Cuore in tempesta
-
Miss Sherman, lo sa
che queste sono delle vere e proprie accuse? –
-
Mrs Steinbeck!
Dubita della mia onestà?? Mio padre potrebbe anche offendersi! – rimbeccò la
ragazza.
-
Anche io ero con
Lydia ed ho visto Janise parlare con quello scudiero! - confermò Betty.
Mrs
Steinbeck fece chiamare immediatamente miss Lynch.
-
Tenga d'occhio
quella ragazza e mi riferisca ogni cosa! – le ordinò irremovibile.
Il
tempo passava e le lezioni di equitazione di Janise anche. La ragazza era
diventata un’ottima cavallerizza e, quello che all’inizio era sembrato un
piccolo capriccio adolescenziale, si era mutato in una vera e propria passione
per i cavalli. Tuono era diventato per lei un amico e Nicholas le aveva
insegnato anche a strigliarlo.
-
Lui capisce che
intenzioni avete nei suoi confronti dal modo in cui gli passate la striglia sul
pelo! E lui ha capito che gli volete bene, milady. - le diceva.
Ormai,
molto spesso, Janise faceva delle lunghe cavalcate da sola. Infondo al grande
giardino che circondava il collegio, aveva scoperto un capanno abbandonato nel
quale era solita nascondersi e riflettere sulla sua vita. Le capitava molto
spesso di pensare alla sua amata Francia e ai suoi familiari.
Certamente
non poteva lamentarsi dell'affetto che lo zio Savien le dimostrava, ma come poteva
egli sostituire i suoi genitori e sua sorella? Soprattutto adesso che lo zio
l'aveva rinchiusa in quel collegio… Capiva che era per il suo bene e per la
sua istruzione, ma sarebbe stata più contenta di girare il Paese con lui come aveva
fatto per tutto il precedente anno. Chissà… magari uno dei tanti viaggi che
avrebbe potuto continuare a fare con lo zio, l'avrebbe portata nelle Americhe a
trovare Sophie… Pensava in ogni momento se stesse bene e se fosse felice, se
anche lei fosse circondata da tutti quei lussi che aveva sempre disprezzato e se
anch'essa fosse entrata a far parte di quel mondo che non era a conoscenza dei
problemi del popolo.
Era
sempre riuscita a trattenersi, ma quel pomeriggio i ricordi si erano impadroniti
della sua mente più prepotentemente del solito ed era scoppiata in un pianto
ininterrotto. Le lacrime le scendevano lungo il viso e i singhiozzi le impedivano
quasi di respirare.
-
Miss Janise! Mio
Dio! Vi siete fatta male?! – aveva chiesto Nicholas vedendola tornare in
quello stato.
Non
la chiamava mai per nome, solo quando era preoccupato. E vederla in quelle
condizioni, con il volto tra le mani e le lacrime che le segnavano il viso, gli
aveva fatto temere che le fosse successo qualcosa.
Al
suono di quella voce, Janise alzò lo sguardo e vide il ragazzo. Credeva non ci
fosse nessuno nelle scuderie ad aspettarla, ma evidentemente si sbagliava. Egli
le si fece incontro preoccupato ed ella non poté fare a meno di buttargli le braccia attorno al collo e
continuare a piangere.
-
Siete caduta da
cavallo? Ditemi dove vi fa male!! Chiamo subito qualcuno! - esclamò sempre più
agitato Nicholas.
-
Non sono caduta…
sto bene... - riuscì a rispondere.
Il
ragazzo intuì che il suo era un dolore spirituale e rimase in silenzio,
stringendola a sé ancora di più.
Rimasero
in quello stato per qualche minuto, poi Janise riuscì a calmarsi. Nicholas si
divincolò
dall'abbraccio e, prendendo il viso della ragazza tra le mani, le asciugò le
lacrime. In quell'istante,
Janise sentì un gran calore nel petto, una fortissima emozione che le lacerava
il cuore. Che fosse amore? Eppure, in quei mesi, era sicura di aver dimenticato
tutto ciò che aveva iniziato a sentir nascere dentro di sé e di essere
riuscita a considerare Nicholas come un semplice amico. Chiuse gli occhi e si
avvicinò per baciarlo... ma il ragazzo la fermò senza dire una parola. Janise
si sentì sprofondare. Era riuscita a rovinare tutto!! Si diresse verso la porta
e la spalancò. Solo in quel momento si accorse che era in
atto un fortissimo temporale. Uscì lo stesso e correndo tornò verso il
collegio.
