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La violenza e il desiderio di conciliazione
di Teresa Alberti

Una riflessione profonda sulle necessità della violenza e del dialogo oggi è possibile solo al di fuori delle meschine polemiche dei partiti

La scelta di "Progetto Democratico" di collocarsi al di fuori delle associazioni politiche tradizionali o molto vicino al funzionamento di partiti politici tradizionali, privilegiando solo forme di aggregazione che si possano profilare come tentativi di più alta convivenza sociale, si conferma come occasione significativa in un momento in cui la questione "cultura della pace" (pace armata o disarmata) e logica del polemos (unica possibile difesa della..."civiltà") ha lacerato a brandelli in questi giorni la precarietà dello schieramento di centro-sinistra, rilevandone tutto il suo carattere congiunturale nel momento in cui si sottolinea paradossalmente la rivendicazione ad ogni "pie' sospinto" del legittimo esercizio della "diversità"!!!...
La marcia della pace di Assisi è stata condotta a termine ben diversamente dalle manifestazioni per il G8 solo per la fortissima presenza dell'area cattolica meno politicizzata e istituzionale, quella dei giovani, di uomini sinceramente "di fede", delle associazioni umanitarie e non governative, quelli che da sempre hanno coltivato nel proprio cuore al posto dell'idea di nazione chiusa nei propri interessi, l'utopica idea della Terra come patria comune dell'umanità, abitata da una molteplicità di popoli che si rispettano nelle proprie specificità culturali e si sentono in obbligo gli uni verso gli altri per l'attuazione del bene comune. Bastava spostare l'occhio e l'orecchio su quella parte di corteo o su quello spezzone di corteo dominato e "difeso" da insegne delle istituzioni del centro-sinistra e di Rifondazione Comunista per capire tristemente che quella parte di corteo ricordava altre vecchie manifestazioni e cortei in Italia contro l'uso della forza, di recente memoria, come quelli contro l'uso della forza nella ex Jugoslavia per distinguersi dagli alleati.
E' vero che molto può spiegare l'atteggiamento dell'opinione pubblica italiana, la tradizione non violenta di matrice cristiana, il passato comunista della più grande formazione della sinistra e quindi una legittima diffidenza verso la NATO o anche una vocazione terzomondista che vede tutti gli stati in cui si esercitano azioni di guerra con le forze alleate stesse, piegati alla logica del capitalismo.
Questo povero schieramento di centro-sinistra è parso in tutta la sua evidenza ancora una volta vittima dell'"attualità" politica" e totalmente privo di elaborazione culturale alternativa rispetto alla cultura liberal-democratica che tenta di affermarsi definitivamente come cultura del capitalismo moderato e controllato. Il povero ed esangue centro-sinistra non ha riflettuto ancora per nulla sull'etica della responsabilità e su quella delle convinzioni e grida a gran voce il proprio dovere (sacrosanto peraltro) ad esercitare la responsabilità, senza accorgersi che è mancata totalmente nel nostro paese, peggio nella sinistra una riflessione critica sul carattere fortemente unilaterale della cultura occidentale. Nel senso che non si è fatto nulla negli ultimi tre secoli almeno per "una educazione politica, sociale e morale, mentre tutto è stato investito nel progresso scientifico" (Gadamer) e nello sviluppo economico del tutto indipendente dalla morale. Questo schieramento di centro-sinistra ha vacillato sul vuoto culturale di etica delle convinzioni che contraddistingue quasi tutti i suoi leader e quindi sulla distanza tra il "dovere" di responsabilità che investe certo il proprio ruolo di uomini politici e invece il "bisogno" di responsabilità che gran parte dell'umanità avverte e che si fonda su convincimenti morali che sono alla base della vita sociale e si esprimono in una varietà di culture popolari tra loro non isolate e trasmesse da lontani secoli sino ad oggi. Questa separazione che la sinistra italiana non ha assunto colpevolmente a riflessione primaria per la costruzione di nuove e più mature identità politiche, è oggi responsabile del tormentone confuso che attraversa la nostra cultura più progressista, quello sulla "violenza legittima", che mette in crisi la soluzione liberale con tutti i valori illuministi dello Stato di diritto, così come la soluzione dell' autoritarismo religioso, più scoperto nella sua possibile degenerazione violenta. Ho avuto ancora una volta la conferma in questi giorni di quanto sia giusto riflettere insieme su questi temi ma giusto e fra l'altro possibile in modo aperto solo in associazioni e gruppi al di fuori delle forze politiche tradizionali, in un terreno neutro e staccato dalla partecipazione diretta all'attualità politica, cercando anzitutto di costruire tra gli individui una comprensione comune della realtà culturale, sociale e politica in cui viviamo.
