Antonio Montanari
Ezio Raimondi, 1924-2014.

In ricordo di un Maestro.


1. Ezio Raimondi, le confessioni di un letterato

Il suo «esame di coscienza» ripropone la lezione di Renato Serra, «europeo di provincia»
Ezio Raimondi è figura, nel mondo della cultura e dell'Università, che ormai appartiene alla storia. Il suo ruolo come docente, scrittore e studioso della letteratura è definitivamente certificato da una serie imponente di opere, da un'attività intensa e continua. Chi lo conosce, nell'incontrarlo idealmente in queste «Conversazioni» che Davide Rondoni ha appena pubblicato con Guaraldi, non può non provare un sentimento fatto di molteplici sfumature: all'ammirazione ed alla simpatia verso l'intellettuale raffinato e sempre attento alle ragioni di chi gli si avvicina, si unisce la commozione davanti ad un racconto che svela particolari nascosti, intimi, di una biografia per tanti versi esemplare.
«Io vengo da una famiglia popolare»: è l'inizio di queste pagine, che dovremmo prendere con l'attenzione alla quale lui ci ha abituato sia nelle lezioni accademiche sia nelle analisi testuali, per cercare di capire ciò che della sua esperienza umana è diventato non soltanto, qui ed ora, un semplice motivo di ricordanza, un gesto abituale della memoria od un riflesso condizionato dell'intelletto, quanto soprattutto ed essenzialmente un atteggiamento morale, un canone esistenziale, una regola filosofica che Raimondi stesso spiega poi nel corso di questa 'conversazione' con Rondoni. La sintesi ideale di questo suo atteggiamento è proprio nelle righe conclusive, ed il fatto non è assolutamente casuale in uno scrittore come lui, che delle strutture letterarie discute da sempre con originalità di risultati: «Mentre sembro tenere le distanze, però, so di essere attento, e chi è attento si avvicina. […] Si potrebbe dire che io cerco di comunicare un calore che si avverte nel tempo, anche se non si percepisce subito».
Comunicare. Ricorda Ezio Raimondi, in altro passo: «All'Università non mi è mai riuscito di fare una lezione seduto sulla cattedra: l'ho sempre fatta in piedi e se fossi stato in un'aula di scuola mi sarei mosso tra i banchi. Non mi riusciva di concepire un rapporto a sbarramento, in una sorta di gerarchia prestabilita, e meno che meno desideravo collocarmi in alto. Ho sempre preferito stare più in basso di coloro che ascoltano». Ritorno con la mente all'anno accademico 1960-61 quand'ero matricola al Magistero bolognese: Raimondi aveva allora poco più di 36 anni, essendo nato nel 1924. Lo accompagnava già la fama di fanciullo-prodigio (a livello europeo) della nostra storia della letteratura più seria. Il pienone delle sue lezioni sembrava ripetere quello che si trova descritto a proposito del professor Giosue Carducci. Ogni volta Raimondi recava con sé una pila di volumi che appariva altissima, una volta deposta alla sua sinistra sul primo banco dell'antica aula di via Zamboni; e che sembrava ridursi nelle sue dimensioni quando il professore la abbracciava al suo fianco, all'ingresso ed al termine del suo discorrere.
La sua figura allampanata, il profilo acuto come quello di un asceta che prendeva luce dalla parole e calore dagli argomenti, avevano un effetto ipnotico sull'uditorio: il gesticolare del braccio destro, con quello sinistro rigorosamente indirizzato a placarsi nel cercare il libro necessario per la citazione utile all'argomento trattato, tracciava le coordinate di un pensiero che fluiva limpido, prendeva corpo in articolazioni sintattiche sempre più geometriche, con una chiarezza espositiva che era frutto di una consapevole dignità del maestro il quale sapeva bene essere quello il momento in cui tutto si gioca non nella sfida sapienzale, ma nella moralità della vita dell'intelletto.
