RACCONTI DEL BUSH  

 

Cari amici, questa è una breve raccolta dei racconti aborigeni che ho raccolto in Australia. Leggeteli, stampateli, regalateli, insomma fatene quello che volete. Ovviamente, i racconti sono tutti depositati, non sono di pubblico dominio. Questo vuol dire che, l'unico dovere che avete, nel caso voleste stamparli per diffonderli, è quello di citarne la fonte. Tutto qui. Buona lettura.


Tanto tempo fa quando ancora tutta la terra era sommersa dal mare, un seme di cardo volava sostenuto dal vento. Erano ormai milioni di anni che viaggiava e ormai era stanco e voleva posarsi su terra sicura. Così si rivolse allo spirito del vento e gli disse: Spirito del vento , sono stanco. Sono tanti secoli che viaggio sostenuto dalla tua forza, ti prego dammi un po’ di terra dove possa posarmi. Lo spirito del vento rispose Non posso farlo , io sono il signore dell’aria, chiedilo al mare che è signore anche della terra. Adesso, e giustamente, voi vi chiederete: come fa un seme di cardo a parlare? In effetti, nel mondo del sogno, anche i semi possono parlare, se sono spiriti. Questo seme prima di prendere la forma di un semplice seme era stato lo spirito del tempo. Ascoltato lo spirito del vento, con pazienza e senza perdere la speranza il seme si rivolse allo spirito del mare : Mare, ascolta la mia voce.Dopo un po’ si udì un rombo. Chi mi chiama? Era lo spirito del mare con la sua voce imperiosa. Sono un seme di cardo e ti devo chiedere una cosa. Dammi una delle tue terre che tieni sepolte sotto le tue acque, così che io mi possa riposare ! Lo spirito del mare acconsentì e fece emergere un pezzo di terra grigio e riarso. Il seme si sentì impotente nel vedere quella terra senza vita; ma il mare aggiunse: Questa è la terra che ti concedo e sarai signore di questa terra solo se supererai le prove che ti darò. Accetti? il seme annuì e allora lo spirito del mare proseguì: Dovrai far diventare la terra grigia in un immenso prato verde. Il seme, in quanto spirito del tempo, aveva anche lui qualche potere. Per esempio, quello  di fermarlo,  il tempo. Così passarono anni, anzi forse secoli, e quando tutta la terra fu ricoperta di soffice erba, egli si rivolse nuovamente al mare, per il quale in verità era passato un solo giorno. Lo spirito del mare restò ammutolito di fronte a tanta bellezza. Bene la prima prova è stata superata, In una notte e un giorno la tua terra dovrà essere ricca di acqua dolce. Fiumi, sorgenti e laghetti dovrai creare. Lo spirito del seme fermò ancora una volta il tempo, e cominciò a piovere. La pioggia scese per anni e anni forse secoli e lentamente crebbero alberi, si formarono fiumi, sorgenti e laghetti. Quando tutto fu pronto, il mare, per il quale come prima era passato un solo giorno, disse: Sei stato bravo, ma adesso, come terza prova dovrai crearmi un  figlio così potrò dire di aver generato una creatura nuova che mi chiamerà padre! Nuovamente il seme fermò il tempo, e creò gli animali e anche un uomo che uscì dall’acqua. In quest’uomo, lo spirito del seme aveva messo se stesso e la sua anima. Il mare sempre più sorpreso questa volta ammutolì per la meraviglia e stabilì che quell’unico figlio diventasse padrone di tutta la terra. Ma volle, comunque , lanciare un’altra sfida allo spirito del seme: Credo che il suo regno abbia bisogno di gente che lo abiti e che si ricordi di me. L’ultima cosa che ti resta da fare è fare in modo che quest’uomo non resti l’unico. Non era una cosa facile, così lo spirito del seme inventò un gioco. Poi chiamò il mare e gli disse. Questo è un nuovo gioco, se vinco io tu guarirai  l’uomo dal suo male. Se perdo, continueremo a giocare e per ogni sconfitta mi potrai chiedere un pegno. Il male dell’uomo era la solitudine ma nessuno sapeva come alleviarla. Lo spirito del seme e quello del mare cominciarono a giocare. La prima partita fu vinta dal mare che ordinò al seme di costruire strade e un metodo per coltivare i campi. Lo spirito del seme, utilizzando la sua magia ma anche molta volontà, fece tutto quello che gli era stato richiesto e la terra diventò sempre più bella. Quand’ebbe finito tornò al mare e gli domandò: Ecco sei soddisfatto? Adesso, devi concedermi la rivincita. Giocarono e il mare vinse nuovamente. Bene, anche questa partita è mia, quindi scaverai la montagna e prenderai il ferro e ne farai degli utensili. E così fu fatto. Quand’ebbe finito lo spirito del seme rilanciò la sfida. Ancora una volta il mare risultò il vincitore e ordinò di ammaestrare tutti gli animali. Andarono avanti così per anni e anni, ma lentamente lo spirito del seme stava diventando un semplice uomo perdendo tutte le sui poteri magici. Quando se ne accorse, disperato andò in riva al mare si sedette sulla riva e si prese la testa tra le mani avvinto da una grande malinconia. Sfinito ben presto si addormentò. Anche il mare fu pervaso da una grande tristezza, ma sentiva impotente davanti a un così grande dolore. Allora chiamò a raccolta la luna, il vento e il nuovo spirito della terra che era stato creato, ed espose loro il problema. Dopo averci pensato un po’, decisero che, insieme, avrebbero potuto risolverlo. La terra disse: Io metterò a disposizione la materia per modellare la donna. La luna aggiunse: Io le darò la bellezza e la grazia. Il vento, allora, promise: Io le darò il respiro e il canto. Il mare felice ringraziò e si misero al lavoro. Fu così che l’uomo ebbe a fianco, finalmente, una compagna. Da allora non soffrì più la malinconia.

