Fiori d'arancio
L’annuncio
ufficiale del fidanzamento tra il duca di Lindberg e la marchesina de Saint
Etienne fu dato durante le nozze tra lo zio di quest’ultima e miss Beckman. Il
matrimonio si sarebbe svolto il successivo mese di settembre, con una semplice
festa, alla quale avrebbero partecipato parenti e amici degli sposi. Inutile
dire che i Vannelly ci rimasero alquanto male e che l’amicizia tra Elise e
Janise finì lì. Lei se lo aspettava: le cose non sarebbero potute andare
altrimenti.
Ma
c’era un’altra cosa da fare prima di iniziare a sconvolgere la vita sua e di
Thomas. Prima che fosse troppo tardi per tornare indietro, egli doveva sapere la
verità sulle sue origini, anche a costo di mandare all’aria tutto. Non poteva
vivere nella menzogna accanto all’uomo che amava. E Thomas l’amava troppo
per non capire, anzi ringraziò Dio per aver fatto sì che l’avesse incontrata
sul suo cammino e che l’avesse salvata da tutto ciò che stava succedendo in
Francia.
Trascorse
tutto l’inverno, la primavera e anche l’estate. Quei mesi erano passati
velocissimi e i preparativi per le nozze erano quasi ultimati. Mai prima di
allora Janise si era data così da fare per qualcosa. L’idea di metter su
famiglia con Thomas la rendeva ancora più gioiosa e bella. Se fino ad allora
era considerata una delle dame più belle di Londra, ora la sua bellezza era
sbocciata del tutto. E il giorno del matrimonio era lucente. Forse era l’abito
rosso a darle colore al viso e a farle brillare gli occhi, o forse era
l’avverarsi del suo sogno che la rendeva di una bellezza quasi assurda.
Per
l’ultima volta, zia Priscilla le spazzolava i capelli. Chiuse gli occhi e una
lacrima le rigò il viso.
-
Cosa ti succede,
piccola mia? Non sei felice? –
-
Oh si, zia. Lo sono
eccome! Vorrei solo che mamma, papà, Sophie e Nicholas fossero qui con me. –
- Ma ci sono. Sono qui, accanto a te nel giorno più bello della tua vita. Ti saranno sempre vicini e veglieranno su di te, quando sarai lontana dagli occhi miei e di zio Savien. –
I
novelli sposini si stabilirono nella residenza che il vecchio duca di Lindberg
aveva fatto costruire tempo indietro per il figlio, nelle campagne appena fuori
Londra, non molto distante da palazzo Etienne. Erano riveriti da servi, cuochi,
giardinieri e stallieri insomma, avevano tutto ciò che potevano desiderare. La
vita matrimoniale dei due procedeva a gonfie vele e Janise si sentiva serena e
appagata da ciò che le stava capitando.
Un
pomeriggio di fine febbraio, la ragazza fece capolino nello studio del marito
per chiedergli se si univa a lei per prendere una tazza di tè e lo trovò
intento a leggere una missiva. Aveva lo sguardo preoccupato e non appena vide
entrare la moglie, si affrettò a nasconderla nel cassetto della sua scrivania.
-
Cosa mi stai
tenendo nascosto, Thomas? –
Lui
la fissò negli occhi. Voleva nasconderle il contenuto della lettera per non
turbarla, ma non poteva mentirle.
-
Ti ho parlato del
mio amico di Parigi, ricordi? –
-
Si… era venuto
qui a studiare l’Inghilterra e tu lo hai ospitato a casa di tuo padre. –
-
Esattamente. Lui
dice che in Francia stanno per verificarsi delle mutazioni che la cambieranno
radicalmente. Il popolo francese è sull’orlo della crisi più totale. Secondo
lui sarebbe opportuno per i miei studi verificare la situazione di persona e mi
ha invitato ufficialmente da lui. Io vorrei che tu venissi con me. -
Ritornare
nella sua terra, rivedere il popolo che tanto amava e che tanto le mancava, i
luoghi in cui era cresciuta e a cui era stata strappata via tanto violentemente.
Se fosse ritornata però, sarebbe ritornata da nobile, sarebbe stata dalla parte
di coloro che opprimevano la sua gente.
