Antonio Montanari
Quando nel maggio 1762 il
savignanese Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-1792) giunge a Roma, vi incontra
una nutrita colonia di religiosi conterranei: il cardinale Lorenzo Ganganelli
(1705-1774), monsignor Giuseppe Garampi (1725-1792), lÕabate Costantino Ruggeri
(1714-1766), padre Agostino Giorgi (1711-1797) e lÕabate Stefano Galli
(1721-1788). Amaduzzi vanta una presentazione del proprio maestro riminese, il
medico, scienziato e poligrafo Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), dalla
cui scuola ([1])
sono passati anche il santarcangiolese Ganganelli ed i riminesi Garampi e
Galli.
Ganganelli conserva un ottimo
ricordo di Planco: Çvoi avevate ragione a sgridarmi, quando io non voleva
studiare; adesso vi ringrazierei di quanto allora faceste per meÈ, gli ha
scritto il 30 settembre 1759 appena nominato a cardinale ([2]).
Garampi si � trasferito a Roma
alla fine del 1746. Cinque anni dopo � divenuto Prefetto dellÕÇArchivio Secreto
Apostolico VaticanoÈ, poi ha iniziato lÕattivitˆ diplomatica. Nel 1761 � stato
inviato da papa Clemente XIII a presiedere la Dieta di Augusta fra i pr“ncipi
tedeschi. Nel 1766 sarˆ chiamato alla carica di Segretario della Cifra. Poi
andrˆ come Nunzio apostolico in Polonia ed a Vienna.
Stefano Galli diventa
minutante alla Segreteria di Stato e Cameriere Segreto di Sua Santitˆ. Garampi
e Galli hanno lavorato entrambi nella pubblica biblioteca Gambalunga della loro
cittˆ, collaborando con il direttore conte Lodovico Bianchelli. Garampi
pretendeva di far tutto lui, Galli si rassegnava a star a vedere senza
ÇimpacciarseneÈ ([3]).
Costantino Ruggeri, originario
di Santarcangelo e soprintendente alla Stamperia di Propaganda Fide, � un tipo
cupo: soffre di mania di persecuzione, e di lˆ a poco, nel 1766, sarˆ
protagonista di un suicidio definito ÇspietatoÈ da Amaduzzi ([4]).
Padre Giorgi, nato a San
Mauro, � un agostiniano: teologo, orientalista, prefetto della Biblioteca
Angelica, sarˆ procuratore generale del suo Ordine. Milita contro i Gesuiti
verso i quali si indirizzavano le antipatie di molti religiosi romani che
Amaduzzi frequenterˆ assiduamente.
Amaduzzi � nato in una
famiglia di possidenti molto impoveriti di Santa Maria delle Grazie a
Fiumicino. I genitori, Michele e Catterina Gasperoni, sognavano per lui una
carriera ecclesiastica capace di fornire pane e companatico ad un giovane degno
di essere salvato da umili mestieri. Fu tenuto a battesimo nella chiesa di
Santa Lucia di Savignano dal parroco don Giovanni Battista Mancini che funse
pure da padrino, con madrina la moglie di Bartolomeo Borghesi, Silvia Antonia.
CÕ� come un significato
simbolico nella scelta delle due figure che accompagnano il neonato. Il nobil
huomo parroco Mancini, originario di
Rimini, � una persona colta, dottore e Protonotario Apostolico, dal 1732
Pievano di San Giovanni in Compito e Savignano di Romagna, nonchŽ presidente
dellÕAccademia degli Incolti, che precorre quella dei Filopatridi. Segretario
degli Incolti fu Pietro Borghesi (1722-1794), figlio di Bartolomeo e della
ricordata Silvia Antonia. Bartolomeo e Pietro Borghesi rappresentano la cultura
antiquaria romagnola che acquista fama oltre gli ˆmbiti locali, e che
caratterizza molta parte degli studi amaduzziani.
Tanta dottrina che circonda
lÕinfante non � soltanto convenzionale ostentazione di un privilegio sociale.
La cerimonia sembra una specie di consacrazione culturale. A Giovanni Battista
Mancini nel 1759, Giovanni Cristofano Amaduzzi vorrˆ dedicare i Componimenti
poetici in lode del Santissimo Nome di Maria, la cui festa solennemente si
celebra nella Chiesa della B. Vergine delle Grazie di Fiumicino, situata sulle
sponde del Rubicone. Rettore della
medesima chiesa di Santa Maria delle Grazie a Fiumicino, � un altro sacerdote
che svolge un ruolo importante nei primi anni di vita del Nostro: lo zio
paterno Giovanni Francesco Antonio Amaduzzi. Alla sua scomparsa, nel 1771,
Giovanni Cristofano scriverˆ parole commosse al proprio fratello don Francesco
Maria ([5]),
arciprete del Capitolo di Savignano, dichiarando di aver sempre professato
verso lo zio Çtanta gratitudineÈ. Possiamo collegare questo sentimento alla
scelta famigliare, che immaginiamo suggerita da don Giovanni Francesco, di
inviare il nipote in Seminario a Rimini.
Qui Giovanni Cristofano ebbe
come celebrato maestro di Çumane lettereÈ il sacerdote Pietro Mussoni, che fu
insegnante pure di Giuseppe Garampi e del santarcangiolese Gaetano Marini
(1742-1815), campione massimo della nuova erudizione. Dal 1755 Amaduzzi attese
Çper sette anni allo studio della Filosofia e Lingua Greca sotto la disciplina
del Chiarissimo Dott. Giovanni BianchiÈ ([6]),
in quella pubblica e gratuita scuola che il medico aveva aperto nella propria
casa a partire dal 1720, affiancandovi un museo archeologico utile agli studi
di Antiquaria a cui erano avviati i discepoli.
Quando Amaduzzi entra nella
sua scuola, Bianchi ha giˆ raggiunto una sicura fama. La sua maturitˆ
scientifica per˜ non gli impedisce di continuare in certi atteggiamenti che gli
saranno (con elegante, rispettosa fermezza) rimproverati dallÕAmaduzzi adulto,
proprio quando Planco muore, in un articolo pubblicato sullÕÇAntologia romanaÈ
([7])
: ÇFu egli uomo dotato di un vasto talentoÈ, scrisse il savignanese, Çdi
memoria sorprendente, e di una somma diligenza. Manc˜ dÕun certo criterio, per
il che fu soggetto talvolta a qualche paralogismo. Fu tenace della sua
opinione, alla quale di rado rinunciava. In mezzo a quella caparbietˆ peccava
talvolta di volubilitˆ sul punto di favorire ora un partito, ed ora un altroÈ.
Quasi ad assolvere il maestro
dai suoi peccati, Amaduzzi soggiunge: ÇTutte quelle cose erano qualitˆ inerenti
alla sua natura, ma non giˆ vizj surrogati dalla malizia. Fu prono alla colera,
ma breve nellÕaderire ai trasporti della medesima. Fu ardente coÕ suoi nemici,
ma ogni piccolo officio era capace a farlo dimenticare delle ingiurie. Quanto
fu amante della lode, che gli veniva dagli altri, e che non si risparmiava
neppure da se stesso, altrettanto era parco nel compatirla agli altriÈ.
AllÕinsegnamento filosofico di
Planco, ed ai ben�fici effetti ricevuti, cÕ� un richiamo puntuale nella Rimostranza
umile al trono Pontificio ([8])
che nel 1790 Amaduzzi invierˆ a Pio VI (1775-1799) per difendersi da certe
accuse di fanatismo che giravano contro di lui: ÇFatti gli studi delle belle
lettere e delle scienze convenienti ad un uomo ingenuo, cominciai tosto ad
abbandonare quei sentimenti, che appresi per veri, e per sicuri, e quindi con giovanile
ardore cozzai cogli ultimi avanzi dellÕAristotelico rancidumeÈ.
