Lo scudiero

 

I mesi passavano lenti e neanche i brevi weekend che Janise trascorreva a casa con lo zio la facevano sentire meno triste e sola. 

In collegio, i diverbi con Lydia e le sue amiche erano all'ordine del giorno. Le tre ragazze non facevano altro che schernirla e, nonostante Janise cercasse d’ignorarle, sentiva dentro di sé un’atroce rabbia. Ma non poteva scendere al loro livello: non era giusto nei confronti dello zio e di tutto quello che le aveva insegnato e fatto per lei. Così, cercava di evitarle e occupava i suoi momenti liberi in attività che la tenessero lontana da loro.

-       Vorrei tanto imparare a cavalcare… potreste chiedere a mrs Steinbeck di concedermelo?! Vi prego, zio! – chiedeva la ragazza ogni volta che vedeva lo zio.

L’aria di Janise da bambina innocente a cui nulla si può negare convinse lo zio facilmente, mentre non sembrò risultare molto efficace con mrs Steinbeck. Ci volle un bel po’ di tempo e di insistenze da parte di mister de Saint Etienne per ottenere l’autorizzazione della rettrice del collegio, ma d’altra parte la donna, volente o nolente, si era vista costretta ad accettare: come poter contrariare il maggior benefattore della sua scuola?!

 

Tutto il collegio era in subbuglio. Da quando si era venuta a sapere che a Janise era stata concessa l’autorizzazione di prendere delle lezioni di equitazione, tutti aspettavano con ansia il giorno stabilito per la prima lezione.

Lydia e le amiche avevano subito colto l’occasione per aumentare le loro ripicche contro Janise, ma la ragazza non ci fece neanche caso eccitata com’era all’idea di poter finalmente cavalcare.

Lo zio le aveva comprato una magnifica tenuta da cavallerizza in velluto nero ed ella non vedeva l'ora di sfoggiarla cavalcando il suo bel destriero.

Aveva appena indossato il completo, quando le capitò di soffermarsi davanti allo specchio a contemplare la sua figura: i capelli neri le ricadevano sulla camicia bianca aperta sul davanti.

-       Janise! Sempre davanti allo specchio, eh?! –

La ragazza si girò di scatto. Quella voce tanto dolce, l'aveva colta di sorpresa e le aveva fatto ricordare improvvisamente di quando la sorella la rimproverava di essere troppo vanitosa. Sophie. Una lacrima calda le scese sul viso.

-       Ti ho fatto paura? - chiese preoccupata Marion.

-       No, piccola… mi è solo entrato qualcosa nell'occhio… - si affrettò a risponderle.

La bambina le si avvicinò e le fece cenno di abbassarsi verso di lei. Poi, col suo piccolo ditino, le asciugò la lacrima e le diede un forte bacio sulla guancia.

-       Va meglio ora, mammina? – chiese.

Janise le sorrise e ricambiò il suo abbraccio.

 

-       Miss de Saint Etienne, vi prego di seguirmi. - aveva annunciato miss Lynch.

Janise era prontissima e non se lo fece ripetere due volte. Passando davanti alla sala di lettura, si fermò un attimo a chiamare Jane, poiché l’amica le aveva chiesto di poter assistere alle sue lezioni di equitazione. Janise le aveva proposto di prendere lezioni con lei, ma Jane si era rifiutata perché aveva sempre avuto terrore dei cavalli: le piaceva guardarli da lontano, ma non ne avrebbe mai cavalcato uno! Le tre attraversarono il porticato del collegio e gran parte del giardino, dirigendosi verso la casa del custode. Miss Lynch bussò ad una porta e un uomo sulla sessantina venne loro ad aprire. Bisbigliarono qualcosa fra loro, dopodiché fecero segno alle ragazze di seguirli. Proseguirono per le scuderie, dove trovarono sulla soglia un giovane ad attenderli.

-       Miss, al vostro servizio. – disse inchinandosi.

Le ragazze sorrisero leggermente per la goffaggine del giovane.

