I racconti degli amici
In questa pagina ho voluto raccogliere qualcuna delle cose che voi mi avete inviato. Sono momenti di vita di alcuni di voi. Sono la verità di cuori che, in questa maniera, hanno voluto esprimere un parte di se stessi. Se trovate errori e incongruenze, vanno attribuite solo agli autori. Buona lettura !!
Un
bicchiere di niente
Amico,
non parlarmi di favole e leggende, la
storia che ci resta la gode chi si vende.Non voglio più sentire le cose in cui
credevo: se avevo un avvenire , a cena me lo
bevo. Amico, ma che vuoi? Non ho sparato io, se
muoiono gli Dei, non spreco nostalgie. La
vita che ci spetta con le suo ore idiote voglio
serrarla tutta tra le mie mani vuote. Amico, tu fai bene a togliermi il saluto, io
vado con il fiume, tu aspetta là, seduto. Credevo
di sapere le storie mai narrate, ma
in fondo al mio bicchiere sono morte, affogate. Amico
se pensavi che io fossi più importante vuol
dire che TU bevi. Saluti e grazie tante ! Amico
lascia stare... c’è tanta gente intorno... ch’è
nata per durare e dura per giorno
Luciano
UN
INSOLITO PERCORSO
Camminava lungo una strada buia e solitaria, una delle tante. Nella sua mente si intrecciavano sogni irrealizzabili e ricordi che già da molto tempo avrebbe voluto cancellare. Pioveva. E faceva freddo. Un freddo cane, ma Aristide imperterrito andava con passo sostenuto, a volte accennava una corsetta per scaldarsi, ma si stancava subito, non era certamente un tipo sportivo. Una bella sagoma, comunque. Dove andasse in una sera d’inverno, solo e con addosso una giacchetta alquanto leggera, non lo sapeva neanche lui. Ma doveva andare, direbbe Jack Kerouac.Alla sua destra scorrevano negozi addobbati con stelle e stelline dorate. Erano i primi giorni di Dicembre, ma già, dalla metà di due mesi prima, la città si era avvolta nella liturgica atmosfera natalizia. Sopra alla sua testa si accendevano e spegnevano delle piccole e stupide lampadine gialle a forma di babbo natale. Aveva sempre odiato tutto questo.Ad un certo punto si fermò, con le mani in tasca, davanti ad una delle poche osterie sopravvissute al ‘nuovo che avanza’. Il suo sguardo venne catturato in modo naturale e semplice da una ragazza. Bellissima. Il suo viso era avvolto da capelli ricci e neri così morbidi che chiunque avrebbe voluto giocarci all’infinito. Gli occhi…….. Ecco degli occhi non riusciva a riconoscerne il colore. Inizialmente gli sembrarono verdi, un verde prezioso e raro, che forse possiamo ritrovare solo in alcuni splendidi paesaggi sottomarini. Poi facendo due passi avanti, cambiavano colore, azzurri; un azzurro che però non faceva vanto della propria bellezza. Era seduta su un bancone che dava verso la strada e beveva un buon vino rosso che inebriava il suo sguardo di un senso di smisurata rilassatezza e dolcezza. In quel momento tutto era circondato da silenzio. Non passavano macchine, motorini o vecchi ubriaconi. Un’aura felice correva lungo gli antichi ciottoli della stradina. Aristide era incantato. La osservava dall’altra parte della strada attraverso il vetro opaco dell’osteria. Si nascondeva dietro una colonna per non farsi vedere. Ci mancava poco che i loro sguardi si incrociassero. Avrebbe voluto conoscerla, abbracciarla e poi baciarla. Così, senza pensarci. Eppure qualcosa lo tratteneva, non voleva fermarsi. Aveva atteso già troppo a lungo. Riprese a camminare. Cercava di dimenticare quella ragazza. Ma voleva sapere tante cose di lei.Il suo nome, l’età, se era fidanzata, cosa faceva nella vita, dove era nata, se amava gli animali o se le piaceva leggere. Insomma, le solite cose. Era convinto avesse diciannove anni e si chiamasse Elena. Chissà perché, ma queste cose le aveva sempre indovinate. Come quando l’estate scorsa in campeggio era riuscito ad azzeccare la data di nascita di un perfetto sconosciuto tedesco. Che sagoma, quel ragazzo. Fin da piccolo gli era sempre piaciuto cercare di intuire la storia di una persona. I suoi gusti, i dubbi le incertezze, gli amori o le delusioni. Faceva così soprattutto con le persone caratterizzate da particolari interessanti. Magari un vestito, il modo di camminare, la voce o addirittura il modo con cui erano allacciate le scarpe. Era strano Aristide. Pochi lo capivano. Tra questi c’era la sua città che in quel momento si stava trasformando in qualcosa di magico e astratto. Cominciava a nevicare. Si, nevicava. Prima a piccoli fiocchi, poi sempre più grandi fino a che le strade iniziarono a confondersi con i tetti. Che bello sarebbe essere al calduccio in quell’osteria- pensava. Ma no, doveva andare, anzi correre. Ma dove, dove, dove? In preda alla rabbia calciò un grumo di neve che già si era formato sul marciapiede. Dopo due o tre metri svoltò in una piazzetta che aveva sempre amato. C’era un pilastro nel mezzo, circondato da abitazioni ottocentesche. Lì si rifugiava sempre. Era il suo nascondiglio. Di solito ci si chiude in camera, ma per lui non era così, usciva di casa e andava a ‘rifocillarsi, come diceva sempre. Ma non di cibo, no assolutamente. Si rifocillava di pensieri. Uno sopra l’altro, uno sopra l’altro finché non si intasava la mente ed era costretto a svuotarla, cambiando posto. Le vie in cui aveva vissuto e che conosceva a memoria, erano strane quella sera. Sarà stata la neve…… Non lo sapeva neanche lui. Certo, puoi sapere tutto della tua città, ma ogni giorno cambiando prospettiva non finirà mai di stupirti. Soprattutto con la neve. Questo pensava mentre guardava le stelle seduto vicino a un portone immenso, alto quasi tre metri. Chissà dove sarebbe finito dopo tutto quel vagabondare. Si rincamminò, sempre dritto, non voleva più svoltare, questa volta la strada voleva deciderla lui e non viceversa. Passò accanto a un bar a cui era molto affezionato. Aveva perso tanto di quel tempo lì dentro, ma chi se lo ricorda più ormai. Quante filosofie sono ancora sospese tra quei tavolini. Aveva quasi le lacrime agli occhi ripensandoci. Tutto questo finchè Giordie era vivo, prima di quel maledetto incidente. Gliel’aveva detto Aristide di non partire a quel testardo di Giordie. Ma lui, no. Non ascoltava mai nessuno. Non voleva più pensarci, così riprese a correre, troppi ricordi legati a quei posti. Correva sempre più veloce. Voleva anche urlare, ma in realtà aveva voglia di pace e serenità, non di chiasso. Per questo passando davanti a una discoteca lanciò una palla di neve contro il tipo grosso della sicurezza. Quel tizio diventava sempre più grande man mano che Aristide si avvicinava. Ma era agile, lanciò la palla e se la svignò come solo lui sapeva fare. Stavolta sentì la stanchezza e quasi si fermò, ma ancora una volta doveva andare. Intanto era calata la nebbia. Bene, tutto bianco. Ad ogni passo le cose sparivano dietro di lui e gli riapparivano davanti. Così anche i ricordi tristi se ne andavano, e ci fece una risata sopra. Non capiva se stesse camminando lungo il marciapiede o in mezzo ad una strada, non gli importava, l’importante era camminare. Ad un certo punto capì di essere davanti a quel fottuto centro commerciale che aveva sostituito il parco giochi dove lo accompagnava la madre da piccolo. Avrebbe voluto farci giocare anche i suoi figli, adesso, avrebbe potuto comprare solo uno stupidissimo giocattolo. Sputò, in segno di disprezzo. Le gambe ormai non reggevano più, era da quattro ore che camminava e dopo una sbronza non è il massimo. Eppure non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Sentì un profumo caldo e fresco. Non riusciva a capire cosa potesse essere. Poi vide la vecchia panetteria, anche quella come l’osteria aveva resistito. Dovevano essere le cinque se già era aperta. Sarebbe stato lì ore ad assaporare quel profumo indistinguibile. Solo la Titti sapeva fare il pane a quel modo. Chissà se lo avesse riconosciuto in quello stato. Meglio non pensarci. Si, meglio. Era preso abbastanza male. Nevicava ancora, non aveva intenzione di smettere. Ma Aristide era contento così, stava bene. La luce del sole filtrò tra le tapparelle della finestra. Aprì gli occhi. Era già mattino. Fuori c’era un cielo azzurro incontaminato, e faceva caldo. Le temperature di quel Luglio erano altissime. Aristide aveva seguito un percorso attraverso le strade della sua vita. Un insolito percorso. I luoghi e i profumi si erano tinti di particolari ricordi. Forse è proprio questo il significato del termine ‘sogno’, pensò. Un infinito camminare, forse. Non aveva solo sognato, ma aveva definito ‘Il Sogno’. Dopo pochi istanti venne catturato da un’improvvisa voglia di andare, chissà, magari con Giordie.
