Capitolo 11: Axelie
contro Naviganti
Nella cella in cui erano rinchiusi, Acteon ed Eracles sembravano non voler più aspettare oltre. “Ragazzo”, esordì il Cacciatore poco dopo la visita delle due generalesse, “riesci a liberarti da queste catene?”, domandò poi, “Si, non è difficile”, rispose il giovane figlio di Urros, gonfiando i possenti muscoli delle braccia, “Allora fallo subito, ma in silenzio”, lo ammonì l’altro.
In pochi secondi il giovane proveniente da Curont si liberò, spezzando quelle catene come fossero sottili strati di carta, poi, con la medesima facilità, slegò anche il compagno navigante. “Adesso”, continuò poi Acteon, “quando te lo dirò, fracassa questo muro dinanzi a noi e poi, corri in avanti, lungo questo corridoio, va bene?”, domandò il Cacciatore, “Si, ma perché in avanti?”, incalzò il giovane, “Perché da quella parte si è perso l’odore dell’altra e forse li troverai Iason, che è più in pericolo di noi al momento”, tagliò corto l’altro, facendo poi segno di aspettare al compagno.
Si sentirono i rumori di alcuni passi, di certo di Sethia, rimasta di guardia ai due, poi, quando Acteon ebbe finito di fiutare l’aria circostante, fece un cenno ad Eracles, il quale distrusse con facilità il muro dinanzi a se con due semplici pugni, scattando poi in avanti, “Corri, come se la morte stessa ti inseguisse”, urlò allora il Cacciatore, mentre già il compagno si allontanava.
“Maledetto mortale”, si sentì allora ringhiare, mentre la nera lancia di Sethia già mirava alla schiena del giovane Erakles, il quale, però, non si fermò, come ordinatogli dall’amico, sentendo solo un rumore sordo di qualcuno che sbatteva contro un muro, prima di allontanarsi ancora più rapidamente.
Sethia aveva sentito il muro frantumarsi alle sue spalle ed aveva intravisto una figura scattare fulminea in avanti con una velocità impareggiabile, incitata dalle urla dell’altro prigioniero. Resasi solo allora conto della fuga, la falsa generalessa aveva impugnato la lunga lancia, puntandola contro il nemico, però, una figura le era saltata addosso, gettandola al suolo e bloccandole la mano mentre già il primo fuggitivo si allontanava, “Spiacente, mostro, ma non ti permetterò di fermare il mio giovane amico”, la aveva avvisata l’uomo biondo il cui aspetto stava già mutando nella sua forma semianimalesca, mostrando i lunghi artigli e gli affilati canini, oltre al lungo pelo chiaro.
Con una zampata Acteon spezzò la lancia nemica, allontanandosi poi da lei con un balzo, “Forza, adesso fammi vedere che sai fare, generalessa”, la minacciò poi, puntandole contro gli affilati artigli.
“La generalessa non ti farà vedere alcuna sua dote, preda”, minacciò con voce cupa la figura alzandosi in piedi, “sarà l’Axelia a mostrarti la sua vera potenza, una potenza che rimpiangerai di aver richiamato con questo tuo comportamento offensivo nei miei confronti”, minacciò con voce malvagia Sethia, “Axelia? E cosa sarebbe?”, domandò incuriosito Acteon, senza abbassare la guardia, “Io sono un’Axelia, una delle cinque guardiane infernali”, esclamò furente l’altra, mentre anche in lei si stava avendo una mutazione.
La pelle della donna, infatti, si stava scurendo, coprendosi di una sottile peluria castana come i capelli, i suoi grandi occhi neri diventavano sempre più sottili e taglienti, mentre le mani andavano cambiando: si rattrappivano, perdendo la conformazione delle dita per prenderne una diversa, quella di gigantesche falci, taglienti ed affusolate, che partivano ora dagli avambracci, allungandosi per quasi un metro.
