Antonio Montanari.
Rapporti culturali e circolazione libraria tra Venezia e Rimini nel XVIII secolo.
Sulla barca che, nel primo pomeriggio di martedì 28 giugno 1740, parte dal molo di Rimini diretta a Venezia, ci sono il medico e scienziato Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), e quattro «fanciulli» suoi concittadini che vanno a studiare presso Giuseppe Tommasini, maestro originario di Santarcangelo che da quindici anni abita in laguna [1]. Sono «due Buonamici, un Bentivegna, e un Pallotta»: portano cognomi importanti. Le loro famiglie, per educarli, cercano un clima intellettuale più vivace ed aperto di quello riminese (e dello Stato della Chiesa), caratterizzato da torpori post-arcadici e da paure verso il nuovo pensiero scientifico.
Il vescovo di Rimini monsignor Giovanni Antonio Davìa è stato il primo ecclesiastico in Italia, nel 1722, ad avversare nella propria diocesi la diffusione del Saggio sull’intelligenza umana di Locke, con largo e significativo anticipo rispetto alla condanna romana del 1734, in cui egli giuocò un ruolo fondamentale, giudicando quel filosofo «cento volte più pericoloso del Machiavelli» [2].
La Biblioteca pubblica, intestata al suo creatore Alessandro Gambalunga [3], manca dei libri più importanti apparsi nell’ultimo mezzo secolo: lo scrive nel 1744 il chierico Stefano Galli [4] allo stesso Bianchi, preannunciandogli un viaggio proprio a Venezia per acquistare titoli di varie discipline («Fisica, Storia Naturale, Medicina, e sue parti, Mattematica, Istoria, &cc»). Galli aspetta i suggerimenti di Bianchi, in attesa che, dopo le misure precauzionali prese in sèguito alla peste di Messina, si riaprano i «passi» per Venezia.
L’incarico gli è stato affidato dal direttore della Gambalunghiana, conte Lodovico Bianchelli, intenzionato a modificare certi costumi cittadini: «Spero che questa Libraria non sarà in avvenire ridotto da ciarle, ma luogo unicamente di studio, tanto più che il suo degno scolare il Chierico Galli mi farà da sottobibliotecario»: in questa lettera diretta a Bianchi (23 ottobre 1742), il direttore gambalunghiano si augura che in futuro non accada più come «anni adietro», quando alcuni visitatori ebbero modo di stampare «che la nostra Libraria quanto è copiosa di volumi altrettanto è mancante d’ogni buon libro, così essendogli, come egli scrive, stato riferito dall’Ignorante Bibliotecario che la custodiva». Bianchelli sembra riferirsi al suo immediato predecessore Antonio Brancaleoni che tenne l’ufficio a partire dal 1715.
Bianchi non poteva non essere d’accordo: lui stesso aveva scritto, il 27 maggio 1739 a Ludovico Antonio Muratori, che le opere di quest’ultimo non erano presenti in Gambalunghiana. Contrasta con la disattenzione delle pubbliche istituzioni culturali, l’interesse agli studi dimostrato dagli allievi della scuola privata di Planco [5], per i quali egli svolge il ruolo di consigliere che suggerisce libri soprattutto in campo scientifico.
Nello stesso 1739, il 2 febbraio, Bianchi scrive a Bergamo al teatino padre Anton Francesco Vezzosi [6] che Rimini è «un paese dove non s’intendono gran fatto novità letterarie, perciò di questo io sarò sempre più digiuno che Ella che si trova in un paese migliore». Bianchi si teneva costantemente informato sulle novità editoriali e culturali anche attraverso i suoi numerosi corrispondenti. Una fonte privilegiata era il suo ex allievo Giuseppe Garampi da quella Roma considerata dal giovane erudito riminese come una «città di negozi» in cui si stentava a trovare «novità letterarie» [7].
La barca dei quattro studenti riminesi e del dottor Bianchi verso la mezzanotte del 28 giugno si trova in mezzo ad «una burrasca, che non ci permise nemeno d’entrare nel porto di Chioggia, ma bisognò fermarsi in un altro Canale vicino chiamato Brondolo, che è un Isola dove ci trattenemmo fino a mezzogiorno del Giovedì, indi passammo a Venegia», come leggiamo in una lettera che il 2 luglio Bianchi indirizza a mons. Antonio Leprotti [8], che era stato suo primo maestro di Anatomia a Rimini e che gli aveva consigliato d’intraprendere gli studi medici.
E’ un viaggio nato male: invitato dal vescovo di «Città nuova» mons. Gasparo Negri [9] a visitare le «spiagge d’Istria, e del Friuli» nell’autunno precedente, Bianchi è stato costretto a sospendere e rimandare ripetutamente la partenza per il «male acuto» manifestatosi in una sua cliente dopo il parto, come racconta lui stesso a Leprotti. Al quale però non confida un segreto che possiamo invece leggere nell’autobiografia latina pubblicatagli da Giovanni Lami [10]: nello stesso periodo si era ammalata, ed era poi morta, un’altra paziente a cui Bianchi teneva moltissimo, un’amica che definisce donna superiore per bellezza, ingegno e costumi. A causa della sua scomparsa, scrive, provò così grande tristezza che da quel momento gli amici e la città presero ad essergli insopportabili. Si trasferì dunque a Venezia, egli spiega, non tanto per divertirsi, come aveva deciso prima, quanto per liberarsi dal dolore che lo aveva colpito. All’immagine convenzionale, e per certi tratti molto settecentesca, di Venezia città del piacere e del vivere sensuale, Bianchi contrappone quella di un luogo su cui semplicemente proiettare le dolorose vicende personali, da lui narrate con echi letterari (presenti in tutta la sua autobiografia latina): sembra, fatte ovviamente le debite proporzioni, di riascoltare infatti il lamento di Francesco Petrarca che fugge da «ogni segnato calle» per fare acquetare «l’alma sbigottita» (Canzoniere, CXXIX, Di pensier in pensier, di monte in monte).
A parte questo aspetto che tocca non soltanto la sua esperienza umana ma pure la sua qualità di scrittore non sempre presa in considerazione, sottolineerei l’importanza che sotto il profilo biografico acquista il viaggio a Venezia, appunto perché nell’autobiografia latina esso è collegato a questa dolorosa esperienza d’amore, di cui si dovrebbe tener conto per una valutazione più completa (o meno superficiale) della personalità planchiana.
A Venezia Bianchi si era già recato altre volte in precedenza, come ricorda in quella stessa autobiografia: nel 1720, quando conosce Benedetto Bacchini a Padova, e visita la laguna accompagnato dal botanico Giovanni Caccia, per studiare il litorale veneto, assai pieno d’erbe e di conchiglie [p. 359]; e nel 1722, allorché familiarizza con Ludovico Contarini [p. 361].
Anche nel 1740 Padova figura nel suo diario di viaggio. Gli incontri che vi ha, dal 14 al 16 luglio, non sono soltanto momenti in cui rivedere i «vecchi amici» quali Morgagni, ma soprattutto occasioni per tentare di programmare il proprio futuro di scienziato: gli è stata fatta balenare, da due Riformatori di quello Studio (Pietro Pasqualico e Lorenzo Tiepolo), la «speranza» di salire sulla Cattedra patavina quale «Medicinæ professor primarius» [11]. Per molte settimane, durante il suo viaggio, è un susseguirsi di abboccamenti, promesse, garanzie ed incertezze, sino alla delusione finale [12]. Il 4 luglio incontra a Venezia Giovanni Pasqualico, Riformatore dello Studio patavino (e fratello di Pietro), a cui dona copie di alcuni suoi scritti.
Dopo Padova, Bianchi va a Vicenza e Verona, ritornando a Venezia il 23 luglio: lo stesso giorno e quello successivo, Planco scrive di aver saputo, prima da altra persona (il tipografo-editore Giambattista Pasquali) e poi dallo stesso Giovanni Pasqualico, che questi aveva «avuta la bontà di propormi ai suoi Compagni Riformatori per la Cattedra primaria di Medicina Teorica in Padova, raccomandandomi con calore ai suoi Colleghi, e lasciandogli questo ricordo di me giacché egli esce in breve dalla Carica di Riformatore». Bianchi, come gli precisa Giovanni Pasqualico, era stato anche «raccomandato dal Sig. Cav. Foscarini Ambasciatore a Roma». Il 28 Planco apprende da Apostolo Zeno che il Procuratore Tiepolo «avea risposto che aveano scritto offrendo quel Posto ad un Professore attuale, ma che non si sapeva, se avesse accettato». Due giorni prima, Bianchi ha consegnato ad Apostolo Zeno due copie del suo De conchis minus notis (un trattatosui Foraminiferi), destinate rispettivamente allo stesso Tiepolo e ad un altro Procuratore, Giovanni Emo che è tra i più importanti protagonisti della vita politica veneziana [13]. (Come si vedrà, all’Emo il volume sarà consegnato però da altra persona.) Sull’argomento, Planco torna il 30 luglio ed il primo agosto con il Bibliotecario di San Marco, Zannetti (il quale gli conferma che il Procuratore Tiepolo aveva parlato in suo favore, ed aggiunge che «se ora non si veniva» a capo dell’affare di Padova, «si poteva venire altra volta»).
Il dottor Bernardino Zendrini [14], l’8 agosto, lo rassicura: «mi disse che un suo Amico avea parlato al Signor Procuratore Emo e che questi era restato persuaso di quello che fosse il bisogno dello Studio di Padova». Il 16, lo stesso Zendrini informa Bianchi: ha presentato il De Conchis al Procuratore Emo, «il quale gli aveva detto che credeva che il Piacentini avrebbe accettata la prima Cattedra di Padova, e quando questi non l’avesse accettata c’era il Mazzini che dovea esser posto in considerazione avendo stampato». Apostolo Zeno chiede a Planco «se io avessi accettata quella del Mazzini quando me l’offrissero, al che io restai dubbioso per non sapere che sorta di stipendio dieno a Professori della seconda Cattedra». (Più che questione di denaro, era un problema di prestigio, per Planco.)
La delusione arriva il 20 agosto, e Bianchi la registra nel suo diario con un apparente, elegante distacco. Il signor Procuratore Lorenzo Tiepolo gli manda dire «che era restato molto soddisfatto della visita che io gli avea fatto, e del mio parlare, e che gli spiaceva che ora per l’impegno corso col Piacentini non c’era luogo in Padova, ma che egli avrebbe memoria di me per favorirmi nella prossima vacanza» di Cattedra. Giacomo Piacentini, nel mondo accademico, è più noto di Giovanni Bianchi, il quale oltretutto vive in quella lontana provincia pontificia da cui l’anno dopo scappa, avendo ricevuto l’incarico di insegnare Anatomia umana all’Università di Siena. (Nell’autobiografia latina, Planco attribuisce la responsabilità del fallimento della sua candidatura all’Emo ed all’ascendenza di cui egli godeva presso i colleghi.)
A Venezia, leggiamo nel diario, Bianchi il 20 luglio apprende che «era stato creato papa il Sig. Card. Lambertini», suo amico e fautore (come precisa nell’autobiografia latina). Di Benedetto XIV, appena rientrato a Rimini, Bianchi scrive ad un conoscente veneziano: «Come uomo d’età, e di mente robusta fa sperare un buon regimento anche in pro’ delle lettere e de’ letterati ristabilito però che sia alquanto l’erario, reso esausto dalle fabbriche, e dall’altre spese antecedenti».