-
Miss Janise... ma
voi avete la febbre! - esclamò miss Lynch.
La
ragazza tossì, ma non disse niente. Era contenta di essersi ammalata: in questo
modo avrebbe potuto evitare Nicholas.
-
Vorrei proprio
sapere come avete fatto a prendervi questa brutta febbre! Sarà il caso che
avverta mrs Steinbeck e vostro zio! –
E,
come un ciclone, la donna si precipitò a mettere a letto la ragazza, rimboccandole le
coperte e correndo ad avvisare la rettrice.
Nel giro di poche ore, la ragazza era stata visitata dai migliori medici della città ed era arrivato anche lo zio, il quale aveva annunciato che avrebbe portato a casa con sé la nipote per farle avere le migliori cure.
Fu
coperta fino al naso con varie coperte e fatta salire sulla carrozza che
l'avrebbe portata a casa. Lo zio non parlò per quasi tutto il viaggio, si limitò ad osservarla ogni tanto.
-
Siete arrabbiato con
me? –
-
E perché mai? Sono
solo preoccupato per la tua salute. – rispose placidamente.
-
Mi dispiace di avervi fatto preoccupare... –
Non
appena furono giunti a destinazione, i domestici di palazzo si occuparono di
lei, portandola nella sua stanza e dandole tutte quelle attenzioni che una
malata si merita.
Janise
era talmente stanca che, appena chiusi gli occhi, si addormentò felice di
essere a casa e lontana da quel terribile collegio.
Si
svegliò l'indomani mattina, quando le portarono la colazione e lo zio le recò
dei fiori. Ancora
debole, Janise si mise a sedere sul letto e bevve il suo tè caldo, guardando
raggiante il vaso di fiori freschi appena sistemato sul camino. Quand'ebbe
finito, lo zio le annunciò che c'era una persona al piano di sotto che era
venuto a trovarla. Janise avrebbe voluto rifiutare, perché ancora non si
sentiva bene, ma dovette farsi forza per non essere scortese. Si sistemò come
meglio riuscì e, quando sentì la porta della sua stanza aprirsi, fece finta di
guardare fuori dalla finestra.
-
Milady. –
A
quel nome, Janise si sentì gelare il sangue nelle vene. Come gli era venuto in
mente di venire fin lì, dopo ciò che era successo nei giorni precedenti?
-
Ho saputo da miss
Jane che vi eravate ammalata e sono venuto a trovarvi... –
Janise
sentì la porta chiudersi e Nicholas fermarsi presso il suo letto, mentre ancora non si era voltata.
-
Non preoccupatevi
per l'altro pomeriggio... – le sussurrò.
-
Mi sento così
sciocca! - esclamò tra le improvvise lacrime.
-
Siete sciocca se lo
pensate. Guardatemi, miss Janise... non roviniamo un'amicizia. L'amore può
finire, ma la vera amicizia è per sempre! –
Nuovamente a corte
Giunse
il pomeriggio della tanto attesa prima lezione di scherma e Sophie aspettava
colei che sarebbe stata la sua maestra in quell’arte ansimando
dall’emozione. Per l’occasione, aveva abbandonato i pomposi abiti ed aveva
indossato un semplice completo stile cavallerizza color bordò, i capelli
interamente raccolti in un fiocco dello stesso colore.
Quando
madamigella Oscar arrivò, accompagnata da André, Sophie le si fece subito
incontro e iniziò a fare loro mille feste. Oscar ne rimase piacevolmente
sorpresa e André sorrise.
Poco
dopo si misero all’opera. Non fu per niente facile, ebbe da osservare
successivamente la ragazza, ma Sophie cercò di impegnarsi lo stesso al massimo
per non deludere nessuno e, soprattutto, per offrire a madamigella Oscar e ad
André un’ottima impressione di lei.
Prima
di andare via, Oscar le fece i complimenti per l’impegno dimostrato e per
l’atteggiamento positivo che aveva saputo mantenere, ma, al contrario di
quello che ci si poteva immaginare dai nobili del tempo, le parole di madamigella Oscar non erano
affatto adulazioni rituali, erano vere e proprie affermazioni di compiacimento e
Sophie lo comprese immediatamente con il cuore traboccante di gioia e
gratitudine.
