Capitolo 1: La
ricerca dei Sette
Era passata una settimana dal dialogo con l’oracolo ed il Re attendeva ancora sei delle sette persone che aveva mandato a chiamare, però, sapeva bene che i suoi messaggeri sarebbero riusciti a trovarli, in un modo o in un altro.
Città di Kanemaukos nei confini orientali del regno di Aven, un piccolo centro portuale, famoso per i grandi commerci che li erano fattibili perché punto d’incontro con molti commercianti esteri.
Qui due uomini dalle lunghe vesti nere erano giunti. Dei grandi elmi ne coprivano completamente il volto, mentre avanzavano quietamente verso uno dei più famosi costruttori di barche della zona.
“Dovrebbe trovarsi qui”, suggerì uno dei due, oltrepassando le porte di quello che apparentemente non sembrava il negozio di un armiere di navi.
“C’è nessuno?”, chiese quell’uomo dalla veste scura, “Chi siete?”, domandò una voce. I due si guardarono intorno, ma non videro nessuno nelle vicinanze, “Cerchiamo l’armiere”, rispose il secondo individuo.
“Come mai due guardie reali lo cercano?”, incalzò la voce, di cui non capirono la provenienza, “Come fa a sapere cosa siamo, Norel?”, domandò uno dei due all’altro, “Non so, Tanimakos, i simboli del monarca sono celati sotto il nero manto, ma in fondo lui è Argos, ricordati questo”, suggerì il primo, guardandosi intorno.
“Non sprecate tempo a cercarmi, sono nell’altra stanza”, suggerì allora la voce, “però non mi avete ancora risposto”, concluse poi, mentre una porta chiusa cigolava dinanzi a loro, mostrando un individuo.
I due furono sorpresi da ciò che videro, un uomo abbastanza alto, lunghi capelli grigi scendevano dal suo capo, una benda nera era legata intorno alla sua fronte, celando anche i suoi occhi. Una lunga veste marrone ne copriva interamente il corpo, come un lungo giaccone, solo le sottili scarpe del medesimo colore si intravedevano, oltre a dei grossi guanti da fabbro.
“Allora, cosa vuole sua maestà Ruganpos da me?”, domandò nuovamente lo strano individuo, “I tuoi servigi come creatore di navi e come rinnegato degli dei”, rispose l’uomo chiamato Norel.
L’uomo dal lungo vestito prese al collo colui che gli aveva appena parlato, “Come mi hai definito?”, domandò poi, chiaramente infuriato, “Le chiediamo scusa, saggio Argos, il re Ruganpos chiede che gli costruisca una grande nave, maneggiabile da sette uomini, un mezzo così potente da essere in grado di superare le più grandi distese d’acqua, la prego, lo faccia”, supplicò il secondo messaggero, mostrando un plico, “Questo contiene una lauta paga per la nave ed un incentivo per invitarla presso di noi adesso, affinché il nostro Re le parli”, spiegò Tanimakos, inginocchiandosi.
Argos lasciò la presa sull’uomo in nero e prese con i grossi guanti il plico, osservandolo come se, sotto quella maschera vedesse chiaramente, “Sono molti denari”, affermò senza nemmeno aprirlo, “accetto la proposta, conducetemi dal vostro re”, concluse poi, prima di uscire con i due.
Tre giorni prima, nel Grande Cimitero di Canima, il luogo in cui tutti i morti di guerra venivano condotti, altri due messaggeri arrivarono titubanti.
“Sei sicuro che dovremmo trovarla qui?”, domandò uno di questi, vestito con gli stessi abiti scuri e coperto dal medesimo copricapo dei precedenti, “Certo, Gunameo”, replicò il secondo, avanzando con terrore in quel luogo di morte, dove i cadaveri in eccesso venivano lasciati ai vermi ed alle mosche perché ne facessero la loro casa.
“Due vivi che camminano in una valle di morte, quale sorprendente visione”, esclamò all’improvviso una voce femminile alle loro spalle, “Chi è là?”, tuonò Gunameo, voltandosi di scatto con una lancia in mano, “Non dovresti puntare un’arma contro una signora, specialmente qui”, suggerì la femminea voce alle sue spalle.
“Sei tu, giusto?”, domandò allora il secondo messaggero, sorpreso, rivolgendosi alla figura femminile che era apparsa accanto a lui, “Dipende, chi cercate voi?”, replicò quella che si dimostrò essere poco più di una fanciulla.
Lunghi capelli corvini scendevano sinuosi su una veste nera che ne copriva interamente il corpo, rendendo quasi impossibile distinguerla dalla notte in cui si confondeva con eleganza. Il viso era liscio e gentile, proprio di una ragazza che era da poco divenuta donna, ma gli occhi avevano perso quell’innocenza data dall’età, erano freddi e verdi come smeraldi, seppur più impersonali di quelli spenti di un morto.