Questo conoscente veneziano è Giuseppe Smith, «ricchissimo Mercatante Inghilese che ha una raccolta grandissima di libri rari» [15], appunta Bianchi nel diario sotto la data del 2 luglio. Le tappe quotidiane di Planco sono studiosi, bibliotecari, collezionisti, librai [16] e tipografi.
Ai «Tolentini cioè a Teatini», il 4 luglio incontra il concittadino padre Francesco Maria Banditi [17], «vecchio amico, uomo di buon senso e che ha molti belli libri spezialmente di Teologia dommatica, e Polemica, e di belle lettere». Banditi lo conduce «dal Padre Bergantini suo Confratello uomo garbato il quale insieme con un Prete che si chiama il Dott. Calza [18] sta compilando un Dizionario grossissimo italiano dove mi disse che saranno tutte le voci italiane, e massimamente delle Arti».
Giovanni Pietro Bergantini pubblica nel 1745 a Venezia presso Pietro Bossaglia le Voci italiane d’autori approvati dalla Crusca, nel Vocabolario di essa non registrate[19], in cui sono ‘spogliati’ tre scritti minori di Bianchi, biograficamente importanti perché costituiscono il suo debutto editoriale: essi riguardano il fenomeno delle Aurore boreali, e sono stati presentati (tra 1738 e ’40) a Venezia nei tomi XVII e XXI della Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici del camaldolese padre Angelo Calogerà [20]. Di Bergantini ricordiamo un soggiorno a Rimini tra 1715 e 1717, come si ricava dai Capitoli della locale Casa di Sant’Antonio [21]. Lui stesso ne parla con rimpianto in una lettera del 1719: «La lontananza da Rimini troppo mi dispiace, troppo mi sta sul cuore. Ci vuol pazienza. Iddio vuol così; sia fatta la sua santissima volontà» [22].
Nello stesso 1719, il 7 luglio, Bianchi si era laureato presso la Facoltà di Medicina e Filosofia dell’ateneo bolognese che aveva iniziato a frequentare nel novembre 1717, dopo una giovinezza tormentata da problemi economici conseguenti alla prematura scomparsa del padre, avvenuta quando aveva soltanto otto anni; e dopo una carriera scolastica alquanto irregolare e prevalentemente da autodidatta.
All’inizio del gennaio 1718 a Venezia appare il primo numero del Mercurio storico e politico, un mensile pubblicato da Alvise Pavini. A Bianchi un suo concittadino, Carlo Antonio Battaglini, chiede notizie da Rimini su questo nuovo periodico. Bianchi gli risponde da Bologna che «è un libretto italiano stampato in 12 aguisa d’una dottrina», e che «ne fanno uno al mese». Bianchi non ha molta simpatia per questo genere di pubblicazioni, stando a quanto scrive di due suoi compagni anconetani che studiano con lui Medicina, e che definisce «sciocarelli» a causa della loro abitudine di «leggere i giornali di Venezia». Per «questo debole studio», aggiunge forse con malcelata invidia, essi «sono tenuti, o per meglio dire si tengono d’essere i primi Uomini del mondo, e perciò danno temerariamente d’ogni autore in che lingua sia, e che che si tratti il suo giudicio».
Per comprendere l’atteggiamento di Bianchi verso le novità editoriali veneziane, ricordiamo che egli a Rimini aveva frequentato, a partire dal 1715, l’Accademia «di scienze, e d’erudizione» fondata da Giovanni Antonio Davìa, recitandovi quattro dissertazioni sulle Odi di Pindaro, oltre a compendiare quelle altrui in qualità di segretario del consesso. L’Accademia riminese è simbolo e luogo d’elezione di una mentalità che trionfa in quegli anni soprattutto nell’Arcadia romana, con gli spiriti eruditi, più autoritari che moderati, di Giovanni Mario Crescimbeni. Attraverso le riunioni accademiche riminesi, Bianchi si era abituato ad avere un culto del passato che oscillava tra rimpianto e progetto di restaurazione di modelli letterari ormai inadeguati ad interpretare i tempi nuovi. Così gli sfuggivano i significati di fondamentali esperienze, come quella di Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) che nel 1703 aveva pubblicato i Primi disegni della repubblica letteraria d’Italia.
Negli altri centri di cultura riminesi all’inizio del Settecento, il convento domenicano di San Cataldo e la scuola dei Gesuiti, lo studio della Filosofia è improntato ai canoni dell’aristotelismo, dai quali si distacca nettamente invece l’insegnamento impartito al Seminario riminese da Antonio Leprotti (medico personale di Davìa, e poi archiatro pontificio). L’ostilità della gerarchia ecclesiastica verso il nuovo pensiero scientifico è ricordata da Planco nell’autobiografia latina, quando scrive che ad un padre dei Minimi riminesi, Giovanni Bernardo Calabro, fu imposto dal suo Generale di allontanarsi dai «giardini di Epicuro» [pp. 354-355]. Davanti allo scontro tra l’aristotelismo interpretato in una chiave esclusivamente dogmatica, e la ventata rivoluzionaria portata dalla rilettura di Epicuro [23] attraverso Gassendi, Planco sposerà la causa delle innovazioni introdotte dalla fisica di quest’ultimo.
Al convento domenicano di San Cataldo è legata la memoria riminese di un giovane veneziano che vi giunge nel luglio 1720, per iniziare una nuova stagione di studi. Il padre medico vuole che il ragazzo segua la sua stessa carriera, possibilmente con maggior preparazione della propria (dall’Umbria se n’è appena andato, perché guardato con occhio non troppo benevolo dai colleghi). Quel giovane si chiama Carlo Goldoni, ed è destinato a diventare allievo del professor Candini, docente di Filosofia, del quale ricorderà la noia mortale a cui erano improntate le sue lezioni: era «dolce, savio, erudito; aveva grandi meriti, ma era tomista nell’anima, non poteva scostarsi dal suo solito metodo» [24]. La logica aristotelica gli rimbomba inutilmente in testa, mentre la passione intellettuale giovanile corre verso il teatro: ha soltanto quattordici anni, ed avverte già intensamente la vocazione del commediografo, «il prurito» (sono parole sue) della composizione letteraria.
Nell’aprile 1721 Carlo Goldoni frequenta il teatro pubblico di Rimini nel quale recita la compagnia di Florindo de’ Maccheroni, e dove fa amicizia con giovani attrici che lo accolgono generosamente pure nelle loro case. Il teatro di Rimini è nell’ex salone delle Arringhe o dei Parlamenti, nel palazzo comunale: lo ha costruito nel 1681 l’architetto veneziano Pietro Mauri, su licenza del Consiglio generale cittadino che gliene decretò la concessione [25]. (Un altro teatro riminese è quello Arcadico di via Clodia, inaugurato dopo i restauri nel 1732 con un dramma di Apostolo Zeno [26].)
Carlo Goldoni è ospite del «signor Battaglini, negoziante e banchiere, amico e compaesano» di suo padre Giulio (originario di Modena). Dopo il passaggio dall’Umbria a Rimini, la famiglia Goldoni si è divisa: il padre è ritornato alla città natale, mentre la madre Margherita Salvioni con il figlio Giampaolo di otto anni, è andata a Chioggia. Carlo vuole raggiungerla. La celebre pagina della fuga da Rimini e del viaggio nella barca dei comici verso Chioggia, è costruita con un grazioso apparato scenico: «Comincio col parlarne al mio ospite, che si oppone assai vivacemente; insisto, lui ne informa il conte Rinalducci» (un riminese amico di famiglia, conosciuto a Venezia dove stava con moglie e figlia); «tutti mi sono contrari. Fingo di cedere, sto quieto; il giorno stabilito per la partenza metto due camicie e un berretto da notte in tasca; vado al porto, entro nella barca per primo, mi nascondo ben bene sotto la prua; avevo con me il mio scrittorio tascabile, scrivo al Battaglini, gli faccio le mie scusa; è la voglia di rivedere mia madre che mi trascina». E’ l’addio anche ai princìpi della Scolastica ed ai suoi sillogismi. Carlo Goldoni ha altri desideri: vuole d’«imparare la filosofia dell’uomo, la buona morale, la fisica sperimentale». E’ una confessione che conferma quanto sappiamo dalle altre fonti sulla chiusura dell’ambiente culturale incontrato a Rimini. Dove il commediografo veneziano torna nel giugno 1743, assieme alla moglie, durante la guerra di successione austriaca.
Quando Bianchi si reca a Venezia nell’estate del 1740, «porta con sé le migliori monete del suo museo», che fa vedere «ai collezionisti e ai curiosi», mostrandosi orgoglioso in particolare di un rarissimo esemplare: «Carlo Goldoni, che ben conosceva Rimini e aveva famigliari i suoi personaggi, nella commedia La famiglia dell’antiquario, potrebbe essersi ispirato in una battuta al nostro medico antiquario che andava mostrando con puerile fierezza nei caffè e nelle botteghe di Rialto il suo Pescennio». [27] Bianchi non è però un personaggio patetico o puerile come lo si vuol far apparire, seguendo approssimativi schemi accreditati da una lunga tradizione biografica colpevole di non aver voluto approfondire la conoscenza dello scienziato riminese attraverso le tante carte da lui stesso lasciateci. Da appassionato d’Antiquaria, vanta i tesori della propria collezione con legittimo orgoglio, anche se con qualche comprensibile eccesso.
Quando sbarca a Venezia nel 1740, Planco non é uno sprovveduto provinciale, ma gode già di una discreta notorietà proprio per il ricordato De conchis,pubblicato l’anno precedente presso Giambattista Pasquali, come è attestato da una lettera del 12 febbraio dello stesso 1740 [FGLB, ad vocem], inviatagli dal teatino padre Paolo Paciaudi: nella bottega di Pasquali («uomo pieno di cortesia»), «ove stavano a crocchio alcuni saccenti, si ragionò di molto sull’erudito Dottor Bianchi».
Nel diario veneziano il 6 luglio Bianchi ricorda l’incontro con un giovane studioso, il medico ed elettrologo Eusebio Sguario che aveva licenziato due anni prima a Venezia presso Bossaglia una Dissertazione sopra le aurore boreali: «Riconoscendomi fecemi un complimento, e molte esibizioni, segno che egli non ha letto l’ultimo tomo degli Opuscoli del Calogerà cioè il XXI», dove Bianchi lo critica definendolo «cotanto Saccente» [28].
Del successivo tomo XXII degli Opuscoli, in cui presenta una sua «Pistola sovra una Bambina nata in Sant’Elpidio con due teste» [29], Bianchi prende visione proprio a Venezia presso il ricordato dottor Bernardino Zendrini.
Il 9 luglio, nella bottega di Pasquali, Planco incontra il padre lettore Antonini, domenicano de’ Gesuati, «uomo di buona mente con cui si discorse di varie cose, e si lesse l’estratto fatto nelle Novelle di Firenze del mio libro, il quale estratto è fatto molto favorevolmente». Bianchi si riferisce all’articolo pubblicato da Lami (25 giugno 1740, n. 26), dove si recensisce il De conchis, e si dice che l’autore è celebre medico ed anatomico rinomato, «ben fondato nelle cognizioni delle migliori Filosofie, e delle Matematiche, e peritissimo della Storia Naturale, e della medesima diligente osservatore» [30]. Già nel n. 7 delle Novelle (12 febbraio) Lami si era occupato del De conchis, scrivendo che quel libro era stato recensito nel primo volume del veneziano Giornale de’ Letterati d’Italia, il quale faceva sèguito a quello di Apostolo Zeno. Nel giro di pochi anni il De conchis è conosciuto a livello europeo, come ci avverte ancora una volta il foglio di Lami (12 aprile 1743, n. 15), dove leggiamo che Bianchi, per le sue scoperte in questo campo, è stato definito «Linceo» da Gian Filippo Breynio, professore di Storia Naturale in Danzica [31].
