Capitolo 14:
Battaglia in mare
Il misterioso dio si mostrò ad Argos ed Odisseus. Il corpo era maestoso, ricoperto da una magnifica corazza argentea, o almeno questo sembrava il metallo che lo ricopriva. Spalliere possenti, adornate da ali, stivali con il medesimo ornamento ed un disegno sul pettorale, un gigantesco cavallo ad otto zampe. L’elmo che ne copriva il capo era anch’esso alato e nascondeva perfettamente i lunghi capelli biondi del dio, permettendo di vederne i rudi lineamenti guerrieri e gli occhi azzurri come zaffiri.
Il braccio sinistro dell’uomo, però, sembrò scatenare un tuono, quando questi si mosse, “Guarda, Odisseus”, esclamò allora Argos, indicando un gigantesco martello dorato che l’uomo stringeva con potenza.
“Non so chi voi siate, ma cedete la strada e rinunciate all’oggetto sacro al mio celeste padre Odath, oppure morite”, minacciò imperioso il dio, “Spiacente, figlio di un dio, ma non possiamo accettare questo ordine, troppo ci servono quei tesori, perché chi ci comanda ci dia una grazia tanto agognata”, replicò semplicemente il Navigatore, aprendo le mani, che brillarono di una luce rossa, per poi lanciarsi all’attacco della divinità.
I quattro scontri erano molto accesi.
Acteon osservava furente l’altra bestia, che da lui si era allontanato con un balzo, “Forza, orsacchiotto”, lo sfidò con tono ironico, “vediamo quanto sai fare con quei tuoi artigli, io ho zanne da Cacciatore, mentre tu non sei altro che un orso”, ringhiò poi, rilanciandosi all’attacco e colpendo al volto il nemico con una feroce zampata, che fece barcollare indietro il guerriero nordico.
“Garulf distrugge”, urlò con un ruggito la bestia umana, bloccando con ambo le mani il nemico e sollevandolo in aria, “Mollami”, replicò il Cacciatore, ferendo l’avversario con un calcio alla spalla sinistra ed atterrando al suolo con un’agile capriola, “ed ora preparati ad essere sbranato”, ringhiò poi, lanciandosi in un secondo colpo, investendolo con una testata allo stomaco scoperto, per farlo piegare dal dolore, prima che un pugno di quell’essere lo gettasse al suolo, stordito a sua volta.
Lo scontro fra Atanos e Roan, invece, era in una fase di stallo, poiché ogni colpo che l’uomo del nord dava all’avversario non riusciva ad ucciderlo. “Tutto questo è inutile”, spiegò con voce fredda l’Immortale, “per quanto tu colpisca, la mia pelle sempre si risanerà, ritornando integra. Non c’è anima da donare al mondo dei morti in me e questo vuoto contenitore, ricolmo solo di rammarico e gelo, non può essere certo sconfitto da una spada”, avvisò Atanos, colpendo con una spada, che aveva legato alla cinta prima di salire sull’imbarcazione avversa, il nemico, che non subì nemmeno l’impatto con la lama, distruttasi prima ancora di incontrare la sua pelle.
“Nemmeno tu potrai ferire colui che ha la pelle indistruttibile. La linfa di un drago mi è stata mantello dopo un’ardua lotta, l’ultima in cui fui ferito, da allora sono invincibile, nessuno mi ha più ferito, poiché sono invulnerabile”, spiegò Roan, conficcando la propria arma nel nemico, senza riuscire a ferirlo, poiché la pelle dell’avversario subito si richiuse dietro la ferita.
“Pandora”, esordì allora Argos, osservando gli scontri, “vai a controllare la battaglia di Acteon, io ed Eracles resteremo qui con Atanos, Iason ed Odisseus”, spiegò, trovando consenso nel figlio di Urros, mentre la Giovane Maledetta si spostava come uno sciame verso la propria nave.
In quel momento Brulde si mosse per bloccare la Giovane Maledetta, ma Iason non le lasciò la possibilità di allontanarsi, “Mi dispiace, guerriera nordica, ma non posso permetterti di fermare i miei compagni di viaggio, dovresti prima uccidere me”, replicò freddamente il guerriero, sollevando le braccia contro l’avversaria per poi tentare di colpirla con una veloce serie di calci e pugni al volto.
La giovane nordica parò con il piatto della spada i pugni avversi, deviandone alcuni e bloccando gli altri, per cercare, così, di affondare la propria lama nell’offensiva di Iason, il quale, dopo una veloce serie di colpi, fu superato in bravura da questa nemica, che per poco non lo ferì al volto, solo la sua velocità, superiore a quella di qualunque semplice mortale, lo salvò dall’affondo.
