Proposta di matrimonio
Quella
sera Janise era bellissima, non era mai stata così raggiante e solare, le disse
miss Beckman. Indossava un magnifico abito color lavanda, contornato di pizzi e
merletti, una collana di perle con gli orecchini pendenti dello stesso materiale
e un ventaglio dello stesso colore del vestito le era stato messo tra le mani.
“Penso
proprio che questo coso lo dimenticherò accidentalmente sulla carrozza!”
pensò Janise rigirandosi l’oggetto tra le dita.
-
Mia cara, pensi che
la scelta di portare il duca al ballo, sia stata una mossa adeguata? – chiese
zio Savien avvicinandosi alla nipote.
-
Ritieni non fosse
il caso? Eppure pensavo che la sua presenza qui ti fosse gradita! –
-
Non intendevo
questo. Vorrei solo farti notare che la tua partecipazione a corte accompagnata
da un uomo quale il duca, può essere fraintesa come una vostra uscita
ufficiale. Se mi avessi ascoltato, ti saresti fatta vedere con un mio vecchio
amico e sarebbe passata come un favore nei tuoi riguardi, o con uno dei nipoti
di Priscilla, che presto diventeranno tuoi cugini. –
-
Non riesco a
capire, zio… -
-
Sto dicendo che l’amicizia
tra te e Lindberg potrebbe essere scambiata per un fidanzamento. –
Janise
rise, poi si calmò e rispose.
-
La gente può
pensare a quello che vuole, il duca è un mio amico, poi le cose andranno come
andranno. Questo non deve interessare nessuno se non me. –
-
Non è così che
funzionano le cose purtroppo. – dichiarò miss Beckman, intervenuta nel
discorso – Il parere dei nobili e soprattutto della famiglia reale, conta
molto nella reputazione di una giovane donna. Ormai tu sei in età da marito e
farsi vedere ogni volta con un cavaliere diverso, può suscitare pettegolezzi. -
-
Zia, – la
chiamava così ora – non ho mai partecipato ad un ballo accompagnata da
qualcuno. Lindberg è un mio amico e mi sembra che tra di noi non ci siano
particolari atteggiamenti che facciano presumere il contrario. –
-
Questo è quello
che provi tu, ma ti ho già parlato in passato di quali potrebbero essere i
sentimenti di Lindberg nei tuoi confronti. Non dimenticare che tu sei una bella
ragazza e lui è un nobile importante alla ricerca della donna perfetta che
possa essere degna di stare al suo fianco! –
Thomas
si rifletteva nello specchio, cercando di sistemarsi la giacca. Che imbranato
che era stato! Invece di essere lui a proporre un’uscita a Janise era stata
lei ad invitarlo alla festa della regina. Eppure non era questo che lo
infastidiva maggiormente. Si stupiva di come quella piccola fanciulla gli fosse
entrata nel cuore così rapidamente, senza che se ne fosse reso conto. Ed ora
era folle, folle d’amore per lei! Si meravigliava di ritrovarsi spesse volte a
pensarla o a fissarla se le stava accanto. Chissà se dai suoi occhi traspariva
tutto questo. Probabilmente no, perché lei lo trattava da amico e in un modo
così semplice e innocente che lo estasiava. Non si stancava mai di osservare le
sue labbra che si posavano sulla tazza da tè o del suo volto che esplodeva in
un sorriso. Avrebbe passato ore solo ad ammirarla, a studiare ogni suo piccolo
difetto della pelle, ogni curva del volto… e quella sera poteva tenerla
stretta fra le sue braccia, poteva ballare tutta la notte con lei, assaporare l’odore
dei suoi capelli e innamorarsi del colore dei suoi occhi. Quella notte sarebbe
stata solo sua. Non doveva però farle capire niente, se lei non provava i suoi
stessi sentimenti, avrebbe rischiato solo di rovinare tutto.
Per
quella volta il suo sogno si sarebbe realizzato in parte, ma, dal mattino
seguente, tutto sarebbe tornato come prima.
La
carrozza si fermò dinnanzi a Buckingam Palace. Janise non si immaginava che
fosse così grande, ma ciò che la stupì di più fu la sala in cui si sarebbe
tenuto il ballo. Era immensa e sfarzosa, degna di reali. Sul soffitto quasi
irraggiungibile dallo sguardo, vi erano enormi lampadari di cristallo,
tintinnanti e lucenti e le lunghe tavolate erano imbandite di ogni sorta di
cibo. In un angolo, l’orchestra provava gli strumenti.
