Punizioni
La
settimana di vacanza passò troppo velocemente.
Janise si era completamente ristabilita e lo zio non ritenne opportuno che si
trattenesse oltre lontana dal collegio per non compromettere i suoi studi.
Non appena rimesso piede in collegio, Janise ebbe la strana impressione che
tutte le educande la
guardassero in modo strano. Che Lydia fosse una gran pettegola lo sapeva
benissimo; che non perdesse occasione per insinuazioni varie, era all'ordine del
giorno; ma che anche le altre ragazze la guardassero in quella strana maniera,
le fece intuire che qualcosa non andava e ben presto ne capì il motivo.
Erano
passati appena due giorni dal suo rientro in collegio quando, mentre si stava
tenendo una lezione di musica, una delle domestiche entrò in aula, annunciando
che mrs Steinbeck chiedeva gentilmente a miss de Saint Etienne di presentarsi
immediatamente nel suo ufficio. Janise si congedò dall’insegnante e dalla
classe con un inchino e seguì la domestica.
-
Miss de Saint
Etienne, sono diverse settimane che ho un discorsetto da farle. - aveva
iniziato.
-
Mi dica pure,
madame. – rispose tranquillamente la ragazza, dopo essersi seduta.
-
Mi sono giunte voci
circa un suo intimo rapporto con il giovane Nicholas. Volevo accertarmi che
queste voci fossero delle pure e semplici dicerie. - la voce della donna era
aspra e minacciosa.
-
Nicholas e io...?
No, nessun rapporto, madame. Parliamo solo ed esclusivamente del cavallo… -
rispose abbassando lo sguardo.
Non
poteva permettere che Nicholas venisse punito e, anche se non aveva mai mentito
a nessuno, quella volta dovette farlo. La vita del suo amico era più importante
di alcune imposizioni morali.
-
Bene. Voglio
crederle. Sia ben chiaro, però, che se dovessero arrivarmi altre voci del
genere, sia lei che Nicholas passerete dei grossi guai. – dichiarò.
Detto
questo, mrs Steinbeck congedò Janise. La ragazza si alzò dalla poltrona di
velluto verde e uscì dalla stanza. Fuori, ad attenderla, c'era Lydia.
-
Devo preparare il
vestito per le tue nozze con lo scudiero? Se ci tieni, posso farti da damigella
d'onore! - esclamò ridendo.
-
Lydia… tu
sei… una persona orribile! – mormorò correndo via.
Era
una bella giornata di sole, ormai l'anno scolastico era quasi giunto al termine
e nel collegio
non si parlava d'altro che delle imminenti vacanze estive. Chi le avrebbe
trascorse in viaggio verso Paesi lontani con i genitori o chi, semplicemente,
sarebbe ritornata in famiglia.
Dopo
quello che mrs Steinbeck le aveva intimato, Janise non sapeva come comportarsi.
Come dire a Nicholas che non avrebbe più potuto parlargli?
Entrò
nella scuderia dove il ragazzo era intento a cambiare il fieno di Tuono. Si
avvicinò ad accarezzare il cavallo, ma non una sola parola fra loro. Sembravano
due estranei, eppure si capiva lontano un miglio che avrebbero voluto dirsi
qualcosa.
Solo
alla fine della consueta cavalcata, quando Janise riportò Tuono nelle scuderie,
dove porse le briglie al ragazzo, Nicholas riuscì a dire:
-
Mrs Steinbeck mi ha
vietato di parlarvi... mi dispiace, milady. –
Janise
lo aveva già capito, così sorrise debolmente e se ne andò rassegnata.
Pianse
per tutta la notte. Non riusciva a capire come quella donna potesse rovinare lo
splendido
rapporto che era riuscita a instaurare con Nicholas. Che male c'era nel
coltivare le amicizie?! Per la società in cui si trovava ora, Nicholas era solo
uno del popolo e lei una nobildonna, ma queste differenze non le importavano.
Lei stessa era una del popolo!
Si
asciugò le lacrime e indossò una vestaglia. Era ancora buio, forse le due o le
tre di notte, e nel corridoio non si sentiva volare neanche una mosca.
In
punta di piedi, Janise scese la grande scalinata che portava al piano di sotto.
