UN TAB� DA INFRANGERE



Un�epoca nuova, una paura antica

Viviamo in un�epoca strana e avvincente. Ci� che fino a pochi decenni fa poteva sembrare impossibile, poich� proibito dalle leggi e dalle tradizioni, � oggi moralmente accettato, se non addirittura sancito esplicitamente come diritto dalle norme che regolano la societ�. In un tempo relativamente breve, abbiamo assistito allo spettacolare sgretolamento di molti tab�. Le libert� sessuali non conoscono pi� confini, cos� come il mondo della comunicazione che da esse trae ispirazione e ad esse fa riferimento; la libert� di manifestazione del pensiero ha (per fortuna) ben pochi limiti, cos� come quella religiosa; la vita familiare e relazionale in genere � ormai frutto di scelte individuali, nelle quali il condizionamento delle tradizioni � sempre pi� ridotto; il diritto di divorziare � visto come una delle possibili opzioni per le coppie che non trovano pi� il proprio equilibrio, e non, invece, come un fatto disdicevole, come una colpa da condannare al pubblico ludibrio.

Eppure, in questo turbinio di cambiamenti ed evoluzioni, che hanno reso la nostra societ� pi� libera e aperta, permangono significative chiusure mentali.
In campo politico, ad esempio, � rimasto saldamente in piedi fino ad oggi un tab� che riguarda la natura stessa e il senso dello Stato in cui viviamo, la Repubblica Italiana. Il tab� di cui stiamo parlando pu� essere riassunto con una parola sola, quasi proibita e circondata da un alone di timore e, forse, persino di vergogna: secessione. Il tab� sintetizzato dal termine �secessione� coincide, in sostanza, con questa domanda: lo Stato italiano � un�entit� soprannaturale ed eterna o �, pi� modestamente, una creazione umana che, cos� come si � formata circa 150 anni fa, potrebbe, allo stesso modo, scomparire in futuro? E ancora e meglio: la Regione Lombardia deve rimanere soggetta in eterno al governo di Roma o potrebbe decidere di separare la propria amministrazione e le proprie istituzioni da quelle dello Stato italiano?

Risponderemo a queste domande nelle prossime sezioni del sito. Per ora torniamo al concetto astratto di secessione. Abbiamo detto che questa parola � tuttora tab� nel lessico politico italiano. Di fatto, oggi, dare a qualcuno del �secessionista� (o, come suo sinonimo, del �separatista�), significa insultarlo. A volte si tratta di insulto in senso �politico�, con il quale, cio�, si vuole affermare che la persona in questione ha idee irrealizzabili, improponibili, campate per aria, fuori dalla realt�. In altri casi, dare a qualcuno del �secessionista� significa, nelle intenzioni dell�accusatore, insultarlo sotto il profilo propriamente morale. N� pi� n� meno. Ecco allora che il termine �secessionista� diventa sinonimo di razzista, ignorante, egoista (nel senso pi� bieco del termine), gretto bifolco e chi pi� ne ha pi� ne metta.

Poco importa che persino Garibaldi sia stato un secessionista, ai tempi delle sue avventure militari in Sud America (da cui, per giunta, gli deriv� il famoso appellativo di �Eroe dei Due Mondi�). Poco importa che tutti i risorgimentalisti �italiani� �o, pi� correttamente, lombardo-veneti- fossero considerati separatisti dall�Impero Austro-Ungarico. Poco importa, ancora, che nell�Unione Europea siano entrati negli ultimi anni molti Stati dell�Est nati da secessioni. Poco importa, infine, che la Repubblica Italiana abbia appena riconosciuto l�indipendenza del piccolo Stato balcanico del Kosovo, nato da una secessione in piena regola, che ha peraltro diviso aspramente la diplomazia internazionale. Tutte queste considerazioni non contano nulla per la politica italiana, quando si affronta il tema della possibile secessione di una Regione del Nord o dell�intera Padania. Il separatismo, per il mondo politico peninsulare, � argomento di possibile discussione soltanto quando riguarda gli altri; quando riguarda, invece, un territorio interno allo Stato italiano, esso diviene semplicemente un tab�. Non a caso, a fianco alle reazioni tipiche cui accennavamo in precedenza, ovvero l�insulto politico o quello morale per chi propugna idee secessioniste, se ne aggiungono altre di due tipologie estreme ed opposte fra loro: da un lato il disinteresse, l�indifferenza, che � forse in realt� una forma di autocensura spontanea, che accomuna molti politici e che li porta a non prendere nemmeno in considerazione l�idea di discutere della secessione, quando qualcuno solleva questo tema; sul versante opposto, l�accusa di reato penale e anticostituzionale per chi osa anche soltanto porre la questione secessionista come ipotesi di programma politico.

Disprezzo, condanne morali, censura, minacce: queste dunque, in sintesi, le reazioni nettamente prevalenti che la politica politicante italiana e il mondo che le ruota attorno hanno finora espresso nei confronti del secessionismo e dei secessionisti. Per completezza, dobbiamo comunque riconoscere che, in questi anni, ci sono state anche rare ma significative reazioni di diverso orientamento, volte a tentare di capire il fenomeno separatista e a confrontarsi nel merito di questa proposta con i suoi sostenitori. Si � trattato di lodevoli eccezioni, per�, e nulla pi�.


Sar� forse per la difficolt� nel poter affrontare serenamente il tema della secessione che, fino ad oggi, esso ha fatto capolino nel dibattito teorico-politico solo di rado e senza troppa convinzione. Le pubblicazioni in tema sono in numero estremamente limitato, gli articoli espressamente dedicati alla secessione da riviste politiche e dai quotidiani riempirebbero appena qualche volumetto. Sia chiaro, se poco � stato scritto sulla secessione, quel poco � talvolta di buon livello. E quando i giornali si sono seriamente occupati della questione, specie recentemente, e senza che fossero le vicende di stretta attualit� politico-partitica a darne l�occasione, si � potuto constatare che il tema della secessione viene affrontato con una buona dose di lucidit� e, soprattutto, con il timore evidente che esso possa prima o poi rompere davvero il tab� pubblico che lo circonda. Insomma, i pochi attenti osservatori del fenomeno secessionista sanno che non si tratta di una provocazione passeggera, bens� di un affare serio, e come tale lo hanno spesso trattato e indagato.

Riassumendo.
Se il tema della secessione viene sollevato in pubblico da un politico separatista (o sedicente tale), le reazioni sono virulente o animate da una forma di pressapochistico disprezzo. I politici italiani, salvo, come si � detto, rarissime eccezioni, non dimostrano di sapersi confrontare seriamente con questa proposta radicale di superamento dello Stato italiano.
Se, invece, la questione secessionista viene affrontata in ambiti pi� ristretti, sulle pagine di riviste, libri e, talvolta, quotidiani, ecco che si nota un approccio decisamente pi� interessante e approfondito, da parte di chi, pur avversando la proposta separatista, sente per� il bisogno di confrontarsi con essa.
In questo atteggiamento vagamente schizofrenico della politica e della cultura italiane � possibile rintracciare una paura di fondo, molto avvertita dai suoi protagonisti: quella che, una volta infranto il tab� della secessione, essa diventi finalmente un programma politico apertamente sostenuto da strati sempre pi� rilevanti della popolazione padana, nonch� dalle classi dirigenti politico-economiche delle Regioni settentrionali, con significative possibilit� di successo.
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