-
Inizieranno a
suonare non appena arriverà la Regina. – suggerì Lindberg.
Innumerevoli
invitati riempirono ben presto la sala e l’entrata dei reali d’Inghilterra
fu annunciato da un silenzio che squarciava i muri e dall’inchino di tutti i
presenti. Ben presto però il Re ordinò di iniziare le danze e l’aria divenne
più tranquilla.
A
Janise era sembrato che il tempo si fosse fermato per un istante, le gambe
avevano iniziato a tremarle durante l’ingresso del Re e della Regina e si era
chiesta per un secondo se degli occhi di persone così vicine a Dio, come erano
loro, avrebbero potuto notare che lei non era una nobile, a dispetto di tutti
quegli anni trascorsi a studiare da tale. E invece no, la Regina le era passata
davanti, l’aveva chiamata, le aveva sorriso e le aveva detto di essere molto
felice di fare la sua conoscenza finalmente. Le aveva enunciato di aver molto
sentito parlare di lei, ma che di persona era molto più bella e graziosa di
come gliel’avevano descritta. Janise era stata fiera di se stessa e degli
sforzi che aveva fatto per arrivare lì dov’era, anche se in parte lo doveva
allo zio. Si era inchinata, aveva ringraziato e aveva baciato la mano alla
sovrana.
-
Anche lei è
rimasta rapita dalla vostra grazia. – sorrise Lindberg durante le danze.
-
Pensavo di non
reggere all’emozione: mi tremavano così forte le gambe che credevo se ne
fosse accorta! –
Lindberg
la strinse a sé, continuò a ballare come trasportato dal vento e Janise si
lasciò andare al suo abbraccio. Si sentiva bene e appagata da tutto ciò che
aveva in quel momento.
-
Sono stanca, mi
accompagnereste in giardino a prendere un po’ di fresco? – chiese la
ragazza.
-
Ma fuori nevica!
Prenderete solo freddo! – esclamò lui allarmato.
-
Mi metterò la mia
mantella, ve ne prego! –
Il
duca accontentò la richiesta di lei e cercando di sfuggire agli occhi
indiscreti, si trovarono nel giardino, vicino ad una fontana. Janise toccò l’acqua
che si era tramutata in ghiaccio.
-
Quand’ero
piccola, io e mia sorella Sophie amavamo pattinare sul ghiaccio… -
-
Non sapevo aveste
una sorella! – esclamò incuriosito.
-
È morta qualche
anno fa, non ho nemmeno potuto dirle addio… -
-
Non dovete parlarne
se non volete. –
-
Infatti, non dovrei
parlarne… ma con voi mi risulta facile parlare anche di questo. Voi siete un
così grande conforto per me che non mi stancherò mai di dirvi grazie.
Promettetemi che mi starete sempre accanto! –
Il
cuore di Thomas aveva iniziato a battere all’impazzata, non doveva, non poteva
rovinare tutto! Ma i suoi sentimenti iniziavano a prevalere sulla ragione, in
quel momento la piccola Janise era così fragile e sola e stava a lui
consolarla, era a lui che lei aveva chiesto di tenderle la mano. Con la mano
tremante afferrò la sua, la accarezzò e iniziò a baciarle le punta delle
dita. Poi le accarezzò la guancia e i loro volti si avvicinarono fino quasi a
sfiorarsi con le labbra. In quel momento una voce spezzò l’incantesimo. Zio
Savien era nelle vicinanze e chiamava la nipote.
-
Non so cosa mi sia
preso, Lindberg. Facciamo finta che non sia successo niente! – e scappò via
incontro allo zio.
“Mi
dispiace annunciarvi la mia momentanea impossibilità nel recarmi presso di voi,
ma i miei studi mi costringono a tenermi lontano per qualche tempo. Spero che
capirete e mi perdonerete.
Vostro
devoto,
Thomas
Scott III
duca di Lindberg”
-
Stanno prendendo
accordi con il padre del duca di Lindberg per annunciare formalmente il nostro
fidanzamento! – esclamò entusiasta.
Quella
notizia spezzò in due l’animo di Janise ma, cercando di non far trasparire
nulla, decise di informarsi ulteriormente.