“Sono Atxa dalle mani di Falce, la più terribile delle Axelie”, si presentò la creatura infernale, cercando di decapitare con un veloce movimento il nemico, il quale, però, si abbassò, mostrando una grande prontezza di riflessi ed evitando l’attacco mortale dell’avversaria.
“Non so che razza di creatura sia tu”, affermò Acteon, osservandola bene, “ma di certo non ti trovo più così affascinante come prima”, le disse con tono derisorio, “Taci, cane”, ringhiò Atxa, calando l’arto destro in un fendente verso il capo nemico, il quale evitò con uno spostamento laterale.
“Uomo cane”, ringhiò in tutta risposta il Cacciatore, lanciandosi in un furioso attacco con gli affilati artigli, attacco che fu però fermato da un veloce movimento delle falci avverse, dinanzi alle quali Acteon fu costretto ad una fuga repentina per evitare ferite letali.
“Finché le mie falci ti minacciano, non potrai fare altro che abbaiare, ma non morderai, né mi ferirai, misero essere inferiore”, ridacchiò allora Atxa, cercando di colpire il nemico con le due armi incrociate, così da dilaniargli la gola, ma Acteon, con un sorriso beffardo, si accucciò, appoggiandosi sulle mani, “Davvero?”, affermò con tono ironico, mentre con un veloce movimento delle gambe feriva l’Axelia al ventre, costringendola ad indietreggiare.
“Dannato”, ringhiò l’altra, “Si, questo lo sono, sono un dannato, per volontà di Ritmed, che mi diede questa forma, metà umana, metà animalesca, ma la mia dannazione è anche la mia forza, poiché tu non riuscirai di certo a battere il miglior cacciatore esistente con quelle lame spuntate”, la ammonì con tono sarcastico Acteon, scattando verso di lei.
“Miglior cacciatore? Tu?”, ridacchiò la creatura, alzando veloce le lame contro il nemico che le correva incontro, ma affondandole nel vuoto, poiché, all’ultimo minuto, Acteon aveva compiuto un agile salto, usando proprio le lame come trampolo, ed ora si trovava alle spalle dell’avversaria, che ferì, affondandole lievemente gli artigli nelle spalle scoperte.
“Si, sono il miglior cacciatore in circolazione, esatto, perché sono insieme l’uomo che guida il cane ed il cane che assale la preda, quindi posso facilmente capire come un essere quale sei tu abbia fiducia smisurata nelle proprie armi e si infuri facilmente quando qualcuno gliele deride, inoltre posso torturarti finché non diventi un animale così stanco da chiedere di essere ucciso, in fondo è questo il bello della caccia, far stremare la propria preda”, affermò con fare ironico il Cacciatore, mentre l’avversaria, indietreggiava.
“Aggiungiamo poi”, aggiunse Acteon, “che a questa distanza quelle lunghe lame sono inutili”, continuò, osservando gli avambracci spropositati della nemica, “Davvero?”, ringhiò l’altra, movendo vorticosamente le falci e cercando di colpirlo.
Il mezzo cane evitò l’assalto chinando velocemente il capo e poi, con un possente pugno, schiantò la nemica contro il muro in cui lui stesso era stato incatenato, spezzandole poi il braccio sinistro, così da conficcare la lunga arma contro il muro.
“La preda è presa”, affermò con voce soddisfatta il Cacciatore, “Non ancora”, ribatté furente Axta, cercando di colpirlo con il braccio sano, ma bastò una mano di Acteon per fermarla, conficcandole gli artigli nel bicipite.
“Ora addio”, concluse poi il mezzo uomo, conficcando gli artigli della mano libera nel petto della nemica, perforandolo da parte a parte, poi, con un secco movimento, la morse alla giugulare, sgozzandola e lasciando scorrere il suo nero sangue infernale, finché anche l’ultimo soffio di vita abbandonò quel corpo.
Acteon, allontanatosi dal cadavere dell’Axelia, fiutò l’aria circostante per poi lanciarsi verso la direzione che aveva suggerito ad Eracles poco prima, deciso a raggiungere il giovane figlio di Urros.
