L'Inghilterra

 

Dopo il loro arrivo a Londra, avevano soggiornato per un certo periodo in un’elegante tenuta che lo zio aveva affittato nella campagna londinese. Fu immediatamente assunta un’istitutrice per badare alla formazione di Janise. In men che non si dica, la ragazza imparò l’inglese e tutto ciò che una gentildonna doveva essere in grado di fare, cosicché lo zio la presentò presto agli amici e ai nobiluomini coi quali aveva a che fare per affari. I suoi impegni, però, lo spinsero presto in giro per il Paese e a Janise non rimase altro che seguirlo rassegnata e dispiaciuta di dover abbandonare la tenuta, alla quale già si era affezionata. Presto, però, cambiò idea: iniziò a piacerle molto viaggiare e vedere magnifici luoghi di cui non aveva neanche immaginato l’esistenza e conoscere sempre gente nuova.

La vita con lo zio non era poi tanto male: egli era molto giovane, aveva poco più di trent’anni, e tutto quello che faceva erano attività giovanili, alle quali Janise poteva tranquillamente partecipare senza annoiarsi. Inoltre, era così gentile e simile a suo padre che la ragazza non poteva che sentirsi serena vivendo con lui.

I mesi passarono in fretta: l’inverno, la primavera, l’estate. Un pomeriggio di fine estate, mentre Janise, seduta sotto gli ultimi raggi di sole che filtravano attraverso il pergolato, prendeva il tè con lo zio, le fu riferita una spiacevole notizia: la settimana seguente si sarebbe trasferita in un collegio per signorine dell’alta società. Janise cercò di opporsi e di manifestare il proprio disappunto.

-       Ma zio… perché?! –

-       Mrs Holmey mi ha riferito di non poter più fare niente per te: hai già acquisito tutto quello che c’era da imparare. Così, abbiamo stabilito che per la tua istruzione è necessario che tu frequenta quel collegio. Inoltre, lì potrai stare vicino ad altre ragazze della tua età e coltivare molte amicizie… non mi piace che tu stia sempre con me e non abbia amiche! – disse risoluto.

Janise capì che era inutile ribattere e, d'altro canto, non si credeva nemmeno capace di farlo, perciò  si rassegnò in silenzio anche a quest’altra circostanza non molto felice.

 

Fu durante la seconda settimana di settembre che lo zio l’accompagnò al collegio.

Nel primo pomeriggio arrivarono a destinazione. L’edificio presso il quale era collocato il collegio era un castello medievale tenuto in perfette condizioni e circondato da un magnifico giardino. La carrozza si fermò di fronte alla scalinata d'ingresso e un servitore si avvicinò aprendo la porta della vettura. Lo zio scese e porse la mano a Janise. Dopodiché, il grande portale fu aperto e gli ospiti vennero introdotti in un'elegante sala attraverso un lungo corridoio.

Nella sala li attendevano due donne distinte e dall’aspetto impeccabile. Si presentarono: mrs Steinbeck, la rettrice del collegio, e miss Lynch, una delle istitutrici. La prima era di mezza età e dall’aria severa, mentre la seconda sembrava molto giovane, simpatica e mite.

Si sedettero tutti nelle comode poltrone e, dopo poco, dei camerieri servirono il tè. Lo zio ringraziò la signora per averli ricevuti e per aver accettato di accogliere la nipote nel suo rinomatissimo collegio. La donna fu grata per gli elogi ed espresse la sua compiacenza per avere nel suo collegio una giovane francese appartenente a una famiglia tanto nobile e rispettabile. Tra convenevoli e sorsi di tè, volò un bel po’ di tempo. Infine, miss Lynch, sollecitata dalla rettrice, portò Janise a visitare il collegio.

Attraversarono vari corridoi ed entrarono in diverse sale, dove ragazze di ogni età assistevano a lezioni diverse. Janise osservò che c’erano anche delle bambine molto piccole. Cinque, sei anni potevano avere, pensò rattristata dall’idea che delle creature così piccole potessero essere tenute là dentro lontane dai genitori.

Dopo il giro panoramico, tornarono nello studio della rettrice. Mrs Steinbeck e lo zio si erano perfettamente messi d’accordo su tutti i dettagli inerenti la permanenza di Janise in quel luogo.