Come ho detto, secondo certe leggende, l’uomo fu creato da un seme di cardo e , dopo essere stato creato, cominciò a sentirsi solo. Vi ricordo che il mare, per questo, fu pervaso da una grande tristezza, ma sentiva impotente davanti a un così grande dolore. Allora chiamò a raccolta la luna, il vento e il nuovo spirito della terra che era stato creato, ed espose loro il problema. Dopo averci pensato, decisero che, insieme, avrebbero potuto risolverlo. La terra disse: Io metterò a disposizione la materia per modellare la donna. La luna aggiunse: Io le darò la bellezza e la grazia. Il vento, allora, promise: Io le darò il respiro e il canto. Il mare felice ringraziò e si misero al lavoro. Ma ci misero parecchio Preoccupato, uno spirito dell’aria andò a vedere perché ci mettevano tanto e li trovò che erano ancora tutti indaffaratissimi. Allora chiese: Che state facendo? Il Dio della Luna lo guardò un attimo, poi disse a mezza bocca, scocciato per l’interruzione: Non lo vedi? Lo spirito dell’aria guardò per un attimo sconcertato e poi fece: Bello. Che cos’è? - È una donna – rispose ancora più seccato il Dio della Terra. Lo spirito dell’aria non voleva far capire che non sapeva cosa fosse una donna e replicò: E perché usi tanto tempo nel fare questo donna?  Allora fu il Dio del Vento a rispondere: Innanzitutto non è “questo”, ma è “questa”. Stiamo facendo una compagna per l’Uomo. – E a che cosa gli serve? - Chiese ancora lo spirito dell’aria. – A calmare il senso di solitudine dell’Uomo – Rispose il Dio della Terra. Ho capito, ma perché ci mettete tanto? – chiese petulante lo spirito dell’aria – Il Dio della Luna, che ra molto gentile ma che non amava gli scocciatori, lo guardò fissamente e poi sbottò – Perché è difficile! – e poi spiegò - Ma dico, hai visto il formulario delle specifiche che possiede? Deve essere completamente lavabile ma non troppo deperibile, ha 200 parti mobili e tutte sostituibili, funziona con quello che avanza agli uomini, ha un grembo nel quale stanno due bambini allo stesso tempo, possiede un bacio che può curare qualsiasi cosa, da un ginocchio sbucciato ad un cuore rotto. Inoltre è come se avesse 6 paia di mani. Lo spirito dell’aria era sorpreso da tutti i requisiti che questo nuovo essere possedeva. Ma il Dio della Luna riprese: Non ho finito. Vedi, il problema non sono le mani, sono le 3 paia di occhi che le madri devono avere. - Tutto questo nel modello standard? Ma perché tre paia di occhi?  chiese lo spirito dell’aria. Fu il Dio della Terra a spiegare: Sai, un paio di occhi servono affinché possa vedere attraverso una porta chiusa chiedendo ai figli cosa stanno facendo, nonostante lo sappia. Un altro paio sono nella parte posteriore della testa per vedere cose che ha bisogno di conoscere nonostante nessuno pensi che sia necessario. Il terzo paio sono nella parte anteriore della testa. Questi cercano i figli smarriti. Dice loro che li capisce e li ama comunque senza bisogno di dire una parola. Lo spirito dell’aria cercò di fermare quel fiume di parole, dicendo Ma questo è un carico di lavoro troppo grande per questa donna!E non ho ancora finito. Ascolta il resto delle specifiche! riprese il Dio della Terra. Si cura da sola quando è ammalata, può alimentare una famiglia con qualsiasi cosa e può far si che un bambino di 9 anni si faccia il bagno. Lo spirito dell’aria, a quel punto, notò qualcosa. Toccò la guancia della donna e disse. Oh, sembra che questo modello abbia una perdita. Io l’avevo detto che in lei c’erano troppe cose! - Questa non è una perdita - obiettò Il Dio del Vento - Questa è una lacrima. Vedi le lacrime sono la forma nella quale esprime la sua allegria, il suo dolore, il disincanto, la solarità, il suo orgoglio. Con le lacrime lei piegherà qualsiasi uomo. Anche perché sarà quasi incomprensibile per i maschi. Sarà di umore volubile, sarà facile preda della commozione, si innamorerà follemente ma si irriterà per un nonnulla, sarà fedele e infedele allo stesso tempo…- Calma, calma – fece lo spirito dell’aria – Ma è una cosa meravigliosa o un disastro completo? – Il Dio del Mare lo guardò con uno strano sorriso, poi disse - Tutte e due le cose. Le donne riusciranno sempre a sorprendere gli uomini. Già le vedo nel loro futuro che crescono i figli, sopportano le difficoltà, portano carichi pesanti, tacciono quando vorrebbero gridare. Cantano quando vorrebbero piangere. Piangono quando sono felici e ridono quando sono nervose. Certamente non saranno perfette, ma la loro imperfezione le renderà ancora più interessanti, agli occhi degli uomini. Saranno essere sempre pronti a litigare, ma lo faranno per ciò in cui credono. Se sono in ristrettezze, comprano le scarpe nuove per i figli e non per se stesse. Amano incondizionatamente. Hanno il cuore rotto quando muore un amico, ma anche quando a soffrire è una cane. Sanno che un abbraccio ed un bacio possono aggiustare un cuore rotto.Insomma, saranno degli esseri lineari, pronti a tutto, quasi perfetti? Chiese lo spirito dell’aria. Ma neanche per niente – rispose il Dio della Terra – Come ho già detto, saranno quasi incomprensibili, spesso appariranno fragili e costituiranno, sempre, un enigma per gli uomini. Tuttavia gli uomini le ameranno e non potranno fare a meno di loro. Lo spirito dell’aria era confuso. E gli uomini sapranno comprendere e apprezzare tutto questo? - Ecco - Risposero cupe le quattro divinità -Questo è un problema che non abbiamo ancora risolto.. E si rimisero a confabulare, mentre lo spirito dell’aria si allontanava per raccontare a tutti quello che aveva saputo. Ma non ebbe la possibilità di raccontare come e se le quattro divinità avessero risolto l’ultimo dilemma che, ancora oggi, per noi rimane tale.

Nel tempo del sogno, in Australia, viveva un giovane guerriero, molto forte e molto abile, di nome Wooruwooru. Era molto gentile con tutti e le ragazze del villaggio stravedevano per lui, anche perché era piuttosto ben fatto e aveva due occhi splendenti come stelle. Ma egli non se ne curava, anzi era sempre molto triste perché non riusciva ad aprire il suo cuore a nessuna di loro e, soprattutto, perché non riusciva ad innamorarsi di nessuna. Un giorno, andando a caccia, riuscì ad abbattere con il suo boomereng un Kookaburra, un grosso uccello che si trova solo nelle foreste di quel continente. Mentre si avvicinava alla sua preda per finirla, il Kookaburra lo implorò: Grande guerriero, non uccidermi e io farò in modo che le tue pene possano essere alleviate. Wooruwooru guardò incredulo l’uccello, poi chiese: In che modo? Il Kookaburra replicò: Ebbene, io conosco una fanciulla della quale non potrai fare a meno di innamorarti. Ella è la figlia della luna e si trova sopra le nuvole. Ha la pelle colore della luna stessa e i capelli dorati. Io volerò fin lassù e consegnerò direttamente la tua richiesta di incontrare sua figlia. A quel punto Wooruwooru, decise di lasciar libero l’uccello e questi, subito, volle impegnarsi per mantenere la sua parola. Con un ampio volo salì sulla cima degli alberi, poi con un volo ancora più diretto salì ancora più in alto, sempre più in alto, fino ad arrivare alla reggia della luna. La luna, che secondo la mitologia aborigena, è di sesso maschile, quando vide l’uccello gli chiese cosa ci facesse tanto in alto. Il Kookaburra rispose che era venuto dalla Terra dove viveva il grande guerriero Wooruwooru il quale desiderava conoscere la sua bella figlia. Lo spirito della luna rimase meravigliato per tanto ardimento, tuttavia rispose che avrebbe anche potuto accettare di mandare sua figlia sulla Terra, ma solo se l’uomo si sarebbe presentato in cielo con un regalo, personalmente. Il Kookaburra tornò sulla Terra e raccontò a Wooruwooru come erano andate le cose. Costui, anche perché era molto incuriosito, preparò subito una bellissima borsa dentro alla quale mise una collana dei più splendenti opali iridescenti che si potessero trovare nel sottosuolo dell’Australia. Consegnò la borsa all’uccello affinché la portasse allo spirito della luna, e gli disse di scusarsi con la luna per non essere andato personalmente; ma lo aveva fatto perché, essendo un uomo, non poteva neanche pensare di andare così in alto. Il grande uccello salì nuovamente in cielo e donò la borsa alla luna. Questi ascoltate le sue parole, gli disse che avrebbe preso la sua decisione solo il giorno dopo. Ma il Kookaburra aveva un suo piano che gli avrebbe consentito di portare, comunque, la ragazza sulla Terra. Quindi durante la notte pose sugli occhi della figlia della luna due magiche foglie di eucalipto che erano invisibili a tutti, ma che a lei impedivano di vedere.  I genitori preoccupati chiamarono il vento il quale pensò che l'uomo della Terra fosse riuscito a fare chissà quale incantesimo alla ragazza, pertanto, così egli disse al sole, sarebbe stato opportuno che la ragazza scendesse sulla Terra, altrimenti sarebbe anche potuta morire. A quel punto, la luna ordinò allo spirito del ragno di tessere una ragnatela estremamente robusta e molto lunga e, quando arrivò la notte, la ragazza scivolò lungo la  ragnatela fino al punto dove attendeva Wooruwooru, nascosto nel fogliame. Come Wooruwooru vide la ragazza se ne innamorò follemente. In quel momento il Kookaburra tolse le foglie dagli occhi della ragazza che ritornò a vedere. Quando anche lei vide Wooruwooru, così forte, bello e sicuro di se, perse immediatamente il suo cuore per lui. Fu così che Wooruwooru, uomo della terra , poté sposare la figlia della Luna. Ecco perché ci sono molti aborigeni che hanno la pelle più chiara e i capelli biondi.

