Seduto in compagnia del suo silenzio, Vincent leggeva lultimo
libro di Joseph Campbell; Diana invece aveva un libro aperto sulle
ginocchia, ma continuava a guardarne le pagine senza vederle.
Di punto in bianco fece un respiro profondo e si alzò in piedi.
Il libro cadde sul pavimento. Lei si mosse nervosamente su e giù
per la stanza. Disturbato a metà di una frase, Vincent alzò gli
occhi piegando di lato la testa, interrogativamente.
Diana si fermò e lo guardò.
-Sposami, Vincent.-
Lui spalancò gli occhi, sorpreso. Lentamente, richiuse il libro,
posandolo con attenzione sul tavolo. Era lultimo regalo che aveva
ricevuto da Catherine e lui ne aveva una cura estrema. Con grazia
sinuosa si alzò, avvicinandosi alla donna. Per un po rimasero
fianco a fianco, gli occhi fissi a terra, poi lui si girò verso
di lei, ancora senza guardarla negli occhi.
Sono passati ormai due anni, lei pensò, credo siano abbastanza.
Era certa che lui la amasse: laveva anche baciata, a volte, anche
se era sempre stata lei a prendere liniziativa. Insieme, avevano
passato ore splendide. Aveva sperato in una reazione più spontanea,
e vedendo che lui ancora non faceva niente, si risedette, aspettando
nervosa che lui finisse di rimuginare sui pro e sui contro. Perché
ci metteva così tanto? Era una semplice domanda che richiedeva
una semplice risposta, o sì o no. Cominciò a temere di aver sopravvalutato
quel che cera tra loro.
Infine lui la guardò. Aveva uno sguardo triste. La decisione era
stata presa. Il cuore di lei cominciò a battere furiosamente,
quindi spiccò il volo quando lui assentì lentamente dicendo: -Va
bene, Diana. Accetto.-
-Oh, Vincent, ti amo!- lei esclamò tra le lacrime gettandogli
le braccia al collo. Ma ciò che lui disse ancora, quasi non lavesse
sentita, la raggelò: -Jacob ha bisogno di una madre.-
Non riuscendo a credere a ciò che aveva sentito, si staccò da
lui, si allontanò di un paio di passi e guardandolo dritto in
viso chiese: -Lo faresti per Jacob, non per te stesso?-
-Mi dispiace- lui rispose in un soffio.
Frustrata, Diana evitò di guardare ancora quegli intensi occhi
blu. A bassa voce replicò: -Ti offro il mio cuore, la mia vita,
e tutto quel che riesci a dire è Mi dispiace?-
-Io ti voglio bene, Diana.-
-Sì, questo lo so!-, esplose lei, -Ma evidentemente non nel modo
che io credevo! Sarò sempre seconda,vero? Il suo ricordo si intrometterà
sempre tra noi due, vero?-
Di nuovo, lui disse: -Mi dispiace.-
-Non saremo mai una coppia: saremo sempre tu, io... e lei. Leterno
triangolo.-
-Mi... Sì. Lei è parte di me, una parte che nemmeno la morte ha
potuto cancellare. E il suo amore che mi ha reso ciò che sono,
e se io voltassi le spalle a quellamore... Girerei le spalle
alla mia umanità. Lei ha domato la bestia che è in me e mi ha
aiutato a diventare un uomo completo.-
Petulante lei replicò: -Bene, certo non posso competere con una
santa. Io sono solo una donna.-
-Ed è questo ciò che anche lei era. Ma lei era anche, ed é, il
mio angelo custode. Mi ha amato come io lho amata: totalmente,
liberamente, non volendo niente in cambio se non amore.-
Diana gli si aggrappò al davanti della camicia e cominciò a scuoterlo,
quasi cercasse di risvegliare un qualche sentimento sopito in
lui: -Ma anchio ti amo alla stessa maniera!-, gridò, -Non riesci
a vederlo?-
-Si, lo vedo, ma il tuo amore è giunto... troppo tardi. Io sono...
ricolmo di lei. Non cè spazio per un altro amore.-
-Ma lei non è qui. IO sono qui... e lei é MORTA!-
-Non ha importanza.- Scosse la testa, lo sguardo perso dietro
ad unimmagine che lui solo poteva vedere. -Il suo amore non è
morto con lei, né lo ha fatto il mio. Il nostro amore ha una vita
a sè stante, e durerà in eterno.-
-Eppure, tu mi sposeresti.-
-Sì, se lo vuoi ancora. Jacob ha bisogno di una madre, e lamore
tra Catherine e me non avrà alcuna influenza su di lui.-
-Quindi, nessuna speranza per me?-
Scuotendo lentamente la testa, lui mormorò: -No.-
Quella semplice parola, infine, le aprì gli occhi. Come poteva
essere stata così cieca, finora? Non era che lui non la volesse
amare: semplicemente, non poteva. Lui era quel raro tipo di uomo
che ama una sola volta nella vita.
Sconfitta, abbassò le spalle. Aveva fatto di tutto per farsi amare:
ora decise che avrebbe commesso lunico atto grazie al quale lui
non lavrebbe mai dimenticata. Sapendo che stava per perderlo
per sempre, si sforzò di fissarlo ancora negli occhi. Ricacciando
le lacrime a fatica, con la voce rotta dallemozione, gli disse:
- Ascoltami Vincent. Devi sapere una cosa, qualcosa che ti darà
grande gioia.-
Non appena le parole le uscirono di bocca, Diana se ne pentì.
Perché? Perché aveva detto quel che aveva detto? Come poteva confessare
che gli aveva mentito per due anni, che gli aveva scientemente
nascosto la verità? Avrebbe solo fatto del male a lui... e anche
a se stessa, ovviamente. Poteva ancora evitare di parlare? No.
Lui la stava guardando, in attesa, un sorriso dolce, oh! così
dolce, sulle labbra.
Lei si schiarì la gola e si girò: non avrebbe sopportato di veder
sparire ogni minima traccia di affetto dai suoi occhi.
Quindi gli annunciò che la donna che ancora incatenava il suo
cuore non era morta.
Il sorriso di lui si gelò, poi si allargò mentre la speranza si
faceva strada nel suo animo, ma, altrettanto rapidamente, morì
sulle sue labbra, mentre il volto gli si contorceva in un silenzioso
urlo di inenarrabile agonia.
Furtivamente, Diana si gettò unocchiata alle spalle. Lui era
letteralmente sbalordito.Guardandolo, per poco lei non si mise
a ridere istericamente. Vide la speranza balenare, crescere, poi
scomparire mentre lui la fissava scioccato ed incredulo.
-Perché mi stai facendo questo?- le chiese, con voce tremante,
-Non ti basta che il mio cuore sia già morto una volta? Mi dai
una falsa speranza per poi ucciderlo ancora?-
Selvaggiamente, lei scosse la testa: -No, Vincent, ti ho detto
la verità. Credimi: lei è viva e vegeta!-
-Viva e vegeta...- lui ripeté, la voce carica di desiderio. Era
più di quanto avesse mai osato sperare, ma subito un dubbio si
insinuò nella sua mente e lo spinse a chiedere: -Se questa é la
verità, perché lei non è qui, adesso?-
-Sono stata io a dirle di rimanere nascosta, che era ancora in
pericolo, che non doveva rischiare di mettere in pericolo anche
te e Jacob e la gente dei tunnels.-
Alzò a fatica lo sguardo. Lo vide che cautamente stava accettando
quanto lei stava dicendo. Le parole stavano faticosamente penetrando
nel suo cervello ma quasi subito realizzò che la donna che amava,
seppure ancora in vita, era pur sempre perduta per lui: viva,
ma irraggiungibile come se fosse morta. Avrebbe voluto ruggire
di dolore e frustrazione. Voleva che il suo unico amore fosse
lì con lui, per aiutarlo a fronteggiare la spaventosa realtà che
gli si prospettava.
Con gesto improvviso, voltò le spalle a Diana, quasi non sopportasse
oltre la sua vista.
-Perché?-, chiese in tono fievole, e lei capì che chiedeva perché
avesse costretto Catherine a scappare.
-Ti amavo già da allora, e ti volevo per me soltanto. Credevo
che, con lei fuori scena, ti saresti alla fine accorto di me e
mi avresti amato.-
-Ma non avrei potuto...- mormorò Vincent;
-No. Ora lho capito.- Si torturava le mani con fare impacciato.
Abbassò il capo. - Mi dispiace, Vincent. Mi dispiace così tanto,
veramente!-
Il silenzio si protrasse, ancora e ancora, tanto che Diana stava
quasi per urlare, ed in effetti lanciò un piccolo grido quando
lui si girò repentinamente verso di lei, piantandole gli occhi
in viso. Sembravano due pozze di freddo ghiaccio azzurro. Non
cera alcun segno che lui ancora la riconoscesse come amica o
come Aiutante. Si sentì uno schifoso insetto in attesa di essere
schiacciato.
-Ti dispiace!- sibilò Vincent. Fece un passo verso di lei, con
fare minaccioso, e lei si ritrasse, involontariamente. Non lo
aveva mai visto così furioso. Eppure, stranamente, sembrava che
lui avesse tutto sotto controllo, come se le sue due anime, lumana
e la ferina, per una volta lavorassero insieme; per la prima volta
nella sua vita, la rabbia della parte umana eguagliava la rabbia
del suo secondo io. Aveva i pugni serrati, chiusi a trattenere
la furia. Lei alzò una mano e fece un passo verso di lui.
-No!-, ringhiò Vincent, -Non avvicinarti e non mi toccare!- Incombeva
su di lei, e per la seconda volta in vita sua, lei ebbe paura
di lui.
-Se tu fossi stata un uomo, a questora saresti morta; e non credo
che me ne sarei dispiaciuto.-
Lei indietreggiò, spinta dalla forza quasi tangibile del suo disprezzo.
-Cosa vuoi fare?- chiese quasi piangendo, spaventata da ciò che
poteva succedere.
-Che cosa posso mai fare, Diana?-. Schiuse lentamente i pugni:
-Sono completamente impotente. Non è che possa mettermi a cercarla
di punto in bianco, non credi?- Quel suo tono sarcastico la ferì
ancor più profondamente.
-Ti prego, Vincent! Lho fatto solo perché ti amo!-
Lui la osservò incredulo. -Tu mi ami!-, esclamò con sdegno. Si
allontanò da lei, passeggiando avanti e indietro quasi che il
semplice esercizio fisico potesse in qualche modo calmare il vulcano
di emozioni che sentiva ribollire dentro di sè. Poi la affrontò
di nuovo: -Tu nemmeno conosci il significato della parola amore.
Altrimenti non avresti mai costretto me e Catherine a due anni
di dolore e solitudine, privando mio figlio, il figlio di Catherine,
dellamore di sua madre.-
-Che ne sai se anche lei ha passato due anni di dolore e solitudine?
Il legame che avevi con lei non esiste più. Può anche darsi che
si sia innamorata di nuovo!- Diana sputò le parole con rabbia,
cercando di vendicarsi con i soli argomenti che conosceva.
-Come lo so?-, rispose Vincent con calma estrema, sebbene i suoi
occhi mandassero lampi di furia repressa. -Come sai tu di essere
viva, Diana? Come sai che stai respirando? Come fai a sapere che
quanto ti circonda altro non sia che un sogno?-
-Lo so e basta;-, replicò lei sulla difensiva. E continuò: -Tutto
mi dice che non sto sognando.-
E immediatamente comprese dove lui voleva andare a parare, e sentì
che i suoi sentimenti non erano che poca cosa al confronto.