-       Adesso vi condurremo nella suite personale che abbiamo riservato a miss de Etienne. – esclamò la donna alzandosi e indirizzandosi alla porta.

Tutti la seguirono. Salirono una rampa di scale.

-       Questo è il piano delle camere delle altre ragazze. – annunciò la rettrice.

E, dopo essere saliti al secondo piano, si trovarono di fronte un corridoio con poche porte.

-       Invece, questo è il piano riservato alle istitutrici e alle suite personali. –

E, pronunciando queste parole, estrasse una chiave da una tasca del rigoroso abito blu scuro e la infilò nella serratura. Spalancò la porta e, davanti a loro, si presentò una magnifica camera piena di luce e aria e arredata con un gusto sopraffino. Janise non poté evitare di sorridere entusiasta.

-       E’ davvero stupenda! – esclamò correndo da un punto all’altro della stanza.

I bagagli di Janise furono portati in camera, dopodiché lei e lo zio furono lasciati soli. Fecero ancora qualche commento positivo sulla stanza e sul luogo e, infine, lo zio le disse:

-       Credimi, Janise, mi dispiace doverti lasciare qui. –

-       Allora non lo fate! – protestò la ragazza.

-       E’ per il tuo bene, lo sai. E poi, io sarò sempre in giro per affari in questo periodo e per te è meglio passare del tempo in un posto stabile con delle ragazze della tua età. –

Egli ci credeva davvero che quella fosse la cosa più giusta da farsi, ma sentiva in cuor suo una terribile tristezza.

-       Ti prometto, però, che potrai tornare a casa con me tutti i fine settimana. –

-       Va bene. – disse Janise cercando di apparire calma.

Non voleva dare un dispiacere allo zio e così decise di mettercela tutta per non farlo sentire colpevole col suo atteggiamento.

-       Adesso devo andare. – annunciò, dandole un bacio sulla fronte.

Lo zio uscì dalla stanza. Janise si affacciò alla finestra e vide la carrozza, che li aveva condotti lì, andar via. Le lacrime iniziarono a inondare i suoi occhi e lei non poté fare niente per fermarle. Corse a nascondere la faccia nel cuscino. Profuma di lavanda, ma questo non servì a farla calmare e a farla sentire meno sola di quanto non si sentisse in quel momento, abbandonata in un posto dove non conosceva nessuno.

 

Il debutto

 

Primavera 1786

 

La sera del grande ballo a corte, durante il quale Sophie avrebbe fatto il suo debutto in società, arrivò presto.

Per tutto il mese che precedette l’evento, dalla sera in cui la zia lo aveva preannunciato, le giornate di Sophie furono tutte impegnate in preparativi: l’abito, l’acconciatura, le scarpette. A sentire la zia, tutto doveva essere fatto alla perfezione e con molta cura.

Quella sera Sophie si sentiva enormemente agitata, le tremavano le gambe e il suo viso era divenuto di un colore talmente pallido che ci volle un bel po’ di trucco per farla apparire il più normale possibile. Lo zio dovette andare a prenderla in camera sua sollecitandone la puntualità, poiché la ragazza non si decideva a raggiungere gli altri. Scese le massicce scale rassegnata, portandosi addosso il peso di quel suo vestito color panna pieno di volant e merletti. Era troppo lezioso, aveva subito pensato lei, abituata alla semplicità, ma la zia era stata irremovibile nell’affermare che sarebbe stato l’ideale. Tutti l’avrebbero ammirata, esclamava sempre compiaciuta la donna, e poi il colore così candido avrebbe fatto risaltare i suoi magnifici occhi viola. Poi, giunta nel salone, dove la zia e i cugini l’attendevano, ricevette un mare di complimenti che la fecero arrossire e, per un attimo, dimenticò le sue preoccupazioni.

Infine, dopo aver salutato i piccoli di casa, salirono in carrozza. Sophie sedeva di fronte agli zii, mentre i tre cugini maggiori li seguivano con un’altra vettura. La zia non la smetteva di guardarla compiaciuta e di dispensarle complimenti e consigli per la serata, mentre lo zio si limitava ad osservarla, ripensando al suo povero fratello morto e a quanto Sophie assomigliasse al padre.

-         Mademoiselle, posso offrirvi il mio braccio? – chiese Charles alla cugina aprendo lo sportello della carrozza, una volta giunti a destinazione.