-       Nicholas si prenderà cura del vostro cavallo. - disse miss Lynch - Seguitelo a conoscere il destriero. E mi raccomando… fate molta attenzione con quell’animale!!! - aggiunse inorridita, voltando i tacchi e allontanandosi il più in fretta possibile.

-       Penso che neanche miss Lynch abbia molto simpatia per i cavalli! - esclamò Jane.

-       D’altronde, credo di aver sconvolto tutto il collegio con questa mia richiesta! – rise Janise - Avrei voluto vedere la faccia di mrs Steinbeck, quando zio Savien le ha detto che voleva che prendessi lezioni di equitazione! –

-       Immagino la sua reazione: "Ma marchese de Saint Etienne! Una nobildonna a cavallo! È inconcepibile!" – esclamò Jane imitando la voce gracchiante e i modi della direttrice.

Le ragazze scoppiarono in una sonora risata. Nel frattempo, avevano seguito il ragazzo e il custode nelle scuderie.

-       Miss de Saint Etienne, questo è il vostro cavallo. - disse il ragazzo mostrandole lo splendido animale nero come la notte.

Janise era rimasta a bocca aperta. Non aveva mai visto un cavallo tanto bello. Il pelo era lucidissimo e i suoi occhi erano talmente dolci.

-       Ho provveduto io stesso a strigliarlo, miss. - riprese il giovane.

-       Hai detto che ti chiami Nicholas, vero? – chiese.

-       Esatto, miss. –

-       Bene… adesso che abbiamo fatto le presentazioni, direi di cominciare! – esclamò il custode, a cui era stato delegato il compito di maestro d’equitazione.

Le lezioni si svolgevano tre volte a settimana per circa due ore l'una e, dopo poco più di un mese, Janise aveva già imparato a cavalcare perfettamente. Perciò il custode aveva ritenuto superflua la sua presenza e aveva lasciato a Nicholas il compito di tenere sott’occhio miss Janise e il suo cavallo, mentre lui s dedicava ad altre occupazioni.

Molte volte, quando il cavallo riposava dopo una lunga cavalcata, Janise si sedeva accanto a Nicholas e insieme chiacchieravano allegramente.

Nonostante il divario sociale che esisteva fra loro, o che per lo meno si pensava esistesse, tra i due era nata una profonda amicizia. Si conoscevano da poco, ma si trovavano bene a parlare assieme.

A Nicholas sembrava che Janise riuscisse a capire realmente quali fossero le sue condizioni, anche se lei apparteneva ad un mondo che lui poteva solo sognare. Non sapeva che, in realtà, Janise era stata un tempo come lui e che era questo il motivo per il quale la ragazza riusciva ad immedesimarsi nelle sue preoccupazioni e timori. Dal canto suo, Janise provava un profondo sentimento per quel ragazzo. Le ricordava ciò che era stata e che in fondo al suo cuore era sempre rimasta. 

Nicholas le raccontava ciò che lo turbava o le piccole avventure che gli capitavano. Le aveva raccontato di quando i suoi genitori erano morti lasciandolo solo al mondo: loro avevano sempre lavorato nel collegio di mrs Steinbeck e, alla loro morte, la rettrice non se l’era sentita di buttare il ragazzo in mezzo a una strada e l’aveva tenuto a lavorare lì. Oramai le persone e i servitori del collegio erano diventati la sua unica famiglia e non credeva se ne sarebbe mai andato da quel posto.

Al contrario, lei non gli aveva mai rivelato chi era in realtà e per questo si sentiva in colpa. Avrebbe voluto farlo milioni di volte, ma, il timore che il suo segreto venisse a galla e che potesse essere espulsa dal collegio o che insieme allo zio potesse passare dei guai, le faceva sempre cambiare idea.

 

-       Milady! – l’aveva chiamata Nicholas col solito appellativo che era abituato ad usare con lei – Tuono vi sta aspettando! –

Janise si era avvicinata alla porta della scuderia, ma si era subito fermata. Guardò dentro timorosamente: Nicholas era seduto su un piccolo sgabello, delle goccioline di sudore gli ricadevano lungo il viso affaticato, e teneva in mano le briglie del cavallo.

