Capitolo 13: Gli Uomini del Nord

 

La popolazione dell’Isola di Lembia fu completamente liberata. Uomini, vecchi e fanciulli, insieme alle donne che risultavano inutili per le trappole delle Axelie, furono liberati dalla grotta in cui erano imprigionati e condotti di nuovo alla città; anche le giovani fanciulle tenute prigioniere nelle segrete della dimora centrale furono lasciate uscire, finalmente libere dal giogo di quelle cinque creature infernali, potevano adesso riabbracciare le persone care, che fossero i padri, le madri, i fratelli, gli amati, o altri parenti prossimi, si ritrovarono infine.

I naviganti, a cui anche Atanos si era unito, rimasero sull’Isola per il resto della lunga giornata, aiutando la gente del luogo a riparare i danni delle battaglie da loro combattute e cercando di soccorrere chi aveva subito ferite per mano di quelle bestie, poi, al sorgere del nuovo giorno, si prepararono a ripartire.

Il Re di Lembia, che era stato imprigionato con il resto della popolazione, un uomo vecchio, segnato dagli anni e dal periodo in catene, che poco aveva della grandezza di un sovrano, chiese ai suoi salvatori se volessero restare, ma più volte, Odisseus ed i suoi compagni si rifiutarono, “Ci bastano i doni che ci avete fatto, cibo e tessuti per coprirci, questo è ciò che serve ad uomini che viaggiano per mare, come noi”, aveva risposto una volta Argos, convincendo con le sue parole l’anziano monarca.

La mattina dopo, il gruppo partì, ricevendo lunghi saluti dalla gente salvata, seppur, solo alcuni di loro risposero ai saluti, giacché altri avevano dei pensieri in mente, come Odisseus, che ancora soffriva per la vita di Peleone, che lui aveva strappato, indirettamente.

 

Durante il giorno della lotta, nel frattempo, in Lutibia, Cassandra, nella sua bella prigione, urlò delle parole che solo Anhur ed i suoi compagni guardiani sentirono, “Due di loro gli si sono avvicinati, sono questi i predestinati, i sette che inizieranno il viaggio di salvezza per le genti”, balbettò la giovane principessa, ripetendo più volte quella frase prima di calmarsi.

Subito Anhur mandò uno dei suoi sottoposti a riferire quelle parole alla famiglia reale, poiché le trovò diverse dai soliti vaneggiamenti ed il Guardiano ne parlò ad Axides, principe di Lutibia.

“Solo questo ha detto mia sorella?”, chiese allora il figlio di Priaso, “Si, mio signore”, rispose chino il guardiano la cui veste viola era adornata da una grande roccia, simile a quella su cui si ergeva la città.

“Riferirò io stesso al mio divino padre, dì pure questo al tuo comandante e ringrazialo del suo interessamento, Myooh”, tagliò corto il principe, ordinando così all’uomo di andarsene.

Rimasto solo il giovane si sedette sul suo trono, “Chissà chi è andato ad incontrare quei sette viaggiatori di Aven fra i miei cari compagni?”, si domandò fra se, ridendo sommessamente e sorseggiando un bicchiere di rosso nettare.

 

Il viaggio dei Sette Naviganti, intanto, continuava spedito. Ripartiti da Lembia avevano trovato un vento che li stava conducendo quietamente nella direzione da loro sperata.

“Devo dire che abbiamo avuto fortuna”, rifletteva Argos, guardando all’orizzonte, “Perché?”, domandò Iason, che sosteneva il timone, “A Nord c’è stata una qualche tempesta, che tuttora mi impedisce di distinguere le sagome da quella parte, un maremoto, probabilmente, che ha fatto cambiare la direzione dei venti a nostro favore”, spiegò il Guardiano, avvicinandosi all’alleato e bevendo dalla borraccia che questi gli offriva.

“Si, siamo proprio fortunati, possiamo allontanarci da Lembia con velocità”, osservò Odisseus con tono di voce triste, mentre restava seduto su una scalinata della nave. “Perché tanta tristezza nelle tue parole, Navigatore? Forse per la giovane di cui mi hai detto, Peleone?”, chiese allora Iason, avvicinandosi all’uomo che profumava di mare.

