Capitolo 19:
Nell’arena
Odisseus, Acteon ed Eracles avanzarono lungo la fredda boscaglia per alcune ore del mattino, finché non raggiunsero la città ai piedi del grande Vulcano, qui trovarono un immenso castello costruito nella pietra.
“Proprio come aveva detto Argos, il castello fatto nella parete rocciosa”, osservò prontamente il figlio di Urros, “ora che facciamo?”, domandò poi, “Entriamo e cerchiamo Pandora, Iason ed il Guardiano, oltre al traditore”, propose Acteon, con la voce velata di rabbia e sconforto, “No, non è saggio gettarsi così nelle fauci dei nemici, soprattutto se sono capaci come tu stesso li hai descritti, Cacciatore, lasciate avanzare me, intanto, voi restate qui, fermi”, ordinò Odisseus, accucciandosi nel lungo mantello.
Ai due sembrò quasi di vedere un bagliore bianco provenire dalle mani del Navigatore, mentre questi si allontanava, stretto nel proprio abito, poi, seguendolo con lo sguardo, si stupirono di ciò che videro.
Odisseus lasciò infatti il mantello, gettandolo al suolo, ma di lui non vi era traccia alcuna, era diventato invisibile, “Com’è possibile questo?”, domandò sbalordito Eracles, “Non te lo so dire, però Odisseus è ancora qui vicino, sento il suo odore che si allontana verso la direzione che aveva preso, quindi quella non è una semplice illusione, sono veramente tali i suoi poteri, ragazzo”, rispose con voce titubante il Cacciatore, mentre fiutava l’aria.
Un gruppo di cinque guardie presiedeva l’entrata orientale del castello, erano dei semplici uomini vestiti di abiti dorati, lunghi sulle gambe come corazze, per poi alzarsi a spiovente verso le spalle, lasciando in parte scoperto il petto e mostrando, però, un tatuaggio, simile in tutti, una coppia di occhi verdi sotto una forma nera, che ricordava l’immane vulcano.
L’elmo di questi soldati era fatto da ricche creste verdi, sollevate sopra sottili coperture per le tempie.
“Dicono che ci sarà un’iniziazione oggi”, esordì uno di questi soldati, “Si, sembrerebbe che il Sacerdote Nero, quello che ammazza tutti i suoi nemici velocemente, il terribile Tsun Ta, abbia trovato un nuovo schiavo”, concordò un altro, “Un’altra anima a lui asservita? Ma come può giurare fedeltà al dio Zion? In fondo non ha un corpo per essere iniziato”, rifletté un terzo.
“Stupidi, si dice che questo nuovo servitore abbia un corpo e poteri tali da interessare ad entrambi i Neri Sacerdoti, per quanto sono straordinari, comunque, oggi lo inizieranno e noi non potremo andarci perché siamo di guardia”, sbottò il secondo degli uomini che aveva parlato.
“Interessante”, sussurrò una voce dietro di loro. I cinque si guardarono, ma nessuno sembrò essere responsabile di quell’unica parola, che si perse nel vento in una folata.
Acteon ed Eracles erano ancora fermi nel punto in cui li aveva lasciati Odisseus quando videro il lungo mantello rialzarsi e riprendere una forma, poi un altro bagliore bianco, e quindi il Navigatore, che si tolse il lungo soprabito, ritornando dai due compagni, ammutoliti.
“Ho scoperto che oggi ci sarà un’iniziazione, presumibilmente di Atanos, asservitosi ad un Sacerdote Nero capace di domare le anime”, spiegò subito Odisseus, “Quindi ci ha tradito per riavere l’anima?”, suggerì Acteon, “Si, immagino proprio di si”, concordò il Navigatore.
“E gli altri?”, domandò allora Eracles, “Credo siano prigionieri, ma c’è un solo modo per scoprirlo, entrare anche noi nel castello al momento dell’iniziazione e cercarli subito dopo”, suggerì Odisseus, “e per fare questo ci servono degli abiti di alcuni soldati, malgrado questo ci porterà il problema del tatuaggio”, concluse con una certa titubanza il Navigatore, invitando i due compagni a seguirlo.