Watambari era un grande cacciatore e un grande guerriero perché aveva un cuore generoso e aperto verso tutti. Non combatteva per depredare altre tribù o altre persone, ma solo per difendere la sua gente. Un giorno, mentre era a caccia, si imbatté in un dingo bianco. Watambari non aveva mai visto un dingo bianco e cominciò a seguirlo per catturarlo e per portarlo, vivo, nella sua tribù. Cominciò a seguirlo strisciando nell’erba alta, poi correndo e nascondendosi tra i cespugli e dietro gli alberi, ma la sua distanza con il dingo, che non sembrava affatto impaurito, non diminuiva. Fu così che si trovò improvvisamente davanti a una grotta. Pensando che fosse la tana del dingo, Watambari entrò, perché come ho detto egli era un uomo molto coraggioso. Con sua grande sorpresa fatti una cinquantina di passi nella caverna, questa si aprì in un caverna ancora più grande al centro della quale era seduto un uomo molto vecchio seduto davanti a un fuoco che lo guardava con occhi di fiamma. Watambari si avvicinò lentamente sotto il suo sguardo tagliente e si fermò ad un passo da lui, fissandolo intensamente ma senza parlare. Restarono qualche lungo momento così: immobili, a fissarsi. Poi il vecchio disse: Se sei venuto fin qui, devi volere qualche cosa di molto particolare – e la sua bocca si piegò in uno stano sorriso. - Veramente io non voglio nulla per me. – rispose Watambari. - Davvero? Ammirevole. E per la tua gente? - chiese il vecchio. - Ah beh, per loro si. Mi piacerebbe sapere come fare per allontanare il freddo, la fame, la povertà e la morte. - Il vecchio lo guardò ancora per un lungo momento, poi disse: Allora ti indicherò dove trovare gli spiriti di questi malanni che affliggono la tua gente, affinché tu possa combatterli.- Fu così che, seguendo le indicazioni del vecchio, Watambari si trovò in una grande radura. Vide subito una figura che non poteva essere altro che uno spirito malvagio. Così Watambari si avvicinò per colpirlo con la sua lancia. Si accorse che quello spirito tremava e si torceva davanti a lui, però non di paura. il suo nome era Freddo. Wataambari sapeva che il Freddo era un grande nemico della sua gente e che molti bambini erano morti per colpa sua ed alzò la lancia per colpirlo. Ma lo spirito disse: Se tu mi uccidi il caldo regnerà sovrano, l’acqua evaporerà e il grano non potrà crescere senz'acqua che lo bagni. - A quel punto Watambari pensò che poteva anche avere ragione e gli rispose: Hai ragione. Ed io non ti ucciderò. - Più avanti, Watambari incontrò un secondo spirito. Si chiamava Fame. Watambari sapeva che la fame era una cosa terribile per il suo popolo e stava per colpire con la sua lancia, quando lo spirito si volse verso di lui e gli disse: Se tu mi uccidi ci sarà cibo in abbondanza, ma il cibo verrà a noia alla tua gente che non faranno più nulla per sopravvivere. E allora, presi dall’ozio, tutti saranno uccisi dagli animali feroci. - Watamabari, dopo aver riflettuto un istante, rispose: È vero, la gioia di ogni festa sparirebbe con te. Io non ti ucciderò. Il terzo spirito era la Povertà. - Uccidimi - ella disse quando lui si avvicinò - sono così infelice! Però sappi che morta io, mai più le cose potranno consumarsi e la tua gente non avrà più il sapore delle cose nuove. - Ed egli rispose: È vero, la mia gente gode delle cose nuove, quando riesce a conquistarle. Non ti ucciderò. - L'ultimo spirito era proprio quello della Morte. Quando vide Watambari e prima che egli potesse sollevare la sua lancia, gli disse: Se tu mi uccidi, la Gente non morirà mai più e non nasceranno più nuovi bambini. Il mondo sarà un popolo di vecchi. Lasciami andare e la gente crescerà, ci saranno giovani forti che prenderanno il posto dei vecchi stanchi che io prenderò per mano. – E allora, è evidente che nemmeno te posso uccidere. - Concluse Watambari che, lentamente, riprese il cammino per tornare tra la sua gente. Ed è per questo che Morte, Miseria, Fame e Freddo, vivono ancora tra di noi.