-Vedi? Hai risposto da sola alla tua domanda. Tutto quel che io
so, tutto quel che io provo e ho provato per Catherine...- Indicò
i direzione della camera di Jacob: -Il bambino che dorme in quella
stanza... tutto mi fa capire che lei ha sofferto e soffre quanto
me.-
Ma lespressione sul viso di Diana disse a Vincent che lei non
capiva. Si rese conto allora che Diana non aveva mai compreso
che era stato il destino ad aver portato Catherine nella sua vita.
Vivendo nel Mondo di Sopra, dove lamore era nel migliore dei
casi lungo quanto una vita e, nel peggiore, durava il tempo di
un sospiro, Diana non possedeva le capacità per figurarsi un amore
che durasse veramente per leternità. Si era immischiata col destino
cercando di mutare ciò che era immutabile. Niente e nessuno mai
avrebbe potuto cambiare ciò che lui sentiva per Catherine o ciò
che lei sentiva per lui.
Diana era spaventata; ma per una volta lempatia di Vincent era
scomparsa e lui non provava alcuna compassione per lei. Al contrario,
sentì montare ancora la furia cieca, e si fermò solo perché ricordò
che lei era disarmata.
-Cosa posso fare per riparare ai miei errori?- implorò Diana.
Vincent non avrebbe mai creduto di poter odiare così tanto una
persona. Aver di fronte Diana invece della sua amata Catherine
lo fece stare male fisicamente. Non poteva guardarla ancora e
si allontanò da lei girandole le spalle.
-Cosa mai potresti fare, Diana? Non credi di aver fatto abbastanza?
Da adesso in poi dovrò vivere sapendo che Catherine, da qualche
parte, esiste, ma che io non ho alcun modo per raggiungerla.-
Coprendosi il volto con le mani, Diana singhiozzò, il cuore ormai
definitivamente spezzato.
Immobile come una statua di pietra, Vincent rimase a guardare.
Poi, glaciale, disse: -Non tornare mai più quaggiù. Non sei la
benvenuta nella mia casa. Vattene: ORA!-
Scacciata da quelle parole, accecata dalle lacrime, Diana scappò
nei tunnels, dove cadde tra le braccia di Padre. Il ruggito tormentato
di Vincent sembrava inseguirla rimbombando sulle le pareti. Sentì
persino il colpo sordo quando Vincent cadde in ginocchio, gemendo
nel suo dolore.
-Diana! Dei del cielo, cosa é successo? Cosa é capitato a Vincent?-
Sebbene Padre non avesse potuto sentire ciò che si erano detti,
aveva compreso il tono arrabbiato del figlio e si era diretto
alla camera di Vincent giusto in tempo per sentir ordinare a Diana
di sparire e di non tornare mai più.
Afferrando il braccio della donna, cercò di ricondurla verso la
camera di Vincent. Ma subito suo figlio apparve, bloccandogli
la strada e dicendo con voce fredda: -Conducila fuori, Padre.-
Diana si fece piccola sotto quello sguardo gelido, e debolmente
si aggrappò al petto di Padre.
-Vincent, ma che cosa é successo?- Qualcosa di mostruoso doveva
essere avvenuto tra quei due, prima così amici e Padre era determinato
a scoprire cosa; Diana era sullorlo del collasso ed era chiaro
che a Vincent non importava. Già questo era un fatto inconcepibile:
Vincent era sempre estremamente sollecito nei confronti di chi
stava male.
-Portala fuori di qui, o sarò io ad andarmene, insieme a Jacob.-
-Non ti capisco. Spiegami, Vincent.-
-No, Padre.- mormorò Diana con un filo di voce, -Lasciami andare
via.-
-Per favore, per favore! Vincent, Diana: lasciate che tenti di
rimettere le cose a posto tra voi due!-
La risposta di Vincent risuonò tagliente come un pezzo di vetro:
-Niente potrà mai fare andare a posto le cose, vero, Diana?- Quindi
si girò e tornò sui suoi passi. Aveva bisogno di suo figlio. Aveva
urgenza di stringerlo tra le braccia, attingendo alla tranquillità
del figlio di Catherine per calmarsi, per accettare il fatto che
lei era ancora viva ma ancor più perduta.
Diana si era sentita mancare quando aveva udito pronunciare il
suo nome con tanta ripugnanza e, inebetita, non aveva opposto
resistenza quando Padre laveva presa per un braccio, dicendo
con sollecitudine: -Vieni con me, bambina. Preparerò del tè e
intanto mi dirai cos'è successo.-
Ciò che Diana voleva veramente, era andare a casa a commiserare
sè stessa, ma sapeva che doveva delle spiegazioni a Padre. Lui
la condusse alla Sala del Consiglio e la fece sedere in una di
quelle comode poltrone. Lei vi si abbandonò, distrutta, in silenzio.
Respirava a fatica, perduta nel suo dolore. Quando lanziano capo
della Comunità di Sotto le si sedette di fronte porgendole una
tazza fumante di tè, lei la prese, rigirandola tra le mani: forse
il calore del tè sarebbe riuscito a dare un po' di calore al suo
cuore devastato e ormai raggelato. Ma sapeva che era solo un pio
desiderio.
-Adesso, dimmi cosa ha sconvolto Vincent.-
Lei lo guardò con gli occhi gonfi di pianto.Anche lui, dopo, lavrebbe
odiata proprio come Vincent. Non avrebbe voluto parlare, poi,
in un sussurro, ammise:-Ho rivelato un segreto che custodivo da
due anni.-
-Bene, non mi sembra poi una cosa così grave.-, tentò di rassicurarla.
Ma lei abbassò la testa e mormorò: -Lo é... Oh, sì, lo é...-
-Vuoi dire il tuo segreto anche a me?- chiese Padre gentilmente,
pur domandandosi quale mai terribile cosa doveva essere per aver
causato una simile rottura tra Diana e Vincent.
Diana inalò a fondo, quindi disse di getto, a labbra strette:
-Catherine é ancora viva.-
Padre rimase come fulminato. Poi, a fatica chiese:-Ho capito bene
ciò che hai detto? Catherine sarebbe ancora viva...?- Non riusciva
a credere alle proprie orecchie.
Stringendosi nelle spalle, Diana annuì: -Sì-
-Ancora viva...-, mormorò Padre, addossandosi allo schienale.
Lei annuì ancora, debolmente.
Dolore, rabbia, stupore, incredulità, tutte queste emozioni lo
assalirono contemporaneamente e si chiese quanto devastante doveva
essere stata quella rivelazione per il figlio. Ma di sicuro Diana
si stava sbagliando, altrimenti perché lo faceva?
-Catherine é morta. Come puoi tormentare Vincent facendogli sperare
il contrario? Credevo che tu lo amassi, o mi sbaglio?-
-Certo che lo amo. E per questo che ho fatto...ciò che ho fatto.
Lo amo e lo volevo tutto per me, e lei era sempre in mezzo, e
io dovevo trovare un modo per farla uscire di scena.-
Le parole le uscivano quasi dotate di vita propria ed al suo stesso
orecchio suonavano egoiste e sordide.
-Lei é viva, Padre. Lho convinta che la gente di Gabriel le avrebbe
dato la caccia per riprendersi lagendina nera.-
-Beh, era la verità,- ammise Padre.
-No, non lo era. Le dipinsi un quadro più fosco della realtà,
per convincerla ad abbandonare la città.-
la curiosità ebbe il sopravvento sulle emozioni e guardandola
intensamente, Padre le chiese: -E perché gli hai detto che é viva
dopo tutto queto tempo?-
-Gli ho chiesto di sposarmi, e quando ha accettato mi sono sentita
la donna più felice del mondo... finché non mi ha detto che lo
faceva perché Jacob ha bisogno di una madre.-
-Sì, Vincent farebbe qualsiasi cosa per Jacob.-
-Persino accettare di sposare una donna che non ama?-
-Sì-, rispose Padre semplicemente. Conosceva suo figlio e sapeva
quali e quanti sacrifici era disposto ad affrontare pur di assicurare
a Jacob la felicità e la sicurezza. Anche se Padre non vedeva
lo sposare Diana come un così grande sacrificio. Però, lui non
era Vincent, né aveva mai provato il legame che aveva unito
Vincent a Catherine.
Intanto Diana stava dicendo: -Solo in quel momento ho capito che
lui non mi avrebbe mai amata come io lo amo: perciò, gli dissi
di Catherine.-
-Quindi lo volevi punire perché non ti ama?-
Per un attimo lei rimase senza parole: quel saggio uomo aveva
intuito la verità che si celava dietro la sua azione, una verità
che lei si era rifiutata di vedere e che solo ora ammetteva in
tutta la sua cruda semplicità. -Io avrei fatto questo, Padre?....
Sì, credo che tu abbia ragione: volevo ferirlo, fargli male tanto
quanto lui ne aveva fatto a me. E ci sono riuscita.-
-Oh, di questo non vi é dubbio. Non credo che qualcuno riesca
veramente a capire quanto profondamente quei due si amassero,
né quali pene abbiano sofferto quando il loro legame é venuto
meno.-
-So che non potrò mai capire...- ammise Diana in un soffio, mentre
le lacrime le rigavano le guance pallide.
-Allora: adesso ti senti un po meglio?- e quando lei accennò
un riluttante assenso, Padre continuò: -Hai deciso cosa intendi
fare per aggiustare la situazione?-
-Aggiustare?- Lei chiese sorpresa. In silenzio, Padre la osservava,
aspettando che anche lei giungesse alla sua stessa conclusione.
Infine, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano, lei disse:
-Penso che tocchi a me riportare qui Catherine. Vincent non può.-
-Ecco già fatto un passo nella giusta direzione.-
Per un momento rimasero in silenzio, poi Diana chiese, esitante:
-Padre... tu mi odii?-
-No, ragazzina, non ti odio. Per troppo tempo ho convissuto con
quel sentimento e quando infine me ne sono liberato, mi sono sentito
rinascere. Non odio te: odio ciò che hai fatto. Penso tu abbia
fatto un doloroso errore per un sacco di motivi sbagliati.-
Lei chinò il capo, dandogli ragione. Le lacrime ripresero a scorrere
e lui le offrì il fazzoletto, lasciandola piangere finché non
si fu calmata. Non era in grado di darle conforto, questo era
qualcosa che lei doveva fare da sola. Le sue azioni avevano ferito
troppe persone, non ultimo lui stesso.
Infine, la tempesta passò e lei gli rese il fazzoletto ormai zuppo,
dicendo: -Bene, é tempo che io vada.-
-Sai già dove andare?- Si sentì triste per lei. Aveva perduto
molto più che lamicizia di Vincent: aveva perduto tutto il mondo
dei tunnels. Non cera alcun modo in cui lui potesse obbligare
il figlio ad accettarla di nuovo laggiù. Guardandola, Padre capì
che anche lei sapeva che non sarebbe tornata mai più.
-Troverò Catherine,- dichiarò Diana, - e la riporterò qui.-
-Spero tu ci riesca, Diana. Sono già passati due anni.- Lultima
cosa che lui voleva per Vincent era alimentare delle speranze
per poi vederle nuovamente svanire.
-La troverò,- ripeté lei, convinta, -Lo farò per Vincent. E per
Jacob. Adesso vado, prima che Vincent ritorni. Gli ho già causato
abbastanza dolore. Non gliene serve altro.-
Si alzò e quando Padre si alzò con lei, osservandola, lei riuscì
a dire: -Starò bene.-
-Lo so,- lui replicò, -ma lascia che passeggi un po con te, e
che ti accompagni alluscita.-
-Non occorre...- cercò di protestare lei, ma Padre le rispose:
-Non cercare di discutere con me, signorina, non puoi vincere.-
E la prese sottobraccio.