“Pandora?”, domandò il secondo messaggero, “Tu sei la donna chiamata Pandora, la portatrice di Sventura”, la riconobbe Gunameo, “Prima la lancia ed ora dei ricordi che non amo, cerchi proprio guai”, minacciò infuriata la ragazza, avanzando verso il messaggero.
“Aspetta, il nostro Re, Ruganpos, chiede la tua presenza al suo castello, ti invita a presentarti presso di lui in cambio di un lauto pagamento di qualsiasi genere tu lo preferisca”, spiegò allora il secondo messaggero, “Te ne preghiamo”, concluse.
“Un pagamento di qualsiasi tipo? Bene, allora verrò”, accettò la giovane, avanzando verso l’uscita del cimitero, seguita dai due messaggeri.
In quelle stesse ore, in un bosco poco distante dalla grande capitale Seev, “Sono certo che lo troveremo qui, Wem, forza, dobbiamo correre verso il primo corso d’acqua di certo dovrà dissetarsi anche quell’essere”, propose una delle due guardie che correva nella scura boscaglia, con movimenti resi difficili dalla veste scura e lunga.
La corsa dei due messaggeri non durò molto, arrivarono quasi subito alla foce d’acqua più vicina, “Tutte le creature, che siano cacciatori o prede, debbono bere e questo penso sia il luogo migliore per attenderle”, spiegò la prima delle due figure in nero, rivolgendosi all’uomo chiamato Wem, finché il rumore di un arco che si tendeva alle loro spalle lo ammutolì.
“Siccome sia cacciatori sia prede debbono abbeverarsi, voi attendevate Acteon qui, giusto? Mi cercavate tanto da voler arrivare fino a questo luogo? Complimenti, avete fatto tanto per un essere”, suggerì una figura, uscendo dalla boscaglia dietro a loro.
“Da quanto tempo ci seguivi?”, domandò il messaggero, “Da quando siete entrati nel bosco, idiota”, replicò offensivamente l’arciere dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Uno sguardo fiero prorompeva da lui, che baldanzoso si faceva avanti quasi nudo nella boscaglia, solo dei lunghi pantaloni ne coprivano la cinta e le gambe, lasciando scoperto il petto segnato da una grande ferita all’altezza dello stomaco. Le vesti stesse erano chiaramente fatte con pelle d’orso, “Ditemi, cosa volete da me? Parlate in fretta, avrei una certa fame”, li ammonì il cacciatore.
“Ti cercavamo per ordine del nostro re, Ruganpos, tu sei il famoso Acteon, colui che non si fa scappare nessuna preda”, esclamò Wem.
“Che cosa vuole un Re da me?”, domandò allora l’uomo dai capelli biondi, “Proporti una preda senza pari”, rispose il messaggero, consegnandoli un plico che il giovane arciere lesse dopo aver posato l’arco.
“Bene, accetto, vengo con voi, seguitemi fuori dalla foresta”, esclamò divertito il cacciatore.
In una locanda nella malfamata area di Dakros, nella città di Seev, due messaggeri arrivarono in quei giorni, in cerca di un uomo che nessuno sperava di trovare, ma che entrambi avevamo avuto l’ordine di portare dal loro re.
“Sei sicuro che sia questo il posto Yuna?”, domandò il primo dei due uomini in nero, “Certo, un essere come quello non potrebbe trovarsi in luogo migliore”, osservò il secondo varcando le porte della locanda, dove, come supposto da Yuna, vi era una rissa.
“Deve essere di certo fra quelli, Tou”, osservò il secondo dei due messaggeri, indicando i quattro intenti a minacciare un quinto individuo.
“Forza, baro, fatti sotto”, esclamò uno dei quattro, minacciando con un coltello quel singolo individuo. Questi, non se lo fece ripetere e subito scattò contro il malcapitato uomo, evitando una coltellata per poi rubargli la sua stessa arma e conficcargliela in pieno petto, lasciandolo al suolo, moribondo.
“Ce ne sono altri?”, domandò l’individuo, voltandosi di scatto. I due messaggeri allora lo videro, “Sono certo che sia lui”, esclamò Yuna, studiandone i lineamenti.
Lunghi capelli neri scendevano sulle sue spalle, occhi spenti e scuri, simili a pietre studiavano i tre avversari rimasti, il viso era pallido, ma deciso, lineamenti fermi ed un naso tagliente; vi era qualcosa di elegante nel suo comportamento, un’eleganza che, però, sembrava essersi persa con l’andare del tempo, quasi un residuo di qualcosa di passato.
Indossava un lungo abito nero, un cappotto, che scendeva fino alle gambe, coprendo un abito nero al di sotto di questo, “Forza, se siete veramente così coraggiosi come dite, fatevi avanti anche tutti insieme”, li sfidò quel singolo uomo.
