La mia migliore amica
- seconda parte -
N. B. Questa ff è da leggersi in relazione a "France" di Perla, che trovate on-line sul sito di Alex

Poi ci fu il ballo di fine anno. Era tutta la vita che aspettavo quel momento.
Tante
volte ne avevo parlato con Alex e immaginato tutte le tinte, i colori e i suoni
che avrebbero caratterizzato quella serata. Mi sarebbe venuto a prendere con una
bella macchina, avremmo indossato degli abiti nuovi, comprati per l’occasione,
non avremmo badato a spese. Invece, mi ero ritrovata da sola e per mia scelta,
per un mio incomprensibile timore. All’inizio avevo deciso di non partecipare
al ballo, mi ero convinta che sarebbe stata una stupida festa e, quando seppi da
voci di corridoio che Alex si sarebbe fatto accompagnare proprio da France, fui
sicura di non avere il coraggio di vederli insieme. France avrebbe potuto
scegliere tra tantissimi ragazzi che le avevano chiesto di andare al ballo e,
invece, aveva detto di sì solo al mio Alex. Le mie supposizioni erano esatte
allora!! Li avevo tenuti lontani per un intero anno. Mi sentivo in colpa e allo
stesso tempo non riuscivo ad essere felice per la loro possibile felicità. Alex era mio.
Passai diversi
giorni chiusa in casa a piangere e riflettere. Il mio cuore, non so per quale
ragione, era arrivato a farmi odiare France, lei aveva osato sottrarmi ciò che
di più caro e importante avevo al mondo, mentre la mia mente mi diceva che, se
erano fatti per stare insieme, non avrei dovuto ostacolarli maggiormente. Così
diedi ragione alla mia mente, mi misi da parte e decisi di andare al ballo da
sola. Non potevo rinunciare anche a questo mio sogno.
Quella sera sembravo una principessa, una di quelle raffigurate nei libri di favole e questa trasformazione fu dovuta anche a mia madre. Erano le 5 del pomeriggio quando sentii bussare alla porta della mia stanza. "Stasera devi essere bellissima, piccola mia!". Restai meravigliata dalle sue parole: non aveva mai fatto nulla per me e ora si presentava in camera mia come se fosse la madre più premurosa sulla faccia della terra! Avrei voluto cacciarla, ma qualcosa nei suoi occhi, uno scintillio di un passato già vissuto, mi fece accettare quella proposta. Passò ore a spazzolarmi i lunghi capelli, a truccarmi e a mettermi a posto il vestito. “Ogni minimo particolare deve essere perfetto” continuava a ripetere mentre correva per la casa a cercare ora una collana di perle, ora un paio di orecchini. Quel giorno era rimasta a casa dal lavoro appositamente per me, per il giorno più importante nella vita di uno studente, ancor più che la consegna dei diplomi. Inoltre, era riuscita a convincere mio fratello a farmi da cavaliere. Tutta la tristezza e il rancore di quei giorni, che ancora serbavo nel cuore, sparirono definitivamente e decisi che quella serata avrebbe cambiato il corso della mia vita. La settimana successiva sarei partita con mio fratello per le vacanze e, al mio rientro, mi sarei trasferita definitivamente a Los Angeles. Rincominciai a sorridere e ripresi il mio solito buon umore, decisa a concludere nel migliore dei modi quel capitolo della mia vita.
Il campanello di casa suonò che era da poco tramontato
il sole. Io mi trovavo nella mia camera con mia madre che metteva a posto gli
ultimi dettagli dell’abito, quando sentii dei passi su per le scale, qualcuno
che bussava alla porta e quest’ultima aprirsi.
Poi ci
fu la consegna dei diplomi e France che sparì per la prima volta dalla mia
vita. Partì da sola senza dire niente a nessuno, tanto meno ai suoi genitori. Ma io
sapevo dove il suo cuore l’aveva spinta: nella lontana Francia. Era lì che
doveva compiersi il suo destino. Qualche volta
mi mandava delle cartoline o mi telefonava, ma la distanza che ci
divideva sembrava incolmabile: France non mi raccontava più cosa pensasse o
cosa la preoccupasse, si limitava a dirmi che stava bene e a raccontarmi di
qualche futile cosa che aveva vissuto.
Nell’estate che seguì il diploma, io e Alex partimmo per l’Europa, andammo in Svezia, dove lui firmò un contratto con un'agenzia di moda. Aveva accettato quella situazione perché il contratto presentava una clausola che permetteva ad Alex di poter lavorare negli States fino a quando avrebbe finito i suoi studi in medicina. Quella vacanza durò quasi un mese, anziché una settimana perché Alex si era innamorato di quel Paese, come se gli ricordasse qualcosa. Ne approfittammo per girare in lungo e in largo tutte le città più importanti. Mi piaceva passeggiare per le vie e guardare i monumenti più antichi con lui, che sembrava un bambino al quale si presenta un gioco nuovo. Una sera, rientrando in albergo, mi assicurò che un giorno ci saremmo trasferiti a vivere lì. Gli sorrisi e lo baciai, dicendogli che l’avrei seguito in capo al mondo!