-
No! – dichiarò
decisa uscendo dalla stanza.
La
notizia sulla situazione in Francia aveva riaperto una ferita ancora sanguinante
nel suo cuore e il pensiero di ritornare lì l’aveva scossa. Aveva bisogno di
fare chiarezza dentro di sé e decise di andare ad esercitarsi con la spada.
Subito
dopo il matrimonio, Janise aveva stupito tutti con una nuova richiesta,
stuzzicante per lei, ma poco convenevole per gli altri: aveva deciso di prendere
lezioni di scherma. Aveva assistito al cambio della guardia a Buckingam Palace
ed era rimasta affascinata da quegli uomini in uniforme e dalle spade lucenti
che questi tenevano sempre in mano. Per lei infondo era solo un gioco e Thomas
l’aveva presa così, come un semplice capriccio della moglie. D’altronde,
come poteva negarle qualcosa? A Janise bastava guardarlo con occhi dolci e lui
subito si scioglieva, ma lei non lo faceva con meschinità, amava tanto suo
marito; era solo un modo per farsi dire di sì.
Aveva
imparato in fretta ad usare la spada, come se la natura avesse sbagliato a farla
nascere femmina e il suo compito avrebbe dovuto essere quello di soldato. Solo
sfoderare la sua spada e lanciarsi in un combattimento con il suo insegnante, Mr
Robinsons, la faceva riflettere. Non le bastavano più solo le galoppate con
Tuono.
Dopo
qualche ora, tornò a casa. Polly, la sua dama di compagnia, le preparò un
bagno caldo e si preoccupò di farle indossare un bell’abito pulito. Scese ai
piani bassi e cercò Thomas nel suo studio ma lui lì non c’era. Chiese ai
servitori ed essi le dissero che gli avevano sellato il cavallo e che era andato
via poco prima che Janise tornasse.
Rientrò
a casa che era quasi ora di cena. Janise le corse incontro e l’abbracciò,
come se fosse stato via per diversi mesi.
-
Perdonami per come
ti ho risposto prima, ma ero troppo accecata dall’egoismo per capire che per
te è molto importante andare a Parigi. –
-
Sono io che ti devo
chiedere scusa. Sapevo che questa notizia ti avrebbe fatto male, in più ti ho
anche proposto di vivere quella situazione di persona. –
-
Non importa. Voglio
venire con te in Francia. Non importa quanto soffrirò, se ci sarai tu al mio
fianco. Voglio tornarci anche se so che non incontrerò Sophie e i miei
genitori, ma non posso tradire così le mie origini. –
-
Sono stato da tuo
zio per saperne di più. So che lui si tiene in contatto con il fratello per
avere notizie della situazione. Lui dice che presto gli scontri finiranno. Che
gli Stati Generali porranno fine a tutto questo subbuglio e che la situazione si
sistemerà. –
-
Voglio che tu non
dica niente a mio zio della nostra partenza per la Francia. Non ha mai voluto
che io ci tornassi, diceva che tutto è talmente cambiato che mi sarei sentita
divisa tra due mondi totalmente diversi, ognuno al limite dell’indecenza. Il
popolo troppo miserabile e la nobiltà troppo abbiente. Diremo che un vostro
parente in Spagna ha espresso il desiderio di vederci e che siamo diretti là.
–
Partirono
all’inizio della primavera. Il viaggio in nave le ricordava tanto la
traversata che l’aveva costretta ad abbandonare la sua amata terra. Erano
passati lunghi anni, aveva girato il mondo, aveva imparato a conoscere meglio
quello zio che aveva sconvolto la sua realtà, aveva vissuto le insidie del
collegio e i dispetti di Lydia, l’amicizia ostacolata e la perdita di Nicholas,
i balli e l’amore di Thomas e ora, era come se ritornasse alle origini. Quella
nave la riconduceva alla realtà e alla sua vita.
Al
porto li aspettava la carrozza che li avrebbe condotti dall’amico di Thomas
ma, prima di prendere la strada per il palazzo, Janise espresse il desiderio di
attraversare le strade di Parigi.