Ad ogni minimo rumore si fermava sperando di non essere scoperta. Uscì dalla
porta sul retro della cucina e attraversò il giardino. Bussò ripetutamente ad
una porta.
-
Milady... cosa ci
fate qui a quest'ora? - chiese Nicholas tirandola in casa per un braccio e
controllando se qualcuno l'avesse seguita.
-
Non riuscivo a
dormire... –
Il
ragazzo la fece sedere su una sedia alquanto consunta e, vedendola tremare, la
circondò con una coperta. A quel gesto, Janise scoppiò a piangere e quasi
istintivamente Nicholas l’abbracciò
per cercare di consolarla.
-
Vorrei rimanere così
per sempre… - sussurrò Janise, sentendosi sollevata da quell’affetto.
Ma
quel momento fu interrotto dalla porta che si spalancò minacciosamente,
facendo scorgere sulla soglia l'imbestialito volto di mrs Steinbeck.
-
Miss de Saint Etienne!! Cosa
sta succedendo qui? – tuonò.
Alle
sue spalle, miss Lynch sconvolta stringeva forte il suo scialle, mentre Lydia sogghignava crudelmente.
I
giorni successivi furono tragici. Mrs Steinbeck aveva preso seri provvedimenti
nei confronti di Nicholas, cacciandolo via dal collegio, mentre per Janise non
poté far altro
che impedirle di
continuare le lezioni di equitazione, obbligandola a restare chiusa in camera
sua nel tempo libero. Quella era l'unica punizione che poteva
infliggerle: non poteva cacciarla dal collegio per non compromettere il buon
nome della sua scuola e la sua rispettabilità. No, quell'incidente doveva
rimanere tra le mura della scuola!
Janise
era alla finestra quando Nicholas, con le sue poche cose in una valigia
sgangherata, era
uscito dal cancello della scuola, prendendo la strada che l'avrebbe condotto
chissà dove. Per colpa sua era stato costretto ad andarsene. Non aveva più una
casa né dei familiari da cui tornare. Che avrebbe fatto? La ragazza si mise a piangere
disperatamente, sperando che quello fosse solo un terribile incubo dal quale
presto si sarebbe svegliata. Oh... se non fosse andata da lui quella notte!
Prima
di varcare il cancello e lasciare definitivamente il collegio, Nicholas alzò
d'istinto lo sguardo verso la finestra alla quale era affacciata Janise. Non le
portava rancore. Non era colpa sua se tutto ciò era accaduto o, per lo meno,
non voleva affatto pensarlo. Le sorrise e alzò la mano in cenno di saluto.
Era
così che Janise voleva ricordarlo: solare e allegro come sempre e nonostante
tutte le avversità del destino.
D'altra
parte, Janise non riusciva proprio a farsene una ragione. L'aria in collegio era
diventata insopportabile. Tutte le educande facevano allusioni circa una
fantomatica storia d'amore fra lei e il povero Nicholas e neanche l'appoggio
delle sue più care amiche riusciva a farla stare meglio. Mrs Steinbeck non
perdeva occasione per rinfacciarle il favore che le aveva fatto non dicendo
niente a suo zio di quello che era accaduto e il tempo che rimaneva chiusa in
camera sua la faceva impazzire.
Doveva
fare qualcosa. Ormai erano circa due settimane che quella situazione andava
avanti e certo non sarebbe riuscita ad aspettare la fine del mese per le vacanze
estive che le avrebbero portato un po' di tranquillità. Doveva andarsene da lì!
Quella
notte, in groppa a Tuono, uscì dal portone della scuola e si diresse verso la
campagna, dov'era situata la residenze dello zio.
Arrivò
a destinazione infreddolita e spaventata.
I
servitori che l'avevano vista arrivare erano corsi ad avvertire monsieur de
Saint Etienne, il quale si era precipitato all'ingresso per accogliere la nipote
e capire perché mai fosse lì.
La
fece sedere sul divano accanto al camino e si fece spiegare tutto ciò che era
successo. Janise pensò che la cosa più giusta da fare fosse dire la verità,
al diavolo ciò che sosteneva mrs Steinbeck!