Tributandogli il fantasma di un sorriso, si incamminò con lui
lentamente, fino a giungere alla porta che dai tunnels permetteva
il passaggio al palazzo dove abitava. Si guardarono. Nessuno aveva
molto da dire.
Quando lei aveva quasi varcato la soglia, Padre le chiese: -Mi
terrai informato, Diana? Sai come: chiama Peter Alcott.-
-Lo farò.-, lei promise e di slancio abbracciò luomo più anziano,
convinta che non lo avrebbe mai più rivisto. Attraversò quindi
la porta, e si girò nuovamente a guardarlo, quasi volesse imprimersi
bene nella mente quel viso e quella figura. Poi la porta si chiuse.
Padre ritornò nella sua camera e si sedette, in attesa.
Aspettava nel buio il ritorno di un figlio pur sapendo che quella
notte quel figlio non sarebbe tornato.
***
Solo il mattino dopo infatti Vincent si fece rivedere. Scrutando
ogni angolo e cantuccio della sala ricolma di libri, entrò nella
stanza.
-Sì, se né andata,- lo informò Padre da sopra la rivista medica
che stava leggendo. Posò il giornale sul tavolo e attese che fosse
Vincent a parlare. Nella sua mente non vi era alcun dubbio sul
fatto che loro due dovevano chiarire i fatti della notte passata.
-Bene,- ringhiò Vincent, lasciandosi andare pesantemente su di
uno scranno lì vicino.
-Questo non é da te, figliolo,- disse Padre notando la luce fosca
negli occhi di Vincent, adagiato con aria tetra di fronte a lui:
le notizie che aveva ricevuto avrebbero reso felice qualunque
altro uomo, ma le implicazioni legate alle buone nuove erano tali
da costringerlo quasi alle lacrime.
-E allora?-, gridò -Devo forse accettare questo tradimento...
no, molto più che un tradimento... Non ho parole per definire
ciò che provo... E dovrei accettarlo? Bah!- si alzò, incapace
di stare seduto ancora un momento, gravato dalle emozioni che
lo devastavano.
-Accettare quel che mi ha fatto una donna in cui credevo e di
cui mi preoccupavo?- attraversò a grandi passi la stanza, si fermò
appoggiandosi alla parete solo per tornare subito dopo da Padre.
-Stavo IO per chiederle di sposarmi- mormorò. Riprese a camminare
nervosamente in su e in giù per la stanza.
-Glielo avresti chiesto, ma per un sacco di motivi sbagliati.-,
intervenne Padre.
-Già-, convenne Vincent. Si fermò, fece per dire qualcosa, poi
scosse la testa e riprese il suo andirivieni.
-Se non ti avesse detto niente, la tua storia con Diana sarebbe
continuata- fu il commento di Padre.
-Era destinata a finire: era una relazione basata su di una bugia.
I veri amici non fanno questo ai loro amici.-
-E ora ti senti tradito.-
Il commento di Padre lo fece fermare. -Sì,- disse, -ma non si
tratta solo di me, Padre. Il pensiero di Catherine che vive per
due anni in angoscia e paura, negandosi il conforto del nostro
mondo... E Jacob! Gli é stato negata la carezza della madre per
tutto il primo, importantissimo anno della sua vita! E questo
non si può giustificare!- Riprese con più foga il suo cammino,
cercando di smaltire con il moto la rabbia che sentiva ancora
montare in sè.
-Lo so che non potrai mai dimenticare, però potresti almeno perdonare-
disse Padre, seguendolo con gli occhi.
-Perché dovrei?-, sbottò Vincent;
-Per te stesso, figliolo.-
-Non posso. Non voglio. Non cè perdono in me per quel che ha
fatto.-, fu la chiara e calma risposta.
-Non puoi convivere con dellodio nellanimo senza esserne cambiato.-
-Ora come ora sono come intorpidito, troppo sfinito anche solo
per odiarla. Questo verrà dopo.-
-Potrebbe esserti daiuto il sapere che Diana...- Al solo sentir
pronunciare quel nome, Vincent si girò di scatto guatandolo furibondo,
ma Padre con calma continuò: -Non puoi impedirmi di pronunciare
il suo nome...Stavo dicendo: potrebbe esserti daiuto il sapere
che Diana é andata a cercare Catherine?-
Sentendo il nome dellamata, un lampo di pura gioia brillò negli
occhi di Vincent solo per mutarsi subito in dolore.
Disse: -Crede forse con questo di riparare a ciò che ha fatto?
Non può. Ci sono due anni perduti da mettere in conto. Catherine
non avrebbe mai fatto ciò che ha fatto lei, tantomeno per amore:
Catherine sapeva il vero significato della parola amore.-
-Sì, ti credo, ma lei sapeva anche il vero senso del perdono.
Penso che lei avrebbe voluto che tu cercassi di capire perché
Diana ha agito come ha agito e che eventualmente tu fossi in grado
di perdonarla per la sua fragilità.-
Si alzò, avvicinandosi al suo infelice figlio e appoggiandogli
una mano sulla spalla a mo di conforto.
-Tutti noi facciamo degli errori, Vincent. Alcuni sono più gravi
di altri. Il suo errore é stato quello di non essere sincera con
te o con Catherine. Ma alla fine ti ha detto la verità.-
-Sì-, disse Vincent con un ringhio, -quando ormai non potevo più
fare niente. Devo rimanere bloccato qui, e limitarmi a sperare
che un giorno Catherine varchi quella soglia. Ciò che vedo di
fronte a me, Padre, sono anni interminabili e desolati.- Agitando
il pugno di fronte a sè, gridò: -Se solo fossimo ancora connessi!
Mi sento perduto senza il suo cuore che batte insieme al mio!-
Padre lo strinse in un abbraccio: -Abbi fede, figlio. Lei tornerà
a casa, ne sono certo.-
***
Le prime luci dellalba sorpresero Diana raggomitolata in maniera
miseranda, le gambe piegate contro al mento, accasciata contro
la spalliera del divano. Non aveva un chiaro ricordo di come fosse
riuscita a raggiungere il suo appartamento: lultima cosa che
ricordava era Padre che le camminava accanto.
Aveva profondamente ferito luomo che diceva di amare. Laveva
ferito in maniera tale che lui non voleva rivederla mai più. Le
lacrime cominciarono di nuovo a scorrerle lungo le guance già
bagnate. Ne fu sorpresa: era convinta di aver pianto tutte le
sue lacrime.
Amaramente, le sovvenne un passo del poema di Robert Frost dal
titolo La strada che non percorsi. Alle superiori, la poesia
non era mai stata il suo forte, e il significato nascosto di quel
particolare poema non le era mai stato chiaro... fino ad oggi.
L'ultimo passo recitava:
E lo dirò con un sospiro
Negli anni e per gli anni a venire:
Due strade divergevano nella foresta, ed io
Io presi quella che mai avevo percorsa
E questo infine fece la differenza
Anche lei aveva preso la strada mai percorsa, quella che portava
al mentire ed allimbrogliare. E questo infine aveva fatto la
differenza nella vita di tre persone, Vincent, Catherine e Jacob,
e aveva inoltre rovinato irreparabilmente la sua stessa vita.
Se si fosse comportata in maniera onesta, Vincent avrebbe ancora
fatto parte della sua vita, Catherine probabilmente sarebbe diventata
una sua buona amica e lei sarebbe stata una cara zia per Jacob.
Sarebbe stata accettata ancora come buona amica e aiutante dalla
gente del Mondo di Sotto.
Sarebbe..
Avrebbe potuto...
Se solo...
Doveva ritrovare Catherine non fossaltro per dimostrare a Vincent
che lei era ancora unamica.
D'accordo, Bennett, é ora di darsi una mossa e di fare ciò che
va fatto.
Ma semplicemente lei non era in grado di muoversi e riandò con
la mente al giorno in cui Catherine Chandler si era risvegliata.
Era il giorno in cui era stato dato il nome a Jacob, e Diana si
chiese ora se non fosse stata proprio quella la ragione per cui
Catherine aveva ripreso i sensi...
Ricordò come era stata invitata alla cerimonia da un padre pieno
di gratitudine e quanto aveva gradito i segni di stima e di amicizia
che le avevano rivolto gli abitanti dei tunnels. Quando se ne
era andata, aveva deciso di recarsi da Catherine: era decisa ad
essere presente ad un suo eventuale risveglio. Era necessario,
se voleva mettere in atto il suo piano.
Mentre attraversava le asettiche sale del NYU Downtown Hospital,
incontrò Harry Crandall. Come medico che aveva in cura Catherine,
si preoccupava alquanto dello stato comatoso della sua paziente.
Fu perciò con un sorriso che apostrofò Diana dicendo: -Ehi, Bennett!
Finalmente si é svegliata!-
Pur mantenendo unespressione tranquilla, Diana sentì lo stomaco
contrarsi. Il giorno fatidico era arrivato. Doveva essere persuasiva
allennesima potenza.
-Come sta adesso, dottore?-,chiese, -Le droghe hanno forse lasciato
il segno?-
-Assolutamente no. Ha la mente lucida.- Il medico affrettò il
passo per stare alla pari con Diana.
-Anzi, per la verità ha chiesto quando potrà lasciare lospedale.-
-Mi lasci parlare con lei.-, disse Diana, - Vedrò di farla stare
tranquilla- e sorrise nervosamente al medico.
Giunti alla stanza di Catherine, Diane rimase un attimo in ascolto
senza entrare. Sembrava che nella stanza fosse in atto un acceso
dibattito: Catherine, smaniosa di lasciare l'Ospedale, stava discutendo
animatamente con uninfermiera.-Voglio i miei vestiti, ho detto,
e li voglio ora!-
-Il dottore non é ancora pronto per visitarla-, le rispose linfermiera,
che iniziava ad arrabbiarsi a dispetto della professione che esercitava.
-Non me ne importa: devo andare a casa.-
Vedendo lo sguardo determinato negli occhi verdi della donna,
Diana sgusciò nella stanza. Immediatamente, percependo che qualcun
altro era entrato nella stanza, Catherine si girò.
-E lei chi é?-, chiese gentilmente.
Srtingendosi mentalmente le braccia attorno al corpo, Diana si
dipinse in viso quel che sperava apparisse un sorriso sincero.
-Mi chiamo Diana Bennett. Ero presente alla sua autopsia, quando
il dottore scoprì che lei era ancora viva.-
Catherine si lasciò andare contro il cuscino, gratificando linvestigatrice
di un caldo sorriso. Dio, se era bella! Diana al suo fianco si
sentiva più che mai un brutto anatroccolo. Non era, quella di
Catherine, una bellezza sfacciata, esteriore: no, era molto di
più, era una bellezza interiore che si irradiava allesterno.
-Quindi penso che sia lei la persona che si é data tanta pena
per me. Non potrò mai ripagarla per tutto quel che ha fatto.-
Catherine prese la mano di Diana e la strinse con fermezza, gli
occhi color dellerba che brillavano di gratitudine. Tanta gratitudine
fece quasi cambiare i piani di Diana, ma poi le tornarono in mente
gli occhi blu di Vincent e il momentaneo ripensamento svanì come
neve al sole.
Oh, certo che mi puoi contraccambiare. Sparisci e lascia Vincent
a me! pensò, però disse: -Sono felice che si sia riusciti ad
arrivare in tempo.-
-Giusto per un pelo, vero?-Catherine ebbe un brivido ripensando
a quanto vicina fosse stata alla morte.