“Non pensarmi simile alle donne delle calde terre dell’Oleampos, nel freddo regno di Asjar, anche le giovani come me sono guerriere, io stessa sono fra le comandanti delle Hellekie, le invincibili combattenti a cavallo”, affermò Brulde, sollevando l’arma dall’impugnatura d’ametista.
“Sorprendente”, esclamò Iason con un sorriso soddisfatto, “ma io non sono da meno di un guerriero nordico”, concluse scattando in un velocissimo attacco.
Tyrion osservava con curiosità i movimenti dell’uomo che si trovava dinanzi, velocità e potenza non gli erano certo difetti, malgrado in lui non vi fosse niente di divino, anzi, vi notò l’oscura ombra delle maledizioni che talune divinità erano solite infierire sui mortali.
Nell’evitare uno dei pugni di quell’uomo, il dio nordico scoprì la potenza che emanava quel rosso colore, capace di perforare il suolo dietro di lui, avendolo mancato.
Odisseus tentò più volte di sfondare le difese della divinità avversa con l’energia che aveva saputo confluire negli arti superiori, una forza capace di investire anche a distanza gli avversari, grazie alla concentrazione di chi la usava, ma ogni volta che il Navigatore si avvicinava al divino avversario, questi con veloci movimenti schivava i colpi. Proprio per questo la lotta sembrava puntare verso un unico vincitore ed un’unica direzione, che fu più chiara quando la divinità con un veloce movimento del palmo libero scagliò indietro il mortale maledetto da Possidos.
“Hai combattuto bene, uomo, ma ora dovrai subire la potenza di Tyrion, primo fra i guerrieri al servizio del grande Odath, padre celeste e signore delle gelide fredde di Asjar”, tuonò il dio, sollevando il gigantesco maglio nella mano destra, quindi, con una veloce roteazione del polso, Tyrion scatenò un fortissimo vento, la cui furia costrinse il Navigatore a coprirsi il volto ed appoggiarsi all’albero della nave nordica.
“Preparati a subire la furia divina del grande Pherk, il Martello del Tuono”, esclamò il dio, prima che dal suo maglio si scatenasse un potentissimo fulmine, un bagliore che si gettò contro Odisseus, il quale, solo grazie ad un repentino intervento di Eracles riuscì a salvarsi.
“Tu come osi intrometterti, mortale?”, tuonò allora Tyrion, osservando il giovane figlio di Urros, “Oso, perché a te sono quasi simile, divinità nordica”, replicò allora Eracles, “poiché mio padre è Urros, signore dei cieli, e non ti permetterò di certo di colpire un mio compagno di viaggio, o, per meglio dire, colui che ci conduce lungo la via”, affermò deciso il ragazzo, scattando contro il divino avversario.
Un pugno saettò contro Tyrion, il quale lo fermò con il braccio libero, “Una forza divina scorre nelle tue braccia, ragazzo, ma, sarà la giovane età che sembri avere, però non sai ancora come ben usarla”, lo criticò prontamente il dio, sollevando il maglio, che Eracles bloccò con l’altro braccio.
“Lascia subito la mia arma”, tuonò allora il figlio di Odath, “non è concesso a nessuno toccarla, eccetto che a me”, esclamò, mentre delle possenti scosse elettriche percuotevano il corpo del giovane figlio di Urros.
“Odisseus, come stai?”, domandò intanto Argos al Navigatore, “Sono ancora intero, se è questo che volevi sapere, però non sono riuscito a fermare quel dio nordico”, replicò con ira l’altro, “Si, ho notato, ma contro una divinità nessuno di noi ha molte possibilità, piuttosto dovremmo chiederci come mai sono entrati nella nostra rotta”, rifletté il Guardiano, osservando i quattro scontri che continuavano. “Di certo opera di Possidos, che mi è sempre avverso”, rispose infuriato Odisseus, “Non so, e se fossero al servizio di chi ha risvegliato le Axelie?”, incalzò allora l’altro, mentre le urla del nemico sull’altra nave li distraevano.
Pandora aveva infatti raggiunto Acteon, ancora impegnato a scambiarsi furenti colpi con il nemico, e, giunta sopra i due, il suo sciame nero sollevò l’essere simile ad un orso entrandovi dentro e costringendolo ad abbassarsi.
In quel momento, mentre la bestia sembrava urlare dal dolore accadde qualcosa di inaspettato dinanzi ad Acteon, “Esci subito di lì, Pandora”, urlò per lo stupore il Cacciatore, osservando il nemico cambiare d’aspetto.
