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RIDUZIONISMO, “OLISMO” E PENSIERO

SISTEMICO E COMPLESSO

(Conseguenze per la vita quotidiana) *

Humberto Mariotti **

 

Le considerazioni che seguono non pretendono di condannare il riduzionismo, l’”olismo” e il pensiero sistemico ed esaltare il pensiero complesso. E’ evidente che allo scrivere su questo tema faccio una scelta e cerco di renderla persuasiva -- ma ciò non implica inflessibilità, bensì il desiderio di mostrare alcune delle conseguenze pratiche di questi modi di pensare, ed invitare alla riflessione. Esercitando le proprie scelte in funzione delle proprie considerazioni (particolarmente se esse conducono all’azione), il lettore concorrerà alla comprensione dell’argomento, la cui importanza nel nostro quotidiano è evidente.

P
er evitare malintesi, è importante chiarire il senso in cui i quattro termini menzionati nel titolo vengono intesi in questo articolo, che, tra l’altro, è lo stesso che risulta nella maggior parte della letteratura sull’argomento. Denomino riduzionismo il punto di vista classico, consolidato da Cartesio, che divide il tutto in parti e le studia singolarmente. Per “olismo” intendo il punto di vista contrario, che si oppone all’approccio cartesiano e studia il tutto senza dividerlo, ossia, lo esamina in modo sistemico. Il pensiero sistemico è una concezione fondamentalmente “olista”, presentata nel 1950 da Ludwing von Bertalanffy nella sua teoria generale dei sistemi. Per pensiero complesso intendo la proposta di Edgar Morin, che osserveremo dettagliatamente in seguito.

Ancora a proposito di queste espressioni, esistono variazioni terminologiche che in certi casi possono condurre ad equivoci. Ad esempio, la complessità dei sistemi è affrontata da Edgar Morin in modo diverso da quanto si osserva presso istituzioni come l’Istituto Santa Fede, degli Usa. Gli scritti di Humberto Maturana evidenziano che ciò che l’autore denomina “sistemico” corrisponde a quanto Morin denomina “complesso”. Tale diversità è comprensibile. Ma fino a quando non si arrivi ad una terminologia unificata -- ammesso e non concesso che un giorno ci si arrivi --,  è necessario porre attenzione a tale differenza. Per quanto riguarda la complessità, essa traduce diversità di approccio e metodologia, ma ciò non implica necessariamente discordanze o incongruenze.

Morin sostiene che stiamo offuscati dalla nozione riduzionista delle parti isolate e separate dal tutto. Difatti, la mente della nostra cultura è profondamente condizionata a pensare così. E’ ciò che denomino formattazione tramite il pensiero lineare.  Tuttavia -- aggiunge Morin --, quando entriamo in contatto con l’idea di sistema, questo offuscamento riduzionistico (che non vede che le parti) può cedere posto ad un’abbagliamento “olista” che vede soltanto il tutto.  Si salta da un polo all’altro.

Il punto di vista moriniano -- il pensiero complesso -- costituisce un altro modo di approccioo alla totalità. In generale, la sua proposta è la complementarietà e la transazionalità tra la concezione lineare (riduzionista) e la concezione “olista” (sistemica). Nelle parole di Morin, la sua intenzione non è dissolvere l’essere, l’esistenza e la vita nel sistema, bensì comprendere l’essere, l’esistenza e la vita anche con l’aiuto del sistema. Il pensiero complesso si basa su due principi (quello dell’emergenza e quello dell’imposizione); ai quali, utilizzando gli stessi termini dell’autore, ne aggiungo un terzo (il principio della complessità del tutto).


Il
principio dell’emergenza
afferma che il tutto è superiore alla somma delle sue parti. E’ quanto mostra il fenomeno delle proprietà emergenti. Un esempio ne sono le leghe metalliche, che possiedono proprietà inesistenti in ciascuno dei singoli componenti. Altro esempio è quanto accade quando un gruppo si raduna per discutere  un determinato problema. Dal dialogo che si stabilisce, in genere sorgono nuove idee che in precedenza non erano venute in mente ai partecipanti.