Fra il 1776 (quando compone
per lÕÇAntologia romanaÈ il ricordo del maestro defunto), ed il 1790 (quando
scrive la Rimostranza), intercorre
tutta la fase della maturitˆ di Amaduzzi, caratterizzata soprattutto dai tre
celebri Çdiscorsi filosoficiÈ
recitati in Arcadia ([9]),
molto importanti nella storia culturale del nostro Settecento ma allÕorigine di
tutti i suoi guai. Non so se Amaduzzi nel 1790 avrebbe sottoscritto nuovamente
il giudizio espresso sul maestro nellÕÇAntologia romanaÈ relativamente a
Çqualche singolaritˆ, o stravaganza che sia, la quale suole per lo pi� andare
congiunta ai grandi ingegni, acci˜ forse non si trovino troppo al di sopra del
resto della specie umanaÈ.
Per chiarire le sue
intenzioni, Amaduzzi aveva aggiunto: ÇSe non che potrebbe lÕeducazione, e la
ragione agevolmente correggerla, e tor loro un tale ostacolo a cos“ speciosa
maggioranza. Appunto la Filosofia dovrebbe essere la medicina delle malat“e
dellÕanima, e quindi chi non ne profitta � sempre un Filosofo imperfetto, e
solo il compenso dellÕaltre sue virt�, maggiori deÕ suoi vizj, pu˜ non ostante
conservargli il diritto alla pubblica estimazioneÈ.
Il tono vagamente apodittico
di questo passo � unÕereditˆ dellÕinsegnamento planchiano, con lÕenunciazione,
o per meglio dire lÕauspicio, che la cultura (anzi, pi� solennemente Çla
FilosofiaÈ) possa servire per correggere quei difetti naturali che con eleganza
retorica Amaduzzi chiama Çmalat“e dellÕanimaÈ.
Nel ricordo del 1776 Amaduzzi osserva che Çle massimeÈ della Çmorale
teoreticaÈ di Bianchi Çerano le pi� consone a quelle deÕ Padri della ChiesaÈ,
aggiungendo: Çe chi ha lÕonore di scrivere queste poche righe dietro ai soli
dettami della pi� sincera veritˆ, lÕha udito insegnare lÕetica filosofica con
quella precisione, ed impegno, che si suole osservare in quelli, che parlano
collÕinterna persuasioneÈ.
Questo accenno allÕÇinterna
persuasioneÈ dimostrata da Planco suggella simbolicamente il senso di una
biografia, e ci suggerisce di non dimenticare come, nel descrivere la vita
altrui, si proiettino sempre le proprie idee ed esperienze. Nel comportamento
del maestro, Amaduzzi trova conferma alla regola prima dellÕeducazione ricevuta
in famiglia: Çserbare in ogni azione la veritˆ e la schiettezzaÈ ([10]).
Alla scuola di Bianchi, oltre
ad apprendere molte preziose nozioni, Amaduzzi si era confermato nel proprio
convincimento di poter evitare le secche degli inganni nella navigazione della
vita, seguendo la stella polare degli insegnamenti morali impartitigli in casa.
Gli sviluppi successivi della sua vicenda personale, lo avrebbero amaramente
disilluso, pur confermandolo nella ÇfermezzaÈ ai suoi Çinterni sentimentiÈ.
Come � stato sottolineato, Çse non fosse stato alieno dallÕadulazione e dalla
cortigianeriaÈ, Amaduzzi Çavrebbe potuto aspirare ai pi� luminosi uffici della
Curia romanaÈ ([11]).
Amaduzzi nel suo scritto si
presenta come Çil discepolo, e lÕamicoÈ che ricorda i meriti di Bianchi Çche
furono molti, e grandiÈ, non dimenticando per˜ che lÕÇonorato defuntoÈ non
Çand˜ esente dai suoi difettiÈ: ÇIo veneratore della sola virt� non sar˜ mai
idolatra di quella viziosa penombra che talvolta lÕeclissa in un medesimo
soggetto. LÕadulazione, o la lode inconsiderata, ed indistinta � il retaggio
dellÕanime vili, o poco illuminateÈ.
Dopo averlo avuto Çper
Precettore di Filosofia, Storia Naturale, e Lingua GrecaÈ nel periodo riminese,
Amaduzzi per quattordici anni ha tenuto con Bianchi un Çcontinuato carteggioÈ
quando si � trasferito a Roma ([12]).
La duplice esperienza pu˜ dargli Çun dritto di parlare di lui con precisione, e
di esigere lÕaltrui credenzaÈ. Circa la scuola planchiana, Amaduzzi osserva che
i suoi frequentatori Çfurono sempre molti, e di questi non pochi quelli, che
nella stessa patria, e fuori per cariche, e per letteratura si distinguonoÈ ([13]).
A proposito del temperamento
di Bianchi, nellÕelogio in memoriam
inviato da Amaduzzi ad Aurelio DeÕ Giorgi Bert˜la ([14]),
leggiamo: ÇIl raziocinio non fu in lui sempre il pi� retto, giacchŽ sovente
egli era inconseguente coÕ suoi principi, e la prevenzione qualche volta
prevaleva in lui alla ragioneÈ. Talora bizzarro e singolare, Çallegro, e vivace
nella brigataÈ e portato ad uno tono che Çspizzicava talvolta di sarcasmo, e
dÕinsultoÈ, non risparmi˜ mai la sua critica anche sopra Çquelle cose, che non
la meritavano, e cercava anche il nodo nel giunco per compiacere questa sua non
plausibile inclinazioneÈ.
Quando era preso dalla
collera, Çnon tardava molto a rasserenarsiÈ. Fu violento ed intrepido contro
gli avversari, ma Çdimenticava ogni ingiuria, se avea un picciolo compenso di
officiositˆ. Castigava col disprezzo pur anche alcuni di queÕ critici pi�
abbietti, che insorgevano sovente contro di lui, e soleva porre tutte le satire
contro di lui stampate in un sol mazzo, s� cui era segnato improborum
hominum inanes conatusÈ. Stimato ed amato
dai Çpi� celebri letterati del suo tempo, tanto Italiani, quanto esteriÈ,
Planco era molto solleticato nel suo amor proprio da questi onori, a cui
sovente aggiungeva la lode Çche si compartiva tanto volentieri anche da sŽ
stessoÈ. Apparve sempre Çscarso lodatore degli altri, e di quelli in ispecie,
che non fossero stati di qualche suo partito, per quanto poi fosse stato grande
il loro meritoÈ.
Difficilmente Çsi ricredeva su
dÕalcune sue opinioniÈ, ed Çera anche sovente inconstante nel sostenere, o riprovare
un qualchÕaltro assunto impegno, o sentimentoÈ. Bianchi Çfu un uomo vario e
stravagante, onde e nel bene e nel male troppo si distingueva fra gli altri. Ma
in mezzo a tante stranezze egli aveva le sode massime di religione, i buoni
teoremi della morale, le cortesie della societˆ, la schiettezza del suo
presentaneo sentimento, lÕonoratezza del procedere, lÕinclinazione al
beneficare, e lo spirito di caritˆ verso i poveriÈ.
Nella sua Çpittura veridicaÈ
di Bianchi, infine Amaduzzi osserva che Çin mezzo ai naturali difetti di un
fervido temperamentoÈ il suo maestro aveva Çavuto il dono del pi� sublime
ingegno, per cui ha potuto far epoca nella Storia naturale, e nella Notomia, e
fare lÕornamento di Rimino, dellÕItalia, e di tutta la letteraria RepubblicaÈ.
E concludeva: ÇIo ho perduto il Precettore, e lÕAmicoÈ ([15]).
Questo elogio inviato a
Bert˜la � del 3 gennaio 1776. Il 9 dicembre 1775 (Planco era scomparso il
giorno 3 dello stesso mese), Amaduzzi scrivendo al nipote di Bianchi, dottor
Girolamo ([16]),
dichiarava del di lui zio: ÇIo non mi creder˜ mai dispensato dallÕobbligo di
rimostrargli anche dopo morte in tutte le occasioni la mia riconoscenza, e la
mia venerazioneÈ.
I due termini ÇriconoscenzaÈ e
ÇvenerazioneÈ sono pi� espressioni intellettuali e morali che semplice
atteggiamento sentimentale: essi ci portano a valutare come basilare
nellÕesperienza di Amaduzzi sia lÕiniziale frequentazione della scuola
planchiana, sia il successivo, ininterrotto magistero che continu˜ da parte di
Bianchi per mezzo epistolare o negli incontri personali ([17]).