Paolo Tognon
Sulla battigia sarai nuda, non un velo sulla pelle di luna. E volerò dentro un vento caldo, con occhi d'amore guardando allo spazio che non c'è. Dove la schiuma non s'infrange, dove l'ombra e la luce ridono e piangono, nera un 'iride 'azzurra l'altra. Non più perché. Tutto lì, unico e intatto. Bianco e nero. Perché nuda sarai, e senza un brivido.
Stefania Giacarelli
Fino al centro del Mondo
Riaprite l'autostrada - stanotte è lunga da guidare - ho le gomme nuove - e l'auto ancora daa rodare. - Ho preso un pacco di batterie - ed una corda lunga per calarmi al centro della terra. - Varcherò tutti i confini - vagherò tra i corridoi - seguirò mille lumini - calcherò orme di eroi. - E la troverò lì. - Immane. - Reggia del silenzio. - C'è uuna casa tutta spenta - dalle finestre mezze smorte - cercherò l'interruttore aprirò - infinite porte. - Ed infine era lì. - Punto esatto e ineluttabile - come destino minuzioso e calcolatore - dalla forma di un trillo - e le sembianze di un rumore. - La sentii una sola voce. - La vita è infinita disse. - Io ringraziai e me ne andai.
Christian
Un giorno, d’improvviso, ho inventato il sole. E corsi in fretta a casa, una grande casa come si usavano allora, di quelle costruite coi mattoni, il sudore, gli sputi sulle mani, da uomini che fabbricavano case di giorno perché ci fosse un posto al mondo per i figli guadagnati la notte; una grande casa, dico, dov’era bello nascere ed era bello, per quelli dalle mani piene di calli plasmati da sputi ribelli, non riposarsi, in attesa di albe troppo vicine per consentire un riposo. In una casa tanto grande, di quelle che forse non conoscete o forse non ricordate o forse avete venduto per rabbia, o ipotecato per qualche lira di malinconia, in quella grande casa, che era la mia, con l’odore di fritto, di miseria, di zucchine bollite e ribollite il giorno dopo, un giorno, d’improvviso, rientrai, correndo. E dissi a tutti d’aver inventato il sole. La cucina era grande e quasi buia. Ma la farina che mia madre impastava per farne quel cattivo pane buono che mi resta nella gola, incollato al palato, come un rimorso mi sembrava più bianca della luce. Quel giorno, d’improvviso, avevo inventato il sole. Lo avevo già visto, qualche volta, un po’ stolido e pronto ad abbagliare in un’assurda sfida presuntuosa, i miei occhi assuefatti alla farina. Ma quando lo inventai davvero, stava calando e forse non credeva lo guardassi. Lo vidi stanco e senza superbia il nuovo sole della brava gente. Non era più lo stesso e aveva voglia di sguardi veri pieni di speranza. Allora l’ho capito. Somigliava a mio padre com’era stato nei momenti di stanchezza mortale e senza scampo che davano l’odore della morte alle sue lunghe giornate forti. C’era, nel rosso di quel grande tramonto, il tepore, la forza e la tristezza d’un grande padre morto troppo presto. L’uomo che aveva fatto col sudore, con la rabbia, col pianto, con la voglia, e con mani sputate quella casa più grande d’una vita. Un giorno, d’improvviso, inventai il sole. E corsi in fretta a casa, nella mia grande casa, per raccontarlo a tutti. E proprio mentre il sole che avevo inventato da poco moriva nel suo cimitero di sterpi e di mare, mia madre sorrise, inconsapevole, per dirmi: non è vero, il sole è un fatto vecchio, nato da tanto tempo. Per questo, padre mio, ormai ho capito bene: la mia vita non serve a inventare la luce, perché sole e farina c’erano già, da sempre. Ho scoperto soltanto, mentre il giorno approdava al suo stanco tramonto, qualche guizzo di sole e il pensiero di te.
Un giorno, d’improvviso, ho inventato la morte.
L.C.