Il
principio dell’imposizione afferma che il tutto è inferiore alla somma delle sue parti. Ciò significa che le qualità o proprietà delle parti, quando considerate singolarmente, si diluiscono nel sistema. Diventano così latenti, virtualizzate. E’ quanto accade, ad esempio, in un coro. Per maggiori che siano le potenzialità della voce di ciascuno o vari dei partecipanti, essi devono restringerle a quanto esige la totalità. Per Morin, questo è un aspetto raramente riconosciuto, ma è così evidente quanto il fenomeno dell’emergenza.

Il fatto che determinate proprietà o qualità delle parti diventino virtuali in beneficio del tutto caratterizza una repressione, restrizione o inibizione di questo su quelle. Questo fenomeno ha luogo in qualsiasi relazione organizzativa. In altri termini, perché il tutto possa esistere in quanto tutto è necessario che si imponga alle parti, che vengono così impedite di esercitare alcune (o molte) delle loro qualità e potenzialità. Da quel punto in poi esse divengono virtualizzate, entrano in latenza. Quest’imposizione del tutto sulle parti è una caratteristica basica dei sistemi.

Altra caratteristica dei sistemi è la gerarchia. Questo termine non deve essere qui inteso nel senso colloquiale di autoritarismo, bensì per indicare che un dato sistema è sempre un sottosistema di un sistema maggiore ed è composto da sistemi minori. Inoltre,  a seconda del minor o maggior grado in cui le potenzialità sono inibite dal tutto, le parti costituenti di un sistema risultano più o meno specializzate -- sempre a beneficio della totalità. Come ricorda Morin, ogni cellula di un organismo comprende l’informazione genetica della totalità organica. Ma la maggior parte di quest’informazione è virtualizzata. Vengono utilizzati soltanto quei potenziali che sono dell’interesse del sistema. In questo senso, il tutto è inferiore alla somma delle sue parti.


Il
principio della complessità dei sistemi afferma che il tutto è al contempo maggiore e minore della somma delle parti che lo compongono. I sistemi sono dinamici, sono in incessante negoziazione con il mezzo. Inoltre la relazione tra i comportamenti osservati nei due principi precedenti non è sequenziale bensì circolare, e perciò, in un dato momento non si può determinare quale di essi predomini.

Virtualizzazione e repressione

La nozione che il tutto reprime il potenziale delle parti ha vaste conseguenze. Un esempio è quanto accaduto al movimento del Potenziale Umano, iniziativa psicologica e psicoterapica fiorita negli Usa negli anni ’60. Senza avvedersene, i componenti applicarono letteralmente il principio dell’imposizione e arrivarono alla seguente conclusione: se le parti (in quel caso, le persone) hanno un potenziale represso-virtualizzato, è necessario realizzarlo.

A prima vista tale ragionamento pare ovvio e impeccabile. Tuttavia, siccome si trattava di un movimento sistemico, il Potenziale Umano è incorso nei due equivoci basici della teoria dei sistemi, segnalati da Morin in un altro contesto. Il primo fu mettere in questione il riduzionismo al proporre “l’olismo”: cercando di superare il riduzionismo, la teoria dei sistemi finì per sostituire la riduzione delle parti con la riduzione del tutto. Il secondo equivoco fu quello di ignorare il disordine e gli antagonismi  esistenti in qualsiasi sistema.