Giˆ nel 1768 in una lettera diretta allo stesso Planco, e pubblicata nella Miscellanea
di varia Letteratura di Lucca ([18]),
Amaduzzi ha ricordato ÇhumanitasÈ, ÇcomitasÈ, e ÇbenevolentiaÈ dimostrategli
dal maestro. Nel 1770 ha confidato a Bianchi di restare affezionatissimo a lui,
che dimostrava animo Çcortese, ed amorevoleÈ verso la sua persona ([19]).
Gli anni trascorsi nella
scuola riminese proiettano una loro nitida luce in quelli successivi della vita
dÕAmaduzzi; contribuiscono cio� a rafforzare la sua capacitˆ intellettuale,
fornendole (fortunatamente) anche quegli anticorpi con cui reagire agli aspetti
meno convincenti di un insegnamento che, se in taluni momenti pieg˜ verso il
dogmatismo dellÕerudizione Çoratoria o allÕanticaÈ ([20]),
in molti altri invece ebbe come prima caratteristica lÕinvito alla curiositˆ,
allÕaggiornamento, al commercio epistolare ed intellettuale, secondo i canoni
di quella parte della societˆ settecentesca che tendeva pi� al rinnovamento che
alla conservazione.
Amaduzzi in etˆ matura compie
un ripensamento dellÕeducazione ricevuta, sviluppando gli strumenti che aveva
appreso alla scuola planchiana. Egli non vuole stilare un onesto ed imparziale
bilancio di lati positivi e negativi dÕuna personalitˆ vivace, contradditoria
ed anche inquieta come fu quella di Planco. Cerca piuttosto di rintracciare il
sottile filo dialettico esistente nella trama di ogni proficua pedagogia, sul
quale misurare se stesso. In Amaduzzi, come in altri suoi contemporanei, opera
il convincimento che lÕesperienza individuale e la storia collettiva siano un
processo attraverso cui le novitˆ maturano con la riflessione sulle idee
ricevute, e con il loro superamento. Cos“, ci si obbliga a rimeditare daccapo
ogni aspetto della vita, della conoscenza scientifica, della politica, del
pensiero. Cos“, si mira ad un mutamento rispetto allo status quo, con quel desiderio che gli intellettuali nati attorno
alla metˆ del Settecento assorbono dallo spirito del tempo e dagli umori della
nuova cultura ([21]).
AllÕesperienza vissuta nel
liceo di Bianchi, si pu˜ collegare un passo del terzo ÇdiscorsoÈ, intitolato DellÕindole
della Veritˆ, e delle Opinioni (1786),
dove Amaduzzi polemizza con lÕantico maestro, quasi a volere insinuare che
Planco nulla avesse compreso delle teorie di Newton ([22]).
Amaduzzi colpisce nel segno, segnalando un metodo filosofico non troppo
rigoroso, giˆ sottolineato nellÕarticolo commemorativo dellÕÇAntologia romanaÈ.
VentÕanni prima, nel 1766, un
altro solenne rimprovero era giunto a Planco da Pietro Verri, a proposito di
uno scritto del medico riminese contro lÕinoculazione del vaiolo ([23]).
Bianchi aveva commesso un errore epistemologico che rispecchia lÕesperienza
culturale del primo Settecento, e che ci � confermato in una sua lettera
indirizzata a Giovanni Lami ([24]),
dove Çla quistione dellÕinnoculazioneÈ � inserita tra le Çcose letterarieÈ da
discutere, magari nel Çmiglior latinoÈ, con il quale mandare Çal diavolo tutti
i pretesi calcoli [...] e tutte le altre ragioni sofistiche deÕ fautori
dellÕinnoculazione, giacchŽ tutti costoro non sono filosofi e meno medici, ma
sono sfaccendati [...]È. Planco tuttavia, e lo apprendiamo proprio da Amaduzzi,
cede Çin appresso allÕevidenza del buon esitoÈ dellÕinnesto del vaiolo, Çcon
quel candore, e coraggio, che suole ispirare lÕamore della veritˆ nei cuori
degli uomini grandiÈ ([25]).
Anche questÕintervento a
difesa di Bianchi, se da un canto dimostra altrettanto amore per la veritˆ nel
comportamento del savignanese ([26]), dallÕaltro testimonia un affetto (onesto e non di
convenienza) verso quel Çchiarissimo, e benemerito Precettore, per la cui
istituzione, ed addottrinamento io son divenuto non affatto indegnoÈ della
nomina a sopraintendente della Stamperia di Propaganda FideÈ ([27]):
cos“ Amaduzzi scrive a Bianchi il 10 febbraio 1770, quando la sua carriera
pubblica, grazie allÕantico maestro ed a papa Ganganelli, ha una nuova
promozione dopo che era stato fatto lÕanno precedente Lettore di Greco alla
Sapienza.
Appena giunto a Roma, Amaduzzi
informa Bianchi sullo stato delle cose politiche, dimostrandosi osservatore
informato e mai superficiale nelle notizie che compila. Il 30 ottobre 1762, ad
esempio, Çcirca alle cose di NapoliÈ gli riferisce di un ÇbreveÈ inviato dal
papa Ça Sua Maestˆ Cattolica, acci˜ come Padre si volesse interporre appresso
il Figlio, acci˜ non inquietasse la Santa Sede con indebite pretensioniÈ. Il re
di Napoli Ferdinando IV (futuro marito di Maria Carolina, figlia di Maria
Teresa), sollecitato dal padre Carlo VII imperatore di Spagna, ha cos“
Çpubblicato un Editto, in cui dichiara, che intorno alla terza parte deÕ Beni
Ecclesiastici, che sono in quel Regno, da dispensarsi ai Poveri, Egli ha
solamente inteso di esortare, ma non di sforzare alcunoÈ ([28]).
Negli anni iniziali del
soggiorno romano di Amaduzzi, la vita dello Stato della Chiesa � caratterizzata
da forti difficoltˆ economiche e da una grave carestia che si sviluppa tra 1764
e 1766. Dopo che in incognito si �
diminuito il peso della pagnotta senza abbassarne il prezzo (racconta lÕabate
Gabriel Fran�ois Coyer), la reazione popolare costringe lÕAnnona a ritornare
alla vecchia misura: mentre il papa Çversant des larmes paternelles sur
lÕaffliction de ses enfantsÈ dice Çces paroles Ždifiantes: Ôpregheremo il Dio,
faremo processioniÕÈ ([29]).
Drammatiche sono le
conseguenze della carestia pure in Romagna. Da Ravenna cÕ� questa testimonianza
di Marco Fantuzzi: ÇGli operai rimasero senza lavoro, le campagne non furono
seminate per mancanza deÕ bestiami venduti e deÕ generi o esecutati o non
raccolti, le case rurali non risarcite andarono in rovina, i necessari lavori
ai fiumi, e scoli per impotenza trascurati, produssero nuove inondazioni e
nuovi danni, i coloni avvanzati alla fame ed alla morte, oppressi dai debiti,
impotenti al lavoro, spogliati di tutto, parte ritiraronsi in cittˆ per viver
mendicando e di rapine, parte fuggirono altrove ed il poco restante rimase a
carico dei miserabili possidenti...È ([30]).
Il cronista riminese Ernesto
Capobelli scrive che nel 1764 a Roma concorrono Çmilliaia di poveriÈ, ospitati
a spese dellÕErario in due ÇserragliÈ: alle Terme, gli uomini, ed alla
Bocca della Veritˆ in Campo Vaccino, le donne. Tra queste ultime serpeggia
unÕepidemia di vaiolo. Tre anni dopo, in sede di bilancio degli eventi,
Capobelli conclude che Çil Pontefice non pens˜ a solevar in conto alcuno li
suoi sudditi, dispens˜ soltanto tesori spiritualiÈ ([31]).
Il popolo romano (osserva ancora lÕabate Coyer), Çbien dŽvot, bien soumisÈ non
si riuniva che Çpour faire des processions et pour gagner des indulgences sous
le doigt de Sa SaintetŽÈ ([32]).