Il collezionista era un tipo abbastanza normale, solo che aveva, appunto la mania delle collezioni. Sin da piccolo gli era piaciuto collezionare cose; aveva iniziato quando andava a scuola con le gomme per cancellare che avevano una forma strana, che si faceva comperare dalla mamma, nel negozio della tabaccheria che stava proprio sotto casa loro. Un negozio pieno di cose misteriose e di colori dove, quando vi entrava, per i suoi occhi era sempre una vera festa. Ricordava il tipico odore del negozio, odore di matite, carta nuova e gomma; e ricordava che, di lato alla cassa, c’era tutta una serie di vaschette ricolme di gommine colorate, con le forme di animali, oggetti, di facce buffissime e ricordava la gioia che provava quando la mamma, al momento di pagare, si voltava a guardarlo e, senza parole, gli indicava le vaschette e lui vi si gettava con le mani, alla ricerca della gomma più bella, quella più nuova, da aggiungere alla sua collezione. Poi, naturalmente, quel periodo era passato e lui era cresciuto, e l’idea di collezionare qualcosa era cresciuta con lui. Aveva cominciato a collezionare modellini di macchinine, piccoli ma perfetti, quasi perfetti come le auto di dimensioni normali; e poi era passato a una collezione di francobolli, a una di cartoline e a una di monete. Quest’ultima passione l’aveva in parte ereditata insieme agli album pieni di pezzi provenienti dai più svariati paesi del mondo, raccolti dal padre durante i suoi numerosi viaggi di lavoro. Ma lui, questo bisogna dirlo, non era una persona costante, per cui, una volta che si era stancato, abbandonava quella che fino a quel momento avrebbe definito la sua più grande passione per iniziarne una nuova, per cui tutte le collezioni che aveva iniziato, dopo un po’ finivano in solaio, all’interno di grandi ed impolverate scatole di cartone con sopra una etichetta con il contenuto e la data in cui quella collezione aveva occupato gran parte del suo tempo libero. Di scatole del genere il suo solaio era pieno, ed ogni tanto lui vi passava intere giornate, aprendole e rivedendo tutti i suoi pezzi preferiti, e ripensando a quello che ogni singolo pezzo gli ricordava, e a quello che all’epoca aveva rappresentato per lui. Ma ora, da poco tempo, aveva intrapreso una nuova collezione, che non necessitava di nessuno spazio per riporre i pezzi unici che trovava, una collezione di cui non aveva mai ancora sentito parlare, e della quale forse non avrebbe potuto trovare un altro collezionista con il quale scambiare pezzi doppi. Anche perché, molto probabilmente, non esistevano pezzi doppi di quella sua nuova collezione. Aveva iniziato a collezionare sorrisi. Il primo sorriso se lo ricordava chiaramente: era un tardo pomeriggio e stava tornando, stanco e stressato, dal lavoro, quando, nel caotico traffico cittadino, si era fermato davanti alle strisce pedonali per far passare un uomo anziano appoggiato ad un bastone e quello, mentre attraversava la strada, si era girato e gli aveva regalato un caldo sorriso. E quel sorriso, in quella fine giornata stanca e nervosa, gli aveva scaldato il cuore. Da lì aveva deciso di iniziare a collezionare sorrisi. L’unica paura che aveva era che, nel contesto nel quale viveva, con i ritmi sempre tirati e frenetici, con la gente che correva su e giù senza posa, spesso senza poter interagire con chi aveva intorno, con tutte le brutture di cui erano circondati, potesse non essere sempre facile trovarne, di sorrisi. E molto probabilmente era proprio questo che li rendeva ancora più preziosi! E avrebbe potuto sempre richiamarli alla memoria ogni qualvolta ne avesse sentito il bisogno e poi non occupavano molto spazio. Infatti li conservò fino alla fine, dentro un altro sorriso. Il suo.
Giusi
In un assolata giornata di luglio alcuni ragazzi stanno pescando, tra essi c'è un ragazzo che da poco è tornato alla vita borghese da quella militare e per lui quel giorno ha un sapore particolare: sarà la dolcezza dell’aria, la generosità del giorno o altro ma si sente felice senza motivo. Purtroppo, è l'unico che non riesce a pescare niente. Lascia la canna e dice agli amici che ha deciso di fare due passi in quel bosco che conosce molto bene. Nella sua mente riaffiorano i ricordi di quando era bambino e delle sue fantomatiche cacce nel bosco. Un passo dopo l’altro, seguendo la magia del fruscio degli alberi e dei raggi di sole che filtrano attraverso le chiome degli alberi, si imbatte con una sorgente. Strano - disse tra se - questa sorgente non me la ricordavo. Attratto dal gorgoglio di quell’acqua fresca si china a bere un sorso d’ acqua ma come si alza e si volta si ritrova davanti a uno specchio che riflette la propria immagine. Viene preso da un’inspiegabile sensazione di paura e prova ad fuggire nella direzione opposta ma di fronte ad lui trova un altro specchio. Terrorizzato inizia a prendere pugni gli specchi ma come ne rompe uno dietro ce n’è un altro. Affannato e disperato chiude gli occhi cadendo al suolo quasi privo di forze, ma ecco che avverte uno scroscio d'acqua che gli bagna il viso. Riapre gli occhi e vede intorno a se gli amici: sono loro che gli hanno versato l’acqua sul volto. Erano preoccupati e sono venuti a cercarlo. Gli chiedono che cosa fosse successo ma egli risponde che si era semplicemente addormentato e che stava sognando. Tuttavia egli, in cuor suo sentiva che non si era trattato di un sogno, ma della coscienza del suo vero io che gli si riproponeva continuamente per ricordargli quello che qualche mese prima gli aveva rivelato in quella specie di sogno.
Maurizio
Non era un segreto per nessuno, sebbene per tutti restasse un mistero. Non parlavo più. Non parlavo più perché non volevo, e non avevo voluto per così tanto tempo che ormai mi ero dimenticato come si faceva; come mai un giorno mi decisi, questo davvero nessuno saprebbe dirlo. Stavo ormai da qualche anno in apnea dentro un abisso inquieto: nessun altro avrebbe potuto immergervisi tanto a lungo senza soffocare, nessuno avrebbe potuto esplorarne il fondale, per trovarci forse relitti di parole, consumati dal tempo e dalle correnti, o magari miracolosamente intatti come ricordi bene impagliati dentro un museo. Ogni tanto pareva che qualcosa mi forzasse le labbra; qualcosa da bisbigliare tra i denti o da gridare ad un interlocutore indistinto - quindi, a me stesso - ma poi un’onda più alta delle altre, e niente, nemmeno un sospiro, un po' d’ossigeno, un soldo di luce, niente. Non riuscivo proprio a spiegarlo perché guardassi tutti - quindi, nessuno - dall’alto del mio mutismo, perché avessi scelto di tacere al mondo la mia presenza. Avrei potuto essere un caso per specialisti di ogni sorta, avrei potuto sottopormi ad esami clinici ed a sedute di analisi, per essere guardato come un fenomeno e ignorato come ogni paziente dallo stato irreversibile. Fu tutto inutile. Eppure non era un segreto per nessuno, sebbene per tutti restasse un mistero, come sul mio viso tutto fosse perfettamente confuso: i miei occhi con la forma di labbra, bisbigliavano segreti ad ogni battito di palpebra, il mio naso torace fermo che il respiro solleva... Non era un segreto per nessuno, sebbene per tutti restasse un mistero, come l’aria si materializzasse nella forma del mio corpo, prendesse l’odore del mio fiato, ondeggiasse alla leggera costanza dei miei passi, si tingesse del mio sguardo... Non parlavo più. Come un quadro, una statua, un’opera d’arte, che non hanno bisogno di parole. Io non parlavo più, e non era per paura, per amore o per dolore. Io non parlavo più per gioco. Esattamente: per gioco. Come camminare su una linea bianca che costeggia la strada, o in bilico sul ciglio del marciapiede, come fissarsi e fuori chi ride per primo, come farsi girare sul dito più a lungo un cerchio di plastica, o tenersi una molletta sul naso. Il fatto é che mi divertivo. Mi divertivo troppo per smettere. Iniziò come una sfida, un gioco di resistenza con me stesso, poi mi accorsi che era un angolo perfetto da cui spiare il mondo senza essere visto. Me ne stavo sempre lì, buono buono, con la mia fionda in mano, bastavano pochi minuti, il tempo necessario perché il bersaglio facesse capolino sul mio rifugio afono, sporgesse, guarda caso, proprio il suo tallone e... zacchete! Colpito! E senza che se ne potesse accorgere, senza che avesse il tempo di difendersi in qualche modo... difficile, troppo difficile resistere alla debolezza, specie se prende quelle sembianze. Io non parlavo più per gioco. Avevo imparato a conoscere il potere del mio silenzio e ad usarlo, lo avevo costruito come un baluardo inespugnabile, un regno inviolabile, e lì mi sentivo perfettamente al sicuro. Un giorno la incontrai in un bar del centro, dove ero per caso ma forse alla fine solo per andare in bagno. Lei mi guardava. Stava vicino alla porta che dava sul più brutto panorama che avessi visto in vita mia, e mi sembrò l’ultima cosa luminosa rimasta sulla terra. Non ti lasciava scelta. Fu un attimo. i avvicina, si mette di fronte a me e mi chiede, “Hai da accendere?” Io abbasso lo sguardo. Poi lo alzo ancora una volta. Un attimo lunghissimo, e mi sembra di sentire crollare i muri del suono e tutte le parole del mondo correre lungo la mia voce... in fuga dentro quella voce che non arriva, poi finalmente eccole... eccole che tagliano il traguardo tutte insieme... tutte insieme dentro un sorriso... - “SI’!” - dissi. D’un fiato, naturale. Non parlaavo più per gioco. Quel giorno decisi che era arrivato il momento di alzare la posta e di rischiare alto. Decisi che ne valeva la pena. Decisi di cominciare un altro gioco. Mi ci sto ancora divertendo.