Il De conchis aveva fatto conoscere per via epistolare a Bianchi un sacerdote di San Vito al Tagliamento, l’abate Anton Lazzaro Moro il quale il 3 agosto 1739 gli aveva chiesto in omaggio una copia del volume: «Arrivatami in questo estremo Canton d’Italia, dov’io dimoro, la contezza dell’esser alla luce delle stampe uscita un’Opera di V. S. Ill.ma trattante De Conchis minus notis, proccurai subito procacciarmene da Venezia una copia. Ma n’ebbi in risposta che V. S. Ill.ma con Generosità propria d’un’animo grande ricusa di esporre l’Opra sua in vendita, e che l’ha destinata in dono a que’ soli, che degni di tal’onore saranno da lei riputati» [32]. Aveva aggiunto Moro: «Vado anch’io scrivendo sopra l’andata delle Marine Produzioni su’ monti: e se ma’ in acconcio caderammi d’inserirvi, non solo il di lei riverito Nome, ma i di lei pregiati sentimenti ancora, lo farò certamente co’ dovuti segni di stima e d’onore, unendo le mie fioche voci al rimbombo di colei, Che trae l’uom dal sepolcro, e in vita il serba. Il 31 agosto Moro ringrazia Bianchi per la generosità e la prontezza con cui ha aderito alla sua richiesta [33].
Di origini modeste, Moro intraprende la carriera ecclesiastica presso il Seminario di Portogruaro, divenendo sacerdote nel 1710. Negli anni successivi approfondisce gli studi di Anatomia, Fisiologia, Lettere, Matematica, Meccanica e Storia naturale. Nel 1721 assume la direzione del Seminario di Feltre, insegnando pure Filosofia. Quindi apre un collegio privato a Portogruaro, trasferito poi a San Vito [34].
Il trattato di Moro, intitolato De’ crostacei e degli altri marini corpi che si truovano su’ monti, proprio nel luglio 1740 era in composizione a Venezia presso il tipografo Stefano Monti. Bianchi ne parla 6 luglio con il libraio Giovanni Manfré, a cui Moro fa capo per la sua corrispondenza e per scambi di libri [35]. Dal diario planchiano apprendiamo che «questo libro non s’era per anche potuto cominciare a stamparsi a cagione che avea incontrate delle difficoltà col Sant’Uffizio» [36].
Il 4 agosto finalmente (chez Pasquali) avviene l’incontro fra Bianchi e Moro che il riminese, nelle annotazioni di viaggio, definisce «suo amico». L’argomento della conversazione è «l’andata de’ Corpi marini che su monti si trovano», lo stesso che riempie la loro corrispondenza ed il trattato De’ crostacei. Quattro giorni dopo, l’8 agosto, Bianchi dedica un velenoso paragrafo del diario proprio al libro di Moro: «Sarà più di 60 fogli in 4° con otto figure in Rame. Egli ne stamperà 1.000 copie, e paga 19 lire per foglio. L’opera dunque sarà lunga, ma non so poi se da per tutto sarà squisita, attesocché non sembra il Sig. Abate gran filosofo, né molto informato della materia che ha intrapreso a trattare».
Il carteggio [37] chiarisce a sufficienza l’origine di questa severa sentenza in cui Bianchi ancora una volta esprime il suo atteggiamento da dotto talora arcigno e talaltra pur anche dogmatico, che sentenzia soltanto grazie al suo ruolo di maestro ed erudito, indipendentemente dalla validità scientifica delle proprie opinioni o degli altrui risultati. (Nelle Leggi dei rinnovati Lincei, 1745, Planco scriverà paradossalmente che prima vengono i pareri dei «dottissimi filosofi», poi «l’investigazione della stessa natura»). Secondo Moro, la crosta terrestre è stata cacciata «dal fondo del mare insù [...] da sotterranei fuochi» [p. 245]. Invece Bianchi propende per quella «comunissima» opinione «che al Diluvio rapporta l’andata de’ Marini Corpi su’ monti» [38].
Il libro (in cui ripetutamente si cita il De conchis di Bianchi), sarà pronto soltanto il 23 settembre: il giorno successivo Moro ne invierà una copia a Bianchi, scrivendogli: «Vi troverà per entro alcuni pensieri discordanti da’ suoi, ma non impertanto io spero, ch’ella non sarà per dispettarsene: anzi ho questa fiduzia, che additarmi ella non ricuserà qual’impressione facciano nell’animo suo sì fatti miei pensieri, e le pruove loro» [39].
La lettera reca un post scriptum: «Il libro si è consegnato nella barca del Paron Domenico Riga, che partirà questa sera: e si è accompagnato con una finta lettera segnata col di lei riverito nome». Secondo il primo editore delle lettere di Moro a Bianchi, Francesco Luzj (1897), «questo sotterfugio [...] forse fu adoperato per evitare le noie della dogana e del S. Uffizio» [40]. L’ipotesi è confermata, per quanto riguarda il controllo religioso, dalla frase (inedita) che ho riportato dai diari planchiani, dove si apprende che il ritardo nella pubblicazione del volume di Moro derivava dalle «difficoltà col Sant’Uffizio».
Ciò che metteva in sospetto i censori dell’opera di Moro, è quel suo sostenere, come lo stesso sacerdote scrive a Bianchi il 7 aprile 1740, il primato delle «chiare ed innegabili verità o delle Matematiche» rispetto ai «mille interpretamenti» a cui possono essere sottoposti i «Detti della Santa Scrittura». «Io per me queste due massime stabilisco», aggiunge Moro: il diluvio, in quanto miracolo, «è inesplicabile»; invece, monti e corpi marini che vi si trovano, «sono cose fisiche, visibili e palpabili». Quindi indiscutibili. Osserva Luzj: «Certo è coraggioso il prete che dice così, ma bisogna pure pensare ch’egli viveva sotto il governo della repubblica Veneta, mentre Bianchi era sotto il dominio pontificio» [41].
Ce n’era a sufficienza, nell’opera di Moro, per far dubitare il Sant’Uffizio [42]: il quale, se sospettò, non ne impedì la diffusione. Diversa sarà la sorte di un progetto editoriale di Bianchi, nel luglio 1744. Bianchi vuole pubblicare in Firenze presso Pietro Gaetano Viviani [43] la Breve storia della vita di Catterina Vizzani Romana che per ott’anni vestì abito da uomo in qualità di Servidore la quale dopo varj Casi essendo in fine stata uccisa fu trovata Pulcella nella sezzione del suo Cadavero [44]. Quell’autorità ecclesiastica si oppone «a cagione della parola piuolo che si mentova, e della descrizione che si fa del mal francese che quella donna diceva d’avere». («Anzi per parere uomo da vero un bel Piuolo di Cuojo ripieno di cenci s’era fatto, che sotto la camiscia teneva, e talora, ma sempre coperto a suoi Compagni per baldanza di soppiatto mostrava», leggiamo nella Breve storia. Circa l’altro particolare «del mal francese», Catterina con un Cirusico per due volte se ne dichiara affetta, e finge ovviamente di assumere i rimedi consigliati. In sintonia con questo atteggiamento, alle lavandaie che invece le interrogano perché vedono le sue camicie imbrattate «come quelle delle Giovani Donne a certa stagione», Catterina risponde che ciò procedeva «da piccolo male, che per amor di donne gli si era appiccato».)
Bianchi si difende sostenendo che non poteva togliere «una cosa di fatto, ed essenziale alla storia, e che non era né contro la religione, né contro i buoni costumi». Allora pensa di rivolgersi a Pasquali in Venezia, ma anche qui il Revisore per l’Inquisizione gli contesta quel «piuolo». Planco decide di puntare nuovamente su Firenze: pure stavolta sorgono altri ostacoli (è sfavorevole anche il Nunzio apostolico). A questo punto egli rinuncia alle autorizzazioni, e affida, su consiglio di Giovanni Lami, al tipografo fiorentino Andrea Bonucci un’edizione alla macchia.
Bonducci, nato nel 1715, è abituato a stampare clandestinamente: nel 1747 sarà punito per questa attività illegale, che egli giustifica adducendo gravi motivazioni economiche («Sono talmente povero, che per sussistere con onestà sono stato costretto ad intraprendere un negozio di stampa, dove colla mia fatica, ed attenzione vivevo e facevo vivere» [45]). Quando Bianchi gli propone il proprio testo, Bonducci ha da poco rilevato la tipografia (in via della Condotta) che aveva ridotto in estrema miseria il precedente titolare, Giovan Batista Stecchi. Viviani non ha voluto rischiare con un’edizione clandestina, avendo subìto nel settembre dell’anno precedente una perquisizione nella propria stamperia.
La Breve storia esce dunque a Firenze, ma con la «falsa data» (cioè il falso luogo) di Venezia, e reca oltretutto il nome di un tipografo realmente esistente in quella città, Simone Occhi. Dalla documentazione restataci degli archivi personali di Bianchi, non è possibile ricavare altre notizie: le uniche lettere di Simone Occhi conservate da Planco sono di un periodo successivo (partono dal 1759). Ma, a confermare l’ipotesi che il nome di questo tipografo veneziano sia stato apposto a sua insaputa, ci sono il Catalogo delle opere planchiane del 1757 (dove la Breve storia è l’unico testo di cui siano precisati soltanto luogo e data, senza l’indicazione dello stampatore), ed un’epistola di Antonio Cocchi che ricorda l’infruttosa ricerca dell’operetta a Venezia presso il medesimo Simone Occhi [46]. Il quale nel 1777 invece stamperà l’Orazion funerale in onore di Iano Planco, composta dal suo allievo Giovanni Paolo Giovenardi [47], e da questi recitata a Rimini nel Palazzo pubblico il 5 dicembre 1776.
Per celebrare Planco fu scelto Occhi e non Pasquali, con il quale Bianchi aveva tenuto una fitta corrispondenza d’affari [48], forse perché in sospeso con Pasquali c’erano dei debiti, anche se «in poca quantità», come leggiamo nel testamento di Planco del 5 giugno 1773. Occhi era un semplice libraio: aveva bottega senza stamperia, al contrario di Pasquali che al negozio univa anche la tipografia.
Nel suo testamento, Bianchi aveva disposto tra l’altro che l’orazione funebre in suo onore, senza l’obbligo di recitarla, venisse stampata «in 4° in buona carta, non in Rimino, né in Pesaro, ma in Cesena, o altrove ove siano buoni caratteri», con una tiratura di «cinquecento copie per distribuirle» [49]. La scelta cadde su Venezia forse per poter dare maggiore diffusione allo scritto commemorativo di Bianchi, e quasi simbolicamente sigillare con il nome di quella città un’avventura intellettuale che ad essa aveva fatto sempre riferimento, lungo il suo inquieto cammino.
Pasquali, negli anni successivi alla visita del 1740, pubblica di Bianchi varie opere, il De’ Vescicatori (1746), il De Monstris (1749, in due edizioni), l’Arte comica (1752), il Vitto pittagorico (1752). L’Arte comica gli procura una rapida ed «improvvisa», così la chiama Giuseppe Garampi, condanna all’Indice nello stesso anno della stampa [50]. Probabilmente la causa dell’avversione che Planco incontrò negli ambienti ecclesiastici sia riminesi sia romani con questo scritto, sono da rintracciarsi nella posizione eretica apparsa nel De Monstris, dove mette in discussione la perfezione naturale, presupposta dai filosofi scolastici.