Giuseppe Garampi, che agisce a
Roma per mandato della sua cittˆ, nel 1767 comunica ai Consoli di Rimini quanto
gli � stato spiegato dalla Congregazione del Buon Governo: che per i Ç40 giorni
incirca che mancano al raccolto, non pu˜ essere la Cittˆ tanto sprovvista,
quanto si rappresenta, e che intanto la Campagna fornisce ora Erbaggi e Frutti,
coi quali supplire a qualche deficienza di PaneÈ. Commenta Garampi:
ÇIn somma nulla � da sperarsi. [...] Compiango vivamente la presente
nostra calamitˆ, la quale resta anche pi� sensibile, perchŽ non compatitaÈ ([33]).
I provvedimenti puramente
finanziari presi da Roma, ha osservato Franco Venturi, Çminarono profondamente
la situazione dello stato e delle amministrazioni localiÈ: economisti, giuristi
e filosofi sembravano incapaci Çdi superare il punto morto in cui si trovava la
cultura e la politica romana negli anni Õ60. Le tendenze al rinnovamento, alle
riforme che si erano espresse, sia pur debolmente, da mezzo secolo ormai,
parevano arenarsi tra lÕindifferenza e le censureÈ ([34]).
In quel periodo, ha scritto
Mario Rosa, tramontano Çi tentativi di ÔcorreggereÕ il messaggio
etico-filosofico elaborato e presentato dallÕEncyclopŽdieÈ: successivamente si formula la nozione Çdel ruolo
attivo che la religione avrebbe dovuto assumere nella esperienza umana, cio� in
un cristianesimo evangelico, umanitario e solidaristicoÈ, e si va cos“
configurando il tema Çdella societˆ, visto soprattutto nella integrazione tra
lÕindividuo e la collettivitˆ e nel rapporto tra diritti naturali e provvidenza
divina, cio� in ultima analisi nellÕintreccio sempre pi� stretto tra societˆ e
religioneÈ ([35]).
Questa Çfilosofia cristianaÈ,
aggiunge Rosa, Çtende sempre pi� a formulare ottimisticamente un discorso
sociale e religioso a lungo termineÈ, distinguendo Çtra religione e prassi
politicaÈ, e volgendo ÇlÕattenzione non giˆ sullo Stato e le forme e i modi del
potere politico, ma sulla societˆ in generaleÈ. Tuttavia, nello scorcio degli
anni Settanta, anche il discorso di questa Çfilosofia cristianaÈ diventa Çpi�
consapevolmente politico, calando le generalizzazioni teoriche nel clima del
coevo riformismo e dando corpo ad un tentativo di egemonia culturale nel nuovo,
singolare ruolo dinamico attribuito a Roma, attraverso lÕistituzione arcadicaÈ.
Lo dimostra, conclude Rosa, proprio Amaduzzi, Çerudito illuminato, rigorista ed
antigesuitaÈ, con il suo Çdiscorso filosofico-politicoÈ La Filosofia alleata
della Religione, che � il punto di
arrivo di una linea ideologica che giˆ si era espressa, sempre attraverso
lÕAmaduzzi, nel Discorso filosofico
sul fine ed utilitˆ dellÕAccademie,
del 1776È.
Dopo la generosa apertura
culturale di Benedetto XIV (1740-1758), il clima politico cambia completamente
con Clemente XIII (1758-1769). Non cÕ� pi� alcuna tolleranza per le idee del
clero riformatore e dei filogiansenisti. Bianchi ha raccomandato ad Amaduzzi di
prender contatto con mons. Giovanni Gaetano Bottari (1698-1775), considerato il
capo degli antigesuiti. LÕallievo ascolta il maestro. I rapporti fra Amaduzzi e
Bottari sono frequenti e cordiali ([36]).
Bottari il 2 maggio 1761 ha
confidato ad un suo corrispondente ([37]):
ÇAl presente si incontrano tante difficoltˆ e si moltiplicano le leggi e le
proibizioni dello stampare, e del far venire libri, che gli stampatori e i
Libraj o bisogna che mutino mestiero o che si sottopongano a cadere in pene
pecuniarie, e corporali, ed anche infami. Molte vessazioni sono state fatte, e
si fanno a chi compone libri, i quali potrebbe esser che non si stampassero.
[...] Certi Frati che amano il Mondo ignorante, e cos“ lo desiderano, e che
dominano ora molto in Roma, sono motori di questa persecuzione, simile a quelle
di Giuliano lÕApostataÈ.
Clero riformatore e
filogiansenisti ora sÕimpegnano non pi� sullÕimpraticabile terreno dottrinario
ma su quello politico, collaborando con i sovrani ed aderendo alle teorie
giurisdizionalistiche ([38])
che riconoscono ai sovrani il diritto dÕintervenire nella organizzazione
interna e nelle questioni disciplinari della Chiesa. Al proposito merita una
citazione la frase indirizzata da Amaduzzi allo scienziato pavese Gregorio
Fontana: ÇDio si serva del risentimento deÕ principi laici per promuovere e
maturare la necessaria riforma della Chiesa, che non � sperabile dÕavere dalla
spontanea deliberazione dellÕodierno regnante sacerdozioÈ ([39]).
In queste parole si proietta
lo spirito del ÇCircolo dellÕArchettoÈ fondato nel 1749 a palazzo Corsini da
Bottari il quale fu Çanimatore di quel partito antigesuita, filogiansenista,
filoilluminista, che colse qualche successo e non pochi consensi, pure nelle
alte gerarchie curiali, contribuendo fra lÕaltro alla creazione di quel clima
che port˜ poi, insieme a determinanti fattori internazionali, alla soppressione
dellÕOrdine dei GesuitiÈ: la cultura religiosa del ÇCircolo dellÕArchettoÈ
anche in seguito Çcostitu“ di fatto unÕalleanza oggettiva degli altrettanto
variegati schieramenti riformistiÈ ([40])
che si agitavano allora e non solamente nella cittˆ di Pietro.
ÇI frequentatori dellÕArchettoÈ, tra cui troviamo Amaduzzi, secondo Nicol˜ Rodolico
Çnon erano Giansenisti, erano sinceramente cattolici, disapprovavano la
condotta ostinata dei Giansenisti, come qualsiasi atto che significasse
opposizione al Papato, e che minacciasse lÕunitˆ della Chiesa cattolica, ma
essi disapprovavano le condanne e le persecuzioniÈ: erano soltanto Çcattolici
dotti e tolleranti che si adoperavano per la conciliazione dei Giansenisti col
PapatoÈ ([41]).
Nella Roma di Clemente XIII, Amaduzzi non ha vita facile, a causa delle
idee che va elaborando ed esprimendo. Nel ricordato elogio planchiano diretto a
Bert˜la, racconta anche qualcosa della propria esperienza intellettuale romana,
come quando scrive di essersi trovato spesso Çnel caso di dover vendicare il
sistema Agostiniano per conto delle dottrine teologiche dai ben noti contrari
attacchiÈ. Amaduzzi aggiunge che, giacchŽ era Çincerto della futuraÈ sua sorte,
ed era premuroso di non mancare di un presidio, che una volta gli potesse essere necessarioÈ, riput˜ conveniente
accingersi anche agli studi teologici dei quali successivamente non si sarebbe
Çmai pentitoÈ nonostante il suo stato Çtuttora profanoÈ ([42]).
In casa Bottari � spesso
ospite mons. Scipione DeÕ Ricci che nel 1780 � nominato vescovo di Prato e
Pistoia. Con lui, Amaduzzi entra in una fitta corrispondenza ([43]).
Agli occhi di molti, lo rendono sospetto i rapporti che intrattiene con questi
ecclesiastici accusati di essere Giansenisti. LÕingresso nella Stamperia di
Propaganda Fide, ad esempio, avviene contro il parere del suo Prefetto,
cardinal Giuseppe Maria Castelli, futuro Camerlengo del Sacro Collegio, che
riteneva Amaduzzi antigesuita. In base a tale opinione, Castelli aveva giˆ
respinto un precedente intervento a favore del savignanese fatto da papa
Ganganelli.