-
Non sapevo che tu
fossi interessata al duca e che egli ti frequentasse. –
-
Infatti finora non
ci siamo mai visti se non che ai ricevimenti di vari nobili, ma i miei genitori
ritengono che per la nostra famiglia sarebbe opportuno che io diventassi una
duchessa! Poi l’amore verrà col tempo e, in ogni caso, il rispetto reciproco
basterà. –
Elise era talmente eccitata che Janise preferì non parlarle dei rapporti che intercorrevano tra lei e il duca negli ultimi tempi. Se i due avrebbero dovuto sposarsi, forse era meglio che Elise non sapesse niente della profonda amicizia che era nata con il suo futuro sposo. Avrebbe creato solo inutili gelosie.
Forse
la notizia delle prossime nozze di Lindberg e della sua amica Elise non le era
andata giù come avrebbe dovuto. Camminava nevroticamente percorrendo il
perimetro del salone pensando e ripensando al perché si sentiva delusa e
tradita. Eppure doveva essere felice per due persone a lei care. Invece no,
sentiva un senso di appartenenza verso quel ragazzo e sentiva che presto Elise
Vannelly le avrebbe portato via l’amicizia di lui e il tempo che egli le
dedicava.
-
Che ti prende? –
chiese miss Beckman vedendola così agitata.
-
Lindberg si sposa.
Dovrei esserne felice eppure non lo sono! E non riesco a spiegarmene il motivo!!
–
-
Si sposa? Non ne
sapevo niente… -
-
Non c’è ancora
niente di ufficiale, ma l’ho saputo dalla futura sposa: Elise! –
-
E così i Vannelly
hanno deciso di porre rimedio ai loro problemi finanziari accasando la loro
primogenita al duca di Lindberg… quello che non riesco a capire è come lui
non si sia opposto al padre… era chiaro come fosse interessato a te! –
-
Probabilmente vi
siete sbagliata, zia. –
-
E tu? Tu cosa provi
per il bel Lindberg? Per essere così turbata è perché non ti è poi così
indifferente. Fai chiarezza sui tuoi sentimenti prima che sia troppo tardi! –
Le
parole di miss Beckman la stavano facendo riflettere più di quanto il suo
cervello non stesse già facendo da solo. Si chiedeva se i sentimenti che
provava per il duca erano rimasti solo di amicizia o se invece erano fioriti in
qualcosa di più grosso e inaspettato. In fondo, lei non sapeva ancora cosa
fosse l’amore, quello vero. Aveva voluto bene a Nicholas, ma quello che il suo
cuore esprimeva per il duca di Lindberg era diverso, più confuso ma anche più
intenso.
Aspettò
l’alba per montare in groppa a Tuono e attraversare Londra coperta da un
mantello scuro.
-
Miss Janise! Cosa
ci fate qui a quest’ora del mattino? – chiese sconcertato.
-
Lindberg, ho
bisogno di parlarvi e chiarire alcune cose con voi! –
Egli
la fece entrare e accomodare sul divano davanti al camino. Janise si strofinò
un po’ le mani congelate dal freddo poi, preso un profondo respiro, spiegò il
motivo della sua presenza lì.
-
Non dobbiamo
vederci più, nemmeno dopo che avrete finito i vostri studi. – dichiarò
decisa.
Il
duca rimase spiazzato, senza controbattere. Questa cosa non se l’aspettava e
non ne capiva il motivo.
-
Ho saputo da miss
Vannelly che molto presto annuncerete il vostro fidanzamento e non credo sia
opportuno che noi due continuiamo a frequentarci e soprattutto che lei sappia
della nostra amicizia. Credetemi, è meglio per tutti. –
-
Non vedo il motivo
per il quale non possiamo rimanere amici… non capisco! – esclamò
infervorato sedendosi accanto alla ragazza.
-
Non posso vedervi
con lei, lo capite! Non posso pensare di incontrarvi con un’altra donna al
vostro fianco! Io vi amo, duca di Lindberg, vi amo come non immaginavo di poter
fare e ora, al solo pensiero di vedervi con lei, mi sento soffocare! Vi prego di
non sottopormi a tale dolore. Continuate la vostra vita come io continuerò la
mia. – riuscì a sussurrare prima di essere sommersa dai singhiozzi e dalle
lacrime.