Il ragazzo di Curont, intanto, aveva raggiunto una gigantesca porta rossa, di certo di una stanza che non aveva nemmeno intravisto la sera prima e, appoggiate le mani a quelle ampie ante, le aprì con una leggera pressione degli immani muscoli.
Ciò che il giovane figlio di Urros vide dinanzi a se fu stupefacente, un altare nero, un piccolo simulacro e sotto di questi una gigantesca piscina fatta di un rosso liquame su cui sembrava quasi si potesse camminare ed in effetti una figura vi camminava, era Callica, colei che si era presentata come la sovrana di quella terra. Eracles alzò gli occhi e vide, sospeso sopra l’altare, Iason, incatenato ad un uncino.
“A te, devastante signore oscuro che ci hai ridato la vita ed a colui che guida te ed i tuoi pari, offro quest’oggi un viaggiatore proveniente da Aven, Iason è il suo nome è spero ti sazi la sua vita”, esordì la figura, coprendosi completamente con un lungo mantello incappucciato.
“No!”, urlò involontariamente Eracles, facendosi notare dalla donna incappucciata e dall’altra persona presente in quella sala, Menea, l’ultima soldatessa rimasta.
Il figlio di Urros sollevò con le possenti mani l’anta della porta, lanciandola contro Menea per cercare di allontanare la nemica, quindi, non curante di quest’ultima, il giovane si lanciò contro Callica e Iason.
“Guerriero di Aven, riprenditi”, urlò Eracles e, prendendo un sasso da terra, lo tirò contro lo stomaco dell’alleato, risvegliandolo per il dolore.
“Che cosa?”, balbettò Iason, guardandosi intorno dolorante, svegliatosi per il colpo subito. Rimase sorpreso il guerriero di Aven nel vedersi incatenato ad un uncino con una figura incappucciata dinanzi a se ed una profonda piscina di sangue al di sotto.
“Meka, elimina quel dannato moccioso”, ringhiò la figura incappucciata, mentre si voltava di nuovo verso la propria vittima sacrificale.
In quel momento una pesante figura si lanciò su Eracles, facendolo barcollare in avanti e costringendolo ad appoggiarsi sui quattro arti. Con un urlo impetuoso il giovane figlio di Urros lanciò in aria la persona che lo aveva attaccato alle spalle, gettandola al suolo dietro di se, quindi, voltatosi, vide qualcosa di inaspettato, “Ma tu cosa sei?”, domandò stupito Eracles, osservando la creatura dinanzi a se.
L’armatura della soldatessa di Lembia che la copriva era quasi completamente distrutta, non per colpa di Eracles, ma perché la muscolatura di chi la indossava era improvvisamente aumentata, mostrando degli immensi muscoli.
Aveva lunghi artigli alle mani ed una peluria striata su tutto il corpo, sembrava quasi un grosso animale, forse un orso, ma nemmeno il figlio di Urros ne sarebbe stato certo. “Cosa sono, ragazzino? Sono Meka, la fortissima Axelia, guardia personale della nostra sovrana, Dessa”, spiegò la creatura infernale, rialzandosi in piedi ed avanzando minacciosa contro il giovane.
“Combatti ragazzo, forza, fai vedere la grandezza dei tuoi poteri e del sangue divino che ti scorre nelle vene!”, urlò in quel medesimo momento Iason, osservando la nemica avanzare verso Eracles, “Fossi in te, guerriero di Aven, non mi preoccuperei del tuo giovane amico, ma di ciò che ben presto ti capiterà, di quel che ti farò soffrire in onore del mio signore, colui che mi concesse di tornare su questa terra insieme alle mie amate consorelle”, spiegò con tono minaccioso Callica, ancora incappucciata, ma attenta ai movimenti del giovane uomo.
