Capitolo 15: Il racconto di Tyrion

 

“Brulde!”, urlò Tyrion, preparandosi a scattare verso l’Hellekia, ma Iason fu più veloce, prese fra le braccia la giovane avversaria, spostandola da sotto la traiettoria dell’albero maestro della nave.

Il dio, osservando quella scena, si fermò, stupito dalla generosità dell’avversario, anche lo scontro fra Roan ed Atanos si era interrotto per il trambusto del tronco cadente.

Eracles si mise però in mezzo e con la forza delle possenti braccia sostenne l’albero cadente, impedendogli di schiantarsi contro la nave nordica.

In quel momento arrivò anche Acteon, che sosteneva sulle spalle Garulf. Tyrion si guardò intorno, osservò i due guerrieri storditi che i loro nemici non avevano ancora finito ed il nemico di Roan l’Invincibile, che ancora era in piedi, illeso dinanzi ad uno dei migliori guerrieri della gelida Asjar.

“Roan, basta!”, tuonò allora il dio, “La battaglia è persa, i nostri nemici sono degni di rispetto e di onore, possono anche decidere cosa fare di noi”, concluse Tyrion, riponendo il maglio e sollevando con facilità il tronco che Eracles sosteneva.

“Grazie, figlio di Urros, hai salvato la nave che per me fu fatta fare dallo scaltro Hem’La”, esordì il figlio di Odath, poggiando l’albero maestro sul pezzo di nave da cui era stato troncato, per risistemarlo con un possente bagliore della mano, “Sono poteri minori rispetto a quelli del saggio costruttore della nave, ma pur sempre mi permetteranno di ripararla”, concluse con tono scherzoso la divinità.

Argos si avvicinò alla riparazione, “Se permetti, figlio di Odath”, esclamò allora il Guardiano, raccogliendo delle schegge di legno dal terreno e ricongiungendole al tronco nei punti in cui erano assenti, “se mi date qualche minuto, potrei anche rendere più veloce la vostra imbarcazione”, concluse l’ex semidio.

“Ma perché dovremmo fidarci di voi?”, tuonò allora Brulde, avvicinandosi al suo comandante, “Uno di loro ti ha salvato, Hellekia”, rispose prontamente Tyrion, osservando Iason dietro la guerriera, “un altro ha risparmiato Garulf”, continuò, mentre Acteon, appoggiava l’avversario nordico al suolo, “e nemmeno la forza di Roan è bastata per sconfiggerli”, osservò poi, “ed io che sono un dio guerriero, non posso negare il valore di nemici che si comportano con tanta lealtà contro i loro avversari”, concluse poi.

“Noi non siamo vostri nemici”, esordì allora Eracles, “O almeno non volevamo esserlo, se voi non ci aveste assaltato per primi”, continuò Odisseus, facendosi avanti.

“Si, su questo avete ragione, siamo stati noi ad assaltarvi per primi, ma dopo i tanti e misteriosi nemici che sono apparsi lungo il nostro cammino in questi giorni di viaggio, non sapevamo più di chi fidarci, soprattutto avendo saputo che anche voi cercate i Tre Tesori, proprio come noi”, spiegò Roan, cercando di scusarsi con la grande nobiltà di cui era padrone.

“Anche voi siete stati attaccati?”, domandò sorpreso Odisseus, osservando i sei compagni di viaggio, altrettanto interessati al discorso del guerriero nordico.

“Si, siamo stati assaltati da un gruppo di strani mostri marini su alcuni atolli poco distanti dalle coste della nostra terra, esseri oscuri e mostruosi che dicevano di essere tornati dal regno delle Ombre per merito di un oscuro signore, qualcuno di cui non potevano dire il nome”, spiegò Tyrion, raccontando la loro disavventura.

“Per caso questo misterioso individuo faceva parte di un gruppo ancora maggiore, chiamato l’Idra Nera?”, domandò allora Odisseus, “Non lo so, però è possibile, perché troppi strani avvenimenti sono accaduti in questo periodo nelle terre di mio padre”, concluse allora il dio nordico, “Quali?”, incalzò il Navigatore.

Tyrion guardò i sette uomini che poco prima avevano attaccato e poi osservò i suoi compagni, quindi decise di fidarsi e con un gentile sorriso indicò loro una piccola rientranza sul lato destro dell’imbarcazione, “Accomodatevi, vi racconterò tutto”, esordì allora il dio, facendo cenno a Brulde e Roan di condurre anche Garulf lì, insieme a loro.

 

Quando gli undici Naviganti erano seduti, il dio nordico iniziò il suo racconto. “Come probabilmente saprete da molti anni il regno di Asjar è in guerra con i Tulakei delle calde terre dello Rihad, guidati dal dio Rikka, ma in questi ultimi mesi ci erano arrivate notizie di problemi interni che avevano persino portato al crollo di uno dei comandanti maggiori dell’esercito divino dei nostri nemici e, oltre a queste notizie, avvenivano degli strani fatti anche fra le nostre file: incidenti, perdite di imbarcazioni piene di soldati o altro, finché, tre settimane fa non accaddero due cose una più grave dell’altra”, raccontò con un velo di tristezza sul volto Tyrion.

