La stanza misteriosa

-         Dove mi state portando? – chiese Janise improvvisamente – Dov’è mia sorella? –

-         E' meglio che tu non faccia domande. –

-         Ma io voglio sapere cosa… -

-         Zitta! – rispose, aggiungendo poi – Tranquilla sono qui per aiutarti. –

Janise non aprì più bocca per tutto il viaggio, che durò qualche ora. La carrozza attraversò prima i boschi di Parigi, poi tutte le campagne per arrivare, infine, in una piccola cittadina. Ormai era il buio si era fatto intenso. La vettura si fermò davanti ad un gran portone già aperto. L’uomo scese dalla carrozza e aiutò la ragazza. I due entrarono in una grande casa buia e inospitale. Janise fu condotta in una piccola stanza e le fu detto:

-         Sistemati qui per stanotte, ti chiamerò fra poco per mangiare qualcosa. –

Era una stanza spoglia e con pochi mobili. Il letto era una brandina tirata su alla meglio. Di fianco ad esso c’era un antico comodino con una lampada ad olio; un armadio con un’antina rotta, completava l’arredamento.

Janise si buttò sul letto e iniziò a piangere. Solo ora si rendeva conto di essere rimasta sola al mondo. Si chiedeva se Sophie stesse bene, che ne sarebbe stato di lei e aveva sempre davanti agli occhi la tremenda morte dei genitori.

Dopo circa tre quarti d’ora, tornò l’uomo per comunicarle che era pronta la cena. Attraversarono tutta la casa arrivando nella grande sala da pranzo. Un grande lampadario sovrastava la lunga tavola apparecchiata per due. L’uomo fece accomodare Janise, poi si sedette al suo posto e, nonostante la maschera gli coprisse parte del volto, incominciò a mangiare. Al contrario, Janise non toccò cibo: quella situazione le faceva paura e quell’uomo ancora di più….

-         Non ti piace qualcosa? – chiese l’uomo.

-         Non è questo… sono preoccupata per Sophie… - disse timorosamente.

-         Tua sorella sta bene, fidati. –  

La ragazza iniziò a tremare e, alzandosi di scatto dalla sedia, urlò:

-         Come faccio a fidarmi?! –

-         Siediti per favore… lo so, hai ragione, ma non posso rivelarti nulla: è per il tuo bene. –

-         Non m’importa del mio bene! Ormai non ho più nulla da perdere! – continuò.

L’uomo non rispose a quella provocazione e si limitò a dirle con tono tranquillo:

-         Se hai sonno, puoi andare a dormire. Domani sarà una lunga giornata. –  

Quella sua calma la innervosiva ancora di più. Che ne sarebbe stato di lei, si chiese... 

-         No, non sono stanca... Laverò i piatti. – rispose, infine, risedendosi e finendo la sua cena.

L’uomo si sedette su una poltrona posta davanti al focolare. Janise sparecchiò la tavola, si rimboccò le maniche e immerse le mani nell’acqua gelida, iniziando il suo lavoro. Mentre lavava i piatti rincominciò a pensare agli eventi di quella lunga giornata e gli occhi le si bagnarono nuovamente di lacrime. Non riusciva più a capire neanche se il catino, nel quale stava risciacquando i piatti, fosse pieno d'acqua o delle sue lacrime...

ad un certo punto, la voce dell'uomo la riportò alla realtà.

-         Di là ho preparato una cosa per te. Vai. –

La ragazza si asciugò velocemente le lacrime, impedendo a se stessa di continuare, e si diresse in salotto. Sul divano trovò un abito nuovo. Era un semplice vestito, abbastanza elegante di colore blu che, a confronto del suo, le sembrava splendido. Lo indossò immediatamente. Rimase per qualche minuto ad osservarsi allo specchio e, subito dopo, credette opportuno recarsi dall'uomo che l'aveva condotta lì per ringraziarlo di quel dono.

-         Grazie mille, monsiuer! E' il più bell'abito che io abbia mai avuto... esclamò.

-         Sono felice che ti piaccia... Ti sta anche molto bene, sai?! – dalla sua voce traspariva un non so che di contentezza.

-         Dove avete trovato questo vestito? – chiese incuriosita.

-         Era di mia sorella… - si bloccò lì – Ora vai a dormire, su! –

-         Vostra sorella? –

-         Ho detto di andare a dormire, dai! – ordinò egli prima che Janise iniziasse a fare troppe domande.

La ragazza capì che non doveva insistere e si diresse verso la sua stanza. 

Stava attraversando un lungo corridoio, quando notò che la maniglia di una delle porte era più lucida e meno polverosa delle altre. Pensò di  andarsene, ma la curiosità fu più forte della ragione, così che allungò la mano verso la porta e la aprì. 

Davanti ai suoi occhi apparve una stanza da letto fantastica. Le pareti erano tappezzate con una carta da parati rosa, il letto era a baldacchino, un grosso tappeto persiano copriva quasi tutto il pavimento e un armadio splendente occupava tutto il muro. Sulla parete destra c’era un lungo scrittoio, con tanto di calamaio, penna e fogli per scrivere; sulla parete sinistra diversi giochi per bambini. Fece per entrare, ma sentì dei passi e così richiuse la porta e corse via.

 

I segreti di una famiglia

 

-         Come fa lei a sapere il mio nome?? – chiese la ragazzina fra le lacrime.

