Il collegio

 

Qualcuno bussò alla porta, insistentemente… Janise si era addormentata tra le lacrime e si svegliò di soprassalto sentendo quei rumori provenire dalla porta.

-       Avanti… - disse timidamente.

La porta si aprì ed entrò miss Lynch.

-       Miss Janise, è ora di cena. – annunciò garbatamente – Mrs Steinbeck vi aspetta per presentarvi alle altre educande. –

Janise si alzò dal letto e si guardò intorno impaurita.

-       Oh! Ma non vi siete ancora cambiata d’abito! Su, fate presto! La rettrice non ammette ritardi! – disse con tono amichevole.

-       Va bene… - ubbidì la ragazza.

 

-       Bene, ragazze… - esordì mrs Steinbeck richiamando l’attenzione di tutte le studentesse - Vi presento miss Janise de Saint Etienne. Da oggi sarà vostra compagna. Vi raccomando riguardo nei suoi confronti. –

La ragazza accennò un sorriso e disse:

-       Sono felice di conoscervi… spero diverremo presto amiche… -

Miss Lynch le indicò dove sedere e Janise prese posto in un tavolo dove già sedevano altre tre ragazze. Le nuove compagne si presentarono. Emily era bionda e alquanto grassottella, ma le risultò immediatamente molto simpatica; Jane aveva dei corti capelli rossi e tante lentiggini sul viso e parlava poco; Marion, invece, era ancora una bambina di appena sei anni, con dei bei capelli biondi e dei grossi occhi castani. Janise si sentì rincuorata: nonostante la mancanza dello zio, credeva che sarebbe riuscita a trovarsi bene con quelle ragazze.

La cena finì. Tutte le ragazze si riunirono nella sala del tè. Ad una ad una, tutte le ragazze si presentarono a Janise, dispensandole sorrisi e parole amichevoli. Soltanto tre delle ragazze si tennero in disparte, ridacchiando e dandosi mille arie.

-       Se hai qualcosa da dire, Lydia, dillo subito! – l’attaccò Jane.

-       Come ti permetti?!? – le fece ella.

-       Lo sappiamo benissimo che ti diverti sempre a prendere in giro le nuove arrivate, ma sappi che questo non è giusto! – continuò la ragazza.

-       La nostra francesina ha bisogno di qualcuno che la protegga?! – esclamò ridendo provocatoriamente.

-       Non parlare così, Lydia! – gridò Jane.

-       Calmati, Jane… - disse Janise.

-       Non credere di poter fare da padrona qui, mia cara! – esclamò malignamente Lydia – Solo perché tuo zio ti paga la stanza più costosa del collegio, non pensare di poter averci tutte ai tuoi piedi! –

-       Ma io… -

-       Si vede che non sei una vera signora e non potrai diventarlo mai! Sembri una contadina!! –

-       Sei cattiva, Lydia! – intervenne Emily.

Janise si sentì sprofondare: dopo un anno intero trascorso a studiare con impegno tutto ciò che una nobildonna doveva sapere per essere raffinata, quella ragazza le rinfacciava di non aver imparato niente! Scoppiò a piangere e corse nella sua stanza.

Dopo qualche minuto si sentì una vocina nella stanza.

-       Posso entrare…? Janise…? –

-       Entra, Marion… - rispose ancora fra i singhiozzi.

La bambina le si avvicinò.

-       Tieni! Ti ho portato queste! – disse porgendole delle caramelle – Io le mangio sempre quando sono triste… -

-       Grazie… grazie tante… - rispose Janise con un grosso sorriso.

-       Ecco! Visto! Ti senti già meglio: sorridi! – esclamò ingenuamente Marion.

Janise prese una caramella e, dopo averla scartata, la mangiò.

-       Anche la tua mamma è morta?! – le chiese la bambina.

-       Cosa…?? –

-       Si! Il mio papà mi ha mandato qui perché la mia mamma è morta tanto tempo fa e lui non poteva prendersi cura di me a causa del suo lavoro. – spiegò.

Che tristezza, pensò Janise. Povera bambina, confinata in quel posto, lontana dalla famiglia, a quell’età…

-       Si, anche la mia mamma è morta… - rispose tristemente.

-       Oh… io non l’ho mai conosciuta la mia… lei è andata in cielo proprio quando sono nata… -

-       Mi dispiace, piccola… -

-       E la tua?? Com’era la tua mamma?? – chiese curiosamente.

Vedendo la bambina interessata all’argomento, Janise iniziò a raccontarle di sua madre. Non aveva mai avuto l’occasione di parlarne con nessuno, da quando si era separata dalla famiglia, e fu felice di poter ricordare i suoi cari in quel modo.

-       Perché non facciamo come se tu fossi la mia mamma?! – propose ad un certo punto Marion.

Janise la guardò stupita. Poi, i suoi grandi e dolci occhi le fecero tanta tenerezza: non se la sentì di dirle di no.

-       Va bene, Marion… Io cercherò di essere come la tua mamma e tu sarai la mia bambina! – rispose sorridendole.

