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LA FRUSTA E IL CORPO (1963)
Trama:
Georgia, governante del castello dei Menliff, tiene in una teca il coltello
con cui la figlia Tania si uccise per colpa del figlio del padrone, Kurt
Menliff. Questo è appena ritornato al castello dopo parecchio tempo per il
matrimonio del fratello , ma non viene accolto bene né da suo padre, il conte
Vladimir, ne da suo fratello Cristiano, che ha sposato la bella Nevenka. Kurt
pare essere interessato in modo particolare da Nevenka. I due poco dopo
s’incontrano clandestinamente sulla spiaggia dove capiamo che essi erano
amanti; Kurt la bacia , quindi la frusta sulla schiena prima di giacere con
lei. Quella notte qualcuno che non vediamo uccide Kurt conficcandogli in gola
il pugnale conservato da Georgia. Subito si sprecano i sospetti fra gli
abitanti del castello. Dopo le esequie di Kurt Nevenka comincià ad avere
allucinazioni audiovisive del fantasma di Kurt che la insegue, la chiama e la
frusta, proferendo propositi di vendetta. Il giorno dopo anche il conte
Vladimir è ritrovato morto ammazzato. Cristiano si convince che il fratello
sia ancora vivo: apre la sua bara e vi trova un cadavere irriconoscibile che
da in ogni modo alle fiamme.
Poi, certo di seguire l’ombra del fratello, arriva nella camera della moglie
, dove è proprio Nevenka che cerca di pugnalarlo ma non vi riesce e fugge nei
sotterranei. Scopriamo poi che è stata lei, completamente pazza ed in preda
al delirio, ad uccidere Kurt e il conte: Nevenka , da sempre vittima delle
allucinazioni della sua mente malata, crede di rivedere ancora Kurt, ma la
pugnalata che vibra contro la visione del suo diabolico amante attraversa il
vuoto trafiggendo il suo stesso cuore.
Critica:
Rappresenta un tipico esempio di horror all’italiana, presentando alcuni
punti di contatto con altri prodotti contemporanei(L’orribile segreto del dottor
Hichkock e Lo spettro), per via dell’ambientazione ottocentesca e della
notevole atmosfera di morbosità che fa da filo conduttore della vicenda. Il
film appartiene ad una delle grandi categorie della produzione
cinematografica italiana di genere: quello dei film d’orrore e di fantasmi.
Tantissime sono infatti le opere girate in questi anni che hanno come sfondo
lugubri manieri medioevali infestati o pseudo tali( oltre ai film già citati
di Freda ricordo anche Amanti d’oltretomba, Danza macabra, I vampiri ,La
morte negli occhi del gatto e dello stesso Bava abbiamo La maschera del
demonio, Operazione paura, Gli orrori del castello di Norimberga) in cui lo
spettatore deve dipanarsi attraverso l’eterna incertezza tra spiegazione
razionalistica e accettazione del soprannaturale. La frusta e il corpo è
perciò un tipico film baviano, ricco di suggestioni visive( al solito
notevole l’uso delle luci innaturali e irreali di colori come il blu e il
verde) e anche uditive( dalla colonna sonora che non abbandona mai la scena
fino agli effetti sonori che dipingono l’atmosfera di rumori veri/immaginari
come il vento onnipresente e lo schiocco della frusta del morto). Bava è
notevolmente a suo agio qui con la macchina da presa, alternando con
dimestichezza inquadrature da lontano, zoomate, grandangoli( che fanno
apparire infiniti i tortuosi corridoi del castello) fino ad arrivare a veri
virtuosismi ottici( l’inquadratura della mano che strappa la vestaglia, il
dialogo di Cristiano e Katia spiato da dietro un vaso di fiori) allo scopo di
costruire un fantastico diffuso e fantastico, quasi atmosferico. Chiaramente
il film non può far paura perché non ha dei picchi di suspense ma l’abilità
dell’autore è stata quella di mantenere in ogni modo una sottile linea di
tensione per tutta la durata della pellicola. Per ciò che riguarda la
recitazione ho trovato molto convincente quella di Cristopher Lee ( tra
l’altro più perverso, affascinante e cattivo da vivo che da morto) , positiva
quella delle due protagoniste mentre poteva essere definita meglio la figura
del fratello Cristiano, troppo poco coinvolto emotivamente ed espressivamente
piatto. Nel complesso giudico comunque il film positivamente.
GLI ORRORI DEL CASTELLO DI NORIMBERGA (1972)
Trama:
Peter , discendente del sadico barone Otto Von Kleist detto il sanguinario ,
torna in Austria presso lo zio Karl per scoprire qualcosa di più sul suo
famigerato avo. Grazie ad una vecchia pergamena apprende di una vecchia
maledizione scagliata contro il barone da una strega, sua vittima, che
permetterebbe di riportarlo in vita. Ma per funzionare la formula deve essere
recitata dentro una particolare camera del castello.
Insieme ad Eva, giovane è bella architetto che sta restaurando il castello,
Peter legge la formula ma spaventato dai sinistri eventi che si scatenano
subito dopo, legge la controformula.