La propensione dimostrata da Amaduzzi verso i cambiamenti politici che
in Francia erano sostenuti dagli scrittori illuministi, ne fanno un personaggio
pericoloso. Lo accusano di essere indifferente ed eretico in materia di
Religione. Planco, che era stato ex allievo irrequieto (e fuggiasco) della
Compagnia di Ges� al Collegio di Rimini, nel suo insegnamento privato si era
dimostrato fermamente avverso ai ÇLoyolistiÈ: Çnimico sempre del ProbabilismoÈ,
lo definisce infatti lÕex allievo Giovanni Paolo Giovenardi ([44]).
Anche se Bianchi non approfond“ mai i temi della nuova corrente teologica
ispirata al teologo olandese Cornelio Janses (1585-1638), il suo atteggiamento
contrario ai seguaci di santÕIgnazio sembra aver lasciato un segno sul giovane
Amaduzzi e sulle sue scelte dellÕetˆ matura.
Quando papa Ganganelli sopprime lÕordine dei Gesuiti il 21 luglio 1773,
Amaduzzi � considerato lÕispiratore della ÇbollaÈ Dominus, ac Redemptor con cui il provvedimento � sancito ([45]).
Ne scrive entusiasta a Bianchi: ÇFinalmente si comincia a veder chiaroÈ.
LÕaffinitˆ di pensiero tra Amaduzzi e Clemente XIV � confermata da uno scritto
del futuro pontefice (1757): ÇLa filosofia � la base della vera Religione,
essendo la Fede appoggiata sulla ragioneÈ. Ed il secondo ÇdiscorsoÈ
amaduzziano, come si � visto, � proprio intitolato La Filosofia alleata
della Religione (1778).
In esso si sviluppa una problematica comune ad altri autori cattolici,
per i quali sia sul piano filosofico generale sia su quello strettamente
politico Çnon vi era contraddizione tra lÕaccettazione di certe proposte dei
ÔlumiÕ e lÕadesione al cattolicesimoÈ: Amaduzzi dichiara compatibile con un cristianesimo
ripulito dal Çgiogo indegno della superstizione e dellÕignoranzaÈ, Çtutta la
serie Ð o quanto meno una gran parte Ð dei diritti naturaliÈ ([46]).
Sullo sfondo delle ÇrivoluzioniÈ di Corsica e dÕAmerica, osserva Rosa, questo
ÇdiscorsoÈ amaduzziano segna Çuno dei punti di arrivo di uno sforzo collettivo
da parte di un riformismo religioso ottimistico e animoso, in bilico ormai,
nello scorcio degli anni settanta, tra la conclusione di una svolta e lÕavvio
di qualcosa che si andava avvertendo sempre pi� come nuovo e sovvertitore nella
politica del dispotismo illuminatoÈ ([47]).
In una lettera di Amaduzzi a Gregorio Fontana, si legge come si stessero
approntando allora (1777) Çi materiali di una rivoluzione di sentimenti anche
fra noiÈ; sei anni dopo sempre con Fontana, Amaduzzi registrava Çla rivoluzione
felice [...] operata nella politica e nelle scienzeÈ a Napoli e in Lombardia ([48]).
Nello stesso 1783 la Chiesa mette allÕIndice la Storia della decadenza e
caduta dellÕimpero romano di E. Gibbon,
pubblicata a partire dal 1776, di cui il Nostro � lettore ([49]).
La parola ÇrivoluzioneÈ in Amaduzzi sÕaccompagna al termine ÇcrisiÈ che
indica, secondo Rosa ([50]),
non giˆ un processo in corso Çma il culmine, il momento risolutivo di quei
processi realiÈ segnati Çdal susseguirsi spesso tumultuoso delle riformeÈ. Nel
1783, ancora a Fontana, il savignanese confida: ÇQuesto secolo di rivoluzioni
Dio sa da quali avvenimenti dovrˆ essere coronatoÈ ([51]).
Amaduzzi, � stato osservato da Paola Berselli Ambri, fu un cittadino
delle Legazioni ammiratore di Montesquieu, Çche vide la Rivoluzione dilagare,
che vide superato e travolto il mondo nel quale egli stesso non aveva creduto,
che osserv˜, con lÕocchio disincantato del critico e dello studioso, la bufera
che travolgeva tutto il vecchio sistema e che sper˜ in una palingenesi. [...]
Ed allo scoppio della Rivoluzione � tra coloro che la seguono con occhio
favorevole, sperando in un radicale rinnovamento, [...] plaudendo alla
costituzione civile del clero ed allÕesito infausto della fuga di VarennesÈ ([52]).
Amaduzzi muore il 21 gennaio 1792. Proprio un anno dopo, il 21 gennaio 1793, la
condanna a morte di Luigi XVI votata dalla Convenzione, dimostra che non
esistono Çrivoluzioni feliciÈ. Gli entusiasmi illuministici di unÕintera
generazione finiscono prima nel sangue poi nellÕavventura bonapartista.
Va sottolineato anche il ruolo che il Nostro svolge in Arcadia. Qui ebbe
come collega quel Luigi Gonzaga a cui egli dedica il ÇdiscorsoÈ sulle
Accademie, dichiarando di condividere le tesi da lui espresse in una
dissertazione tenuta nella stessa Arcadia sulla funzione civile del ÇletteratoÈ
([53]).
Amaduzzi considera lÕArcadia come la palestra ÇdÕuna gara studiosa e pacifica,
cio� dÕuna sola cospirazione virtuosa, e sia questa diretta al solo bene delle
lettere, ed al piacere della societˆÈ ([54]).
Da queste premesse, La Filosofia alleata della Religione Çsi muove nel quadro di una evidente volontˆ
illuministica di trasformazione culturale, sociale e statualeÈ, attribuendo
allÕuomo di lettere ed allÕuomo di fede una Çnuova responsabilitˆÈ che trovava
Çle sue radici in una religione pura e rafforzata dalla filosofia, pronta ad
incontrarsi pi� strettamente con la stessa filosofia e a riconoscervi la stessa
divina matriceÈ ([55]).
Ma nel 1779, mutati Çi rapporti di forza in Arcadia, con la sconfitta del
partito antigesuitico, e profilatisi i limiti e le contraddizioni del blando
riformismo di Pio VIÈ ([56]),
il ÇcoraggiosoÈ progetto amaduzziano deve scontrarsi apertamente con
atteggiamenti opposti ([57]).
Intanto nel 1778 Amaduzzi � stato denunciato allÕInquisizione: lo ha salvato la
protezione di padre Giorgi, allora consultore del Santo Uffizio.
LÕultimo ÇdiscorsoÈ del savignanese, DellÕindole della Veritˆ, e
delle Opinioni � recitato in Arcadia
il 12 gennaio 1786, con significativa dedica al conte Giovanni Giuseppe
Wilzeck, ministro plenipotenziario dÕAustria nel governo della Lombardia, e
Gran Maestro della Gran Loggia Provinciale di Milano, come a dire un nemico sia
della Chiesa sia del Papato ([58]).
Lo spirito dellÕambiente arcadico (Çove regnando la semplicitˆ della
natura, e della campagna, deve naturalmente regnare la veritˆÈ); e lÕaggancio
autobiografico (Amaduzzi si dichiara Çmodellato per il pi� vivo trasporto, e
per il pi� forte genio verso la veritˆ, e quindi per il pi� deciso abbominio della
doppiezza, e della menzognaÈ), gli servono come premesse per trattare il tema
davanti Çad incoronati pastori, ed a filosofi illuminatiÈ ([59]).
Amaduzzi Çribadisce fermamente quellÕadesione alla cultura scientifica e
sperimentale e alle scoperte del secoloÈ giˆ manifestata nel secondo ÇdiscorsoÈ
([60]),
di cui ora sviluppa lÕelogio della Filosofia che, Çfatta arbitra deÕ costumi,
delle leggi, e della politica, pose in trono lÕumanitˆ, e la civil tolleranza,
diramazioni legittime della Cristiana caritˆ, rinforz˜ il patto sociale, abol“
i diritti feudali, estinse la disonorante servit�, minor˜ le atrocitˆ delle
pene, e deÕ supplici, e poco manc˜, che non facesse rientrare lÕuomo neÕ suoi
primi diritti naturaliÈ ([61]).