I tre raggiunsero subito un gruppo di soldati, “Guardate, quelli hanno un mantello”, esordì subito Eracles, indicando alcuni uomini dagli abiti strani e più lunghi.
Erano sempre vestiti che sembravano appartenere all’esercito di quel castello, ma, in qualche modo, erano differenti, la copertura sulle spalle arrivava a coprire per intero il petto e l’elmo aveva delle fessure sui lati, coprendo, però, le labbra e le guance, poi, però, i tre capirono, “Salve, signori”, esclamarono, infatti alcuni soldati, passando dinanzi al gruppetto di uomini con la corazza più lunga.
“Sono dei loro superiori”, esordì sorpreso Eracles, “Già, direi di andarli a prendere”, ridacchiò allora Acteon, preparandosi a scattare, per essere poi fermato da Odisseus, “Non servirà andarli a prendere, saranno loro a venire da noi, appena ci vedranno”, replicò il Navigatore, mostrandosi ai sette uomini dalle lunghe corazze, che subito si lanciarono contro di loro.
“In nome del sommo Zion, dio di Midian, vi ordiniamo di arrendervi, chiunque voi siate”, esordì uno di quei sette, puntando una spada contro il giovane figlio di Urros, “Dovete stare attenti a chi minacciate con quelle armi”, esordì allora Acteon, rivolgendosi ai nemici ed affilando i taglienti artigli animaleschi, “vero, ragazzo?”, domandò poi, sorridendo ad Eracles.
Il figlio di Urros prese la spada con la mano destra, spezzandone la lama con facilità, poi, con altrettanta facilità, colpì il soldato che lo minacciava, gettandolo al suolo stordito.
Subito, alcuni soldati che avevano assistito all’assalto, si lanciarono contro i tre, allora anche Odisseus, si gettò nella battaglia.
Il Cacciatore colpiva con furia i nemici, dilaniandone i corpi e le corazze con gli affilati artigli, “Forza, fatevi avanti, più siete, più la furia dentro di me si sazierà combattendovi”, avvisò Acteon, colpendone uno alla gola con un feroce fendente della mano destra.
Eracles stesso prese due nemici, lanciandoli poi al suolo con semplice gesto delle mani, così da frantumare alcuni alberi dietro di loro, per poi atterrarne altri con dei veloci pugni allo stomaco.
Odisseus, intanto, aveva puntato le mani, luminose di un nero bagliore, contro i nemici , sollevandoli da terra, per poi schiantarli morti nuovamente al suolo.
Solo i nemici colpiti dal figlio di Urros, alla fine, sopravvissero, erano una decina, quasi tutti feriti o svenuti, solo in quattro erano ancora coscienti.
“Vi prego, abbiate pietà”, balbettò uno di questi, “Non so, forse potremmo finirli, in fondo i modi di fare del ragazzo, sono troppo permissivi”, osservò allora Acteon, allungando le mani verso di loro, “No, possiamo aspettare di eliminarli, direi anzi che potremo usarli”, ridacchiò Odisseus, avanzando verso di loro, “Proponendogli un giusto scambio, vestiti contro vita”, propose il Navigatore, indicando i loro abiti.
Nella prigione in cui erano rinchiusi, il tempo per Argos, Iason e Pandora sembrava non passare. I primi due erano seduti, in cerca di qualcosa da fare per liberarsi, mentre la terza camminava agitatamente nella stanza.
“Che ne dici di sederti anche tu?”, domandò allora Iason, “Camminare così in tondo, in effetti, non farà bene a nessuno di noi”, aggiunse il secondo, “Questo è vero, ma per una come me, vivere in uno spazio così angusto non è la cosa più piacevole”, affermò allora la giovane.
“Tutti noi abbiamo vissuto per anni senza stare così tanto chiusi nello stesso luogo”, ridacchiò allora Argos, “seppur io avevo la mia fucina, un luogo sicuro, dove stare lontano dagli sguardi degli altri ed allontanare i miei dal mondo”, concluse il Guardiano.