-Già.- Diana prese una sedia e si sedette accanto al letto. Poi,
rivolgendosi allinfermiera, le disse: -Perché non ci lascia sole
per un paio di minuti? Sono certa che lei ha molte incombenze
da svolgere e noi dobbiamo discutere di alcune cose in privato.-
Linfermiera non se lo fece ripetere due volte e lasciò la stanza.
Catherine intuì che cera qualcosa che non andava. Si trattava
forse... del bambino? Con ansia chiese: -E il mio bambino? Lavete
trovato?- Sperava con tutte le sue forze che Vincent avesse capito
quanto lei aveva mormorato prima di cedere al buio, e che il bambino
adesso fosse al sicuro nel Mondo di Sotto. Guardò speranzosa la
donna seduta di fianco a lei.
Ma Diana sapeva di non poterle dire che Jacob era al sicuro insieme
al padre. Avrebbe anche dovuto spiegare quali erano i rapporti
fra lei e Vincent ed era invece di primaria importanza che Catherine
non sapesse che lei lo conosceva.
Perciò mentì: -No, non lo abbiamo trovato. Abbiamo trovato una
nursery, ma il bambino non cera.-
Annientata dal pensiero che Gabriel stesse allevando il suo bambino,
Catherine ebbe la forza di chiedere: -Sa se mio figlio é con...
con quelluomo?-
Bene, Diana poteva almeno concederle un piccolo sollievo. Rispose:-No,
non sappiamo dové, ma di sicuro non é insieme a Gabriel. Gabriel
é morto. Gli ho sparato io.-
Catherine si girò nascondendosi il viso tra le mani. Gabriel era
morto e suo figlio era scomparso: doveva farsi forza e credere
che fosse stato Vincent a trovarlo e che adesso il bambino era
al sicuro tra le braccia del padre. Per favore, mio Dio, pregò,
fa che sia così. non poté però impedire alle lacrime di sgorgare.
Stette in silenzio per alcuni minuti, cercando di calmarsi, ripetendosi
che suo figlio non era insieme a Gabriel. Cercò di convincere
sè stessa che, una volta tornata a casa, avrebbe ritrovato il
bambino sano e salvo nei tunnels.
Diana si schiarì la gola, riportando Catherine alla realtà, relegata
in un ospedale quando lunica cosa che voleva era essere nella
tranquillità del Mondo di Sotto, strettamente avvinghiata al petto
di Vincent. Alzò gli occhi con sguardo interrogativo e Diana disse
subito: -Penso che lei voglia lasciare al più presto lospedale.-
-Sì, devo tornare a casa mia. ci sono persone che devono sapere
che io sono viva e sto bene.-
Già, Vincent, per esempio., pensò Diana e disse: -Non credo
che, ora come ora, questa sia una buona idea.-
Sorpresa da quelle parole, Catherine incalzò: -Perché no? Gabriel
é morto.-
-Questo é vero, ma rimane pur sempre la sua organizzazione. E
quelli rivogliono lagendina nera, a tutti i costi.-
Colpita dal pensiero che ancora non era in salvo, Catherine mormorò:
-Ma io lho data ad Elliot Burch. Lui vi potrà dire dove lha
messa.-
-Elliot Burch é morto.-, disse Diana in tono neutro.
Scioccata, Catherine spalancò gli occhi. -Oh, Dio, no...- Inspirò
a fondo e poi espirò piano, per calmarsi. -Povero Elliot. Gli
ho dato solo dolore ed ora... questo.- Rimase in silenzio per
qualche istante, poi :-Come é morto?-, chiese con un fio di voce.
-Crediamo sia rimasto ucciso nellesplosione di un cargo, la Compass
Rose.-
-Oh, Dio! E come mai é saltata in aria?-
-Questo non lo sappiamo.-, mentì nuovamente Diana.
Catherine non poteva lasciare che qualcosa di simile potesse accadere
a Vincent. Se lui fosse morto, sarebbe morta anche lei. -Perciò
loro pensano che io sappia dové lagendina?-
-Probabilmente.- Diana lasciò che fosse lei stessa a tessere la
ragnatela di inganni che lavrebbe avvolta.
-Quindi devo nascondermi... Bene, conosco il posto perfetto per
farlo.- Catherine sorrise tra sè come se conoscesse il più bel
segreto del mondo. Non vedeva lora di essere nei tunnels, con
Vincent.
Ma Diana cancellò le sue speranze dicendo: - Di certo capirà che,
se viene allo scoperto, metterà in pericolo chiunque la conosca
e le voglia bene. LOrganizzazione ha spie dovunque e le mani
in pasta in ogni dipartimento, settore o strato sociale della
nostra società. Ovunque lei vada, porterà il pericolo con sè.-
A Catherine si afflosciarono le spalle. -Ha ragione. Metterei
in pericolo Jenny, Joe, Peter...- stava per pronunciare il nome
di Vincent, ma si fermò in tempo.
-Qualsiasi persona che la conosca anche soltanto superficialmente.-,
rincarò Diana. Di Jenny non si preoccupava; Joe era adesso il
suo capo, ma Peter Alcott proprio non le piaceva. Non sopportava
lo sguardo di disapprovazione con cui losservava ogni volta che
era in compagnia di Vincent. Peter Alcott doveva aver capito a
cosa lei mirasse.
Catherine giaceva silenziosa nel letto, rimuginando su quanto
le aveva detto la giovane donna. Il suo cuore aborriva lidea
di non poter andare giù, nei tunnels, ma la sua mente doveva ammettere
che Diana aveva ragione
Chiese: -Non sarei mai al sicuro in città, quindi?-
Diana scosse lentamente la testa :-No.-
-Perciò dovrò restare morta per un po di tempo.- Mentre lo
diceva, le si spezzava il cuore, ma sapeva che questa era la sola
scelta possibile.
Diana annuì. -E così.- Unaltra piccola spinta nella direzione
giusta, e Catherine si sarebbe convinta di essere stata lei stessa
a pensare di dover lasciare la città. Era ancora un po confusa
a causa della recente uscita dal coma, e per adesso poteva essere
manipolata. Facilmente la si poteva convincere che ciò che stava
per fare era nellinteresse di chi amava, oltre che di sè stessa.
In silenzio, ascoltò il piano di Catherine su come lasciare inosservata
la città, e divenne una complice più che accondiscendente.
Diana non avrebbe mai saputo quanto costò a Catherine il non darsi
per vinta cominciando ad inveire contro il destino crudele che
ancora una volta la costringeva a separarsi da Vincent. Nel tempo
che la sua sconosciuta rivale impiegò per tornare a casa, Catherine
aveva già pianificato la sua fuga nei minimi dettagli.
Il giorno dopo Diana offrì a Catherine, che accettò con gratitudine,
abbastanza denaro per raggiungere Montreal, in Canada, e poi Berna,
in Svizzera. Molti anni prima Charles Chandler aveva aperto un
conto in una banca svizzera. Non laveva mai estinto, per precauzione,
e non laveva nemmeno mai usato. Perciò ora era interamente a
disposizione della figlia.
Superando le ovvie obiezioni del dottor Crandall, Diana riuscì
ad ottenere una ambulanza per trasportare Catherine in un ospedale
di Montreal. Il viaggio si svolse nel più assoluto silenzio, poiché
Diana lasciò Catherine sola con i suoi pensieri. A Montreal, sotto
falso nome, depositati i soldi affittò una stanza in un albergo
e comprò a Catherine dei vestiti per quando sarebbe uscita dallospedale.
Poi le due donne concordarono un sistema per tenersi in contatto:
ogni sei mesi, Diana avrebbe spedito fermo posta allufficio postale
di Montreal una lettera in cui lavrebbe aggiornata e le avrebbe
detto quanto fosse sicuro tornare a casa. Se Catherine non avesse
risposto, significava che aveva deciso di non tornare ancora.
Con un grosso sospiro di sollievo, Diana si imbarcò sul volo che
lavrebbe riportata a New York. Si accomodò al suo posto con tutta
lintenzione di godersi il viaggio di ritorno.
Una settimana dopo, quando contattò lospedale di Montreal, scoprì
che Catherine se ne era già andata. Anche la banca non ne aveva
più notizie. Solo in quel momento Diana si rese conto di quanto
ridicolmente facile fosse stato manovrare la rivale affinché sparisse
senza avvertire Vincent.
Ora, ammantata nella sua miseria, provava ciò che doveva aver
provato Catherine e se ne vergognò. Nel suo timore di mettere
in pericolo Vincent, Catherine non si era fermata di fronte a
nulla, sacrificando ogni cosa, compresa la sua stessa felicità,
per proteggere Vincent e il Mondo di Sotto. Se Vincent avesse
dovuto innamorarsi di unaltra donna (cosa impossibile, Diana
ora lo sapeva), sospettava che, seppur con la morte nel cuore,
Catherine lo avrebbe perfino accettato e si sarebbe messa da parte.
Diana aveva avuto due anni per cercare di catturare il cuore di
Vincent e aveva fallito. E nella sconfitta aveva profondamente
ferito Vincent rivelandogli che Catherine era viva, ma irraggiungibile.
Lui non poteva uscire nel mondo per cercare lunica donna che
avesse mai amato (e a questo pensiero Diana sentì unaltra fitta
al cuore); perciò, toccava a lei ora trovare Catherine.
****
La mattina seguente Diana, pallida, svogliata e con gli occhi
arrossati, stava aspettando che Joe arrivasse al lavoro.
Quando lui arrivò, le diede unocchiata, le disse di sedersi sulla
comoda poltrona in pelle di fronte alla scrivania e commentò:
-Bene, non mi sembri in gran forma. Hai laria di una gatta a
cui han portato via i gattini. Cosa ti é successo?-.
Si mise comodo per ascoltarla , con le mani intrecciate dietro
alla nuca ed i piedi appoggiati sulla scrivania.
Il commento era così calzante che Diana per poco non si mise a
piangere di nuovo, ma era talmente sfinita che non ci riuscì.
Perciò si decise e spifferò tutta la sua storia senza tentare
di indorare la pillola.
Man mano che parlava, gli occhi di Joe si spalancavano sempre
di più, e quasi cadde dalla sedia.
Alla fine, il suo volto era una terrea maschera di incredulità.
-Cosa tenti di dimostrare, Bennett? Che io sono un completo idiota?
Sono io quello che lha trovata, te ne ricordi o no?- La sua voce
si spezzò con un singhiozzo.
Diana non aveva nemmeno la forza di esasperarsi. Nessuno avrebbe
mai creduto alla sua storia di primo acchito, perciò si risolse
a ripetere i punti salienti del suo racconto.
Questa volta, convinse Joe.
Per un attimo lui se ne stette in silenzio, poi si alzò di scatto
e le si parò di fronte, aggredendola: -Perché lhai fatto, e perché
ora me lo stai raccontando?-
Lei chinò il capo: -Per un sacco di ragioni personali, Joe.-,
disse.
Lui le lanciò unocchiataccia: -Hai conosciuto quel... quel Vincent?-,
chiese. Ma dal suo tono si capiva che sottintendeva qualcosa di
più di una semplice conoscenza superficiale.
-Sì-, rispose lei con aria infelice.
La rabbia iniziale era ormai sbollita e Joe tornò a sedersi, guardandola
bene in faccia: -Se lui lha amata tanto quanto lo ha amato lei,
non avevi alcuna possibilità.- Così come non ne avevo io, concluse
mentalmente.
-Adesso lho capito.-, rispose a fatica Diana, con le lacrime
che le serravano la gola.
Con scarsa compartecipazione, Joe chiese: -E adesso, cosa vorresti
che io facessi?-
-Concedimi un anno di aspettativa dal lavoro. Mi serve questo
tempo.-
-E per che cosa?-
-Devo ritrovarla, per Vincent.-
-Ma certo, perché, per chissà quale ragione, lui non può farlo
da solo, vero?- Joe aveva parlato con esasperazione, lo sguardo
irritato.