Tuttavia la notte seguente i due ripetono l’esperimento e una sinistra folata
di vento getta la controformula nelle fiamme, impedendo di sospendere
l’evocazione. Von Kleist risorge davvero, col volto orribilmente sfigurato e
ritorna subito ad uccidere. Le vittime sono: un medico che voleva
soccorrerlo, il responsabile del castello, il guardiano( questo ucciso con la
vergine di ferro). Qualche tempo dopo il castello è acquistato ad un asta
dall’anziano miliardario paralitico Beck, che intende rimetterlo a nuovo e
invita Eva, Peter e Karl all’inaugurazione. Quella notte Von Kleist insegue
Eva per le strade buie della città ma la donna si salva a casa di Karl il
quale consiglia di rivolgersi ad una medium. La medium evoca lo spirito della
strega che aveva maledetto il barone, la quale profetizza l’eliminazione del
mostro per mano delle sue stesse vittime. La piccola figlia di Karl intanto
si salva a stento dalla furia del mostro, che la insegue di giorno in un
bosco, e si convince che il barone altri non è che Beck.
I tre indagano e non tardano a scoprire che in effetti è proprio così: Beck è
Von Kleist, che riesce a catturare i tre e rinchiuderli nelle segrete del
castello. Prima che Von Kleist li uccida, Eva riesce ad usare un amuleto
regalatole dalla medium per evocare le vittime del barone. E le vittime si
ridestano torturando ed uccidendo il mostro. Il fantasma della strega assiste
alla realizzazione della sua vendetta ma fra le torri del castello ancora si
aggira una figura nero vestita.
Critica:
Innanzi tutto devo dire che pensavo che il film si svolgesse a Norimberga
mentre invece poi mi sono accorto che di Norimberga c’è solo la vergine, la
macchina di torture. Comunque il film mi sembra possa essere accostato ai
tipici prodotti della Hammer degli anni addietro soprattutto per il carattere
della soprannaturale della vicenda.
Trovo che il film sia ricco d’autocitazioni e che Bava in tal senso si sia
divertito nei confronti dei suoi fans in una sorta di caccia alla citazione;
io ne ho ravvisate almeno 3: - l’omicidio del servo nella vergine di ferro è
del tutto simile(soggettiva inclusa) a La maschera della morte - l’omicidio
del dottore che ha curato il mostro(à il primo piano della mano che regge il
bisturi identico alla sequenza del delitto con il guanto chiodato in Sei
donne per l’assassino ) - l’omicido del dottore che ha curato il
mostro(sequenza della cornetta del telefono che dondola vicino al cadavereà
identica a Sei donne per l’assassino). Secondo me l’autocitazione un po’
sdrammatizza e questo fa si che il film faccia davvero poca paura. Inoltre
anche nelle scene di suspense si sa subito chi è che morirà e chi no. Quindi
ciò che trovo interessante in questo film sono sostanzialmente tre aspetti:
- l’infrazione abbastanza innovativa(per l’epoca) d’alcune regole del
gotico(vedi il fatto che il mostro agisce anche alla luce del sole) -
l’attenzione del regista all’uso delle luci e delle inquadrature nelle
interminabili sequenze d’inseguimento - l’accostamento, decisamente
dissacrante ,d’elementi moderni e comuni in ambientazioni gotiche ed in
situazioni di tensione( vedi il distributore di coca cola nella sequenza in
cui è ucciso l’architetto). In definitiva ciò che mi è piaciuto di più in
tale film è la tecnica registica di Bava, esaltata da inquadrature vagamente
espressionistiche e decisamente barocche.
Censurabile purtroppo la recitazione degli attori.
SCHOCK(TRANSFERT/SUSPENCE/HYPNOS)
(1977)
Trama:
Dora torna insieme al figlioletto Marco nella villa dove 7 anni prima si era
suicidato il padre Carlo.
La donna è ora felicemente sposata con il pilota Bruno che ha un ottimo
rapporto anche con Marco. Tuttavia dopo il trasferimento nella villa,
l’atteggiamento di Marco muta radicalmente: mostra grande gelosia nei
confronti della madre e comincia ad offenderla, perseguitarla con dispetti e
trappole e comincia a minacciarla di morte.Dora è anche vittima
d’allucinazioni ed incubi in cui è perseguitata da zombie. Tutto sembra
comunque ricondurre ad uno strano muro che si trova nella sinistra cantina
della villa. Una mattina Marco mette una foto di Bruno sull’altalena e
contemporaneamente l’uomo, che sta pilotando, perde per un attimo il
controllo del velivolo. Le azioni di Marco sembrano guidate dal fantasma di
Carlo: Dora, sempre più nervosa ed esasperata, riceve un mazzo di fiori
accompagnato da un messaggio agghiacciante scritto con grafia infantile.
Questo è per Dora il colpo finale. Lei infatti d’improvviso ricorda di aver
ucciso il marito Carlo, sgozzandolo, perché era un tossico, e di aver poi
rimosso tutto dalla mente grazie allo psichiatra. Dora ne parla con Bruno che
non ci crede affatto, ma una notte mentre sta dormendo, Dora è svegliata da
rumori in cantina: scende e scopre Bruno che sta sfondando il muro per
disseppelire il cadavere di Carlo. Scopriamo così che Bruno sapeva
dell’omicidio ma che, d’accordo con lo psichiatra, non aveva mai detto nulla
per favorire la guarigione di Dora. La donna , completamente allucinata, ha
una reazione imprevista e lo uccide a picconate, poi fugge per la casa. I
mobili però si animano e tentano di ucciderla cosi che Dora deve rifugiarsi
in cantina dove vede una mano che gli porge il taglierino con cui uccise
Carlo; e con quell’arma lei si sgozza da sola. All’esterno Marco , come se
nulla fosse, prende il tè con il fantasma del padre .
Critica:
Sicuramente il film meno personale e meno riuscito di Bava( anche se sulla
sua paternità del film ho dei dubbiàmolti sono convinti che il prodotto alla
fin fine sia più del figlio Lamberto).