La nostra cultura oggi è in grado di preveere solo due soluzioni, tra loro alternative, alla questione del rapporto tra morale e politica: quella della loro unità in direzione dell'autoritarismo religioso, oppure quella della loro separazione in direzione del liberalismo e dei valori illuministi dello Stato di diritto. In entrambi i modelli socio-politici è predominante la nozione di "violenza legittima", anche se diversamente motivata. L'autoritarismo religioso persegue "il conformismo etico e l'obbedienza a ciò che l'autorità spaccia come legge naturale" (Flores d'Arcais), ma il liberalismo non fa che imporre un conformismo pragmatico nel momento in cui, escludendo l'etica della convinzione, riduce la democrazia ad esercizio di procedure, di regole per l'arbitraggio dei conflitti e in economia sottopone tutto e tutti alle regole del libero mercato. Ma una società autenticamente e compiutamente democratica dovrebbe prevedere almeno una terza ipotesi, quella in cui accanto alla nozione di laicità dell'astensione dello Stato si dia una laicità del confronto tra convinzioni diverse che è quello della società civile, in quanto distinta dal potere pubblico. Convinzioni nutrite dalla diversità dei retaggi culturali: ebraico-cristiano, greco, romano, illuministico, del socialismo, dell'Islam, ecc….Solo questa via può permettersi di rifiutare una concezione dei diritti a cui si connette inevitabilmente l'uso della forza per il loro riconoscimento, perché solo per questa via è possibile coltivare il sentimento dell'obbligo verso ogni essere umano, sentimento che può essere verificato costantemente nella coscienza dei popoli, pur nella varietà delle formulazioni storico-culturali. Pensiamo al rischio, una volta caduta la contraddizione in parte artificiosa, tra democrazia liberale e democrazia socialista, che a livello planetario si va profilando tra democrazie occidentali e tradizionalismi religiosi, di varia provenienza ed espressione. Tra i due tipi di società, sostengono i teorici dell'assolutismo culturale, non vi può essere che l'affermazione delle une sulle altre o la coesistenza a distanza, in regime di pace armata, mentre i teorici del relativismo culturale credono alla possibilità di incontri e mediazioni. Questa seconda posizione presuppone la capacità e la volontà di relazionarsi tra di loro per gli individui che sappiano mettere in gioco le convinzioni che sono bagaglio vivo di culture, tradizioni, di ricerca intellettuale, di impegno morale e religioso. In una società di questo tipo è più facile che il conflitto di interessi sia temperato da istanze morali, si perseguirà la pace, cioè la tendenza a comporre, a integrare, a rispettare scrupolosamente i diversi, ad essere sensibili a bisogni di tutti, cioè alla giustizia. Ma perché questo accada esiste fondamentalmente un ostacolo, il nesso tra capitalismo e democrazia, cioè infine il tabù del denaro, l'onnipotenza della logica mercantile. Occorre che questo nesso venga scisso, che il denaro vada ad occupare il posto che gli compete, di mezzo e non di fine. Ma anche un popolo che abbia come fine la pace, resta pur sempre esposto al pericolo di essere sopraffatto da chi al contrario si ispira all'uso della forza. In questo caso occorre difendersi e battersi, fino al punto da costringere, se possibile, l'ingiusto a riconoscere l'ingiustizia. Allora tutto dipende da cosa ci muove a batterci e da come ci battiamo. Non dovremmo mai desiderare l'uso della forza, sicché, se costretti ad usarla, se ne avverta tutto l'orrore. E' come sentire coraggiosamente la contraddizione insolubile: l'uso della forza non può essere in alcun modo giustificato (non esiste guerra giusta!), chi lo fa mente innanzi tutto a se stesso; e tuttavia può essere necessario battersi. A questa condizione, di sopportare la contraddizione. E' possibile quasi battersi allo stesso tempo per sé (per i bisogni fisici e morali del proprio popolo) e insieme per l'avversario, in quanto si è mossi da desiderio e spirito di conciliazione.
Tutto questo non è affatto utopico, perché non c'è dubbio che il desiderio di conciliazione, se adeguatamente nutrito da un ambiente sociale che lo abbia consapevolmente fatto proprio, è di gran lunga più "naturale" del desiderio dell'uso della forza.


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