Diana scosse la testa: -No, lui non può. Sarebbe già andato, se
potesse.-, sussurrò.
-Sì, certo.- replicò Joe, per nulla impressionato. E continuò:
-Sono passati due anni, Bennett. Penso che la cosa ti sia ormai
sfuggita di mano.-
-Lo so. Ecco perché ho bisogno di quellanno di aspettativa.-
-Ok, fai come vuoi e io cercherò di aiutarti per quel che mi sarà
possibile.-
-Spero proprio che tu possa.-
-Ma prima di qualsiasi altra cosa, ti consiglio di andare a casa
e di cercare di dormire un po.-, le ordinò, soprappensiero.
-Dormirò sullaereo.- Diana accennò un timido sorriso di ringraziamento.
-Da dove pensi di cominciare?-
-Da Montreal. E in un ospedale lassù che lho salutata per lultima
volta.-
-E lhai lasciata lì... da sola?-, chiese incredulo Joe, scioccato
dal fatto che Diana avesse potuto compiere una azione tanto insensibile.
Con vergogna, lei abbassò gli occhi e assentì col capo, incapace
di sostenerne lo sguardo.
-Bene, mi auguro che tu la ritrovi e che le possa chiedere lassoluzione
che sembri tanto bramare. Tienimi informato, ok?- Accompagnando
la donna fuori dallufficio, aggiunse: -Arrivederci e buona fortuna,
Diana.-
-Arrivederci, Joe.-
Joe la guardò sparire oltre il corridoio, sapendo per almeno un
anno che non si sarebbero più rivisti. Sperava ardentemente che,
prest, lei gli facesse avere buone notizie.
****
Seguire le tracce di Catherine da una capitale allaltra sarebbe
stato un incubo per qualsiasi investigatore. Come Diana già sapeva,
da Montreal Catherine era andata a Berna. Lì, aveva attinto al
fondo di famiglia, restituendo a Diana quanto le era stato prestato
, facendo poi perdere le sue tracce. Diana scoprì che nei suoi
movimenti successivi, Catherine non aveva mai sostato in una città
per più di una settimana, rimanendo di solito per una o due notti
soltanto, preferendo muoversi rapidamente. Era chiaro che, almeno
inizialmente, temeva di essere scoperta se avesse sostato per
più giorni in uno stesso posto. Dopo alcuni mesi, però, questo
timore doveva essersi attenuato: Diana scoprì infatti che Catherine
era rimasta a Parigi per diverse settimane.
****
Quando aveva deciso di vagare per il mondo, Catherine aveva cambiato
con delle lenti a contatto il colore degli occhi e si era tinta
i capelli. Cambiò anche trucco e modo di vestire, oltre che lacconciatura.
Imparò a camminare in modo diverso e a mutare la postura.
Mentre prima affrontava la vita a passo di carica, adesso avanzava
pian piano, e anziché ostentare il fiero portamento imparato in
collegio, camminava un po curva, quasi scivolando tra cose e
persone; la voce, calda ed educata, diventò quella di un contralto.
E tutto questo lo fece perché i suoi amici ed il suo unico amore
non fossero messi in pericolo. Cambiò nome tanto spesso che a
volte lei stessa non ricordava più chi era quel giorno, o quella
settimana, o quel mese. Infine optò per una sola identità, quando
si convinse di aver messo abbastanza ostacoli tra lei e la sua
vita precedente.
Il rimpianto per essersi dovuta separare da Vincent divenne parte
di lei ed in lei si radicò profondamente. Sebbene avesse ricominciato
a sorridere, cera in lei sempre unaura di tristezza che niente
poteva dissipare; nei primi mesi dopo aver lasciato New York,
la vista di un bambino con gli occhi azzurri la commuoveva fino
alle lacrime. Via via che il tempo passava, lei riuscì a controllare
le sue emozioni, ma sempre... sempre... nei suoi pensieri cerano
Vincent ed il loro bambino. Sua unica consolazione era il credere
che Vincent avesse portato il bimbo in salvo. Il pensiero di suo
figlio ancora nelle mani della gente di Gabriel era troppo orribile
da contemplare e il solo modo che aveva per riuscire ad addormentarsi
la notte era di immaginare il piccolo che dormiva tranquillo in
una culla accanto al letto del padre. Il pensiero che ciò che
stava facendo era per il bene di quei due era lunica cosa che
la aiutava ad andare avanti.
Catherine sostò quasi sempre in piccoli villaggi o nei sobborghi.
Ovunque andasse, stringeva profonde amicizie e i suoi nuovi amici
erano sempre estremamente protettivi nei suoi confronti.
Cosa mai cera in Catherine, si chiese Diana, da far sì che lamore
per Vincent facesse emergere il lato migliore di lei, mentre quello
stesso amore aveva reso Diana egoista ed avida?
Si augurava di riuscire a scoprirlo, prima o poi.
Da Berna, Diana ne seguì le tracce sino a d Edimburgo, e poi nelle
Highlands. In un piccolo villaggio, Catherine era diventata amica
di tutti. Aveva scelto quel villaggio in particolare perché da
lì veniva un suo antenato. Le piaceva sapere che la sua linea
genealogica era tanto lunga e varia e si augurava che così continuasse
dopo che avesse potuto riabbracciare il figlio.
Dalle Highlands, Catherine si spostò a Copenhagen, poi a Bonn,
Madrid, e Roma.
Infine, lultima destinazione condusse Diana in Grecia, precisamente
sullisola di Rodi.
****
Sydney Templeton, lultima incarnazione di Catherine, si chiedeva
perché mai Omero avesse definito il Mar Egeo un mare scuro come
il vino: oggi era di un blu assoluto, riflesso del blu del cielo,
tanto simile al colore degli occhi di chi amava.
Le voci allegre di due bambini che giocavano sullimmacolata spiaggia
di Rodi laveva fatta alzare, attirandola alla terrazza dellHotel
dove alloggiava. Appoggiata alla balaustra, li osservò giocare
tra le onde, sotto lo sguardo vigile della loro giovanissima madre.
Sydney aveva gli occhi velati di lacrime. Erano una bambina
di circa cinque anni ed un bambino di circa due anni. Il bimbo,
ancora un po incerto sulle gambette, si metteva a sedere nellacqua
senza tante cerimonie ogni volta che arrivava londa. Ridendo
alla mamma, sbatteva felice le manine cercando di afferrare la
spuma.
Gli occhi di Sydney non si staccavano dal bambino. Era biondo
come il grano maturo e i capelli sembravano catturare la luce
del sole fino a risplendere ancor più. Sydney si chiese se anche
suo figlio aveva i capelli biondi, poi scacciò quel pensiero.
Per qualche ragione, quel giorno pensare a lui le faceva più male
del solito. Era riuscita a vederlo soltanto una volta, ma quellunica
volta era bastata per scolpirlo per sempre nel suo cuore.
Il tocco dellorologio a pendolo nella sua stanza le ricordò che
era tempo di prepararsi per il pranzo.
-Siate felici, bambini.-, sussurrò guardando ancora la spiaggia,
-Siate amati.-
Mentre guardava giocare i due bambini, era giunta ad una decisione.
Erano già passati tre lunghi anni senza messaggi che le dicessero
di tornare e lei era stanca di correre. Era tempo ormai ti tornare
a casa. Lavrebbe detto anche agli Hamilton, i suoi compagni a
pranzo.
***
Ovunque andasse, le teste si giravano al passaggio di Sydney.
Capelli corti, aderenti e neri, profondi ed espressivi occhi bruni,
pelle dalabastro combinata con una grazia naturale ed un viso
attraente la rendevano innegabilmente una bella donna. Aveva poi
un corpo atletico e snello che la faceva sembrare più alta di
quanto non fosse. E il fatto che fosse ricca ed indipendente le
dava ancora maggior attrattiva.
Al tavolo dove la stavano aspettando, Jim e Sheila Hamilton si
strinsero nelle spalle e osservarono con divertimento lentrata
di Sydney, tallonata senza vergogna da tutti i suoi corteggiatori.
-Bisogna pur concedersi un po.-, sussurrò allorecchio di Sheila
che, ridendo, riferì al marito.
Questi strizzò locchio a Sydney e poi si alzò, invitando la
moglie a ballare. I loro posti furono subito occupati da due aitanti
giovanotti. Alla fine, la giovane donna ne ebbe abbastanza e dopo
aver congedato i suoi pretendenti, diede la buonanotte anche agli
Hamilton e salì nella sua stanza. Doveva preparare i bagagli,
poiché lindomani sarebbe tornata a casa.
****
Destino volle che Sydney lasciasse lisola con la stessa nave
da cui sbarcò Diana. Le due donne furono a meno di dieci passi
una dallaltra, ma erano entrambe troppo immerse nei loro pensieri
per notare chi cera attorno.
Catherine, guardando il mare dalla balaustra della nave, salutò
la baia di Rodi che svaniva in distanza. Avrebbe preso un volo
da Atene a Parigi e da lì ad Atlanta. Poi, New York.
Il pensiero di tornare nella sua città nella stagione in cui il
parco si dipingeva con i rossi, gli arancioni ed i gialli dellautunno
la rendeva doppiamente ansiosa. Sarebbe stata a casa quellinverno,
per vedere il parco ricoperto di neve. E poi avrebbe visto i riluttanti
colori della primavera aprire la strada al tripudio dellestate.
Bramava rivedere la sua città, e risentire laccento newyorkese
rinvigorire il suo animo.
****
Diana arrivò nel piccolo albergo mentre Sydney salutava da lontano
lisola. Lalbergo, rivestito di pietra bianca, era molto carino,
con solo venti stanze che davano tutte sul mare e Diana ebbe la
fortuna di trovare una stanza libera. Il personale si rivelò cordiale
e affabile. Diana mostrò una foto di Catherine, ma senza successo.
Quella sera incontrò gli Hamilton. Erano senza alcun dubbio una
coppia molto innamorata e Diana si rammaricò del fatto che, ovunque
andasse, sembrava le venissero sbattuti in faccia solo esempi
di vero amore. Quando mostrò loro la foto di Catherine, sembrò
che la riconoscessero, ma poi Sheila disse: -Cielo, no, che sciocca!
Sydney aveva capelli corti e neri e occhi scuri!-
-Grazie lo stesso.-, le rispose Diana, abbattuta. Era stanca,
depressa, pronta a mollare tutto... ma lobbligo che aveva nei
confronti di Vincent non le permetteva di abbandonare.
Gli Hamilton, guardandola, ne ebbero compassione e le offrirono
di cenare insieme. Fu la serata più piacevole passata da quando
aveva lasciato New York. Quando ritornò in camera, un po più
su di morale, ebbe unidea: prese il suo portatile e modificò
limmagine di Catherine secondo la descrizione fatta dagli Hamilton
di quella tale Sydney.
Ma il mattino dopo, gli Hamilton non si trovavano e la reception
la informò che sarebbero probabilmente rientrati solo nel tardo
pomeriggio. Diana decise di passare la giornata in camera, a leggere.
Fece una telefonata a Peter Alcott, pregandolo di riferire a Padre
gli ultimi sviluppi della situazione. Avere Peter Alcott come
referente non le piaceva granché, ma Padre aveva voluto così e
perciò a lei non restava che accettare.
La voce fredda e distaccata del dottor Alcott le fece immediatamente
capire che lui sapeva quel che era successo tra lei e Vincent.
