Capitolo 10: La coraggiosa Peleone

 

Odisseus aveva iniziato a percorrere a ritroso l’ampia strada che Peleone aveva compiuto per nasconderlo in quella grotta. Si sorprese il Navigatore di quanto la giovane avesse camminato la sera passata, del lungo percorso compiuto con il suo non leggero peso da spingersi dietro, grande doveva essere la determinazione della ragazza.

“Perché fai tutto questo?”, le domandò Odisseus con voce gentile, “Come ti ho già detto, per il mio popolo e la mia famiglia. Sono in molte a pregare ogni notte che queste cinque creature infernali vadano via dal nostro territorio e qualcuna già prima aveva cercato aiuto presso i precedenti viaggiatori giunti presso di noi, senza trovare altro che diffidenza e derisione da loro e punizioni mortali da quelle creature, una volta compiuti i loro sacrifici.

Io, però, ho deciso di avere fiducia in te, perché ho visto qualcosa di simile a me nei tuoi occhi”, spiegò con un tono quasi pavido Peleone, accennando un sorriso all’uomo.

“Forse hai ragione”, concordò Odisseus, “anch’io come te sono stato costretto a lasciare le persone a me care, la famiglia, la donna amata e la ciurma, tutti mi abbandonarono, non per loro volontà, ma a causa di una forza superiore, quella di un dio. Però io, al contrario di te, me la sono cercata allora”, concluse con un triste sorriso il Navigatore.

“Hai dovuto abbandonare la tua famiglia e la tua sposa? Quanto tempo fa?”, domandò stupita la giovane, che capiva la triste di quell’uomo dinanzi a se, “Troppo tempo fa”, rispose con voce mozzata l’uomo, continuando nella sua avanzata.

“Tu, invece, hai un promesso sposo?”, chiese allora Odisseus, cercando di cambiare discussione, “No, non ho mai avuto il coraggio di accettare le proposte di alcun giovane di questa mia terra, per troppo timore di non essere degna di tanta fortuna, probabilmente”, rispose lei, arrossendo a quella domanda, “Hai fatto male”, replicò con tono scherzoso lui, “poiché una giovane coraggiosa ed affascinante come te, meriterebbe un uomo che onorasse queste sue doti ogni giorno della tua vita”, le spiegò con voce gentile il Navigatore.

“Ti ringrazio di queste parole”, balbettò imbarazzata Peleone, avanzando insieme all’uomo, “ma forse nella mia terra non ci sono uomini così grandi come te, viaggiatore, che di certo hai dato tale gioia alla tua sposa e gliela darai di nuovo quando la rivedrai”, continuò, esprimendo quella frase in un singolo fiato, come se temesse di perdere il coraggio di dirla.

“Mia moglie è morta ormai da molti anni e come lei, i miei genitori, il figlio che avemmo ed i figli di mio figlio, solo un membro della mia famiglia vive ancora, ma è stato costretto ad unirsi ad un’impresa disperata, anche per questo io ora condivido il destino dei miei sei compagni in questo viaggio”, spiegò Odisseus con voce triste.

Peleone appoggiò una mano sulla spalla dell’uomo, “Mi dispiace, non volevo”, balbettò titubante, prima che egli fermasse le sue parole con un gentile gesto della mano destra.

“Non ti preoccupare per questi ricordi, ormai sono abituato a tale solitudine, né il ricordo di aver perso tutto mi lacera l’animo come tempo fa, sono un viaggiatore che non può trovare asilo nella propria patria, questa è la mia triste realtà”, concluse il Navigatore.

“Forse non la troverai più nella tua patria, ma se vuoi, dopo aver sconfitto queste creature oscure, potrai fare della mia terra la tua nuova patria”, esordì con estrema gentilezza la giovane, sorridendo piena di speranza dinanzi a quell’uomo dalla tristezza antica, “No, Peleone, non mi è concesso nemmeno questo, poiché la maledizione che subii dal Signore dei Mari mi costringe a vivere in eterno nella solitudine dei viaggi, non potrò legarmi ad alcuna persona se non voglio perderla, questa è la più dura delle clausole cui fui condannato da colui che ha nome Possidos”, spiegò con voce cupa l’uomo, rimembrando la dannazione subita.

“Dunque non è una semplice coincidenza, tu sei l’Odisseus che molti secoli fa partecipò alla guerra con i Tulakei, a cui anche diversi uomini del nostro regno presero parte?”, esclamò sorpresa Peleone, “Si, sono proprio io, quello stesso uomo, che da tempo immemore viaggia senza una meta precisa”, rispose il Navigatore con voce rotta.

Non ci furono altre parole fra i due, ma la giovane, quasi rapita dalla tristezza di quell’uomo, gli accarezzò il volto con gentilezza, abbracciandolo poi, con un coraggio ed una determinazione che nemmeno lei credeva di avere.

