Capitolo 16: Il
Custode di Anime
La nave arrivò sulla costa quando già era notte in quella terra sconosciuta.
“Secondo voi, dove ci troviamo? Di chi sarà quest’Isola?”, domandò subito Eracles, osservando la sabbiosa spiaggia priva di vegetazione nella zona circostante, solo più lontano si potevano distinguere le verdi foglie di alcuni alberi locali e che si allargavano all’orizzonte, coprendo tutto, eccetto un gigantesco vulcano che sormontava con la propria immane stazza la selva e le altre costruzioni umani, o divine, presenti sull’Isola.
“Argos, tu cosa vedi?”, domandò prontamente Odisseus, rivolgendosi al Guardiano.
“Poco lontano da qui c’è una piccola selva, oltre mi pare di scorgere tre o più villaggi ed una costruzione centrale sotto al gran vulcano, una specie di palazzo reale fatto nella roccia stessa, un luogo oscuro”, balbettò l’ex semidio, prima di barcollare sulle ginocchia e cadere indietro come stordito.
“Che succede?”, urlò prontamente Iason, avvicinandosi insieme al Navigatore, “C’è qualcuno dentro quella costruzione, un essere maligno”, balbettò Argos, rialzandosi in piedi, “La stessa creatura che hai avvertito sull’Isola di Lembia?”, domandò preoccupata Pandora, intromettendosi nel dialogo, “No, non una presenza così nera e terribile, ma pur sempre malvagia. Ho visto le mura del castello e ciò che vi era all’interno, esseri umani, animali mitici e guerrieri, ma ad un tratto un volto d’uomo, coperto da strani simboli neri mi ha scacciato con il gesto della mano, impedendomi di osservare altro e rigettandomi indietro persino qui, a chilometri di distanza dalla costruzione”, raccontò il Guardiano, incredulo a ciò che gli era accaduto.
“Se assicuri che è stato un semplice uomo a fare ciò, allora potrebbe essere un qualche stregone?”, esclamò stupito Eracles.
A quell’affermazione Acteon rise, mentre gli altri, eccetto Odisseus e Iason, rimasero palesemente indifferenti, “Non esistono i maghi, né gli stregoni”, affermò il Navigatore, “ma solo chi, come me, sa usare a pieno la potenza data dalla conoscenza delle energie interne dell’uomo, una tecnica che si può insegnare con non poca fatica presso il Regno dei Cancelli Celesti, ma anche in altri luoghi del mondo, proprio come ho fatto io”, concluse.
“Stregoni o meno, che facciamo? Scendiamo o restiamo qui a rimuginare?”, domandò prontamente Acteon, preparandosi a saltare giù dalla nave, “Si, scenderanno alcuni di noi, Cacciatore”, esordì Odisseus con un sorriso gentile, “Perfetto”, esclamò l’altro, “Ma non tu”, tagliò corto il Navigatore, troncando la gioia del compagno di viaggio.
“Noi che abbiamo combattuto a Lembia è meglio che restiamo sulla nave stavolta, scenderanno Pandora, Argos ed Atanos. Penso che il Guardiano celeste possa prendere il mio posto come capo della spedizione, mentre io resterò a controllare il suo veliero”, concluse con un gentile sorriso Odisseus, rivolgendosi all’ex-semidio, il quale rispose con un gentile inchino.
“Io andrò con loro, però”, tagliò corto Iason, mostrandosi accanto ad Atanos, “in fondo, come Guerriero di Aven mi devo mostrare a tutti i regnanti delle diverse isole che troveremo, per cercare il loro aiuto nella guerra con la Lutibia”, concluse l’uomo.
“Concesso”, rispose semplicemente Odisseus, con un gentile sorriso, ricevendo un altro inchino per ringraziamento e sentendo un mugugno di Acteon, chiaramente contrariato da questa preferenza.
Argos fu il primo a scendere a terra, con un elegante balzo, subito seguito dall’agile Iason, che con una capriola gli si avvicinò, quindi arrivò Pandora, spostandosi nel suo sciame di insetti ed infine Atanos, che atterrò con ben poca delicatezza sulla sabbia dell’Isola, senza però ferirsi.
“Fate attenzione, quell’uomo che hai visto potrebbe avere degli alleati, o peggio ancora essere al servizio dell’Idra Nera di cui ci ha accennato l’Axelia l’altro giorno”, avvisò Odisseus, salutando i quattro compagni con la mano destra mentre si allontanavano.
Nel castello costruito nella roccia, diverse figure camminavano avanti ed indietro, servi, guerrieri ed altre creature, proprio come detto dallo stesso Argos, ma fra queste, una sola aveva dei neri tatuaggi sul volto, un uomo che, mentre i quattro camminavano lungo la spiaggia dell’Isola, aprì una porta, entrando in un’oscura segreta, quasi una gabbia, dove degli altari neri erano disposti.