Aveva mantenuto la promessa fatta a Padre, riferendo gli sviluppi
della sua ricerca il primo di ogni mese. Allinizio, come le riferì
Peter, Padre riportava puntualmente a Vincent quanto era venuto
a sapere, ma poi aveva smesso, vedendo quanto dolore causava al
figlio quel continuo sperare per poi rimanere deluso.
Vincent temeva di sognare e sperare, temeva di soffrire ancora,
temeva di non poter sopravvivere ad un altro colpo come quello
infertogli da Diana. Viveva in una specie di limbo, buio e triste,
sperando e temendo di sperare nel ritorno di Catherine. Era per
lui una continua agonia saperla viva e non poterla stringere tra
le braccia.
Il rumore di bimbi che giocavano spinse Diana ad affacciarsi alla
balconata. Cerano un maschietto ed una femminuccia, insieme alla
madre, in riva al mare. Il bambino dai capelli biondi le ricordò
intensamente il piccolo Jacob, e in silenzio cominciò a piangere
sapendo che non lo avrebbe mai più rivisto. Lo amava quasi quanto
amava il padre. Quando smise di piangere, si accorse che la famigliola
se ne era andata. Sconsolata, tornò in camera e si gettò sul letto.
Cadde in un sonno leggero e passò il resto del pomeriggio sonnecchiando.
****
A cena, quella sera, Diana mostrò agli Hamilton limmagine ritoccata
di Catherine.
-E proprio Sydney!-, sentenziò Jim.
Finalmente, così vicina!
-Sapete dove la posso trovare?-, chiese Diana sentendo rinascere
la speranza.
-Ma... ha lasciato lalbergo, proprio il giorno in cui lei é arrivata.
E suppongo si sia imbarcata proprio sulla sua stessa nave.-, le
rispose Sheila.
-E non ha detto dove sarebbe andata? E molto importante: la sto
cercando per conto delluomo che la ama.-
-La nostra Sydney é sempre stata la ragazza del mistero. Lei non
ce lo ha detto e noi non abbiamo certo chiesto.- Sheila sorrise
con aria soddisfatta al marito.
-Avrebbe potuto essere diretta a casa?-, chiese ancora Diana,
pensando intanto: Oh, Dio, fa che rispondano di sì!.
-E possibile, sì. Ho notato che parlava sempre più spesso degli
States.-, rispose Jim.
-Grazie! Mi siete stati di grande aiuto. Adesso, credo sia ora,
per me, di tornare in camera. Buona notte!- E si alzò.
Il giorno dopo, di buon mattino, Diana lasciò lalbergo.
****
Arrivata a New York, Catherine, ancora vestendo i panni di Sydney,
prese una suite che era quasi un appartamento nello stesso edificio
usato da Devin quando aveva lavorato per lUfficio del Procuratore
Distrettuale.
La prima cosa che fece, dopo aver disfatto le valigie, fu andare
sulla veranda che si affacciava sul Central Park. Passò più di
unora persa nei ricordi e fantasticando sul suo futuro. Pensò
a come sarebbe stato stringere suo figlio tra le braccia. Lunico
sguardo che gli aveva rivolto le aveva detto che sarebbe stato
un bellissimo bambino. Non vedeva lora di essere con lui: le
sue braccia erano rimaste vuote per troppo tempo.
Quella notte, sognò di incontrare Vincent. Si svegliò sentendosi
bene come non mai in quegli ultimi mesi.
Di buon mattino si recò alla Biblioteca Pubblica. Si mise a leggere
tutte le vecchie copie dei giornali, venendo a sapere tutto sulla
fine Gabriel, e soprattutto sulla fine della sua organizzazione.
Capì così di essere stata tradita proprio dalla donna in cui credeva.
Avrebbe potuto tornare a casa in qualsiasi momento: poteva anzi
farlo subito... ma esitava, avendo paura che lui fosse cambiato
nei suoi confronti. Era quasi certa che, se così fosse stato,
lei se ne sarebbe già accorta... quasi certa, perché ormai,
senza la presenza del loro legame, non poteva più esserne sicura
al cento per cento. Dopo tutto, lui laveva creduta morta e certo
aveva dovuto nonostante tutto ,andare avanti.
Paventava la possibilità di essere tornata solo per trovarlo con
unaltra accanto.
Riconsegnò i giornali al bibliotecario e si affrettò verso il
parco, nella speranza di imbattersi in suo figlio. Non aveva importanza
quanto fosse cresciuto: era certa di riconoscerlo al primo sguardo.
Seduta su di una panchina nei pressi dellentrata ai tunnels,
Sydney osservò un gruppo di bambini che correvano e si rotolavano
nellerba, giocando. Con impazienza, aspettò per più di due ore,
osservando attentamente i volti di tutti i bambini che vedeva.
Stava per perdere le speranze quando sentì qualcuno lamentarsi.
Guardando con attenzione, vide un bimbo che tirava insistentemente
la mano di una ragazzina, dicendo: -Dài, Sammy, voglio salire
sullaltalena!-
Catherine capì subito che quello era suo figlio.
Avrebbe riconosciuto ovunque quegli gli occhi azzurri, e quei
capelli biondi, e riconobbe anche tratti di sè stessa in quel
viso: caparbietà e cocciutaggine segnavano la mascella decisa
e squadrata che il figlio aveva ereditato da lei. Era bellissimo,
e il cuore quasi le scoppiò dal desiderio di correre da lui ed
abbracciarlo fin quasi a soffocarlo.
Esasperata, la ragazzina, il cui nome era Samantha, stava dicendo:
-Va bene, va bene, Jacob, andiamo sullaltalena!- Ridendo felice,
il piccolo le lasciò la mano correndo verso larea dei giochi.
Con un sospiro esagerato, Samantha si sedette allestremità opposta
della panchina dovera seduta anche Catherine.
La donna sorrise alla ragazzina e chiese: -Sarebbe bello se stessero
più tranquilli, vero?-
Samantha osservò con curiosità Sydney. Cera qualcosa in quella
donna che ispirava fiducia e perciò rispose: -E vero, soprattutto
per Jacob. E sempre così pieno di energia.-, e intanto guardava
di sottecchi Sydney.
Accortasi di questo, Catherine chiese: -Cé qualcosa che non va?-
-Beh, no, no a dir la verità. E che lei mi ricorda una persona
che conoscevo tanto tempo fa.-
-Spero fosse una persona simpatica.-, replicò Catherine. Era curiosa
di sapere che cosa adesso si dicesse di lei nei tunnels.
-Oh, sì, lei era magnifica. Vorrei essere come lei quando sarò
grande. Una volta pensavo di diventare ballerina, ma adesso ho
deciso di diventare avvocato. Voglio aiutare la gente proprio
come faceva lei.-
-E unambizione lodevole e sono sicura che lei sarebbe orgogliosa
di sapere che tu la vuoi emulare.-
-Mi manca tanto; manca a tutti.-
-Sono certa che anche tu manchi a lei.- Proprio allora Jacob arrivò
di corsa, inciampando in una delle gambe della panchina e cadendo
sul cemento, sbucciandosi un ginocchio. Istintivamente, Catherine
se lo prese in grembo, confortandolo: - Però, che ometto che sei!
Non piangi nemmeno.-, osservò, esaminandogli il ginocchio.
-Piangere é da femminucce.-, dichiarò con sufficienza il piccolo.
-Non so se il tuo papà sarebbe d'accordo.-
Jacob ci pensò su un attimo e poi annuì:-Sì, é vero, ho già visto
papà piangere. Ma diventerò anche io forte come il mio papà: lui
non piange mai quando si fa male.-
-Deve essere un grande papà-, disse Catherine, il cuore gonfio
di desiderio.
-Già.-
Samantha andava avanti e indietro, mormorando: -Padre mi ucciderà,
lo sento.-
-Calmati...?-
-Samantha.-
-Calmati, Samantha: sono sicura che non succederà niente. Ora,
fatemi pensare... Quando vivevo in Europa avevo sempre dei cerotti
e del disinfettante nella borsetta. E credo proprio che ci siano
ancora.-
Dopo aver rovistato un po, trovò entrambi e pulì e incerottò
la ferita. Per tutto il tempo, Jacob rimase buono tra le sue braccia,
guardandola intensamente. Cera qualcosa di familiare in quella
donna, qualcosa che lo attirava irresistibilmente.
-Grazie mille, signora.-, disse Samantha, -Non ho mai visto Jacob
restare così tranquillo con qualcuno.-
Sydney sorrise al bambino: -Ciao, Jacob. Io mi chiamo... Sydney.-
Lui la guardò tendere la mano, poi, cerimoniosamente, gliela strinse.
Le piaceva quella signora, era carina e odorava di buono.
Sapendo che la ferita era decisamente superficiale, Catherine
gli chiese: -E adesso, te la sentiresti di andare a giocare un
altro po, Jacob?-
Ma il piccolo scosse la testa e si appoggiò al suo petto, mettendogli
le braccia attorno al collo. Il cuore di Catherine scoppiò di
gioia: uno dei suoi sogni si era alfine avverato. Lei baciò quella
testolina e strinse con forza gli occhi per impedire alle lacrime
di sgorgare. I due bambini non dovevano vederla piangere.
Jacob sembrava così felice di rimanere in braccio a quella signora
che Samantha quasi si odiò per quello che stava per dire, ma sapeva
che era ora di andare.
-Dobbiamo tornare a casa, Sydney. Si é fatto tardi.-
Jacob si strinse ancor più al collo di Sydney. Intuendo che
lei avrebbe preferito la segretezza, le sussurrò piano in un orecchio:
-Mamma?...-, non capendo veramente perché avesse avuto limpulso
di chiamare così quella donna; aveva però sentito che lei era
molto importante per lui, e inoltre assomigliava alla signora
che da un po di tempo appariva nei suoi sogni.
Sydney rispose, anchella sussurrando in modo che solo il bambino
la potesse sentire: -Vai adesso, ci rivedremo ancora.-
Con affetto gli batté qualche colpetto sulla schiena, poi lo mise
giù.
Prendendo la manina di Jacob, Samantha le chiese: -Ti incontreremo
ancora?-
-Non lo so. Spero di poter presto ritornare a casa.-
-Bene, se non ci dovessimo più incontrare, ti auguro di poter
tornare dai tuoi. Grazie per esserti presa cura di Jacob.-
-E stato un piacere.- Sydney sorrise, sebbene avesse una gran
voglia di piangere. Non sapeva quando avrebbe potuto essere di
nuovo con loro: questa probabilmente sarebbe stata lultima occasione
che aveva di vedere Jacob, finché non fosse tornata a vivere nei
tunnels.
Mentre si allontanavano, Jacob continuò a guardarla; sapendo che
i due bambini non avrebbero varcato lentrata dei tunnels mentre
lei li osservava, Catherine mandò al piccolo un bacio e si volse,
allontanandosi, il cuore triste eppure come avvolto da un affettuoso
tepore. Era il germe di un legame nascente tra lei e suo figlio,
un legame destinato a crescere nel tempo.
Jacob si rifiutò di varcare lentrata ai tunnels finché riusciva
ancora a distinguere in lontananza quella signora che, adesso
ne era certo, era la signora dei suoi sogni. Questi sogni erano
iniziati da circa una settimana. Non li capiva, ma riguardavano
una signora uguale a Sydney che andava in cerca di qualcuno.
Non sapeva bene se stesse cercando lui, il suo papà o entrambi.
Alla fine, Sydney sparì alla sua vista e Jacob finalmente seguì
Samantha, non vedendo lora di raccontare tutto al suo papà.
Più tardi, quella sera, mentre Vincent faceva il bagnetto a Jacob,
il bambino continuava a parlare eccitato della signora del parco.