Greg
Ho
imparato che quando sei innamorato si vede. Ho imparato che basta una persona
che mi dice che gli ho migliorato la giornata per migliorare la mia. Ho imparato
che e' più importante essere gentili che corretti. Ho imparato che posso sempre
pregare per qualcuno quando non ho la forza per aiutarlo in qualche altro modo.
Ho imparato che anche se la vita vuole che tu sia serio tutti hanno bisogno di
un amico per divertirsi. Ho imparato che a volte a una persona serve solo una
mano da tenere e un cuore che capisce. Ho imparato...che dovremmo essere
contenti che Dio non ci ha dato tutto quello che vogliamo. Ho imparato che i
soldi non comprano la classe. Ho imparato che sono le piccole cose nella vita
che la rendono così bella. Ho imparato che sotto alla corazza di ognuno c'e'
sempre qualcuno che vuole essere amato e apprezzato. Ho imparato che Dio non ha
fatto tutto in un giorno, perciò cosa mi fa pensare che io ci riesca? Ho
imparato che ignorare i fatti non cambia i fatti. Ho imparato che quando vuoi
vendicarti di qualcuno lasci solo che quel qualcuno continui a farti del male.
Ho imparato che l'amore, non il tempo guarisce le ferite. Ho imparato che il
modo più facile per crescere come persona, e' circondarmi di persone più
intelligenti di me. Ho imparato che ogni persona che conosci merita di essere
salutata con un sorriso. Ho imparato che nessuno e' perfetto finché non ti
innamori. Ho imparato che quando serbi rancore e amarezza la felicita va da
un'altra parte. Ho imparato che bisognerebbe sempre usare parole buone perché
domani forse si dovranno rimangiare. Ho imparato che un sorriso è un modo
economico per migliorare il tuo aspetto. Ho imparato che non posso scegliere
come mi sento, ma posso sempre farci qualcosa. Ho imparato che quando tuo figlio
appena nato, tiene il tuo dito nel suo piccolo pugno ti ha agganciato per la
vita. Ho imparato che tutti vogliono vivere in cima alla montagna ma tutta la
felicità e la crescita avvengono mentre la scali. Ho imparato che e' meglio
dare consigli solo in due circostanze: quando e' richiesta e quando ne dipende
la vita. Ho imparato che meno tempo spreco più cose faccio. Ho imparato che le
opportunità non vanno mai perse: quelle che lasci andare tu le prende qualcun
altro. Ho imparato che la vita e' dura ma io di più. Ho imparato che la vita è
come la carta igienica: finisce in fretta man mano che arriva alla fine.
Lorenzo
In questa calda giornata, un soffio leggerissimo di vento mi carezza le guance come la mano di uno spirito candido e benevolo. Ma di colpo quella carezza che per un attimo aveva rinfrescato le mie pene, come uno schiaffo quel soffio diventa caldo e violento: mi strappa il berretto, mi scompiglia i capelli, mi costringe a piegarmi ed ora che sono in ginocchio … ti riconosco magico vento di Sicilia tu! Tu che già una volta mi hai piegato lasciandomi nudo e privo di ogni sicurezza, tu che hai portato via il mio castello di sabbia, tu che hai aperto una ferita nel mio petto per piantarci il seme della verità! No. Ti prego no, non portarmi più nessuna verità. Il petto mi duole ancora e della verità io ne ho quasi paura, vergogna, perché sono solo un uomo o neanche quello e tu che hai tanto potere su di me, sembri cogliere ogni occasione per soffiami via da qui. Questa è stata la prima riflessione dopo un anno dall’accaduto che è stato come oppio della fantasia nel deserto della vita. Supererò il confine dell’esistenza terrena per camminare nudo nello sterile deserto dei pudori umani e, nella landa più arida, lascerò cadere il seme della vita. Siederò al suolo incrociando le gambe nel desiderio di veder germogliare la tenera speranza di una nuova vita: chiuderò gli occhi e mi sentirò puro spirito
Moris
In un piccolo paesino, sulle coste del nostro bel paese, viveva un vecchio e povero pastore che, ogni mattina, conduceva il suo piccolo gregge al pascolo. Ogni mattina, passando per la solita vecchia strada di campagna, si fermava ad osservare un piccolo promontorio di scogliera, che si ergeva come fosse un bocciolo spuntato dal mare. Lo osservava perché da quel punto si poteva spaziare con lo sguardo per tutto l’orizzonte e si riusciva a raccogliere un infinito senso di pace. Passavano i giorni, e l’uomo era sempre più attratto dalla piccola collinetta, così un giorno decise di costruirci su una piccola ed umile capanna, in cui poter vivere ed osservare sempre il mare. Le prime notti furono piacevoli, ed era un vero sollievo per il cuore il poter dormire ascoltando il rumore del mare, e svegliarsi al canto dei gabbiani. Ma purtroppo le notti non sono tutte uguali, ci sono anche notti gelide e piovose. Col passare del tempo, la capanna iniziava a cedere e il suo modesto giaciglio ad inumidirsi, e l’uomo non si sentiva più contento, come all’inizio.Decise allora di vendere una parte del suo bestiame, per poter ricavarne il denaro che gli sarebbe stato necessario per acquistare calce, mattoni e cemento, e poter rinforzare la capanna. Furono giorni di duro lavoro, sotto il sole ed il vento, ma finalmente la capanna fu trasformata in una piccola casetta, robusta e pronta per affrontare anche l’umidità della notte. I sogni del vecchio diventarono più piacevoli, eppure c’era ancora qualcosa che lo disturbava. Accanto alla sua casetta, passava il piccolo sentiero che lui percorreva abitualmente e che, da qualche tempo era frequentato anche dalla gente del luogo, soprattutto pescatori, perché portava al mare. Gli uomini passando, incuriositi, si fermavano ad osservare la piccola casetta sul promontorio, restando stupiti e meravigliati, e forse persino un po’ invidiosi poiché da li la vista era meravigliosa. Così il vecchio pastore, un mattino ormai qualsiasi, decise di vendere l’ultima parte del suo bestiame, per acquistare altri mattoni ed altra calce. Costruì un enorme muro tutto intorno alla sua casetta ed era talmente alto che non si riuscì più a intravedere nulla di quello che accadeva al suo interno, dalla strada e impediva totalmente la vista del mare. Appena completata la fatica, l’uomo finalmente contento, si chiuse in casa, ormai protetto dal mondo circostante. Ma appena chiuse la porta, il promontorio crollò a causa dell’enorme peso. Così la casa franò nel mare, e con le il vecchio insaziabile l’uomo. Non seppe mai che la natura si era ribellata sentendosi tradita ed offesa da quel pastore, che aveva deciso tenere solo per se lo splendore della natura. Nel paese si parlò, per qualche tempo, della follia del vecchio pastore, poi fu dimenticato e rimase solo uno degli innumerevoli esempi dei tanti uomini che spendono la propria vita e le proprie ricchezze, per garantirsi un posto sicuro dove poter stare, emarginandosi spesso dal mondo che lo circonda, dimenticando che in fondo la vita è una continua sfida, contro il tempo, le ragioni e le percezioni, e che è giusto viverla fino in fondo, senza egoismo, non barricandosi dietro un muro o uno sguardo, guardando avanti, al futuro e alle gioie che il mondo potrà offrirci, e ricordando sempre che in fondo, nel cercare la vera sicurezza, a volte si rischia di trovare solo la fine di tutto.
