Momenti difficili...
-
Janise, tesoro, il
pranzo è pronto. – diceva con voce placida zio Savien.
Ma la
ragazza non rispondeva. Se ne stava con la faccia immersa nel suo cuscino e solo
qualche singhiozzo la induceva ad alzarla per riprendere fiato.
-
Vogliamo parlarne,
cara? – continuava lui, senza però ricevere risposta.
Era
da più di due giorni che Janise non usciva dalla sua camera e non toccava cibo.
La morte del suo più caro amico l’aveva abbattuta più di quanto nessuno
pensasse. Nel giro di pochi anni, aveva perduto quattro delle persone più care,
senza aver potuto fare qualcosa per salvarle. Non era giusto. Che lassù
qualcuno ce l’avesse con lei?
Zio
Savien era esasperato: non voleva vedere la nipote in quello stato. Le diede un
grosso scossone prendendola per un braccio e le urlò:
-
Ora basta! Nicholas
è morto e anche se tu stai qui a piangere tutta la vita, lui non tornerà mai
più indietro! –
L’unica
risposta che ebbe dalla nipote fu uno sguardo glaciale e impassibile.
Neanche
miss Beckman riuscì a farla riprendere. Ogni giorno passava intere ore seduta
accanto al letto di Janise, raccontandole dei più recenti pettegolezzi di
Londra, del tempo, dei nuovi risultati in campo scientifico (che sapeva a Janise
interessavano particolarmente) e dei preparativi per l’imminente matrimonio
tra lei e suo zio. Ma niente sembrava scuotere il suo animo.
Dopo
qualche giorno, Janise aveva rincominciato a mangiare, ma il suo silenzio
proseguiva. Mancò dalla scena sociale per diverso tempo e a nessuno passò
inosservata la sua assenza che miss Beckman giustificò con la scusa di una sua
ulteriore preparazione.
Le
prime foglie iniziavano a cadere, i raggi del sole sbucavano timidamente dalle
finestre di un arancione quasi spento, un lieve vento faceva gonfiare le tende e
creava un dolce fruscio.
-
Che fate lì,
milady? Tuono vi sta aspettando! E insieme a lui anche io… oh Janise,
sorridetemi di nuovo… io vi amo, mia dolce milady… -
Nicholas….
Janise
si alzò di scatto e con lo sguardo osservò tutta la stanza. Era stato solo un
sogno; la voce di Nicholas non era altro che un’allucinazione.
-
Non rispondete
neppure a me? – sentì di nuovo.
Alzò
di nuovo lo sguardo e lì, accanto alla tenda, in controluce, scorse il duca di
Lindberg. Egli si avvicinò di più a lei.
-
Vi ho chiesto se vi
andava di fare una passeggiata, miss. –
Silenzio.
-
Perdonate la
sfacciataggine, ma lo faccio per voi!! – decretò togliendole di dosso le
lenzuola, prendendola in braccio e portandola fuori dalla stanza.
-
Duca! Cosa state
facendo!?! Lasciatemi! Come vi permettete?! – urlava disperata.
-
State parlando: è
già qualcosa! – sorrise egli.
Il
ragazzo scese la scalinata e si diresse verso l’uscita secondaria che dava
sull’ampio giardino. Qui incontrò il
marchese
de Saint Etienne.
-
Duca di Lindberg,
cosa state facendo?! – chiese scandalizzato tendendo le mani a riprendersi la
nipote.
-
Fidatevi di me. –
Proseguì
verso la stalla dalla quale fece uscire Tuono, vi salì e tese la mano a Janise
per aiutarla.
-
Se volete morire
anche voi, fate pure! Io non vi seguirò in questa folle idea! –
-
Miss de Saint
Etienne, dovete superare subito le vostre paure, o vi seguiranno per tutta la
vita come un’ombra… datemi la mano, ve ne prego. –
-
No! Voi siete
pazzo! – urlò correndo via.
Il
duca la inseguì a cavallo e, dopo averla raggiunta, la prese al volo
afferrandola dalla pancia e la posizionò sul cavallo. Iniziò a galoppare
velocemente per tutta la tenuta, tenendo Janise stretta a sé e più lei
piangeva e urlava di voler scendere, più lui spronava Tuono.