Onde evitare che la Storia possa nuovamente precipitare in quelle
condizioni da cui la Filosofia lÕha liberata, Amaduzzi enuncia questo
principio: Çle veritˆ morali risultano dallÕaccordo, o dalla discordanza, che
esse serbano collÕinterna nostra coscienzaÈ, per cui Çuna sana ragionata
moraleÈ ci farˆ distinguere Çil bene, o il male deÕ nostri sentimenti, e delle
nostre operazioniÈ.
ÇCi˜, che serve a stabilire le veritˆ moraliÈ, aggiunge, Ç�
corrispondente a ci˜, che forma le veritˆ politiche: non essendo la politica,
che la morale deÕ principati, e delle nazioniÈ. Garantita dallÕÇesperienza
raccolta dallÕistoria delle grandi monarchie, e delle ben regolate
repubblicheÈ, ed Çemanante dallÕeticaÈ, una Çragionata veritˆÈ politica Çentrar
dovrˆ nella massima di un buon governoÈ dettando alcune regole fondamentali,
come: Çprevenire per mezzo dÕuna pubblica educazioneÈ, Çfar guerra allÕozioÈ,
Çtogliere di mezzo la mendicitˆÈ ([62]).
Questo � il momento conclusivo e pi� intenso dello studio amaduzziano
per proporre, sulle orme di Locke ([63]),
un sistema di idee che fa derivare ogni atto del processo politico (per il
quale si mostra in linea con il riformismo illuminato), dal rispetto di precise
regole filosofiche. Tutta lÕattivitˆ umana, secondo Amaduzzi, devÕessere
rivolta al conseguimento di una perfezione che non � qualcosa di astratto,
bens“ ha valore soltanto se si esprime negli atti concreti della realtˆ
quotidiana. In questo progetto gioca la fiducia che la razionalitˆ possa
dominare gli eventi ed i comportamenti, e che lÕunica legge morale della
politica sia il saper ragionare correttamente.
Il terzo ÇdiscorsoÈ permette ad Amaduzzi di compilare un bilancio della
cultura della quale si sente espressione, ed in cui avvertiamo un influsso
indubbiamente vichiano quando egli scrive che Çgrandi spaziÈ [p. 54] separano
la ÇvecchiaÈ dalla Çnuova filosofiaÈ, i Çtempi eroiciÈ ([64]) della favola [p. 33] dal secolo Çclamoroso, ed
incoerenteÈ in cui egli vive [p. 56].
Di derivazione galileiana � invece il principio secondo il quale alla
cultura, per uscire dai propri errori e stabilire Çun grado di vera scienzaÈ,
occorre un Çcorredo di esperienze sufficientiÈ [p. 48]. Tocca alla storia poi
ricostruire le vicende accadute in quei Çgrandi spaziÈ tra lÕieri e lÕoggi,
grazie al lavoro della ÇcriticaÈ ([65]) che permette di rintracciare la veritˆ Çnegli scritti
degli antichi storiciÈ [p. 32].
Le enunciazioni amaduzziane provocano uno scandalo che si riassume nella
Lettera dÕun viaggiatore istruito
(1789) del direttore del ÇGiornale ecclesiastico di RomaÈ, abate Luigi
Cuccagni, che il Nostro considerava Çprete ignorante, vano, ed ambiziosoÈ ([66]).
Il savignanese risponde con la ricordata Rimostranza umile diretta a Pio VI, il quale assolve il suo conterraneo,
sostenendo che Çconveniva lasciare una certa libertˆ ai letteratiÈ su alcune
questioni. Giˆ in precedenza papa Braschi aveva salvato Amaduzzi quando questi
aveva dedicato nel 1781 al vescovo DeÕ Ricci lÕedizione a stampa delle Omelie di san Cesario. Pio VI ricorse ad un cavillo: la
prefazione di Amaduzzi era anteriore al ÇbreveÈ pontificio con cui DeÕ Ricci
era stato severamente biasimato, per cui non poteva essere accusato di nulla.
Nella Rimostranza Amaduzzi
rivendica la sua fedeltˆ alla Chiesa in materia teologica ed il diritto ad
avere opinioni politiche diverse da quelle del papa, convinto che il Santo
Padre non sarebbe stato giammai per fargliene Çun delittoÈ, perchŽ lÕuomo non
pu˜ essere privato del diritto a ragionare.
Nel momento stesso in cui Amaduzzi completa il suo itinerario invocando
ancora il nome di Locke, la filosofia europea ha giˆ collocato queste enunciazioni
nel guardaroba delle idee superate. Immanuel Kant nel 1781 ha manifestato con
la Critica della ragion pura il suo
Çinvito alla ragione di [...] erigere un tribunale, che la garantisca nelle sue
pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamentoÈ ([67]); e tre anni dopo si � chiesto Was ist AufklŠrung?, rispondendo che Çilluminismo � lÕuscita dellÕuomo
dallo stato di minoritˆ che egli deve imputare a se stessoÈ ([68]).
Sullo sfondo cÕ� un mondo che Amaduzzi nel 1790, lÕanno della Rimostranza, definisce ormai Çin combustioneÈ ed in cui ÇvÕ� solo
da sospirare per tuttiÈ ([69]).
Intanto Çil Medio evo finiva: cominciava lÕevo modernoÈ ([70]).
[1] In C. Casanova, Note sulla cultura a Ravenna nel Settecento, estratto degli ÇAtti della Accademia delle Scienze dellÕIstituto di Bologna. Classe di Scienze Morali. Anno 73. Rendiconti. Vol. LXVII, 1978-1979È, Bologna 1979, al cap. 2, ÇGiovanni Cristofano Amaduzzi. Un allievo della scuola riminese di Giovanni Bianchi a RomaÈ, si legge (p. 12) che Çil rilievo che molti degli scolari di Giovanni Bianchi assunsero nella seconda metˆ del Ô700 [...] conferma la necessitˆ di uno studio approfondito sullÕambiente riminese, in gran parte ancora da fare, che consentirebbe di motivare meglio una valutazione della cultura locale altrimenti generica e approssimativaÈ.
[2] Cito dallÕed. Garbo, Venezia 1778, delle Lettere interessanti, pp. 115-116.
[3] Cfr. A. Montanari, Il contino Garampi ed il chierico Galli alla ÇLibreria GambalungaÈ. Documenti inediti, ÇRomagna arte e storiaÈ, 49, 1997, pp. 61-62.
[4] Cfr. la lettera ad Aurelio DeÕ Giorgi Bert˜la del 24 gennaio 1776, Manoscritti n. 4, Biblioteca Amaduzziana, Accademia dei Filopatridi [BFSA], Savignano sul Rubicone.
[5] Su queste lettere cfr. A. Montanari, Lumi di Romagna, Rimini 19932, ÇMonsieur lÕAbbŽ, carissimo FratelloÈ, pp. 103-106.
[6] Cfr. G. C. Amaduzzi, Manoscritti n. 33, c. 35, BFSA: questo documento � stato giˆ presentato in A. Montanari, I compiti del giovane Amaduzzi alla scuola riminese di Iano Planco, ÇNotiziario dellÕAccademia dei FilopatridiÈ, 3-4, 1993; e ÇRiminilibriÈ, 5, marzo 1994.
[7] Cfr. G. C. Amaduzzi, Elogio di Monsig. Giovanni Bianchi di Rimino, apparso anonimo sullÕÇAntologia romanaÈ, tomo II, 1776, pp. 227-229, 235-239.
[8] Il testo � in G. Gasperoni, Settecento italiano (Contributo alla storia della cultura), I. LÕab. Giovanni Cristoforo Amaduzzi, Padova 1941, pp. 319-343. Il brano cit. � alle pp. 325-326.
[9] Si tratta di questi testi, sui quali ritorneremo: Sul fine ed utilitˆ dellÕAccademie (Torchi dellÕEnciclopedia, Livorno 1777), La Filosofia alleata della Religione (ibid., 1778), e DellÕindole della Veritˆ, e delle Opinioni (Pazzini Carli, Siena 1786).
