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23 Aprile 2001
Lettera aperta al Card. Biffi
di Andrea De Pasquale

Eminenza,
mi viene spontaneo rivolgermi a Lei per sottoporle una questione che mi tocca da vicino.

Credo di scriverle a nome di molti altri bolognesi e cristiani, cresciuti - come tanti - alla scuola di un impegno ecclesiale diretto e intenso (in parrocchia, nel volontariato, nella società). Con questa storia e questo percorso formativo, ci troviamo oggi a vivere una condizione piuttosto particolare, quella di una responsabilità politica a livello locale, che - per quanto modesta - interroga da vicino le convinzioni, i giudizi e le speranze che hanno accompagnato passo dopo passo la nostra strada di cattolici e di cittadini.

E' in questa particolarità che si gioca il nostro problema e quindi le nostre domande alla guida spirituale della nostra chiesa locale.

Se per noi l'impegno presente vorrebbe essere continuazione ed attuazione - per quanto difettosa, come è naturale che sia - di quel percorso, non possiamo nasconderci il senso di solitudine e di silenzio innaturale che circonda la nostra condizione attuale di "politici" a livello di chiesa.

E' evidente il contrasto tra un agire - quello di prima - immerso in una comunità viva e multiforme, ricca di sensibilità diverse e anche di tensioni, al tempo stesso generosa ed esigente, sempre attenta e a tutto interessata (comunità che di fatto è stata la nostra vera "palestra di politica" in senso pieno), e l'agire di oggi quasi clandestino rispetto a quella stessa comunità ecclesiale, segnata da un mutismo imbarazzato e imbarazzante sulla politica, cioè sulle decisioni da prendere riguardo a quel bene comune, a quell'amore per gli uomini e la storia del nostro tempo che era invece al centro dell'azione pastorale e caritativa.

Ci chiediamo e Le chiediamo: perché questo è accaduto? Ed è un bene che sia accaduto?

Certo, la scelta dell'impegno politico (il farsi "parte") porta naturalmente con sé un certo grado di solitudine, maggiore rispetto all'impegno sociale ed ecclesiale. Ma il problema non è questo: non soffriamo la mancanza di consenso, ma di confronto. Il talento che ci pare sotterrato nel laicato cattolico non sono tanto le braccia, quanto le idee.

Diciamo questo perché ci accorgiamo sempre più di quanto la politica, per restare qualcosa che pur goffamente tende alla giustizia, ha bisogno di persone che stiano dentro alle cose politiche con fondamenti meta-politici, cioè con radici che pescano fuori e oltre la politica. Questo discorso interessa tutti coloro che pongono mano alla cosa pubblica, ma in particolare i cristiani, che nella loro fede potrebbero avere un aggancio formidabile in questo senso.

Il motivo è evidente. Quando affrontiamo l'azione politica in termini tutti interni al "risultato politico" in senso immanente, cioè strumentale, ci troviamo presto asserviti a una logica di ossequio al più forte di turno, quindi costretti a rinunciare a qualsiasi "efficacia politica" in senso finalistico e progettuale.

Lo sappiamo: ogni volta che la politica diventa autoreferenziale, di fatto abdica al proprio ruolo. Quando ci si vota al governo per il governo, ci si riduce a non governare alcunché, ma solo ad ampliare la propria capacità di adattamento e mimetismo, e ad esercitare un potere esclusivamente clientelare e corporativo, non politico. Non abbiamo tante volte osservato con disaffezione come un cambio di governo non produce cambiamento politico (cioè di criteri organizzativi della società, di regole generali, di distribuzione di oneri e privilegi), ma solo spostamenti interni (di cariche, nomine e favori) ad un assetto di per sé indiscusso?

Non scopriamo quindi nulla di nuovo osservando che quando il potere passa da strumento a fine della politica, tende a non "potere più nulla", semplicemente perché il rischio di fallire (quindi, di perdere potere) a quel punto è troppo alto per tentare qualsiasi cambiamento. Il prezzo di una politica che non sa pensarsi in modo trascendente rispetto ai propri mezzi e meccanismi è la morte della politica stessa, ovvero l'accettazione passiva - anzi peggio: il suo rendersi complice - dell'ingiustizia e della violenza che naturalmente la società produce. Così la democrazia diventa procedura formale di legittimazione dell'oligarchia dominante, la legislazione economica diventa esercizio di ricopiatura degli interessi di multinazionali e finanziarie, e via scendendo.

Non pare anche a Lei, eminenza, che questo quadro invochi con forza il contributo di qualcuno che affronti l'azione politica da una prospettiva diversa e più libera rispetto alla sola logica di potere? E che la cultura e la fede cristiana abbiano una grande missione - e responsabilità - in proposito?

