RIDUZIONISMO, “OLISMO” E PENSIERO
SISTEMICO E COMPLESSO
(Conseguenze
per la vita quotidiana)
Humberto
Mariotti **
Le considerazioni che seguono non pretendono di
condannare il riduzionismo, l’”olismo” e il pensiero sistemico ed esaltare
il pensiero complesso. E’ evidente che allo scrivere su questo tema faccio una
scelta e cerco di renderla persuasiva -- ma ciò non implica inflessibilità,
bensì il desiderio di mostrare alcune delle conseguenze pratiche di questi modi
di pensare, ed invitare alla riflessione. Esercitando le proprie scelte in
funzione delle proprie considerazioni (particolarmente se esse conducono
all’azione), il lettore concorrerà alla comprensione dell’argomento, la cui
importanza nel nostro quotidiano è evidente.
Per evitare malintesi,
è importante chiarire il senso in cui i quattro termini menzionati nel titolo
vengono intesi in questo articolo, che, tra l’altro, è lo stesso che risulta
nella maggior parte della letteratura sull’argomento. Denomino riduzionismo il
punto di vista classico, consolidato da Cartesio, che divide il tutto in parti e
le studia singolarmente. Per “olismo” intendo il punto di vista contrario, che
si oppone all’approccio cartesiano e studia il tutto senza dividerlo, ossia, lo
esamina in modo sistemico. Il pensiero sistemico è una concezione
fondamentalmente “olista”, presentata nel 1950 da Ludwing von Bertalanffy nella
sua teoria generale dei sistemi. Per pensiero complesso intendo la proposta di
Edgar Morin, che osserveremo dettagliatamente in seguito.
Il principio dell’emergenza
afferma che il tutto è superiore alla somma delle sue parti. E’ quanto mostra
il fenomeno delle proprietà emergenti. Un esempio ne sono le leghe metalliche,
che possiedono proprietà inesistenti in ciascuno dei singoli componenti. Altro
esempio è quanto accade quando un gruppo si raduna per discutere
un determinato problema. Dal dialogo che si stabilisce, in genere sorgono
nuove idee che in precedenza non erano venute in mente ai partecipanti.
Il principio dell’imposizione
afferma che il tutto è inferiore alla somma delle sue parti. Ciò significa che
le qualità o proprietà delle parti, quando considerate singolarmente, si
diluiscono nel sistema. Diventano così latenti, virtualizzate. E’ quanto
accade, ad esempio, in un coro. Per maggiori che siano le potenzialità della
voce di ciascuno o vari dei partecipanti, essi devono restringerle a quanto
esige la totalità. Per Morin, questo è un aspetto raramente riconosciuto, ma
è così evidente quanto il fenomeno dell’emergenza.
Il
principio della complessità dei sistemi
afferma che il tutto è al contempo maggiore e minore della somma delle parti
che lo compongono. I sistemi sono dinamici, sono in incessante negoziazione con
il mezzo. Inoltre la relazione tra i comportamenti osservati nei due principi
precedenti non è sequenziale bensì circolare, e perciò, in un dato momento
non si può determinare quale di essi predomini.
Virtualizzazione
e repressione
La nozione che il tutto reprime il potenziale delle
parti ha vaste conseguenze. Un esempio è quanto accaduto al movimento del
Potenziale Umano, iniziativa psicologica e psicoterapica fiorita negli Usa negli
anni ’60. Senza avvedersene, i componenti applicarono letteralmente il
principio dell’imposizione e arrivarono alla seguente conclusione: se le parti
(in quel caso, le persone) hanno un potenziale represso-virtualizzato, è
necessario realizzarlo.
L’altro estremo corrisponde alla concessione
eccessiva delle parti al tutto in “ricollegamento dionisiaco”. Come si è
detto poco fa, alcuni settori del movimento del Potenziale Umano incorsero in
questo eccesso. Il risultato fu la deprecabile resa in festa e carnevale di
diverse delle sue terapie – particolarmente quelle corporali, come la
neo-reichiana, fenomeno che ha attratto e fatto proliferare un gran numero di
ciarlatani. Come è noto, tali esagerazioni hanno danneggiato accentuatamente
quest’importante approccio terapeutico. In questo esempio, come in
diversi altri, l’esagerata e indiscriminata liberazione delle repressioni ha
condotto all’alienazione.
D’altra parte la repressione del tutto sulle parti
non sempre è benigna per entrambi. L’esempio dell’ex Unione Sovietica è
particolarmente illustrativo: ci rivela che se la repressione -- con la
conseguente virtualizzazione di potenziali -- è eccessiva, la totalità finisce
per trasformarsi in totalitarismo, il che, prima o poi, finirà per distruggere
il sistema. É quanto ci hanno mostrato i fatti storici.
Organizzazione
e antiorganizzazione (cultura e controcultura)
Morin sostiene che ogni relazione organizzativa (ogni
sistema), contiene e produce antagonismi e, al contempo, complementarietà.