Una fredda lama di paura trapassò Vincent al pensiero che suo
figlio avrebbe potuto essere preso da qualcuno del Mondo di Sopra,
qualcuno che poteva ferirlo o portarlo via per sempre. Osservò
con attenzione il volto animato del bambino, ma lo trovò solo
traboccante di felicità mentre continuava a raccontare della bella
Signora e di come lei gli avesse guarito il ginocchio. Quando,
esitante, Vincent glielo chiese, Jacob cominciò a descriverla.
Il ritratto che ne venne fuori non corrispondeva assolutamente
a Catherine, ma in tutta la sua pur breve vita Jacob non aveva
mai corrisposto a una donna così come a quella sconosciuta.
****
Di ritorno dal parco, Sydney si preparò una tazza di tè. Si
accorse a malapena del timido picchiettio alla porta: sembrava
quasi che chi stesse bussando non fosse molto sicuro di voler
essere lì.
-Un momento,- disse.
Aperta la porta, si trovò di fronte ad una sconsolata Diana Bennett.
-Sì?-, chiese con freddezza.
-Posso entrare, Catherine? Per favore.-, pregò Diana.
Gli occhi di Sydney si spalancarono per la sorpresa. Nessuno
prima di Diana laveva riconosciuta sotto al suo travestimento.
-Mi dispiace, ma credo mi stia confondendo con qualcun altro.-
Era determinata a mantenere l'incognito fino al momento in cui
si fosse effettivamente trovata a casa, nei tunnels, e fece per
richiudere la porta.
Diana intervenne prontamente, bloccandola: -Andiamo, Catherine.
Ho attraversato mezzo mondo, seguendo le tue tracce. Gli Hamilton
ti hanno descritta in maniera perfetta.-
Pensieri, emozioni, idee attraversarono in un attimo la mente
di Sydney, mentre faceva un passo indietro per permettere a
quella donna dallaria così stanca di entrare.
Che cosa laveva condotta lì?
-Vuoi qualcosa da bere?- , chiese, mentre la sua innata ospitalità
prendeva il sopravvento.
-Sì, te ne prego. Un caffè sarebbe perfetto.- Diana lasciò che
il suo corpo affaticato crollasse sul divano, sorprendentemente
confortevole. Mentre Sydney preparava il caffè, Diana si guardò
intorno. La stupiva che una donna di una tale classe e cultura
fosse pronta a mollare tutto per un uomo che viveva nelloscurità
sotto la città.
Sydney tornò con una tazza in ogni mano e ne posò una di fronte
a Diana, su di un grazioso tavolinetto dal ripiano di cristallo.
Poi, ripiegando le gambe sotto di sè, si accomodò allaltra estremità
del divano, in paziente attesa. Aveva un sacco di domande da fare,
ma voleva che fosse Diana ad iniziare: voleva sentire quali ragioni
le avrebbe dato per convincerla ad abbandonare la sua copertura..
Torturandosi le mani, Diana fece per parlare, poi ci ripensò e
bevette una lunga sorsata di caffè. Fu perciò Sydney che, alla
fine, si decise a prendere liniziativa:
-Come mai sei qui? Non ho avuto tuoi messaggi per tre anni...-
-Catherine..-
-Per favore: Sydney. Quellaltro nome appartiene ad unaltra
vita.-
-Daccordo, allora: Sydney. Quando ti dissi... quando dissi a
Catherine che, per il suo stesso bene e per il bene dei suoi cari,
lei avrebbe dovuto continuare a fingersi morta, ho mentito. Resi
la situazione molto più pericolosa di quanto fosse in realtà.-
-Lo so. Ho fatto i miei compiti a casa: ho letto tutti i giornali
degli ultimi tre anni. Lorganizzazione di Gabriel venne smantellata,
chi ne faceva parte venne arrestato e lagendina nera che avevo
dato a Elliot fu ritrovata in una cassetta di sicurezza... Perché
lhai fatto?-
Diana non riusciva a guardarla negli occhi. Le parole le si bloccavano
i gola.
-Io comunque credo di aver capito.-, continuò Sydney: -Tu ami
Vincent e lo volevi tutto solo per te.-
Poi, pose la domanda più importante della sua vita: -In che rapporti
eravate tu e Vincent?-
Diana sembrò farsi più piccola e, alzando lo sguardo, mormorò:
-Eravamo amici. Niente di più.- Tristezza e rimpianto risuonavano
nella sua voce, tanto esile che Sydney fece fatica a sentirla.
-Però tu volevi di più.- Fu una affermazione, più che una domanda.
-Sì. E per poco non ci riuscii. Gli chiesi di sposarmi e lui accettò.-
Per lo stupore, Sydney sbarrò gli occhi: -Lui accettò...-, ripeté
con voce atona.
-Sì, ma solo perché così Jacob avrebbe avuto una madre.-
Un inaspettato lampo di rabbia attraversò Sydney: come aveva
osato Lui pensare di far crescere suo figlio da unaltra donna? Poi sopraggiunse
il buon senso a calmarla, e comprese che lui aveva fatto ciò che
credeva fosse più giusto per il bambino.
-Perché non hai accettato? Se lavessi fatto, Vincent non ti avrebbe
mai lasciata né io glielo avrei mai chiesto. Ci avresti diviso
per sempre, e avresti ottenuto ciò che volevi: avresti avuto Vincent
tutto per te.-
-Sì.-, mormorò Diana, -Lo avrei avuto... il suo corpo, perlomeno,
ma sicuramente non il suo cuore. E mi avrebbe odiata molto più
di quanto mi odia ora nel momento in cui tu fossi ricomparsa.-
Scosse la testa, mentre sul suo viso si disegnava unespressione
di pura perplessità: -Non mi aspettavo che reagisse così come
ha reagito: credevo sarebbe scoppiato di felicità nel sapere che
eri viva, invece mi ha quasi aggredita. Come vorrei non avergli
detto niente!-, sibilò, stringendo convulsamente i pugni.
-Perché allora lo hai fatto?-
-Che lui mi creda o meno, lo amo, e voglio solo che sia felice.
Anche se non con me. Garantito, ho toppato di brutto... - e fece
un sorriso tirato, -....tutto é permesso in amore e in guerra,
dicono. Ma non in questo caso.- E Diana si sciolse in un torrente
di lacrime.
Provando nonostante tutto compassione per quella donna distrutta
ed infelice, Sydney la strinse in un abbraccio. Niente di ciò
che poteva dire lavrebbe confortata, poiché ciò che voleva realmente
Diana non era in suo potere darglielo, quindi non disse niente.
Poco alla volta, il pianto cessò e Diana si sciolse dallabbraccio.
-Grazie, Ca... Sydney. Lo aspettavo da molto tempo.-
-Un buon pianto é un grande aiuto per qualsiasi donna. Negli ultimi
tre anni io ho sparso fiumi di lacrime... Adesso ti senti un po
meglio?-
-Sì, per quanto possibile.-, rispose Diana, con voce pentita.
-E difficile non amarlo, vero?-
-Puoi dirlo forte.-
-E DIFFICILE ...-
Sydney fece una risata argentina quando Diana esclamò: -Oh,
per favore, no!-
La battuta, per quanto obsoleta, era riuscita a riportare un pallido
sorriso su quel viso rigato di lacrime.
-Non sei arrabbiata con me?- chiese poi Diana, meravigliandosi
della serenità con cui Sydney aveva ascoltato la sua confessione.
-Certo che sono arrabbiata, ma posso capire i motivi che ti hanno
spinto ad agire così. Se le nostre posizioni fossero state invertite,
forse avrei fatto la stessa cosa. Di certo mi sarei comportata
così ai tempi in cui non avevo ancora incontrato Vincent.-
-Mi dispiace così tanto C... Sydney. Potrai mai perdonarmi?-
-Non lo so. Veramente non lo so. Ma ci posso provare.-
Diana chinò il capo: -Grazie, non chiedo altro. Ho fatto tutto
ciò che potevo per porre rimedio...-
-Se vuoi veramente fare qualcosa per me, raccontami di ... di
mio figlio. So già che é con il padre. Come ha fatto Vincent a
trovarlo?-
-Bene... Vincent e io...- la donna esitò, poi continuò: -Insomma,
labbiamo salvato.- Per la prima volta da quando aveva varcato
la soglia dellappartamento, Diana fece un vero sorriso e si rianimò:
-E un bambino così intelligente e pieno di vita! E una gioia
averlo vicino. Vincent ha fatto un ottimo lavoro, con lui. Deciso,
ma tenero, lo ama con tutto il cuore.-
-Lo sapevo che Vincent sarebbe stato un padre perfetto per Jacob.-
Vedendo lo sguardo perplesso di Diana, Sydney continuò: - Sì,
so come si chiama: lho incontrato, al parco. E lho stretto tra
le braccia, ho sentito le sue manine attorno al collo e il suo
peso sulle mie ginocchia. Mi basta.- Ma Diana, guardandola, capì
che niente le sarebbe mai bastato, finché non fosse stata ancora
insieme a Vincent.
-E Padre? E Mary, Pascal...? Stanno tutti bene? E Mouse! Quel
dolce, caro ragazzo: come sta?-
-Stanno tutti bene. Padre attende mie notizie, per sapere se ti
ho trovata.-
Lacrime di nostalgia e felicità rigarono le guance di Sydney,
mentre chiedeva: -E Vincent?-
-E un anno che non lo vedo, ma so che sta bene. Altrimenti, Padre
me lo avrebbe detto se fosse stato ammalato o più infelice del
solito.-
-Mio povero amore. Posso solo immaginare quanto sia stata dura
per lui.-
-Quando pensi di riabbracciarlo?-
-Non finché non sarò tornata anchio la donna che lui amava. Negli
ultimi tre anni di rado ho pensato a me stessa come a Catherine
Chandler. Ci vorrà del tempo per rientrare in quei panni, ma
tu mi hai forzato la mano, così penso che sarà presto. Per favore,
non dirgli che sono tornata: voglio farlo di persona.-
-Va bene, non lo dirò a Padre. Riguardo a Vincent, penso che lui
non vorrà mai più parlare con me.-
-Mi dispiace, Diana, ma... -
-Lo so.-
Molte ore più tardi, dopo aver passato il tempo parlando di Vincent,
di Jacob, della gente del Mondo di Sotto e del soggiorno di Sydney
in Europa, Diana si sentì in pace con sè stessa come mai era stata
da lungo tempo. Si sentiva riabilitata dalla sua ricerca senza
posa di Catherine. Il fatto che Catherine fosse tornata prima
che lei realmente la trovasse non mutava lessenza delle cose.
Diana sentiva di essere cambiata durante quellultimo anno, e
sebbene fosse triste perché sapeva che nei tunnels non era più
la benvenuta, ugualmente si sentiva contenta per la nuova persona
che era diventata. Vincent era la persona più conciliante che
avesse mai conosciuto, e sperava che, un giorno, lui avrebbe forse
trovato nel suo cuore quel briciolo di compassione che gli avrebbe
permesso di perdonarla, e di riaccettarla nella sua casa.
A volte quel che si perde aiuta ad imparare anche le lezioni più
dure.
Sydney, o meglio, Catherine, perché così aveva ricominciato
a chiamare sè stessa, chiuse la porta e si abbandonò con le spalle
contro di essa. Era stata decisamente una giornata piena: prima
lincontro con suo figlio e poi la lunga conversazione con Diana.
Si stiracchiò, sorridendo convinta: si era ormai decisa e quella
sera stessa, al tramonto, si sarebbe recata all'entrata dei tunnels
nel parco.