“Io non potevo restare chiusa in un luogo, non per mia scelta, se avessi avuto la possibilità, anzi, mi sarei rinchiusa in una bara, sperando che alla fine la mia dannazione mi abbandonasse con la vita, invece, no, sono rimasta libera, perché ogni volta mi chiudevo sentivo lo sciame invadere la mia testa, anziché lo spazio circostante, il terrore della maledizione è il difetto maggiore che ho”, spiegò con voce cupa Pandora, appoggiandosi al muro dietro di se.
Iason accennò un sorriso triste, “Più ascolto tutti voi e minore è il mio disprezzo per Atanos, che, come voi due ed Odisseus, ha dovuto soffrire una lunga solitudine, secoli e secoli di solitudine, qualcosa che penso nessun normale uomo potrebbe sopportare”, rifletté allora il Guerriero di Aven.
“Si, grande è stata la tristezza di tutti noi in questi anni, ma non per questo io avrei mai tradito i miei compagni”, rifletté con una certa tristezza Pandora, “Penso nemmeno io lo avrei fatto, ma riavere la propria anima è come cercare di completarsi, una necessità di ogni uomo, anche di uno freddo come Atanos”, concluse Argos, osservando una figura che si avvicinava dalla scala.
Era l’essere chiamato Sisto, lo riconobbero dal lungo mantello violaceo che lo ricopriva del tutto, “Il mio signore vi reclama nell’arena dove avverrà l’iniziazione del vostro passato compagno”, affermò l’essere, mostrando delle lunghe catene violacee, brillanti, “sono un dono del mio padrone, mettetevele e poi uscirete dalla cella, per respirare un altro po’ d’aria libera”, ridacchiò la figura possente.
“Liberami e ti ucciderò”, minacciò allora Iason, “Non penso che potresti”, replicò l’altro, gettando via il mantello.
Era un mostro, un essere con quattro braccia e lunghe zanne al posto dei denti, il corpo era incredibilmente possente, muscoli immensi lo ricoprivano, dalle spalle scoperte al petto, appena nascosto da un abito del medesimo colore, fino a scendere alle gambe, difese da piccole sbarre di metallo.
Gli occhi di quest’essere erano verdi, come i lunghi capelli che scendevano sulla pelle giallastra di quell’essere mostruoso.
“Ora mettetevi quelle catene”, tuonò nuovamente Sisto, gettandole nella cella.
I tre ascoltarono l’ordine, per poi seguire il mostro lungo la scala, dopo aver scoperto che i loro poteri erano come sigillati da quei sigilli luminosi.
Atanos era seduto nella sua stanza, osservava il muro dinanzi a se, senza muoversi minimamente, in silenzio, finché una figura non si materializzò dinanzi a lui, “Senz’anima, sei reclamato per l’iniziazione”, avvisò allora Iknir apparendo dinanzi al non morto.
“Ti sei stancato di osservarmi in silenzio, fantasma?”, domandò allora Atanos, alzandosi e seguendo il nuovo alleato, “Hai poca fiducia nel tuo signore e nei nuovi compagni?”, ridacchiò Iknir, rivolgendo le spalle all’interlocutore.
I due esseri non morti camminarono lungo il corridoio centrale del castello, in un’ala che Atanos ancora non aveva visto e lì, l’essere senz’anima notò una strana figura ferma dinanzi ad un portone d’acciaio.
“Chi è quello?”, domandò Atanos, indicando di guardia, “Lui? È Moka, il guardiano dei divini prigionieri, i tre nemici di Zion, il nostro signore”, esordì Iknir, salutando l’essere con un cenno del capo, “Come puoi ben notare, è un centauro”, concluse poi, allontanandosi.
Atanos diede un’ultima occhiata a quel essere, un uomo, dalla cinta in su, dai possenti muscoli coperti da una sottile peluria castana, i capelli del medesimo colore e sottili occhi neri che osservarono con titubanza il misterioso individuo mai conosciuto. La parte inferiore del tronco, invece, era quella di un cavallo, un possente stallone sembrava per le immense gambe nerborute ed il pelo nero striato, lucido come pochi altri animali potevano vantarsi di averlo.