-       Nick, ti senti bene? – gli chiese, vedendolo alquanto stanco.

-       Certo, milady. Ho solo fatto una corsa in città a comprare delle nuove briglie per Tuono. Ieri mi hanno pagato e ho voluto comprargliele. È un cavallo così dolce. Vi assomiglia, miss! –

-       Non dovevi, Nick! Chissà quanto ti saranno costate!! – esclamò Janise mortificata pensando che, con quei soldi, il ragazzo avrebbe potuto comprarsi delle scarpe nuove o, comunque, qualcosa a lui utile.

-       Potevo farlo e ne sono stato felice! – sorrise.

La ragazza non sapeva cosa rispondere: non avrebbe voluto che Nicholas avesse speso i suoi soldi per comprare delle briglie per il cavallo, ma non voleva neanche offenderlo rifiutando il suo regalo.

Nicholas le sorrise e si rivolse nuovamente verso il cavallo. Janise lo guardava ammaliata. Le piacevano i suoi corti capelli biondi, con quel ciuffo che ricadeva su uno degli occhi... Nicholas, forse sentendosi osservato, indirizzò lo sguardo nella sua direzione. In quell'istante Janise si perse nei suoi occhi azzurro cielo, in quell' espressione malinconica, ma allo stesso tempo affascinante.

-       Qualcosa non va, milady? –

Accorgendosi che forse lo aveva fissato troppo intensamente, Janise diventò immediatamente rossa e scappò via dalla vergogna. Si appoggiò al muro esterno della scuderia e chiuse gli occhi. Che le era successo? Improvvisamente, sentì una mano sulla sua spalla. Aprì gli occhi e vide colui che passava tra i suoi pensieri.

-       Ho detto qualcosa che vi ha offesa? – chiese egli preoccupato.

-       Va tutto bene, Nick. –

-       Per fortuna! Per un attimo ho pensato di aver fatto qualcosa di sbagliato! – sospirò sollevato.

-       Tu non fai niente che non va! Sei perfetto. Sei il ragazzo più intelligente e formidabile che io conosca. Ed è per questo che credo di... - quelle parole le erano uscite dalle labbra senza che se ne accorgesse, ma per fortuna si era bloccata in tempo.

Non poteva essersi innamorata di quel ragazzo! Avrebbe passato dei guai con mrs Steinbeck e lo zio non avrebbe mai acconsentito a quell'unione e, soprattutto, soprattutto non sapeva se Nicholas ricambiasse i suoi stessi sentimenti... No, non poteva rischiare di rovinare un amicizia per una stupida cotta adolescenziale!

Nicholas la scrutava attentamente, pronto a percepire ogni singola parola che la ragazza volesse dirgli. La incitò gentilmente a proseguire il discorso.

-       Bè… credo di considerarti come il fratello che non ho mai avuto! - disse chiudendo gli occhi e cercando di trattenere le lacrime.

-       Oh… io ne sono onorato, milady... - nella sua voce un pizzico di rammarico che Janise non seppe cogliere.

 

Un'insolita richiesta

 

Nel palazzo dei Saint Etienne, quel pomeriggio si respirava un’aria di febbrile attesa. L’ospite tanto vagheggiato sarebbe arrivato di lì a poco, come aveva annunciato nel biglietto che aveva mandato in risposta all’invito ricevuto il giorno prima.

Dopo giorni d’indecisione e ripensamenti, Sophie si era finalmente convinta ad esporre allo zio quello che era stato il suo più grande desiderio da quel pomeriggio trascorso a girovagare per i saloni della reggia: assomigliare a madamigella Oscar! Tutti erano rimasti scossi dall’affermazione della ragazza, piombata sulle loro teste come un fulmine a ciel sereno, ma, dopo il primo momento di disorientamento, le reazioni che seguirono furono diverse e contrastanti fra loro. Lo zio, pensando che fosse solo un capriccio passeggero e di nessun valore, accettò di concretizzare quella richiesta, mentre la zia fece di tutto pur di distogliere da quel proposito Sophie e il marito. Ma le sue proteste non servirono a nulla e, qualche giorno dopo, il marchese de Saint Etienne, deciso ad accontentare in tutto e per tutto la nipote, mandò un cortese invito al comandante de Jarjayes.