Ogni
giorno, quando si ritrovavano tutti insieme, i componenti della famiglia Saint
Etienne dovevano rassegnarsi ad ascoltare i racconti entusiasti di Sophie:
madamigella Oscar mi ha insegnato questo, domani tornerà e imparerò
quest’altro, chissà perché oggi non è potuta venire… era quello che
ripeteva continuamente! Tutto quello che diceva era un continuo elogio a
madamigella Oscar, alle sue doti e al suo attendente. Nessuno, però, sembrava
esserne annoiato, anzi, se per qualche motivo Sophie non ne accennava, gli altri
facevano a gara per ricordarle di dilettarli coi suoi racconti. L’unica
persona a cui i suoi racconti non interessavano era Marianne. Sophie non
riusciva a spiegarsene il motivo e, dopo qualche giorno, anche se dispiaciuta,
decise di non parlargliene più.
Quando
Oscar era trattenuta a corte e le risultava impossibile recarsi da Sophie, André
la sostituiva nel suo compito.
-
State diventando
molto brava, mademoiselle! – esclamò André durante un pomeriggio
d’allenamento con la spada.
-
Lo credete
davvero?! –
-
Certo. Non mi
permetterei mai di lodarvi per qualcosa che non fosse assolutamente vero. –
-
Ne sono felice! –
disse soddisfatta di se stessa.
La
ragazza si sedette sul bordo della fontana e depose la spada ai suoi piedi.
-
André… - chiamò,
dopo qualche istante di silenzio.
-
Si, mademoiselle?
–
-
Perché Oscar è
sempre così distante? –
Egli sorrise.
-
E’ il suo
carattere: è stata educata ad essere così fin da piccola. Lealtà, onestà,
coraggio… queste sono le uniche cose che deve dimostrare agli altri. –
-
Nessun sentimento?!
– chiese turbata.
-
Nessun sentimento.
– rispose lui sedendolesi accanto.
Sophie
si fece pensierosa: adesso capiva perché, in quasi due mesi di lezioni con
Oscar, non era ancora mai riuscita a rubarle un sorriso o un gesto amichevole.
Che tristezza, pensò delusa.
-
Qualche tempo fa mi
diceste di essere un figlio del popolo, André, e di esserne orgoglioso… cosa
ci fate allora in mezzo a tutti questi nobili?! –
-
Me
lo sono chiesto spesso anch’io, ma… ho preso un impegno al quale non posso e
non voglio sottrarmi. –
-
Oh, capisco… -
poi, malinconicamente aggiunse - Parlatemi di Parigi… -
-
Non credo sia una
buona idea, mademoiselle: i vostri familiari potrebbero anche punirmi per avervi
parlato di queste cose! – disse ridendo.
-
Vi prego, André, e
poi… chiamatemi solo Sophie… -
-
Non potrei mai,
mademoiselle. – rispose, iniziando a preoccuparsi per le insolite richieste.
-
E’ strano per
me… prima di venire a vivere qui, tutti mi chiamavano sempre e solo Sophie.
Niente titoli o appellativi vari. Solo Sophie, e basta… -
Il
tono della ragazza si fece sempre più malinconico e il suo sguardo si perse nel
vuoto, offuscandosi con qualche cristallina lacrima. André non poté far altro
che sentirsi intenerito da quella reazione e iniziò a parlarle di
quell’argomento a cui, evidentemente, teneva molto.
L’atteggiamento
ribelle che aveva caratterizzato Sophie sin da quando ancora viveva coi suoi
genitori, rimasto sopito durante i primi mesi di vita con la famiglia degli zii,
aveva già cominciato a ridestarsi dando qualche pensiero agli zii e ai suoi
istitutori. L’ultima di tali resistenze si era concretizzata nel rifiuto di
partecipare a tutti i balli che si erano tenuti nell’arco di quei mesi,
contrariando abbastanza la zia. Quella sera, però, decise di presentarsi a
corte. Era più di una settimana che non vedeva madamigella Oscar e, il
desiderio di incontrarla nuovamente, la convinse a partecipare al ballo. André
le aveva spiegato che Oscar era stata molto impegnata coi preparativi per il
ricevimento, ma le aveva anche assicurato che, dal giorno successivo
all’avvenimento, Oscar sarebbe tornata a farle da insegnante. Sophie non si
reputò comunque soddisfatta e decise di chiedergliene conferma personalmente.
Questa
volta, però, non acconsentì che la zia le imponesse un abito troppo sfarzoso o
un’acconciatura estremamente complicata: scelse un semplice, ma elegante
vestito azzurro cielo e volle tenere sciolti i suoi lunghi capelli scuri .