 

  Figli del popolo

 

Il giorno dopo il ballo, Marianne si recò a trovare Sophie impaziente di farsi raccontare quali fossero state le sue impressioni a riguardo.

Sophie era seduta al pianoforte suonando qualcosa, quando le fu annunciata la visita della ragazza. Si alzò immediatamente e le andò in contro. Le due decisero di accomodarsi in biblioteca, lì nessuno le avrebbe disturbate.

Marianne iniziò coll’esprimere le sue lodi a riguardo del ballo, della cavalleria di taluni gentiluomini, della scortesia di altri, si dilungò nelle sue critiche circa l’abbigliamento di una dama piuttosto che di un’altra, sottolineò l’eleganza e la bellezza della regina e il garbo dimostrato dalla stessa ai suoi invitati, per poi finire con un’adulazione sfrenata all’abito dell’amica, all’accuratezza dei suoi particolari e al comportamento dignitoso sfoderato durante quell’occasione da poco conclusasi.

-         Di una cosa però devo rimproverarti! – esclamò Marianne.

-         Cos’ho fatto che non andasse?! – chiese preoccupata Sophie.

-         Eri troppo tesa e timida! Ho sentito alcuni degli invitati lamentarsi della tua mancanza di parole… Devi essere più estroversa, soprattutto in queste occasioni! –

-         E’ vero… ero talmente agitata che non riuscivo quasi a parlare… - rispose, ripensando alla sera precedente.

-         E poi non hai ballato! O meglio, hai ballato, ma con tuo zio e i tuoi cugini! Sophie, mia cara, avresti dovuto fare del tuo meglio per attirare l’attenzione di tutti quei bei giovani! Essi non aspettano altro che una dama gli faccia gli occhi dolci per invitarla a ballare! –

La ragazza non rispose rimanendo attonita: non pensava che Marianne sarebbe mai potuta arrivare ad un tale grado di leggerezza!

-         Promettimi che la prossima volta ti dimostrerai più disponibile alla conversazione e al ballo! – esclamò Marianne sicura di ricevere una risposta positiva.

-         Va bene… - e, dopo un attimo di silenzio, riprese dicendo – Cosa mi dici del comandante delle guardie reali? –

-         Del comandante delle guardie reali?! – fece eco la ragazza un po’ stupita dalla domanda.

-         Si… -

-         Oscar François de Jarjayes… questo è il suo nome. Per quanto ne so io, suo padre, il generale de Jarjayes, l’ha educata come un uomo sin da piccola perché non aveva avuto figli maschi, ma era ostinato a sistemare un suo erede nell’esercito in ottemperanza alla tradizione della loro famiglia. –

Marianne vide Sophie interessata all’argomento come non l’aveva mai vista prima, così continuò a raccontarle quello che sapeva.

-         Mia madre mi ha raccontato che quando madamigella Oscar entrò nell’esercito aveva solo quattordici anni: fu nominata capitano delle guardie reali e addetta alla protezione di sua maestà la regina, che a quel tempo era ancora soltanto la sposa dell’erede al trono, ma, per dimostrare il suo valore, prima dovette affrontare il tenente Girodel, ora capitano, anch’egli in lizza per l’incarico… -

-         E vinse lei! – la prevenì Sophie impaziente.

-         Si, vinse lei. Dicono che madamigella Oscar sia imbattibile con qualsiasi arma e in qualsiasi situazione, cha sia molto intelligente ed estremamente onesta e leale! – affermò, iniziando a farsi coinvolgere nell’entusiasmo dell’amica.

-         Certo! Dev’essere sicuramente così! – esclamò, infine, Sophie con una luce d’ammirazione che le scintillava negli occhi.

 

La famiglia de Saint Etienne viveva al di fuori della reggia: come a molte altre famiglie nobili del tempo, era stata offerta anche a loro la possibilità di risiedere a corte, ma, nonostante ne avessero le possibilità anche economiche, a ragione dell’implicito orgoglio famigliare d’indipendenza, non si erano mai decisi ad accettare la proposta. In compenso, però, si recavano spesso alla reggia per far visita alla famiglia reale, partecipare alla vita di corte e adempiere alle etichette sociali.

Qualche pomeriggio dopo il ballo, madame de Saint Etienne si recò alla reggia ad un incontro con altre nobildonne e non dovette insistere molto per convincere Sophie ad accompagnarla.

Giunte all’appuntamento, la ragazza fu sommersa dalle attenzioni delle dame che si rallegravano di rivederla e si complimentavano con la marchesa per il comportamento di Sophie, ma ben presto le dame furono troppo occupate nei loro frivoli argomenti per prestare ancora attenzione alla giovane e, d’altra parte, a lei non interessavano affatto le loro conversazioni. Così, passando inosservata, uscì dalla sala e iniziò a vagare per il palazzo. Attraversando immensi saloni e lunghissimi corridoi, prese a meravigliarsi della grandiosa opera, ammirando ogni singolo particolare e coloro i quali avessero contribuito a realizzarla. Sophie si fermava ad analizzare ogni singola statua, a contare gli scalini delle imponenti scale, ad osservare i maestosi arazzi e i dipinti sui soffitti. Il tempo sembrava essersi fermato: da quanto continuava a gironzolare per quelle stanze, si domandò improvvisamente, ritrovandosi in un immenso salone deserto e guardandosi attorno disorientata.