Dopo
una lunga ed estenuante cavalcata, il duca di Lindberg si fermò sotto un salice
piangente. L’aria era fresca e frizzantina e il duca, presa in braccio Janise,
la fece sedere all’ombra dell’albero.
-
Voi siete un
perfetto irresponsabile! – sbraitò la ragazza, dopo aver ripreso fiato dai
grossi lacrimoni che le scendevano e sbattendo i pugni sul torace del ragazzo.
Egli
l’afferrò per i polsi e, guardandola diritta negli occhi, le disse:
-
Sarò stato anche
un avventato, ma ora giuratemi che Tuono non vi ha fatto sentire libera e viva!
Voi amate questo cavallo e quello che è successo al vostro scudiero è stato
solo un incidente: non è colpa del cavallo. È stato il fato, il destino… e
voi non potete farci niente. –
-
Nicholas per me non
era solo uno scudiero… -
-
Lo so, piccola
Janise, lo so… - disse stringendola forte al petto.
Thomas
Scott III divenne un ospite fisso della residenza dei Saint Etienne. Passarono
diversi mesi prima che Janise si fosse ristabilita del tutto e zio Savien gli
era grato per aver riportato la nipote alla quotidianità e quest’ultima le
era riconoscente per esserle sempre accanto nel momento del bisogno.
Le
voci del successo dell’ora del tè dai Saint Etienne e della presenza di una
giovane e bella nobildonna arrivarono anche alla corte Inglese. Il re Giorgio
III e la regina ne risultarono molto incuriositi e inviarono un loro messaggero
con l’invito per la festa che si sarebbe svolta il mese dopo, la festa di
Natale.
Questa
notizia aveva creato confusione. Dal giorno dell’arrivo del messo reale in
poi, niente era più come prima. Servi, camerieri, miss Beckman e perfino il
marchese, tutti erano in agitazione per il grande evento. Janise osservava il
tutto dalla cima delle scale, con un grosso sorriso beffardo, come a voler
prendere in giro quell’agitarsi per un semplice e stupido ballo.
-
Voi non aiutate?
– chiese il duca di Lindberg venuto a farle visita come ogni giorno alla
stessa ora.
La
ragazza, con il volto tra le mani e i gomiti appoggiati alle ginocchia, rispose:
-
A me non interessa.
È un ballo come un altro! –
-
Un ballo a corte lo
chiamate “un ballo come un altro”?! Mi deludete! Da francese quale siete,
dovreste sapere benissimo quale onore sia incontrare le Loro Maestà! –
-
Le feste a palazzo
reale sono solo uno spreco di denaro e fastosità, soprattutto alla corte di
Francia. L’avete detto voi stesso, ricordate? –
-
Le cose qui in
Inghilterra sono diverse – precisò egli – Sua Maestà il re Giorgio non
permette alla regina di dare un ricevimento al mese: festeggiano solo le
ricorrenze importanti come lo è quella del Natale. –
-
Volente o nolente,
comunque – ammise lei – mi tocca andarci! Il problema è quello del
cavaliere che dovrebbe accompagnarmi… - affermò avvampando in viso – il
marchese mio zio vorrebbe farmi scortare da quel vecchiaccio del suo amico il
barone Tumber, ma io preferirei qualcuno che sappia rendermi allegra,
soprattutto durante una noia mortale come il ballo reale! –
Janise
lo fissò per fargli capire che era lui la persona di cui stava parlando, ma il
duca non sapeva che rispondere: aveva sognato quelle parole uscire dalle labbra
della piccola Janise, ma ora che l’aveva fatto aveva timore nell’accettare.
-
Avete perfettamente
ragione… - si limitò a dire.
-
Non volete essere
voi a farmi compagnia? – chiese sfacciatamente ora.
...e affetti sofferti
Da
qualche tempo, madamigella Oscar e André non perdevano neanche un ballo. Di
solito, era difficile vederli tra gli ospiti dei quasi giornalieri ricevimenti,
ma nell’ultimo periodo tutte le sere si presentavano ad un ballo diverso.
Il
motivo doveva essere segreto, ma Sophie riuscì a strapparlo alla bocca di André.