Tornati a Washington ci iscrivemmo tutti e due al college, lui a medicina, io alla scuola d’arte e spettacolo, sempre nella nostra città. Gli studi proseguivano molto bene, mi impegnavo e i risultati si vedevano. Ben presto un affermato produttore mi notò e mi propose un lavoro. Si chiamava Louis Franklin. Era un uomo poco più che trentenne, affascinante e distinto. Aveva due penetranti occhi verdi ai quali non potei dire di no. Accettai senza rifletterci molto e firmai un contratto che mi legava a lui per un anno. Tornai a casa e la prima cosa che feci fu quella di avvisare Alex, credendo che sarebbe stato felice per me. Invece, non solo lui si arrabbiò moltissimo, ma anche i miei genitori perché, per tener fede al contratto, avrei dovuto abbandonare il college. Finalmente i miei sogni si avveravano e le persone a me più care non erano felici per me… questo non lo potevo accettare! Andai su tutte le furie e mi chiusi in camera mia per diversi giorni. Alex, intanto, era andato nello studio di Louis per cercare di annullare il contratto, ma fu inutile. Ormai l’avevo firmato e per un anno avrei dovuto lavorare per quell’uomo. Pena, una salatissima multa e la promessa che non avrei mai più lavorato in quell’ambiente. Ne fui felice perché avevo vinto contro la mia famiglia e contro Alex. Dovetti però promettere che, alla fine dell’anno stabilito dal contratto, sarei tornata a scuola senza far capricci.
Il primo lavoro che mi fu presentato fu come comparsa in un programma televisivo locale. Ne andarono in onda solo due puntate e poi fu cancellato. La cosa mi aveva esaltata moltissimo, pensando che quello potesse essere il primo passo verso il successo. Divenni ambiziosa e mi allontanai da Alex abbastanza da far decretare per la seconda volta la fine della nostra storia. Ma non me ne preoccupai più di tanto. Louis era diventato per me come un padre, seguivo tutti i suoi consigli alla lettera e, quasi senza accorgermene, dalla mia mente scomparve il ricordo di Alex e i sentimenti che mi legavano a lui: ero troppo presa dal mio lavoro per dovermi preoccupare anche dell’amore.
Dopo il lavoro nel programma televisivo, mi diedi alla pubblicità. Registrai degli spot per una marca di jeans che fece il giro del Paese. Diventai alquanto celebre! Ovunque andassi, in qualunque modo mi vestissi, molta gente mi riconosceva e mi fermava per la strada chiedendomi autografi. Ero diventata “la regina dei jeans”! E quell’esperienza mi aprì le porte dello spettacolo. Passarono otto mesi di fama ininterrotta quando, un mattino, Louis mi chiamò nel suo ufficio invitandomi a cena per quella sera. Accettai di buon grado perché passare del tempo col mio manager a chiacchierare mi piaceva alquanto. Tornai a casa e dissi a mio fratello che quella sera sarei rimasta fuori per una cena di lavoro. Mi cambiai e, dopo poche ore, una limousine nera era fuori dalla mia porta di casa. All’interno, vestito molto elegantemente, mi aspettava Louis che, sprizzante di felicità, mi fece sedere accanto a lui. Arrivammo in un noto ristorante francese nel centro della città. Un ristorante di lusso, per aristocratici super ricchi. L’autista mi aprì la portiera e, porgendomi il braccio, mi fece scendere dalla vettura. Louis si sostituì a lui ed entrammo nel locale. Fu uno spettacolo indescrivibile: lampadari di cristallo dai riflessi arcobaleno, pareti rifinite in seta rosa, sedie e tavoli ricoperte da velluti dello stesso colore, camerieri che sembravano dei pinguini ammaestrati. Sembrava una reggia e io mi ci sentivo a mio agio! Ci venne incontro il capo-cameriere, il quale ci accompagnò al nostro tavolo. Il menù era lunghissimo e tutti quei nomi scritti in francese mi mandarono in confusione. “Qui ci vorrebbe France!” pensai. Louis capì il mio imbarazzo e mi disse di fidarmi di lui, che avrebbe ordinato per me una cena squisita, degna di una regina. E in effetti aveva ragione! Ora non ricordo più di cosa si componeva il pasto, ma so con certezza che fu ottimo. Durante la cena parlammo poco di lavoro e molto delle nostre vite private. Louis mi raccontò che non si era ancora sposato perché non aveva trovato la donna giusta per lui, mi disse dei suoi genitori e della sua tenuta nel Texas. Io gli parlai della mia famiglia, di France e della mia vita fino ad allora. Non un solo accenno ad Alex. E me ne stupii molto a fine serata: avevo voglia di parlarne ma, ogni volta che stavo per iniziare il discorso, finivo col cambiare subito argomento e rimandarlo a dopo. Infine, egli mi riaccompagnò a casa e la serata si concluse così.
Circa una settimana dopo, Louis mi disse che saremmo dovuti partire per il Texas per uno spot per una marca di yogurt. L’avremmo girato nella sua tenuta e avremmo alloggiato nella medesima. Partii il giorno seguente. Le riprese durarono due giorni interi, mi stancai molto ma mi divertii altrettanto. Nei vari momenti di pausa, Louis mi portava a cavalcare, a nuotare nella piscina e a fare partite di tennis. Un vero spasso. Non avrei più voluto tornare a casa, ma il capo mi riportò alla realtà assicurandomi che, se avessi voluto, non avrei dovuto dire addio a quel posto.
Nell’arco di un mese, Louis mi invitò a cena e a
pranzo diverse volte fino a quando il fato ribussò alla mia porta e volle
riportarmi sui miei passi e mi scosse il presentimento che stavo sbagliando
tutto e compiendo ancora una volta lo stesso errore. Ormai con Louis mi trovavo
bene, parlavo di tutto con lui e il nostro non era più un rapporto di solo
lavoro. A volte mi chiedevo quali sentimenti provava per me e quali io
per lui. Che fosse qualcosa di più di una semplice amicizia? Che lui tenesse
molto a me era più che evidente e quel giorno me lo dimostrò. Mi chiamò nel
suo ufficio e mi disse:
-
Mary, ormai sta per
scadere il tuo contratto e ho promesso ai tuoi genitori che, dopo questo periodo,
ti avrei lasciata libera di continuare i tuoi studi, ma so già che mi mancherai
molto. –