I due non morti, intanto, oltrepassarono il guardiano della cella, entrando da un’anta a forma di arco e ritrovandosi poi in un’ampia arena, “Qui avverrà la tua iniziazione, sappi essere adatto ai tuoi doveri”, avvisò con voce decisa Iknir, scomparendo dallo spiazzo in cui i due erano arrivati.
Atanos si guardò intorno, da un’altra entrata arrivarono i suoi vecchi compagni, ora prigionieri del dio di Midian, guidati da un essere con quattro braccia, che li fermò sulla soglia dell’arena, lasciandoli lì, per risalire una scalinata.
Con lo sguardo l’essere senz’anima seguì il mostro, notando decine di centinaia di soldati fermi in schiere distinte per armatura: dapprima quelli con il petto scoperto, poi altri con delle corazze che lasciavano intravedere solo il tatuaggio sul ventre, quindi i soldati dalle vestigia più lunghe.
Fra questi, Atanos sembrò notare dei volti noti, ma fu solo impressione, probabilmente, poiché subito il suo sguardo proseguì lungo la scalinata, che finiva in un gigantesco trono.
Al di sotto di questo trono vi erano tre piccoli piedistalli, dove si erano posti Nokar, Shiar e Venia, i tre Predatori con cui era tornato dal bosco nella notte, subito dopo, uno scalino più in alto, Iknir e quel essere dalle quattro braccia, entrambi in piedi a braccia conserte, che osservavano con sguardi decisi le schiere al loro servizio.
Sopra i cinque guerrieri, Atanos vide Tsun Ta e Qui Han, entrambi seduti su dei troni minori, il primo alla destra ed il secondo alla sinistra della postazione più grande e pomposa.
Fu Tsun Ta il primo ad alzarsi, “Popolo di Midian, soldati tutti, voi prigionieri e tu, mio nuovo seguace, prostrate il vostro sguardo dinanzi al signore di queste terre, Zion”, tuonò il Sacerdote Nero, prima che un bagliore verdastro si materializzasse sopra il trono.
Una figura lentamente apparve, un uomo dalla pelle nera come la pietra vulcanica, robusto nel suo vestito di smeraldo, un abito che copriva interamente il corpo, con una decorazione simile ad un vulcano, che ricordava la potenza e la bellezza di questa montuosa creazione divina. Gli occhi di quest’essere erano verdi come il suo abito ed i capelli, una lunga cresta al centro del capo, erano violacei, brillanti su quella scura pelle di pietra, “Salve a tutti, miei servitori”, esordì il dio, con un gesto della mano, prima di sedersi sul suo trono.
“Sommo Zion”, esordì subito Tsun Ta, riprendendo la parola, “questi è il mio nuovo servitore, Atanos, l’essere senz’anima, un uomo che ha superato le barriere della morte per un maligno capriccio del divino Sade, signore degli Inferi presso la corte di Urros. A voi questo straordinario uomo giurerà oggi fedeltà, prendendo la vita di una sua passata alleata”, concluse il Sacerdote Nero, sbalordendo tutti i presenti.
Qui Han allora si alzò e con un veloce movimento delle mani pronunciò delle parole ai più ignote.
Nello stesso momento le catene intorno ai polsi di Pandora si slegarono, lasciandola libera di agire, “Ora tu, creatura dal nero sciame, sei posta dinanzi ad una scelta, morire, oppure uccidere il traditore, salvando così la vita a te, ai due prigionieri ed ai tre che ancora sono sulla nave, ignari di cosa succeda qui”, tuonò l’uomo dai neri tatuaggi, “Mentre tu, mio nuovo servo, devi ucciderla per dimostrarci la tua fedeltà”, concluse Tsun Ta, rivolgendosi ad Atanos.
I due vecchi compagni erano ora uno dinanzi all’altra, si scrutavano con occhi titubanti.