False verità
Nel
giro di qualche giorno, tutti gli effetti personali di Janise furono riportati
alla tenuta dei Saint Etienne e il suo ritiro dal collegio fu giustificato
dall’inefficienza della direttrice. Mr Savien de Etienne aveva passato,
infatti, un’intera mattinata a rinfacciare a mrs Steinbeck la fuga della
nipote, come prova evidente della sua inaffidabilità. La donna era rimasta in
silenzio ad accettare quei rimbrotti: nulla le avrebbe fatto perdere la calma e
la sua ineguagliabile signorilità!
Per
Janise quella fu una vera liberazione. Finalmente era a casa, lontana da ogni
costrizione e soprattutto distante da Lydia! L’unica cosa di cui si
rammaricava era di non essere riuscita a salutare come si conviene le amiche che
le erano sempre state vicine e avevano sempre creduto in lei.
La
casa era in fermento per gli imminenti preparativi dell’ennesimo viaggio in
cui Janise avrebbe seguito lo zio. Questa volta i due si sarebbero diretti nelle
Americhe, paese nel quale lo zio Savien aveva comprato alcune terre e che ora
era interessato a rivendere. Dal canto suo, Janise era immensamente felice di
poter ricominciare a viaggiare e... quale miglior posto, se
non quello dove risiedeva sua sorella?? Finalmente l’avrebbe
riabbracciata!
La
carrozza era pronta all’entrata e il padrone stava dispensando gli ultimi
ordini ai suoi servitori.
-
Zio, credete che ci potremmo
fermare in un negozio? Vorrei comprare qualcosa per Sophie, se me lo permettete.
–
L’uomo
sentì un brivido freddo corrergli lungo la schiena. Già, era stato proprio lui
tempo prima a dire alla nipote che sua sorella era stata portata nelle Americhe.
E ora come avrebbe fatto a togliersi da quel pasticcio?
-
Mia cara, le Americhe sono
talmente immense… non credo che ti sarà possibile rivederla. – mentì.
-
Ma… zio! Come?! Sono anni
che non la vedo! E ora che ci dirigiamo nelle Americhe, voi non me la fate
incontrare? – protestò imbronciata.
-
Janise, io… mi dispiace,
ma non credo sarà possibile! – concluse con tono risoluto.
La
ragazza sentì delle calde lacrime scivolargli sul volto. Non aveva mai sentito
lo zio rivolgersi a lei con tale brutale modo e ciò la faceva star maggiormente
male . Non disse una parola di più per tutto il tragitto e non aprì bocca
neppure quando furono saliti sulla nave. Anche l'uomo si sentiva terribilmente
afflitto per come aveva parlato alla nipote, ma come poteva dirle la verità?!
Lui e suo fratello avevano deciso di tenerle lontane, ma mentre August aveva
detto a Sophie che la sorella era morta, lui non ne aveva mai avuto il coraggio.
A quanto sembrava, però, era giunto il momento di farlo...
Bussò
pacatamente alla porta della stanza della nipote. La ragazza non rispose, ma
egli entrò ugualmente. Si diresse verso il letto sul quale Janise era seduta,
mentre guardava fuori dall’oblò le onde del mare.
-
Piccola mia, io… io non
sapevo come dirtelo, ma vedi... tua sorella non è nelle Americhe. –
Janise
guardò lo zio con aria interrogativa e alquanto stupita.
-
Cosa volete dire? Dov’è
mia sorella? –
-
Lei… non vi è mai giunta.
La sua nave affondò prima di giungere a destinazione… -
Janise
non poteva crederci, non poteva aver perso anche sua sorella ed essere rimasta
sola al mondo! Tutti i suoi progetti, tutti i sogni che avrebbe voluto
realizzare una volta che si fosse ricongiunta a Sophie, svanirono
improvvisamente come neve al sole. Un tremendo dolore le lacerò il petto, le
sembrava che mille spilli la stessero trafiggendo.
-
Vi prego di lasciarmi
sola... – disse con la voce spezzata dal dolore.
Lo zio acconsentì e, solo in quel momento, la ragazza si lasciò andare in un ininterrotto pianto.