Un ladro, che tutti chiamavano il Cavaliere Nero, stava trafugando i nobili,
passando inosservato durante i balli.
-
Deve essere
eccitante! – aveva esclamato Sophie, venendolo a sapere.
Salvo
poi accorgersi che non era per niente elettrizzante l’essere costretta a
promettere il massimo riserbo e a dover starsene a guardare senza poter
partecipare all’azione.
-
Stasera verrete al
ballo organizzato da madame della Ferracies? – chiese ai due dopo
un’estenuante ora di allenamento.
-
Certo! Potremo mai
perderci un ballo tanto spassoso?! – fece André con tono ironico.
-
Bene! Così potrete
vedere il mio nuovo abito celeste! – sentenziò Sophie con entusiasmo.
-
Già… ci sono
donne che si recano a certi balli solo per sfoggiare le loro qualità estetiche
migliori! – disse amaramente il ragazzo.
Se
Sophie avesse avuto ancora qualche dubbio sull’identità della misteriosa dama
che aveva danzato con Fersen qualche sera prima, adesso era più che certa che
non poteva trattarsi d’altri che di madamigella Oscar. Ci fu qualche attimo di
imbarazzante silenzio. Poi, Oscar e André andarono via congedandosi da Sophie
sicuri che si sarebbero rivisti quella sera al ballo.
Lì
per lì, a Sophie era sembrato che la negativa opinione che André aveva
espresso quel pomeriggio non la riguardasse affatto, ma ripensandoci a fondo si
rese conto che quel giudizio interessava anche lei. Si sentì enormemente
stupida: come aveva potuto permettere che André si facesse una simile idea di
lei? Decise, così, di evitare di indossare il nuovo abito celeste, troppo
opulento e vistoso, a scapito di un abito molto semplice, come quelli che era
abituata ad indossare all’inizio della sua vita da assidua frequentatrice di
feste da ballo.
Non
passò comunque inosservata e i soliti ammiratori facevano a gara per ottenere
di ballare con lei.
Dopo
qualche giro di danza, però, Sophie intravide Oscar e André tra gli ospiti.
Finito il turno del cavaliere col quale stava danzando, la ragazza evitò tutti
gli altri corteggiatori e si districò tra la folla alla ricerca dei due. Notò
che si erano divisi. Molto probabilmente l’avevano fatto per controllare
meglio la situazione, pensò. Trovò André appoggiato a una colonna con lo
sguardo attento.
-
Buona sera, André!
–
-
Buona sera,
mademoiselle. – rispose – Dove avete lasciato il vostro nuovo abito celeste?
– le chiese non senza un tocco di sarcasmo.
-
A casa… era
troppo ingombrante! – poi gli sussurrò piano - Avete notato qualcosa di
sospetto?? –
-
No, nulla di
sospetto! – rispose egli divertito.
-
Allora potreste
ballare con me! – osservò entusiasta.
-
Non credo… -
contestò con un po’ d’imbarazzo.
-
Invece si! Fatemi
danzare, André! – disse trascinandolo per una mano.
André
ricordò quel giorno in cui Sophie aveva fatto la stessa cosa per costringerlo
ad entrare in casa, nonostante sapesse che egli era solo un attendente e per
niente un nobile. Si sorprese ancora una volta di quella ragazza. Da quel giorno
aveva imparato a conoscerla meglio e l’aveva trovata diversa da tutti gli
altri nobili, ma non pensava che sarebbe addirittura arrivata ad esporsi in
pubblico ballando con lui. Ne fu compiaciuto. Tutti i suoi discorsi non erano
stati vani dunque, pensò.
-
Come?? André è
stato ferito?? – gridò Sophie dopo aver ricevuto la notizia da un messaggero
della famiglia Jarjayes.
La
notizia fu tanto brusca che Sophie ne rimase molto scossa. E pensare che fino al
giorno prima si erano visti durante l’allenamento che Oscar le aveva
impartito, e ora… Come poteva cambiare tutto nel giro di poche ore!
Sophie
si preparò e, nel giro di pochissimo tempo, si recò a palazzo Jarjayes.
La
sua visita stupì tutti, soprattutto la nonna di André, ma la ragazza non
riusciva a starsene a casa senza sapere che ferita fosse stata inflitta
all’amico e quale fosse la sua gravità.