Il tentativo di partenza mi sembra quello di fornire una vaga imitazione
delle atmosfere argentiane che in quel momento stavano spopolando(
l’atmosfera della villa, l’ostilità degli oggetti più banali, il carillon
tormentone in sottofondo) per poi ripiegare invece su una tematica più
baviana, e cioè lo spiritismo. Comunque anche tecnicamente il film è carente:
fin da subito si capisce che le inquadrature sono molto piatte, insipide,
quasi televisive( niente zoom, pochissima profondità di campo).
Fortunatamente ci sono un paio d’episodi in cui la regia assurge al livello
consono a Bava: - quando c’è la prima allucinazione( utilizzo di dettagli, di
fuorifuoco e di musiche rabbiose) - quando si vede il pianoforte agitarsi da
solo( sembra che davvero ridere!) in una sequenza davvero surreale che mi ha
riportato alla mente alcune scene di Evil dead 2 di Raimi.
Tuttavia il prodotto resta tecnicamente basso.
Nota molto positiva invece è, secondo me, la recitazione della Nicolodi,
assolutamente convincente nei panni della donna nevrotica sempre sull’orlo di
una crisi di nervi. Anzi dico di più: le poche scene di suspense del film si
basano quasi esclusivamente sulla gestualità esasperata dell’attrice che
rende davvero palpabile la sensazione di disagio che la attraversa.
Insopportabile invece la figura del bambino( sarà che io ho sempre odiato
questi ruoli di bambini saputelli e viziati).
OPERAZIONE PAURA(1966)
Trama:
Una donna terrorizzata fugge per le vie di una cittadina di fine ottocento
fino a suicidarsi gettandosi da un balcone, mentre vediamo che una bambina
scende dalle scale.
Qualche tempo dopo il giovane medico Paul arriva in paese per fare l’autopsia
alla morta e subito avverte astio e timore negli abitanti: essi sono
sconvolti perché si stanno verificando numerose morti misteriose. Insieme al
commissario, Paul si reca al cimitero per l’autopsia; il medico è assistito
dalla bella Monica, appena tornata nel paese dove era nata, e trova una
moneta nel cuore del cadavere. Durante la notte una bambina si dondola
sull’altalena nel cimitero. Le indagini sono intralciate dall’ostilità degli
abitanti, ma l’intervento di Marta, fattucchiera ed amante del borgomastro,
li placa. Paul scopre che è proprio Marta a mettere le monete nei cuori delle
vittime per farle riposare in pace e scopre che l’ultima vittima è proprio il
commissario. Paul decide di visitare villa Graps che secondo molti è il luogo
in cui ha avuto origine la maledizione, qui vi trova una sinistra bambina che
gioca a palla e l’anziana baronessa Graps che lo caccia via. In paese Paul
apprende che la figlia della baronessa , Melissa, è morta anni prima
dissanguata perché nessuno in paese la aveva aiutata. Intanto il borgomastro
rivela che anche Monica è figlia della baronessa, allontanata da casa per
sfuggire alla maledizione di melissa. Il borgomastro paga con la vita la sua
ruvelazione. Monica viene attirata a villa Graps e per ritrovarla Paul
insegue un sosia di se stesso per le stanze della infernale villa. Anche
Monica mentre fugge si ritrova a percorrere una scala a chioccioli infinita
ma il suo incubo è spezzato da Marta. La maga, per vendicare il borgomastro,
uccide la baronessa( che evocava Melissa per vendicarsi dei paesani) e
provoca la scomparsa del fantasma prima di morire a sua volta. All’alba Paul
e Monica escono sconvolti ma salvi dalla villa.
Critica:
Notevole prodotto della filmografia baviana che andrebbe annoverato tra i
classici del genere.
Il film si può considerare come una summa di tutte le capacità tecniche e le
convinzioni creative del regista.
Da un punto di vista tematico rieccoci nel campo del fantastico più totale,
con una storia di fantasmi dove i fantasmi( all’inizio solo suggeriti) alla
fine esistono davvero e sono tutt’altro che benigni. Tutta la pellicola è
pervasa da una costante tensione rarefatta che assurge a momenti di autentica
suspense quando il regista da libero sfogo alle sue pulsioni creative(
l’omicidio del borgomastro, l’inseguimento del dottore con se stesso, la
camera della bambina fantasma). Notevole anche l’atteggiamento del regista
nel voler inserire nella narrazione delle scene fantastiche il cui senso
resta nascosto e che quindi gettano lo spettatore nell’equivoco tipico
baviano( soluzione reale o soluzione spettrale?)(à la testa della bambola che
cade, la bambina che gioca con l’altalena nel cimitero, la sequenza
dell’obitorio quando si apre la porta, entra la palla e cade a terra il
sudario). Dal punto di vista tecnico Bava ritorna ad un uso meno sperimentale
delle luci, ritorna a tonalità più classiche( come il giallo e l’arancione)
ma comunque ugualmente asfissianti( certe sequenze trasudano afa e caldo
insopportabile). Infine notevolissima la scena dell’inseguimento del dottore
con se stesso e quella della discesa vorticosa per la scala a chiocciola
infinita. Appare invece poco convincente la recitazione del protagonista
maschile( troppo poco espressivo) mentre notevole è la caratterizzazione
della fattucchiera di paese e della contessa malefica.