Agguantò la giacca e lasciò la suite per, sperava, lultima volta.
Non cera niente, lì dentro, che realmente leappartenesse: erano
tutti oggetti di Sydney Templeton, un qualcuno che stava per scomparire
per sempre.
****
Mentre Catherine chiudeva la porta della suite, Vincent stava
con fatica convincendo a mettersi a letto un bambino letteralmente
distrutto dalla stanchezza. Mentre aspettava che il piccolo infine
si addormentasse, ripensò alla storia di Jacob riguardo alla bella
Signora del parco. Non aveva mai visto il figlio tanto colpito
da un abitante del Mondo di Sopra. Di solito, ne stava alla larga.
Quando aveva chiesto a Jacob di descrivere la donna, tutto ciò
che il figlio gli aveva saputo dire era che si trattava di una
bella signora e che anche il suo sorriso era bello e che si chiamava
Sydney.
Come padre, Vincent si era arrabbiato con Samantha perché aveva
lasciato avvicinare così tanto quella sconosciuta, ma Samantha
aveva detto e ripetuto che cera qualcosa di rassicurante in Sydney,
tanto che Jacob non avrebbe voluto lasciarla.
Vincent decise che, la prossima volta in cui Jacob fosse andato
al parco, lavrebbe seguito. Forse sarebbe riuscito ad intravvedere
quella donna e, se lei avesse fatto un solo gesto minaccioso nei
confronti di Jacob, lui, luce del giorno o meno, si sarebbe fatto
avanti per proteggere il figlio, lunico legame tangibile con
Catherine che ancora possedesse.
Un segnale dallarme arrivò tramite le tubature, distraendo Vincent
dal suo rimuginare. Era passato molto tempo da quando aveva dovuto
rispondere a quel tipo di allarme: stranieri nei tunnels. Mentre
si avviava verso lentrata di Central Park, incrociò Jamie e le
chiese di badare a Jacob mentre lui era assente.
A grandi passi si diresse allentrata e quando uscì dal labirinto
di tunnels era alle spalle dellospite non gradito.
Era una donna: piccola e magra, con capelli corti e scuri.
A Vincent sembrò che lei sapesse esattamente dove stava andando.
Il cuore perse un colpo: cera qualcosa di familiare in quella
donna. Poteva essere...? Non aveva il coraggio di sperare, non
avrebbe sopportato lennesima delusione. Ma chi poteva essere?
Vista di spalle, non assomigliava per niente a Catherine, ma lei
avrebbe pur sempre potuto tingersi e tagliarsi i capelli.
Doveva guardarla negli occhi, era lunico modo: era certo che
avrebbe riconosciuto ovunque il suo sguardo.
-Catherine?-, mormorò esitante rimanendo nellombra.
Ma lei non lo sentì e proseguì decisa per la sua strada.
-Catherine?, ripeté Vincent, più deciso.
Udendo quella voce amata, lei si bloccò, esitante, poi si girò
cercandolo nel buio. Non poteva vederlo, ma sapeva che lui la
vedeva con chiarezza.
E lui la vide, infatti, e vide che aveva occhi scuri e sentì il
cuore inaridirsi. Mai più, si disse, mai più mi cullerò ancora
nellillusione, solo per cadere nuovamente nel vortice della disperazione.
Con rabbia, le si parò davanti e chiese: -Chi é lei? Che cosa
fa, qui? Che cosa vuole?-
Con dolore, lei capì che il suo travestimento era troppo perfetto
e che lui non laveva riconosciuta. Mai come in quel momento rimpianse
la scomparsa del loro legame, che gli avrebbe subito fatto capire
chi lei era.
Spalancò le braccia, offrendosi a lui, le guance rigate di lacrime.
Piangendo disse: -Vincent! Aiutami Vincent! Ho perduto me stessa
e non so più chi sono veramente!-
Inchiodato dal suono di quella voce, tanto simile a quella di
Catherine eppure tanto diversa, rimase a guardare stupito mentre
la donna gli correva incontro, gli gettava le braccia intorno
alla vita e seppelliva il volto contro il suo petto.
-Catherine...? Sei veramente tu?- chiese piano, il cuore nuovamente
gonfio di speranza..
- Sì, almeno credo. Non lo so più per certo: sono stata unaltra
donna per così tanto tempo che temo di non poter più essere ancora
completamente me stessa! Dimmi tu chi sono, Vincent. Ti prego!
Dimmi che sono ancora Catherine!- Si aggrappava a lui come se
egli fosse la roccia sicura nella tempesta della vita.
Gentilmente, lui le sollevò il mento scrutandola a fondo, guardando
oltre al colore scuro degli occhi o al taglio dei capelli, scrutandole
lanima e trovando quel raggio di luce che solo lei possedeva,
la luce che lui amava.
Abbracciandola forte, mormorò: -So chi tu sei: niente mi può più
nascondere la tua luce. Tu sei Catherine, la mia Catherine, la
donna che amo, la madre di mio figlio.-
La strinse al petto, catturò le sue labbra in un bacio profondo,
raggiungendole lanima e, in un attimo, si ripristinò il legame
perduto, che rifiorì glorioso, donando nuovamente a Vincent la
gioia di sentire il cuore di lei battere vicino al suo.
-Oh, mio unico amore!-, le sussurrò poi con voce tremante, -Non
riesco a credere che tu sia qui. Per quanto tempo ti ho creduta
morta! Per quanto tempo! Quante volte ho pensato di varcare anchio
la soglia e di raggiungerti, ma sempre qualcosa mi ha fermato.
Doveva essere qualche reminiscenza del nostro legame che mi impediva
di fare quel passo in più...-
-Grazie a Dio!,- singhiozzò lei, abbassandogli il cappuccio del
mantello. Desiderava bearsi della vista di quel volto amato, per
convincersi finalmente che non si trattava di un sogno e che era
realmente tra le sue braccia.
-Sarei morta se tu non fossi stato qui a darmi il bentornata a
casa, abbracciandomi. Sono così triste, amor mio: abbiamo perso
così tanto. Baciami ancora, vuoi?- E lo guardò, riversando in
quello sguardo tutto lamore che aveva per lui.
Lentamente lui avvicinò la bocca alla sua, senza mai staccarle
gli occhi di dosso. Il cuore gli saltava in petto pieno di gioia,
sentendo lamore scorrere nuovamente attraverso il loro legame.
Era più forte che mai, quasi che le prove patite ne avessero aumentato
il potere, e anche Catherine ne provò lestasi stringendo nuovamente
il suo amato tra le braccia.
-Vincent, oh, Vincent! Ero perduta, senza di te. Ma avevo così
paura! Non osavo cercarti: Diana mi aveva detto che ti avrei messo
in pericolo mortale. Perdonami, ma io le ho creduto.-
Affondò ancor più il viso contro di lui, assaporando lodore che
emanava: profumo di candele, di cuoio, e il suo afrore, unico
e personale.
Era a casa.
Lui disse: -Non pronunciare mai più quel nome in mia presenza.
Ha tradito la tua fiducia e la mia. Non voglio mai più rivedere
quella donna.-
- Non ti ho mai sentito pronunciare parole tanto dure, amor mio.
Vedi, io riesco a comprendere perché lha fatto: lei ti ama-
-Quel suo amore é un amore falso, basato sulla menzogna e sullinganno.-
-Devi cercare di capirla. Finché non lo farai ci sarà sempre una
nube oscura a gravare sul nostro amore. Hai perdonato Mitch per
un fatto molto più grave; davvero, dovresti perdonare anche lei,
perché infine ti ha detto la verità. Lei si é veramente pentita
di quel che ha fatto e ha cercato in tutti i modi di rimediare.-
Lentamente, lui scosse la testa: -No.-, mormorò.
-So che non potrai mai dimenticare, ma puoi sempre cercare di
perdonare.-, insistette Catherine, accarezzandogli dolcemente
i soffici , lunghi capelli.
Ancora, lui scosse la testa: -No, non voglio dimenticare, o perdonare.
Padre disse che, in caso ci fossimo rivisti, tu me lo avresti
chiesto, ma io non posso... non ancora. Era una persona in cui
avevo fiducia, in cui credevo profondamente.-
In quel momento, Catherine capì che doveva esserci un motivo più
profondo nel comportamento di Vincent: -Cosa cé? Cosaltro ha
fatto per ferirti così profondamente?-
In silenzio, lui la osservò: lei era lamore della sua vita, lei
era la sua vita. Ciò che ancora non le aveva detto, avrebbe potuto
sconvolgerla, poiché lui aveva quasi tradito lei e il loro amore.
Infine si decise: Catherine aveva il diritto di sapere la verità:
-E quel che ho fatto io a non darmi pace, anima mia. Io accettai di sposarla.-
Rabbrividirono entrambi al pensiero, poiché per le loro convinzioni
un matrimonio sarebbe stato effettivamente un ostacolo insormontabile,
come aveva già spiegato Catherine a Diana.
-Lo sapevo già. Lei é venuta da me questo pomeriggio e mi ha detto
ogni cosa. E tu, perché hai accettato? -, gli chiese, anelando
di conoscere anche le sue ragioni.
-Accettai perché Jacob ha bisogno di una madre, e le dissi chiaramente
che, se lo facevo, non lo facevo per me stesso. Io amo ed ho sempre
amato te e solo te. E stato allora che lei mi ha rivelato che
tu eri ancora viva. La gioia...e il dolore... che questa rivelazione
portò, scacciò dalla mente di entrambi ogni idea di matrimonio.-
Al pensiero di quanto poco era mancato al fatto che entrambi non
si potessero mai più rincontrare, Vincent strinse ancor più Catherine
e la baciò appassionatamente.
Per alcuni minuti si cullarono in un abbraccio beato, gioiendo
del legame che sempre più sortiva dal loro animo, consapevoli
che mai più si sarebbero separati ancora. Con un sospiro di pura
felicità, infine, Catherine si ritrasse, sorridendogli raggiante.
-Sì, io sono viva, e sono tra le tue braccia, e sono perdutamente
innamorata di te. Tutto il resto fa ormai parte del passato. Il
nostro sogno riprende da qui, da adesso. Portami a casa, amor
mio, portami da nostro figlio, che io possa infine donargli labbraccio
della mamma.-
Allora, prendendola per mano, lui la condusse alla stanza del
loro bambino, verso un nuovo inizio, verso una nuova vita finalmente
piena di felicità.
FINE
Nota del traduttore:
Accingendomi a traslare in italiano la storia di Joan Stephens,
mai avrei pensato di impiegare tanto tempo e con così tante arrabbiature.
Perché?, chiederete voi. Semplice: a parte le lungaggini e le
infinite ripetizioni di cui il racconto originale é costellato,
trovo assurdo il modo in cui lautrice fa agire Catherine. Come,
Catherine decide di tornare a casa e poi se ne sta lì a cincischiare
invece di affrontare Vincent? Come, dice di aver vissuto travestita
per così tanto tempo da aver perso sè stessa: bastano tre soli
anni a cancellare tutta una vita precedente? E poi, passi per
i capelli, ma possibile che non abbia nemmeno trovato il tempo
di togliersi le lenti a contatto?
Da ciò é evidente che difficilmente affronterò unaltra storia
scritta dalla Stephens, sebbene sembri che, nellambiente fanfic,
vada per la maggiore. Perché allora ho tradotto Differenze?
Perché é una summa di tutti i racconti che trattano del ritorno
di Catherine. Forse non è il migliore, e accetto dritte e suggerimenti
in merito, ma è il più rappresentativo tra quelli che conosco.
E poi, Diana ci fa una gran brutta figura e già solo questo, di
per sè, é per me un pregio...
Paolo
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