All’esterno del castello, intanto, erano arrivate tre figure: Odisseus, Argos e Pandora. “Dobbiamo muoverci, già qualcuno è morto e sento che ci sono altre forze che stanno combattendosi, la morte lievita maligna su questa costruzione”, osservò subito la Giovane Maledetta., “Si, dobbiamo sistemare anche le altre tre creature infernali, scoprendo chi le ha fatte tornare su questa terra”, concordò con tono cupo il Navigatore, lanciandosi all’interno della costruzione con i due compagni.
Eracles, incitato dal compagno di viaggio, si lanciò in un assalto fisico contro la nemica, ma Meka non evitò l’assalto, subendone l’impatto furioso, ma senza indietreggiare, “Avevo visto giusto, ragazzino, la tua forza è sorprendente. Erano anni che non subivo un pugno di questo genere”, ridacchiò l’Axelia, sollevando la mano destra e tirando un fendente con il palmo della mano al volto dell’avversario, facendolo barcollare indietro e lasciandolo sanguinare dal viso.
Eracles tentò di nuovo un assalto, un altro pugno, che stavolta fu evitato con facilità, “Sembri parecchio tardo. Sempre lo stesso attacco lanci?”, ridacchiò l’Axelia, evitando il colpo e rispondendo con un gancio allo stomaco, costringendolo così a chinarsi per il dolore.
Meka si avvicinò, quindi, per colpire di nuovo il nemico, ma questi, alzatosi sulle ginocchia, sollevò le braccia al cielo e, dopo aver gonfiato i possenti muscoli delle braccia, le schiantò al suolo, come immani magli, aprendo un buco nel terreno ai suoi piedi, così da far barcollare indietro la nemica.
“Visto che non sono poi così lento?”, ridacchiò il giovane alzandosi in piedi a diversi passi di distanza dalla nemica.
“Adesso basta giocare, ragazzino”, minacciò allora Meka, non curandosi dell’ironia nemica e lanciandosi in un furente attacco contro il figlio di Urros.
Con veloci movimenti delle mani artigliate l’Axelia cercò di ferire al volto il nemico, riuscendo solo a sfiorarlo alla fronte spaziosa, senza però danneggiarlo gravemente. Ad Eracles, invece, bastò chinarsi lievemente per colpirla allo stomaco con un gancio che fece volare la creatura infernale in aria, per poi ricadere a diversi passi di distanza.
“Sembri forte, ragazzino, ma questo non basterà per abbattermi”, ringhiò in tutta risposta la possente nemica, risollevandosi chiaramente stordita, “Vedremo”, rispose prontamente il giovane figlio di una divinità.
“Ha ragione”, esordì allora una nuova voce, intromettendosi nel dialogo: era Acteon, ora sulle ampie ante distrutte della stanza.
Nessuno dei due rispose all’affermazione del nuovo arrivato e nemmeno Callica e Iason si intromisero, mentre il Cacciatore si faceva avanti nella sala. “Non batterai proprio nessuno, ragazzo, e non perché io ti voglia fermare, o perché quella specie di bestia sia più forte di te, ma semplicemente perché questa battaglia si può concludere solo con la morte di uno di voi e tu non la uccideresti mai, anzi penso che tu non abbia mai strappato la vita ad alcun essere vivente”, osservò titubante Acteon, “per questo prima ti ho fatto andare avanti, perché tu non perdessi tempo a cercare di sedare la furia di quella che si è dimostrata essere un’altra creatura orrenda come questa che hai gettato al suolo”, concluse poi il Cacciatore.
“Ciò che dici è vero, io non ho mai ucciso un nemico, ma non per questo dovrei essere meno meritevole della vittoria di altri guerrieri”, obbiettò con voce cupa il giovane Eracles, “No, non ne sei meno meritevole, ma di certo meno capace”, tagliò corto il biondo maledetto da Ritmed, cambiando tono di voce. “Triste storia la tua, figlio di un dio come Urros, ma privo del coraggio e della determinazione che servono per incontrarlo, poiché di certo un dio così potente non vorrà avere niente a che fare con un giovane così debole di spirito, incapace di usare veramente i propri poteri divini”, lo ammonì con tono offensivo il Cacciatore, “quindi, bestia che stai al suolo, vedi di attaccare me piuttosto di questo bambino, forse troverai più soddisfazione nel morire per mia mano, come la tua amica, che a combattere contro un simile codardo”, concluse ringhiando il mezzo uomo, mentre già mutava il proprio aspetto.