Il pensiero sistemico prende in considerazione soltanto l’armonia, la sintesi funzionale contenuta nel tutto. Ma non considera che questa sintesi si fa a spese di repressioni e antagonismi. Un sistema non è soltanto armonia. L’armonia sistemica riposa su conflittualità e disarmonia, anch’esse parte del sistema, e in esso latenti. Bertalanffy è arrivato a riconoscere che un sistema si costruisce a spesa di antagonismi tra le parti, ma non si è soffermato su questo particolare. Si è incentrato sull’idea di totalità. Un sistema non è né armonico né disarmonico: è al contempo entrambe le cose -- è complesso. Ed è per questo che Morin sostiene che il sistema è il concetto basico della complessità. Non può essere ridotto a unità elementari, né a concetti semplificatori, né a leggi generali. D’altra parte, non si può ridurre tutto ad esso.

Ma fu quanto fecero certi settori del movimento del Potenziale Umano. L’idea di liberare incondizionalmente il represso (realizzare il potenziale umano) è sistemica e perciò limitata, perché ignora la complessità dei fenomeni naturali. E’ chiaro che i potenziali devono essere realizzati al massimo possibile. Ma è anche chiaro che in un sistema ogni circuito di crescita è sempre controbilanciato da un circuito di equilibrio, che tende a limitarne la progressione. Perciò, se i potenziali vanno realizzati c’è un prezzo da pagare: se le parti appartengono necessariamente a un tutto, la realizzazione delle loro latenze può procedere solo fino al punto in cui non le renda dissonanti da questo tutto. Una parte che cresce senza limite, che si mette in eccessivo rilievo per rapporto al tutto, può finire per nuocere quest’ultimo. La crescita incontrollabile di un tumore maligno ne è un esempio.


L’altro estremo corrisponde alla concessione eccessiva delle parti al tutto in “ricollegamento dionisiaco”. Come si è detto poco fa, alcuni settori del movimento del Potenziale Umano incorsero in questo eccesso. Il risultato fu la deprecabile resa in festa e carnevale di diverse delle sue terapie – particolarmente quelle corporali, come la neo-reichiana, fenomeno che ha attratto e fatto proliferare un gran numero di ciarlatani. Come è noto, tali esagerazioni hanno danneggiato accentuatamente  quest’importante approccio terapeutico. In questo esempio, come in diversi altri, l’esagerata e indiscriminata liberazione delle repressioni ha condotto all’alienazione.


D’altra parte la repressione del tutto sulle parti non sempre è benigna per entrambi. L’esempio dell’ex Unione Sovietica è particolarmente illustrativo: ci rivela che se la repressione -- con la conseguente virtualizzazione di potenziali -- è eccessiva, la totalità finisce per trasformarsi in totalitarismo, il che, prima o poi, finirà per distruggere il sistema. É quanto ci hanno mostrato i fatti storici.

Così l’alienazione può sorgere per eccesso di individualismo o per scarsezza di individualità -- è il  caso dell’ “olismo” nelle sue vertenti mistiche. Da una parte si situano gli uomini pratici ed eccessivamente dipendenti dall’io. Dall’altro le persone “illuminate” e “senza io”.  A questo punto bisogna ricordare, come dice Ken Wilber, che trascendere l’ego non significa annullarlo, ma superarne insicurezza e fragilità conservando però la sua indispensabilità agli atti concreti del quotidiano. E’ quanto l’autore esemplifica quando cita persone notabili, come Teresa d’Avila, Budda e Platone. Vi aggiungo Gandhi.


Organizzazione e antiorganizzazione (cultura e controcultura)

Morin sostiene che ogni relazione organizzativa (ogni sistema), contiene e produce antagonismi e, al contempo, complementarietà. Ossia, il sistema non è soltanto parti né soltanto intero: è una interrelazione complementare. Come abbiamo già visto, i modi palesi di espressione di un determinato sistema rendono latenti gli antagonismi a quest’espressione. Se questi antagonismi restassero irrepressi alla fine – per dirla con Morin – diventerebbero anti-organizzative, e pertanto minacce all’esistenza stessa del sistema. E’ quanto succede, ad esempio, nel caso del terrorismo e dei gruppi di pressione che si appellano alla violenza.