Lindberg
fece per avvicinarsi e abbracciarla forte, per dirle che quello stesso
sentimento lo provava per lei da sempre, ma Janise non gli diede nemmeno il
tempo di parlare, si scostò e si congedò uscendo di corsa.
-
Sono un vero
idiota! – gridò alla sorella incontrata per le scale.
-
Che ti è successo,
Thomas? – chiese lei divertita.
-
Oh, Julia! La donna
che amo si è dichiarata a me e io l’ho lasciata correre via da quella porta!
–
-
Corrile dietro! –
-
Come?! –
-
Corrile dietro,
raggiungila, fermala! Fai qualcosa!!! Ma bisogna dirti tutto? –
-
E i Vannelly? –
-
Quanti problemi ti
fai, fratellino! Dì a nostro padre che non la vuoi sposare. Vedrai che capirà.
–
Il
duca indossò al volo il suo cappotto e, fattosi preparare la carrozza, si avviò
verso la casa dei Saint Etienne.
Si
fece annunciare dal marchese che lo fece accomodare nel suo studio, curioso di
tanta premura con la quale Thomas Lindberg si era precipitato da lui di primo
mattino.
-
Prima di tutto
volevo congratularmi con voi: ho saputo del vostro fidanzamento con miss Elise
Vannelly! –
-
Le nozze non si
faranno, o almeno, non con lei. Il nostro fidanzamento non è stato mai
annunciato formalmente e comunque è sempre e solo rimasta una proposta ancora
da vagliare. –
-
Sarebbe un buon
matrimonio – insistette il marchese.
-
Ma non un
matrimonio d’amore. Sono qui per chiedervi la mano di vostra nipote. –
Il
marchese infondo se l’aspettava, anche se non l’avrebbe mai ammesso. Prima o
poi quel ragazzo sarebbe andato da lui a chiedergli la mano della sua Janise.
Era evidente!
-
E come fate a dire
che mia nipote nutre per voi il vostro stesso sentimento? – lo beffeggiò
sapendo quali erano i sentimenti di sua nipote.
-
Lo so… ne sono
sicuro… chiedeteglielo! Poi se non vorrà, sarà una sua decisione. –
Il
marchese de Saint Etienne mandò a chiamare la nipote.
-
Eccomi, zio! –
ruppe il silenzio la voce della ragazza dopo qualche minuto.
-
Il duca di Lindberg
ha qualcosa da dirti, Janise! –
Si
accorse di lui solo in quell’istante e sbiancò. Si sentiva imbarazzata per
quello che era successo poco più di un’ora prima a casa sua e non capiva cosa
ci facesse lì in quel momento.
-
Miss Janise, per
troppo tempo ho tenuto nascosti i miei sentimenti verso di voi – dichiarò
deciso avvicinandosi e prendendole le mani – Ma ora non posso più tacere! Mi
sono innamorato di voi dal primo momento in cui vi ho vista, ma ho sempre
pensato che io per voi fossi un semplice amico e avevo deciso di rinunciare a
voi per non rovinare tutto. Il mio fidanzamento con miss Vannelly mi è stato
imposto e io non ho rifiutato perché pensavo di non potervi avere. Ora però
tocca a voi decidere della mia vita. Volete diventare la mia sposa? – decretò
sempre più convinto.
Rivelazioni
Autunno
1787
Qualcuno
bussò alla porta.
Sophie
sollevò infastidita lo sguardo dalla pagina del libro che stava leggendo e
accordò il permesso di entrare alla persona che si trovava dall’altra parte
della porta. Una delle cameriere entrò nella biblioteca e, dopo aver ossequiato
la padroncina, annunciò:
-
C’è una visita
per voi, madamigella. –
Ancora
contrariata dall’interruzione subita dalla sua lettura, Sophie chiese chi
fosse l’ospite che desiderava vederla. Non le piaceva affatto essere
disturbata quando leggeva: la lettura le dava un senso di libertà infinito.
Poteva immaginare luoghi e persone sconosciute, fare conoscenza con tipi umani
completamente diversi da quelli che lei era abituata a frequentare e le
permetteva di allargare le proprie vedute. Per non parlare della gioia che
provava nel conoscere ogni singolo autore, le vicende della sua vita, le
condizioni che lo avevano portato a scrivere, la sua anima e tutto quello che di
più profondo aveva da dire. Leggere voleva dire incontrare qualcuno e,
generalmente, questi personaggi avevano sempre qualcosa da dire, nel bene e nel
male. Inoltre, credeva di non aspettare nessuno a quell’ora e quella visita la
coglieva proprio impreparata.