-
È pericoloso, mia
cara! – cercò di scuoterla il marito – Ci andremo più avanti, con una
scorta, te lo prometto. –
Ma
lei era stata irremovibile. Ci sarebbe dovuta andare subito. Si sarebbe coperta
con un telo nero per non far vedere i suoi abiti, ma desiderava tanto rivedere i
luoghi in cui era cresciuta. Era lei che dava indicazioni al cocchiere delle
strade da percorrere; era stata via parecchi anni ma conosceva Parigi benissimo
e quei luoghi li aveva stampati nella mente come un ricordo indelebile.
-
Quella era la mia
casa! E lì, lì io e Sophie lavoravamo come sarte! Non sai con che mani
indolenzite dagli aghi tornavamo a casa! – era presa dai flashback ed era
felice di rendere partecipe il marito di ciò che l’aveva fatta diventare ciò
che era ora.
Ma
ben presto, la nostalgia, il luogo dove avevano assassinato i suoi genitori e la
visione dei francesi, presero il posto dei bei ricordi e Janise iniziò a
piangere disperata così che Thomas ritenne giunto il momento di arrivare a
destinazione.
La
carrozza fu fermata pochi minuti dopo. Il cuore di Janise si fermò per qualche
istante per la paura che qualcuno potesse far loro del male.
-
Che ci fate qui?
– chiese una voce avvicinatasi alla portiera della carrozza.
-
Scusate,
comandante, noi… ci siamo perduti! – rispose pronto Thomas.
-
Non siete
francese… le vostre generalità, prego. –
-
Thomas Scott III,
duca di Lindberg e lei è mia moglie Janise. Veniamo dall’Inghilterra. –
-
Comandante della
guardia, Oscar François de Jarjayes. – si presentò a sua volta -
Permettetemi di farvi da scorta. Le strade di Parigi non sono sicure. –
Thomas
accettò la proposta e, dopo essere giunti nel luogo dove l’amico li
aspettava, ringraziò di cuore il comandante. Janise lo guardò andare via
affascinata e anche turbata: quando era scesa dalla carrozza, egli l’aveva
fissata a lungo negli occhi senza curarsi di risultare scortese.
La fine di una menzogna
Primavera
1789
Era
una solare mattinata di inizio primavera e Sophie, con la scusa di una lunga
cavalcata, si dirigeva verso la residenza del conte di Fersen. Il pomeriggio
precedente, egli non si era presentato, come sua consuetudine, a palazzo Etienne
e non aveva neanche mandato alcun bigliettino che ne spiegasse il motivo. Tutti
avevano continuato a chiedersene il perché: per loro era divenuto tanto
famigliare averlo come ospite a cena o per il tè al pomeriggio, che la sua
assenza provocava ripercussioni su tutti i componenti della famiglia. La
marchesa, temendo che fosse successo qualcosa di spiacevole, aveva chiesto al
marito di inviare al conte di Fersen un cordiale messaggio di spiegazioni, ma
egli si era rifiutato per non apparire troppo indiscreto.
Sophie,
però, non era riuscita a sopportare oltre quella lontananza silenziosa e aveva
deciso di recarsi da lui per appurare personalmente cosa gli avesse impedito di
recarsi da loro. Infondo, pensava un po’ preoccupata, nulla l’avevano mai
tenuto lontano da palazzo Etienne. Neanche quello che era successo all’incirca
un anno prima, quando lei gli aveva rivelato i suoi sentimenti.
In
quell’occasione Fersen si era dimostrato molto imbarazzato per qualche giorno,
ma poi aveva preso in disparte Sophie e le aveva spiegato che, seppur volendole
molto bene, non poteva ricambiare il suo amore. Le aveva chiesto anche se
preferisse non vederlo mai più, in quel caso egli avrebbe detto addio alla sua
famiglia definitivamente, ma la ragazza aveva respinto
categoricamente
quella proposta. Pur di vederlo, di parlare con lui e di potergli stare accanto,
si accontentava di essere considerata soltanto come un’amica.
Così
ne aveva dedotto che gli era potuto accadere qualcosa di serio e si affrettò ad
arrivare da lui.