Non
poté fare molto, se non incoraggiare l’anziana governante e stare vicina ad
Oscar. Anche lei soffriva molto per quello che era accaduto, si vedeva.
Per
tutto il periodo della convalescenza di André, Sophie si recò a fargli visita
giornalmente. Gli leggeva dei libri, cercava di trovare dei piacevoli argomenti
di conversazione e trascorreva del tempo con Oscar, quando ella tornava dalla
reggia, cercando di distrarla dalle preoccupazioni per la salute dell’amico.
E
quando il responso del medico fu definitivo e ad André non rimasero speranze di
poter riacquistare la vista dall’occhio sinistro, a Sophie sembrò che anche
una parte della sua vita avesse subito un danno irreparabile come l’occhio di
André.
Quello
che successe dopo fu incomprensibile per Sophie. Madamigella Oscar lasciò,
senza alcun motivo apparente, il comando delle guardie reali e accettò
l’incarico assegnatole presso la caserma di Parigi, André si arruolò nella
guardia metropolitana ed entrambi le dissero addio per un certo periodo.
Nonostante
gli sforzi degli zii e dei cugini, Sophie sentiva un’immensa mancanza di
madamigella Oscar e André e, solo quando, dopo qualche mese, i due si fecero
rivedere, la ragazza riuscì a riprendersi dal suo senso di abbandono e
solitudine.
Sembrava
che tutto fosse tornato a posto, ma il fatto che i due non si recavano più
insieme a trovarla insospettì Sophie, anche se non riuscì mai a farsi spiegare
il perché di quelle visite disgiunte. Aveva solo l’impressione che tra loro
due ci fosse stato qualche screzio, ma l’accettò pur di poter trascorrere
ancora qualche tempo con loro.
Certo,
Oscar e André non avevano più tempo da dedicarle in lezioni di scherma, ma
anche le poche ore che trascorrevano con lei o le lettere che le inviavano, la
facevano sentire bene. Chissà se un giorno sarebbero riusciti nuovamente a
trovarsi tutti e tre insieme come accadeva fino a qualche tempo prima, si chiese
Sophie auspicandolo con tutto il cuore.
Quel
periodo non fu certamente uno dei più felici della vita di Sophie. Madamigella
Oscar e André le mancavano molto e, inoltre, i crescenti impegni di Marianne la
tenevano sempre più lontana dall’amica.
Marianne,
infatti, stava preparando il suo matrimonio, che sarebbe stato celebrato durante
il successivo autunno. Avrebbe sposato il barone de Dumane, un giovane e
mediocre nobile che aveva da poco ereditato titolo e scarsi possedimenti dal
padre. E pensare che anche questo signorino era stato uno di quelli che, qualche
tempo prima, avevano chiesto la mano di Sophie! Ma a Marianne tutto ciò non
sembrava interessare affatto. L’unica cosa che le importava era sposarsi, con
chi era ormai un dato accessorio.
Era
stata una notizia che, dopo tutti i cambiamenti dell’ultimo periodo, aveva
colto Sophie impreparata e l’aveva gettata in una più profonda angoscia. Il
timore di restare completamente sola la logorava e, l’idea che Marianne
potesse accettare una simile unione senza provare nessun affetto per il suo
futuro sposo, iniziava a farle credere che tutte le persone al mondo fossero
soltanto degli ipocriti arrivisti.
Davanti
a tutti Sophie cercava di apparire la stessa, non voleva che nessuno si
accorgesse della sua sofferenza, ma tutto il mondo sembrava esserle caduto
addosso e tutto ciò che la circondava era entrato in crisi. L’unico punto
fermo era Fersen.
Infatti,
nonostante i buoni propositi di allontanarsi il più possibile da lui, Sophie
non ne fu in grado. L’incontrarlo continuamente ai vari balli, a corte e
perfino a palazzo Etienne, ma soprattutto l’intensità dei sentimenti che si
era resa conto di provare per quell’uomo, non agevolarono le sue intenzioni.
Così, in breve tempo, si trovò nuovamente avvinta al conte di Fersen e, questa
volta, in maniera ancor più complicata…