Marco Manzi
Tu non conosci gli squarci nel cielo d'inverno, il breve gelo, il caldo eterno. La fascia dorata che segue un lontano orizzonte e copre alla vista i sabbiosi paesaggi africani. Tu non conosci il canto di Scilla all'Orsa Maggiore che brilla, l'odore delle reti bagnate e gli ormeggi, il lento oscillare, a scaglie,del mare. E l'aspra carezza del sole sul viso, il blu fiordaliso del Mediterraneo.
Dada
C'è buio qui. Troppo. Non vedo nemmeno una fiaccola di luce. Neanche uno spiraglio. Sono solo. Si solo,in questo posto freddo e senza calore. Mi sto gelando l'anima. Ti chiamo e tu non mi senti. Grido. Resti impassibile.Cerco in ogni modo di attirare la tua attenzione. Picchio forte. Niente. Sono piccolo io,non mi puoi vedere ma ci sono. Esisto. Puoi percepire i miei battiti. Si, quando hai paura, quando sei innamorato, quando soffri, quando sei così euforico che vorresti strapparti i vestiti dalla felicità, quando provi un'emozione forte. Io sono qui a ricordarti che esisti. che vivi. E in questi momenti non puoi non accorgerti di me. Eccome se mi senti. Picchio forte e non mollo mai. Ma so essere anche tenero. E so dare consigli. Io vado a istinto. Ho molto fiuto sai. Ma alle volte mi frego. Si mi frego e cado in una trappola che spesso mi creo da solo. Non sono facile da comprendere e se ti cimenti nel vano tentativo di capire il mio mondo, beh fai cilecca. I miei pensieri non hanno un ordine logico,sono il caos in persona. Sono creativo ed ho talento da vendere, nonostante tutto. E poi ho anche un'amica. Non proprio grande grande,ma intelligente. Lei calcola tutto. Ogni minimo dettaglio. Lei usa la logica e, proprio per questo spesso, non andiamo d'accordo.Io sono un impulsivo. Ma non sono cattivo anche se posso apparire un pò anti-conformista. Prima regola:nessuna regola. Questo il mio motto. Lei invece pignola,e non si fida mai di nulla se non vede con i suoi occhi. È testarda. Facciamo risse tremende. Ma poi facciamo pace. Io so anche perdonare. Ma gli smacchi subiti li ricordo sempre e mi fanno soffrire sai. Ferite che male anche se un po’ alla volta si rimarginano. Io non son perfetto però quando amo,amo con tutto me stesso. Non hai ancora capito chi sono? Ma sono il tuo Cuore. E la mia amica è lei: la Tua Testa. È la Ragione. Ogni tanto guarda dentro di te e mi troverai. Non soffocarmi. Non accorgerti di me solo per parlarne come se si trattasse di un ciondolo. In fondo io esisto in ognuno di voi, ma molti non mi ascoltano. In fondo anche io ho un cuore, dicono. Ma chi lo dice, ce l’ha davvero? Tu, che hai la fortuna di avermi, ogni tanto ascoltami.
Elisa
Non ci sarai. Col tramonto si accendono una ad una mille scintillanti lampadine. Non sarai qui. La piazza diventa un foglio di carta con scritto il tuo nome. In sogno le tue labbra sfiorano le mie, girotondo di carezze e baci. Non vedrò i tuoi occhi. Che tristezza di stazione. Scende la notte a nascondermi il volto. Anche se parlassi le lingue degli angeli e degli uomini, se non ho l’amore sono un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna lettere ai Corinzi. È come quando hai una spina nel piede. Non sai se lasciarla li per sentirti vivo o toglierla per cancellare il dolore per sempre. Io sono una che dice la verità. Sono un niente che cammina per il mondo. Sono un numero per la società. Io credo nell’amicizia e nell’amore. Io ho ferito qualcuno, ho ucciso qualcuno. Adoro la creatività e la fantasia. I sogni. Mi piace quando qualcuno è felice e innamorato. Io non mi arrendo di fronte a un prepotente. Ho maltrattato, ho offeso per rabbia e senza motivo. Io non abbandonerò il mio amico, non lo lascerò solo. Dio è mio fratello.
Ormedimare
Si racconta che una volta, in un tempo non troppo lontano, tutti i sentimenti, le qualità e i difetti dell'uomo s’incontrarono tutti nello stesso posto. Era un giorno di festa e nessuno sapeva bene cosa fare. La Follia stava un po’ in disparte. Con occhio vispo e attento osservava gli altri. Qualcuno la chiamava Pazzia, ma questo non aveva molta importanza. Di essa non si sa tanto; si dice che portava i capelli cortissimi, quasi a zero! “Yaaaawwhhh”, sbadigliò la Noia per l'ennesima volta. “Ehi figlioli! Che palle! Facciamo qualcosa va, io qui senza far niente sto letteralmente impazzendo!”, disse la Follia. Poi aggiunse: “Idea! Perché non giochiamo a nascondino?”. La Curiosità chiese: "A nascondino? Ma che sarebbe?”. “E' un gioco”, spiegò la Follia, “io mi copro gli occhi e incomincio a contare. Voi intanto vi nascondete, e quando io ho finito di contare, il primo di voi che trovo rimane al mio posto a fare la guardia per continuare il gioco”. “Mah, io mi secco! Che razza di gioco è?”, disse l'Apatia, la quale non aveva mai voglia di fare nulla. L’Entusiasmo iniziò a ballare con vigore seguito dall'Euforia, dall'Allegria, e fece così tanti salti che finì per convincere il Dubbio e l’Apatia. Ma non tutti vollero partecipare. “Io preferisco non nascondermi”, disse la Verità. “E’ un gioco molto sciocco!”, sentenziò la Superbia. “Ma… veramente… io non lo se… beh… vediamo… magari… non so se… mah… veramente… non so… e se poi…”, disse la Viltà. “Oh, forza figlioli! Quante storie! Dai, io inizio a contare. Il primo che vedo è preso! Non voglio sapere niente! Allora. Uno, due, tre....". La Follia incominciò a contare. “E io ora dove mi nascondo? Certo, dovrei mettermi un attimo a cercare. Anzi no! Mi nasconderò lì”, disse la Pigrizia, che si nascose dietro la prima pietra del cammino. “Io salirò a nascondermi in cielo. Lì nessuno potrà mai trovarmi”, pensò tra se e se la Fede. L'Invidia si nascose dietro l'ombra del Trionfo che era riuscito a salire in cima all'albero più alto. La Generosità invece non riusciva a nascondersi, ogni posto che trovava lo lasciava ai suoi amici. Un lago cristallino? Ideale per la Bellezza. Un cespuglio di biancospino? Perfetto per la Timidezza. Un soffio di vento? Giusto per la Libertà. Alla fine anche la Generosità decise di nascondersi e lo face dietro un raggio di sole. L'Egoismo invece si prese subito il posto migliore, quello superconfortevole, tutto per lui. La Bugia si nascose. Dove? Beh, veramente non si sa dove, ma si nascose. La Passione e il Desiderio si nascosero assieme dentro un vulcano. La Dimenticanza... la Dimenticanza … la Dimenticanza … Boh? Proprio nessuno lo ricorda! Quando la Follia arrivò a contare fino a 999.999, l'Amore non aveva ancora trovato un luogo per nascondersi, poiché erano tutti occupati. Alla fine vide un roseto e decise di nascondersi lì fra le bellissime rose. "Un milione!", proclamò la Follia, ed iniziò a cercare. La prima a farsi scoprire fu la Pigrizia. Poi la Fede, anche se lei ha sempre sostenuto di non essere mai stata vista. Poi la Passione e il Desiderio, che erano riusciti addirittura a far esplodere il vulcano. Quindi, fu la volta dell'Invidia, che invano aveva cercato di nascondersi dove stava il Trionfo. Quindi, la Follia