[10] ÇLe insinuazioni domestiche a serbare in ogni azione la veritˆ e la schiettezza, qual patrimonio di casa, e qual marca dÕonore, trovarono la pi� volontaria accettazione nel mio cuore quasi come loro sedeÈ: cfr. Rimostranza, nel cit. Gasperoni, Settecento italiano, p. 325.
[11] Cfr. G. Natali, Il Settecento. Ristampa della sesta edizione riveduta e aggiornata con supplemento bibliografico (1964-1971) a cura di A. Vallone, Milano 1973, p. 269. (NellÕed. Milano 1929, cfr. pp. 302-303.) Qui Amaduzzi � detto Çintrepido campione nella lotta antigesuiticaÈ ed uomo Çdi vivido ingegno e di varia dottrinaÈ.
[12] In Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, Amaduzzi G. C. [FGMR, AGC], Biblioteca Gambalunga di Rimini [BGR], sono conservate dodici lettere (1775-1778) di Amaduzzi al nipote di Planco, dottor Girolamo Bianchi: alcune contengono, come leggiamo nella prima (9 dicembre 1775), la richiesta di ricercare tutte le sue missive inviate allo zio Çquasi ogni settimanaÈ, dal maggio 1762 Çsino al tempo presenteÈ. Nel Fondo Gambetti, Lettere autografe al dottor G. Bianchi [FGLB], ad vocem, BGR, di questo immenso carteggio, sono conservati soltanto diciotto esemplari, contro le 984 epistole di Bianchi ad Amaduzzi custodite in BFSA: cfr. G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche dÕItalia, I, Forl“ 1890, p. 104.
[13] Sugli scolari di Bianchi, oltre ad A. Montanari, Nei Çripostigli della buona FilosofiaÈ. Nuovo pensiero scientifico e censure ecclesiastiche nella Rimini del sec. XVIII, ÇRomagna arte e storiaÈ, 64, 2001, p. 48, nota 41; cfr. Id., LÕAccademia dei Lincei riminesi (1745). Breve storia con in appendice una biografia del suo Restitutore Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), Rimini 2002, pp. 32-40 (Biblioteca Malatestiana Cesena, segn. OPROM Mon Ant 16).
[14] Copia autografa si conserva in FGMR, AGC.
[15] Nella lettera a Bert˜la, Amaduzzi scrive anche: ÇPerfine furono coronati gli ultimi anni della sua gloriosa vita dalla bella considerazione, che a mia petizione a lui del tutto incognita, si compiacque a fare della sua virt�, e della sua celebritˆ lÕimmortale Clemente XIV, la di cui memoria desterˆ sempre nel mio cuore la pi� tenera sensibilitˆ, e la pi� alta ammirazione nella mente. Egli il dichiar˜ uno deÕ custodi della sua salute, onde per Archiatro segreto onorario Pontificio fu indi riconosciuto, ed in tale occasione interpose pure quel gran Pontefice lÕautorevole, e generosa sua mediazione perchŽ la Patria il consueto onorario gli perpetuasse, ed insieme glielo duplicasse, come infatti segu“È.
[16] Si tratta della lettera del 9 dicembre 1775.
[17] Nel 1766 Bianchi, compiendo un tour a Loreto, Assisi, Perugia, Todi, Napoli, Siena, Firenze e Bologna, si ferm˜ a Roma dove conobbe lÕabate Johann Joachim Winckelman, come Amaduzzi ricorda lÕanno successivo nelle ÇNovelle letterarieÈ (cfr. tomo XXVIII, n. 34, 21 agosto 1767, coll. 531-534: Amaduzzi dal 1766 � assiduo collaboratore del foglio fiorentino, seguendo lÕesempio del maestro). Su questo soggiorno romano di Planco, cfr i suoi citt. Viaggi 1740-1774, ad annum; ed uno scritto amaduzziano di archeologia, apparso in ÇMiscellanea di varia LetteraturaÈ di Lucca, tomo VII, 1768 (p. 175).
[18] Cfr. il cit. tomo VII, p. 129.
[19] Cfr. lettera del 21 febbraio 1770, FGLB.
[20] Cfr. E. Raimondi, I lumi dellÕerudizione. Saggi sul Settecento italiano, Milano 1989, cap. ÇRagione ed erudizione nellÕopera di MuratoriÈ, pp. 79-97 (ripubblicato in Id., I sentieri del lettore. II, Dal Seicento allÕOttocento, Bologna 1994, pp. 133-150). Raimondi, sulla scia di L. A. Muratori, contrappone ad unÕerudizione Çoratoria o allÕanticaÈ, quella Çdi gusto moderno, sul tipo scientifico, [...] legata allo spirito critico e nutrita di ragione modernaÈ.
[21] Della differenza culturale che passa fra la generazione di Amaduzzi e quella di Bianchi, ci rendiamo conto esaminando i sette compiti svolti dal savignanese alla scuola planchiana: cfr. il cit. Nei Çripostigli della buona FilosofiaÈ, p. 49.
[22] La cit. � tolta da p. 51. Cfr. la mia Appendice allÕed. an. del ÇdiscorsoÈ amaduzziano La Filosofia alleata della Religione, Rimini 1993, pp. 58-59. (Su tale ed., cfr. la mia Dissertazione nel ÇQuaderno XVII dellÕAccademia dei FilopatridiÈ, Savignano 1995, pp. 119-126.) Nel saggio di M. Ceresa, Una biblioteca nella Rivoluzione, ÇDue Papi per Cesena. Pio VI e Pio VII nei documenti della Piancastelli e della MalatestianaÈ (a cura di P. Errani), Bologna 1999, p. 216, si legge che Pio VI possedeva Çuna sola opera, un opuscolo, di Giovanni Cristofano AmaduzziÈ, secondo quanto emerge da un Catalogo conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Grazie alla cortesia dello stesso dottor Massimo Ceresa, dellÕApostolica Vaticana medesima, ho potuto apprendere che lÕopuscolo cit. � il Discorso dellÕindole della Veritˆ, e delle Opinioni. (Circa le opere di Newton presenti della biblioteca planchiana, cfr. il cit. Nei Çripostigli della buona FilosofiaÈ, p. 41.)
[23] Cfr. ÇIl Caff�È, 1764-1766, Torino 1998, p. 770.
[24] Cfr. B. Fadda, LÕinnesto del vaiolo, Milano 1983, p. 192-193.
[25] Cfr. A. Montanari, Le Notti di Bert˜la, Storia inedita dei Canti in memoria di Papa Ganganelli, Rimini 1998, p. 75, nota 85. Sul pensiero di Bert˜la (oltre il cit. Nei Çripostigli della buona FilosofiaÈ, passim), si veda lÕapprofondita ed attenta Introduzione del prof. Fabrizio Lomonaco alla sua Filosofia della storia (1787), Napoli 2002, I-LXXVI.
[26] Nel suo terzo ÇdiscorsoÈ DellÕindole della Veritˆ, e delle Opinioni, Amaduzzi definisce la bugia Çsempre un segno di viltˆ, e di miseriaÈ (p. 29).
[27] La lettera � nel cit. FGMR, AGC.
[28] Cfr. in FGLB, ad vocem.
[29] Cfr. F. Venturi, Elementi e tentativi di riforme nello Stato pontificio del Settecento, ÇRivista Storica ItalianaÈ, LXXV (1968), p. 789.
[30] Ibid., p. 790.
[31] Cfr. G. Capobelli, Commentari delle cose accadute nella Cittˆ di Rimino e in altri luoghi, BGR, SC-MS. 306, pp. 36, 233.
[32] Cfr. Venturi, Elementi..., cit., pp. 790-791.
[33] Cfr. A. Montanari, Una fame da morire, Carestia a Rimini 1765-1768, ÇPagine di Storia & StorieÈ, V, 11, supplemento a ÇIl PonteÈ, Settimanale cattolico riminese, XXIV (1999), 11, pp. 1-8; e cfr. Id., Il pane del povero. LÕAnnona frumentaria riminese nel sec. XVIII, ÇRomagna, arte e storiaÈ, 56, 1999, pp. 5-26.