Qui, quell’uomo trovò un altro essere umano seduto in un angolo a leggere da antichi testi, “Dimmi, Qui Han, cosa ti ha spinto da me?”, domandò sorpreso l’individuo, posando il libro.
“Ho percepito una presenza divina sulle rive del nostro regno, un essere che con la sola vista ha cercato di studiare l’intero del maniero del nostro signore Zion. Sembrava che fosse un dio per l’essenza stessa che lo circondava, ma in qualche modo, non lo era, giacché sono riuscito a scacciarlo con una semplice emanazione della mia presenza”, spiegò la figura, mostrandosi in tutta la sua oscura maestosità.
Un uomo era effettivamente, completamente calvo, ma adornato sul volto e sulla testa da strani tatuaggi neri, cerchi ed onde che si tagliavano fra loro in più punti, costituendo quasi una foresta nera su quella testa piana. L’abito che lo copriva era anch’esso nero ed adornato da cerchi oscuri, che come diademi scendevano sulle semplici vesti con cui copriva l’intero fisico. Gli occhi, verdi, solcavano l’aria con fare maligno mentre raccontava al suo interlocutore tali avvenimenti, movendo le labbra segnate dagli stessi tatuaggi oscuri.
L’altro uomo, concluso il resoconto, si alzò, mostrando la propria slanciata e muscolosa figura su cui eleganti cadevano i neri capelli, coprendo le ossute spalle. Un abito nero e simile ad una tunica ricopriva questo secondo individuo, i cui occhi, rossi come il sangue, osservavano incuriositi il discorso del pari.
“Ebbene, Qui Han, cosa vuoi da me? Tu hai in fondo dei poteri pari ai miei, seppur evoluti per altri fini, non puoi abbattere questo essere da solo?”, domandò il secondo, “Non è lui il problema, ma le diverse presenze giunte con lui, volevo sapere da te quanti erano, Tsun Ta”, spiegò l’altro.
“Bene, come preferisci”, replicò l’uomo dall’abito nero, aprendo la piccola finestra della propria stanza e spalancando le mani dinanzi alla gelida aria notturna.
Degli oscuri bagliori circolavano fra le dita di Tsun Ta, luci nere che, di tanto in tanto, sembravano assumere la forma di fiamme argentee, che scivolavano in una notte scura.
“Andate, anime vagabonde, che a me, Tsun Ta, sacerdote Nero e padrone di mille e più anime, siete asservite”, tuonò l’oscuro individuo, lasciando volare nel cielo due di queste fiamme, che subito si divisero nell’aria, dirigendosi entrambe verso la riva dove si trovava il battello.
“Avevi ragione, Qui Han”, esordì poi l’uomo, voltandosi con occhi spaventosamente spenti e brillanti, “Ci sono effettivamente dei viaggiatori qui fra noi e dalle loro vele direi che provengono da uno dei regni dell’Oleampos, forse sono al servizio di qualche divinità di quella zona che vuole prendere possesso del regno di Zion, il nostro signore”, spiegò il Sacerdote Nero.
“Quanti sono?”, domandò allora l’altro, “C’è un anima antica e dalla grande essenza che aleggia sulla nave, poi, ne percepisco due minori, una quasi animalesca, l’altra di certo appartenente ad un giovane uomo. Poi, nella selva, ce ne sono altre”, continuò Tsun Ta per poi fermarsi un attimo.
“Si, ecco l’essere che devi aver percepito, la sua anima è quella di un dio, ma è intrappolata in un corpo umano, per questo hai saputo abbatterla. Ha con se uno spirito tormentato ed un altro mortale, però sembra esserci un altro….”, esordì il Sacerdote Nero per poi fermarsi con un immenso sorriso sul volto.
“Che succede, Tsun Ta?”, domandò Qui Han, incuriosito dal sorriso dell’altro, “Hanno con loro un uomo senz’anima, ciò che ho sempre sognato di trovare come servitore”, esordì entusiasta l’altro, prima di chiudere le mani, da cui scomparvero i neri bagliori.
Tsun Ta prese il mantello appoggiato su una panca vicina e se lo legò al collo, “Porterò con me i tre Predatori di Zion, per catturare i suoi compagni, di quelli sulla nave non mi preoccuperei, se fossi in te, ma una cosa su tutto mi preme per ora”, esclamò il Sacerdote, “l’essere senz’anima, lo voglio per me”, concluse, uscendo dalla stanza.
