Modeste proposte per salvare i teatri di ricerca (e la Cultura bolognese in generale).
Sono d'accordo con Mauro Zani, quando dice che c'è interesse intorno al Congresso dei DS. Anch'io sono interessato. E' lui che non è interessato ad ascoltare la società. E sì che di segnali in giro ce ne sono parecchi. Per esempio: partiamo da un caso di attualità che riguarda la Cultura, e cerchiamo di capire in quest'ambito come potrebbe ripartire l'iniziativa della sinistra (o del centrosinistra) nella nostra città.
La cosa più sorprendente della polemica sulla decisione di Marina Deserti, Assessore alla Cultura del Comune, di togliere i fondi comunali ad alcuni teatri dell'area bolognese, è la qualità degli interventi di alcuni prestigiosi intellettuali bolognesi. Per esempio Ugo Volli su "La Repubblica" dell'8 settembre attribuisce all'Assessore "una sorta di teoria del teatro e dell'arte, la quale consiste, più o meno, nel misurare il successo di un teatro (o più in generale di un progetto artistico), col suo successo di pubblico e più precisamente con la dimensione della sua audience. " E fin qui niente di strano: quella delineata da Volli è una tendenza ben nota nel campo della cultura (in particolare dello show-business di marca anglosassone). Ma poi Volli aggiunge "Certamente (questa teoria) non vale neppure per il cinema di Hollywood, dato che è facile dimostrare come i premi Oscar, per commerciali che siano, si discostino sistematicamente dal giudizio del botteghino".
Ora, non so di che Hollywood parli il professor Volli, forse di una ipotetica Volliwood che esiste solo nella sua immaginazione. Non è necessario essere professore al DAMS per sapere che i prodotti di Hollywood sono fatti apposta per sfondare al botteghino, alcuni anzi nascono solo per sfruttare commercialmente un'idea fino al suo esurimento (finchè cioè il pubblico non smette di apprezzarla). Questo non significa che i film di Hollywood siano tutte schifezze, certo è che tutti nascono per essere popolari, per essere visti, amati e possibilmente rivisti in cassetta e acquistati in DVD. L'argomento dell'Oscar è poi ridicolo: non è perchè esiste un premio televisivo di qualità (il Prix Italia, per esempio) che la TV smette di cercare l'audience nella maniera più esasperata.
E' buffo notare che tutti i casi citati da Volli contro la "teoria" della Deserti non fanno altro che supportarla: è vero che il teatro elisabettiano non viveva di solo botteghino, ma è altrettanto vero che Shakespeare non prendeva soldi dal Comune di Londra, ma da illustri mecenati privati ed era vituperato dai critici più raffinati perchè troppo popolaresco, non aveva fatto l'Università ed era poco originale nei suoi drammi. Insomma, l'arte quando è viva ed esprime contenuti universali, cerca sempre il contatto col pubblico. Altrimenti non è arte: è esperimento solipsistico (non a caso Picasso diceva "Io non cerco, io trovo").
Quando Volli sostiene che "il criterio per valutare i teatri dev'essere artistico e culturale, considerare il loro valore non per il pubblico, ma per la vita culturale della città" (come se la vita culturale della città non fosse determinata dalle reazioni del pubblico, ma dal giudizio interessato dei soliti "esperti" e dai loro interessi più o meno confessati) fa emergere candidamente il desiderio di tener separata la produzione culturale (altrui) dal mercato, il sacro terror panico di certi intellettuali per cui il successo commerciale (degli altri) è sempre sospetto. ("Zitti foi, foi siete il pubbliko, io sono l'autore e io fi disprezzo !" sono le parole che Mel Brooks fa dire al suo nazista da operetta Franz Lipkin, prototipo di tutti gli intellettuali monomaniaci, in "Per favore non toccate le vecchiette" - grande successo agli Oscar - e a Broadway).
Un artista di successo se ne infischia del parere di certi soloni della critica
(Hitchcock: "mi consolo dalla cattiveria di certe critiche contando i soldi al botteghino"), buoni solo per avere critiche positive sui giornali, da esibire nella rassegna stampa per ricevere i contributi dell'anno prossimo, e così via, il circolo vizioso continua.
Da qui forse è spiegabile la levata di scudi che viene non tanto dal mondo del teatro, ma da quello universitario: non è un attacco ad un'ingiustizia, è autodifesa del proprio ruolo! L'ultimo in ordine di tempo (finora) è quello di Roberto Grandi, ex-Assessore alla cultura della giunta precedente, il quale si limita a considerazioni formali sul linguaggio delle delibere e sul fatto che Cultura non è solo "i beni storici, artistici, monumentali e le opere del pensiero (...) ma anche la cosiddetta cultura viva, ossia i modi di stare insieme e di dare senso alla vita dei diversi gruppi sociali". Perfetto da un punto di vista teorico-sociologico. Ma se riduciamo la Cultura a Sociologia rischiamo di relegare il caso Filippetti a un caso sociale. E se è questo che si vuole, la conseguenza inevitabile è che la maggioranza dei teatranti appassionati, esclusi dall'Assistenza, si sono ribellati e pur essendo idealmente di sinistra ha votato Guazzaloca, oppure ha votato Bartolini ma contro il proprio legittimo interesse. Fino a quando si crede che possa durare? E lo stesso ragionamento si può fare per una serie di piccole imprese (o di singoli professionisti) che non riescono ad entrare negli elenchi dei fornitori degli Enti Pubblici, scavalcati dai soliti noti dalle spalle coperte. Il risultato di questo andazzo è sotto gli occhi di tutti...Volli dice che "un paradosso italiano vuole che anche gli allestimenti più banali e speculativi siano da noi privati nel nome e nei guadagni, ma pubblici nei finanziamenti", e dice la verità. Ma il compito principale di un protagonista della vita culturale nazionale non dovrebbe limitarsi a prenderne atto, ma lavorare attivamente per cambiare questo stato di cose. Sempre che la cosa non sia troppo "di sinistra".
Insomma, la politica culturale della sinistra (o del centrosinistra) per Bologna può ripartire soltanto dalle cooperative culturali? O dai gruppi assistiti? O dalla Feltrinelli in espansione? O dal pateracchio sull'Arena del Sole? O non è forse il caso di cominciare a ripartire dai contenuti? Chissà, forse è il momento che prendano la parola i pezzi da novanta: il capogruppo in Consiglio Comunale, i nostri deputati che si occupano di Cultura. C'è un silenzio strano attorno alla Cultura da parte dei politici, e del resto se l'astro nascente è Valerio Zecchini...
Per restare alla questione dei teatri, mi permetto di essere per una volta propositivo, e di avanzare alcune ipotesi di soluzione del problema. Si potrebbe proporre a Volli e ad altri professori di provvedere con fondi propri alla vita di questi teatri, come in epoca elisabettiana: bastano 20 professori che paghino 5 milioni a testa all'anno e voilà 100 milioni per assicurarsi una stagione di interessantissima sperimentazione teatrale. Oppure (soluzione B) la gestione di tutti i teatri passa direttamente all'Università, per esempio con la clausola che la partecipazione degli studenti agli spettacoli sia loro riconosciuta come credito formativo (3 spettacoli = mezzo esame di anatomia = prova scritta di latino): ci penserebbero gli iscritti a Ingegneria o a Economia e Commercio a decretare il futuro del teatro di ricerca bolognese...