-
Il conte di Fersen.
– rispose la cameriera con deferenza.
Il
viso della ragazza si illuminò di un’improvvisa luce.
-
Il conte di Fersen??
– domandò incredula.
-
Si. – si limitò
a rispondere la cameriera ritta sulla porta.
-
Ditegli che arrivo
immediatamente! – disse sospingendo la donna fuori dalla stanza.
Sophie
soffocò a stento un grido di gioia. Buttò il libro sul divanetto di pelle nera
e corse davanti al piccolo specchio che si trovava in un angolo del locale.
Controllò in fretta che tutto in lei fosse apposto. Si sistemò l’abito, tirò
giù lievemente le spalline e ravvivò i capelli. Era perfetta, pensò. Uscì
dalla stanza e si diresse in sala, dove, sapeva, il conte di Fersen la stava aspettando.
Indecisa
se attirare la sua attenzione con qualche parola di richiamo o se aspettare che
lui si accorgesse della sua presenza, Sophie decise di fermarsi sull’ingresso.
Restò qualche secondo ad osservarlo. Lui era in piedi, presso il camino, e
osservava con cura l’emblema della famiglia de Saint Etienne. Anche da dietro
aveva un aspetto elegante e signorile, pensò la ragazza.
-
Oh… mademoiselle de Etienne! Non
vi avevo sentita arrivare… - esclamò lui, girandosi e notando la sua
presenza.
-
Conte di Fersen!
Quale onore riavervi qui dopo così tanto tempo! – rispose Sophie, avanzando
verso di lui.
In
realtà non erano passati che pochi mesi dall’ultima volta che si erano visti.
Il conte di Fersen era tornato per qualche tempo nel suo Paese natale per
affari, ma non era rimasto lontano dalla Francia per così tanto tempo. A Sophie,
invece, era sembrata un’eternità e il suo ritorno l’aveva messa di ottimo
umore, soprattutto perché sapeva di essere la prima persona che Fersen, ogni
volta che tornava in Francia, si recava a salutare.
-
I miei omaggi,
mademoiselle. – affermò egli prendendole la mano e baciandogliela dolcemente.
-
Fersen! Quante
volte vi ho detto di tralasciare questi inutili appellativi e di chiamarmi
semplicemente per nome! – gli disse con tono di rimprovero.
-
Scusatemi, Sophie,
ma io… -
Non
sapeva cosa dire. Quella ragazza riusciva sempre a spiazzarlo. Se fosse stato
ancora un ragazzino, si sarebbe potuto pensare addirittura che ne fosse stato
intimidito e imbarazzato.
-
Non importa… -
sorrise lei – Sappiate solo che sono molto felice per il vostro ritorno! –
Era
una bella giornata, il sole splendeva e il clima era mite, così Sophie e il
conte di Fersen decisero di uscire a fare una passeggiata nel parco del palazzo.
Camminarono per un bel po’, fino ad arrivare al torrente che scorreva entro la
proprietà degli Etienne. Sophie gli chiese come avesse trovato la Svezia in
quel periodo e lui le stava descrivendo, ancora una volta, i boschi, i laghi, le
città, tutto ciò che riguardava il suo paese. Lei e Fersen avevano trascorso
moltissime ore in descrizioni dettagliate della Svezia, lui le aveva addirittura
portato da vedere degli schizzi di paesaggi svedesi, ma Sophie non ne era
affatto annoiata. Le piaceva sentirlo parlare e soprattutto di
quell’argomento. Quelle conversazioni le davano l’impressione di essere
maggiormente partecipe della sua vita.
-
Mi piacerebbe tanto
visitarla! – esclamò con un sospiro.
-
Chissà? Un
giorno il vostro desiderio potrebbe divenire realtà! – rispose sorridendole.
Quelle
parole fecero destare nella mente di Sophie un sogno che da qualche tempo era
abbastanza ricorrente: si vide in viaggio insieme a Fersen, diretti verso la
Svezia, dove lui l’avrebbe presentata a tutti come sua sposa. Il matrimonio…
Non era un evento cui aveva pensato con propensione; eppure, da quando aveva
conosciuto il conte di Fersen e aveva sentito nascere dentro di sé quegli
intensi sentimenti nei suoi confronti, si era ritrovata a vagheggiarlo molte
volte.