Qui Han sorrise al pari che si allontanava, “Fai pure come vuoi, Tsun Ta, io non ho bisogno di servitori che mi adorino e questo mi rende più fedele al nostro Sire Zion”, ridacchiò fra se l’altro, mentre sentiva il Nero Sacerdote urlare: “Venia, Notar, Shiar, con me!”
Sulla barca, intanto, Odisseus aveva notato un bagliore di luce argentee alzatosi in cielo, “Acteon, Eracles”, esordì il Navigatore alla vista di quella strana luce, “secondo voi cos’è quella? Forse una stella?”, domandò loro.
“Direi di si”, osservò il giovane figlio di Urros, “No, ragazzino, non mi sembra che le stelle siano argentee nei loro bagliori e soprattutto non ho mai sentito parlare di stelle così vicine da poter quasi essere fiutate, se avessero un odore”, replicò il Cacciatore, alzando il capo verso quel bagliore che, pochi attimi dopo essere apparso, scomparve con altrettanta velocità.
“È scomparsa!”, esclamò sorpreso Eracles, spalancando gli occhi, “Esatto e questo non penso sia un bene per noi tutti”, osservò allora Odisseus, “Che intendi dire?”, incalzò Acteon.
“Quella non era una stella, piuttosto la definirei l’espressione di un’essenza, proprio come quella di cui ho parlato con Argos, ma se qualcuno sa usarle in questo modo, allora è meglio che ci muoviamo anche noi non appena si alzerà il sole su quest’Isola”, propose allora il Navigatore agli altri due, che accettarono immediatamente le sue parole.
Argos ed i suoi tre compagni di viaggio, intanto, continuarono il loro cammino lungo l’impervia selva che dinanzi a loro si era aperta, piena di selci e agapi pungenti. “Quanto ci vuole al primo villaggio?”, domandò più volte Iason, infastidito dall’ambiente che lo circondava e, forse, anche dal disinteresse con cui vi si muovevano Atanos, per nulla curante dei problemi dati dalle piante pungenti, e Pandora, che con i suoi insetti, passava veloce nella selva notturna; Argos, invece, sembrava resistere al fastidio datogli da quelle poche piante che non poteva in alcun modo evitare, nemmeno vedendole.
“Non preoccuparti, Iason, siamo prossimi ad un piccolo villaggio, anzi, ti dirò di più, ci sono ben due villaggi qui nelle vicinanze, uno sulla destra e l’altro a sinistra della strada che stiamo percorrendo”, rispose ad un tratto il Guardiano al Guerriero, “Chissà quanto saranno vicini, data la tua vista immensamente estesa”, replicò sarcastico l’uomo di Aven, avanzando fra le piante.
Ad un tratto, però, un urlo stroncò la quiete fra i quattro, una voce di donna si alzò alta nella selva, “Aiuto!”, continuava ad esclamare con voce supplicante.
“Argos, da dove proviene questa voce?”, domandò prontamente Iason, pronto a scattare verso chi era in pericolo, “Sulla destra, lungo la via che stiamo percorrendo, una fanciulla ed una figura nell’ombra, che mi è difficile vedere per quella presenza nera”, balbettò il Guardiano, portandosi una mano alla testa coperta dalla bandana.
“E questa cos’è?”, sentì esclamare da Pandora, allora anche Argos si accorse che intorno a lui si stava sollevando una fittissima nebbia, “Non distanziatevi, naviganti, dobbiamo restare uniti, seguite la mia voce, vi condurrò fuori da questo muro che ci divide”, avvisò il Guardiano, ma la sua voce fu surclassata dalla richiesta d’aiuto. L’ultima cosa che Argos sentì dire a Iason fu: “A destra hai detto, giusto? Vado da lei”.
“Aspetta, Guerriero, la trappola delle Axelie non ti è forse stata d’insegnamento?”, domandò Argos, prima di accorgersi egli stesso che i suoi occhi non era sufficienti a vedere in quella nebbia, “Non è di origine naturale, chi sta producendo questa fitta muraglia fra noi?”, si domandò il Guardiano, cercando di distinguere le figure di Atanos e Pandora, “Io”, sentì sibilare alle sue spalle, prima di voltarsi, trovando dinanzi a se una figura umana che, incredibilmente, si combinava con la nebbia stessa, anzi sembrava essere lui a provocarla.
“Che cosa sei?”, domandò prontamente il Guardiano, “Mi chiamano Shiar, il fabbricante di Nebbia”, ridacchiò l’essere. Era un uomo, o tale pareva, lunghi capelli grigi scendevano sulle spalle, le guance e la pelle del petto scoperto erano pallide, come il volto tutto. Gli occhi, bianchi e vuoti, sembravano osservare la figura celata nel lungo abito, mentre da ogni lembo della sua pelle fuoriusciva un sottile strato di nebbia, che andava addensandosi con quella già presente, “Mi hanno detto che hai occhi buoni, ma mi chiedo se mi vedrai qui in mezzo a tutto me stesso”, ridacchiò l’essere, scomparendo nella grigia cortina fumogena.