Pasquali è anche colui che quasi sempre rifornisce Planco delle novità editoriali. Quando esce nel 1738 il quarto tomo «delle Mattematiche del Wolfio», padre Vezzosi da Bergamo prega Bianchi di procurarglielo a Venezia, avendo inteso che il medico riminese aveva «il comodo» di farselo inviare da quella città. Bianchi riceve quel volume non da Pasquali ma da un «amico», del quale si lamenta con lo stesso Pasquali: quel tomo gli «costerà assai più che se l’avessi preso da lei». Questo «amico», precisa con Vezzosi, è «un libraio di Venezia da cui io gli avea presi gli altri tre tomi delle opere mattematiche del Wolfio, da cui io avea scritto molte volte per avere il quarto, egli non aspettando ora che di nuovo glielo commettessi, me l’ha spedito, ed io per non aspettare altro ad avere il compimento dell’opera l’ho preso a quel prezzo che mel metteva, benché un altro libraio nello stesso tempo m’esibisse di farmelo venire da Torino per un prezzo che sarebbe quasi stato un quarto di meno. Io porto a Lei questa notizia acciocché possa intanto disporre di quello che avea fatto ordinare a Ginevra se mai le giungesse». Vezzosi riceve il tomo da Ginevra al prezzo di 18 paoli. Bianchi commenta: quel prezzo «è una cosa discreta essendo più del quarto meno di quello che me l’ha fatto pagare un ingordo libraio in Venezia» [51]. (Bianchi, tramite Vezzosi, si servì in varie occasioni «di mercanti bergamaschi per l’acquisto di libri in Isvizzera» [52].)
Un altro nome che ricorre spesso nella storia personale di Planco, sia come editore sia come corrispondente, è quello di padre Angelo Calogerà, già ricordato a proposito di alcuni scritti di Bianchi sulle Aurore boreali, ospitati nella Raccolta d’Opuscoli scientifici e filologici. Per completare le informazioni, occorre aggiungere che nel 1743 Calogerà gli pubblica (tomo XXVIII, pp. 331-350) una Relazione dell’Epidemia di buoi, che fu l’anno 1738; nel 1746 (tomo XXXIV, pp. 241-258), la Descritione del Tremuoto avvenuto nel 1672; nel 1747 (tomo XXXVII, pp. 361-408), il testo della dissertazione De’ Vescicatori uscito in volume l’anno precedente; e l’importante Storia medica d’una postema nel lato destro del cerebello (1751, tomo XLVI, pp. 169-200), che era il testo d’una dissertazione tenuta da Bianchi il 28 maggio 1751 nei suoi Lincei riminesi. Si tratta dell’esame anatomico riguardante un bambino di nove anni, il contino Giambattista Pilastri di Cesena, morto «ex Apostemate in lobo destro Cerebelli».
Planco qui dimostra che una lesione del cervelletto provoca una paralisi nel corpo dalla stessa parte del lobo offeso, non in quella opposta come accade per il cervello. Un’anticipazione di questa dissertazione che aprì lunghe e «feroci polemiche» [53], era stata fornita da Bianchi pochi mesi prima in appendice alla seconda edizione del De Monstris. Su questo argomento Bianchi ritorna con una Lettera che Calogerà stampa nel III tomo della Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici (1757, pp. 105-128), mentre l’anno precedente (1756, II tomo) gli ha pubblicato il De urina cum sedimento ceruleo (pp. 1-10), e due lettere sull’annosa questione del Rubicone [54] che divideva duramente, anche allora, i romagnoli (pp. 321-378). Del 1759, sempre nella Nuova raccolta, è una dissertazione anatomica (tomo V, pp. 3-19 e 93-103), mentre risale al 1763 uno scritto archeologico sul Panteo Sagro [55] riminese (tomo X, pp. 365-456). Nello stesso anno Bianchi pubblica pure, sia sulle Novelle di Lami (XX, coll. 153-157) sia nelle veneziane Nuove Memorie per servire all’Istoria letteraria (I, pp. 356-358), la Lettera sull’inoculazione del vaiolo, inserendosi con parere contrario [56] nella discussa questione a fianco di un altro medico, il conte Francesco Roncalli Parolino, il quale fu accademico dei Lincei riminesi.
Sugli Opuscoli calogeriani appaiono infine scritti di alcuni autori che sono legati culturalmente a Bianchi. Ricordiamo la dissertazione lincea del medico marchigiano ed accademico planchiano Gaspare Deodato Zamponi [57], sulla riproduzione dei vermi negli intestini del corpo umano (Raccolta, tomo XLVII, 1752, pp. 83-116), in cui si sostiene, erroneamente, che essa avviene per parto e non con uova. E i Due discorsi dell’abate Giovanni Antonio Battarra, allievo e collaboratore [58] di Bianchi, sopra la fabbrica del porto [59] di Rimino (Nuova Raccolta, tomo X, 1763, pp. 457-516).
Altri testi planchiani appaiono a Venezia nelle Nuove Memorie (IV, 1760, pp. 230-234, lettera al padre Raimondo Adami di Firenze; pp. 289-296, lettera al dottor Giovanni Calvi di Milano; V, 1761, altra lettera al padre Adami, pp. 162-165).
Alcuni dei lavori di Bianchi usciti Opuscoli calogeriani, come le lettere sul Rubicone ed il Panteo Sagro [60], erano stati pubblicati in precedenza nelle Novelle di Lami. Quest’elemento, cioè l’uscita fiorentina in prima battuta e la successiva riproposta veneziana, indica uno spostamento dell’attenzione di Bianchi verso un differente orizzonte geografico, proprio mentre il baricentro culturale italiano si sposta da Venezia a Firenze: qui si fa largo «una mentalità nuova nella ricerca storica», mentre in Terra di San Marco si avvertono, sulla vita intellettuale, le conseguenze di una più vasta crisi politica [61].
Anche nel secolo precedente, Venezia era stata per Rimini un importante centro editoriale di riferimento: Bianchi lo sapeva bene, attraverso letture ed indagini bibliografiche. Egli stesso, nella biografia di Marco Battaglini [62], ricorda che questi aveva pubblicato a Venezia nel 1685 la Storia generale di tutti i Concilii, accrescendola in una seconda edizione apparsa tre anni dopo; e, tra 1701 e 1711, gli Annali del sacerdozio e dell’Impero. Trattando degli Annali, Planco aggiunge che il primo tomo fu stravolto all’insaputa del suo autore perché dai censori non erano state approvate alcune cose «quae aliquo pacto maiestati eorum reipublicae adversari viderentur»: l’episodio gli permette di concludere che «libri manu exarati semper videntur praeferendi, quippe qui genuinam Auctoris mentem ostendunt ab omni Censorum metu, et Impressorum ignoratia, vel malitia, semotam» (pp. 127-128).
Carlo Tonini ricorda [63] che molti autori riminesi pubblicarono a Venezia nel XVII secolo. Il nome di Giovanni Battista Buonadrata (1662-1706) appare in un’antologia del 1678 degli accademici romani che si chiamavano Infecondi. Cesare Latino Brancaleoni stampò opere teatrali (Floridoto, 1647 e Alcindo, 1651). Francesco Moderati, due commedie (La Giardiniera, 1615 e La finta Schiavetta, 1626).
Giuseppe Malatesta Garuffi (1655-1727) presenta a Venezia nel 1720 un Frasario che è la raccolta, come recita il sottotitolo, «di varii ingegnosi e pellegrini Translati, Metafore e Frasi». Garuffi, sacerdote, è stato dal 1678 al 1694 direttore della Civica Biblioteca Gambalunghiana, ed ha compilato tra l’altro una storia delle accademie italiane, L’Italia Accademica, il cui primo ed unico volume a stampa è apparso nel 1688: di essa ha riferito Apostolo Zeno in una lettera del 1698. (Garuffi aveva avviato un ampio progetto, sotto il titolo di Bibbioteca Manuale degli Eruditi: di lui, Planco avrebbe voluto scrivere una biografia per i Memorabilia di Lami.)
Per ricordare la presenza riminese a Venezia, va aggiunto che nel 1659 il riminese Giovanni Matteo Bustroni è creato Custode della Biblioteca di San Marco.
Tra gli Incogniti di Venezia (accademia fondata nel 1630 da Gian Francesco Loredano, personaggio caratterizzato da «una straordinaria doppiezza»: Inquisitore di Stato e burocrate di carriera, strumentalizza «a favore suo e degli Incogniti la protezione del potere pubblico» [64]), troviamo aggregati i riminesi Lodovico Tingoli, autore con Filippo Marcheselli, de I cigni del Rubicone (Bologna 1673), e Stefano Bonadies: le loro biografie sono pubblicate nel 1647 nel volume Le glorie degli Incogniti. (L’esemplare esistente in Gambalunghiana proviene dalla biblioteca personale del cit. padre Francesco Maria Banditi il quale lo lasciò a quella dei Teatini riminesi.) Nel profilo di Bonadies, che si era laureato a Padova in Filosofia, e che è detto «poeta di molto grido» (p. 402), si definisce Rimini «Città nobilissima della Romagna» (p. 401). Filippo Marcheselli fu autore di molti drammi, stampati anonimi, che furono rappresentati nei teatri veneziani [65].
Le Opere di Gian Francesco Loredano, fondatore degli Incogniti, appaiono in un atto notarile del 1719 relativo alla famiglia riminese degli Agolanti [66], contenente l’inventario delle «quattro scanzie di libri» conservati in un «camerino ad uso di biblioteca al primo piano», che ci permette di studiare la diffusione delle opere a stampa e la circolazione delle idee in un lungo periodo a cavallo fra il XVII ed il XVIII secolo: quasi un terzo di titoli è legato alla Storia, ma non mancano le letture spirituali e religiose, che assommano ad una ventina di titoli sul totale di 192 libri elencati [67].
Le provocazioni veneziane nella «biblioteca Agolanti» sono ben rappresentate dal Principe Hermafrodito, bizzarra storia di camuffamenti di una fanciulla presentata a corte come uomo e che poi si traveste da donna, assumendo il ruolo di sorella del principe. Ne è autore Ferrante Pallavicino, appartenente alla veneziana Accademia degli Incogniti: egli scrisse pure il Divorzio celeste, un pamphlet antiromano che lo confermava al margine della cultura cattolica ufficiale, in pericolosa contiguità d’intenti con i pensatori libertini; e altre opere contro i Gesuiti ed il papa Urbano VIII, per le quali fu catturato e condannato a morte come eretico nel 1644 ad Avignone. (Nel 1636 aveva abbandonato l’abito ecclesiastico vestito quattro anni prima alla Casa della Passione, e nel 1640 si era trasferito in Germania, convertendosi al calvinismo.)
Infine, segnalo che sono ben oltre ottanta, a partire dalla fine del XVI secolo, le opere con edizione di Venezia rintracciabili sulla base delle scarne e confuse annotazioni notarili relative alla biblioteca Agolanti, composta di circa duecento volumi.
Nella biblioteca personale di Alessandro Gambalunga [68], così come essa risulta da atto del notaio Mario Bentivegna (1620), figurano 1.439 titoli, corrispondenti a circa duemila volumi: le opere pubblicate da editori veneziani sono 371 (quasi il 26%), quelle provenienti da Anversa, «il secondo luogo più rappresentato», sono 68 (circa il 5%), alle quali fanno sèguito le 60 di Lione [69].