Quel momento, però, fu interrotto dal rompersi di un ramo nelle vicinanze, un rumore che fece sobbalzare Odisseus, richiamandolo alla realtà della situazione.

 

Argos stava, intanto, osservando la riparazione della nave che lui stesso aveva costruito e che ora aveva risistemato grazie all’aiuto di Atanos e Pandora. La parte esterna della costruzione era ormai riparata, l’albero maestro ricongiunto al resto della nave. Nemmeno sembrava che poche ore prima quell’Axelia volante avesse cercato di distruggere tale creazione.

“Ora che la nave è riparata, dovremo andare ad avvisare Odisseus e gli altri”, osservò allora il Guardiano, “O peggio, dovremo salvarli”, rifletté preoccupata Pandora, “No, non penso che vi sarà bisogno di intervenire per salvarli, piuttosto credo saggio che qualcuno resti di guardia alla nostra imbarcazione, mentre gli altri si allontaneranno”, concluse Argos.

“Sono d’accordo, resterò io qui”, affermò con fare freddo Atanos, “Si, va bene, Pandora, forse è meglio che anche tu resti, oppure ti preoccupi a tal punto per Eracles e gli altri?”, domandò con tono sarcastico Argos, “Preferirei accompagnarti”, tagliò corto la Ragazza Maledetta da Urros, spostandosi accanto al Guardiano, che già era sceso sulla spiaggia, “Bene, allora incamminiamoci, già vedo che il Navigatore sta per affrontare una nemica”, concluse allora l’essere che un tempo era un semidio, allontanandosi poi con la giovane.

 

In città, intanto, anche Acteon si stava riprendendo, “La mia testa”, balbettò il Cacciatore guardandosi intorno e vedendo solo Eracles vicino a se, “Ragazzo, dove siamo?”, domandò allora.

“Non lo so, sembra una specie di prigione, poco fa, due di quelle generalesse hanno portato di là Iason, lasciandoci qui incatenati, io mi sono finto svenuto per tutto questo tempo”, rispose il figlio di Urros, senza alzare il capo, “E perché mai non hai aiutato il guerriero di Aven?”, sbottò l’altro, “Perché quelle donne parlavano di onorare un dio che forse si sarebbe presentato a loro, potrebbe essere mio padre, lo voglio incontrare”, spiegò con voce preoccupata il giovane.

“Non credo proprio parlassero di Urros, né di Ritmed, piuttosto penso a qualche divinità oscura come la moglie di Sade, ad esempio”, rifletté il Cacciatore, “E cosa te lo fa credere?”, domandò Eracles, “Prima di tutto che per incatenarci ci hanno prima inebriato con un potente fenormone, che solo adesso non sento più nell’aria, riuscendo finalmente a comportarmi con un po’ di logica”, iniziò a spiegare Acteon, mentre il giovane interlocutore accennava un sorriso beffardo.

“Poi, direi che Urros non ama di certo che gli si sacrifichino mortali e delle donne con mantidi religiose ai polsi non sono certo qui per farci preparare a qualche altro tipo di rituale”, continuò il Cacciatore.

“Allora che facciamo?”, domandò perplesso Eracles, “Per ora fai silenzio, le sento avvicinarsi ed il loro odore non è più così affascinante”, rispose prontamente Acteon, prima che i passi delle due si facessero più chiari.

Pochi attimi dopo si aprì la porta dinanzi a loro, erano Sethia e la guerriera di nome Menea, “Vi siete svegliati quindi?”, domandò ironica la prima, “Peccato che il vostro compagno è ancora addormentato, dovremo aspettare che la nostra signora abbia concluso la sua parte del rito per avere poi noi il diritto di compiere altrettanto” sbuffò la seconda.

“Dove si trova Iason?”, ringhiò Eracles, “In un’altra stanza, a completare il suo destino di merce sacrificale”, rispose prontamente Menea, uscendo dalla cella.

“Sorella, resti tu di guardia per ora?”, sentirono domandarono i due, mentre la porta si chiudeva dietro le due guerriere, “Si, va bene, tanto Sya non è ancora tornata e senza di lei potremo compiere prima noi due i nostri sacrifici”, concordò Sethia, restando dinanzi alle porte della prigione.

 

Il rumore nel bosco che fece trasalire Odisseus era stato causato da una di quelle generalesse che aveva visto la sera precedente, “Peleone, vai a nasconderti, lascia combattere me contro costei”, ordinò subito il Navigatore, mentre la giovane si allontanava dal suo abbraccio, “Si”, balbettò la ragazza, mentre un sorriso di quell’uomo la salutava.