[34] Cfr. Venturi, Elementi..., cit., pp. 790-791.
[35] Cfr. M. Rosa, Settecento religioso. Politica della ragione e religione del cuore, Venezia 1999, pp. 160-164 e 176-178. Qui riprende le considerazioni giˆ presentate nella sua Introduzione allÕAufklŠrung cattolica in Italia, ÇCattolicesimo e lumi nel Settecento italianoÈ, a cura dello stesso Rosa, Roma 1981, pp. 1-47.
[36] ÇAlla scuola del Bottari, allÕombra delle mura vaticaneÈ, lavora anche Çuno dei pi� cospicui rappresentanti della seconda generazione dei riformatori cattolici, il romagnoloÈ Amaduzzi che dalla propria terra Çaveva portato a Roma spirito critico, arguzia ed una certa faziositˆ, ma non ne aveva portato la faciloneria ed il gusto dellÕimprovvisazioneÈ: cfr. P. Berselli Ambri, LÕopera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze 1960, pp. 54, 60. (ÇColtissimo e di gran gustoÈ, Amaduzzi, Çpassionale come pochi, non sopportava la malafedeÈ: ibid., pp. 58-59.)
[37] La lettera � diretta a Gianmaria Mazzucchelli: cfr. Berselli Ambri, op. cit., p. 56.
[38] Cfr. S. J. Woolf, La storia politica e sociale, ÇStoria dÕItalia, III, Dal primo Settecento allÕUnitˆÈ, Torino 1973, pp. 105-106.
[39] Cfr. ibid., p. 112.
[40] Cfr. R. Merolla, Lo Stato della Chiesa, ÇLetteratura italiana. Storia e geografia. Volume secondo. LÕetˆ moderna. IIÈ, Torino 1988, p. 1076.
[41] Cfr. N. Rodolico, Gli amici e i tempi di Scipione dei Ricci. Saggio sul Giansenismo italiano, Firenze 1920, pp. 4-5.
[42] Il brano qui cit. � di seguito alla parte precedentemente riportata relativa allÕÇAristotelico rancidumeÈ.
[43] Cfr. A. Montanari, Amaduzzi, Scipione DeÕ Ricci ed il ÔgiansenismoÕ italiano, ÇIl carteggio tra Amaduzzi e Corilla Olimpica, 1775-1792È, a cura di L. Morelli, Firenze 2000, pp. XXVIII-XL.; e M. Trincia Caffiero, Cultura e religione nel Settecento italiano: Giovanni Cristofano Amaduzzi e Scipione DeÕ Ricci, ÇRivista di Storia della Chiesa in ItaliaÈ, XXVIII, 1, Roma 1974, pp. 94-126; e XXX, 2, Roma 1976, pp. 405-437. In questÕultimo testo, di Amaduzzi si dice che fu Çcostretto a rifluire su posizioni minoritarie, spesso di completo isolamento in RomaÈ (pp. 105-106). In conclusione del suo lavoro, Trincia Caffiero ribadisce che Çalla fineÈ Amaduzzi fu un personaggio ÇisolatoÈ (p. 426).
[44] Cfr. la sua Orazion funerale in lode di Monsig. Giovanni Bianchi, Venezia 1777, p. XXVIII.
[45] Si tratta di unÕepistola senza nome del destinatario: cfr. p. 165 della cit. ed. veneziana delle Lettere interessanti di Ganganelli.
[46] Cfr. D. Menozzi, Letture politiche della figura di Ges� nella cultura italiana del Settecento, ÇCattolicesimo e lumi nel Settecento italianoÈ, cit., p. 145.
[47] Cfr. Rosa, op. cit., p. 142.
[48] Ibid., p. 143.
[49] Ibid., p. 148. (Su Gibbon e la cultura storico-politica del secondo Settecento italiano, cfr. la cit. Introduzione di Lomonaco alla Filosofia della storia di Bert˜la, passim.)
[50] Ibid., p. 147.
[51] Ibid., p. 148.
[52] Cfr. Berselli Ambri, op. cit., pp. 58-59, 61.
[53] Cfr. Menozzi, op. cit., p. 146.
[54] Cfr. Rosa, op. cit., p. 179.
[55] Ibid.
[56] Con il passaggio del potere da Clemente XIV a Pio VI, secondo Trincia Caffiero, op. cit., p. 122, cÕ� unÕevoluzione nelle posizioni di Amaduzzi, Çin un primo tempo favorevoli al Papato nelle sue lotte con i pr“ncipi, verso atteggiamenti schiettamente regalisti e anticurialiÈ.
[57] Cfr. Rosa, op. cit., pp. 179-180.
[58] Anche questa terza orazione mostra chiaramente come Çla posizione di Amaduzzi venga sempre maggiormente scoprendosi nel momento di forza del movimento episcopale-regalista e dellÕoffensiva leopoldina e giuseppina nei confronti di Roma, per rimanere per˜ priva di difesa di fronte allÕira papale e agli attacchi sempre pi� virulenti dei curialisti, quando comincerˆ a delinearsi il fallimento del tentativo ricciano e [...] il riflusso regalista dei sovrani, anche in concomitanza con gli avvenimenti francesiÈ: cfr. Trincia Caffiero, op. cit., pp. 409-410.
[59] Cfr. Discorso filosofico dellÕindole della Veritˆ, e delle Opinioni, cit., pp. 4-5, 7.
[60] Cfr. Trincia Caffiero, op. cit., p. 410.
[61] Cfr. La Filosofia alleata della Religione, cit., pp. 10-11.
[62] Cfr. Discorso filosofico dellÕindole della Veritˆ, e delle Opinioni, cit., pp. 26-28.
[63] Locke dal 1734 era un autore proibito. La sua riproposta significa per Amaduzzi conciliare i diritti della ricerca con i doveri del credente: cfr. il cit. Nei Çripostigli della buona FilosofiaÈ, pp. 42-43. Sulla fortuna di Locke nel 1700 e la diffusione del suo pensiero da parte di Amaduzzi, cfr. Montanari, Amaduzzi, Scipione DeÕ Ricci ed il ÔgiansenismoÕ italiano, cit., passim.
[64] A pag. 44 di questo stesso ÇdiscorsoÈ, Amaduzzi parla dellÕÇoriginale ignoranzaÈ dellÕuomo.
[65] Qui Amaduzzi sembra riflettere quel passo della Scienza Nuova di Vico dove si parla dellÕimportanza del lavoro filologico per avere la Çcoscienza del certoÈ, differenziandosi cos“ dal Bert˜la della Filosofia della storia, il quale non si cura di accertare le ragioni degli scrittori del passato Çcon lÕautoritˆÈ della filologia, convinto comÕ� a priori di un primato dei modelli classici.
[66] Cfr. Montanari, Amaduzzi, Scipione DeÕ Ricci ed il ÔgiansenismoÕ italiano, cit., p. XXVIII, nota 7. Pronunciato il terzo ÇdiscorsoÈ, Amaduzzi scrive a Girolamo Pompei, il 4 febbraio 1786 (Manoscritti n. 28, BFSA), che ha intenzione di stampare la sua dissertazione, Çsenza assoggettarla alle mutilazioni di Frati superstiziosi, e fanaticiÈ.
[67] Cfr. I. Kant, Critica della ragion pura, Bari 1966, p. 7. Nella Prefazione alla I ed. [1781], Kant ricorda la Çfisiologia dellÕintelletto umano (per opera del celebre Locke)È (p. 6). Per altri passi in cui � cit. Locke, cfr. ad indicem, pp. 764-765.
[68] Cfr. I. Kant - B. Constant, La veritˆ e la menzogna. Dialogo sulla fondazione morale della politica, Milano 1996, p. 13.
[69] Cfr. Montanari, Amaduzzi, Scipione DeÕ Ricci ed il ÔgiansenismoÕ italiano, cit., p. XXXVIII. Si tratta di una lettera del 12 giugno 1790.
[70] Cfr. F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, II, Milano 1956, p. 377.