Infatti
lo zio, dopo un primo momento di collera, cercò di calmarsi, intuendo che, per
essere
fuggita, la situazione a cui era stata sottoposta la nipote era stata certamente
insostenibile. La
tranquillizzò dandole un bacio sulla fronte e suggerendole di farsi una buona
dormita, accompagnandola lui stesso nelle sue stanze.
-
Domattina manderemo
qualcuno a prendere le tue cose, piccola. – concluse.
Tradizioni familiari
Il
giorno dopo al ballo, Sophie aspettò trepidante l’ora in cui sarebbe dovuta giungere
madamigella Oscar: sperava davvero tanto di poterla rivedere.
-
Madamigella Oscar!
– esclamò estasiata appena la vide.
-
I miei omaggi,
mademoiselle Sophie. – la ossequiò Oscar facendo un inchino.
-
Sono felice di
rivedervi! –
-
Anch’io, e vi
prego di scusarmi se nei giorni passati non ho potuto adempiere all’impegno
che avevo preso con voi. – disse con tono garbato e composto.
-
Non dovete
preoccuparvi per questo: so benissimo che siete stata molto impegnata a corte e
comunque André è stato un maestro eccezionale! – affermò sorridendo.
-
Vi ringrazio,
mademoiselle, ma penso che stiate esagerando! – esclamò André.
-
Oh, no! Ad ogni
modo, ieri sera non vi ho visti al ballo: come mai?! –
-
Forse perché
eravate circondata da tutti quegli ammiratori e troppo impegnata a sfoderare le
vostre grazie! – dichiarò André non senza sarcasmo.
Oscar
lo fulminò con lo sguardo e lui si sentì mortificato per quello che aveva
appena detto, ma Sophie non ci fece caso: lì per lì, credette che quello fosse
stato un ennesimo complimento.
Così,
per più di un’ora, Oscar addestrò la ragazza nell’arte della spada e
nessuna delle due risparmiò fatica o impegno fino alla fine.
Poi,
quando Oscar e André se ne andarono, Sophie si diresse nella sua stanza a
cambiarsi e prepararsi per la cena con la famiglia.
Era
una grigia mattina primaverile, quando la famiglia de Saint Etienne si preparava
alla consueta visita annuale al convento fondato da una loro antenata circa un
secolo prima. Ogni anno, in quello stesso giorno, quello in cui le rose
cominciavano a sbocciare dopo il freddo inverno, tutti i componenti della
famiglia si recavano al convento a celebrarne l’anniversario della
consacrazione. L’ingresso era consentito soltanto a loro, in quanto
discendenti dei fondatori e benefattori del luogo santo. Era sempre la stessa
cerimonia: santa Messa e intrattenimento di qualche ora con le monache che, per
l’occasione, preparavano dolci e liquori speciali. Inoltre, da quando, qualche
anno prima, una sorella del marchese de Saint Etienne era entrata a far parte
della congregazione, la loro visita era maggiormente gradita e molto attesa.
Per
Sophie sarebbe stata la prima partecipazione a quell’appuntamento familiare,
ma soprattutto il pensiero di conoscere la sorella del padre, che non aveva mai
visto prima, non la faceva stare nella pelle.
Arrivarono al convento, il marchese scese dalla carrozza per andare a bussare alla porta e venire accolto all’interno del convento. Era una specie di rito che si ripeteva fin dal primo anno in cui il primo marchese de Saint Etienne aveva messo piede in quel luogo. Gli uomini, infatti, non potevano essere ammessi all’interno del convento, ma proprio in quel giorno e per tradizione, era consentito ai membri maschili della sola famiglia de Saint Etienne di entrarvi.
Per Charles, Maximilien e Stephen, quell’usanza era ormai sentita solo come
una stupida ripetitività, ma per i piccoli della famiglia non aveva ancora
cessato di essere un avvenimento importante e divertente. Dal canto suo, Sophie
non poté far altro che sentirsi enormemente felice e completamente integrata
nella famiglia. Quella era sua famiglia, con le sue tradizioni delle quali anche
lei faceva parte, pensò raggiante.
Entrarono.
Furono accolti da una schiera di suore con le loro tuniche nere. La madre
badessa presentò i suoi ossequi alla famiglia e, subito dopo, li invitò nella
cappella. Lì visitarono la tomba della loro antenata, la prima badessa del
convento, e dopo si sistemarono per assistere alla celebrazione
dell’Eucaristia.