Dopo aver compiuto i primi passi, però, Peleone cambiò idea, non voleva più fuggire dinanzi ai nemici, ma, voltatasi, non trovò più Odisseus dietro di se, di certo quell’uomo si era mosso con estrema velocità, sentì però una voce femminile, “Ti sei fatto trovare dunque, ospite?”, domandava con tono gentile, “Non servono questi stratagemmi, creatura infernale, so che tu sei una delle Axelie, seppur mi è ignoto come voi abbiate potuto far ritorno su questa terra, dopo essere state imprigionate negli inferi, come carceriere di altri dannati”, ribatteva allora il Navigatore, la battaglia stava per iniziare e Peleone non voleva perderla, quindi accelerò il passo.

 

Odisseus osservava la donna che gli si trovava davanti, era la stessa che la sera prima aveva chiesto a Peleone dove lo stesse conducendo, ne era certo, ma solo ora aveva notato una particolarità della sua armatura, un elmo più largo del normale, in cui le protezioni per le guance erano state spostate all’altezza delle orecchie, lasciando la sottile bocca libera da ogni cautela e visibile agli occhi di tutti.

“Non vorrai veramente credere ad un semplice giovane piuttosto che alle parole di una venerabile guerriera di Lembia? Cosa ti ha detto quella fanciulla per portarti fin qui? Forse che noi siamo mostri demoniaci, come tu stesso mi hai fatto intuire, oppure che la sua gente non è andata via, ma è intrappolata chissà dove? Non crederle, è solo una ragazzina che non ha mai avuto il piacere di conoscere i suoi famigliari e quindi, ora che ha trovato un così baldo uomo da affascinare con le sue grazie, non vuole farselo scappare, di certo lei stessa ora sta correndo dalla nostra regina a chiedere scusa per queste parole”, suppose con voce quieta la generalessa, “io sono semplicemente Ithia, soldato dell’Isola di Lembia”, concluse poi, appoggiando la lancia al suolo.

“Se quel che dici è vero, guerriera, allora non avrai alcun fastidio da questo”, esordì Odisseus, aprendo la mano destra contro l’elegante figura. Un verde bagliore proruppe dalle dita del Navigatore, una luce che risultò terribilmente fastidiosa agli occhi della donna, tanto da costringerla a chinarsi su se stessa.

“Quello che hai appena visto è chiamato Stella dell’Est, nelle terre dei Cancelli Celesti, ad Oriente della Lutibia e del mondo da noi conosciuto. Nessuna creatura infernale può osservare quietamente questi bagliori, le sue iridi, dinanzi a questa luce, diventano marroni come il fango che è solita osservare, preferendolo alla luminosa giustizia”, spiegò l’uomo maledetto da Possidos, osservando lo sguardo marrone della sua interlocutrice.

“Quella piccola traditrice ha saputo immettere per bene il dubbio nella tua mente”, ringhiò con voce stridula la donna, “però, mi fai le cose più facili adesso, non serve più che mi nasconda dietro le scarne spoglie di Ithia, potrò costringerti con la forza a seguirmi dinanzi all’altare dove sarai sacrificato, insieme ai tuoi compagni”, concluse, prima che anche in lei avvenisse un cambiamento.

Odisseus vide il candido volto oscurarsi sotto il sole, diventare marcio e nero come quello di un cadavere, ma la cosa più sorprendente fu come aumentarono di spessore le mascelle, allargatesi per la presenza di affilatissimi denti su ambo i lati, delle piccole lame, piuttosto che dei semplici canini ora le adornavano la bocca, mentre la lingua, violacea, usciva simile ad una serpe a tratti da quelle fauci.

L’intero corpo era diventato infine nero, ma solo il volto era completamente mutato, ricordando più quello di un orribile rettile, che di una tenera fanciulla guerriera.

“Mi presento, sono Sya, l’Axelia che sputa fuoco”, ringhiò la creatura infernale, emettendo delle immense fiamme violacee dalla bocca contro il nemico.

Con un agile salto, Odisseus evitò la fiammata, scavalcando la nemica ed impedendole di colpirlo con altri fuochi: un bagliore nero, infatti, brillò sulle dita del Navigatore, bloccandole i movimenti e stringendole il corpo in una morsa invincibile.

“Sei troppo scarsa come nemica, creatura degli inferi”, la ammonì prontamente l’uomo, “ma forse potrai essere più preziosa per darmi informazioni”, continuò poi, “chi vi ha richiamato alla vita, facendovi lasciare il regno oscuro dove risiedevate?”, domandò con tono inquisitore, “Non lo so, ma se anche conoscessi il suo nome, non ti sarebbe utile saperlo, tanto tu morirai oggi, come la tua piccola ed insignificante amichetta”, ridacchiò l’Axelia, mentre un rumore di passi si fece più vicino.