camminando vicino al lago trovò la Bellezza. Poi il Dubbio, il quale stava ancora pensando se nascondersi o no. E poi uno dopo l'altro incontrò tutti gli altri, tranne l'Amore. La Follia iniziò a cercarlo dietro ogni albero, sotto il ruscello, in cima alla montagna... e quando fu al punto di darsi per vinta, vide il roseto e iniziò a muovere i rami, quando all'improvviso si sentì un doloroso grido. Mentrestava cercando di nascondersi nel cespuglio di rose, le spine avevano ferito negli occhi l'Amore! “Oddio che ho fatto!”, gridò la Follia non sapendo cosa fare e come chiedergli scusa. “Ti prego, perdonami. Non volevo. Davvero, credimi. Non volevo farti del male”. La Follia pianse, pregò, implorò e chiese perdono. L'Amore aveva gli occhi sanguinanti. Il dolore che provava era lancinante, impossibile da descrivere. Sentì le parole disperate della Follia in ginocchio, gli accarezzò le guance e sentì le sue lacrime. Gli alzò la testa. Non riusciva a vederla più, ma fece un sorriso così soave che la Follia smise di piangere, abbracciò l'Amore, e lo baciò. Quella fu la prima volta sulla terra che si giocò a nascondino. Le virtù migliori furono destinate a rimanere nascoste, solo fino a quando qualcuno avesse deciso, fermamente, di cercarle e trovarle. I difetti peggiori cercarono inutilmente di continuare a stare nascosti, pur sapendo di essere già in piena evidenza. E, da allora, l'Amore fu ceco e la Follia non lo lasciò mai più!
Greg
Per strada, solo le luci. Fari veloci che penetrarono violentemente nei suoi occhi, più dentro, fino al cervello, ancora di più, fino all’anima. Luci come occhi di vetro, gli stessi, gli unici, che lo avevano mai guardato perché il padre gli imponeva di stargli accanto per imparare l’arte. Non osava ribellarsi, non lo aveva mai fatto, era un bambino bravo ed ubbidiente. Solo il suo corpo ci tentava, dando vita, dal suo profondo, a violenti conati di vomito. Così la sua testa era piena di uccelli dalle ali protese verso l’inutile pieno di quella stanza vuota. Il padre sembrava, o forse era, anche lui sospeso in una dimensione impenetrabile, tra la vita e la morte. Sentiva evaporare dalla sua pelle, forse proveniente dall’anima, un odore indecifrabile, familiare e insopportabile allo stesso tempo, che si diffondeva dalle narici per arrivare fino alla mente. Non riuscì mai a comprendere se fu l’anima ad avere il sopravvento sul corpo del padre o viceversa, quando divenne spettatore della sua decisione di mummificarsi in vita come i bonzi. Assisteva impassibile alla sua opera di lenta auto disidratazione. Si stava lentamente spegnendo. Stava male, ma la sua mente continuava a essere lucida, fino a quando il suo cuore cessò di battere. C’era riuscito. Il suo corpo aveva sconfitto la morte e, disidratato, si era mummificato naturalmente. Nella stanza degli uccelli, era rimasto solo lui. Non chiamò nessuno e non diede alcun allarme. Sentì il bisogno di uscire per strada. Cominciò a vagare. Non seppe mai per quanto tempo camminò, forse giorni. Ma nella mente continuava a stargli accanto, nella stanza degli uccelli. La gente, la strada, non aveva per lui alcun significato. Aveva bisogno di trovare un rifugio, un riparo dagli uccelli. Arrendevole si lasciò condurre da alcuni uomini presso una nuova dimensione. E fu solo il bianco dell’ospedale psichiatrico. Bianche le mura, il soffitto, le lenzuola e uomini vestiti di bianco. Il bianco divenne l’ancora che gli permise di ormeggiare la sua anima esausta, al riparo di un mare che era ancora in tempesta. Ogni colore che animava la sua mente ed i suoi occhi fu assorbito dal bianco. Era il bianco, la profondità in cui adesso si muoveva come morto vivente. Bianco ossessione. Tra i mille sguardi, dai quali fuggiva ogni giorno, emersero degli occhi che ne erano privi. Si accorse che si trattava di una giovane donna, forse una ragazza. Lo sfumare verso il biondo dei capelli, l’azzurro degli occhi, la sua pelle candida, stavano lentamente iniziando a sciogliere il bianco ghiaccio. I confini del suo corpo cominciavano a prendere forma nella sua mente. Iniziò a divenire stranamente impaziente aspettando il momento della passeggiata comune in cortile. Si sorprendeva a cercarla con lo sguardo. E quando poi ritornava nella solitudine della sua stanza, il pensiero di lei continuava a fargli compagnia. Era una presenza inquietante e sotterranea, un impeto incontrollabile. Lo sentiva nascere dai testicoli, e morire come magma soffocato di un vulcano senza bocca. Lo sentiva, altresì, esplodere insieme ai suoi pensieri bagnati e anelanti. Lentamente iniziò a decodificare il tam-tam sconosciuto che il suo corpo diffondeva. Doveva trovare il modo di stare da solo con lei. Doveva portarla via da lì, nel mondo di fuori. Era una dimensione pressoché a lui sconosciuta, ma adesso cercava di carpirne ogni informazione dalle chiacchiere di chiunque gli capitasse accanto. Cosa era il motel lì vicino dove un infermiere si vantava di avere trascorso una notte con una bruna da favola? Arrivò la sera, il momento in cui l’infermiere del turno di giorno era andato via e quello del turno di notte era appena arrivato. Lo sorprese alle spalle, nello spogliatoio, con l’armadietto ancora aperto mentre stava per indossare il suo camice bianco. Lo colpì con una pietra presa in giardino. L’uomo si accasciò per terra. Una scia di rosso colorò il pavimento. Indossò gli abiti dell’uomo, prese dal suo armadietto tutti i suoi soldi. Si ritrovò fra le mani la pistola che l’infermiere portava sempre con sé, perché la notte le strade che percorreva erano pericolose. Approfittando di un momento di distrazione della sorvegliante, varcò la soglia del reparto femminile. Entrò nella tanza della ragazza. Era distesa sul letto, con gli occhi aperti a guardare il soffitto. Non ebbe nessun fremito nel vederlo. Si lasciò prendere per mano e condurre silenziosamente. Riuscirono ad arrivare in strada, attraverso un passaggio nel giardino che nessuno usava mai. Fuori un mondo che sembrava conoscere, che gli si stava lentamente concedendo, attraverso le vie che pigramente si snodavano lungo le case che li condussero fino al motel. Sussurrò alla ragazza di attenderlo fuori. Entrò alla reception. L’aria era densa di fumo di sigarette. Dietro il bancone una donna di mezza età, grassa e trasandata, tuffava mani ingorde dentro una ciotola di pop-corn. Le diede tutto il denaro che aveva rubato. Troppi per una stanza, abbastanza affinché la donna non gli facesse domande né chiedesse documenti. La risposta fu una chiave e un indicazione annoiata: “Fuori a destra, la terza porta a sinistra”. La porta si aprì insieme al microcosmo che da lei si scioglieva. Docile e assente, con l’anima che le vagava dentro il corpo disabitato, la ragazza si lasciò adagiare sul letto. Sedutole accanto piano piano svelò la sua pelle dietro i bottoni della lunga camicia da notte. Desiderò sentire il corpo della ragazza languire mentre si trovava in lei. L’ululato delle sirene nella notte, che vagavano in cerca di loro, coprì uno sparo. Era nuovamente rosso sul bianco delle lenzuola. Il ritmo divenne più incessante, le curve più tortuose, mentre il cuore di lei cessava lentamente di palpitare e un freddo di marmo le si spalmava lentamente sulla pelle. Fino a quando gli umori di lui si mischiarono a quelli di lei e al sangue. I suoi pensieri schizzati avevano creato dal bianco nuovi aneliti. Adesso il ticchettio del cuore che lentamente si acquietava, si alternava con il rumore dei passi fuori degli uomini in camice bianco. Doveva fuggire via. Doveva cercare qualcun altro da amare. Per strada, le luci. Fari veloci che penetrarono violentemente nei suoi occhi, più dentro, fino al cervello, ancora di più, fino all’anima. Luci come occhi di vetro, gli stessi, gli unici, che lo avevano mai guardato…