LA MASCHERA DEL DEMONIO(1960)
Trama:
In pieno Medioevo la strega Asa è condannata dai cattolici a morire
indossando la maschera del demonio, chiodata al suo interno, sorte già
toccata al suo diabolico amante Iavutik. Un’improvvisa tempesta però impedisce
al rogo di consumare il corpo di Asa che viene sepolto nella cappella di
famiglia. Un secolo dopo il dottor Koma e il giovane assistente Gorobek sono
in viaggio in quelle lande per andare ad un congresso medico. ccidentalmente,
mentre passano per una foresta sinistra, si imbattono nella cripta maledetta
e trovano il corpo di Asa che viene per caso bagnato dal sangue del medico
feritosi con un vetro.
Fuori dalla cripta i due incontrano Katia , discendente e sosia di Asa, che
vive in un castello fatiscente insieme al padre ed al fratello Costantino.
Asa intanto risorge e richiama in vita pure Iavutik che sotto il suo
controllo uccide anche il padre di Katia. Gorobek e Costantino scoprono che
Asa è resuscitata, ma Costantino non può rivelare la scoperta perché è ucciso
da Iavutik. Anche il dottore è fatto fuori. Iavutik poi salva Katia
dall’aggressione del padre zombie perché la ragazza serve viva ad Asa: la
strega comincia a succhiarle la vita, divenendo via via più giovane e bella
mentre Katia deperisce. Gorobek raggiunge la cappella e nonostante Asa cerchi
di spacciarsi per Katia , lui la smaschera capendo tutto dal crocifisso
appeso al collo da quella che avrebbe dovuto essere la strega. Asa viene
consegnata al popolo e bruciata viva. Katia si risveglia per andare a vivere
con Gorobek.
Critica:
E Bava creò l’horror italiano… Anche se cronologicamente parlando l’horror
italiano nasce con I vampiri di Freda , secondo me questo film di Bava è il
punto di partenza reale della filmografia di genere italiana: prima di tutto
perché questa pellicola influenzerà parecchio altre pellicole posteriori di
altri autori ma anche dello stesso regista, e poi perché dal punto di vista
della tecnica cinematografica si vedono le prime intuizioni tipiche baviane.
Il film riproduce in maniera perfetta le atmosfere gotiche del periodo in cui
si svolge la narrazione, atmosfere sature anche di una notevole morbosità di
fondo dovuta ad una certa componente necrofila( baci fra vivi e morti). Fin
dalle prime immagini il film esibisce la sua particolare qualità erotica: il
tema centrale è quello del corpo della strega, che non viene distrutto dalle
fiamme ma torna in vita cercando di trasferire la sua maledizione seduttrice
nel corpo della pura Katia.
Bava cerca emozioni forti e le trova con alcune scene particolarmente
crude(la scena del marchio incandescente, lo shock del corpo della Steele che
si rivela uno scheletro putrefatto sotto il mantello).
Il film dunque rappresenta il fantastico e l’orrore con la massima
concretezza possibile: si tratta di vicende soprannaturali ma le scene più
crude sono appunto tutt’altro che suggerite( sono ben visibili le
devastazioni della maschera di ferro sul viso di Asa e la putrefazione del
suo cadavere) anche se devo dire che l’uso del sangue è equilibrato e non
cerca mai lo shock fine a se stesso. L’opera è basata anche su una tematica
di fondo: l’ambiguità del male che si riscontra nel dualismo
bellezza/malignità rappresentato dalle due figure di Asa e Katia( entrambe
interpretate magistralmente dalla Steele). Proprio la recitazione della
Steele( futura regina di tale genere di film) è un altro punto di forza del
film: lei è eccellente nel personificare la purezza e l’ingenuità di Katia ed
è ugualmente convincente nel prestare il suo viso scarnificato alla
personificazione del male, la strega Asa. Dal punto di vista tecnico Bava
decide di creare un’atmosfera carica di corruzione e morte( nebbie, alberi
spogli, edifici fatiscenti invase da erbacce), gli interni freddi e gelidi(la
cripta infestata da ragnatele). Tutto ciò viene esaltato da una fotografia
molto efficace e da un uso azzeccato di lunghe carrellate e panoramiche. In
definitiva ritengo La maschera del demonio un capolavoro non solo di Bava ma
del cinema horror mondiale. In una parola un precursore.
I TRE VOLTI DELLA PAURA(1963)
Trama:
primo episodio(Il telefono) - La giovane e
bella Rosy è sola in casa e riceve delle sinistre telefonate minatorie che
attribuisce a Frank, un suo ex amante di recente evaso di galera e che lei
stessa aveva fatto arrestare. Esasperata dall’ennesima telefonata che le
annuncia la sua morte, Rosy chiama la sua amica Mary, ignara del fatto che è
proprio Mary l’autrice delle telefonate. Mary, che aveva architettato tutto per
passare una notte con l’amica( le due erano forse amanti?), giunge a casa
sua, ma mentre Rosy dorme arriva davvero Frank che uccide Mary scambiandola
per Rosy. Poi assale anche Mary ma lei è più lesta ad ucciderlo.
Secondo
episodio (I Wurdalak) - Correndo a cavallo tra le montagne il
giovane Vladimiro trova il cadavere decapitato di un uomo e lo porta alla
casa più vicina. Qui abitano 3 fratelli, Pietro, Giorgio e la bella Sdenka
con la moglie e il figlioletto di Giorgio. Essi aspettano tutti il ritorno del
padre Gorka uscito a caccia del predone Alibek, un Wurdalak cioè un vampiro.