Per Morin ogni sistema ha un volto diurno, che agglutina e organizza, e un volto oscuro, notturno, che gli si oppone. L’unità complessa del sistema stabilisce questo antagonismo e al contempo lo reprime. In termini istituzionali, è quanto accade alla cultura patente e latente dei gruppi, istituzioni e organizzazioni. La cultura patente rappresenta il visibile, l’esplicito, il modo in cui la cultura vuole essere vista, la sua persona. All’interno di un’impresa, ad esempio, essa corrisponde agli impianti fisici, alla mobilia, al modo in cui le persone si vestono e parlano, e così via. La cultura latente accoglie l’aleatorietà, l'incertezza, la conflittualità, la creatività repressa. Inoltre, però, cela quel potenziale necessario allo sbocciare della creatività.


In termini di sistema, la forza che esercita questa repressione è denominata feedback negativo. Riprendiamo l’esempio classico del frigorifero. La sua temperatura interna è programmata per mantenersi sui quattro gradi centigradi all’incirca. Quando essa supera quel livello, il caldo fa scattare il termostato e il motore riprende a funzionare, per far sì che la soglia termica programmata sia recuperata. In questo esempio il potenziale per le temperature più alte può arrivare solo fino ai quattro gradi.

Oltre quel punto, il feedback negativo mette in funzione il termostato. Il cui compito è mantenere la variazione (la realizzazione del potenziale) all’interno di quanto prestabilito. Da quel punto in poi egli tende a reprimerlo -- ma questa repressione è quanto mantiene il funzionamento del sistema. In relazione alla società, Freud aveva già detto, nel suo famoso saggio Il futuro di un’illusione, che la civilizzazione si basa sulla rinunzia ai desideri personali o, in altri termini, che non vi è civilizzazione senza repressione sugli istinti delle persone.

Secondo Morin, l’antagonismo organizzativo/anti-organizzativo costituisce il cuore stesso della società umane, nelle quali complementarietà e antagonismi oscillano senza sosta tra attualizzazioni (realizzazioni del potenziale) e virtualizzazioni (repressioni di potenziale). In condizioni ideali, la cultura predominante (la cultura palese in determinati momenti storici) e la controcultura (la cultura latente in questi stessi momenti) dovrebbero essere in una circolarità tale da mantenere la conflittualità a livelli meno traumatici. Ossia, la società dovrebbe sapere come avere meglio a che fare con il disordine e l’incertezza.

Ma l’esperienza ci mostra che non è quanto avviene lungo la storia. Ciò che si osserva è che, a intervalli, le culture sono superate da controculture -- che le rimpiazzano e poi prendono subito a comportarsi precisamente in quel modo tanto biasimato ai  propri predecessori -- a cominciare dalla violenza. Questo movimento pendolare non verrà mai superato finché perdurerà la formattazione della nostra cultura tramite il pensiero lineare, che, anzi trasparisce fedelmente nel movimento pendolare o riduzionismo o “olismo”.  Entrambi permettono certezze. Entrambi evitano di dover affrontare l’incertezza.


La ricerca di certezze

L’essere umano brama certezze. Vogliamo tutti andare in “cielo”, sia il cielo meccanico della scienza, sia il cielo mistico della totalità. Ne deriva il grande successo di pubblico di quegli ideali che promettono tranquillità. Anche per questo l’“olismo” tanto quanto il riduzionismo (di cui, in questo senso, è una variante), sono scelte che al limite possono condurre all’alienazione.

Tutto ciò è ovvio e comprensibile. Durante le nostre vite, facciamo di tutto per ridurre le variabili e aumentare ciò che denominiamo costanti. Tuttavia, dobbiamo capire che c’è un limite all’acquisizione di certezze. Insistere nella loro superazione a lungo andare ci trasforma in persone meccaniche, fredde e quantificatrici, da una parte, e, dall’altra, in persone per le quali la realtà concreta altro non è che un dettaglio fastidioso.