-         E’ arrivata! – esclamò Stephen che spiava dalla finestra impaziente.

La voce corse velocemente per tutte le stanze del palazzo e tutti si riunirono in men che non si dica in salotto attendendo l’ospite.

Finalmente entrò. Insieme a quella alta figura dai lunghi capelli biondi, sembrò entrare nella stanza una luce accecante che fece rimanere tutti abbagliati. Era la prima volta che madamigella Oscar entrava in casa loro e tutti, chi per un motivo, chi per un altro, provavano un inspiegabile senso d’agitazione. Nonostante non fosse d’accordo col motivo dell’invito, madame de Saint Etienne ne fu alquanto orgogliosa: avrebbe potuto raccontare a corte che il comandante de Jarjayes, Oscar François de Jarjayes, tanto riservato e non amante della vita mondana, era stato da loro in visita!

Il marchese si alzò immediatamente in piedi andando incontro all’ospite con parole di ringraziamento per aver accettato l’invito. Ella ricambiò con garbo e si inchinò di fronte agli altri componenti della famiglia. Dopodiché, il marchese invitò l’ospite in biblioteca per parlare del motivo che l’aveva spinto a chiedere di incontrarla.

Dopo che i due si furono ritirati in biblioteca, gli altri rimasero in salotto ancora più irrequieti di prima. La zia continuava a strizzare il fazzoletto che aveva fra le mani sperando ancora che madamigella Oscar si rifiutasse di accettare l’incarico che le sarebbe stato proposto; Charles iniziò a camminare su e giù per la stanza; Maximilien prese una piccola palla con la quale stavano giocando i bambini e iniziò a lanciarla in alto e in basso; Stephen fece finta di leggere un libro, ma gli fu impossibile e continuò a sfogliarne le pagine con irrequietezza; infine, i tre bambini più piccoli, dopo aver visto il comandante entrare con la sua impeccabile uniforme, proseguirono i loro giochi immedesimandosi nella parte dell’ospite appena osservato. Sophie, invece, si alzò lentamente e si diresse alla grande porta-finestra che dava sul giardino, scostò il tendaggio e lasciò correre il suo sguardo attraverso l’ampio parco. Poco più in là, qualcosa attirò la sua attenzione: il suo viso si illuminò e, senza esitazione, decise di raggiungerlo.

-         Salve, André! – esclamò sorridendo, dopo essergli giunta vicino.

-         Salve, madamigella. – rispose egli girandosi dopo aver sentito la voce della ragazza.

-         Sono felice di rivedervi! Come state? –

-         Bene, grazie… - rispose un po’ imbarazzato.

-         Perché non siete entrato in casa anche voi? –

-         Veramente… - egli si guardò tenere in mano le briglie dei cavalli e poi aggiunse – Ho il compito di curare il cavallo di Oscar. –

-         Capisco… - sussurrò Sophie.

Ci fu qualche attimo di silenzio, durante i quali la ragazza si incantò a guardare André. Doveva avere sui trent’anni, pensò. Le piaceva, le era piaciuto sin dal primo momento in cui l’aveva visto. I suoi intensi occhi verdi, i suoi capelli scuri, la sua espressione divertita che ispirava subito simpatia, e le sue parole… Sophie non riusciva ancora a dimenticare quello che lui aveva detto, la su affermazione le era rimasta in mente scolpita con caratteri indelebili… sono orgoglioso di essere un figlio del popolo, aveva dichiarato convinto e serio.

-         Conoscete da molto madamigella Oscar? – gli chiese improvvisamente.

-         Si… - rispose André accennando un sorriso, lo sguardo perso come a ricordare – Siamo cresciuti insieme… -

-         Davvero?! – chiese stupita.