Gli uomini riconoscono nel cadavere portato da Vladimiro proprio Alibek e
prima di seppellirlo lo trafiggono al cuore. Vladimiro non capisce. Giorgio
gli dice che se Gorka non rientrerà prima di mezzanotte singificherà che egli
stesso è divenuto un vampiro. Gorka rientra proprio allo scoccare della
mezzanotte e la famiglia lo riceve un po’ titubante. Gorka è freddo e
autoritario ma pare normale. La notte però rivela la vera natura di Gorka che
uccide Pietro e rapisce il figlioletto di Giorgio. Vladimiro terrorizzato
convince Sdenka, della quale si è innamorato, a fuggire con lui. Intanto
usando il bambino come esca Gorka provoca la morte di Giorgio e vampirizza
sua moglie. Anche Sdenka è raggiunta e vampirizzata dai membri della sua
famiglia. Quando Vladimiro torna a cercarla nella casa, capisce che sono
tutti vampiri e si lascia andare…
Terzo
episodio (La goccia d’acqua) - La vecchia infermiera Chester
deve vegliare una notte il cadavere di una medium morta durante una seduta
spiritica. La defunta ha il viso contratto in un’agghiacciante ghigno
satanico e la sua governante non vi si vuole neanche avvicinare. Al dito la
morta porta un anello prezioso e miss Chester se ne impossessa di soppiatto.
Subito dopo comincia ad udire il rumore insistente di una goccia d’acqua ed è
infastidita da un moscone. Tornata a casa è terrorizzata da alcuni rumori
sinistri fra cui l’ossessionante goccia d’acqua. Esasperata vede anche il
cadavere della morta che la perseguita e per questo si suicida
strangolandosi.Al ritrovamento del cadavere la polizia nota che c l’anello al
suo dito è scomparso: lo ha rubato la portinaia che comincia a sentire la
goccia…
Critica:
Il film si colloca in quello che può essere definito il periodo d’oro dei
film ad episodi( Corman nel 1962 aveva già girato I racconti del terrore )e
come un film ad episodi deve essere giudicato. Nel complesso l’opera è
accettabile perché rispetta i canovacci tipici di un film gotico d’epoca(
lugubri manieri, sensazioni claustrofobiche , elementi soprannaturali
mischiati a malignità del tutto terrene) pur non disdegnando di trattare con
garbo un paio di tematiche più contemporanee( la relazione lesbica fra le due
protagoniste del primo episodio, la dissacrazione del genere horror con
l’incredibile epilogo). Tutti e tre gli episodi sono basati sull’attesa,
sulla sensazione di paralisi che impedisce ai protagonisti di sfuggire la
morte. Il primo episodio(Il telefono) è assolutamente privo di paura e
suspense perché l’intreccio non offre molte sorprese( inoltre la colonna
sonora ci “avverte” ogni volta che suona il telefono) ma è comunque
interessante la tematica morbosa del rapporto lesbo e del triangolo
diabolico. Dal punto di vista tecnico l’episodio è girato tutto in interni e
Bava non si è potuto sbizzarrire più di tanto. Il secondo episodio( I
Wurdalak) affronta il tema del vampirismo , ma da una prospettiva nuova in
quanto va a sovvertire lo schema tipico dei film alla Dracula( in cui il vampiro
ha il viso e il fascino di un Lugosi o un Lee): qui infatti i vampiri sono
gli elementi più deboli della famiglia( il vecchio padre, il bambino, la
giovane e bella amante) e proprio per questo più subdoli e meno facili da
riconoscere.
Tecnicamente Bava crea qui un’atmosfera grave, fatta di nebbie fitte e luci
irreali, luoghi imponenti e decadenti al tempo stesso. Non mancano le
inquadrature personali e di grande effetto tipiche di Bava( quando il vecchio
vampiro scivola in primo piano mentre la giovane vittima vaga tra le rovine
sullo sfondo). Assolutamente terrorizzante la recitazione di un vecchio”
mostro sacro” come Karloff( la scena in cui gioca con il nipotino ignaro fa
venire i brividi). Il terzo episodio( La goccia d’acqua) è forse il più riuscito
perché Bava utilizza in maniera adeguata tutti gli elementi tipici
dell'orrore gotico( il temporale, le luci che vacillano, le finestre che
sbattono, le stanze enormi dai soffitti così alti, i giochi d’ombra che
rendono il buio ancora più minaccioso) inserendovi una figura altamente
sgradevole e rabbrividente che è la vecchia morta( che ha il viso contratto
in un espressione oscena di crudeltà e stupidità insieme). Tutto l’episodio è
pervaso da un atmosfera di persecuzione e pericolo imminente, favorita anche
dall’uso indovinato di alcuni effetti audio( il ronzio della mosca e
l’effetto goccia su tutti). Resta vivo nel finale il dubbio tra la soluzione
soprannaturale o quella reale. Infine due parole sull’epilogo del film, che
annulla volutamente la suspense dell’opera suggerendo il distacco dell’autore
da quello che gira e sottolineando il gusto ironico di Bava.