La
loro vacanza in quelle terre lontane durò poco più di tre mesi e non fu per
niente un soggiorno felice. Dal
giorno in cui lo zio aveva rivelato a Janise della tragica fine della sorella,
la ragazza non aveva più rivolto la parola ad alcuno, distrutta com’era dal
dolore. Lo zio aveva provato a scuoterla da quello stato disperato in cui Janise
era caduta, ma non ci era riuscito: tutti i suoi sforzi sembravano essersi
rivelati inutili. Una volta tornati a Londra, le aveva perfino comprato vestiti
e cappellini nuovi, tutto ciò che una ragazza potesse desiderare, e si era dato
da fare per riempire perennemente la loro casa di nobili dame e giovani
cavalieri, ma nulla sembrava potesse giovare alla nipote.
Un
pomeriggio, abbandonati momentaneamente le sue carte e i suoi affari, Savien si
ritrovò presso l'imponente vetrata del suo studio che dava sul giardino. Poco
lontano, vide la nipote intenta a strigliare Tuono. Sembrava gli stesse parlando
nel frattempo... Si! Adesso sapeva cosa fare per renderla felice!
-
Posso entrare? – chiese la
zio aprendo la porta della stanza di Janise.
La
ragazza non rispose.
-
Janise, volevo presentarti
il nuovo scudiero di Tuono. – disse lasciando il passo alla persona che lo
seguiva.
-
Nick… sei davvero tu? –
esclamò Janise balzando dal letto e correndo incontro all’amico.
Savien si complimentò con sé stesso per la brillante idea. Quando era partito alla volta di Londra, in cerca del ragazzo, non credeva sarebbe stato capace di rintracciarlo, ma ci era riuscito! Dopo aver elargito varie somme di denaro a pezzenti e approfittatori nella misera periferia, aveva finalmente trovato il ragazzo in una bettola dove, da qualche tempo, ormai lavorava come cameriere. Gli aveva proposto un lavoro, vitto e alloggio presso la sua casa e Nicholas non se l'era certo fatto ripetere due volte! Se solo gli fosse venuto in mente prima, si rimproverò.
Janise
ritornò al suo solito buon umore e alle salutari cavalcate in compagnia dell'
amico. Era felice di poter stare
nuovamente vicina a Nicholas: oramai nessuno poteva impedire loro di
parlarsi ed obbligarli a stare lontani. A nessuno, neppure allo zio, importava
cosa ne avrebbero detto le malelingue del vicinato: l'importante era che Janise
fosse felice.
-
Sono davvero contento,
Milady. – disse un giorno Nicholas.
-
Di cosa, Nick? –
-
Di poter stare qui con voi,
di respirare il vostro profumo ogni momento della giornata. – sospirò
sdraiandosi sul prato in fiore.
-
Che vorresti dire? –
chiese incredula.
-
Promettete di non
arrabbiarvi? –
-
Sì, certamente. –
-
Milady, io non ho paura di
quello che penserete di me, né di quello che potrà succedere. Io sento solo il
bisogno di dirvi che mi sono innamorato di voi. So che questo non cambierà le
cose, ma volevo che voi lo sapeste! –
La
ragazza sorrise amaramente.
-
Non sai quante volte ho
sognato di sentire queste tue parole, Nick. Ho pregato giorno e notte che tu ti
accorgessi di me, che mi stringessi fra le tue braccia, non solo quando ero
triste. Ma le cose sono cambiate e, anche se darei qualsiasi cosa per restare
per sempre con te, io ormai sono a tutti gli effetti una nobile. –
- Già c’è chi nasce povero e chi… -
Janise
non lo fece finire.
-
Io sono nata povera. Mio
padre era un marchese che scelse di vivere come un semplice contadino. Mio nonno
l’aveva ripudiato e io, fino a pochi anni fa, vivevo a Parigi, in una misera
casa, dove io e mia sorella dovevamo lavorare per aiutare i nostri genitori a
procurarci di che vivere... –
Ormai si sentiva pronta a parlarne. Non voleva più tacere, almeno non con lui. Così gli raccontò tutta la sua storia, ed egli, dopo quelle parole, capì molte cose.