Percorrendo quei sentieri, Sophie ricordò di
esserci passata qualche sera prima, mentre di nascosto si dirigeva alla
chiesetta di campagna nella quale diverse persone del popolo si riunivano per
discutere dei loro crescenti problemi.
Era stata in quel posto per la prima volta con
André, molto tempo prima. Madamigella Oscar aveva vietato ad André di portare
con sé Sophie in quei posti, ma la ragazza non aveva sentito ragioni e, alla
fine, era riuscita a convincerlo a farsi accompagnare da lei. In seguito, quando
André non poté più andare a quelle riunioni poiché impegnato nella ronda a
Parigi, lei continuò a prendervi parte. Non aveva mai dimenticato di essere una
figlia del popolo, come diceva André, e voleva essere informata su quello che
accadeva in città. Non era certo facile sgattaiolare fuori di casa senza
destare sospetti in famiglia, per non parlare poi del denaro che riusciva a
racimolare e che distribuiva alle persone più bisognose in quelle serate, ma
Sophie era in grado di fare anche questo.
Con questi pensieri per la testa, giunse a
destinazione. Le fu aperto da un cameriere che la condusse in un salone in fondo
al corridoio. La fece accomodare e disse che avrebbe avvertito immediatamente il
conte di Fersen.
Di fatti, dopo pochi minuti, giunse Fersen.
- Sophie! – esclamò lui sorridendo – Che piacevole visita! –
- Scusatemi, Fersen, se non vi ho avvertito del mio arrivo, ma… - si interruppe vedendo un uomo entrare nella sala.
- Dimenticavo… - fece lui riferendosi all’estraneo – Sophie, vi presento Thomas Scott III duca di Lindberg. – poi, rivolgendosi all’uomo disse – Thomas, mademoiselle Sophie de Saint Etienne. –
L’uomo si era già fatto avanti con un inchino e aveva preso la mano della ragazza per farle il baciamano, ma sentendone il nome, la sua espressione mutò totalmente.
- Qualcosa non va? – chiese Fersen sorpreso.
-
No, scusatemi… - si affrettò a rispondere – Sono molto onorato di
fare la vostra conoscenza mademoiselle. –
-
Il piacere è mio, monsieur. Se non sbaglio siete inglese… -
Egli annuì.
-
E cosa vi ha spinto qui in Francia? – chiese curiosamente
-
Lo studio. – rispose.
In lui c’era qualcosa che non andava, pensò
Sophie. Il suo cambiamento dopo aver sentito il suo nome non le era sfuggito e
anche il suo atteggiamento preoccupato per qualcosa di incomprensibile
continuava a persistere.
-
Oh… Thomas è venuto per studiare le trasformazioni che, a parer suo,
si starebbero verificando in Francia, ma io gli ho già ripetuto svariate volte
che non accadrà nulla… - intervenne Fersen ridendo.
-
Invece sì che accadrà qualcosa, Fersen: è inutile che cerchiate di
negarlo! – lo rimproverò decisa Sophie.
Il giovane inglese fu sorpreso dalle parole
della ragazza.
-
Allora anche voi convenite con me a riguardo dei cambiamenti che subirà
questa nazione nei prossimi mesi? –
-
Non so a che genere di cambiamenti vi riferiate voi, ma sì, la Francia
cambierà e in meglio, si spera! – azzardò Sophie, pensando alle sue
discussioni con André e alle riunioni del popolo alle quali aveva partecipato.
L’uomo voleva saperne di più. L’entusiasmo
di quell’argomento gli aveva fatto dimenticare ciò che, poco prima, l’aveva
turbato. Stava quasi per chiederle qualcosa, ma una voce proveniente dal
corridoio lo interruppe. Qualcuno pronunciava il suo nome, lo stavano cercando.
Nel giro di pochi secondi, una donna dai capelli
scuri e gli occhi misteriosi entrò nella stanza.
-
Vi stavo cercando! – disse rivolta ai due uomini.
Poi si guardò intorno. Il suo sguardo e quello
di Sophie si incrociarono e, per un attimo, sembrò che il tempo si fosse
fermato.
-
O Dio! – esclamò, portandosi le mani al petto.