Entrando
nel salone del ballo, la ragazza notò come l’ansia, che l’aveva
accompagnata nello stesso luogo la volta precedente, le fosse completamente
estranea in questa circostanza. Apparve, così, molto più radiosa ed elegante
di quanto non fosse sembrata tempo prima, tanto che la maggior parte dei
presenti giustificarono la sua assenza ai precedenti ricevimenti adducendola ad
un periodo di ulteriore perfezionamento.
Sophie iniziò subito a guardarsi intorno cercando madamigella Oscar, ma non fece in tempo a scorgerla poiché una schiera di uomini le si fece intorno. Erano tutti eleganti e raffinati, alcuni di loro erano giovani, altri abbastanza maturi, ma questo non stupì la ragazza: aveva sentito varie volte parlare di matrimoni caratterizzati da una notevole differenza d’età fra i due coniugi e lei ormai, lo sapeva bene, poteva essere ben considerata in età da marito.
Da
principio Sophie, troppo distratta dal rintracciare Oscar e Andrè, non sembrava
essere interessata alla frotta di ammiratori, ma presto i loro continui elogi e
le incessanti lusinghe le fecero dimenticare il vero motivo per cui aveva
accettato di partecipare al ballo.
-
I vostri occhi
viola sono un’eccezionale rarità, madamigella! – esclamava uno.
-
E i vostri capelli
sembrano seta, mia cara! – apprezzava l’altro.
Tutti
esortavano Sophie di concedere loro almeno un ballo a testa e, tra moine e
maniere sdolcinate, passò tutta la sera a ballare cambiando cavaliere
continuamente.
Nessuno
poteva fare a meno di stupirsi del suo repentino cambiamento: Marianne guardava
sbalordita, la zia era estasiata quanto mai, tutte le dame non riuscivano a
credere di trovarsi di fronte alla stessa ragazza che avevano intravisto poco
tempo prima nascosta sotto il velo della timidezza.
Avvicinandosi
il termine del ballo, la maggior parte dei cavalieri si recò a congedarsi da
Sophie, esprimendole l’auspicio di rivederla alla successiva serata danzante e
chiedendole, coi loro soliti retorici modi, il permesso di poter pensare a lei
nell’attesa di un prossimo incontro.
-
Non c’è bisogno
che vi accordi il mio consenso perché voi pensiate a me, monsieur, ma…
sappiate che anch’io penserò a voi! – esclamava compiaciuta, seducendo gli
interlocutori con risate argentine e sorrisi maliziosi.
Tornando
a casa, comodamente seduta sulla carrozza insieme agli zii, Sophie ripensò alla
serata. Prima di allora, non avrebbe mai immaginato di essere in grado di
comportarsi a quel modo: quanta frivolezza, quanta volubilità era stata in
grado di dimostrare quella sera! L’ammirazione di tutti quegli uomini e
l’invidia di molte dame le avevano procurato una nuovissima e piacevole
sensazione: soddisfazione, compiacimento per se stessa…
Di
fronte a lei, la zia la guardava trasognata. Tutto quello che lei desiderava per
la nipote era la felicità, ma, nella sua ottica, essere felici voleva dire essere
belle, ammirate da tutti, possedere un’infinita moltitudine di corteggiatori
e, in giovane età, trovare un ottimo partito che l’avrebbe sposata
assicurandole (si sperava!) un futuro tutto rose e fiori.
Per
lei era stato così. Da giovane era stata una delle ragazze più ammirate e
ricercate della nobiltà parigina, aveva ricevuto svariate proposte di
matrimonio, ma tutte erano state rifiutate perché non ritenute degne di essere
considerate, finché non conobbe il marchese de Saint Etienne. Anch’egli era
un affascinante giovane e, inoltre, la sua posizione a corte e i suoi affari in
rapido accrescimento, gli valsero la mano di Gabrielle. Aveva solo diciassette
anni lei, quando si sposarono, ma già credeva che, se avesse rifiutato anche
quella proposta, sarebbe rimasta zitella per tutta la vita! Da quel momento la
sua vita procedette serena e agiata, con l’unica speranza di garantire
un’esistenza simile a una sua possibile futura figlia.
-
Oscar! – esclamò,
infine, Sophie ricordando il chiodo fisso che l’aveva spinta a recarsi al
ballo quella sera.
Ma era ormai troppo tardi e avrebbe dovuto aspettare l’indomani per avere una conferma alle affermazioni di André.
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cfr. la tacita promessa di André ad Oscar
nell'episodio "L'incidente"