Si
fermarono presso il torrente. Sophie si sedette sui resti di un muricciolo,
mentre Fersen si mise in contemplazione dell’orizzonte.
-
Fortunatamente
siete tornato… iniziavo a sentirmi davvero sola… - disse Sophie con tono
malinconico.
Lui
si girò e la guardò stupito. Allora, la ragazza continuò dicendo:
-
Da quando
madamigella Oscar ha lasciato la guardia reale e anche André si è arruolato,
non hanno più molto tempo per venire a farmi visita. –
Fersen
rimase in silenzio per qualche istante, lo sguardo perso nel vuoto. Ricordava
ancora l’ultima volta in cui aveva visto Oscar. Era stato all’incirca un
anno prima. A lui era stato ordinato di sedare dei disordini verificatisi a
Parigi nei confronti di alcuni nobili e, nel recarsi sul posto, aveva appurato
che la carrozza interessata era proprio quella di madamigella Oscar. Così,
l’aveva tratta in salvo e aveva difeso anche André, scoprendo poi che i
sentimenti che Oscar provava per André erano molto più rilevanti di quanto
credesse.
- Mi dispiace… - sussurrò Fersen perso ancora fra i suoi pensieri.
Sophie
si chiese a cosa stesse pensando. Qualcosa di spiacevole sicuramente, si disse.
Poi, ripercorse il suo di passato. Era trascorso più di un anno e mezzo dal
giorno in cui lei e Fersen si erano incontrati per la prima volta a corte e, tra
alti e bassi, viaggi in giro per il modo e inevitabili impegni di lui, avevano
sempre continuato a frequentarsi. Ora, Sophie si chiese se lui avesse la minima
idea di quali sentimenti lei provasse nei suoi confronti. Eppure i suoi
atteggiamenti non potevano essere assolutamente fraintesi, si disse. Ma lui? Lui
cosa provava per lei?
-
Fersen… devo
chiedervi una cosa, ma promettetemi di essere sincero. – disse alzandosi dal
muretto.
-
Certamente, Sophie.
– rispose egli un po’ esitante.
-
Quali sentimenti
nutrite per me? – chiese risoluta.
Lui
non rispose. Rimase immobile e alquanto stupito soppesando ogni singola parola e
cercando di trovare una possibile risposta che non lo esponesse a troppi rischi.
Sophie aveva immaginato che sarebbe andata così e non ne fu affatto stupita. Allora, si avvicinò a lui e lo baciò sulle labbra.
-
Io vi amo, Fersen.
– gli disse subito dopo.
Quello
sì che l’aveva spiazzato più di ogni altra cosa nella sua vita. Che una
ragazza confessasse i propri sentimenti così tranquillamente all’uomo che
amava era già di per sé strano, ma che lo baciasse di sua spontanea iniziativa
era addirittura impertinente!
Sembrava
che Fersen stesse per dire qualcosa, ma una voce in lontananza glielo impedì.
Era Stephen che correva verso di loro.
-
Conte di Fersen!
– esclamò col fiatone – Ho saputo che eravate tornato e sono corso a
salutarvi! –
-
I miei omaggi,
monsieur. – rispose cercando di apparire il meno imbarazzato possibile.
-
Aspettavo con ansia
il vostro ritorno: vi ricordo che mi avete promesso un duello esemplare, e
adesso sono pronto! – esclamò con l’entusiasmo di un bambino.
Sophie
si sentì invasa dalla collera. Suo cugino aveva interrotto una questione molto
importante. Nel bene o nel male, se lui non fosse arrivato, avrebbe scoperto
cosa Fersen provasse per lei.
-
Stephen! Non ti è
venuto in mente che magari il conte di Fersen era impegnato con qualcun’
altro?! Con me, per esempio?? – chiese arrabbiata.
-
Scusa, ma… in
ogni caso, tu devi tornare subito in casa: madame Marianne ti aspetta. –
Sophie
si guardò intorno: vide Stephen impaziente di poter sfidare l’ospite e Fersen
confuso e imbarazzato dall’accaduto. In ogni caso, il loro discorso non
sarebbe andato oltre in quel pomeriggio ed era meglio interromperlo lì.
-
Uffa! – sbuffò
contrariata, alzandosi il vestito con un gesto stizzito e correndo via.