Nella foresta pluviale di Kakadù, che come tutto sanno è ricca di alberi e di vegetazione, viveva una famiglia di uccellini coloratissimi, come lo sono spesso gli uccelli dei tropici. Nella loro nidiata di piccoli, c'era anche un piccolo uccellino. Era il più piccolo di tutti ed era talmente piccolino da non riuscire ancora a volare bene. Nonostante questo, il piccolo uccellino era piuttosto coraggioso. Inoltre aveva una grande forza di volontà. Un giorno, il piccolo uccellino decise di addentrarsi nella parte più buia della foresta. Nella foresta purtroppo c'erano anche i Bunyip. Il Bunyip è uno strano, mitico animale che, secondo gli aborigeni, vivrebbe nei fiumi australiani. Raggiungerebbe la taglia di una mucca e sarebbe una specie di marsupiale gigante acquatico. Gli aborigeni lo considerano uno spirito cattivo che abita i torrenti e le paludi che sono presenti nella foresta pluviale e che lancia urla terribili. Questi Bunyip offuscavano ogni bellezza e non lasciavano che la luce del sole o della luna penetrasse tra gli alberi. Loro lasciarono entrare l’uccellino, ma una volta che egli fu dentro la loro zona, non gli permisero più di uscire. L’uccellino capì di essersi perso. Aveva paura del buio, come tutti i piccoli, e di quel senso di tetro che ormai c'era nel bosco. Infatti centro della foresta oramai era buia. Poi l'uccellino, stremato dalla fatica dei vari tentativi e dalla paura, si posò su un ramo a riposare e si addormentò. Quando si svegliò era ancora buio ma sentì come una voce che gli diceva che lui doveva avere coraggio e che se lo avesse voluto poteva riuscire a scacciare gli spiriti malvagi. Guardando bene vide un gufo posato poco lontano da lui. Anche lui era rimasto imprigionato dagli spiriti. Il gufo gli fece coraggio e gli disse che se avesse usato tutta la sua forza di volontà avrebbe potuto cacciare gli spiriti malvagi, anche in nome degli altri animali della foresta. Ma come riuscire in tale impresa, visto che non sapeva ancora volare bene e, tutto sommato, quel buio lo impauriva non poco. Lui era solo un povero uccellino. Ma il gufo non si perse d’animo e lo incitò a volare, con tutte le sue forze. Tuttavia gli spiriti malvagi si dimostravano sempre più forti di lui. Allora l’uccellino aperse la sua mente alla fantasia. Sentì nascere dentro di se una grande sicurezza e all'improvviso l'uccellino sicuro aprì le ali e volò. Era la sua forza di volontà a spingerlo. L’uccellino cominciò a volare in giri sempre più ampi e fantasiosi. A quel punto gli spiriti rimasero interdetti a guardare. Ma con un ultima grande picchiata, l’uccellino si diresse verso di loro come un fulmine, tanto che i Bunyip si spaventarono e scapparono via inseguiti dall’uccellino, dirigendosi oltre il centro del bosco. Fu così che l’uccellino riuscì a spalancare le porte della luce, a quella zona buia. Questo fatto diede vita nuovamente a tutta la foresta e serenità a quel posto meraviglioso. Col suo gesto riuscì ad infondere coraggio anche agli altri animali, suoi amici, che da lui presero esempio. Ormai nella foresta pluviale, i suoi abitanti erano tornati a essere sereni e felici e gli spiriti malvagi Bunyip non riuscirono più ad entrare ed a creare la loro oscurità. Il coraggio, la forza di volontà ma anche l'amicizia tra gli animali, furono più forti di qualsiasi malvagità. Al vento della foresta un piccolo uccello apre le ali al volo: di tanto in tanto scende repentinamente a posarsi su un ramo, a volte cade a terra e poi si rialza. Se tu lo guarderai con occhi bambini, non vedrai l'uccello, ma dentro il suo piccolo petto il grande coraggio infinito di volare in alto, nel cielo.

Due uccelli se ne stavano beatamente a prendere il fresco sulla stessa pianta, che era un eucaliptus. Uno si era appollaiato sulla cima dell’albero, l'altro che evidentemente era arrivato da poco, stava in basso su una biforcazione dei rami appollaiato dopo un evidente lungo viaggio da chissà dove. Dopo qualche minuto, l’uccello che stava in alto, essendo un uccello cortese, tanto per rompere il ghiaccio, si rivolse all’uccello che stava sotto di lui e gli disse: "Buongiorno straniero, sono felice che ti sei posato su questo splendido albero dalle foglie verdi!". L’uccello che stava in basso guardò verso l’alto, dove si trovava il primo uccello e vide che le foglie erano bianche. Pensò che forse non aveva capito la lingua del posto e chiese “Come hai detto?” “Ho detto che sono felice che ti sei posato su questo splendido albero dalle foglie verdi” “Come sarebbe a dire” fece il nuovo arrivato “Non lo vedi che sono bianche!". E quello di sopra, indispettito: "Ma sei cieco? Sono verdi! Altroché se sono verdi. Forse da dove vieni non vedete bene i colori!". E l'altro dal basso con il becco in su: " I colori li vediamo benissimo e io vedo che sono foglie bianche. Non hai nient’altro da fare che prendermi in giro? Eppure mi avevano detto che gli uccelli di questa zona erano cortesi.” “Cortesi si, ma scemi no. Se tu dici che le foglie sono bianche, vuol dire che sei tu che stai cercando di prendermi in giro e questo non va bene.” “Io non ti prendo in giro” ribattè il secondo uccello “ Ci scommetto le piume della coda che queste foglie sono bianche. Tu non capisci nulla! Sei matto!". A quel punto, l’uccello della cima si sentì bollire il sangue e senza pensarci due volte si precipitò sul suo avversario per dargli una lezione. L'altro non si mosse. Quando furono vicini, uno di fronte all'altro, con le piume del collo arruffate per l'ira, prima di cominciare il duello ebbero la curiosità di guardare nella stessa direzione, verso l'alto. A quel punto, l’uccello che veniva dalla sommità dell’alberò si bloccò ed emise un fischio. Poi disse "Oh, ma guarda, viste da qui sono davvero bianche!". “Te lo avevo detto io!” Fece il secondo uccello “Adesso devi chiedermi scusa!” “Aspetta un momento” disse l’altro “qui la cosa non mi convince. Proviamo un po' ad andare insieme lassù dove stavo prima". Volarono sul più alto ramo dell’albero e questa volta fu il nuovo arrivato ad esclamare: "Guarda un po', viste da qui le foglie sono veramente verdi". E così impararono che, a volte, ci possono essere anche due verità, visto che le foglie dell’eucaliptus sono verdi da una parte e bianche dall’altra. La morale di questa breve storiellina è questa: Amici, non giudicate mai nessuno se prima non avete camminato almeno un po’ di tempo nelle sue scarpe.

                                                           

 

Un povero salice soffriva di una malattia psicologica che è propria di molti esseri umani: un grandissimo complesso di inferiorità. Vedeva, intorno a se, gli altri alberi nel boschetto alzare i propri rami rigogliosi e pieni di foglie verso il cielo con assoluta naturalezza, mentre i suoi erano sempre esigui e piuttosto spogli. Questo lo avviliva così tanto che un giorno decise di cambiare la sua situazione. Guardandosi intorno, notò anche come taluni alberi della stessa zona avevano il tronco arricchito da foglie d’edera sempreverdi o da tralci di vite. Ebbe allora una grande idea. Se viti ed edere potevano arricchire così tanto le altre piante, lui avrebbe potuto riempirsi con le foglie di un’altra pianta che avesse foglie ancora più grandi. Così tese i suoi rami con tutte le forze verso l’alto, intrecciandoli l’uno con l’altro e mascherandosi come se fosse una pianta rigogliosa. Come arrivò la sera, stormi di uccelli andarono posarsi sui rami degli altri alberi occupando man mano i posti più belli. Ultima ad arrivare fu una gazza che, vedendo gli altri alberi già occupati e non accorgendosi, nel buio del crepuscolo della reale esiguità dei rami del salice, si posò su esso per passarvi la notte. Quando giunse l’alba però, il salice aveva stretto così fortemente i suoi rami intorno all’uccello, da imprigionarlo. Il povero uccello allora si mise a gridare a chiedere di essere liberato. A quel punto il salice gli chiese, in cambio della libertà che egli avrebbe restituito, di andare a trovare il seme di una pianta rampicante che avesse foglie molto larghe che la gazza avrebbe dovuto piantare nella terra alla sua base, in modo che crescendo avrebbe potuto arricchire il tronco del salice e sostenere i suoi rami. La gazza accettò il patto e, una volta libera, volò via. Ma una promessa ottenuta con l’inganno, difficilmente può portare bene. La gazza, oltre che essere ladra, era anche molto furba e così quello che riportò indietro era un seme di zucca. Ecco ti ho portato il seme di un rampicante con foglie molto più grandi di quelle della vite o dell’edera – disse – ora lo pianterò alla tua base e così avrò soddisfatto la tua richiesta. La gazza raspò il terreno e pose il seme nel solco che aveva ricavato. Quindi volò via. Il seme riposò per tutto l’inverno e con la primavera fece nascere un germoglio che diventava rapidamente sempre più grande. Nel vedere le grandi foglie, il salice gongolò e si disse di essere stato molto furbo nella sua macchinazione. Avrebbe dimostrato a tutto il bosco, quanto si poteva essere furbi. La zucca seguitò a crescere e si arrampicò prima sul tronco e poi sui rami del salice, il quale adesso appariva ricco di vegetazione. Allora il salice cominciò a vantarsi della sua astuzia e della sua raggiunta avvenenza. Ma poi la zucca cominciò a far nascere i suoi frutti e questi erano sempre più grandi e pesanti. Il salice adesso si sentiva oppresso ancora più di prima e sentiva che i suoi rami rischiavano di spezzarsi e così cedette lentamente al peso delle zucche. Alla fine questa fecero curvare così tanto i rami del salice che questi rimasero per sempre viziati. Fu da allora che i salici ebbero sempre i loro rami rivolti verso terra a ricordare che quello che si ottiene con l’inganno spesso è solo un altro inganno, che non ci si deve vantare di ciò che si ottiene con gli inganni e che, comunque, non ci si deve fidare di chi passa e va via.