“Odisseus”, urlò allora Peleone, arrivando sulla scena, “No, vattene”, urlò lui e forse, in quel momento, vedendola, perse la concentrazione, oppure fu l’Axelia a ritrovare le forze, ma di certo, colei di nome Sya si liberò e con un pugno al volto atterrò il Navigatore, impugnando poi la lancia lasciata al suolo e dirigendosi verso la fanciulla, che bloccò, sollevandola per i capelli.

Odisseus vide la scena senza poterla impedire.

“Allora, mortale, vuoi ancora farmi domande e tentare di uccidermi, oppure ti arrendi?”, domandò con tono sarcastico Sya, “Maledetta”, ringhiò in tutta risposta il Navigatore, “Attento alle tue azioni, se mi farai innervosire, di questa tua amica non resterà che cenere”, minacciò allora l’Axelia, le cui labbra già sembravano scintillare per le fiamme.

“Avvicinati, senza opporre resistenza alcuna”, ordinò la creatura infernale sollevando la lancia con la mano libera, quindi, quando il nemico fu più vicino, gliela conficcò nella gamba destra, “No!”, urlò terrorizzata Peleone, “Tu fai silenzio, mocciosa, la colpa è solo tua, se non avessi fatto niente, lui sarebbe morto in un modo meno doloroso, ora lo gambizzerò e lo trascinerò al villaggio, per sacrificarlo alla mia divinità”, la avvisò Sya, impugnando la spada che teneva alla cinta.

La giovane, però, con uno strattone deciso, si liberò dalla presa e si pose dinanzi alla nemica, con il capo sanguinante e mugugnando per il dolore, “Ora, Odisseus, attaccala, io ti coprirò dai suoi fendenti”, affermò la ragazza, “Allora sei stupida?”, ammonì subito l’Axelia, “finché sei nei dintorni non può rischiare di colpirti”, ringhiò poi, sollevandola di nuovo, stavolta bloccandola per la gola.

“Se sono veramente io il problema”, sussurrò Peleone, cercando lo sguardo dell’uomo che aveva salvato e che era riverso al suolo, pronto a subire il proprio destino per il bene di lei, “allora, ci vorrà poco per salvare la sua vita e quella della mia gente”, affermò poi, bloccando con ambo le mani il braccio libero di Sya, quello che impugnava la spada.

“Ti ringrazio per le tue parole, Odisseus, ma ora è tempo che il mio coraggio sia usato per il bene di tutti”, sussurrò la giovane, spingendo a se la lama nemica e conficcandosela in petto.

L’Axelia osservò stupita la scena ed in quel momento le cadde di mano l’arma, lasciandola scoperta dinanzi al nemico.

“No!”, urlò allora il Navigatore, alzandosi in piedi, “Perché?”, si domandò, strozzando in gola il pianto, “Tu, non osare muoverti, ora che sei ferito, posso comunque bruciarti vivo”, ringhiò allora Sya, incurante del suo dolore.

La mano di Odisseus, però si aprì, prima la destra, subito seguita dalla sinistra, ed un bagliore grigio ne fuoriuscì.

“Cosa mi succede?”, si domandò allora Sya, mentre il suo corpo veniva immobilizzato, “Da dove proviene questo dolore?”, tuonò poi, sentendo la pelle perforata da centinaia di aghi. “Un dolore, questo? Dolore è quello che ha provato questa gente da quando siete arrivate voi, dolore è quello di questa fanciulla che doveva servirvi, dolore quello di chi come me è giunto qui per essere sacrificato e dolore è l’immensa impotenza che provo per non aver salvato Peleone, ma ciò che proverai tu non è dolore, ma una semplice punizione”, minacciò il Navigatore, mentre il corpo della nemica tremava spasmodicamente. “Prova pure a sputare il tuo fuoco, ti sarà impossibile ormai, le tue labbra sono serrate dalla sofferenza”, concluse dopo, prima che l’Axelia cadesse al suolo, morta.

Subito il Navigatore si chinò su Peleone, “Perché lo hai fatto? Avevi ancora molto da vivere”, sussurrò con voce triste, “Salva il mio popolo”, balbettò lei, accarezzandogli ancora il viso con quelle mani ormai fredde, prima che la vita le abbandonasse.

“Odisseus”, sentì urlare in quel momento il Navigatore, che, voltatosi, vide Argos e Pandora sopraggiungere, “Mi dispiace, non abbiamo potuto essere qui prima”, si scusò rattristato il Guardiano, “Non preoccuparti”, rispose l’altro, “ora dobbiamo solo rispettare l’ultima volontà della coraggiosa Peleone, che ha dato la vita per la sua amata Lembia”, concluse l’altro, alzandosi in piedi e dirigendosi verso la città, subito seguito dai due compagni di viaggio.

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