-         Vi siete persa, mademoiselle? – chiese una voce.

Sophie si girò e vide un giovane dai capelli scuri e dagli espressivi occhi verdi scintillanti di una particolare e intensa luce.

-         Credo di si… - rispose con un soffio di voce.

-         Se mi diceste dove siete diretta, potrei accompagnarvi: conosco la reggia molto bene! – disse egli con un gran sorriso.

-         Veramente non lo so… -

Il giovane rise e Sophie ne fu alquanto contrariata.

-         Scusatemi! Non volevo offendervi! – esclamò egli.

-         L’avete fatto, monsieur! – replicò la ragazza.

-         Perdonatemi, vi prego. –

Il giovane si era fatto tanto serio e rispettoso che Sophie non poté fare altro che accettare le sue scuse senza alcun rancore.

-         Se non sbaglio voi siete la nipote del marchese de Saint Etienne, mademoiselle. – riprese il giovane.

-         Si, non sbagliate. –

-         Certamente: vi ho vista al ballo della scorsa settimana. Si è parlato molto di voi. –

-         Io… credo di non avervi visto quella sera… - osservò timidamente.

-         Oh, si! Passo abbastanza inosservato! – esclamò sorridendo – Siete venuta con vostra zia la marchesa oggi? –

Sophie rimase incantata dal suo bel sorriso, poi, annuì e proseguì dicendo:

-         Credo che la dama presso la quale mia zia si stia intrattenendo sia madame de Guise… -

-         L’avrei dovuto intuire: è nel salotto di madame de Guise che oggi si svolge uno dei soliti incontri ai quali partecipano la maggior parte delle nobildonne. Venite! – disse iniziando ad incamminarsi.

Sophie lo seguì. Attraversarono altrettanti numerosi saloni e corridoi, ma non gli stessi che lei aveva percorso precedentemente. Camminarono in silenzio. La ragazza guardava la sua giuda con stupore: sembrava che egli conoscesse davvero molto bene il palazzo e avrebbe voluto chiedergliene il motivo. Magari abita qui, pensò. Poi riguardò il suo volto e ripensò al suo sorriso: era molto bello e riusciva a suscitare in lei un sentimento di serenità e istintiva simpatia.

Improvvisamente, una voce proveniente da poco lontano richiamò l’attenzione di entrambi.

-         André! –

I due si girarono.

-         Oscar! – esclamò lui.

-         André, dov’eri finito?! Ti stavo cercando! –

Sophie li guardò entrambi, gli occhi sbarrati dallo stupore: lui, lei. Lui, André doveva essere il suo nome; lei, il comandante Oscar, la stessa persona che aveva conosciuto al ballo e dalla quale era rimasta immediatamente incantata.

-         Stavo accompagnando mademoiselle de Saint Etienne al salotto di madame de Guise… non riusciva a trovare la strada! – esclamò facendosi scappare un tono divertito.

-         Bene. Dopo vieni subito sul piazzale d’armi. – ordinò – I miei omaggi, mademoiselle. – disse andandosene.

La ragazza accennò un inchino, ma non riuscì a fare altro: quella situazione l’aveva colta impreparata e l’aveva davvero sorpresa.

-         Proseguiamo, mademoiselle. – esclamò André indifferentemente.

Fecero ancora qualche passo, poi, Sophie, non riuscendo più a contenere la sua curiosità, decise di fargli qualche domanda.

-         Voi conoscete madamigella Oscar? –

-         Certo! Io sono il suo attendente. –

-         Il suo attendente?! – fece Sophie stupita – Io pensavo che voi foste… -

-         Nobile?! – la prevenì divertito – No! Sono un figlio del popolo e, vi assicuro, ne sono molto orgoglioso! –

-         Un figlio del popolo…- sussurrò la ragazza.

Da quel momento, Sophie non aprì più bocca. Iniziò a pensare al popolo di Parigi, ai suoi genitori e a sua sorella, alla loro misera, ma felice vita. Anche lei era una figlia del popolo, pensò. Una lacrima le bagnò il viso.

André se ne accorse, ma fece finta di niente: non era il caso di indagare. Gli venne il dubbio di aver detto qualcosa di sbagliato, ma prima ancora di poterne chiedere eventualmente scusa, erano già arrivati alla meta.

Sophie lo ringraziò. La sua voce era sinceramente commossa e il suo sguardo molto malinconico. Era il momento dei saluti.

-         Vi prego di scusarmi se ho detto o fatto qualcosa che vi ha turbata… - azzardò egli.

-         No, non preoccupatevi: non è colpa vostra. Voi piuttosto, scusatemi per avervi sottratto ai vostri impegni. –

-         E’ stato un piacere, marchesina! – disse, infine, egli inchinandosi e tornando sui suoi passi.

-         André! – lo richiamò lei – Portate i miei omaggi a madamigella Oscar! –

 

 

 

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