-         Certamente, monsieur. Vi ringrazio molto! – esclamò sorreggendosi al ragazzo.

Sophie osservò meravigliata la reggia: non aveva mai visto nulla di tanto imponente e lussuoso. Attraversarono diverse sale e corridoi per arrivare all’ala riservata al ballo e, quando vi giunsero, prima di entrare nella sala, furono annunciati a gran voce:

-         Il marchese e la marchesa de Saint Etienne. -

Lo zio e la zia entrarono per primi seguiti da Sophie al braccio di Charles e da Maximilien e Stephen ancora dietro. Gli sguardi curiosi di tutti i presenti furono rivolti immediatamente verso Sophie che si sentì raggelare il sangue e dovette stringersi più forte al cugino per farsi coraggio.

La ragazza fu presentata a molti dei presenti, ma, tra tutti quei titoli altisonanti, si sentì enormemente sperduta. Neanche l’arrivo di Marianne servì a farla sentire maggiormente a suo agio poiché l’amica, già integrata nell’ambiente, passava da un cavaliere ad un altro con la stessa disinvoltura con la quale chiacchierava con gli altri ospiti.

Sophie si ritrovava circondata da schiere di dame e di gentiluomini ansiosi di fare la sua conoscenza senza riuscire a scambiare con essi più di poche parole e, infine, sentendo la testa scoppiarle, corse fuori. 

Si ritrovò in una zona del grande parco tra fontane, alberi e statue. Dopo qualche passo, si sedette sul bordo di una fontana per riprendere fiato e iniziò ad osservare i pesciolini che nuotavano in essa.

-         Mademoiselle, non dovreste stare qui da sola. – esclamò una voce alle spalle della ragazza.

Sophie si girò un po’ impaurita, ma rimase incantata dalla figura che le si presentò di fronte. Non poteva sbagliarsi, pensò.

-         Venite: vi riaccompagno alla sala del ballo. –

-         Voi… - sussurrò alzandosi e facendosi incontro all’interlocutore.

-         Io sono il comandante delle guardie reali Oscar François de Jarjayes, mademoiselle. –

Si, Sophie aveva sentito parlare molto del comandante de Jarjayes dagli zii, ma soprattutto dai cugini e da Marianne. Tutti l’ammiravano e ne parlavano in modo entusiasta. Le erano arrivate notizie tanto minuziose e abbondanti che, appena vista la sua figura poco prima, aveva intuito immediatamente di chi si trattasse.

-         Io… il mio nome è Sophie de Saint Etienne… sono molto onorata di fare la vostra conoscenza, comandante. – disse facendo un inchino.

-         L’onore è mio, mademoiselle. – rispose, accennando un inchino a sua volta.

-         Ho sentito parlare molto di voi… -

In quel momento qualcuno si avvicinò pronunciando il nome di Sophie: era Maximilien.

-         Sophie! Sua maestà la regina sta per fare il suo ingresso in sala. Torniamo dentro, presto! –

Sophie non voleva muoversi, ma fu tirata per un braccio dal ragazzo che disse:

-         Con permesso, madamigella Oscar. –

In sala erano tutti disposti in ordine per accogliere la regina Maria Antonietta che, dopo essere stata annunciata, entrò maestosamente salutando gli invitati. Aveva un magnifico abito: il più bell’abito che Sophie avesse mai visto. E quale eleganza, quanta raffinatezza riflettevano i suoi modi!

Man mano che la regina si avvicinava a loro, Sophie sentiva il battito del suo cuore divenire sempre più veloce a causa dell’agitazione e, quando ella le rivolse la parola, le si appannò la vista per un attimo.

-         Sono molto felice che siate venuta. Ho sollecitato varie volte il marchese e la marchesa de Saint Etienne di condurvi alla mia presenza e, finalmente, le mie richieste sono state esaudite! – esclamò sua maestà raggiante.

-         Vi ringrazio, maestà. Quello che mi concedete è un grande onore… ve ne sono infinitamente grata. – rispose Sophie, ripetendo a memoria quello che le era stato precedentemente suggerito dalla zia.

-         Spero che vi divertiate stasera e di rivedervi presto a corte, mademoiselle. – concluse passando oltre nei saluti.

 

 

 

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