Invece, come dicevamo, osserviamo una comunità cristiana che si sottrae e si nasconde al dibattito politico. Perché? Una spiegazione può venire dalla scomparsa del partito di riferimento, con la conseguente libertà di opzione e posizionamento dei cristiani a destra come a sinistra. L'impossibilità a discutere di politica nelle comunità ecclesiali sarebbe quindi il frutto della paura di trovarsi di fronte a divergenze ed anche a contrasti aperti che dividerebbero le comunità sulle ricette politiche e poi sulle alleanze con cui affrontare i problemi.

Ma è proprio la scomparsa del partito unico che rende interessante e preziosa l'opportunità di confronto tra i cristiani. La discussione che ieri rischiava di ridursi a una chiamata alle armi sotto i vessilli del partito contro i nemici, livellando ogni differenza di approccio culturale e politico tra i cristiani, oggi può diventare confronto autentico e davvero arricchente su come affrontare questo o quel problema sociale, economico, di giustizia.

Che i cristiani su temi politici siano divisi è un fatto. Già lo erano - senza poterlo dire - ai tempi del partito unico. Ora le differenze di sensibilità (solidaristiche e liberali, autoritarie e permissive, e tante altre.) che sono forse il patrimonio più importante e storicamente unico di una famiglia religiosa così estesa come quella cattolica (che significa universale, non a caso!) hanno la possibilità di farsi esplicite e confrontarsi a viso aperto, a tutti i livelli: di politica locale, nazionale e globale. Perché temere questo confronto?

D'altronde, se non cominciamo proprio noi (gente accomunata dalla fede in Cristo morto e risorto, e dal cammino in una chiesa tutta immersa nelle vicende della storia) a misurare le nostre differenze politiche con serenità e rispetto dell'altro, senza gettarci fango addosso, senza desiderare la morte di nessuno, ma con quel senso delle proporzioni che ci è dato dall' avere qualche radice oltre la politica, cosa ci aspettiamo, che siano Rutelli e Berlusconi, Bossi e Bertinotti a darci l'esempio?

Per questo ci colpisce e ci dispiace il bando della politica dalle parrocchie e dalle associazioni di cattolici (eccezion fatta per quelle che hanno fatto della politica in senso secolare e strumentale la propria ragion d'essere. ma questo è un altro discorso). Beninteso, sappiamo anche noi di essere "parte", avendo scelto un luogo ben preciso (il centrosinistra) ove collocarci ed agire politicamente. Come noi, sappiamo che altri hanno fatto scelte diverse e talvolta opposte. Ma questo non ci spaventa, anzi ci rende ancora più curiosi e assetati di un dibattito vivo, appassionato, al limite acceso, che però sia capace di scuotere le nostre comunità e di spremerne le migliori idee ed energie a servizio di concetti come "bene comune" e "responsabilità" che tanto hanno contato nella nostra formazione.

Diversamente, ci pare che la politica sia sempre più incamminata a perdere di senso e quindi di interesse.

Se la politica rinuncia a contenere e compensare le dinamiche di sopraffazione già spontaneamente operanti nei rapporti tra uomini (economici, razziali, generazionali.), se abdica al tentativo di regolare e correggere le pulsioni egoiste e violente sempre riaffioranti, a che serve? Forse proprio ad essere gettata e calpestata dagli uomini, come già avviene.

E se i cristiani nascondono sotto il moggio la loro vocazione- unica, inconfondibile - ad agire nel rispetto di ogni uomo (perché icona del Cristo) e a farsi carico dei drammi del loro tempo (perché è nella storia che si gioca il nostro "sì" al Padre), chi altri ci insegnerà la capacità (o almeno il proposito) di pensare il bene collettivo prima e sopra quello della propria parte (sociale, razziale, religiosa)?

E' esattamente questo il punto di massima originalità della nostra fede, dove si toccano laicità e trascendenza. Laddove l'impegno nel politico, cioè nella terra e nella storia, diviene intrinsecamente santo, perché nella vicenda di Cristo - Dio fatto carne - proprio la terra e la storia sono diventate il luogo dove incontrare il trascendente, ovvero l'amore del Padre. In questo senso - e solo in questo senso - anche la politica è santa, come lo è ogni aspetto della vita: il lavoro, l'amore, la fatica, la sofferenza, la festa. Ma è santa in quanto appunto laica, ovvero fedele alla terra e alla storia. Perché la nostra non è una religione del distacco e dell'indifferenza, ma proprio del contrario. Ecco allora che la vera alternativa alla politica come prassi di conservazione del potere è nella fede: non come affermazione della nostra verità sul mondo, ma come immersione nel mondo per cambiarlo.

Per simili considerazioni (qui malamente riassunte) noi siamo convinti che le nostre comunità cristiane avrebbero tanto da dare alla politica. E viceversa, che la discussione politica vera (non elettorale, non strumentale) sarebbe un lievito potente che aiuterebbe le nostre comunità a riscoprire tesori nascosti della fede cristiana e dell'appartenenza ecclesiale.

Possiamo far qualcosa in questa direzione? Io - e con me molti, credo - siamo disponibili ad aprire un confronto. Anzi, di più: ne avremmo proprio il desiderio.

Con stima

Andrea De Pasquale

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