La pelle coperta da folta peluria ritornò bianca e liscia, i capelli marroni si ridussero fino a poco sotto la nuca, artigli e zanne scomparvero, insieme ai lineamenti animaleschi, che tornarono ad essere quelli di un semplice uomo, seppur coperto da una folta barba castana.
“Proprio come succede a te”, osservò Pandora, ricompostasi vicino al compagno di viaggio, “Si, direi di si”, replicò Acteon, ritornando anch’egli al suo stato normale.
“Chi siete voi che avete saputo bloccare la possessione divina nel mio corpo?”, domandò titubante l’uomo, la cui rauca voce sembrava ancora dolorante, “Siamo due dei Naviganti provenienti da Aven”, replicò Pandora, “Non sapevo che anche nelle vostre terre vi fossero dei posseduti dalle divinità animalesche”, ridacchiò allora il nordico.
“Fate pure della mia vita quello che volete, ormai io, Garulf, sono stato battuto”, sussurrò l’uomo, svenendo stremato.
“Non ucciderlo, Pandora”, fu l’unica cosa che Acteon disse, sollevando il corpo dell’avversario e dirigendosi verso la nave nemica.
La battaglia fra Atanos e Roan continuava intanto inesorabile, senza che uno dei due desse segni di stanchezza o sofferenza.
“Se può darti soddisfazione, guerriero di Aven, sei il primo che mi dà tanto filo da torcere dopo il drago che uccisi anni fa”, esordì il paladino nordico, “Se avessi un’anima con cui gioire, sarei felice anch’io di sapermi degno di tale lode, ma purtroppo per te, sono ormai millenni che la mia vita è legata alle battaglie da cui esco sempre illeso ed immutato, come sono tuttora”, replicò l’altro con voce quieta.
“Millenni? Sei forse un dio?”, esclamò sorpreso Roan, cercando di conficcare la propria spada nel ventre nemico, ancora inutilmente, “No, ma da un dio fui maledetto, condannato all’eternità senza un’anima alcuna, combatto ora per il re di Aven, Ruganpos, il quale ci ha mandato in ricerca dei Tre Tesori sia per curarci sia per porre fine alla battaglia contro la Lutibia”, spiegò con freddezza l’Immortale, cercando di ferire l’Invulnerabile nemico, che apparve stupito dalle parole dell’avversario.
Anche lo scontro fra Iason e Brulde andava avanti, la velocità del Guerriero stupì l’Hellekia, che, evitando con difficoltà i nuovi colpi del nemico, non aveva il tempo per rispondere con l’opportuna furia offensiva, finendo così contro il medesimo l’albero della nave.
“Mi dispiace, ma in velocità ti batto di certo, però, vedrò di non ferire il tuo bel volto, non preoccuparti”, sorrise il Guerriero di Aven, fermandosi un attimo, che gli fu fatale, poiché Brulde ne approfittò per colpirlo allo stomaco con l’elsa della spada e produrgli poi una ferita sul petto, seppur superficiale, in quel momento, però, accadde l’inevitabile.
Lo scontro fra Tyrion ed Eracles era ormai ridotto, infatti, ad una prova di forza e resistenza, il giovane figlio di Urros sembrava poter reggere al dolore prodotto dal maglio del dio avverso, ma dovette ben presto ricredersi, cadendo al suolo per la potenza delle ondate di elettricità che lo investivano.
“Hai rischiato troppo nell’affrontarmi così, giovane stupito, ora pagherai a costo della vita”, ringhiò il dio nordico, caricando di un’energia elettrica abbastanza limpida il proprio martello.
Ben presto, però, il dio si trovò paralizzato alle spalle da qualcuno, “Chi osa?”, tuonò la divinità, non notando alcun individuo vicino a se, “Io, Odisseus, non ti eri dimenticato di me, spero”, replicò con tono beffardo il Navigatore le cui dita oscurate bloccavano i movimenti del nemico.
“No, ma ti pensavo più furbo”, replicò allora Tyrion, “pensi davvero che una presa compiuta attraverso la semplice energia umana, che provenga o meno dal piano astrale, come la tua, sia sufficiente per fermare un dio come me?”, ridacchiò il figlio di Odath, “No, ma di certo mi permetterà di deviare il tuo attacco, salvando la vita a chi già me l’aveva salvata”, concluse il Navigatore, sollevando il braccio dell’avversario verso il cielo.
“Pazzo”, tuonò Tyrion, che, nel tentativo di liberarsi scatenò il proprio colpo contro l’albero maestro, su cui era appoggiata ancora Brulde, che adesso stava per essere investita da un colpo del suo stesso dio.