Due dei suoi avversari lo ascoltarono lanciandosi insieme all’attacco. Yuna osservò con attenzione i movimenti veloci ed eleganti con cui il suo bersaglio evitava la prima coltellata per poi usare il secondo individuo come scudo. Dopo, inaspettatamente, l’individuo in nero estrasse un coltello sporco di sangue, che sembrava provenire dal suo stesso corpo e lo confisse nel secondo dei due avversari, gettandolo a terra.
“Sei rimasto solo tu”, esordì poi quell’uomo misterioso, rivolgendosi al quarto, “Forse non hai barato”, balbettò quest’ultimo, “Non vuoi nemmeno provare ad accoltellarmi per rendertene conto?”, domandò di tutta risposta l’oscuro individuo, “No, grazie”, rispose l’altro, gettando l’arma e scappando.
L’uomo in nero accennò un sorriso, per poi tornare a sedersi ad un tavolo vuoto, subito Yuna e Tou gli si avvicinarono, sedendosi dinanzi a lui.
“Se non volete giocare o uccidermi, allontanatevi”, li avvisò con fare distratto l’uomo in nero, “No, noi siamo qui a cercare le doti del grande Atanos, vorremmo che tu ci seguissi”, propose Yuna, “E voi chi siete?”, domandò il cupo individuo, “Messaggeri di re Ruganpos, egli vuole conoscerti”, rispose subito Tou, porgendogli il plico, “Sua maestà è certo che accetterai un lavoro molto pericoloso, in cui persino tu potresti perdere la vita”, osservò l’altro messaggero, accennando ad un cameriere perché prendesse delle monete d’oro, come pagamento per ciò che Atanos aveva bevuto.
“Bene, verrò con voi”, rispose l’uomo in nero, alzandosi dal posto dov’era seduto e seguendo i due messaggeri.
Il giorno prima, nella città di Curont, nelle lande dell’Attea, un regno in pace con quello di Aven, altri due messaggeri avevano raggiunto una piccola casa di contadini, “Credi che lo troveremo qui?”, domandò il primo dei due all’altro, “Certo, Tana, anzi te lo dimostrerò subito”, replicò il secondo, bussando alla porta di quella casa.
Una donna sui quarant’anni aprì la porta ai due, “Che cosa desiderate, stranieri?”, chiese subito, “Cercavamo Eracles”, rispose prontamente il secondo dei due, “Chi vi manda?”, replicò preoccupata la donna, “Il Re Ruganpos di Aven”, rispose Tana, “Aspettate un attimo”, concluse la padrona della casa con voce triste. “Figlio mio”, urlò alcuni secondi dopo e subito una voce gli rispose, “Dimmi, mamma”, esclamò una figura esile e giovanile, scendendo di corsa le scale, “Questi due uomini ti devono parlare”, gli disse, “Prego accomodatevi”, continuò poi la donna rivolta ai due, “Io sono Alena, la madre di Eracles”, aggiunse poi.
I due messaggeri furono messi a sedere dinanzi a quello che non era poi un così esile ragazzo, possenti muscoli prorompevano dal lungo abito avana che ne copriva il corpo, i capelli, castani, scivolavano leggeri fino alle orecchie, gli occhi, semplici ed innocenti, brillavano di una luce violacea, che ne esprimeva la curiosità.
“Ditemi, che volete da me?”, domandò il giovane, “Il nostro re chiede i servigi che solo un uomo come te, con le tue doti fisiche, può compiere”, esordì Tana, “Devo venire fino a Seev, la vostra capitale?”, incalzò incuriosito il ragazzo, “Si, poi, partirai con sei compagni per un viaggio attraverso il mare”, rispose l’altro messaggero, “Fin dove?”, si intromise Alena, “Mi dispiace, nobile signora, ma questo non ci è stato detto”, si scusò subito l’inviato del Re, “vorremmo comunque che suo figlio venisse con noi”, propose poi. “In cambio avrete una sostanziosa quantità di denaro, il vostro Re riceverà una quantità di grano e spezie gratuita e, soprattutto, suo figlio avrà qualche possibilità di ritrovare qualcosa che aveva lasciato il Padre”, spiegò subito dopo Tana, attirando l’attenzione di entrambi gli interlocutori, “Davvero?”, domandò subito il giovane, “Si, certamente”, replicò il messaggero, “Accetto”, esclamò subito Eracles, alzandosi in piedi, “Bene”, conclusero i due messaggeri.
Alena non poté far altro che osservare il figlio, mentre si allontanava insieme ai due stranieri verso un luogo da cui forse non avrebbe fatto ritorno.
In quelli stessi giorni furono appesi diversi manifesti per le città del Regno di Aven, “Il Grande Navigatore, colui che il Signore dei Mari ha maledetto, è richiesto dal nostro Sovrano Ruganpos. Se egli è veramente chi dice di essere, sarà attratto dalla più pericolosa delle vie marittime, oltre a non temere la punizione del dio Marittimo che tutti noi Avenui adoriamo”, recitava il testo. Uno di questi testi, fu strappato da un muro lungo le strade di Seev il giorno prima dell’adunata che avvenne alla corte del Re.