Ossia, il sistema non è soltanto parti né soltanto intero: è una
interrelazione complementare. Come abbiamo già visto, i modi palesi di
espressione di un determinato sistema rendono latenti gli antagonismi a
quest’espressione. Se questi antagonismi restassero irrepressi alla fine –
per dirla con Morin – diventerebbero anti-organizzative, e pertanto minacce
all’esistenza stessa del sistema. E’ quanto succede, ad esempio, nel caso
del terrorismo e dei gruppi di pressione che si appellano alla violenza.
Per Morin ogni sistema ha un volto diurno, che
agglutina e organizza, e un volto oscuro, notturno, che gli si oppone. L’unità
complessa del sistema stabilisce questo antagonismo e al contempo lo reprime. In
termini istituzionali, è quanto accade alla cultura patente e latente dei
gruppi, istituzioni e organizzazioni. La cultura patente rappresenta il
visibile, l’esplicito, il modo in cui la cultura vuole essere vista, la sua persona.
All’interno di un’impresa, ad esempio, essa corrisponde agli impianti
fisici, alla mobilia, al modo in cui le persone si vestono e parlano, e così
via. La cultura latente accoglie l’aleatorietà, l'incertezza, la
conflittualità, la creatività repressa. Inoltre, però, cela quel potenziale
necessario allo sbocciare della creatività.
In termini di sistema, la forza che esercita questa
repressione è denominata feedback negativo. Riprendiamo l’esempio
classico del frigorifero. La sua temperatura interna è programmata per
mantenersi sui quattro gradi centigradi all’incirca. Quando essa supera quel
livello, il caldo fa scattare il termostato e il motore riprende a funzionare,
per far sì che la soglia termica programmata sia recuperata. In questo esempio
il potenziale per le temperature più alte può arrivare solo fino ai quattro
gradi.
Oltre quel punto, il feedback negativo mette in funzione il
termostato. Il cui compito è mantenere la variazione (la realizzazione del
potenziale) all’interno di quanto prestabilito. Da quel punto in poi egli
tende a reprimerlo -- ma questa repressione è quanto mantiene il funzionamento
del sistema. In relazione alla società, Freud aveva già detto, nel suo famoso
saggio Il futuro di un’illusione, che la civilizzazione si basa sulla
rinunzia ai desideri personali o, in altri termini, che non vi è civilizzazione
senza repressione sugli istinti delle persone.
La
ricerca di certezze
L’essere umano brama certezze. Vogliamo tutti
andare in “cielo”, sia il cielo meccanico della scienza, sia il cielo
mistico della totalità. Ne deriva il grande successo di pubblico di quegli
ideali che promettono tranquillità. Anche per questo l’“olismo” tanto
quanto il riduzionismo (di cui, in questo senso, è una variante), sono scelte
che al limite possono condurre all’alienazione.
Tutto ciò è ovvio e comprensibile. Durante le
nostre vite, facciamo di tutto per ridurre le variabili e aumentare ciò che
denominiamo costanti. Tuttavia, dobbiamo capire che c’è un limite
all’acquisizione di certezze. Insistere nella loro superazione a lungo andare
ci trasforma in persone meccaniche, fredde e quantificatrici, da una parte, e,
dall’altra, in persone per le quali la realtà concreta altro non è che un
dettaglio fastidioso.
Si immagina che un sistema sia soltanto un
insieme di parti interdipendenti e che la somma di esse sia superiore
all’intero. Quando si fanno riferimenti alla complessità sistemica, si
percepisce nettamente che gli autori la confondono con la complicazione. Questo
equivoco è dovuto all’ansia di semplificare, di ridurre tutto al meramente
operazionale. In luogo di una complessità da capirsi e su cui lavorare, si pone
una complicazione che va semplificata.
Tale circostanza può condurci (e difatti già ci
conduce: basta controllare il corso degli avvenimenti) ai due atteggiamenti
principali. Il primo è il
disprezzo per i nostri simili a punto tale da voler regnare su di loro, da
esercire su di loro i nostri poteri di “illuminati”. Una delle proposte di
quanti si suppongono “illuminate” è precisamente questa: non mostrare i
propri poteri tranne in caso di necessità, e farlo sempre a scopo di aiutare
gli altri. Si tratta, è ovvio, di seguire il principio di riserbare il sapere
per garantire il potere. Mantenere il mistero conferisce potere. Questa è la
strategia basica degli esoterismi -- compreso quello scientifico.
In un altro registro, questa attitudine genera l’assistenzialismo e il
paternalismo tipico delle oligarchie politiche. Il meccanismo di fondo è lo
stesso: fingere di aiutare per meglio controllare. Come ci mostra il corso degli
avvenimenti, il disprezzo dell’altro alla fine fa sì che egli venga escluso
dalla società. E’ quanto avviene oggi ai “sottosviluppati”, ai
“non-competitivi”, ai “lenti” in generale. E’ mediante queste attitudini -- ed
altre simili -- che la volontà di andare in cielo può condurci (ancora in vita)
all’inferno.