Dalla
panca riservata alla famiglia de Saint Etienne, Sophie notò una donna che
continuava ad osservarla. Nonostante il velo che le copriva il capo, era molto
bella, ma ciò che la colpì maggiormente furono gli occhi: erano viola come i
suoi! Capì, allora, che quella doveva necessariamente essere la zia e le
sorrise dolcemente per tutta la durata della cerimonia.
Al
termine, mentre gli zii chiacchieravano con la badessa e i cugini mangiavano i
dolci offerti dalle altre monache, Sophie vide la donna farsi incontro a lei.
-
Sophie… - sussurrò
con commozione.
-
Madame… - balbettò
non sapendo cosa dire.
-
O piccola! –
esclamò abbracciandola maternamente.
Marie
Elen era il suo nome, le disse, ed era proprio la sorella di suo padre. Le due
si misero in un angolino in disparte a parlare. Nonostante non l’avesse mai
vista prima, Sophie si sentiva a suo agio con lei e chiacchierarono
piacevolmente per un bel po’.
-
Hai lo stesso
sorriso del mio povero fratello. – disse lei ad un certo punto.
-
Voi… voi
conoscevate bene mio padre? – le chiese timidamente.
-
Si… eravamo molto
uniti… - rispose con gli occhi lucidi.
Vedendo
la commozione sul volto della zia, Sophie preferì sviare il discorso,
chiedendole di offrirle qualche dolcetto, nonostante in quel momento non le
andassero.
-
Potrò tornare a
trovarvi? –
-
Certamente, mia
cara. Quando vuoi. – rispose, baciandola sulla fronte, prima di vederla salire
sulla carrozza.
Sulla
strada del ritorno, la ragazza chiese allo zio di raccontarle qualcosa a
riguardo di sua sorella Marie Elen, era curiosa di sapere perché la zia avesse
deciso di prendere i voti rinunciando a tutte le belle cose che poteva offrirle
la vita mondana.
-
Vedi, Sophie, forse
qualcuno potrebbe anche dire che non è giusto raccontare certe cose a una
giovane fanciulla come te, ma io so che tu comprenderai… -
La
zia Gabrielle, seduta affianco al marito, gli sussurrò qualcosa per persuaderlo
a non intraprendere quel discorso, ma egli non si fece scoraggiare e continuò.
-
Tuo padre era il
primogenito della famiglia, ma quello che forse non sai è che lui e Marie Elen
erano gemelli… -
-
Gemelli?! –
chiese Sophie sbalordita.
-
Si, gemelli. In
quanto tali crebbero assieme e crescendo divennero sempre più uniti.
D’altronde, io ero sei anni più piccolo, Catrine otto e Savien dieci anni e,
quindi, lontani l’uno dall’altro. Quando Maximilien, tuo padre, lasciò la
nostra famiglia, Marie Elen stava quasi per sposarsi. Lei, però, non era
affatto contenta di dover sposare l’uomo che era stato scelto per lei da
nostro padre, così chiese a Maximilien di portarla con sé. Dopo qualche mese,
però, lei si ammalò gravemente e tuo padre, in nome dell’affetto che provava
per nostra sorella, la riportò a casa supplicando nostro padre di riammetterla
nella famiglia e prestarle le cure necessarie che egli non aveva potuto
procurarle. Egli accettò, ma, appena guarita, le impose di prendere i voti e di
rimanere in convento per tutto il resto della sua vita. -
Sophie
non sapeva cosa dire: era tutto così orribile! Come era possibile che il padre
di suo padre fosse stato un uomo tanto crudele?!? Non assomigliava affatto a suo
padre e neanche allo zio. Ora capiva il motivo della malinconia che aveva
letto negli occhi di quella suora sin dal primo momento in cui aveva incrociato
il suo sguardo.
La
ragazza cercò di immaginare suo padre e la zia Marie Elen da piccoli giocare
insieme felici, ma tutto ciò che le affollava la mente era l’immagine del
nonno, vista in un quadro tenuto nella galleria di famiglia, che piombava in
mezzo a loro distruggendone il clima di serenità e spensieratezza.