In entrambi i casi, ciò che è basico nelle nostre vite non cambia: l’aleatorietà, la conflittualità, la certitudine della finitezza. Queste variabili si originano nei cosiddetti “dati dell’esistenza”: la paura della libertà, la paura della morte, l’isolamento esistenziale e la sensazione di mancanza di senso della vita. Per affrontare questi dati, essere riduzionista o essere “olistico” possono essere attitudini necessarie -- ma insufficienti. É necessario imparare a trattare le due cose nella loro complessità.

Un altro esempio di frustrazione nella ricerca di certezze è il modo in cui il pensiero sistemico viene presentato alle aziende di tutto il mondo. Si tratta di una distorsione che sorge ogni qualvolta esso viene inteso e applicato senza prendere in considerazione l’idea di complessità.

Come sappiamo, la metodologia dell’uso di questo modo di pensare fu formalizzata in termini di standard, i cosiddetti archetipi del pensiero sistemico. Tali archetipi si sono dimostrati utili per la soluzione di alcuni problemi. Su questo non vi sono dubbi. Nondimeno, forse contrariando i propositi dei loro creatori, essi vengono utilizzati in modo tale da incorrere nell’equivoco già menzionato, discusso ed esemplificato in questo articolo: la riduzione dei fenomeni alla totalità -- il cosiddetto sistemismo riduzionista o semplificatore.

Si immagina che un sistema sia soltanto un insieme di parti interdipendenti e che la somma di esse sia superiore all’intero. Quando si fanno riferimenti alla complessità sistemica, si percepisce nettamente che gli autori la confondono con la complicazione. Questo equivoco è dovuto all’ansia di semplificare, di ridurre tutto al meramente operazionale. In luogo di una complessità da capirsi e su cui lavorare, si pone una complicazione che va semplificata.

In queste circostanze il pensiero sistemico è utilizzato per produrre risultati lineari. E’ quanto avviene quando, oltre alla riduzione alla dimensione unica già indicata, esso viene presentato come “vantaggio competitivo” -- il che accade più spesso di quanto non si possa immaginare. Insomma, in molti casi, gli archetipi sono mercificati come “strumenti di mutamento” meramente meccanici e produttivistici. Ossia, vengono utilizzati in modo necessario, ma non sufficiente. Il risultato di tutto ciò è prevedibile: la trasformazione del metodo in modismo, la banalizzazione e, infine, lo svuotamento. Ecco uno degli infiniti aspetti della formattazione della mente della nostra cultura con il pensiero lineare.

Abbiamo già osservato che possiamo trasformarci in persone fredde e “matematiche” o distanti e “metafisiche”, ma non per questo la nostra basica insicurezza esistenziale svanisce. In molti casi, può persino aumentare. Questa constatazione può condurci a grandi frustrazioni. Bisogna comprendere questa ed altre limitazioni ed integrarle nelle nostre vite, onde non si finisca per proiettarle negli altri -- e facendo ricadere su di loro la colpa di non essere riusciti noi ad eliminarle.


Tale circostanza può condurci (e difatti già ci conduce: basta controllare il corso degli avvenimenti) ai due atteggiamenti principali. Il primo è  il disprezzo per i nostri simili a punto tale da voler regnare su di loro, da esercire su di loro i nostri poteri di “illuminati”. Una delle proposte di quanti si suppongono “illuminate” è precisamente questa: non mostrare i propri poteri tranne in caso di necessità, e farlo sempre a scopo di aiutare gli altri. Si tratta, è ovvio, di seguire il principio di riserbare il sapere per garantire il potere. Mantenere il mistero conferisce potere. Questa è la strategia basica degli esoterismi -- compreso quello scientifico.


In un altro registro, questa attitudine genera l’assistenzialismo e il paternalismo tipico delle oligarchie politiche. Il meccanismo di fondo è lo stesso: fingere di aiutare per meglio controllare. Come ci mostra il corso degli avvenimenti, il disprezzo dell’altro alla fine fa sì che egli venga escluso dalla società. E’ quanto avviene oggi ai “sottosviluppati”, ai “non-competitivi”, ai “lenti” in generale. E’ mediante queste attitudini -- ed altre simili -- che la volontà di andare in cielo può condurci (ancora in vita) all’inferno.