Non c'è pagina di Raimondi, in queste «Conversazioni», in cui non ritorni il tema della funzione etica della vita intellettuale, a rispecchiare un'esistenza spesa all'insegna del rispetto delle regole del gioco e dell'«assunzione di responsabilità», ben consapevole però che gli eventi esterni ci possono obbligare «ad aperture e a lacerazioni, a una sensibilità, per così dire, più virile insieme e commossa». Sono quei fatti che la sua generazione ha conosciuto sotto la specie delle «atrocità» e della «catastrofe», quando «la parola può anche sentirsi umiliata e mortificata, quando riconosce che può tradire se stessa».
Come letterato, Ezio Raimondi ha nelle sue origini una particolarità che lo contraddistingue, e che identifichiamo in quegli «interessi filosofici» che lui avvertiva mancare ai suoi compagni dell'Università. Oggi, in tempo di pensiero debole e di totale oscuramento della dimensione filosofica sotto quasi tutte le latitudini, potrebbe apparire eccezionalmente solitaria questa sua caratteristica, ma così non è, se si ricorda il bisogno di indagine speculativa presente in quei giovani usciti allora dalla guerra, ai quali «cominciava ad aprirsi l'universo della vita culturale contemporanea»: «Era il senso di una pluralità che andava costruito, in cui bisognava riconoscere le distinzioni e ammettere le specificità, senza interpretazioni preordinate».
Quegli «interessi filosofici» lo hanno sempre accompagnato nella sua ricerca critica ed anche nella pura dimensione esistenziale, come ci documentano le pagine che abbiamo sotto gli occhi, dove le idee si fanno realtà, dove l'esperienza singola assume un valore paradigmatico per conoscere tempo e modi in cui essa si è andata sviluppando nella compagnia degli uomini e nei silenzi delle biblioteche.
E tra i personaggi che dalle biblioteche derivano il loro essere, che tra i libri hanno avuto il loro mito e forse anche la loro dannazione, non può mancare un particolare accenno ad uno scrittore al quale Raimondi ha dedicato un'analisi del tutto originale e continua, Renato Serra. Nel '38 Raimondi conosce un giovane tedesco nemmeno trentenne che «nell'atto di riflettere sulla guerra imminente e sull'incipiente tragedia tedesca, ritrovava nell'Esame di coscienza di Serra l'unico atteggiamento autentico che si deve prendere nei confronti della guerra» («Serra diceva che la guerra non cambia niente»): «In quel momento avevo come il segno concreto che l'Esame di Serra non apparteneva più soltanto alle polemiche nostre, tra razionalismo e irrazionalismo, con il dannunzianesimo e altro. Avevo la risposta di qualcuno che, nel momento in cui doveva prendere posizione dinanzi a un evento drammatico, sentiva che il nostro Serra, vent'anni prima, in una guerra in cui i tedeschi erano i nemici, aveva indicato una logica etica e intellettuale, di fronte all'epifania brutale della storia». Quel Serra così strenuamente legato a Cesena, rinviava «a una misura, a un respiro europei». Dalla 'lettura' di Serra, Raimondi ha tratto due libri che disegnano un poco anche il profilo della sua ricerca: «Il lettore di provincia» (1964) ed «Un europeo di provincia» (1993), indicandoci nella «logica etica e intellettuale» del rifiuto della guerra, una lezione che da Serra arriva utilmente sino a noi.