Nel tempo del sogno, in Australia viveva un giovane guerriero, molto forte e molto abile, di nome Wooruwooru. Era molto gentile con tutti e le ragazze del villaggio stravedevano per lui, anche perché era piuttosto ben fatto e aveva due occhi splendenti come stelle. Ma egli non se ne curava, anzi era sempre molto triste perché non riusciva ad aprire il suo cuore a nessuna di loro e, soprattutto, perché non riusciva ad innamorarsi di nessuna. Un giorno, andando a caccia, riuscì ad abbattere con il suo boomereng un Kookaburra, un grosso uccello che si trova solo nelle foreste di quel continente. Mentre si avvicinava alla sua preda per finirla, il Kookaburra lo implorò: Grande guerriero, non uccidermi e io farò in modo che le tue pene possano essere alleviate. Wooruwooru guardò incredulo l’uccello, poi chiese: In che modo? Il Kookaburra replicò: Ebbene, io conosco una fanciulla della quale non potrai fare a meno di innamorarti. Ella è la figlia della luna e si trova sopra le nuvole. Ha la pelle colore della luna stessa e i capelli dorati. Io volerò fin lassù e consegnerò direttamente la tua richiesta di incontrare sua figlia. A quel punto Wooruwooru, decise di lasciar libero l’uccello e questi, subito, volle impegnarsi per mantenere la sua parola. Con un ampio volo salì sulla cima degli alberi, poi con un volo ancora più diretto salì ancora più in alto, sempre più in alto, fino ad arrivare alla reggia della luna. La luna, che secondo la mitologia aborigena, è di sesso maschile, quando vide l’uccello gli chiese cosa ci facesse tanto in alto. Il Kookaburra rispose che era venuto dalla Terra dove viveva il grande guerriero Wooruwooru il quale desiderava conoscere la sua bella figlia. Lo spirito della luna rimase meravigliato per tanto ardimento, tuttavia rispose che avrebbe anche potuto accettare di mandare sua figlia sulla Terra, ma solo se l’uomo si sarebbe presentato in cielo con un regalo, personalmente. Il Kookaburra tornò sulla Terra e raccontò a Wooruwooru come erano andate le cose. Costui, anche perché era molto incuriosito, preparò subito una bellissima borsa dentro alla quale mise una collana dei più splendenti opali iridescenti che si potessero trovare nel sottosuolo dell’Australia. Consegnò la borsa all’uccello affinché la portasse allo spirito della luna, e gli disse di scusarsi con la luna per non essere andato personalmente; ma lo aveva fatto perché, essendo un uomo, non poteva neanche pensare di andare così in alto. Il grande uccello salì nuovamente in cielo e donò la borsa alla luna. Questi ascoltate le sue parole, gli disse che avrebbe preso la sua decisione solo il giorno dopo. Ma il Kookaburra aveva un suo piano che gli avrebbe consentito di portare, comunque, la ragazza sulla Terra. Quindi durante la notte pose sugli occhi della figlia della luna due magiche foglie di eucalipto che erano invisibili a tutti, ma che a lei impedivano di vedere.  I genitori preoccupati chiamarono il vento il quale pensò che l'uomo della Terra fosse riuscito a fare chissà quale incantesimo alla ragazza, pertanto, così egli disse al sole, sarebbe stato opportuno che la ragazza scendesse sulla Terra, altrimenti sarebbe anche potuta morire. A quel punto, la luna ordinò allo spirito del ragno di tessere una ragnatela estremamente robusta e molto lunga e, quando arrivò la notte, la ragazza scivolò lungo la  ragnatela fino al punto dove attendeva Wooruwooru, nascosto nel fogliame. Come Wooruwooru vide la ragazza se ne innamorò follemente. In quel momento il Kookaburra tolse le foglie dagli occhi della ragazza che ritornò a vedere. Quando anche lei vide Wooruwooru, così forte, bello e sicuro di se, perse immediatamente il suo cuore per lui. Fu così che Wooruwooru, uomo della terra , poté sposare la figlia della Luna. Ecco perché ci sono molti aborigeni che hanno la pelle più chiara e i capelli biondi.

                                                                

