra voi”, replicò il re, voltandosi verso la sua sinistra.
“Costui, che per primo fra voi ha preso la parola, è Argos, un tempo guardiano servitore della dea Lera”, lo presentò il Re.
“Egli era un semidio, un essere composto solo di occhi, mille erano i bulbi oculari con cui osservava tutto ciò che gli succedeva intorno e mille le situazioni che poteva vedere contemporaneamente, ma per un solo motivo la Regina degli dei lo usava, per controllare suo marito, Urros. Il signore dei Cieli, infatti, è solito amare le donne mortali, oltre che la sua immortale sposa e questo non era piacevole agli occhi della Regina. Un giorno, mentre osservava il suo Sire, Argos lo sorprese con una mortale su un’Isola nell’arcipelago di Hugnar, sotto il Regno di Luribia. Il Re degli dei colpì con uno dei suoi fuochi il Guardiano dai mille occhi, bruciandogliene alcuni e credendolo morto, ma, sfortunatamente, Argos fu salvato dalla Regina Lera, che, per punirlo di questo nuovo fallimento, rinchiuse il suo corpo e gli occhi rimastigli in un feto mortale, che poi nacque e crebbe. Egli, Argos, il Guardiano dai mille occhi, divenne Argos, il costruttore di navi ed ormai da molti anni vive nel mio regno. Ora ti chiedo di costruire e pilotare una nave per questa grande missione che vi assegnerò”, concluse il Re.
“Tu ci vuoi dire che sotto tutto quel vestiario si nascondono mille occhi?”, domandò l’uomo dal viso pallido, “Non mille, ma seicento”, replicò Argos stesso, “E si, tengo questi abiti così lunghi per quietare gli occhi e le doti che essi mi danno”, spiegò l’essere un tempo semidivino.
“Colui che ha appena parlato, miei ascoltatori”, continuò poi Ruganpos, “è Atanos, il cui nome è noto immagino a tutti voi, poiché il suo è uno dei miti più antichi”, lo presentò il Re.
“Quel Atanos? L’Essere senza morte?”, domandò stupito Acteon, osservando l’uomo dal viso pallido, “Si, lui”, rispose il sovrano.
“La sua è una storia triste e beffarda insieme. Egli amava una donna, una creatura bellissima, da ciò che mi è stato raccontato, che, però, un giorno morì per un banale incidente. Ebbene, quest’uomo fece di tutto per cercare la donna amata, convinse addirittura un oracolo a dirgli come raggiungere il Regno dei Morti e lì, dopo aver pagato il barcaiolo, arrivò a convincere il signore dell’Oltretomba, Sade, di restituirgli la donna amata. Sade accettò la proposta, incuriosito dalle vicissitudini di cui il mortale era stato capace, a patto che lui non si voltasse mai per guardarla prima di essere tornati sulla terra dei vivi. Atanos fece il percorso al contrario, attraverso gli Inferi interi, che risalì con la donna amata, ma, quando ormai lui aveva varcato il confine tra la vita e la morte, si voltò e, con suo sommo rammarico, scoprì che la donna era rimasta indietro, vedendola quando era ancora puro spirito. Questo involontario gesto costò lei la libertà, fu portata nel luogo in cui la sua anima avrebbe risieduto in eterno, Sade sentì le parole offensive che il mortale gli lanciava contro, allora, infuriato per l’odio del vivente, lo maledisse, privandolo dell’anima, lasciando di lui un corpo senza tempo, che da ormai trecento anni calca la terra dei vivi senza trovare pace”, spiegò il Re, sorprendendo tutti i presenti.
“E queste le chiamano maledizioni?”, criticò con un filo di voce il Cacciatore, osservando ambo gli esseri, “Che cosa hai detto?”, tuonò in tutta risposta Argos, avventandosi verso di lui. Ci vollero il giovane castano e Iason per dividere i due, che stavano per iniziare quella che sarebbe stata una pericolosa rissa.
“Vivere in un corpo mortale con seicento occhi, o l’immortalità non sono condanne rispetto alla mia”, tuonò il Cacciatore, “Siediti, Acteon, lascia che io racconti loro di te”, propose il Re, riprendendo la parola.
“Costui è Acteon, uno dei più abili cacciatori degli ultimi venti anni, ma la sua bravura lo portò, tempo or sono, ad agire con superbia ed a cacciare nella foresta sacra alla dea Ritmed, signora dei Boschi e della Caccia. Sembra, da ciò che mi hanno raccontato, che egli uccise uno dei cervi cari alla dea, scatenandone l’ira, così da diventare lui stesso la preda, oltre che il predatore, perdendo quasi completamente la sua umanità”, raccontò il Re, “tu, Acteon, non sei in parte uomo ed in parte animale?”, domandò Ruganpos, “Esatto”, replicò semplicemente il Cacciatore, “Ora, maestà, se mi è permessa una domanda, chi è la ragazza?”, domandò subito dopo.