Un pericolo scongiurato
Le
giornate passavano più o meno tranquillamente. Sophie continuava i suoi studi,
passava delle ore insieme alla famiglia discutendo e scherzando, trascorreva
diversi pomeriggi in compagnia di Marianne e aspettava con ansia che madamigella
Oscar e André si recassero da lei nei giorni stabiliti.
Una
volta alla settimana, però, la ragazza andava al convento per far visita alla
zia Marie Elen e con lei occupava tutto il tempo della visita a parlare del
padre e della loro infanzia. La zia le raccontava di emozionanti episodi e
piano, piano Sophie scopriva particolari inaspettati a riguardo di tutti i suoi
cari. Poter parlare con lei faceva sentire Sophie più serena, soprattutto perché
c’erano alcune cose di cui non poteva parlare con nessun altro. Di Janise, ad
esempio. A chi avrebbe potuto raccontare della sorella per cui aveva tanto
pianto e di cui sentiva un’infinita mancanza? Nessuno, prima di allora, era
sembrato disposto a tale argomento.
Altro
diversivo erano i molti balli alla reggia o nei rispettivi palazzi dei singoli
nobili, ai quali Sophie partecipava ormai festante ed entusiasta. Ogni sera la
schiera dei suoi corteggiatori si allargava di nuovi adulatori ed ella
continuava a civettare divertita con tutti. Ad ogni ballo si riprometteva di
cercare madamigella Oscar e André, ma finiva sempre per dimenticarsene.
André
aveva più volte manifestato a Oscar il suo sconcerto per il comportamento di
Sophie. Quando era con loro sembrava un’altra persona: assennata, ragionevole
ed estranea a tutte le frivolezze di corte. Invece, a vederla a tutti quei
balli, ad ammaliare tutti quegli uomini coi suoi atteggiamenti salottieri ed
effimeri, si stupiva che fosse la stessa Sophie con la quale spesso aveva
parlato delle sofferenze che il popolo sopportava e che aveva visto affliggersi
a quelle notizie. Oscar, comunque, aveva vietato ad André di fare apprezzamenti
simili di fronte alla ragazza ed egli aveva sempre obbedito.
Poi
ci fu l’estate e per più di un mese e mezzo la famiglia de Saint Etienne si
trasferì nella residenza sulle coste del Mediterraneo. Fu un piacevole
soggiorno, durante il quale Sophie ebbe modo di passare maggior tempo con i
cugini e gli zii, ma, già dopo poche settimane, desiderò con ansia il momento
in cui sarebbero tornati a Versailles e avrebbe rivisto madamigella Oscar, André,
Marianne e la zia Marie Elen.
Di
ritorno a casa, fu molto felice di vedere che nulla era cambiato. Marianne le
raccontò del suo viaggio in Inghilterra, realizzato con la scusa di far visita
al fratello maggiore che studiava in quella Paese, mentre madamigella Oscar e
André si recarono a farle visita appena saputo del suo ritorno. Era
infinitamente felice di essere tornata, pensò.
Qualche
giorno dopo il primo ballo al quale la famiglia de Saint Etienne aveva
partecipato dopo l’estate, in casa si respirava un clima alquanto frenetico.
Sophie aveva capito che tutti stavano complottando qualcosa che la riguardasse,
ma non riusciva a capire cosa fosse. Così, decise di chiederne spiegazione.
-
E’ una cosa
meravigliosa! – esclamò la zia che non stava più nella pelle.
-
Ebbene, Sophie,
questo è un affare delicato… - iniziò lo zio seduto all’estremità del
lungo tavolo – Ultimamente mi sono trovato a parlare con vari gentiluomini che
mi hanno chiesto di concedere loro la tua mano. –
-
Un matrimonio… -
bisbigliò sgomenta.
-
Si. Precedentemente
ho sempre rifiutato adducendone la tua giovane età, ma ora madame insiste perché
tu inizi a considerarne l’eventualità. – disse riferendosi alla moglie.
-
Pensa, Sophie!