A Rimini nel 1580 era arrivato dal Veneto, e forse proprio da Venezia, il tipografo Giovanni Simbeni la cui ditta lavorò sino al 1693, «usando come marca una gru con una pietra nella zampa destra sollevata ed il motto Vigilat nec fatiscit. (Stessa marca è usata a Venezia da Giacomo Simbeni, probabilmente suo parente» [70]). Dalla sua stamperia uscì il 10 agosto 1660 il primo numero (rimastoci) della Gazzetta di Rimino, le cui notizie «cominciano sempre da Venezia; indi seguono quelle di Roma, di Napoli, di Parigi, di Londra, di Vienna ecc. Qualche parte vi hanno anche le notizie locali» [71]. Giovanni Simbeni era stato preceduto all’inizio del Cinquecento dal veneziano Bernardino Vitali, mentre nel 1782 arriva a Rimini un bassanese, Giacomo Marsoner, che si mette a stampare con successo «all’insegna della Provvidenza» [72].
Abbiamo visto all’inizio del nostro discorso che Bianchi, nel suo viaggio in barca, era stato accompagnato da quattro giovani riminesi che studiavano a Venezia. Nel diario planchiano, incontriamo un altro concittadino colà trasferitosi, il «marchesino Carlo Buonadrata», di una delle più illustri famiglie della sua patria (alla quale appartenne il ricordato accademico Infecondo Giovanni Battista Buonadrata), di gran lunga più importante, in quegli anni, dei Buonamici, Bentivegna e Pallotta già ricordati. «Il Sig. Marchesino», appunta Bianchi, «vive molto sobriamente in una casa angusta, e non ricevendo da casa che il puro suo mantenimento, non avvanzandogli alcun denaro per fare alcuna spesa per sé, o per servire alcun suo amico, come egli mi disse». Educazione spartana, si potrebbe pensare; ma forse siamo più vicini al vero se ricordiamo le scarse sostanze a cui la nobiltà dello Stato della Chiesa s’era ridotta in quegli anni: a Rimini il 5 febbraio 1741, con «lo Statuto esclusivo delle Femmine», per dare «riparo allo scadimento delle Famiglie», si era ad esempio provveduto ad una «vantaggiosa conservazione delle Case» privando le figlie delle rispettive eredità, eccettuata la parte legittima, in presenza di eredi maschi nella prole. Due decenni più tardi, nel 1763 si comincia a pensare ad un provvedimento che rafforzi i patrimoni famigliari, attraverso la proibizione dei matrimoni cosidetti «diseguali». Sono tutti atti che documentano un malessere sociale della vecchia nobiltà costretta a fare i conti non soltanto con i propri debiti, ma pure con le pretese di una borghesia in forte ascesa.
Nel diario veneziano del 24 luglio 1740 Bianchi racconta il suo incontro con il padre rettore del Collegio dei Nobili di Murano, con cui «si discorse di varie cose, e spezialmente dell’abuso di porre i figliuoli ne’ Collegi». In queste parole, si avverte come il ricordo di uno spirito di libertà che aveva portato Planco, a soli undici anni ad abbandonare la scuola dei Gesuiti, rifiutandone la didattica o per meglio dire la pedanteria.
Proprio nel 1740 Antonio Vivaldi lascia il suo incarico di maestro di violino e compositore presso l’Ospedale della Pietà, che è uno dei quattro collegi (o «conservatorj») dove si cerca di dare alle ragazze orfane od illegittime una formazione artistico-musicale per una carriera dignitosa che le riscatti dalla condizione d’origine, ma che tale sovente resta soltanto nelle speranze e nelle illusioni. Gli altri tre «conservatorj» sono l’Ospedaletto, gli Incurabili ed i Mendicanti.
I nomi degli Incurabili e dei Mendicanti ricorrono nella vicenda di Serafina Mularoni (ambientata fra 1794 e ’98). La ragazza, non essendo né orfana né illegittima, deve pagare una regolare retta, a cui dovrebbe provvedere il poeta riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla (1753-1798), assieme ad una zia della giovane originaria di Verucchio. Bertòla però naviga in brutte acque: agli amici dichiara apertis verbis la propria miseria, ha una grave malattia, e lo preoccupa l’evolversi della situazione politica e militare che esporta anche in Italia, con le armate napoleoniche, gli effetti della rivoluzione francese.
Alla ricerca di un impegno economico per lui meno gravoso di quello richiesto dai «conservatorj» veneziani, Bertòla colloca in un secondo momento, e per breve tempo, Serafina Mularoni in un monastero pesarese. Alla fine è costretto a convincerla di rinunciare all’idea di prendere l’abito, non potendo trovare nessun aiuto nella famiglia di lei, povera gente con il padre «falegname monco e malconcio tutto». E così Serafina diviene la governante dello stesso poeta, durante i lunghi mesi della sua malattia, prima di trovar marito, e forse una vita normale.
Il nome di Venezia torna due volte nella storia personale di Bertòla degli ultimi anni della sua vita. La prima è per la collaborazione al Nuovo Giornale Enciclopedico d’Italia[73]. che non cessò le pubblicazioni nel 1796 con la morte della curatrice Elisabetta Caminer Turra, figlia del fondatore Domenico [74], ma continuò nel ’97 presso il tipografo-libraio veneziano Giacomo Storti, avendo quale redattore proprio il poeta riminese che dovette sottoporsi ad una fatica «più grande ch’io non credeva».
La seconda occasione veneziana è molto più complessa e tormentata [75]. Il 21 ottobre 1796 Bertòla parte in diligenza da Rimini e fa tappa ad Imola. Il giorno seguente raggiunge Bologna, dove si ammala e rimane fino al 2 dicembre. A molti dei suoi corrispondenti egli lascia credere di aver abbandonato Rimini per recarsi a Pavia, allo scopo di riottenere la pensione d’insegnante in quell’Università, e di riscuoterne gli arretrati. La verità è un’altra. Tenta di trascorrere l’inverno a Firenze, governata da Ferdinando III di Lorena fratello dell’imperatore d’Austria Francesco II, per poi passare a Vienna [76]. Qui Bertòla era ben conosciuto, per avervi soggiornato nel ’78 all’epoca della Nunziatura del concittadino Giuseppe Garampi.
Tre giorni prima della sua partenza, il 18 ottobre, era cominciata in tutta la Romagna la cattura dei giacobini, portati il 19 a Rimini e di lì nel forte di San Leo. Anche Bertòla correva il rischio d’essere incarcerato nella caccia ai sostenitori del partito oltremontano, per la nomea di «illuminato» che si era acquisita. In questo scenario, egli tenta di fuggire a Firenze, anche per non ritornare in Lombardia, dove governano i francesi. Il destino vuole che la malattia lo blocchi a Bologna: la città dal 16 ottobre fa parte della Cispadana. Da una sua lunga missiva del 29 novembre 1796 a Storti [77], apprendiamo il motivo della scelta di Firenze: non gli era riuscito di ottenere un permesso d’ingresso nella Repubblica veneta. Bertòla il 3 dicembre decide infine il ritorno a Rimini [78].
Mezzo secolo circa prima di queste vicende, un oscuro poeta riminese, Antonio Maria Brunori [79], aveva composto il sonetto intitolato In lode dell’augustissima Repubblica di Venezia. scrivendo che la «Libertà latina», dopo la rovina dell’Impero, aveva trovato riparo «tra l’alga e la canna» della Laguna, e lì «rinacque / Col Corno augusto in capo e Toga al seno». A Bertòla invece era rimasto precluso il rifugio in Terra di San Marco.

NOTE

[1] Il diario del soggiorno veneziano è in Viaggi 1740-1774 (conosciuti anche come Libri Odeporici) di G. BIANCHI, SC-MS. 973, Civica Biblioteca Gambalunghiana di Rimini [BGR]. Sulla figura di Bianchi, rimando a questi miei lavori: Modelli letterari dell’autobiografia latina di Giovanni Bianchi, «Studi Romagnoli» XLV (1994, ma 1997), pp. 277-299; La Spetiaria del Sole, Iano Planco giovane tra debiti e buffonerie, Rimini 1994; G. B. studente di Medicina a Bologna (1717-19) in un epistolario inedito, «Studi Romagnoli» XLVI (1995, ma 1998), pp. 379-394; Due maestri riminesi al Seminario di Bertinoro. Lettere inedite (1745-51) a G. B., «Studi Romagnoli» XLVII (1996, ma 1999), pp. 195-208; «Lamore al studio et anco il timor di Dio», Precetti pedagogici di Francesco Bontadini commesso della «Spetiaria del Sole» per Iano Planco, suo padrone, «Quaderno di Storia n. 2», Rimini 1995; Tra erudizione e nuova scienza. I Lincei riminesi di Giovanni Bianchi (1745), «Convegno sulle Accademie romagnole», Studi Romagnoli, Forlì 2000, di prossima pubblicazione; Nei «ripostigli della buona Filosofia», Nuovo pensiero scientifico e censure ecclesiastiche nella Rimini del sec. XVIII, «Romagna arte e storia», n. 64/2001, pp. 35-54. Nel corso del presente lavoro, riprendo alcune notizie dai testi ora elencanti, senza ulteriori citazioni.
[2] Cfr. la lettera di Davìa ad Eustachio Manfredi del 17 dicembre 1722, in A. RO-TONDÒ, La censura ecclesiastica e la cultura, «Storia d’Italia V, II», Torino 1973, pp. 1486-1488: dai documenti ivi riportati, emergono il ruolo ed il «rigorissimo piglio censorio» di Davìa nella condanna del 1734, in riferimento alla vicenda di mons. Celestino Galiani, 1732. Galiani fu allora definito, oltre che lettore di Locke, anche giansenista, eretico ed ateo, con una significativa intercambiabilità di termini per delineare l’unico concetto di seguace della nuova Filosofia. Davìa è creato cardinale nel 1712 da Clemente XI (in tale occasione Rimini lo elegge ufficialmente suo protettore), e nel 1726 rinunzia alla Chiesa riminese. Trasferitosi a Roma, presiede il Sant’Uffizio e la Congregazione dell’Indice. Nel conclave del 1730 non è eletto papa per un solo voto. Nello stesso anno della scomparsa del porporato, avvenuta il 7 gennaio 1740, Bianchi pubblica a Venezia, anonimo, un «breve ristretto della sua vita» (intitolato Relazione delle solenni esequie, etc).
[3] Cfr. P. Delbianco, La Biblioteca Gambalunghiana, «Storia illustrata di Rimini», Milano 1989-91, pp. 1121-1136. Alessandro Gambalunga con il testamento rogato nel 1617, due anni prima della morte, disciplina l’uso pubblico della sua biblioteca, alla quale ha sempre permesso l’accesso del pubblico.
[4] Cfr. A. Montanari, Il contino Garampi ed il chierico Galli alla «Libreria Gambalunga». Documenti inediti, «Romagna arte e storia», n. 49/1997, pp. 57-74. Galli diventerà abate e poi minutante alla Segreteria di Stato a Roma. Quando Planco nel novembre 1745 ricostituisce a Rimini l’Accademia dei Lincei, lo nomina segretario perpetuo. Il 3 dicembre dello stesso anno, Galli tiene nell’Accademia planchiana una dissertazione «sopra l’utilità della lingua Greca».
[5] Nel 1720 (dopo aver conseguito il 7 luglio 1719 la laurea presso la Facoltà di Medicina e Filosofia a Bologna), Planco ha aperto nella propria casa una «pubblica gratuita scuola di Filosofia, Geometria, Medicina, Notomia, Botanica, Chirurgia, e Lingua Greca in vantaggio, e profitto della studiosa gioventù paesana, e forastiera»: cfr. G. C. Amaduzzi, Elogio di Monsig. Giovanni Bianchi di Rimino, apparso anonimo sull’Antologia romana, tomo II, 1776, pp. 227-229, 235-239. Il titolo di monsignore spettava a Bianchi quale archiatro segreto onorario pontificio. La Medicina era materia comune per tutti gli allievi. Alla scuola si affiancava un museo naturalistico ed archeologico (per gli studi di Antiquaria a cui Bianchi addestrava i discepoli).