“Tristezza? No, è rassegnazione la mia, Guerriero di Aven, dinanzi al triste destino a cui sono incatenato ed all’impossibilità di sfuggirvi, poiché se mai qualcuno si affezionasse a me, egli dovrebbe morire per tale ragione, poiché non posso avere legame alcuno per volere di Possidos, le cui acque ora cavalchiamo”, spiegò con voce rotta Odisseus.

“Non potrai avere l’affetto di nessuno, ma per ora sappi che hai di certo la mia fiducia ed il mio rispetto, per come hai resistito tanti anni alla solitudine ed al vagabondaggio e chissà, forse, quando la guerra sarà finita Ruganpos farà in modo che tu torni alle tue terre ed alla tua famiglia”, lo rassicurò Iason.

“Non c’è più nessuno della mia famiglia, o quasi, l’ultimo esponente non ricorda nemmeno le sue radici e l’origine del suo sangue, cioè me ed i miei antenati”, rispose con voce cupa Odisseus, “Ebbene? Tu potrai rivelargli il legame che vi è fra voi e lo istruirai all’arte della guerra ed alle più grandi strategie che vi possano essere, oltre che nel conoscere quelle stesse formule che tu conosci”, replicò l’altro, “Non sono formule le mie”, rispose con un sorriso il Navigatore, “bensì è la liberazione dell’energia che risiede in ogni uomo, l’energia dello spirito, che scaturisce attraverso le mani ed il resto del corpo, per delle vie di fuga”, spiegò con sagge parole l’uomo maledetto da Possidos.

“Davvero? Quindi qualsiasi uomo può essere capace di domare tale energia?”, domandò incuriosito Iason, “Solo dopo tanti allenamenti, ma penso che tu vi riusciresti prima di altri uomini”, rispose Odisseus, indicando le catene che l’altro portava ai polsi, “sei abituato ad ardue prove”, concluse.

Passò qualche minuto di silenzio, poi il Navigatore si alzò in piedi, “Forza, proverò ad insegnarti alcuni rudimenti di quest’arte da battaglia”, esordì, incitando l’altro a seguirlo nei suoi movimenti e negli stati d’animo.

Argos sorrise nel vedere quella scena, quindi, senza voltarsi, si rivolse a Pandora, che quietamente osservava la grande distesa d’acqua dinanzi a loro, “Dove sono gli altri?”, domandò con voce gentile il Guardiano, prima che la Fanciulla Maledetta si voltasse, intuendo che parlava con lei, “Sotto, a sistemare le cose nella stiva, da ciò che mi so”, rispose lei, prima di tornare ad osservare il mare.

“Ti piace tanto questo panorama?”, chiese allora Argos, avvicinandosi alla fanciulla, “Si, l’acqua è limpida e pura, come poche altre cose in questo mondo, dinanzi a lei sento che anch’io e la mia maledizione possiamo, in qualche modo, trovare una pace diversa da quella che ci eravamo riservati nel cimitero in cui vivevo”, rispose semplicemente Pandora.

“Vivevi in un cimitero?”, domandò sorpreso l’ex-semidio, “Quando i vivi ti rifiutano per quel che sei, l’unica cosa è vivere fra i morti”, spiegò l’altra con voce triste, chinando il capo verso l’acqua, che vide increspata.

“Arriva qualcuno, ma da dietro”, tuonò allora Argos, voltandosi verso la parte opposta della nave per osservare meglio.

“Odisseus, Iason, Pandora, chiamate gli altri, c’è una nave che ci insegue”, tuonò il Guardiano, “Come? Non avevi detto che era tutto calmo?”, tuonò allora il Navigatore, lasciando l’allenamento, “Si, ma avevo anche spiegato di non distinguere fra le nubi della tempesta che c’era a nord e proprio da quella tempesta arriva questa nave”, spiegò l’altro, mentre già l’imbarcazione si delineava all’orizzonte.

L’imbarcazione era chiaramente più lunga della loro, ma anche più sottile, probabilmente perché le sue proporzioni erano state disegnate al fine di renderla più veloce fra gli scogli e più agile nello sfondare una qualsiasi difesa avversa, un metodo distinto da quello usato da Argos ed Odisseus, per creare la loro nave.

“Guarda i loro vessilli”, esordì allora il Navigatore, indicando l’unico grande albero centrale della nave sulla cui vela era rappresentato un gigantesco martello argenteo su cui sovrastava un cavallo ad otto zampe, “Sembra il simbolo di un guerriero del Nord”, spiegò il Guardiano, continuando a studiare lo scafo del veicolo nemico.