Resistenza
alla formattazione
Se le conseguenze dell’alienazione sono pratiche,
come abbiamo appena visto, non possiamo affrontarle né riducendole alla
concretezza né rendendole metafisiche. Come è noto, le difficoltà per la
ristrutturazione del pensiero lineare, attualmente predominante nella nostra
cultura, sono immense. La maggiore di queste difficoltà può essere dovuta alla
nostra incapacità di capirla e metterla in pratica. Jung diceva che nulla ci
garantisce che il nostro cervello abbia già raggiunto lo sviluppo totale di cui
è capace. Morin afferma la stessa cosa, e in modo più incisivo: per lui siamo
ancora alla preistoria dello sviluppo della nostra coscienza-intelligenza.
La mia idea di formattazione della mente della nostra
cultura con il pensiero lineare (che, in buona parte, corrisponde a quanto Morin
denomina imprinting) può condurre ad altri ragionamenti. Come si sa, ci
sono persone che resistono naturalmente all’imprinting. Non sono
necessariamente geni: molti uomini e donne comuni possiedono tale
caratteristica, senza neanche rendersene conto. La riunione di queste persone in
reti di discussione contribuisce già alla formazione di basi di resistenza che,
a quanto sembra, si ampliano in direzione alla formazione di una massa critica,
che potrà produrre trasformazioni collettive del comportamento.
Lungo la storia queste reti sono state represse. Si
è tentato, per molti mezzi, di isolarle in un grande cordone sanitario di
vigilanza o pattugliamento cognitivo, e le cose non sono diverse nel momento
attuale. Non senza una certa esagerazione, taluni hanno individuato nuclei di
questa vigilanza presso le università (o almeno in certi settori di esse),
nella cosiddetta comunità scientifica, nel mondo delle imprese, nella stampa,
nella politica -- insomma, in tutte le istituzioni che sostengono e sono
sostenute dall’economia legale che, come sappiamo, è basicamente orientata
dal pensiero lineare.
Uno dei domini sociali più favorevoli alle reti di
conversazione, in grado di concorrere a formare la massa critica a favore del
pensiero complesso, è il cosiddetto Terzo Settore del processo produttivo. Esso
comprende i settori della società in cui si fanno lavori comunitari e nei quali
predomina l’economia cosiddetta “sociale”, che comporta, per esempio,
servizi volontari e forme di remunerazione non finanziarie. Accanto ad esso c’è
il primo settore (il governo) e il secondo (l’universo delle imprese), retti
dall’economia di mercato e pertanto dal pensiero lineare. Ancorché si
considerino tutte le difficoltà, gli equivoci, i malintesi interpretativi ed
altri problemi, è nel terzo settore che maggiormente si osservano discorsi
diversi da quelli abituali.
Questo esempio mostra perché la resistenza all ‘imprinting
va esercitata sul piano pratico, immanente, cioè nell’affrontare le attività
del giorno per giorno, compreso (e forse, principalmente) la sfera politica. La
vita di Gandhi ne è eloquente testimonianza -- e anche una pungente
dimostrazione delle difficoltà implicate in questo progetto. Ad ogni modo,
quando dico “immanente” voglio dire che in un certo qual modo gli dèi sono
anche tra noi: fanno parte delle nostre individualità ed emergono dai nostri
contatti con i nostri simili. E’ come suggerire che il sacro sta anche nella
natura, come diceva Gregory Bateson, e non soltanto in un empireo al quale
possiamo arrivare solo per mezzo della “illuminazione”.
Punti
di leva
Sappiamo che nei sistemi vi sono punti che se
mobilitati sono in grado di provocare cambiamenti significativi. Molti di questi
cambiamenti possono avvenire in piccoli spazi di tempo, altri possono essere
anche istantanei. Sono i punti in cui le potenzialità delle parti sono
virtualizzate, represse -- i cosiddetti punti di leva. Si situano nelle parti
occulte dei sistemi, nella loro “cultura latente”. E’ importante imparare
a individuarli, se vogliamo saperne di più sull’universo dei sistemi e su
come affrontarlo. Tuttavia, è anche indispensabile tenere in mente che non
basta individuarli. Essi sono soltanto una porta di ingresso all’apprendimento
della complessità del mondo naturale.
Tutte queste idee sono di difficilissima comprensione
all’interno di una cultura formattata dal pensiero lineare. Ma questa
constatazione non ci deve far perdere d’animo, perché l’esperienza poco a
poco ci mostra che il numero di persone resistenti all’imprinting è
maggiore di quanto non sembrasse in principio. L’importante è favorire un
livello di informazione che permetta loro di scegliere gli strumenti
epistemologici con cui desiderano affrontare la realtà.
* Saggio pubblicato nella rivista Élites (Italia) 3:58-67, 2003.
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HUMBERTO MARIOTTI. Professore
della Business
School São Paulo (BSP), Brasile. Consulente di Sviluppo Personale e
Organizzativo. Conferenziere sia in Brasile che all’estero.
E-mail
– [email protected]