[6] Vezzosi soggiornò a Rimini, tra 1726 e 1738, insegnando Filosofia nel Seminario vescovile: cfr. G. L. Masetti Zannini, I Teatini e la Nuova Scienza in Italia, estratto da «Regnum Dei», 1967, pp. 62-63. (Padre Vezzosi scrisse di aver insegnato «quella filosofia che appoggiata all’arte di pensare la più vera, fiancheggiata dall’esperienza, fa uso ancora delle matematiche, quello che dicono moderno» (ibid., p. 62). In questo saggio è pubblicato il carteggio Bianchi-Vezzosi. (Vi si parla pure del successo del De Conchis, a proposito del quale ricordiamo che l’opera ebbe una seconda edizione a Roma nel 1760.) Su padre Vezzosi cfr. una nota successiva.
[7] Cfr. in Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, Lettere al dottor Giovanni Bianchi, BGR [FGLB], ad vocem, 25.11.1750.
[8] Cfr. Lettere autografe di G. Bianchi a mons. A. Leprotti, (1733-1745), SC-MS. 963, BGR. Dalla cit. lettera di Davìa ad Eustachio Manfredi, merita di essere ripreso il passo conclusivo, in cui Davìa si scusa di essersi «un po’ diffuso sul libro» di Locke, «per averlo letto e perché mi è sembrato averne trionfato allorché l’ho tolto dalla mente e dalla mano del mio Leprotti, ch’ella ben sa non essere ignorante nelle materie particolarmente dove gioca la mente». Leprotti (che diverrà archiatro pontificio), era stato chiamato da Davìa ad insegnare nel Seminario riminese, assieme ad un altro valente medico, Felice Palese (che sarà Professore del Collegio Borbonico di Palermo).
[9] Negri è vescovo di Cittanova d’Istria (ora Novigrad) dal 1732 al 1742. Cfr. le sue lettere in FGLB, ad vocem. L’invito a Planco è ripetuto nel 1750, da Orsera. Nel 1753, Negri gli chiede un «Cattalogo delle sue opere» da consegnare ad un letterato inglese che doveva servirsene «nella relazione che medita fare de suoi viaggi» in Italia. Il padre di Negri era proprietario a Venezia di una spezieria nella quale «ci sta per Giovane uno di Savignano che ha per nome il Sig. Giovanni Turchi», come leggiamo nel diario planchiano (5 luglio 1740). Figlio d’uno speziale, Bianchi osserva: «Intesi qui come in Venezia si trovano 104 Spezierie, tra le quali ve ne sono moltissime possedute da uomini meschinissimi, alcuni de’ quali non hanno nemmeno il Mortajo di Bronzo».
[10] Cfr. Memorabilia Italorum eruditione præstantium, Firenze 1742, tomo I, pp. 353-407. Per l’episodio narrato, cfr. alla p. 386. Mi riferirò a quest’autobiografia chiamandola «latina» per distinguerla da altre composte in volgare.
[11] Ib., pp. 387-388.
[12] Sulla vicenda, cfr. G. Bilancioni, Carteggio inedito di G. Morgagni con G. Bianchi, Bari 1914, pp. 129-130; e A. Turchini, Il tentativo di I. Planco di salire sulla Cattedra del Cicognini nel 1740, «Quaderni per la Storia dell’Università di Padova», 1972, pp. 91-105.
[13] Non appare mai, né nel diario né nell’autobiografia latina di Planco (pp. 387-388), il nome di Emo, Giovanni, ma soltanto il cognome. Su questo personaggio, cfr. il DBI, ad vocem, XLII, a cura di R. Targhetta. L’Emo fu Riformatore dello Studio di Padova per sei bienni, fra cui quello (1740-42) che riguarda la vicenda di Bianchi.
[14] Bernardino Zendrini (1679-1747), dopo aver studiato Medicina e Matematica a Padova, fu autore di studi idraulici, progettando i murazzi per difendere la città di Venezia dalla violenza del mare. Planco, nell’autobiografia latina, lo definisce «eximium mathematicum» (p. 382).
[15] Circa la biblioteca di Smith, cfr. pure la lettera di Bianchi a Leprotti del 30 luglio 1740, nel cit. SC-MS 963; ed il ricordo contenuto nell’autobiografia latina, p. 386 («instructissimam rariorum librorum possidet Bibliothecam»).
[16] Anni prima, Bianchi aveva approfittato d’un viaggio a Venezia di Francesco Garampi, fratello di dieci anni maggiore del cit. Giuseppe essendo nato nel 1715, per ricercarvi notizie editoriali: cfr. la sua lettera del 9 maggio 1733, FGLB, ad vocem. Qui leggiamo pure: «Vi è poi in Venezia, come forse le sarà noto, una scelta Libreria di opere le più rare, e moderna, e che senza riguardo a spesa si va aumentando da tutte le parti, aperta al pubblico con assiduo Bibliotecario». Francesco Garampi riprendeva il nome del nonno (architetto), inserito tra i nobili riminesi nel 1712.
[17] Padre Banditi, eletto cardinale nel 1775, muore nonagenario nel 1796.
[18] Si tratta di don Silvestro Calza, «strettissimo amico del Bergantini e suo quasi ajutante di studio»: cfr. A. F. Vezzosi, Scrittori de’ Cherici Regolari detti Teatini, Roma 1780, p. 122. L’esemplare di tale volume posseduto dalla BGR, reca la dedica: «Il Cardinale Banditi alla Biblioteca Pubblica di Rimino sua Patria».
[19] Il volume di padre Bergantini si trova in BGR [CT 464], proveniente dalla locale Biblioteca dei Teatini [ex 0.IIII.23]. Il teatino Giovanni Pietro Bergantini ebbe un fratello servita, Giuseppe Giacinto Maria (studioso del Sarpi), ed uno editore, Alessandro (il quale era proprietario a Venezia, con altri due soci, della libreria «all’insegna di Sant’Ignazio»).
[20] Questi scritti di Bianchi sono: la Lettera scritta da Rimino ai 24. dicembre 1737. al Signore Dottore Onorio Galletti di Ravenna intorno l’Aurora Boreale vedutasi la sera dei 16. del suddetto mese, ed Alcune spiegazioni dell’Aurora Boreale, lettere (tomo XVII, 1738, pp. 97-105 e 107-117); e la Breve spiegazione dell’Aurora Boreale (tomo XXI, 1740, pp. 198-203), che è un commento a tre lettere inviate a Bianchi (e qui pubblicate alle pp. 185-198) sotto il comune titolo di Osservazioni intorno le Aurore Boreali vedutesi le sere de’ 10. e 29. di Marzo 1739. In fondo al tomo XXI Bianchi annota di propria mano che la sua spiegazione del fenomeno è «secondo l’ipotesi dell’Halleio», autore peraltro ripetutamente cit. nel testo e nell’autobiografia latina [p. 185]. Alcuni studiosi di Bianchi hanno erroneamente attribuito a lui anche le tre lettere inviategli: esse sono rispettivamente, la prima e la seconda, di Giovanni Paolo Giovenardi, suo ex allievo; e dell’Abbate Carlo Antonio Pecci, l’ultima. Le Osservazioni erano state già pubblicate, ma troncate e senza il nome di Planco, da Scipione Maffei (1675-1755) alla fine del quarto (ed ultimo) tomo delle Osservazioni Letterarie (1737-1740) di Verona: cfr. le lettere di Bianchi ad A. F. Gori di Firenze, Minutario, 1739-1745, MS-SC. 969, BGR, 5 dicembre 1739, c. 9r., ed al medico e speziale veneziano G. G. Zannichelli, ib., c. 10r: in quest’ultima leggiamo che Maffei pubblicò lo scritto di Bianchi come se fosse stato proprio. (Gian Giacomo Zannichelli, 1695-1759, era figlio del chimico e botanico Gian Girolamo, 1662-1729, speziale a Santa Fosca in Venezia, che aveva realizzato un importante museo di storia naturale, finito poi allo Studio di Padova). Il titolo completo del periodico di Maffei, è Osservazioni Letterarieche possono servir di continuazione al Giornale de' Letterati d'Italia, Verona, presso Jacopo Vallarsi. Tale Giornale era stato fondato da un gruppo di cui nel 1710 faceva parte pure A. Zeno (1668-1750). L’esemplare delle Osservazioni Letterarie è inviato a Bianchi dal teatino padre Paolo Paciaudi il 5 dicembre 1739: cfr. la sua lettera in FGLB, ad vocem. Un articolo sull’Aurora Boreale apparsa la notte delli 16 Decembre 1737, è contenuto nel tomo II, 1738. Anche Maffei, come Bianchi, era appassionato d’archeologia (celebre il suo museo lapidario, allestito nel cortile messogli a disposizione dall’Accademia dei Filarmonici di Verona).
[21] Cfr. Libro de Capitoli di questa nostra Casa di S. Antonio di Rimini, Archivio di Stato di Rimini, AB 262, ad annos.
[22] Cfr. la lettera inviata ad Isabella Zollio da Roma il 24 maggio 1719, Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, BGR[FGMR], fasc. G. P.Bergantini.
[23] Nel catalogo antico («Gambetti») della Gambalunghiana ho trovato elencate due edd., rispettivamente del 1658 e del 1727, del De vita et moribus Epicuri, testo contenuto nel tomo V, libro X dell’Opera omnia di Gassendi in sei tomi. Planco possedeva l’ed. del 1727 nella propria biblioteca personale, la quale indica un’attenzione marcata verso i problemi filosofici con la presenza di opere di Locke, Vico, Galilei, oltre a Cartesio, Lucrezio, Rousseau, Voltaire ed, ovviamente, lo stesso Epicuro (Cfr. Cataloghi e indici della Biblioteca di Giovanni Bianchi, SC-MS. 1352, BGR).
[24] Cfr. C. Goldoni, Memorie, vol. I, Milano 1961, pp. 26-29.
[25] Cfr. G. Morandi, Il teatro di Rimini, Rimini 1857, p. 18. Mauri allora abitava a Pesaro.
[26] Cfr. G. Gobbi- P. Sica, Rimini, Bari 1982, p. 100. Il teatro è degli inizi del Settecento.
[27] Cfr. G. Rimondini, Introduzione all’ed. anast. di Delle antichità di Rimino di T. Temanza, Rimini 1996, p. 35. A questo studio si rimanda per i rapporti di lavoro intercorsi fra Bianchi e Temanza. Nel tomo quinto (1741) della Miscellanea di varie Operette,curata dal libraio-editore veneziano Giovanni Maria Lazzaroni, Bianchi fa pubblicare (con proprie prefazione e note) la Lettera del Sig. Ab. Giovan Batista Gervasoni sopra una Inscrizione de’ secoli bassi ritrovata in Rimino dal dott. Bianchi, e sopra una medaglia di Pescennio.
[28] Bianchi, «con l’Allejo» (o «Halleio») come si è visto a nota 19, pensa che il «Lume Boreale» sia «d’una materia Magnetica, la quale [...] è una cosa che viene dai Poli della Terra» (cfr. Breve spiegazione, cit., pp. 198-200). Secondo Sguario (Dissertazione, cit., p. 119), le aurore boreali sono invece provocate «dalla riflessione e refrazione dei raggi di luce fatta in una vasta nube posta sopra dell’aria». Nell’autobiografia latina (p. 34), Planco ricorda «inscitiam, et loquacitatem» di questo «adulescens».