Ormedimare
Ogni tanto le capitava di osservare per la prima volta oggetti che aveva davanti ai quali non aveva mai fatto caso, un po' per distrazione, un po' per negligenza ormai da anni e o perché aveva sempre la testa piena di tanti pensieri. Quel pomeriggio, mentre era uscita per andare a fare la spesa all’ipermercato vicino a casa, la sua attenzione era stata attirata da una panchina che, ormai vecchia e scrostata, faceva mostra di se, circondata da alberi verdi, nell’aiuola al di là della strada. Non ci aveva mai badato, era una di quelle vecchie panchine di ferro, ben lavorata, una volta almeno, sulla quale rimaneva ancora qualche residuo di vernice azzurra, consunta dal tempo e dalle intemperie. Stava lì immobile ma quel pomeriggio sembrava, con la sua sola presenza, volerla invitare a sedervisi. Dopo avere attraversato la strada, senza nemmeno quasi sapere quello che stava facendo, vi si avvicinò con circospezione, le girò intorno, osservandone con attenzione ogni minimo particolare, poi, con una delicatezza che di solito non le apparteneva, avvicinò dolcemente una mano per toccarla, quasi con timore, come si fa con un animale che non conosci e che non ti conosce, per cercare di creare una prima forma di contatto. Posò la mano sullo schienale scrostato e, continuando a camminare, iniziò come a fare una specie di timida carezza su quell’oggetto che, chissà per che misterioso motivo, quel giorno aveva catturato il suo sguardo. Compiuto il giro intorno, si pose di fronte, con la schiena rivolta alla panchina e, con tutta la delicatezza di cui era capace, si sedette, di lato, poggiando il gomito sul bracciolo e, solo quando si sentì completamente appoggiata ed abbandonata con tutto il peso, sospirò, quasi un sospiro di sollievo e di liberazione, ma liberazione da che? La vita cittadina scorreva, come un fiume impetuoso, davanti a lei: le auto che sfrecciavano, fregandosene delle strisce pedonali, sulle quali qualche pedone doveva aspettare a lungo prima che qualche autista frenasse per lasciarlo passare; bambini che giocavano rumorosamente a pallone nel campetto poco lontano da dove era lei, mentre nonne con bambini piccoli nei passeggini si radunavano a crocchi, per scambiarsi magari le uniche frasi della giornata; alcune bambine con le loro bambole colorate e ben vestite (non come quelle, un po' straccione e rammendate con le quali era solita giocare lei da piccola, nel cortile di casa) imitavano un gioco che, di lì a qualche anno forse sarebbe per loro diventato realtà; e lei lì, seduta sulla panchina, con un sacco di cose da fare che la aspettavano e alle quali non aveva alcuna voglia di ritornare, immersa nel verde del parco ad osservare ed ascoltare il rumore della vita altrui. Quella panchina le sembrava come una specie di oasi in mezzo al frastuono, una sorta di piattaforma sulla quale issarsi per rimanere fuori da tutto, come spettatore esterno che guardava gli altri vivere la loro esistenza, come se fosse in una sorte di attesa, un momento di sospensione dalle azioni, dalle responsabilità, dai pensieri e dalle preoccupazioni. A un certo punto giunse una vecchietta. Posso? Chiese e, senza attendere risposta, si sedette. Allora avvenne quella specie di miracolo. Le sembrò di vedere come in un film il rapididissimo svolgersi dei pensieri della donna. Seppe come si chiamava, cosa faceva, quali erano state le sue gioie e i suoi dolori e che era preoccupata per la sua una figliola che aspettava un bambino. Quando, dopo un tempo che le era sembrato solo lo spazio di un attimo, guardò l’orologio, si rese invece conto che erano già passate da poco le 5 e che avrebbe dovuto correre se avesse voluto mantenere tutti gli impegni che aveva previsto per quel pomeriggio. Come se si fosse svegliata da una specie di trance, si stiracchiò un po' per riprendere consapevolezza del suo corpo e delle sue sensazioni e si sollevò dalla panchina. Come si alzò, il flusso dei pensieri cessò. Come di botto. La panchina aveva il potere di trasmetterle i pensieri di chi si sedeva con lei. Comprendere questo fu un’esperienza meravigliosa. Sorrise tra se, poi traversò la strada, sempre evitando le auto in corsa che non avevano ancora finito di sfrecciare lungo l’asfalto, e si rituffò nel caos quotidiano, sicura ormai però di quella piccola magia che lasciava lì, ad aspettarla, ogni volta che lei ne avrebbe avuto bisogno, nascosta dietro gli alberi del piccolo parco davanti a casa. Naturalmente volle tornare ancora sulla panchina e, ogni volta, le accadeva di captare i pensieri di chi le si sedeva accanto. Era come se quella panchina fosse una specie di sfera di cristallo, per lei. Cominciò a portarci le persone di cui avrebbe voluto conoscere i pensieri e così seppe che suo fratello ce l’aveva ancora con lei per quel malinteso accaduto anni prima, che la persona che si mostrava piuttosto amica in fondo non lo era poi tanto, che il collega di lavoro che sembrava così impacciato, in fondo non sognava altro che portarsela a letto, e così via. Era il suo segreto ma anche il suo tesoro. A quanti di voi non piacerebbe avere un mezzo così interessante a portata di mano. Poi incontrò quel ragazzo e, quando la panchina le rivelò che lui aveva un sincero interesse per lei, ci si mise insieme. Fu travolta da quel rapporto e si dimenticò della panchina. Se ne ricordò solo molto tempo dopo quando stava per sposarsi ed era uscita con la sua migliore amica per fare delle compere. Passò davanti alla panchina e, quasi automaticamente, volle sedersi. La sua amica si sedette con lei. Allora lei seppe che la sua carissima amica aveva un focoso rapporto, che ormai durava da mesi, con quello che tra poco sarebbe dovuto diventare suo marito. Si alzò in preda allo smarrimento e come un automa e senza rispondere alle domande della sua amica, si diresse a piedi verso casa. Accadde così che, senza un motivo apparente, annegò in una specie di dolorosa indifferenza, il suo matrimonio e quella che tutti consideravano la sua migliore amicizia. Da allora non tornò più su quella panchina.