SEI
DONNE PER L’ASSASSINO(1964)
Trama:
Una giovane modella di un atelier di alta moda viene uccisa brutalmente da un
individuo mascherato. La polizia comincia ad indagare nel mondo dei colleghi
della vittima. Intanto, una collega della ragazza, fatta un importante
scoperta, fa una fine anche peggiore e un’altra modella, venuta in possesso
di un diario compromettente è vittima del folle omicida. Tutti i componenti
dell’atelier sono nervosi e terrorizzati. La polizia scopre elementi nuovi e
stringe il cerchio dei sospetti agli uomini che frequentano l’atelier; una
sera il commissario, indeciso sulla identità dell’assassino, decide di
arrestarli tutti. Ma la stessa notte un nuovo delitto sconvolge la
tranquillità appena riacquisita: un’altra modella viene ammazzata e le
indagini sono di nuovo da capo. In realtà l’assassino delle prime tre donne
era davvero uno degli uomini arrestati e cioè l’amante della proprietaria
dell’atelier, il quale aveva ucciso la prima ragazza perché questa minacciava
la coppia di svelare la verità circa la morte ( avvenuta anni prima) del
marito della ricca donna. Una volta arrestato il suo uomo, la donna ha ucciso
per fornire il miglior alibi possibile al suo amante e quindi scagionarlo. Il
complice però la convince a commettere un ultimo delitto per far ricadere la
colpa degli omicidi su una modella: abbiamo così un’altra vittima, uccisa
dalla donna che inscena un suicidio( lasciando sul posto gli abiti e la
maschera dell’assassino) così da fornire alla polizia un colpevole. In realtà
tutta questa scena è una trappola proprio per la proprietaria, costretta a
fuggire dal suo amante da un canale di scolo allentato che cede facendola
precipitare. Il diabolico individuo può così ora gustarsi i soldi della ricca
donna ma costei non è ancora morta e riesce a raggiungerlo e a sparargli
prima di morire anch’essa.
Critica:
Un capolavoro di classe e stile cinematografico assoluto. Un mix perfetto di
innovazioni narrative, con un occhio rivolto al passato, ai classici
stranieri più raffinati, ed uno al futuro, con anticipazioni incredibili del
cinema thriller che verrà solo alcuni anni dopo.
Con questo film Bava anticipa nettamente Argento e da vita allo “Spaghetti
Thriller” introducendo tematiche che influenzeranno le opere future di
tantissimi autori(Argento incluso). Da sottolineare anche l’introduzione, a
dir poco pioneristica ed innovativa del “body count”, cioè un numero notevole
di cadaveri e non più il delitto principale come unico crimine attorno al
quale dipanare le investigazioni. L’interesse dell’autore si sposta quindi
sul delitto in se( sperimentazione che troverà la sua maturazione totale in
Reazione a catena), sull’”arte” di uccidere; le sequenze degli omicidi
diventano infatti prioritarie ed estremamente curate anche nei dettagli più
cruenti(la faccia bruciata sulla stufa di una vittima, l’annegamento di
un’altra); i delitti sono tutti uno diverso dall’altro; le vittime sembrano
impiegare sempre più tempo a morire, facendo così salire la tensione e
facendo apparire la morte come una liberazione sia per la vittima che per lo
spettatore( questo sarà poi un aspetto dominante e perfezionato all’estremo
da Argento). Altra innovazione è l’introduzione del duplice assassino,
elemento spiazzante che arricchisce l’opera anche dal punto di vista più
prettamente giallistico( soprattutto per i fanatici del genere Whodunit?à il
genere giallo in cui l’assassino si scopre solo all’ultima pagina). Da un
punto di vista tecnico Bava sperimenta in maniera radicale circa l’uso delle
luci, tanto che qui si può parlare di libero arbitrio: Bava da l’impressione
di colorare più che di illuminare, infatti riempie le inquadrature di macchie
di colori come il verde, il giallo e il blu senza alcuna motivazione
apparente per giungere ad un risultato di stampo decisamente barocco.
Notevole anche l’utilizzo di alcuni primissimi piani con la vicenda che si
svolge sullo sfondo, tecnica che crea sempre della tensione e una sensazione
di pericolo imminente( su tutte la scena della borsetta durante la sfilata).
In conclusione, grazie anche ad una recitazione tutto sommato positiva(
soprattutto la Bartok) e nonostante qualche pecca nella sceneggiatura( il finale)
il film è per me un capolavoro.
IL ROSSO SEGNO DELLA FOLLIA(1969)
Trama:
Il proprietario di un atelier di abiti da sposa, John, traumatizzato da
bambino dalla morte della madre , uccide con una mannaia una coppia di
giovani sposi nella cabina di un treno.
Egli si considera un serial killer che conserva in una camera della sua casa
parecchi manichini abbigliati con vestiti da sposa e con uno di questi
vestiti veste la sua modella Alice e poi la trucida colla mannaia.
John si innamora di una nuova modella , Helen, ma lui è già sposato, con
Mildred, che continua a deriderlo per la sua impotenza sessuale. John
travestitosi da sposa la uccide. Sul luogo dell’omicidio arriva l’ispettore
Russell che aveva sentito delle grida: egli però poi si convince che tali
grida provengano da una tv che trasmetteva un film horror( I Tre Volti Della
Paura!!). John intanto è perseguitato dal fantasma di Mildred e la cosa più
schoccante per lui è che tutti si comportano come se Mildred fosse ancora
viva. L’uomo per convincersi riesuma il cadavere della moglie e lo brucia.
John è al delirio totale e dopo aver fatto vestire da sposa anche Helen è
pronto ad ucciderla, ma è proprio la sua follia a frenarlo: al culmine del
raptus omicida egli rivie l’origine della sua psicosi, ricordando che fu
proprio lui da bambino ad uccidere la madre e il patrigno la notte di nozze.
Helen, che in realtà è una poliziotta in borghese è salvata da Russell. Sul
furgone cellulare che lo porta in carcere , John è in preda al delirio e si
vede accompagnato dal fantasma della moglie e quello di se stesso bambino.