Questa vicenda parla di due animali che ancora oggi vivono nelle zone desertiche: la lucertola e il serpente. Tra i due rettili non c’è mai stata molta simpatia, soprattutto perché le lucertole fanno parte del pasto abituale di ogni serpente del deserto ed esse lo sanno benisimo. Quindi è logico che le lucertole evitino di attraversare la strada ai serpenti, a meno che non siano lucertole suicide. E non mi risulta che ce ne siano, in giro. Ebbene, narra una storia molto antica che una volta, molto tempo fa e quando anche gli animali sapevano parlare, in una zona piuttosto assolata e quasi priva di vegetazione, un serpente se ne era andato a caccia, di primo mattino, per procurarsi qualche cosa che calmasse la sua terribile fame. La caccia era durata per ore ed ore perché gli animali che avrebbero dovuto costituire il suo pranzo, si erano fatti furbi ed evitavano accuratamente ogni rischio. Alla fine, però, dopo una serie di appostamenti, di stremanti attese, di attacchi andati a vuoto, finalmente il serpente era riuscito a catturare un grasso topo e mangiarselo. Sapete, la vita selvaggia è fatta così e per nutrirsi spesso bisogna uccidere. A quel punto, sentendosi sazio, stanco per la caccia e oppresso dal terribile calore del sole dei tropici, il serpente cominciò a cercare un posto dove potersi riposare e completare la sua digestione. Intanto il sole era diventato sempre più rovente e non dava tregua. A un certo punto del suo affaticante girovagare alla ricerca di un po’ di ristoro, il serpente vide un grosso masso che gettava sul terreno una grande e fresca ombra. “Ah quello è il posto che fa per me” si disse. Si avvicinò e vide che c’era una lucertola che si stava riposando proprio al centro dell'ombra di quel grande masso. Il serpente si fermò, osservò per un attimo la lucertola che sembrava dormire, poi emise un sonoro sibilo per attirare la sua attenzione. “Che cosa vuoi serpente?” gridò allora la lucertola, riscuotendosi dal suo torpore. “Che cosa voglio? Voglio riposare all’ombra!” rispose il serpente. “D’accordo, e chi te lo vieta?” Fece la lucertola osservando bene le mosse del serpente. “Come sarebbe chi me lo vieta? Me lo vieti tu lucertola, che ti prendi sempre i posti ombrosi migliori. Ma dico, questa è l'unica roccia disponibile e tu ti sei messa proprio al centro dell’ombra. Perché non dividi la tua ombra con me?” incalzò il serpente piuttosto urtato. La lucertola lo fissò ancora per un lungo istante poi si spostò lentamente e disse “D’accordo serpente, puoi dividere l'ombra con me purché tu te ne stia dall'altra parte del masso senza interrompermi.” Sentendo queste parole il serpente la guardò leggermente imbarazzato, poi le disse: “Scusami sai, ma che cosa non dovrei interrompere? Mi sembra che tu stia solo dormendo.” La lucertola sorrise con compiacenza, poi gli fece “Mio caro serpente, vedo che sei proprio un ingenuo, io non sto affatto dormendo, io sto sognando!” Il serpente a questo punto volle sapere quale fosse la differenza tra le due cose e in che cosa costituisse il suo sognare. La lucertola glielo spiegò in questa maniera: “Vedi serpente, per me sognare è come andare nel futuro, io vado dove vive il futuro. E, dato che sono andata nel futuro, so che tu oggi non mi divorerai, perché io ti ho sognato ben sazio e con la pancia piena di topi!” A quel punto il serpente si dimostrò sinceramente stupefatto e sbottò “Ma guarda che strano. Ebbene, devo confessarti che è proprio così! Ho appena mangiato un grasso topo. Mi chiedevo infatti come mai tu avessi accettato di dividere la tua ombra con me, senza protestare!”. Quindi si arrotolò accanto alla lucertola e si mise a dormire. Il serpente, però, non sapeva che la lucertola sognatrice, in realtà aveva visto bene il rigonfiamento che il serpente aveva nella pancia e che voleva dire che era passato poco tempo da quando egli aveva fatto un buon pasto. E neanche sapeva che la lucertola conosceva bene i serpenti ed era a conoscenza che, quando i serpenti sono sazi, non attaccano mai gli altri animali. Per questo se ne poteva stare tranquilla accanto al serpente. Almeno per diverse ore. La favola ci insegna che, anche se sognare è una cosa meravigliosa, non dobbiamo mai lasciare che i sogni possano annebbiare la realtà.

C’era una volta un grande mago che sapeva fare ogni genere di prodigio. Almeno questo è quello che dicevano le persone che erano andate da lui. Si diceva che avesse la possibilità di comunicare con il cielo e di vendere a ognuno quello che desiderava e che, in cambio, chiedesse solo un po’ di frutta. Molti che erano andati da lui erano riusciti ad avere davvero dei benefici e così, essendolo venuto a sapere, un ragazzo della tribù degli Ananda decise di andare nella caverna dove questo famoso mago si riparava dalle intemperie e dal sole troppo forte. Il ragazzo, mise in un canestro di foglie un’infinità di frutta, per fare più bella figura, e si avviò nella boscaglia. Quindi si inerpicò faticosamente per il sentiero che portava alla caverna del mago. Arrivò ansante e tutto sudato. Quando il mago lo vide, sorrise e lo fece sedere su di una pietra. Poi, aspettato che il ragazzo si fosse calmato, gli chiese perché fosse venuto. “Ci sono alcune cose che vorrei comprare dal cielo e siccome mi hanno detto che tu puoi parlare col cielo, sono venuto” rispose il giovane. “E cosa vorresti?” chiese il mago. ”Vorrei chiedere al cielo la fine di tutte le guerre nel mondo, più giustizia per gli sfruttati, tolleranza e generosità verso gli stranieri, più amore nelle famiglie, lavoro per i disoccupati, più solidarietà, vorrei che gli uomini capissero che non è giusto stare sempre l’uno contro l’altro, e poi..” A quel punto il mago lo interruppe: “Calma ragazzo, calma. Vedi, mi dispiace, ma ti hanno informato male. Il cielo non vende frutti, vende solo semi"

Molti anni fa quando ancora esistevano gli dei, Wullungori, uno tra i più potenti dei di allora, viveva in una casa fatta di sole posata sopra un bellissimo tappeto di nuvole. Un giorno decise di prendere moglie e invitò a presentarsi le quattro fanciulle più belle della Terra. Poi domandò a ciascuna “Che cosa faresti, per me se io ti sposassi?” La prima dichiarò “Spazzerei il cielo e governerei la tua casa” E la seconda “Cucinerei per te le pietanze migliori”. E la terza “Filerei montagne di nuvole e andrei tutti i giorni ad attingere l'acqua”. E la quarta “ Io ti darei un figlio tutto d'oro come il Sole!” Dopo averci ben pensato, Wullungori scelse l'ultima ed ordinò di preparare la cerimonia per le nozze. Dopo un anno, mentre Wullungori era lontano, la Regina partorì due gemelli, uno d'oro come il Sole e l'altro d'argento come la Luna. A quel punto, una delle altre ragazze respinte, invidiosa, rapì i bambini , li chiuse in una cesta e li abbandonò nel cavo di un albero, sostituendoli nella culla con due ranocchi . Quando Wullungori tornò, e vide che i suoi figli erano due orrendi ranocchi,ordinò di farli uccidere ed esiliò la Regina. Intanto un cacciatore scoprì il cesto con i bambini e decise di portarli a casa,curandoli e crescendoli con amore. Dopo alcuni anni Wullungori passò nella fattoria del cacciatore e vedendo i bambini d'oro e d'argento capì che non potevano essere altro che i suoi figli scomparsi. Allora ricompensò il cacciatore colmandolo di ricchezze e fece richiamare la Regina dall'esilio. Tutti vissero felici e contenti meno la traditrice che aveva rubato i due piccoli e che fu trasformata in una biscia. E succede che, ancora oggi, quando i due figli di Wullungori vanno a fare il bagno nel grande fiume che scende a cascata sulla terra, un pochino della loro polvere d'oro e d'argento arriva fino a noi e quelli che la trovano diventano molto ricchi. Capito? Forse non è vero, ma è così che gli aborigeni d’Australia spiegano il fatto che, in certi fiumi, si trovino pepite d’oro e d’argento.

Quando il mondo fu creato, la pioggia non esisteva. Gli animali erano preoccupati e si riunirono a gruppi perché avevano bisogno d’acqua e i fiumi non bastavano. Cominciarono a invocare la pioggia lanciando le loro voci verso il cielo. Prima provarono gli emu, coi loro strani suoni, poi i canguri e poi i coccodrilli, ma la pioggia non arrivava. Per ultime toccava alle rane. Tutti gli animali le implorarono di gridare verso il cielo il loro bisogno di acqua. Le rane non aspettavano altro per mettersi a gracidare e così presero a cantare tutte insieme e il loro grido era talmente assordante e sgradevole che il cielo si stancò di sentirlo e si coprì di nubi per attutire quel suono. Ma non fu abbastanza. Intanto il gracidio cresceva di volume e rimbombava sulle rocce, nelle foreste pluviali, sui monti, dovunque. A quel punto, tutti gli animali gridarono alle rane di smettere, ma le rane ormai ci avevano preso gusto e continuarono. E gli animali cominciarono a gridare sempre più forte, per farle smettere, che persero la voce. Infatti, i coccodrilli, i canguri, i koala, i dingos non hanno voce, proprio per questo motivo. Intanto le rane seguitavano a gracidare e quel gracidio penetrava attraverso la cortina di nubi tanto che anche il cielo non ne volle più sapere e decise di affogare le rane per farle smettere una volta per tutte. Mandò giù tanta di quella pioggia che le rane finalmente tacquero contente. E da allora le rane si credono padrone dell'acqua, perché furono loro a far piovere. Per questo, mentre tutti gli altri animali australiani sono diventati muti, le rane continuano a gracidare. Per chiedere la pioggia.