Giusy
Jerry era il tipo di persona che si ama e si odia. Era sempre di buon umore ed ogni qualvolta lo s'incontrava aveva qualcosa di positivo da dire. Quando qualcuno gli domandava come stava, rispondeva: "Se stessi meglio, scoppierei f. Era un manager unico, con un gruppo di camerieri che lo seguivano ogni volta che prendeva la gestione di un nuovo ristorante. Il motivo per cui i camerieri lo seguivano era che Jerry aveva un grande atteggiamento positivo. Se un dipendente aveva la luna storta, Jerry era li a spiegargli come guardare al lato positivo della situazione. Trovavo il suo stile strano e quindi un giorno gli dissi "Adesso basta! Spiegami come fai ad essere sempre cosi' positivo, qualunque cosa succeda?' Lui mi rispose " Vedi, io sono cosi', quando mi sveglio la mattina mi dico oggi hai una scelta da fare: puoi decidere di essere dì buon umore o di cattivo umore, e scelgo di essere di buon umore. Tutti i giorni mi capita qualcosa di spiacevole, posso fare la vittima oppure imparare qualcosa dai problemi, io scelgo di imparare. Ogni giorno qualcuno viene da me a lamentarsi, io posso scegliere di subire passivamente le sue lamentele o di trovare il lato positivo della cosa, beh, io scelgo sempre il lato positivo della vita." "Si, va bene - dissi io - ma non e' sempre cosi facile!" "Si invece - disse Jerry - la vita è fatta di scelte. A parte le necessità più o meno fisiologiche in ogni situazione c'è una scelta da fare. Sei tu a scegliere come reagire in tutte le situazioni, a decidere come la gente può influire sul tuo umore. Sei tu che scegli se essere di buon umore o di cattivo umore, e quindi in definitiva come vivere la tua v/ta". Per molto tempo dopo quell'incontro, ripensai a quello che Jerry aveva detto, poi mi persi di vista con Jerry ma spesso ripensai a lui quando mi trovavo nella situazione di scegliere nella vita invece che subirla. Diversi anni dopo, venni a sapere che Jerry aveva commesso un errore imperdonabile per un gestore di ristorante: aveva lasciato la porta posteriore del ristorante aperta ed era stato attaccato da tré rapinatori armati; mentre cercava di aprire la cassaforte, i rapinatori, presi dal panico, gli avevano sparato ferendolo gravemente. Fortunatamente Jerry era stato soccorso e portato immediatamente al pronto soccorso. Dopo 18 ore di intervento chirurgico ed alcune settimane di osservazione, Jerry era stato dimesso dall'ospedale con frammenti di pallottole ancora nel suo corpo. Incontrai Jerry circa sei mesi dopo l'incidente, quando gli chiesi come andava mi disse "Se stess/ meglio, scoppierei. Vuoi dare un'occhiata alle cicatrici" Declinai l'invito, ma gli chiesi che cosa gli era passato per la testa durante quella terribile esperienza. "La prima cosa che pensai fu che avrei dovuto chiudere la porta posteriore del ristorante - disse - poi, quando ero già stato colpito e mi trovavo per terra, mi ricordai che avevo due scelte: potevo scegliere di vivere o di morire. Gli infermieri furono bravissimi. Continuavano a dirmi che andava tutto bene. Ma fu quando mi portarono sulla barella in sala operatoria e vidi le espressioni sulle facce dei dottori e degli assistenti, che mi spaventai veramente, potevo leggere nei loro occhi "quest'uomo è già morto!" dovevo assolutamente fare qualcosa” "E cosa hai fatto?" gli domandai "C'era un'infermiera veramente grassa che continuava a farmi domande, e mi chiese se ero allergico a qualche cosa." "Si Eccome\" risposi io, a quel punto tutti dottori e le assistenti si fermarono ad aspettare che finissi la mia risposta, lo presi un respiro profondo e con tutte le mie forze gli gridai "Sono allergico alle pallottole" Mentre ancora ridevano aggiunsi "Sto scegliendo di vivere. Operatemi come se fossi un vivo, non come fossi già morto". Jerry è sopravvissuto grazie alle capacità dei chirurghi, ma anche grazie al suo atteggiamento positivo. Ho imparato da lui che tutti i giorni abbiamo la scelta di vivere pienamente. Un atteggiamento positivo, alla fine, vale più di tutto il resto.
Masela
Se state attenti, potrete sentirle, urlate o sospirate, mentre piangono o fanno a botte, o raccontano, con toni allegri o gravi, i sogni e le illusioni e le famiglie, e tutte quelle altre volte, quelle parole a farti volare tra tutte quelle storie, consumate, bruciate o rotte. Le sentite nelle auto ferme sotto i portoni, quelle voci che cercano di fermare un nuovo giorno, che si è nascosto in alto, oltre i tetti neri e invisibili e silenziosi, mentre la musica delle autoradio prende a schiaffi la noia, quei tetti che coprono i pianti e la gioia. Ci sono uomini e donne, con quelle loro voci della notte, che cercano di ingannare il tempo, con due luci di sigarette ad illuminare il cielo, ed i finestrini abbassati, per lasciar entrare, come fosse un amico, il vento. Uomini e donne con il bisogno di un'altra possibilità, di un paio di buone occasioni, il bisogno di lasciarsi andare, per una volta, per confondere o lasciar parlare le emozioni. Le senti, le voci della notte, che si divincolano, tra occhi aperti ed altri spenti, sotto le maschere messe in fretta, per paura di finire tra i perdenti. Sono migliaia le voci della notte, che tante volte non hanno nulla da dire, ma altre, come la tua, così calma e calda, che non vorrei che smettesse di raccontare. Le voci della notte, di chi è riuscito a volare, di chi sente di non dover mentire, per due minuti ancora, perché il mondo, in fondo, ha solo bisogno di riposare. Così, chiudo gli occhi un istante, pensando a tutte le voci della notte che ho incrociato, e sorrido, per tutto quel che ho preso, e per quelle volte che ho dato. Le voci della notte, ed è un pò perdersi nei sogni che non sono tuoi, ma sono lì, in un angolo, nascoste sotto la tua malinconia, dopo che le hai ascoltate, non se ne andranno mai via. E, tante volte, sono proprio quelle voci della notte, strane e rauche e allegre e tristi e pazze e morte e piangenti e pesanti e piene di malinconia e stupide ed infantili e mute e allegre e grosse e leggere, che ti donano un'altra, e forse unica, possibilità.
Hank