“Bene”, rispose Meka, “sarà un piacere vendicare Atxa”, osservò, alzandosi in piedi ed avanzando verso Acteon, “Aspetta”, sentì però ringhiare alle sue spalle l’Axelia, era stato Eracles, “Sono ancora io il tuo nemico”, la avvisò il giovane, che sembrava adesso pieno di determinazione.
“Perfetto”, sussurrò con un sorriso sornione Acteon, avvicinandosi al muro ed appoggiandovisi.
Subito Meka si gettò contro Eracles, il quale non attese la carica nemica, ma si scagliò anch’egli contro di lei, cozzando le possenti spalle contro quelle avverse.
Per alcuni minuti vi fu una superba prova di forza fra i due, entrambi si strinsero i pugni nel reciproco tentativo di schiacciare le resistenze dell’altro ed obbligarlo a piegarsi, ma, dopo diversi minuti di estenuante lotta, entrambi lasciarono la morsa. Eracles aveva adesso profondi segni lasciati dagli artigli avversi, mentre le dita di Meka erano quasi tutte spezzate per la stretta nemica.
Fu Eracles il primo ad attaccare a quella breve distanza, colpendo l’avversaria con un diretto allo stomaco, quindi, quando lei si chinò, lui la raggiunse con un pugno ai reni, per poi calare l’altro braccio come un maglio sul capo curvo dell’Axelia, che si ritrovò presto in ginocchio, stordita dinanzi all’immane forza del figlio di Urros.
“Non è ancora abbastanza”, avvisò però Meka, rialzandosi di scatto e colpendo con una testa al mento il giovane, che barcollò indietro, senza potersi difendere dai profondi artigli nemici, che gli si conficcarono nel ventre, strappandone le vesti e parte della pelle, per poi ferirlo in pieno petto con un secondo attacco. Il figlio di Urros, però, non subì in silenzio, ma, ripresosi dal primo colpo, alzò di nuovo il possente braccio destro, colpendo la nemica al volto con un altro di quei suoi immani pugni, costringendola a chinarsi per il dolore.
“Che succede qui?”, sentì domandare Acteon, appoggiato alle porte, e voltatosi vide arrivare Argos, Odisseus e Pandora, “Ho convinto il ragazzo ad abbattere da solo una di quelle strane creature”, rispose prontamente il Cacciatore con un sorriso beffardo sul volto e, proprio in quel momento un tonfo assordante risuonò nell’aria.
Tutti si voltarono e videro che l’Axelia era di nuovo al suolo, ferita gravemente, malgrado nemmeno il giovane di Curont era illeso.
“Odisseus, Pandora, Argos, siete arrivati anche voi?”, domandò sorpreso il figlio di Urros, “Se voi siete qui, allora le mie sorelle sono tutte morte, quindi solo io potrò vendicarle, uccidendovi tutti”, ringhiò allora Meka, rialzandosi in piedi, “Non credo proprio, mi dispiace”, ribatté Eracles, sollevando di peso l’avversaria e gettandola contro il muro opposto a quello dove loro si trovavano.
Tutti videro volare l’Axelia con velocità contro la parete, che si frantumò dinanzi al suo peso, lasciandola riposare sotto una grande quantità di macerie.
Eracles, dopo quest’ultima fatica, avanzò verso i compagni, “Visto che sono capace di vincere?”, domandò con tono di sfida ad Acteon, il quale rispose con un cenno del capo.
“Ora ne resta solo una”, osservò allora Argos, intromettendosi fra i due, “Si, e tiene prigioniero il guerriero di Aven”, concluse Odisseus, pronto a scendere di nuovo sul campo di battaglia, se necessario.