“Lei è Pandora”, rispose semplicemente il Re, sorprendendo tutti e lasciando cadere la giovane ancora di più in un oscuro e triste silenzio, “Quella Pandora?”, domandò Acteon, “Si, la donna a cui il Re degli dei Urros donò il Vaso della Conoscenza, poiché ne conosceva l’innocenza e sapeva che ella non lo avrebbe mai aperto. Purtroppo, ciò che il dio non immaginava era la curiosità di ragazza di costei, che, una volta aperto il vaso, non poté richiuderlo finché tutti i mali non ne erano usciti, lasciando solo la Speranza al suo interno. Fra questi mali, però, ne uscì uno che si combinò con la giovane, diventando la sua maledizione, la dote che la rese forte e solitaria allo stesso tempo, quella stessa dote che ne fa una figura inaspettatamente pericolosa, quando serve”, raccontò il Re, senza ricevere niente di più che un mugolio come risposta di quella che sembrava una persona inadatta a stare in compagnia.
“Mio padre ha fatto questo?”, si chiese il giovane di Curont, “Tuo padre?”, ripeté sorpreso Argos, voltandosi verso il ragazzo. “Costui”, esordì Ruganpos, “è Eracles di Curont, figlio di Alena e di Urros, signore degli dei. Dal padre non ha preso la natura immortale, probabilmente, ma di certo ha guadagnato delle doti fisiche, una forza ed una tenacia che pochi fra i mortali possono vantare, doti così possenti da permettergli grandi azioni, fra cui, ben presto, potrà aggiungere questa missione”, spiegò il Re, indicando il giovane, “egli, insieme a Iason, è l’unico fra voi a non esser stato maledetto. Ma, mentre Erakes è figlio di un dio, Iason è un mortale le cui doti sono frutto di lavoro e passione, non di volontà divine”, continuò il Signore di Aven, indicando anche il migliore dei suoi guerrieri, “Egli sarà mio portavoce nel viaggio”, concluse.
“Manca solo lui”, osservò allora Acteon, indicando l’uomo dal mantello nero, “Egli è il vostro futuro navigatore, colui che conosce quasi tutto il mondo a causa della sua maledizione, da cui, forse, servendomi, si potrà riscattare. Egli è Odisseus, che Possidos maledì di ritorno dalla grande guerra avvenuta quasi due secoli fa con gli uomini del Regno di Sabbia, i Tulakei. Da allora egli vaga senza meta, invecchiando nello spirito ma non nell’aspetto, condannato a non avere affetti o fissa dimora”, spiegò il Re, “Ma sempre più ricco di conoscenze su usi e costumi del mondo”, replicò Odisseus, alzandosi in piedi.
Tutti osservavano quell’uomo ora che aveva lasciato cadere il mantello. Gli abiti erano dorati, chiaramente era delle vesti antiche per i simboli che ne ricoprivano la cinta ed i pantaloni, sul petto un’armatura con disegnata sopra una nave. I capelli erano corti ed azzurri come il mare, gli occhi di un blu intenso, ogni cosa di quell’uomo ricordava il mare.
“Chi ti dice, Re Ruganpos, che io desideri guidare costoro verso i tre tesori che desideri? Che io non preferisca viaggiare piuttosto che essere perdonato dal signore dei Mari?”, domandò con fare deciso il navigante, “Semplicemente la conoscenza di un testo che il mio bisnonno, Agakmenos, tuo comandante in quella guerra contro i Tulakei, mi lasciò. In quel testo si cita come tu, più di tutti i tuoi pari, desiderassi ritornare a casa dai tuoi cari”, replicò il Re.
“Quella che offro a te ed a tutti voi, non è una semplice possibilità, è una certezza quasi completa. Riportatemi i tre tesori e sono certo che le vostre maledizioni saranno spezzate. Tu, Odisseus, potrai tornare nella tua terra; tu, Pandora, potrai avere una vita normale; ad Argos ed Acteon saranno date le loro forme passate ed ad Atanos sarà restituita l’anima, poiché uno dei tre tesori cura tutti i mali, potrà aiutare tutti voi. Mentre per Eracles, so che un’azione del genere potrà aiutarti a compiere il tuo sogno, incontrare tuo padre”, concluse il Re.
“E se qualcuno di noi si rifiutasse?”, domandò Atanos, “Gli proporrei di non correre così, di riflettere, poiché posso offrirvi per ora vitto ed alloggio migliore di quelli a cui siete abituati e vi pagherò per aiutare intanto Argos nella costruzione della nave, poi, quando sarà il tempo di partire, deciderete”, rispose con gentilezza il Re, invitando, subito dopo, i suoi ospiti a congedarsi.
Quando rimase solo, Ruganpos, pregò il suo signore Possidos, “Sommo re dei
Mari, te ne prego, convinci loro tu, dall’alto della tua sapienza, poiché se
questi sette uomini non mi saranno accanto in questa impresa, non avrò l’arma
che mi farà sconfiggere le armate di Luribia e soprattutto, se non si
convinceranno subito, gli altri arriveranno prima di noi”, pensò il Re, rimasto
da solo, o almeno così pensava.