2. Ezio Raimondi e la Romagna di Renato Serra

Grazie ad un'incursione della politica (a Bologna in Santa Lucia c'era Romano Prodi), il profilo austero di Ezio Raimondi, storico della letteratura e critico di fama mondiale, ha avuto tre secondi circa di passaggio televisivo al «TG1» delle ore 20 di sabato 11 novembre. Raimondi teneva la «Lettura de il Mulino» parlando di «Un'etica del lettore». Tra la politica e la letteratura, secondo Raimondi, non c'è separazione ma distinzione dei ruoli. Proprio nell'associazione de «il Mulino» (per la cui nascita egli dette un contributo fondamentale nell'àmbito della casa editrice e della rivista omonime) Raimondi ha trovato modo, come ha dichiarato lui stesso, di «fare la propria parte restando però, per mestiere un insegnante».
La parola «lettore» gli è particolarmente cara. Essa rimanda ad uno dei suoi primi lavori, rimasto fondamentale nella storia della critica italiana, un saggio dedicato a Renato Serra, «Il lettore di provincia» (1964). L'opera segna una riscoperta del bibliotecario della Malatestiana, del suo ruolo nella cultura italiana, della sua innovativa posizione così documentata dallo stesso Serra in un appunto: «… ci vuole nella critica letteraria, con l'immaginazione ridente e nuova d'un fanciullo la memoria curiosa di una vecchia pettegola».
Ad apertura di volume Raimondi segnala un canone serriano: ogni scrittore si rivela sempre in pubblico attraverso una maschera. Quella scelta da Serra è da umanista e «lettore dilettante». Un lettore che, chiuso nella sua Cesena, sa conoscere e sperimentare il mondo, come Raimondi dimostra in «Un europeo di provincia» (1993), la cui partizione logica inizia dal vecchio discorso sul «lettore di provincia» ed approda alla rivoluzionaria, indimenticabile formula di «una provincia europea»: «Dal fondo della sua terra, nell'ombra domestica di una biblioteca che era a un tempo una patria e un esilio, il 'lettore di provincia' parlava così una lingua europea».
Il volume del 1993 si chiude con un saggio sull'«Esame di coscienza di un letterato» su cui Raimondi scrive: in quel testo «la parola della letteratura viene a coincidere con il momento supremo del vivere e del morire, nel tempo e insieme fuori del tempo». Da Serra, Raimondi ha 'ereditato' la forte consapevolezza che letteratura e vita non sono realtà inscindibili bensì correlate al punto che lo stesso «lettore» (come ha spiegato sabato) ogni volta che prende in mano un libro è come se avesse davanti a sé «tutto il tempo che è trascorso dal giorno in cui è stato scritto fino a noi».
Se ogni libro non è soltanto «quello» che ha scritto l'autore ma pure quanto in esso vi scopre ogni nuovo «lettore», l'opera letteraria dimostra (come Raimondi ha detto sabato) la «compresenza di verità differenti nella pluralità delle coscienze». Ed anche «coscienza» è ovviamente un'eredità serriana nel pensiero di Raimondi. Al quale come uno degli studenti di un tempo, provenienti dalla Romagna di Serra (che allora studiai per la mia tesi), rivolgo un pensiero grato per il suo insegnamento alla facoltà di Magistero nei primi anni '60, quando con lui c'erano altri grandi Maestri quali Luciano Anceschi, Achille Ardigò, Giovanni Maria Bertin, Renzo Canestrari, Gina Fasoli, Enzo Melandri e Paolo Rossi.


3. Bologna, giugno 1961

L'assistente di Italiano era un pignolo dalla vice stridula, Mario Saccenti (di cognome e di fatto). Apriva l'esame con una domanda di letteratura. A me chiese di parlare del Tasso (era il mio primo esame universitario in assoluto, un gesto da kamikaze a detta degli amici di corso più anziani).
Risposi partendo dall'importanza del Tasso nella storia della letteratura italiana, argomento contenuto nell'ultimo paragrafo del capitolo del volume di Natalino Sapegno. Saccenti m'interruppe obbligandomi a ripartire "dall'inizio", ovvero dalla nascita del Tasso, quindi dal primo paragrafo del testo di Sapegno…
La seconda domanda riguardava la "Commedia". Apriva a caso il libro, puntava l'indice sulla pagina. Eravamo all'Inferno, mi chiese la lista dei dannati che precedevano quel determinato personaggio.
Gettai l'occhio sulle note. Con un sospiro di sollievo, feci il mio bravo elenco. Saccenti con il ghigno perfido che teneva stampato fisso sul volto per terrorizzarci, e con quella vocina stridula, emise la sentenza terrificante: "No. Quelli vengono dopo".
Scrisse la sua brava noticina che consegnò al prof. Ezio Raimondi, il cattedratico della materia, con cui passai a chiudere l'esame, trattando del corso monografico diviso in due parti. La prima riguardava la "Vita" dell'Alfieri. La seconda, un testo allora appena tradotto dal Mulino, il celebre ed indigesto "Wellek e Warren" dal nome degli autori (titolo: "Teoria della letteratura"). Un libro per laureati, non certo adatto a noi ragazzotti di provincia che avevamo fatto le Magistrali con molto affanno.
Comunque Raimondi, dopo che ho risposto alla sua prima domanda, si rivolge a Saccenti, scorrendo la noticina che gli aveva passato con l'esito dell'interrogazione fatta a mio danno…: "Marione", gli grida, "ma questo giovane è preparato". Non potei prendere più di 25/30 per colpa del sadismo di Marione.
[Fonte di questa terza parte.]

Antonio Montanari


Antonio Montanari. "Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 7.3.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001.
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