-         Si. Mia nonna è la governante di casa Jarjayes e io andai a vivere con loro quando avevo circa sei anni, Oscar ne aveva pressappoco cinque… -

-         E com’era madamigella Oscar da piccola?! – chiese con curiosità.

-         Com’è adesso: nobile e bella. – affermò André con ammirazione.

Guardando gli occhi di André scintillare al pensiero di Oscar, Sophie capì che un profondo sentimento lo legava a lei. Avrebbe voluto fargli altre mille domande su Oscar, su di lui, sulla loro infanzia e su infinite altre cose, ma in quel momento la voce di uno dei cugini la richiamò in casa.

-         Venite anche voi, André! – esclamò incamminandosi.

Poi, vedendo che egli, indeciso, non accennava a muoversi, chiamò uno dei servitori e gli raccomandò di prendersi cura dei cavalli. André ne fu molto stupito, ma rimase quasi scioccato quando Sophie, vedendolo ancora esitante, lo prese per mano trascinandolo dentro.

Il marchese e il comandante erano riapparsi in salone e attendevano l’arrivo della ragazza. Sophie osservò il volto dei due: quello di Oscar appariva distante, inespressivo come sempre, mentre notò immediatamente l’espressione compiaciuta dello zio e intuì di aver raggiunto il suo scopo.

-         Madamigella… – iniziò Oscar – Ho accettato di accordarvi il desiderio che mi richiedete, ma devo farvi presente che non sarà un impegno da poco né per voi, né per me. –

-         Ne sono pienamente consapevole, comandante. – dichiarò Sophie al settimo cielo – Ma vi assicuro che cercherò di non darvi troppe noie. –

Chiarite le cose, stabilirono le modalità dell’impegno: Oscar le avrebbe insegnato a tirare di scherma e a maneggiare le armi da fuoco durante tre incontri settimanali.

Tutta la famiglia e soprattutto il marchese ringraziarono madamigella Oscar per la sua disponibilità e la invitarono a desinare con loro, ma ella declinò l’invito educatamente e, infine, si congedò lasciando il palazzo dei Saint Etienne con l’impegno di tornarvi dopo pochi giorni.

Madame de Saint Etienne rimase allibita: come avrebbe spiegato alle pettegole di corte questo capriccio della nipote?! Dal canto suo, il marchese non sembrò dare molto peso alla cosa, certo che questa bizzarria sarebbe stata presto sostituita da qualche altra idea stravagante di Sophie. I ragazzi, invece, ne furono felici: erano tutti segretamente innamorati di madamigella Oscar e, avere la garanzia che per tre volte alla settimana l’avrebbero sicuramente ricevuta in casa loro, li rendeva assai paghi. Sophie, la diretta interessata, era la più calma: era come se qualcosa dal più profondo del suo spirito le avesse sempre suggerito che madamigella Oscar non avrebbe potuto rifiutarsi, che quella era la prima tappa di una serie di eventi che l’avrebbe portata a compiere il suo destino.

 

-         Cha strana ragazza! – commentò André sulla strada verso casa, mentre cavalcava accanto ad Oscar.

-         A chi ti riferisci? – chiese Oscar quasi assente.

-         A Sophie de Saint Etienne! E’ inutile che cerchi di far finta di non capirmi: lo so che anche tu stai pensando la stessa cosa! – esclamò ridendo.

-         Mi chiedo perché voglia che le insegni ciò… - sussurrò lei.

-         Ti ammira! – rispose André convinto della sua affermazione.

-         In lei c’è qualcosa che… non lo so… non volevo accettare, ma… non ho potuto rifiutare… - bisbigliò confusa.

-         Già! Per essere una ragazza appartenete a una nobile famiglia come i Saint Etienne, è certo un tipo bizzarro!! – concluse André ripensando con un sorriso all’inusuale gesto che Sophie aveva compiuto nei suoi confronti, prendendolo per mano pur sapendo che era solo un attendente.

 

 

 

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