Critica:
se Sei donne per l’assassino fu sicuramente il miglior giallo di Bava e
Reazione a catena sarà il modello principale per tutta la generazione futura
di registi horror, questo film fu un esperimento in parte in linea con il
nascente giallo argentiano; tuttavia il prodotto resta comunque attinente al
classicismo gotico privilegiato dal regista negli anni 60. Anche qui infatti
gli eventi oscillano tra realtà e allucinazione con notevoli margini di
indecifrabilità, anche perché in molte sequenze è difficile capire il livello
di realtà. Interessante è la rappresentazione della personalità di John,
tratteggiata utilizzando il monologo interiore delirante del pazzo, questa
tecnica sottolinea il fatto di come Bava voglia totalmente identificarsi con
l’omicida, aderire al suo punto di vista, usando parecchio la soggettiva. Le
sequenze dei delitti poi sono poco cruente : invece degli effetti speciali si
vedono immagini deformate che denotano l’inizio di una ricerca psichedelica
che continuerà con 5 bambole per la luna d’agosto. Da notare le frequenti
autocitazioni: l’atelier coi manichini( Sei donne per l’assassino), il film
horror in tv( I Tre volti della paura) e la tematica di fondo del partner
morto che ritorna a perseguitare(La frusta e il Corpo). Palese infine
l’omaggio ad Hitchcock con la scena dell’assassino isterico vestito da donna
mentre uccide. Per ciò che riguarda la recitazione direi che non c’è nulla da
ridire.
5
BAMBOLE PER LA LUNA D’AGOSTO(1969)
Trama:
la giovane Isabelle , figlia del guardiano di un’isola, spia un festino che
si sta svolgendo nell’unica lussuosa villa. Dentro, il proprietario George e
i suoi amici( Mary e il marito Nick, Gerry e sua moglie Trudy, Jack e la sua
ragazza Peggy e Jill moglie di George) si divertono un mondo a simulare
scherzosamente un delitto. George è un’affarista che col socio Jack cerca di
convincere Jerry a vendergli una formula rivoluzionaria: l’offerta è
allettante, ma Jerry non cede. Durante la prima notte, Mary va a trovare il
suo amante, il marinaio della barca che li ha condotti sull’isola, e lo trova
ammazzato. Al mattino la barca è sparita e la radio di casa, unico mezzo di
comunicazione, è distrutta. Comincia uno strano gioco delle coppie in cui
tutti i presenti cercano di insidiare i partner altrui assumendo
atteggiamenti sospetti. Il giorno dopo, inspiegabilmente, Isabelle uccide
Gerry con un fucile e ne occulta il corpo; gli altri cominciano a cercarlo
invano. Nel frattempo accadono altri due tragici eventi: Peggy è uccisa con
una fucilata mentre era sul terrazzo, poi Mary viene trovata pugnalata al
cuore. Il nervosismo tra i sopravvissuti sale con scambi di reciproche
accuse.
La sera viene ritrovato il corpo di Jill con le vene tagliate. Suicidio o
nuovo delitto? George, Trudy, Nick e Jack si accusano violentemente. Il
giorno dopo arrivano dei marinai ad ispezionare la casa, ma in quel momento
il salotto è vuoto così come tutta la casa. Poi George, Trudy e Jack si
risvegliano nel salotto e capiscono che qualcuno li ha drogati e nascosti.
Poi ritrovano il cadavere di Nick. George trova una barca nascosta, entra in
casa per riferirlo ma trova Jack che lo uccide: è stato lui , d’accordo con Trudy,
a drogare gli altri ed a ucciderli per impossessarsi della formula. Jack
vuole liberarsi anche di Trudy ma nella colluttazione muoiono entrambi.
Isabelle recupera la formula… Epilogo: Isabelle va in carcere a trovare
Gerry, condannato a morte per l’omicidio di un collega vero autore della
formula. Quando gli aveva sparato, Isabelle l’aveva solo addormentato e poi
con la droga gli aveva fatto confessare la formula e il delitto. Isabelle lo
saluta sarcastica e se ne va.
Critica:
Bava firma un ibrido fra giallo classico( assolutamente palese l’ispirazione
a Dieci piccoli indiani della Christie) e thriller d’alta società molto in
voga all’epoca( basti citare Orgasmo di Lenzi e A doppia faccia di Freda) , e
lo fa con la consueta eleganza stilistica e tecnica, ma ciò non basta per
sopperire ad una sceneggiatura molto scadente e dal finale decisamente fuori
luogo. La sceneggiatura dunque è una variazione poco fantasiosa del classico
della Christie. Il racconto ha decisamente troppi buchi e la spiegazione del mistero
è affidata con troppa fretta ai dialoghi finali.
I personaggi sono decisamente poco credibili e spesso appaiono spaesati( come
quando vagano per la spiaggia). La suspense è proprio poca, tutti sembrano
aspettare qualche cosa che poi non accade.
Tuttavia, pur con la peggior sceneggiatura della sua carriera, Bava da una
gran prova di sé dal punto di vista tecnico. I primi 5 minuti del film( tutti
senza dialogo) , dove Bava presente con uno zoom alternato tutti i personaggi
per poi culminare in una triplice zoomata sulla Fenech che si dimena, sono
indicativi della capacità visiva del regista. Inoltre i colori accesi, le
scenografie futuriste e l’onnipresente organo della colonna sonora
contribuiscono a fare del film un monumento dell’epoca pop. Soluzioni come
quella delle biglie di vetro che rotolano portando la macchina da presa alla
scoperta del cadavere di Jill( scena poi ripresa da Argento per il finale di
Suspiria) o gli stacchi bruschi coi quali si passa dal primo piano dei
personaggi vivi ai primi piani dei personaggi morti appesi nella ghiacciaia
appartengono al miglior Bava.