[29] Così nel diario. Il titolo esatto è Lettera di risposta al Sig. Giovanni Battista Lunadei sopra un Feto Bicipite, pp. 85-92.
[30] L’articolo prosegue nel n. 27, primo luglio 1740, dove si ricorda un neologismo introdotto da Bianchi nel De conchis, «acquistizio», per indicare «cessazione di moto, o sia quiete dell’acque» che dura «ordinariamente» un’ora.
[31] Tale giudizio è riportato anche nell’autobiografia latina, pp. 377-378: «vere Lynceum, vel Lynceis oculis instructum».
[32] Le quattordici lettere autografe di Moro sono in FGLB, ad vocem. Cfr. A. L. Moro, Epistolario con bibliografia critica, catalogo dei manoscritti e tre opere inedite, a cura di P. G. Sclippa, Pordenone 1987, passim; e A. L. Moro, Carteggio 1735-1764, a cura di M. Baldini, L. Conti, L. Cristante, R. Piutti, Istituto e museo di storia della scienza di Firenze, Archivio della Corrispondenza degli scienziati italiani, 9, Firenze 1993, passim. In precedenza, le prime undici di queste quattordici lettere furono pubblicate da F. Luzj, Lettere di A. L. M. a G. B., «Rivista Italiana di Scienze Naturali», XVII, n. 8 e segg., Siena 1897, pp. 6-15 dell’Estratto, 1897 [BGR]. Luzj racconta [p. 3]: «Mentre faceva ricerche, nelle carte di Giovanni Bianchi [...] intorno alla città di Conca, che dicesi sommersa nel mare presso Cattolica, ebbi la ventura di leggere alcune lettere che il Bianchi aveva ricevuto da Anton Lazzaro Moro». (Cfr. il saggio Ricerche su Conca, città creduta sprofondata nel mare, «Bollettino del Naturalista, XIX, n. 2, Siena 1889: «[...] il primo che faccia menzione di Conca è Giovanni Bianchi. [...] In seguito Lazzaro Moro tratta di Conca sulla fede di Bianchi, unico autore da lui riportato ed è facile comprendere come egli la creda una grande città; Moro deplora di non aver misure esatte, ma argomentando su quello che avea scritto il Bianchi, cioè che le sommità delle torri si vedevano quando il mare era calmo, viene alla conclusione che dovessero essere ricoperte almeno da 15 piedi d’acqua [...]», p. 3.)
[33] Dell’omaggio, Moro riferisce nel suo trattato alle pp. 359-360. Ma Bianchi è cit. anche in altri passi dell’opera: cfr. ad indicem.
[34] A San Vito, Moro continuerà a svolgervi la funzione di educatore fino alla chiusura dell'istituto (1758). In sèguito sarà nominato pievano a Corbolone, incarico che manterrà fin quasi alla morte. Grazie ai suoi studi naturalistici fu in corrispondenza con molti scienziati.
[35] Cfr. Carteggio 1735-1764, cit., p. 31, nota 3. Manfré era libraio a Venezia per conto della Tipografia del Seminario di Padova (cfr. nel cit. Epistolario di Moro, p. 85, nota 3).
[36] Del ruolo del Sant’Uffizio in un’altra vicenda editoriale romagnola, si legge in P. Delbianco nelle schede del catalogo Le Belle Forme della Natura. La pittura di Bartolomeo Bimbi (1648-1730) tra scienza e ‘maraviglia’, dell’omonima mostra cesenate (Modena 2001), p. 148: si tratta del volume del ravennate Giuseppe Ginanni (che si firmava «Zinanni», 1692-1753), Delle uova e dei nidi degli uccelli, Venezia 1737. Ne riferisco nel mio articolo «Giuseppe di Prospero Zinanni», accademico dei Lincei planchiani, «Ravenna Studi e Ricerche, VIII, 2001», pp.     . Quando il libro era già pronto, Ginanni dapprima scrisse a Bianchi: «[...] fui chiamato dal Padre Vicario del Santo Ufizio, [...] mi lesse un Decreto Pontifizio, nel quale si ordina, che nessuno dello Stato Ecclesiastico possa far stampare libri fuori dello detto stato senza la permissione dell’Ordinario, e del Vicario del S. Ufizio, e che se qualch’uno ardisse stampare senza le dette licenze, ipso facto venga il suo libro proibito». Successivamente, precisò: «[...] il Padre Vicario del Santo Uffizio si portò da me notificandomi, che pubblicasi il mio libro come se avessi prese le debite licenze. Io suppongo averà fatto ciò, avendo conosciuto ch’io non aveva mancato in conto alcuno, perche al certo il decreto, che ciò proibisce non è in uso» [FGLB, ad vocem]. Il 19 gennaio 1735 Zinanni aveva preannunciato a Bianchi il progetto di questo stesso volume, «un piccolo tometto» che intendeva chiamare Osservazioni intorno alle uova dei Vallatelli con le loro immagini, scrivendogli: «Per assicurarsi poi dei Fiorentini si potrebbe far stampare il detto frontespizio, e mandarlo a varij dilettanti, e farlo inserire ne giornali di Venezia, ed in questa maniera spererei di avere il tempo di aumentare, e perfezionare si le osservazioni delle Locuste Terrestri, come della raccolta delle uova de Vallatelli, e sopra ciò ancora averò sommo piacere di sentire il di lei sentimento».
[37] Le minute di lettere dirette da Bianchi a Moro, si trovano in Minutario,1739-1745, MS-SC. 969, BGR: le più importanti sono quelle del 14 dicembre 1739, c. 16r; 21 marzo 1740, c. 74v; 18 aprile 1740, c. 92r; e 3 maggio 1740, c. 100v.
[38] Così scrive Moro a Bianchi il 2 dicembre 1739, facendo riferimento al volume di J. Woodward, Saggio intorno alla Storia Naturale, che Pasquali aveva appena pubblicato (nello stesso 1739) in traduzione italiana dell’edizione originale inglese (1695) consultata da Moro presso lo stesso stampatore. Bianchi è un sostenitore delle teorie di Woodward (1665-1728): di continuo il riminese consiglia inutilmente a Moro di prenderlo nella massima considerazione. Il loro carteggio è basato soprattutto su questa disputa, legata al tema centrale del De’ crostacei, che Moro aggiorna man mano che Bianchi gli invia notizie. Scrive il cit. Luzj, p. 5: Woodward «immaginava che verso il centro della terra si fossero radunate le acque e che sopra ad esse si fosse formata una corteccia con continenti isole e mari. Al momento del diluvio egli credeva che si fossero aperte, in questa corteccia, delle grandi fessure dalle quali era uscita l’acqua dell’interno». Circa Moro, aggiunge che il sacerdote «non fece che scorgere una parte della verità e cadde ancor egli in non lievi errori» (p. 6).
[39] Il suo volume è tradotto in tedesco a Lipsia nel 1751. Una seconda edizione italiana appare a Pordenone nel 1869, a cura di Pier Viviano Zecchini.
[40] Cfr. op. cit., nota 1, p. 15.
[41] Ibid., nota 3, p. 12.
[42] Moro «si era incamminato su un terreno ambiguo e scivoloso: [...] sostenere il carattere genuinamente miracoloso del Diluvio implicava la possibilità di farsi accusare di ateismo da quanti invece affermavano [...] che era non solo legittimo e possibile, ma anche doveroso per un cristiano, conciliare la verità del racconto della Bibbia con i risultati della filosofia naturale». Cfr. P. Rossi, I crostacei, i vulcani, l’ordine del mondo, «A. L. Moro (1687-1987). Atti del Convegno di Studi», Pordenone 1988, p. 28. Sul De’ crostacei, Rossi scrive (p. 30) che si tratta di «opera ricca di problemi, di ipotesi, di osservazioni, sorretta da un impegno sempre lucido e vigoroso», con un «tono ‘lucreziano’» presente in molte sue pagine. Nello stesso volume, in B. Basile, Moro, Costantini, e la «verità del Diluvio universale» (p. 75), leggiamo: «Moro è “empio” perché considera il Diluvio “inesplicabile” e riduce l’origine “de’ corpi marini che si trovano su’ monti” a pure cause fisiche». U. Baldini, L’attività scientifica del Primo Settecento, «Storia d’Italia, Annali III, Scienza e tecnica nella società dal Rinascimento ad oggi», Torino 1980, p. 509, osserva che il prete friulano «rappresenta tipicamente la figura, comune nell’Italia del periodo, del ricercatore non professionale attivo pur in una condizione d’isolamento; attraverso lo studio di fossili marini di zone alpine Moro giunge a un’interpretazione plutoniana dell’orogenesi tra le più avanzate». Tra le teorie del tempo sui fossili, si può ricordare quella di Giuseppe Monti (1682-1760), professore di Storia Naturale nell’Istituto delle Scienze di Bologna, e di Farmacologia all’Ateneo bolognese nonché direttore dell’Orto botanico felsineo (1722-1760), il quale riteneva che fossero resti di animali morti a causa del biblico diluvio universale, per cui chiamò Diluvianum il proprio museo. Cfr. il cit. «Giuseppe di Prospero Zinanni».
[43] Cfr. le cc. fiorentine degli Odeporici, luglio 1744. Nello stesso periodo, Viviani sta curando per Bianchi la ristampa del Fitobasano (l’opera studia le piante più rare note agli antichi, cercandone il corrispondente nome moderno) di Fabio Colonna (1567-1640), a cui Planco premette «la notizia» sull’Accademia dei Lincei romani, della quale Colonna ha fatto parte. Questa Notitia Lynceorum è la prima storia a stampa dell’istituzione romana: cfr. A. Montanari, L’anello di Galileo, La prima storia a stampa dei Lincei, «Il Ponte» settimanale di Rimini, 30 giugno 2002, p. 17.
[44] Cfr. S. De Carolis, La produzione pubblicistica su questioni mediche, «Giovanni Bianchi, Medico Primario di Rimini ed archiatra pontificio», a cura di A. Turchini e dello stesso De Carolis, Verucchio 1999, pp. 54-57.
[45] Cfr. M. A. Morelli Timpanaro, Autori, stampatori, librai per una storia dell’editoria in Firenze nel secolo XVIII, Firenze 1999, p. 94. Anche le notizie successive su Viviani sono riprese da questo testo, p. 57. A Bonducci, la stessa autrice ha dedicato un altro volume, Per una storia di A. B., Roma 1996.
[46] Nella lettera di A. Cocchi a Planco del 17 ottobre 1744, da Venezia (FGLB, ad vocem), leggiamo: «Con mio sommo piacere ho ricevuto il bel dono della sua leggiadra Istoria in questa città ove io l’aveva molto cercata indarno dall’istesso Occhi che nega averla stampata, onde tanto più ho piacere ammirando la potenza di V. S. Ill.ma che sa superare tutti gli ostacoli». Di quest’argomento, mi sono occupato nel saggio «Contro il volere del padre». Diamante Garampi, il suo matrimonio, ed altre vicende riguardanti la condizione femminile nel secolo XVIII,«Studi Romagnoli» 2001, di prossima pubblicazione.
[47] Sulla figura di G. P. Giovenardi (1708-89) e su questa vicenda editoriale, cfr. il mio scritto Lettori di provincia nel Settecento romagnolo. G. B. e la diffusione delle Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» 2000, di prossima pubblicazione.
