Questa
storia comincia in una fredda mattina invernale. Siamo nel 1785 in Francia,
nell’epoca di Luigi XVI. Il popolo iniziava a lamentarsi per le inumane
condizioni in cui era stato ridotto, ma la monarchia faceva da padrona.
In
una piccola casa nella periferia di Parigi, due ragazzine stavano lavorando.
Sophie e Janise, sorelle, avevano trovato quel misero lavoro per contribuire
alle spese della loro famiglia. Madame Marie Cayot, sarta da oltre 20 anni,
aveva insegnato loro l’arte del cucito e, tutti i pomeriggi, la donna e le
ragazze si ritrovavano nella sartoria intente a confezionare abiti per i
benestanti della città. Varie volte Marie si assentava, lasciando le ragazze
sole a fantasticare su tempi migliori.
-
Ieri ho visto
madame Perrier sulla sua carrozza con i cavalli bianchi… - sognava Janise.
-
Quella donna non la
posso proprio soffrire! Anzi, non posso soffrire tutti i nobili! – sbraitava
Sophie.
-
Abbassa la voce!
Sei matta?! Potrebbe entrare qualcuno e sentirti! – la rimproverò la sorella.
-
Non
m’interessa… non ne posso più di questa vita… vorrei essere libera di
fare ciò che voglio! –
-
Non sei l’unica,
ma non ci possiamo fare niente… -
-
Questo lo dici tu!
Un giorno sarò tutto diverso: per me, per te, per la nostra famiglia e per
tutti i francesi! – decretò sicura di quello che affermava.
-
E che vorresti
fare? –
-
Ancora non lo so.
Ma le cose cambieranno! È una promessa! – esclamò, infine, Sophie,
stringendo la stoffa che aveva in mano in un pugno deciso.
Sophie
aveva appena compiuto 13 anni. Era una ragazzina coraggiosa e ribelle. Aveva dei
lunghi capelli scuri e lisci, due profondi occhi viola e un solare sorriso, ma
sapeva anche essere di un’ironia pungente che, il padre le diceva sempre,
l’avrebbe fatta diventare qualcuno nella vita e le sarebbe servita ad aiutare
la sua gente nella lotta per la libertà.
Janise
era circa un anno e mezzo più grande, ma era più timida della sorella e, se
aveva qualche problema, correva a rivolgersi a lei. Aveva un carattere
molto dolce, sensibile e sognatore e cercava di scorgere il lato buono di tutti
e in tutto. Dei neri e corti capelli le incorniciavano il viso, facendo
risaltare i suoi misteriosi occhi, viola come quelli della sorella.
Le
due erano inseparabili ed entrambe sapevano tutto l’una dell’altra. Si
volevano moltissimo bene e avrebbero fatto qualsiasi cosa per la loro reciproca
felicità. Vivevano con i genitori in una piccola casa di due stanze, appena
fuori Parigi. Il padre era contadino e la madre cuoca.
Quel
pomeriggio, le ragazze avevano finito prima del previsto il lavoro assegnato,
così si incamminarono verso casa, quando ancora il sole non era tramontato. Il
discorso, iniziato qualche ora prima, non era più passato loro per la testa e
stavano ridendo e scherzando allegramente.
Erano
vicine a casa, quando sentirono delle urla arrivare da poco lontano. Corsero
nella direzione dalla quale provenivano le grida, ma si fermarono qualche
metro prima, vedendo una scena terrificante: uno squadrone di soldati della
guardia, stava malmenando alcuni uomini, tra cui il loro padre; in quel momento
intervenne la loro madre e due delle guardie, reagendo d’istinto, spararono,
uccidendo prima la donna e, in seguito, il marito che era corso in suo aiuto.
Sophie
gridò di disperazione con tutte le sue forze e iniziò a correre, ma subito
dopo si bloccò, vedendo la sorella immobile e atterrita.
-
Janise! Muoviti!
Dobbiamo aiutarli! – le gridava, scotendola aspramente – Janise… ti prego…
- disse fra i singhiozzi, vedendola impiietrita e cadendo ai suoi piedi.
Nessuno
faceva niente. Molte persone erano uscite dalle loro case, attirate dagli urli,
dalla confusione, dagli spari, ma nessuno aveva il coraggio di opporre
resistenza. Neanche i familiari degli altri uomini maltrattati. Erano tutti lì,
immobili, attoniti, col terrore dipinto sui volti scarni, come se aspettassero
la morte da un momento all’altro….
-
Vi odio… - iniziò
a sussurrare Sophie, alzando sempre più la voce e la testa da terra – Vi
odio, maledetti!! –
Si
alzò, allora, e raccolte tutte le sue forze, stava per gridare a quei soldati
tutto il suo disprezzo e l’odio che nutriva nei loro confronti per quello che
avevano fatto ai suoi genitori. Ma qualcuno le mise una mano sulla bocca e,
prendendola di peso, la portò via.
I
soldati presero i loro prigionieri e andarono via, ordinando a tutti i testimoni
di rientrare ognuno nelle proprie case senza fare storie. Sulla strada non
rimase nessuno, soltanto i corpi esangui dei due coniugi.
Sophie
si guardò attorno spaventata: dov’era finita Janise? La losca figura che
l’aveva bloccata, da sotto una maschera, disse:
-
Se mi prometti di
non gridare, tolgo la mano. –
Acconsentì
con la testa e riuscì, di nuovo, a respirare. Celermente sfrecciò davanti ai
suoi occhi una carrozza scura, sulla quale riuscì a intravedere sua sorella, lo
sguardo perso nel vuoto.
-
Janise!!!! – gridò,
iniziando a rincorrere la carrozza.
Inciampò
e cadde poco più in là, pronunciando ancora il nome della sorella. Scoppiò a
piangere disperatamente….
- Andiamo, Sophie. – disse l’uomo, togliendosi la maschera.