Notevolissime anche le profondità di campo, inquadrature in cui il regista
denota anche la sua bravura di direttore della fotografia.
Per ciò che riguarda gli attori infine si tratta sicuramente di un cast
opaco: resta solo una giovane Fenech, futura reginetta del cinema thriller
italiano( soprattutto coi film di Martino).
REAZIONE A CATENA( ECOLOGIA DEL DELITTO)
(1970)
Trama:
L’anziana contessa Donati vive su una baia incontaminata di cui è
proprietaria. Una sera il marito la uccide , mettendo poi in scena un finto
suicidio per impiccagione, ma poco dopo è assassinato anche lui. La baia fa
gola a molte persone, soprattutto all’architetto Ventura, tra cui anche : il
pescatore Simone( che poi scopriremo essere il figlio naturale della
contessa) , lo scienziato studioso di insetti Paolo con la moglie cartomante
Anna, Renata la figlia ufficiale dei Donati con tutta la famiglia( il marito
Alberto e i due figlioletti) e Laura l’amante di Ventura. Un giorno un gruppo
di ragazzi hippie vuole fare campeggio nella baia: ad uno ad uno vengono
trucidati a colpi di machete e di lancia. Renata, che vuole sfruttare
commercialmente la baia, è minacciata con un ascia da Ventura ma la donna
riesce a colpirlo con delle cesoie. Nel frattempo l’inquieta Anna, che ha
avvertito la presenza del male nella baia, viene inseguita e decapitata nella
villa proprio da Renata, che poi convince il riluttante marito Alberto a
eliminare il professor Paolo( strangolandolo col filo del telefono). Quando
nella villa arriva Laura, Ventura giace in una pozza di sangue ma in realtà è
solo ferito; Laura corre da Simone per cercare aiuto ma questi le dice che è
stato lui ad uccidere il marito della contessa, per divenire proprietario
della baia e cederne i diritti a Ventura in cambio di molti soldi. Laura (
che era l’amante segreta del conte Donati e che fu lei ad istigare il conte
ad uccidere la vecchia contessa) viene ammazzata da Simone. Il pescatore esce
di casa per occultare il cadavere quando è trafitto a morte da Alberto.
Alberto poi si ricongiunge a Renata ed insieme finiscono anche Ventura, che
cercava disperatamente di salvarsi. Il piano della diabolica coppia sembra
riuscito e i due si avviano felici a festeggiare la vittoria. Ma ad
aspettarli nella loro roulotte ci sono i figlioletti, che avendo assistito
agli omicidi della baia e convinti di partecipare ad un gioco, li freddano
con due fucilate e se ne vanno a giocare per la baia…
Critica:
Capolavoro assoluto della filmografia baviano ma anche di tutto il genere
horror/thriller. Ci troviamo di fronte al classico film che ha fatto davvero
scuola. Una girandola perfetta di sangue in cui tutti i personaggi si
eliminano a vicenda nei modi più efferati e naturali per la supremazia nella
baia, per una sorta di trasformazione improvvisa in belve che devono
presidiare il loro territorio.
In un momento profondamente influenzato dal giallo di Argento, Bava reinventa
il genere scoprendo il gore e lanciando lo slasher movie che sarà fotocopiato
dagli horror americani( la serie Venerdì 13 su tutte).
Reazione a catena è un vero film di avanguardia, che travalica ogni regola
precedentemente codificata.
Questo è uno dei film più complessi di Bava, una complessità dove però tutto
si incastra a meraviglia, formando quasi una giostra impazzita ma comunque
con una logica di fondo: Bava considera i personaggi come degli insetti e
come tali li elimina.
Ogni omicidio( in tutto ben 13) è al tempo stesso gratuito quanto naturale,
poiché mai come in questo film vige la legge naturale del “ solo il più forte
sopravvive”( almeno fino alla sconvolgente sorpresa finale). Bava si
concentra in modo assoluto sulla meccanica del delitto e quindi viene a
cadere ogni suspense sull’identità dell’assassino( anzi degli assassini) che
viene scoperta casualmente. Bava mette inscena ogni morte con un’accuratezza
di dettagli che solo Argento in alcuni suoi film( Profondo Rosso, Suspiria)
ha raggiunto. Nel rappresentare le morti affiora anche una notevole
componente voyeuristica necrofila perché Bava inquadra i corpi dopo che sono
stati colpiti mortalmente, spiandone gli ultimi sussulti, soffermandosi sugli
ultimi attimi di agonia. Tecnicamente il regista è eccezionale nell’uso del
fuori fuoco che qui diventa elemento portante: infatti se lo zoom serve a
mettere in rilievo un particolare, il fuori fuoco serve a confondere ancora
di più le cose. In tal senso ci sono alcuni cambi focali davvero belli, tra
cui quello in cui ciò che sembra il sole nel cielo è in realtà l’occhio
dell’assassino che spia la sua vittima. Bava in questo film si schiera
decisamente dalla parte della natura e quindi propone un uso assolutamente
perfetto delle luci naturali, quasi sempre incentrate sulle tonalità
crepuscolari di un eterno tramonto.
Anche gli attori contribuiscono a fare del film una vera gemma, fornendo
delle caratterizzazioni centrate e in tema con la situazione( su tutti
ritengo da citare quella di Pistilli nei panni del succube Alberto).
In definitiva se non avete visto questo film non avete visto nulla…
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