Questa è una brutta storia che ancora si tramandano i popoli neri che vivono in terra d’Australia, un paese dove era bello stare per quegli uomini che i bianchi chiamavano aborigeni. Il popolo degli Wootampari aveva imparato a convivere con quegli strani uomini bianchi che venivano da lontano e che avevano armi così terribili. Ma in fondo, nella loro terra così vasta, c’era posto per tutti. La natura non era che opulenza e generosità. Al calare della notte, i fiori esalavano un profumo pesante e soave che donava agli animi una deliziosa ebbrezza. All'alba, la rugiada rinfrescava la terra lussureggiante nella quale i bambini giocavano serenamente. La foresta abbondava di kangaroo, di wallabies, di iguane e di una infinità di uccelli, la natura era generosa e la vita qui, come il grande fiume, scorreva senza fretta, tranquilla e pigra. Le stagioni con rito immutabile si succedevano all'infinito e si sapeva che dopo i grandi caldi sarebbe arrivata la stagione delle piogge. Il giovane Kakadoora amava guardare cadere la pioggia. Con profondo rispetto, come glim avevano insegnato i vecchi saggi, guardava le grosse gocce che sprofondavano nel terreno dissecato, si insinuavano nelle screpolature causate dai lunghi mesi di canicola a dissetare la terra. La vedeva riempirsi dell'acqua del cielo, berla con avidità. Assisteva ad una fantastica festa, la natura intera si nutriva, si riempiva d'acqua, si saziava di vita. E dopo le piogge, quando la terra, svezzata, saziata, si preparava a far nascere nuovi doni, il capo degli anziani, apriva la notte del cielo stellato. Gli anziani, con i segni bianchi che rivelavano la loro condizione, dipinti sulla pelle, formavano un cerchio silenzioso e raccolto. Facevano così appello a tutta la loro energia mentale per meglio unirsi alle forze cosmiche. Nulla doveva turbare l'arrivo degli spiriti. La loro presenza si manifestava con una brezza quasi impercettibile, con un leggero fruscio dell'aria e del fogliame. A questo segnale della natura, gli anziani sembravano rinascere alla vita. Ma poi accadde qualcosa che Kakadoora non sapeva spiegare. Stava terminando la stagione secca ma le piogge tardavano ad arrivare. Passò un mese, poi due, poi tre ma non cadde una sola goccia d'acqua. Era già accaduto in passato, questo sapevano gli anziani, ed era una prova per la loro condizione di esseri umani che la madre terra imponeva loro. Per questo gli anziani invocavano gli spiriti ma questi sembravano sordi alle loro preghiere. Di fronte a questa incertezza, la paura invase l'intera tribù. Ed era una paura insidiosa, un'angoscia cupa che generava l'odio. Ma il capo degli anziani parlò. Disse: Non risvegliate i demoni, scacciate l'odio e la violenza dalle vostre esistenze. Accettiamo queste prove con fiducia. Non risvegliate i demoni, altrimenti le tenebre ci invaderanno per l'eternità. Tutti ascoltarono in silenzio pensando che quello che aveva detto il vecchio doveva essere la verità. Ma un giovane guerriero si drizzò davanti alla folla e gridò con arroganza: Queste parole sono solo menzogne. Gli anziani non osano confessare la loro impotenza a farci uscire da questo inferno. Gli spiriti reclamano il sangue, sgozziamo dieci canguri catturati nella zona di Uluru, versiamo il loro sangue e offriamo la carne agli spiriti del cielo e della terra e in tre giorni e tre notti, il cielo ci benedirà e ritorneranno le piogge. Abbiate fiducia in me. Uluru era la montagna sacra nelle cui vicinanze la caccia era vietata. Questo ricordarono loro i vecchi saggi. Ma furono scacciati dalla folla ormai soggiogata dal seme della violenza. Quella notte, quella che avanzò verso la montagna sacra, fu una folla selvaggia e scatenata. I canguri furono cacciati e uccisi. Poi vennero fatti brandelli e sotterrati. I vecchi saggi imploravano il perdono degli Spiriti ma sapevano che era troppo tardi. La terra sacra aveva assaporato il veleno del sangue. Comunque arrivò il miracolo: dopo una settimana cominciò a piovere. Solo, seduto sulla soglia della capanna, Kakadoora guardava cadere la pioggia. Ma questa volta, questo spettacolo non riempì di gioia il suo cuore. Al contrario, c’era una strana e dolorosa melanconia che raggelava tutto il suo essere. Ma il resto della tribù era in festa. Uomini, donne e bambini danzavano sotto la pioggia, si rotolavano nel fango. Gli anziani venivano dileggiati da coloro che li avevano onorati solo qualche giorno prima. Piovve per molti mesi. Ma dopo tre mesi continuava a piovere, pioveva sempre. L'angoscia colpì ancora la tribù. Allora ci si ricordò degli anziani e della loro saggezza. Dopo essersi riuniti, questi dissero: Abbiamo consultato gli spiriti: Ci hanno risposto: avete profanato la terra. Prima di ritrovare la fortuna e la felicità, bisognerà purificare la terra, ridarle la sua innocenza, farle dimenticare il sapore del sangue. Per sette giorni e sette notti, gli anziani, seguiti dall'intero villaggio, si recarono alla montagna sacra e fecero le offerte agli Spiriti. Ma evidentemente non bastava e la pioggia non cessava. Una notte, uomini, donne e bambini si svegliarono di soprassalto. Il fiume in piena era straripato e uomini, donne e bambini erano trascinati dalle acque impetuose e poi venivano azzannati dai coccodrilli che li portavano in fondo alle acque. Nel furore della natura, la luna piena e sanguigna rendeva ancora più drammatica questa visione d’orrore. Poi improvvisamente, tutto ritornò calmo, il fiume si placò, ritornò nel suo letto. Di chi è la colpa di tutto questo? Urlava la gente. Allora il solito giovane guerriero, seguito da un gruppo di giovani cacciatori si diresse in mezzo al villaggio e disse: La colpa è dell’uomo bianco che è venuto a distruggere la terra del sogno. La terra ha sete del sangue dell’uomo bianco. Ci fu un momento di silenzio pesante come una roccia. Poi, improvvisamente, un clamore demoniaco risuonò nella notte: i giovani guerrieri, muniti di lance, il viso coperto di segni di guerra, corsero verso una casa di coloni bianchi, padre madre e due bambini, che vivevano al bordo della foresta pluviale. Inutilmente i saggi cercarono di fermarli: furono picchiati e ridotti in fin di vita. Quello che accadde poi, preferisco non raccontarlo ma sappiate che i quattro poveri abitanti della casa colonica fecero la fine dei canguri. Quindi i giovani guerrieri fecero ritorno alla tribù con gli oggetti e i vestiti che erano riusciti a razziare. Alla loro vista, una frenesia sconosciuta si impadronì di tutti. Le donne si misero a danzare ancheggiando sempre più in fretta, sempre più forte, sempre più oscene. Si denudarono completamente scoprendosi senza vergogna davanti agli occhi rossi degli uomini. E avvenne una unione oscura miscelata con il gusto dell'odio, del sangue e della barbarie. All'alba, tutti si svegliarono con gli occhi torvi, la memoria annebbiata. Non pronunciarono una parola. Ma il giovane guerriero disse: Guardate, le piogge sono cessate. Gli Spiriti hanno accettato le nostre offerte, gli Spiriti ci hanno esauditi. Ed effettivamente il sole era tornato a splendere. Ritornarono tutti al villaggio fiduciosi nell'avvenire. Ma appena giunti, arrivarono tanti e tanti uomini bianchi sopra i loro strani animali. Visti gli abiti e gli altri oggetti che i guerrieri avevano razziato ai coloni bianchi, li circondarono e cominciarono a fare tuoni con le loro armi. Quasi tutta la tribù fu uccisa. Quelli che riuscirono a scampare fuggirono verso l’interno nelle zone meno accessibili. Poi il tempo passò. Un anno o forse due. Fu un periodo calmo. A Kakadoora, però, la natura sembrava meno generosa, i suoi frutti meno saporiti. La vegetazione attorno si era infoltita, offuscata. I raggi del sole, anche nei periodi più caldi, non potevano penetrare quei fogliami scuri e quei rovi intrecciati. Lentamente, a piccoli gruppi, gli scampati della tribù tornarono alla loro terra e videro che dove erano sepolti coloro che erano stati uccisi, si era propagata una muffa verdastra che si impossessava poco a poco della radura. Una fauna strisciante vi aveva eletto il suo domicilio e scivolava subdolamente tra gli arbusti dissecati. Dalla terra profanata, si alzavano spiriti vapori fetidi come se tutti i peccati e tutti i mali della terra si fossero riversati là, in quel luogo maledetto. Tutti sentivano nel profondo del loro essere, il peso di quella notte oscura, quella notte in cui l'uomo si era avvicinato alla bestia. Passò altro tempo e gli uomini dimenticarono. Ma gli Spiriti no: avevano di fronte a loro tutta l'eternità. E Kakadoora lo sapeva. E' passato molto tempo, lunghi anni sono trascorsi e Kakadora ha superato i cento anni. Seduto sulla soglia della sua capanna tenta di ricordare il tempo trascorso quando i bambini ridevano serenamente e in cui la purezza, l'innocenza e l'amore erano la linfa stessa della terra. Gli spiriti, lentamente, seguitavano a raccogliere la loro vendetta.