Sarebbe magnifico! Tra tutti quelli che hanno chiesto la tua mano, però, mi
permetterai di consigliarti! Io escluderei sicuramente il barone de Flamy, a lui
preferisco senz’altro il figlio del conte de Chavaniac: è giovane,
affascinante ed erediterà il titolo e i vasti possedimenti del padre! –
La
donna continuava a pronunciare parole come un fiume in piena, apprezzando uno
dei pretendenti, disprezzandone un altro e pianificando già la cerimonia delle
nozze. Tutti gli altri componenti della famiglia ascoltavano in silenzio. Ad un
tratto, Sophie si alzò in piedi di scatto, facendo cadere la sedia sulla quale
era stata seduta, e gridò:
-
No! Io non voglio
sposarmi! Non voglio andare via di qui! – e corse via.
Era
molto buio. Sophie camminava per il parco del palazzo seguita da uno dei
bellissimi cani che le chiedeva di giocare. Si fermò ad accarezzarlo. Quel
giorno, poche ore prima, le era sembrato che il mondo le fosse caduto addosso.
Non aveva mai pensato a una prospettiva simile a quella che le era stata
prospettata a tavola, o meglio, ci aveva pensato, ma come ad un futuro ancora
molto, molto lontano. Non pensava che una simile questione avesse potuto
minacciarla tanto presto.
-
Non riesci a
dormire?! – chiese una voce.
-
No, Maximilien. –
rispose senza voltarsi.
La
ragazza si rialzò e riprese a camminare. Il cugino prese un bastoncino da terra
e lo lanciò lontano per il cane, che iniziò a correre verso la direzione in
cui era stato scagliato il legno. La seguì. Nessuno dei due parlava. Infine,
arrivarono presso un ruscelletto che scorreva lì vicino. Sophie si sedette
sull’erba, mentre Maximilien prese alcuni sassolini e cominciò a tirarli
nell’acqua.
-
Non devi prenderla
così. Lo sai com’è fatta mia madre: è una brava donna, ma per lei il
matrimonio rappresenta l’apice della felicità. Se dipendesse solo da lei, io
e Charles saremmo già accasati da molto tempo! – disse con espressione
divertita.
-
Io, però, non
voglio…non per il momento, almeno… -
-
Non ti preoccupare:
nessuno ti obbligherà, se non vorrai. – dichiarò deciso.
In
quel momento a Sophie venne in mente la zia Marie Elen: a lei sì che era stato
imposto il matrimonio, ma soprattutto l’uomo che sarebbe dovuto diventare suo
marito. Un brivido di terrore le scosse il corpo.
-
Piuttosto
preferisco il convento! – gridò inorridita.
-
No, non ce ne sarà
bisogno! Ti do la mia parola! – disse egli abbracciandola per rassicurarla.
La
mattina seguente, prima di colazione, lo zio fece chiamare Sophie nel suo
studio. Le assicurò che nessuno l’avrebbe obbligata ad accettare una proposta
di matrimonio e che, da quel momento, poteva ritenersi tranquilla. Tutto sarebbe
andato avanti come sempre e lui avrebbe cercato qualche scusa per declinare
gentilmente le proposte.
Non
era stato d’accordo neanche lui con l’idea della moglie, ma aveva accettato
di porre Sophie di fronte a quella scelta solo perché madame de Saint Etienne
lo aveva convinto che il matrimonio era la cosa che una ragazza di buona
famiglia desiderasse di più al mondo. Si era sentito un’egoista pensando che
il suo desiderio di avere ancora in casa per un po’ la nipote potesse
danneggiarla. Non appena, però, Maximilien era corso a raccontargli della sua
conversazione con Sophie e della sua risolutezza a non volersi sposare, il
marchese si era sentito sollevato. Poter passare tutti i giorni qualche ore con
Sophie, sentire le sue allegre risate, vederla andare d’amore e d’accordo
coi suoi sei figli, darle la buona notte ogni sera e vederla felice nella sua
casa, gli dava l’impressione di essere più vicino a quel fratello che aveva
perso e cui avrebbe voluto essere stato maggiormente d’aiuto.
Così,
vietò categoricamente alla moglie anche solo di accennare alla questione
matrimonio e di non farsi vedere contrariata da Sophie per nessun motivo.