Sulla fronte dell’imbarcazione vi era un gigantesco drago di legno stilizzato, che si alzava dalla prua della nave, quasi volesse mordere l’imbarcazione appena incontrata. Due scudi adornavano i lati della prua, su uno era rappresentato un cavallo ed una figura su di esso, sull’altro vi era invece un drago dorato, una figura maestoso che brillava nel disco.

“State attenti, ci sta raggiungendo, vorranno speronarci”, urlò allora il Navigatore, mentre il drago di legno calava su di loro, bloccandosi in un’immensa morsa sulla poppa della nave.

 

Anche Atanos, Acteon ed Eracles furono richiamati dai rumori e dal caotico impatto fra le due navi, che fecero tremare i sette.

“Aspettate, vediamo cosa vogliono fare”, suggerì Odisseus, guardandosi intorno.

Un ruggito, però, troncò il momento di attesa, prima che una figura apparisse da sopra l’altra nave e con un balzo si lanciasse nel gruppo avversario, correndo verso Acteon, “Perfetto, questo è mio”, ringhiò il Cacciatore, replicando all’assalto e rispondendovi con la propria potenza animalesca.

“Eracles, aiutalo”, ordinò subito Odisseus, “No, aspetta”, replicò allora Argos, prendendo la parola, “e guarda quell’essere”, concluse poi, mentre i due combattenti si distaccavano per riprendere fiato.

Tutti conoscevano la mutazione di Acteon ed il suo aspetto semi canino, ma nessuno aveva mai visto ciò che era accaduto a quell’altro individuo.

Aveva sottili vesti bluastre, strappate all’altezza della cinta e delle ginocchia, abiti rovinati che non arrivavano nemmeno a coprire la schiena, incredibilmente muscolosa, né il resto del corpo. Un corpo davvero particolare, come Acteon ed i suoi compagni poterono scoprire.

Era altissimo, incredibilmente muscoloso ed altrettanto peloso, ma non fu solo questo a stupire tutti, bensì l’intero aspetto, che ricordava quello di un orso. Aveva infatti una lunga barba marrone, che si andava confondendo con un’immensa barba, coprendo il volto e combinandosi con una peluria corporea a dir poco innaturale, possenti muscoli e giganteschi artigli affilati ricordavano l’animale delle foreste, ma, oltre questo, vi erano le fauci e gli occhi verdastri, che guardavano spaesati, ma insieme decisi a colpire, i sette nemici, prima che di nuovo quest’essere si avventasse su Acteon, il cui aspetto animalesco lo faceva duellare, anche per somiglianza all’animale di cui aveva i poteri, con quell’altro essere.

“Presto, noi altri dobbiamo arrivare alla loro nave, prima che l’intera lotta si scateni solo sulla nostra, provocandovi danni eccessivi”, urlò allora Odisseus, guidando i compagni verso l’altra imbarcazione.

Due figure attendevano sul bordo del grande vascello nordico i sei, un uomo ed una donna. Il primo aveva lunghi capelli arancio, che scendevano a coda sulle spalle, con un’eleganza impareggiabile. I sottili occhi verdi di lui scrutavano con titubanza i sei nemici, mentre le mani, appoggiate all’elsa di una magnifica spada, sembravano non volersi muovere per attaccare. L’abito di quest’individuo era violaceo, un sottile pantalone e delle maniche di un abito aveva di questo colore, che risaltava sotto la lineare corazza azzurra, un’armatura di certo non utilissima a scopi difensivi, data la poca parte di corpo che copriva, sulle spalle, però, portava un lungo mantello azzurro, su cui era ritratto un drago dorato.

Accanto a lui, una donna, lunghi capelli color del muschio, occhi sottili e brillanti di una luce violacea, gentili lineamenti nordici, induriti da uno sguardo deciso e pronto alla lotta, facevano di quel viso ovale, il viso di una guerriera.

La corazza era piuttosto semplice, integrale per coprire le braccia, gambe ed il tronco stesso. Di un colore marrone ed adornata da una pelliccia, probabilmente per difendere la misteriosa guerriera anche dal freddo. Alla cinta, una spada, sottile ed adornata da un’elsa d’ametista, uno scudo con un possente cavallo agganciato al braccio sinistro e dei lunghi stivali a nasconderne le sinuose gambe.

