Eminenza,
mi viene spontaneo rivolgermi a Lei per sottoporle una questione che mi
tocca da vicino.
Credo di scriverle a nome di molti altri bolognesi e cristiani, cresciuti -
come tanti - alla scuola di un impegno ecclesiale diretto e intenso (in
parrocchia, nel volontariato, nella società). Con questa storia e questo
percorso formativo, ci troviamo oggi a vivere una condizione piuttosto
particolare, quella di una responsabilità politica a livello locale, che -
per quanto modesta - interroga da vicino le convinzioni, i giudizi e le
speranze che hanno accompagnato passo dopo passo la nostra strada di
cattolici e di cittadini.
E' in questa particolarità che si gioca il nostro problema e quindi le
nostre domande alla guida spirituale della nostra chiesa locale.
Se per noi l'impegno presente vorrebbe essere continuazione ed attuazione -
per quanto difettosa, come è naturale che sia - di quel percorso, non
possiamo nasconderci il senso di solitudine e di silenzio innaturale che
circonda la nostra condizione attuale di "politici" a livello di chiesa.
E' evidente il contrasto tra un agire - quello di prima - immerso in una
comunità viva e multiforme, ricca di sensibilità diverse e anche di
tensioni, al tempo stesso generosa ed esigente, sempre attenta e a tutto
interessata (comunità che di fatto è stata la nostra vera "palestra di
politica" in senso pieno), e l'agire di oggi quasi clandestino rispetto a
quella stessa comunità ecclesiale, segnata da un mutismo imbarazzato e
imbarazzante sulla politica, cioè sulle decisioni da prendere riguardo a
quel bene comune, a quell'amore per gli uomini e la storia del nostro tempo
che era invece al centro dell'azione pastorale e caritativa.
Ci chiediamo e Le chiediamo: perché questo è accaduto? Ed è un bene che sia
accaduto?
Certo, la scelta dell'impegno politico (il farsi "parte") porta naturalmente
con sé un certo grado di solitudine, maggiore rispetto all'impegno sociale
ed ecclesiale. Ma il problema non è questo: non soffriamo la mancanza di
consenso, ma di confronto. Il talento che ci pare sotterrato nel laicato
cattolico non sono tanto le braccia, quanto le idee.
Diciamo questo perché ci accorgiamo sempre più di quanto la politica, per
restare qualcosa che pur goffamente tende alla giustizia, ha bisogno di
persone che stiano dentro alle cose politiche con fondamenti meta-politici,
cioè con radici che pescano fuori e oltre la politica. Questo discorso
interessa tutti coloro che pongono mano alla cosa pubblica, ma in
particolare i cristiani, che nella loro fede potrebbero avere un aggancio
formidabile in questo senso.
Il motivo è evidente. Quando affrontiamo l'azione politica in termini tutti
interni al "risultato politico" in senso immanente, cioè strumentale, ci
troviamo presto asserviti a una logica di ossequio al più forte di turno,
quindi costretti a rinunciare a qualsiasi "efficacia politica" in senso
finalistico e progettuale.
Lo sappiamo: ogni volta che la politica diventa autoreferenziale, di fatto
abdica al proprio ruolo. Quando ci si vota al governo per il governo, ci si
riduce a non governare alcunché, ma solo ad ampliare la propria capacità di
adattamento e mimetismo, e ad esercitare un potere esclusivamente
clientelare e corporativo, non politico. Non abbiamo tante volte osservato
con disaffezione come un cambio di governo non produce cambiamento politico
(cioè di criteri organizzativi della società, di regole generali, di
distribuzione di oneri e privilegi), ma solo spostamenti interni (di
cariche, nomine e favori) ad un assetto di per sé indiscusso?
Non scopriamo quindi nulla di nuovo osservando che quando il potere passa da
strumento a fine della politica, tende a non "potere più nulla",
semplicemente perché il rischio di fallire (quindi, di perdere potere) a
quel punto è troppo alto per tentare qualsiasi cambiamento. Il prezzo di una
politica che non sa pensarsi in modo trascendente rispetto ai propri mezzi e
meccanismi è la morte della politica stessa, ovvero l'accettazione passiva -
anzi peggio: il suo rendersi complice - dell'ingiustizia e della violenza
che naturalmente la società produce. Così la democrazia diventa procedura
formale di legittimazione dell'oligarchia dominante, la legislazione
economica diventa esercizio di ricopiatura degli interessi di multinazionali
e finanziarie, e via scendendo.
Non pare anche a Lei, eminenza, che questo quadro invochi con forza il
contributo di qualcuno che affronti l'azione politica da una prospettiva
diversa e più libera rispetto alla sola logica di potere? E che la cultura e
la fede cristiana abbiano una grande missione - e responsabilità - in
proposito?
Invece, come dicevamo, osserviamo una comunità cristiana che si sottrae e si
nasconde al dibattito politico. Perché? Una spiegazione può venire dalla
scomparsa del partito di riferimento, con la conseguente libertà di opzione
e posizionamento dei cristiani a destra come a sinistra. L'impossibilità a
discutere di politica nelle comunità ecclesiali sarebbe quindi il frutto
della paura di trovarsi di fronte a divergenze ed anche a contrasti aperti
che dividerebbero le comunità sulle ricette politiche e poi sulle alleanze
con cui affrontare i problemi.