“L’armata del Tirand, una delle isole del nostro regno, in cui vivevano i miei più fedeli soldati, nonché i più forti guerrieri mortali del nostro esercito, fu attaccata da una strana creatura, una figura alata capace di scatenare tornado e distruggere interi schieramenti in pochi minuti. Nessuno di noi figli di Odath riesce tuttora a raggiungere l’isola, c’è come una barriera ad impedire ciò, seppur io sono certo che i miei soldati si stanno difendendo con tutto il loro coraggio e la forza di cui sono padroni, senza arrendersi dinanzi ad alcun mostro avverso”, spiegò con voce cupa, ma decisa, il dio.

“Quindi le vostre forze sono state decimate?”, domandò prontamente Odisseus, chiedendosi perché una divinità fosse stata costretta a partire con i propri soldati per ricercare i Tre tesori.

“Non solo questo, infatti è accaduto un altro fatto terribile, Jayr, uno dei miei due fratelli maggiori, a cui nostro padre aveva dato il potere della chiaroveggenza, è stato assalito a sorpresa mentre con la sua armata cercava di sfondare quella barriera. Non si sa niente della battaglia, né di chi guidasse i nostri nemici, solo il corpo senza vita di mio fratello fu ritrovato, mentre tutti i suoi soldati erano scomparsi, dei lembi di pelle erano gli unici resti rimasti di tutti loro, come se una bestia feroce li avesse sbranati tutti.

Vedendo queste disgrazie successe al nostro regno, mio padre decise di mandare i suoi guerrieri migliori a cercare l’antico Tesoro che aveva celato su un’isola, insieme ad Urros e Rikka, tre oggetti capaci di dare il potere assoluto a chi li possedesse e che al dio di Asjar sarebbero serviti per riportare in vita suo figlio, salvare i suoi fedeli mortali e scoprire chi lo aveva attaccato a sorpreso nelle sue terre. Per questo furono incaricati Roan, l’Invincibile, Brulde, seconda in comando fra le Hellekie di Asjar e Garulf, il più forte dei Kreeb del nostro esercito”, concluse il dio nordico.

“Capisco, però avremmo delle domande per te, sommo Tyrion, se permetti”, replicò allora Odisseus, dopo aver ascoltato con attenzione il discorso dell’interlocutore, “Si, certo, chiedimi pure”, replicò il dio con gentilezza.

“Prima di tutto vorrei sapere perché anche tu sei partito con i tre uomini del tuo esercito, non ti fidavi forse di loro?”, chiese con tono titubante il Navigatore, per cercare di non essere indiscreto, “No, ho la piena fiducia in ogni guerriero di Asjar, ma il mio esercito, gli uomini di Tirand, è in pericolo e non potevo restare con le mani in mano. In me decine di schiere di mortali hanno riposto fiducia, quindi era mio dovere di divinità fare tutto ciò che mi è possibile per aiutarli. Ho lasciato ai miei fratelli e parenti la custodia del nostro territorio. A Hinder, gemello di Jayr è primogenito di Odath, a cui nostro padre donò di non poter essere ferito da alcun uomo, Drys, uno dei miei due fratelli minori e comandante dei Kreeb, Kelon, il più piccolo di noi, che dal saggio Hem’La sta imparando come usare la magia. Ed oltre i miei fratelli vi sono Hem’La stesso, il saggio, colui che mio padre Odath prese fra gli esseri superiori del suo antico territorio natio, Nag, una delle isole esterne del nostro regno, e mio zio Afryn, fratello della regina di Asjar, Evrya. Tutti loro comandando sul nostro esercito durante la mia assenza, perché un’altra impresa sento di dover compiere per il luogo in cui vivo e la gente che crede in me”, concluse Tyrion.

“Grazie di questa spiegazione, sommo dio del Nord, ho solo un’altra domanda, legata a ciò che hai ripetuto due volte sui poteri che tuo padre ha donato a due dei tuoi figli, come è possibile ciò? Come può un dio donare i suoi poteri?”, chiese sorpreso Odisseus, “sapevo delle maledizioni che possono infliggere e che io e molti miei compagni abbiamo subito, ma non di possibili doni”, concluse.

“Ricorda che Odath, mio padre, è uno dei quattro signori celesti. Egli, come Urros, Rikka e Rahama dei Cancelli Celesti, possiede la forza, l’eternità e l’onniscienza, ma ognuno dei signori celesti può decidere come farne uso. In tempi antichi i tre signori delle terre confinanti preferirono depositare in tre tesori uno di questi poteri a testa, poi come Rikka ed Urros usarono i due rimasti non so, ma mio padre li donò ai suoi primogeniti, così da distinguerli fra loro. Rahama, invece, essendo distante da problemi territoriali ed altro, preferì condividerli con i suoi due fratelli minori, con cui governa saggiamente i Cancelli Celesti tuttora”, spiegò Tyrion.

“Si, sapevo di Rahama e della sua infinita saggezza”, replicò Odisseus, accennando un sorriso.