Sophie non fu in grado di dire niente. Il suo
volto diventò cadaverico e iniziò a tremare: un fantasma le si era presentato
innanzi.
-
Janise… - sussurrò,
infine.
Quella era proprio Janise, sua sorella, la
stessa che lo zio le aveva fatto credere fosse morta. Nessuno riusciva a
spiegarsi cosa stesse succedendo. Entrambe erano state proiettate entro un
tunnel buio nel quale non si riusciva a trovare alcuna via d’uscita.
Sophie e Janise si erano riconosciute
immediatamente. Erano molto diverse dall’ultima volta in cui si erano viste,
da quella volta in cui non erano riuscite neanche a dirsi addio, ma i loro cuori
non avevano esitato. Si abbracciarono e iniziarono a piangere. Rimasero così
per diverso tempo. I due uomini sconcertati guardavano non riuscendo a spiegarsi
l’avvenimento. In realtà, neanche le due ragazze sapevano dire cosa fosse
accaduto.
Ricostruirono per sommi capi la vicenda, ma
tutto appariva comunque inspiegabile.
-
Lo zio mi aveva detto che… eri morta! – esclamò disgustata Sophie.
-
Anche a me... –
-
Non potrò mai perdonarlo per questo! –
-
Non dire così…avranno avuto le loro buone ragioni… - disse Janise.
Già, pensò Sophie, Janise non era affatto cambiata: continuava sempre a voler trovare in tutto e tutti solo i lati positivi. E, invece, era sempre stata lei la ribelle e quella che diffidava sempre.
Si recarono comunque tutti a palazzo Etienne e non si sarebbero certo accontentati di spiegazioni approssimative.
E che spettacolo le facce di tutta la famiglia,
quando Sophie presentò loro sua sorella Janise e il marito di lei, Thomas! La
zia e i cugini ne furono semplicemente stupiti, ma lo zio… lui sì che ne fu
sconvolto.
In un primo momento cercò di negare che potesse
essere vero, ma gli occhi viola di Janise, segno che distingueva la maggior
parte delle donne della famiglia, non gli permisero ulteriori falsità. Si vide
costretto a confessare la verità.
Lui e il fratello Savien avevano deciso di
dividere le ragazze e di far credere ad entrambe che l’altra fosse morta per
evitare che, crescendo ancora insieme, fosse venuto loro in mente di continuare
l’opera del padre.
-
L’abbiamo fatto per il vostro bene, per evitare che commetteste delle
pazzie! – disse.
Lo zio piangeva. Nessuno l’aveva mai visto
piangere prima, né i figli, né la moglie, né tanto meno Sophie.
-
Non avreste dovuto decidere per noi! – gridò Sophie sdegnata.
-
Calmatevi, Sophie! – disse il conte di Fersen sfiorandole un braccio.
-
Non chiedetemi di calmarmi! – urlò scostandosi – Ne ho tutto il
diritto! –
Trattare male addirittura il conte di Fersen...
Sophie era davvero furibonda! Corse via.
Prese il cavallo e girovagò per diverse ore.
Aveva bisogno di parlare con qualcuno che le fosse amico e potesse capirla.
Senza pensarci due volte, si diresse a Parigi, in caserma. Forse non
l’avrebbero neanche fatta entrare, ma tentare non le sarebbe costato nulla.
Invece, riuscì a vedere André. Avrebbe voluto
sentire anche il parere di madamigella Oscar, ma non c’era in quel momento.
Parlarono per un bel po’ e, alla fine, Sophie si sentì molto meglio, più
rilassata e sicura di poter affrontare la situazione con serenità. André era
riuscito, come sempre, a trovare le parole giuste per esprimere tutta la sua
saggezza.
Tornò a palazzo Etienne. Tutto sembrava calmo.
-
Sophie! Sei tornata! – esclamò Janise abbracciandola – Eravamo in
pensiero per te! –
-
Scusatemi… - rispose.
La ragazza si scusò con tutti e disse di non
provare più alcun risentimento per quello che era successo. Tutto si era
risolto. Quello che, però, fece completamente calmare Sophie fu sapere che lo
zio aveva chiesto a Janise e a suo marito di trasferirsi a palazzo Etienne e che
loro avevano accettato.