                                                           

Racconta la leggenda che nel tempo del Dreamtime (il tempo del sogno), Birrahgnooloo moglie di Baiame venne a fecondare le terre, a portare la vita con la giocondità dei suoi doni. Birrahgnooloo era venerata come la dea che aveva insegnato agli uomini a coltivare i campi e a renderli rigogliosi. Birrahgnooloo per gli aborigeni rappresentava la Madre terra. Aveva una figlia incantevole di nome Daramulum, una fanciulla spensierata ed allegra, a cui piaceva molto giocare con le compagne nei verdi prati ai bordi della foresta pluviale. In quel tempo tutti gli Dei si radunavano per assistere alla festa della natura creata da Birrahgnooloo. Un giorno Daramulum, sotto lo sguardo materno, era intenta a cogliere i fiori del prato. Inavvertitamente si allontanò per cogliere un bel narciso. Ecco all'improvviso davanti a lei aprirsi la terra e sbucare dal profondo, sulla sua carrozza trainata da cavalli prorompenti, Nuthma il dio degli inferi. In quell'attimo di sorpresa, Nuthma afferra la giovinetta, e incurante delle sue grida, la solleva da terra e la trasposrta nel suo carro, quindi scompare nuovamente nelle viscere della terra. Si era trattato di un rapimento d'amore, visto che Nuthma era follemente innamorato di Daramulum e l'aveva rapita per farne la sua sposa. Era un rapimento d'amore ma anche di morte. Perché, appunto, Nuthma in realtà era il sovrano del regno delle ombre. Daramulum era morta con lui e tutto ciò era avvenuto tra l'indifferenza di tutti gli altri dei. Ma Birrahgnooloo allarmata dalle grida della figlia cominciò a cercarla. La cercò dovunque, ma invano. Corse forsennata per tutta l'Australia, cercando in ogni angolo, dentro ogni grotta, in fondo ai laghi, ma nessuno sapeva (o voleva) darle notizia di Daramulum. E continuò così, frugando ovunque, senza darsi riposo dall’alba al tramonto. Calata la notte, accese sopra Uluru due ramoscelli di eucalipto, per farne fiaccole improvvisate per potersi guardare intorno. E così fece per nove giorni e nove notti, senza prendere riposo, né cibo. Ma non riuscì a trovare niente, malgrado Birrahgnooloo avesse cercato in ogni angolo della terra le tracce della figlia scomparsa. La verità le fu rivelata dal sole, che ogni giorno illumina la terra e con la sua luce riesce a mettere in chiaro ogni trama oscura. Così, alla fine, Birrahgnooloo era riuscita solo a  sapere dove fosse stata trascinata sua figlia, ma non a riaverla con lei. A quel punto, avvilita, Birrahgnooloo, distrutta dal dolore, decise di chiudersi dentro una nuvola. Si sentiva tradita da tutti gli Dei, che in questa vicenda non si erano mossi ad aiutarla. E, naturalmente, ce l'aveva con Nuthma, al quale aveva chiesto, ripetutamente ma inutilmente, che le fosse restituita la figlia. E così accadde che senza le cure della Madre terra, i campi cessarono di produrre. Tutto cominciò a inaridire e arrivarono anche per gli uomini e gli animali i terribili tempi della carestia e della morte. A quel punto, il grande spirito, che era a capo di tutti gli dei, vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò i suoi messaggeri per cercare di ammansire l'indignata Birrahgnooloo. Questa però era irremovibile nel suo dolore e rispondese che sarebbe tornata alle cure della terra, solo dopo se avesse riottenuto in vita Daramulum e la voleva così come era quando era stata rapita da Nuthma. Il grande spirito allora convocò Nuthma. Ma neanche Nuthma  poteva farci più niente. Daramulum aveva ormai perso la sua verginità, ed era diventata a tutti gli effetti sua sposa. Insomma, la fanciulla non poteva più tornare vergine. Evidentemente, c’era un limite al potere di quelle divinità. Allora gli dei, riuniti nella loro grande assemblea, resisi conto che era stata la loro indifferenza a causare tutto quel danno, presero una saggia decisione:  Daramulum sarebbe ritornata ogni anno sulla terra per restare a far compagnia a Birrahgnooloo per un lungo periodo, dalla stagione primaverile fino all'epoca del raccolto, sino all'autunno inoltrato. A conti fatti, quasi due terzi dell'anno. Per il resto dell’anno sarebbe rimasta accanto al suo sposo.  La leggenda, quindi, racconta che da quel momento Daramulum, all'inizio della primavera risale sulla superficie della terra, per ricoprire di fiori le grandi praterie e portarvi il soffio creatore dell'abbondanza. Poi, all'apparire dei freddi invernali, scompare nelle viscere della terra, per rinascere, insieme alla nuova vegetazione, con la primavera successiva

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