I cinesi sono un popolo che ha sempre amato, a volte fino all�ossessione, tutto ci� che � grande, o meglio grandioso. Pechino � un citt� in cui le prove di questa passione nazionale affondano le radici nel passato delle varie dinastie imperiali.
I lunghi biscioni dei tratti di muraglia che strisciano sulle colline macchiate dai colori caldi dell�inizio autunno ne sono soltanto l�esempio pi� noto.
Non da meno � infatti la maestosit� Ming e Qing della citt� imperiale. Al suo interno vi � una scalinata di marmo il cui blocco centrale fu ricavato integralmente da un�unica roccia. Talmente grande da dover essere trasportato in citt� facendolo ingegnosamente scivolare per svariati chilometri su una pista di acqua ghiacciata.
Nel tempio dei Lama si annida una statua di Buddha � un record da Guinness dei primati � i cui 18 metri di altezza sono stati intagliati su un unico ceppo di legno di sandalo. Tra la serie infinita delle sue torri e dei palazzi antichi la citt� conserva inoltre un portico in legno lungo un chilometro, interamente decorato con centinaia di dipinti, una campana da 63 tonnellate, e poi clessidre e percussioni giganti utilizzate per scandire il ritmo delle ore, dei giorni e delle stagioni che con magnanimit� l�imperatore concedeva ai suoi sudditi.
In tempi pi� recenti contributi importanti al gigantismo pechinese sono stati forniti dallo stesso Mao, grande leader ma mediocre urbanista, con quella maglia di strade larghissime che si sviluppano sulle direttrici nord-sud e ovest-est attorno a Tiananmen, la piazza pi� vasta del mondo.
�La monumentalit� � una questione di proporzioni� spiegava l�artista colombiano Botero a proposito di alcune sue sculture esposte �all�aperto� nel centro di Singapore. E� esattamente l�effetto che percepisce chi da Tiananmen osserva il ritratto del grande leader appeso alla Porta della Pace Celeste. O chi, arrivando alla Stazione ferroviaria occidentale, si ritrova sbalordito ad ammirarne la facciata, una via di mezzo tra un arco di trionfo e una porta muraria di epoca imperiale.
Il futuro prossimo, marcato dai grandi progetti architettonici in vista delle olimpiadi del 2008, riserva altri (enormi) aggiornamenti alla lista.
Ma Pechino non � soltanto un insieme di macroelementi in continua espansione. Distraendosi un attimo, scordandosi la mappa in albergo, svoltando un angolo a caso, avventurandosi lungo quello che potrebbe sembrare a prima vista un vicolo cieco, si scoprono delle sacche intoccate della citt� di un tempo.
Sono gli hutong, analoghi cinesi ai vicoli dei nostri centri storici. Stradine strette, fiancheggiate da siheyuang � case con cortile di un piano soltanto. Serpenti che, come in un vecchio videogioco, si snodano ad angoli retti, intersecandosi, allargandosi in pance piene di negozietti e bancarelle, e restringendosi improvvisamente a imbuto per poi magari sorprenderti sbucando in un trafficato viale a sei corsie, o terminando addosso ad un muro di cemento.
Lungo gli hutong i pechinesi si abbandonano a quelle abitudini ataviche che nei grandi spazi di concezione imperiale, maoista o postmoderna non trovano pi� il loro habitat. Nel giro di poche decine di metri ci si imbatte in tavolini sistemati all�aperto attorno ai quali la gente gioca agli scacchi cinesi, a carte, a domino. Oppure si ammassa nascondendo una gara misteriosa su cui si scommette ferocemente. Angoli a misura d�uomo in cui giovani e vecchi stanno seduti da soli o in compagnia a fumare, leggere, �succhiare� rumorosamente un piatto di tagliolini, o a chiaccherare.
Questo labirinto delle tradizioni sembra persino essere rimasto l�ultimo santuario per chi utilizza quello che credevamo essere il mezzo preferito dai cinesi, quasi scomparso dalle strade della capitale: la bicicletta.
Di hutong ce ne sono per tutti i gusti. Chi non soffre di claustrofobia, si annoia a vedere cinesi che giocano a scacchi e preferisce le vibrazioni di un�area pi� commerciale, dove si pu� acquistare un�orologio o una giacca con quattro soldi, pu� provare a tuffarsi nel fiume umano che scorre lungo le viuzze a sud di porta Qianmen.
Ma questi reperti di un museo a cielo aperto di storia e costume, a tuttoggi cos� vitali, rischiano purtroppo di diventare una specie urbanistica in via di estinzione.
L�urbanizzazione pesante, la crescita vertiginosa dell�economia, la necessit� di infrastrutture efficienti e moderne stanno facendo a brandelli queste antiche aree del centro.
Le case basse e i cortili vengono impietosamente abbattuti e sostituiti da complessi residenziali che vantano tutto ci� che manca alle siheyuang � i bagni, il riscaldamento, l�acqua calda, i parcheggi � tranne, ovviamente, il loro fascino.
Il governo, sotto le pressioni di organizzazioni locali e internazionali, � corso ai ripari dichiarando gli hutong del centro aree architettoniche protette. Purtroppo per�, i nuovi piani di sviluppo sono delle miniere d�oro e c�� chi non � disposto a lasciarsi sfuggire l�occasione troppo facilmente.
Gli unici hutong che avranno un futuro saranno probabilmente quelli che riusciranno a garantirselo a colpi di profitti elevati. E� proprio per questo che molte di queste casette si stanno dando una ripulita e si apprestano ad ospitare ristoranti, bar e negozi, rivolgendosi cos� al turismo per guadagnarsi il diritto di continuare ad esistere.
E� una soluzione al problema che a molti di noi pu� far storcere il naso. Ma una lancia a favore del turismo e della sofisticazione che immancabilmente lo accompagna bisogna pur spezzarla. Non bisogna dimenticare infatti che senza di esso oggi la grande muraglia, il grande vanto del paese, sarebbe con ogni probabilit� soltanto un cumulo di pietre e terriccio � irriconoscibile non soltanto dagli obl� delle navicelle spaziali, ma persino da pochi metri di distanza.
© 2005 Fabio Pulito