“Benvenuti, guerrieri dei mari, non so da dove voi proveniate, ma per essere saliti sulla nostra nave dovrete pagare ardue e tristi conseguenze”, minacciò l’uomo con lo scudo rappresentante un drago.

“Voi per primi ci avete speronato ed assalito con quel mostro che ancora sta combattendo un nostro compagno”, lo ammonì subito Odisseus, “Si, forse Garulf si è dimostrato troppo istintivo nel suo agire, ma non potevamo fare a meno di questi metodi, dati i problemi che abbiamo già incontrato per mare, piuttosto, arrendetevi e lasciateci passo libero, verso l’Isola dei Tre Tesori Celesti, dove siamo diretti”, tagliò corto l’uomo, sollevando la spada.

“Non mi sembra molto educato da parte vostra darci tanti ordini, dopo averci speronato, inoltre puntiamo allo stesso luogo, quindi, non possiamo lasciarvi strada libera, uomini del nord”, replicò prontamente Iason, prendendo la parola, “poiché anche il mio sire, Ruganpos di Aven, ne ha bisogno”, concluse.

“Brulde, blocchiamoli, evitando di ucciderli, se è possibile”, sentenziò l’uomo, lanciandosi all’attacco contro Eracles.

“Mi dispiace, ma non ti darò certo il tempo di colpirmi”, affermò con voce cupa il figlio di Urros colpendo con un immane diretto il volto del nemico. Qualcosa di inaspettato, però, accadde, il pugno di Eracles si schiantò con il volto dell’uomo, ma questi si fermò semplicemente, senza ricevere alcun danno dall’impatto, “Che cosa?”, balbettò il giovane, osservando il volto indenne dell’avversario e sentendo un lieve dolore alla mano.

“Mi dispiace, ragazzo, ma la forza di quel colpo è inutile dinanzi a Roan, l’invincibile”, tagliò corto l’uomo, sollevando la spada, che corse contro Eracles.

La lama, però, cozzò contro un altro corpo, conficcandosi in questo, “Anche per te è inutile sperare di ferire i miei compagni di viaggio”, esordì un altro dei Naviganti, mentre l’uomo chiamato Roan estraeva la propria arma, “io sono Atanos, l’Immortale”, concluse l’altro, mentre la sua pelle si risanava.

 

“Sembra che il mio compagno di battaglia abbia trovato un degno avversario, chissà se anch’io avrò tanta fortuna”, osservò allora la donna di nome Brulde, sollevando l’arma e studiando i movimenti degli altri quattro. “Chi di voi si vuol fare avanti per primo?”, domandò poi, invitandoli ad attaccare con le sottili mani, ma nessuno dei quattro si mosse, tutti fermi, per un gesto di Odisseus.

“Se non attaccate voi, allora lo faccio io”, tagliò corto la guerriera, lanciandosi in avanti contro Pandora, “vediamo, ragazza, come ti difendi dalla mia spada”, tuonò allora, prima di tentare un affondo, che si perse nello sciame d’insetti neri, che poi si ricomposero alle sue spalle.

“Non puoi colpire Pandora con una spada, donna del Nord, la sua vita poi, è più lunga di quanto tu possa immaginare, quindi, non tentare nemmeno di fronteggiarla, attacca me”, suggerì allora Iason, mostrandosi sorridente dinanzi alla nemica dai capelli color del muschio.

“Bene”, rispose questa, lanciandosi in un veloce attacco, che, però, andò a vuoto.

In quel momento, mentre le due battaglie si scatenavano sulla nave nordica ed Acteon fronteggiava l’altro nemico sulla loro imbarcazione, un fulmine scosse il cielo sereno, prima che una voce si udisse nell’aria.

“Chi siete voi?”, tuonò una figura, rivelata da un bagliore, “Chi sei tu, piuttosto?”, replicò prontamente Odisseus, “Egli è una divinità”, affermò Argos, che restava vicino al Navigatore, “Esatto, mortale, io sono un dio, sono Tyrion, figlio di Odath e comandante di questa nave proveniente da Asjar, il grande Regno del Nord”, rispose la figura, manifestandosi in tutto il suo potere.

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