Ma è proprio la scomparsa del partito unico che rende interessante e
preziosa l'opportunità di confronto tra i cristiani. La discussione che ieri
rischiava di ridursi a una chiamata alle armi sotto i vessilli del partito
contro i nemici, livellando ogni differenza di approccio culturale e
politico tra i cristiani, oggi può diventare confronto autentico e davvero
arricchente su come affrontare questo o quel problema sociale, economico, di
giustizia.
Che i cristiani su temi politici siano divisi è un fatto. Già lo erano -
senza poterlo dire - ai tempi del partito unico. Ora le differenze di
sensibilità (solidaristiche e liberali, autoritarie e permissive, e tante
altre.) che sono forse il patrimonio più importante e storicamente unico di
una famiglia religiosa così estesa come quella cattolica (che significa
universale, non a caso!) hanno la possibilità di farsi esplicite e
confrontarsi a viso aperto, a tutti i livelli: di politica locale, nazionale
e globale. Perché temere questo confronto?
D'altronde, se non cominciamo proprio noi (gente accomunata dalla fede in
Cristo morto e risorto, e dal cammino in una chiesa tutta immersa nelle
vicende della storia) a misurare le nostre differenze politiche con serenità
e rispetto dell'altro, senza gettarci fango addosso, senza desiderare la
morte di nessuno, ma con quel senso delle proporzioni che ci è dato dall'
avere qualche radice oltre la politica, cosa ci aspettiamo, che siano
Rutelli e Berlusconi, Bossi e Bertinotti a darci l'esempio?
Per questo ci colpisce e ci dispiace il bando della politica dalle
parrocchie e dalle associazioni di cattolici (eccezion fatta per quelle che
hanno fatto della politica in senso secolare e strumentale la propria ragion
d'essere. ma questo è un altro discorso). Beninteso, sappiamo anche noi di
essere "parte", avendo scelto un luogo ben preciso (il centrosinistra) ove
collocarci ed agire politicamente. Come noi, sappiamo che altri hanno fatto
scelte diverse e talvolta opposte. Ma questo non ci spaventa, anzi ci rende
ancora più curiosi e assetati di un dibattito vivo, appassionato, al limite
acceso, che però sia capace di scuotere le nostre comunità e di spremerne le
migliori idee ed energie a servizio di concetti come "bene comune" e
"responsabilità" che tanto hanno contato nella nostra formazione.
Diversamente, ci pare che la politica sia sempre più incamminata a perdere
di senso e quindi di interesse.
Se la politica rinuncia a contenere e compensare le dinamiche di
sopraffazione già spontaneamente operanti nei rapporti tra uomini
(economici, razziali, generazionali.), se abdica al tentativo di regolare e
correggere le pulsioni egoiste e violente sempre riaffioranti, a che serve?
Forse proprio ad essere gettata e calpestata dagli uomini, come già avviene.
E se i cristiani nascondono sotto il moggio la loro vocazione- unica,
inconfondibile - ad agire nel rispetto di ogni uomo (perché icona del
Cristo) e a farsi carico dei drammi del loro tempo (perché è nella storia
che si gioca il nostro "sì" al Padre), chi altri ci insegnerà la capacità (o
almeno il proposito) di pensare il bene collettivo prima e sopra quello
della propria parte (sociale, razziale, religiosa)?
E' esattamente questo il punto di massima originalità della nostra fede,
dove si toccano laicità e trascendenza. Laddove l'impegno nel politico, cioè
nella terra e nella storia, diviene intrinsecamente santo, perché nella
vicenda di Cristo - Dio fatto carne - proprio la terra e la storia sono
diventate il luogo dove incontrare il trascendente, ovvero l'amore del
Padre. In questo senso - e solo in questo senso - anche la politica è santa,
come lo è ogni aspetto della vita: il lavoro, l'amore, la fatica, la
sofferenza, la festa. Ma è santa in quanto appunto laica, ovvero fedele alla
terra e alla storia. Perché la nostra non è una religione del distacco e
dell'indifferenza, ma proprio del contrario. Ecco allora che la vera
alternativa alla politica come prassi di conservazione del potere è nella
fede: non come affermazione della nostra verità sul mondo, ma come
immersione nel mondo per cambiarlo.
Per simili considerazioni (qui malamente riassunte) noi siamo convinti che
le nostre comunità cristiane avrebbero tanto da dare alla politica. E
viceversa, che la discussione politica vera (non elettorale, non
strumentale) sarebbe un lievito potente che aiuterebbe le nostre comunità a
riscoprire tesori nascosti della fede cristiana e dell'appartenenza
ecclesiale.
Possiamo far qualcosa in questa direzione? Io - e con me molti, credo -
siamo disponibili ad aprire un confronto. Anzi, di più: ne avremmo proprio
il desiderio.
Con stima
Andrea De Pasquale