Iason aveva seguito la voce che invocava aiuto, fino ad uscire dalla nebbia che celava loro la strada, “Per fortuna sono fuori da quel caos, devo trovare la giovane”, si disse il Guerriero, prima di sentire di nuovo la voce femminile, proveniente dalla sua destra, quindi, con un veloce scatto, raggiunse la zona, che trovò sgombra da persone.
Era uno spiazzo quello in cui si trovava, una piccola zona libera da selci ed altra vegetazione, dove il Guerriero di Aven camminò libero, in cerca di colei che chiedeva aiuto, ma, improvvisamente, sentì sotto di se il terreno mancare e si vide crollare dentro una profonda buca.
“Fin troppo facile”, osservò una voce femminile, apparendo dalla muraglia di nebbia, “doveva essere un vero stupido quest’uomo”, ridacchiò osservando chi era caduto nella sua trappola.
Iason alzò il capo e vide la donna in piedi sul bordo della buca, era una giovane di colore con pupille inespressive e grigiastre, con dei lunghi capelli verdi, che si andavano combinando con un lungo abito verde smeraldo il quale copriva lo snello e magnifico corpo fino alle ginocchia, lasciando libere le lunghe e muscolose gambe e le sottili braccia, con cui, in quel momento, la giovane sosteneva un bastone, “Salve, prigioniero, sono Venia, la terribile predatrice di Midian”, si presentò la guerriera, prima di veder scomparire in un balzo il nemico.
Iason, infatti, uscì con un agile salto dalla buca, atterrando dinanzi all’avversaria, “Dunque quest’Isola si chiama Midian, sono lieto di essermi tolto questo dubbio, oltre quello su chi mai sarebbe stato il mio primo avversario, ora posso tranquillamente combattere con te, fanciulla”, avvisò il Guerriero di Aven, pronto alla lotta.
“Immortale, noi non dividiamoci, già non vedo più né Iason, né Argos, quindi è meglio restare uniti almeno noi”, propose intanto Pandora ad Atanos, da cui non si era allontanata dopo l’alzarsi della cortina fumogena, “Bene”, rispose freddamente l’altro, guardandosi intorno nel grigio muro, dove vide una figura delinearsi, “Guarda”, esclamò infatti, rivolgendosi alla giovane Maledetta.
Pandora si voltò e vide dinanzi a se l’ombra di Argos, “Guardiano”, urlò la ragazza, scattando in avanti verso il compagno di viaggio, “Presto, Atanos, non restare indietro”, suggerì, mentre la nebbia già le mostrava solo l’ombra dell’altro compagno di viaggi.
Passarono pochi minuti in cui la giovane seguì la figura del Guardiano lungo la cortina, poi, alla fine ne uscì e si ritrovò, sorprendentemente, da sola, o meglio, in uno spiazzo dove vi era solo un’ombra su un albero.
“Che prodigio è mai questo?”, si domandò Pandora, pronta a rigettarsi nella nebbia, “Non un prodigio, ragazzina, ma le doti di Notar, figlio delle Ombre”, replicò la nera figura appoggiata all’albero, prendendo spessore ed apparendo con un essere nero dalla possente muscolatura, che camminava deciso verso la giovane dai capelli corvini, puntandola con i suoi vuoti occhi oscuri.
“Che cosa hai fatto ai miei compagni?”, tuonò infuriata Pandora, mentre il suo terribile sciame iniziava a roteare, “Niente, sono tuttora occupati con i miei due compagni Predatori, eccetto uno, che probabilmente è già intrappolato nelle grinfie di chi ci comanda”, ridacchiò l’Ombra umana, pronta a combattere con la giovane Maledetta da Urros.
Atanos aveva cercato di seguire Pandora nella nebbia, ma, improvvisamente, non l’aveva più vista dinanzi a se, allora si era guardato intorno, notando che lentamente la cortina si stava abbassando, permettendogli di distinguere una figura dai lunghi capelli neri che si stagliava dinanzi a lui, imponente nel suo lungo mantello scuro come la notte.
“Benvenuto nell’Isola di Midian, dove regna il potente dio Zion, io sono un suo servitore, mi chiamano Tsun Ta, il Sacerdote Nero, o ancora meglio, il Custode di Anime”, si presentò con un gentile inchino l’uomo, “Custode di Anime?”, ripeté sorpreso Atanos, “Esatto, amico mio”, concluse con un gentile sorriso l’altro, facendosi avanti verso di lui.