“Ora, però, sono io a dovervi chiedere di raccontarci tutto di voi”, continuò poi la divinità nordica, alzando lo sguardo verso l’interlocutore.

 

Odisseus scambiò uno sguardo con i compagni, poi iniziò a narrare le vicende che li avevano portati là: dalla guerra con la Lutibia fino al vaticinio fatto a Ruganpos. Raccontò di come erano stati trovati tutti e sette e di cosa fosse stato a loro proposto per unirsi a quel viaggio. Parlò della titubanza in loro e della decisione finale di partire dopo lo scontro con Orpheus, il musico oscuro, ma non evitò di enunciare gli avvenimenti accaduti sull’isola di Lembia contro le Axelie.

“Dunque voi cercate i Tre tesori anche per curarvi dalle maledizioni?”, domandò infine il dio nordico, “Si, almeno questo muove cinque di noi”, rispose il Navigatore, “Io, Odisseus, che da Possidos fui condannato a vagare per l’eternità, senza persone care o una dimora a cui potermi affezionare. Acteon, che per volontà di Ritmed, divenne metà uomo e metà cane. Pandora, che dal vaso datogli da Urros ricevette degli oscuri poteri, che la rendono nido di decine di oscuri insetti mortali per chi ne subisce la forza. Atanos, la cui anima risiede da millenni negli Inferi, mentre il suo corpo è condannato a vivere su questa fredda terra per volontà di Sade ed infine Argos che un tempo era un semidio, Guardiano celeste in nome di Lera. Vi sono poi Eracles, che combatte per conoscere suo padre Urros e Iason, al servizio di Ruganpos, uomo degno di grande valore in battaglia”, concluse, dopo aver indicato i suoi compagni di viaggio.

“Tristi sembrano le vostre storie”, osservò Tyrion, alzandosi in piedi, “però cerchiamo gli stessi Tesori, quindi di certo prima o poi ci scontreremo”, continuò con voce cupa, avvicinando le mani alla cinta, dove custodiva il grande maglio, “ma non oggi”, concluse con un sorriso, dando una pacca sulla spalla ad Odisseus, “voi, uomini valorosi di Aven sarete per noi amici finché sarà possibile, quindi vi saluteremo non appena ci avrete spiegato come riprendere la via che conduce alla Grande Isola da Nord, la nostra rotta”, concluse poi.

Il Navigatore ricambiò il sorriso del dio nordico, “Molto semplice, dovete semplicemente continuare a navigare lungo quella rotta, basterà seguire la corrente, che sembra ora si divida in due, come per volervi ricondurre verso il vostro tragitto”, spiegò Odisseus, indicando la via con un gesto della mano.

 

I due gruppi, infine, si separarono, dopo che Argos, con l’aiuto di Garulf, ripresosi, e di Eracles, aveva riparato ambo le imbarcazioni.

“Siete dei nobili uomini, guerrieri di Aven, degni di guarire dai vostri mali, per come vi dimostrate leali sul campo di battaglia, malgrado un destino così avverso vi abbia macchiato, mi auguro di rivedervi e di poter un giorno essere vostro alleato”, li salutò Tyrion, allontanandosi con la sua imbarcazione.

“A presto, nobile dio del nord, non avevo mai incontrato una divinità che rischia la sua stessa esistenza per il bene dei propri uomini, sei degno di tutto il mio rispetto, o signore del Tuono”, replicò con tono commosso Odisseus, salutando con la mano la nave nordica che si allontanava.

 

Rimasti soli, i sette si riunirono sul ponte della loro nave, “Dunque abbiamo conosciuto una delle tre spedizioni con cui dovremmo confrontarci per avere i Tre Tesori, ma abbiamo scoperto che non sono nemici, anzi degni di più rispetto di quanto io ne potrei mai dare a Possidos o ad uno dei suoi pari”, osservò Odisseus, rivolgendosi ai propri compagni di viaggio, “Si, è vero”, concordò freddamente Atanos, trovando assenso anche in Argos e Pandora.

“Però c’è da dire che non dovremmo preoccuparci di chi proviene da Asjar o dal Rihad, bensì dei sette della Lutibia, i nostri nemici naturali in questo viaggio”, osservò Iason, prendendo la parola, “Sagge parole le tue, Guerriero di Aven, ma ancora di più temo che dovremmo preoccuparci di questi misteriosi nemici che sembrano intromettersi nel viaggio nostro e degli altri, richiamando mostri che si sapevano morti, quelli dell’Idra Nera, se solo così possiamo chiamarli”, aggiunse Argos.

“Anche questo è vero. Se fra colui che ha risvegliato le Axelie e l’essere di cui parlava Tyrion c’è un legame, dovremo stare attenti, perché non sarà di certo un caso”, concordò Odisseus, prima che il Guardiano si alzasse in piedi.

“Che succede Argos?”, domandò allora il Navigatore, “Terra all’orizzonte, c’è un’Isola dinanzi a noi”, esclamò l’ex semidio, indicando lo sconfinato mare davanti a loro.

“Bene, tra poco si va a terra allora”, esultò Acteon, pronto ad un nuovo incontro con altri esseri di altre isole.

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