[48] In FGLB, ad voces, esistono cinque lettere di Occhi (fino al 1763), e seicento di Pasquali (dal 1738 al ’69).
[49] Delle difficoltà incontrate per la pubblicazione dell’Orazion funerale, parla lo stesso G. P. Giovenardi in due lettere al nipote di Planco, il medico ospedaliero Girolamo Bianchi. In quella del 7 gennaio 1777 leggiamo che, in caso di edizione di quel testo, era minacciata allo stesso Girolamo Bianchi «la privazione dell’Ospitale dal vescovo», come si vociferava autorevolmente in città. Il 5 aprile 1777 Giovenardi suggeriva a Girolamo Bianchi di restare estraneo alla distribuzione di quell’opuscolo «per isfuggire qualunque odiosa taccia di parzialità, e mettersi al coperto da qualunque vendetta trasversale, alla quale potesse pensare il vescovo contro di lei». Cfr. FGMR, fasc. don G. Giovenardi.
[50] La condanna all’Indice non ha conseguenze nella successiva carriera pubblica di Bianchi, se nel 1755 egli è nominato Consultore dell’Inquisizione e Medico del Sant’Uffizio di Rimini, prima di diventare nel 1769 «Archiatro Segreto Onorario» di papa Ganganelli, suo ex allievo.
[51] Cfr. Masetti Zannini, op. cit., pp. 117-125. Nel loro carteggio, troviamo anche accenni alle citt. Osservazioni intorno le Aurore Boreali, passim.
[52] Ibid., p. 123, nota 27.
[53] Cfr. S. DE Carolis, Il medico al lavoro, «Giovanni Bianchi, Medico Primario...», cit., pp. 67-71. Di queste polemiche, si parla in Novelle letterarie, tomo XVI, n. 25, 20 giugno 1755, coll. 390-395, e n. 37, 12 settembre 1755, coll. 580-581. Lo stesso De Carolis elenca, pp. 77-82, tutte le opere mediche edite di Planco: di questo suo prezioso lavoro, ci siamo avvalsi per riferire dell’attività veneziana di Planco.
[54] Queste due lettere, datate rispettivamente 6 e 20 marzo 1750, erano già state stampate dalle Novelle di Lami (la prima in tomo XI, 1750, nn. 20, 21, 22, coll. 311-320, 323-330, 344-349; la seconda nello stesso tomo, nn. 37, 39, 41, 43, coll. 583-590, 610-618, 641-651, 678-684).
[55] Pure questo testo viene prima pubblicato dalle Novelledi Firenze (nel tomo XII, 1751, nn. 31, 32, 33, 34, 35, 36, coll. 484-489, 503-507, 514-517, 537-541, 551-554, 567-570) e poi dal Calogerà (Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, tomo X, Venezia 1763, pp. 365-456; con Appendice, ibid, tomo XII, pp. 157-200). Si tratta di una dissertazione tenuta da Bianchi nei suoi Lincei il 2 aprile 1751, «circa varias Inscriptiones antiquas Arimini»: il testo è comunemente conosciuto come «Panteo Sagro» in quanto tratta di «un Tempio dedicato a tutte le Divinità de’ Gentili, o almeno a buona parte di esse» (così scrissero le Novelle, presentandolo).
[56] Il suo atteggiamento fu criticato nel 1766 da Pietro Verri. Cfr. «Il Caffè», 1764-1766, Torino 1998, p. 770.
[57] La dissertazione fu letta da Bianchi ai Lincei il 30 aprile 1751.
[58] Battarra collaborò assiduamente con Bianchi, come incisore di rami per edizioni a stampa. Disegnò pure la «Lince lincea» per il Fitobasano, e quella per il bollo a secco dell’Accademia planchiana. La sua Fungorum agri ariminensis historia, con una lettera latina di Bianchi al cap. quinto, esce in due edizioni, nel 1755 e quattro anni dopo.
[59] Sulla questione del porto di Rimini, cfr. in A. Montanari, Lumi di Romagna, Il Settecento a Rimini e dintorni, Rimini 1993, II ed., pp. 63-70, il cap. Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale.
[60] Vedi alle relative note precedenti.
[61] Cfr. G. Nicoletti, Firenze e il Granducato di Toscana, «Letteratura Italiana, Storia e Geografia, II. 2, L’età moderna», Torino 1988, p. 770; e M. Allegri, Venezia ed il Veneto dopo Lepanto, ibid., p. 975-976.
[62] Cfr. il tomo II, I, dei Memorabilia curati da G. Lami, Firenze 1747, pp. 121-132. Qui, alle pp. 133-156, sempre per opera di Bianchi, è presentata la biografia di Andrea  Battaglini.
[63] Cfr. C. Tonini, La coltura letteraria e scientifica in Rimini dal secolo XIV ai primordi del XIX, Rimini 1884, ed. an. 1988, a cura di P. Delbianco, ad indicem.
[64] Cfr. Allegri, op. cit., p. 957.
[65] Cfr. il cit. Tonini, II, p. 55.
[66] Cfr. L. Vendramin, Per una storia della Nobile famiglia riminese degli Agolanti e del loro “Castello” di Riccione, «Studi Romagnoli», XLII, 1991, pp. 173-192. Loredano, assieme ad altri autori, è presente in un piccolo elenco di libri stilato da Belmonte Belmonti in due delle sue Lettere a stampa, pubblicate a Rimini nel 1650 e nel 1664. In una successiva epistola, del 16 agosto 1650 (p. 542, II ed.), Belmonti riferisce della «lettura de’ libri d’amenità, e specialmente d’alcuni mandati modernamente alle stampe».
[67] Cfr. A. Montanari, Il libertino devoto, La «biblioteca Agolanti» (1719). Libri, uomini, idee a Rimini tra XVII e XVIII secolo, «Gli Agolanti», a cura di R. Copioli, Rimini 2000, pp. 447470. Ho definito l’ideale curatore e fruitore della «biblioteca Agolanti» come un «libertino devoto» perché, mentre appare pronto a cogliere le novità laiche del pensiero ‘veneziano’, è pure attento ad onorare il rispetto della fede.
[68] Al secolo di Alessandro Gambalunga appartiene, anche se in fase successiva alla sua scomparsa (1619), l’Accademia degli Adagiati fondata «in Rimino più di cento anni sono», scriverà Giovanni Bianchi, in un articolo apparso sulle Novelle letterariedel 30 luglio 1756, sottolineando come essa durasse ancora ai suoi giorni.
[69] Cfr. S. Pratelli, Il fondo originale della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini. Catalogo delle opere, Tesi di laurea 1991-1992, Magistero, Bologna, SC-TS. 1, BGR, passim. Sul ruolo da protagonista di Venezia nel mondo editoriale del Cinquecento, qui si richiama A. Quondam, La letteratura in tipografia, «Letteratura italiana, II, Produzione e consumo», Torino 1983, pp. 584-585: «Il “mito” di Venezia, la sua stessa “libertà” repubblicana, hanno in questo primato tipografico un elemento non accessorio». Nel XVII sec. Venezia ospita «gli unici torchi italiani liberi del tempo», nonostante l’esistenza di una censura peraltro elogiata come freno politico rivolto ad evitare l’infelicità dello Stato, da Traiano Boccalini, trasferitosi in laguna nell’ultimo suo anno di vita da Roma (dove era stato giudice criminale), per poter pubblicare «senza rischio della incolumità fisica» le prime parti dei suoi Ragguagli di Parnaso (cfr. Cfr. Allegri, op. cit., p. 943.)
[70] Ibid., p. 118. Cfr. pure il cit. Tonini, I, p. 275.
[71] Cfr. il cit. Tonini, II, pp. 24-25: qui si parla di primo numero rimastoci perché non si sa se sia stato effettivamente il primo ad uscire.
[72] Cfr. A. Turchini, L’arte e il mestiere del tipografo, «Grafica riminese tra Rococò e Neoclassicismo», Rimini 1980, p. 72.
[73] Cfr. A. Montanari, Bertòla redattore anonimo del Giornale Enciclopedico. Documenti inediti, «Romagna arte e storia», n. 50/1997, pp. 127-130.
[74] Elisabetta, nata nel 1751, muore a Orgiano, vicino a Vicenza il 7 giugno 1796. Nel 1769 aveva sposato il medico Antonio Turra e si era trasferita a Vicenza. Nel 1768 era uscita a Venezia l’Europa Letteraria, a cui Elisabetta collaborò fin dall’inizio. Il Giornale Enciclopedico nacque nel 1774.
[75] Cfr. Id, Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti (1796-98), «Studi Romagnoli», XLVIII (1997, ma 2000), pp. 549-585.
[76] Del progetto bertoliano di trovare rifugio in Austria, parla pure una lettera del 25 agosto 1796 inviatagli da un corrispondente veneziano, dalla firma indecifrabile: «Perché mai a Vienna? parvi egli il momento, mio caro Amico, d’andar fra’ Tedeschi? L’impoverimento, la spopolazione, l’avvilimento, il malumore, il sospetto conseguente debbono render diabolico quel soggiorno!» (cfr. in Fondo Piancastelli, Biblioteca Saffi, Forlì, 63.33). Soltanto un anno prima, nell’estate 1795, come lui stesso scrisse, Bertòla si era recato «a Venezia per consultare que’ Professori nel timore di patir di renella». Non era quello il vero male che lo molestava, ironizzò Pindemonte che accenna invece alla passione dell’amico verso Isabella Teotochi Albrizzi. Il nome di Isabella è legato ad un ritratto letterario di Bertòla, la cui terza edizione appare proprio a Venezia nel 1816; è una pagina famosa che inizia impietosamente con quest’osservazione: «Si direbbe che la natura far volle, ed a mezzo lavoro si pentì, un uomo perfetto» (cfr. E. M. Luzzitelli, Ippolito Pindemonte e la fratellanza con Aurelio De’ Giorgi Bertòla, Bastogi, Foggia 1987, p. 142).
[77] Circa il suo lavoro editoriale per Storti, Bertòla qui osserva: «Veggo con dispiacere che per lettera non c’intendiamo. Ella mi chiede estratti pe’ tomi arretrati. Ma e non le ho io scritto essere vano anzi ridicolo pubblicare estratti e notizie di libri con date corrispondenti ai mesi di maggio e giugno del 96. in tomi che usciranno nel 97. quando fino alla nausea tutta l’Italia avrà letto e riletto notizie dettagliate di que’ già vecchi libri e ridicolo sarebbe ancor più dare nel maggio del 96. libri usciti nell’ottobre e novembre dell’anno medesimo». Bertòla suggerisce di inserire nei numeri arretrati del Giornale «cose che in ogni tempo possono e interessare e piacere», non legate alla stretta attualità come le recensioni librarie, «prevenendo il pubblico con un avviso alla testa del tometto di maggio». Egli ha pronti degli «estratti […] di libri recentissimi» che non sono adatti al bisogno. La lettera è in FGMR, fasc. A. Bertòla.
[78] Storti rimprovererà a Bertòla di non esser passato allora da Bologna a Padova, dove stazionava l’armata austriaca: di lì avrebbe potuto facilmente raggiungere Vienna.
[79] Brunori (1701-1758), un ex allievo di Giovanni Bianchi, fu «soggetto di merito, ed elegante Poeta», e «per molti anni valente Maestro di Belle Lettere in questo Seminario»: cfr. G . P. Giovenardi, Orazion funerale in lode di Monsig. Giovanni Bianchi, Venezia 1777, p. XXX.
"il Rimino-Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [936. 06.04.2004/Rev. grafica 06.09.2014].