-         Te lo spiegherò più tardi… -

-         No! Io voglio saperlo adesso! – gridò, disperata per l’accaduto e scossa dalla presenza di  quell’uomo.

-         Assomigli a tuo padre anche nel carattere… - esclamò egli.

-         Lei conosceva mio padre?? – chiese sorpresa più che mai, dimenticando per un attimo la sua disperazione.

-         Si, e anche molto bene… -

Sophie non aveva la forza per dire nulla e si limitò a guardare quell’uomo che le stava accanto. Egli l’aiutò a sollevarsi e la prese per mano, conducendola poco lontano, dove una carrozza li attendeva. La ragazza non oppose resistenza: non ne aveva la forza né la volontà. Credeva di vivere un orribile incubo, dal quale presto si sarebbe svegliata...

La carrozza percorse un lungo tragitto, durante il quale, il solo rumore udibile, oltre al galoppo dei cavalli e allo stridio delle ruote, era il pianto di Sophie.

-         Siamo quasi arrivati. – annunciò l’uomo.

-         Dove? – chiese la ragazza.

-         A casa, Sophie… nella tua nuova casa… - rispose.

Dopo pochi metri, all’orizzonte iniziò ad apparire un agglomerato impossibile a decifrare che piano, piano si fece sempre più distinto lasciando Sophie stupita.

-         Ma quella dev'essere la reggia! – esclamò meravigliata.

-         No, non è la reggia di Versailles… ma da qualche finestra del palazzo la si può vedere. –

Sophie osservò attentamente il volto dell’uomo: solo ora vi scorgeva qualcosa di famigliare, ma non sapeva spiegarsi cosa fosse. Infine, non riuscì più a capire nulla: tutti i suoi pensieri erano ingarbugliati e confusi più che mai, la testa iniziò a girarle e il fiato a mancarle finché, appena messo piede a terra, cadde svenuta sotto il peso delle troppe emozioni.

 

Quando si svegliò, Sophie si trovò su un morbido letto al centro di una grandissima stanza rifinita elegantemente

-         Io… sto sognando… - sussurrò guardandosi attorno.

-         No, Sophie… - disse l’uomo che l’aveva condotta fin là – Come stai adesso? –

-         Bene… - balbettò.

Egli le disse che avrebbe fatto venire una cameriera che l’avrebbe aiutata a lavarsi e vestirsi e che poi l’avrebbe condotta in salone, dove lui l’avrebbe attesa per parlarle.

Appena egli fu uscito, entrò una ragazza che si presentò dicendo di essere la cameriera. 

Sophie fece tutto ciò che le fu prescritto e, dopo essersi lavata e vestita, seguì la giovane cameriera per i labirintici corridoi del palazzo. Nel tragitto osservò il suo vestito: era perfino più bello di quelli che lei e sua sorella Janise cucivano per i facoltosi partiti di Parigi.

Improvvisamente, come un fiume in piena, le ritornarono alla mente il padre, la madre e la sorella. I suoi occhi si velarono di lacrime, ma dovette subito asciugarle poiché, davanti a lei, l’imponente porta si aprì su un salone gigantesco.

-         Ben arrivata. – disse l’uomo, indicandole una sedia di pelle sulla quale sedersi – E’ giunto il momento di farti partecipe della verità… -

-         Quale verità?? – chiese intontita.

-         Certamente ti sarai chiesta chi io sia e perché ti abbia portata qui. –

-         Si… -

-         Ebbene, adesso ne conoscerai il motivo… -

L’uomo iniziò a raccontarle la storia del giovane erede di una nobile famiglia che, a causa delle sue idee liberali d’uguaglianza fra tutti gli uomini, era stato ripudiato dai genitori. Nonostante l’aiuto che i fratelli minori avrebbero voluto prestargli, egli decise di cavarsela da solo e di andare a vivere a Parigi, dove si sposò e diventò un semplice e umile contadino. Nel suo cuore, però, quegli ideali continuarono a conservarsi ed egli cercò di organizzare un circolo di uomini che la pensassero come lui. I suoi progetti furono scoperti dalla polizia e, pensando a una cospirazione contro la monarchia, fu ordinato alle guardie di punire i congiurati e tutti quelli che fossero intervenuti in loro aiuto.

-         Quell’uomo era tuo padre, Sophie, ed egli… egli era mio fratello! – esclamò commosso.

La ragazza non sapeva cosa dire. Solo adesso riusciva finalmente a spiegarsi perché il padre fosse stato tanto differente dagli altri uomini del popolo, perché egli sapesse leggere, scrivere, perché ci tenesse a che le figlie imparassero a loro volta le molte cose di cui si componeva il suo sapere. L’uomo che adesso le stava di fronte, affermando di essere suo zio, colui che da quel giorno si sarebbe occupato di lei, capì benissimo ciò che Sophie provava e lasciò che si riprendesse in silenzio.

Dopo un po’, continuò dicendo:

-         Nell’altro salone ci stanno aspettando. –

-         Chi? – chiese Sophie ancora confusa.

-         Ti farò conoscere la tua famiglia… - rispose egli, incamminandosi verso la porta.

-         Aspetti! – gridò impaurita.

-         Cosa c’è? –

-         Davvero lei è il fratello di mio padre? –

-         Si, è la verità. –

-         E… come devo chiamarla, signore? – chiese intimorita.

-         Il mio nome è August Louis François marchese de Saint Etienne, ma tu puoi chiamarmi semplicemente zio. – rispose sorridendo affettuosamente.

 

 

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