Resistenza alla formattazione

Se le conseguenze dell’alienazione sono pratiche, come abbiamo appena visto, non possiamo affrontarle né riducendole alla concretezza né rendendole metafisiche. Come è noto, le difficoltà per la ristrutturazione del pensiero lineare, attualmente predominante nella nostra cultura, sono immense. La maggiore di queste difficoltà può essere dovuta alla nostra incapacità di capirla e metterla in pratica. Jung diceva che nulla ci garantisce che il nostro cervello abbia già raggiunto lo sviluppo totale di cui è capace. Morin afferma la stessa cosa, e in modo più incisivo: per lui siamo ancora alla preistoria dello sviluppo della nostra coscienza-intelligenza.

La mia idea di formattazione della mente della nostra cultura con il pensiero lineare (che, in buona parte, corrisponde a quanto Morin denomina imprinting) può condurre ad altri ragionamenti. Come si sa, ci sono persone che resistono naturalmente all’imprinting. Non sono necessariamente geni: molti uomini e donne comuni possiedono tale caratteristica, senza neanche rendersene conto. La riunione di queste persone in reti di discussione contribuisce già alla formazione di basi di resistenza che, a quanto sembra, si ampliano in direzione alla formazione di una massa critica, che potrà produrre trasformazioni collettive del comportamento. 


Lungo la storia queste reti sono state represse. Si è tentato, per molti mezzi, di isolarle in un grande cordone sanitario di vigilanza o pattugliamento cognitivo, e le cose non sono diverse nel momento attuale. Non senza una certa esagerazione, taluni hanno individuato nuclei di questa vigilanza presso le università (o almeno in certi settori di esse), nella cosiddetta comunità scientifica, nel mondo delle imprese, nella stampa, nella politica -- insomma, in tutte le istituzioni che sostengono e sono sostenute dall’economia legale che, come sappiamo, è basicamente orientata dal pensiero lineare.

Negli ultimi tempi, testi di articolisti politici ed economici utilizzano espressioni quali “rischio sistemico” e simili. E’ poco probabile che abbiano nozioni sufficienti del pensiero sistemico e della ricchezza di implicazioni che esso comporta. Anche il contrario può essere vero. Ma il fatto è che questa espressione, prima totalmente assente dal discorso di queste persone, poco a poco comincia ad essere impiegata.  Questo ci suggerisce che vanno informate il più possibile sulle possibilità dell’orizzonte che intravedono.


Uno dei domini sociali più favorevoli alle reti di conversazione, in grado di concorrere a formare la massa critica a favore del pensiero complesso, è il cosiddetto Terzo Settore del processo produttivo. Esso comprende i settori della società in cui si fanno lavori comunitari e nei quali predomina l’economia cosiddetta “sociale”, che comporta, per esempio, servizi volontari e forme di remunerazione non finanziarie. Accanto ad esso c’è il primo settore (il governo) e il secondo (l’universo delle imprese), retti dall’economia di mercato e pertanto dal pensiero lineare. Ancorché si considerino tutte le difficoltà, gli equivoci, i malintesi interpretativi ed altri problemi, è nel terzo settore che maggiormente si osservano discorsi diversi da quelli abituali.


Questo esempio mostra perché la resistenza all ‘imprinting va esercitata sul piano pratico, immanente, cioè nell’affrontare le attività del giorno per giorno, compreso (e forse, principalmente) la sfera politica. La vita di Gandhi ne è eloquente testimonianza -- e anche una pungente dimostrazione delle difficoltà implicate in questo progetto. Ad ogni modo, quando dico “immanente” voglio dire che in un certo qual modo gli dèi sono anche tra noi: fanno parte delle nostre individualità ed emergono dai nostri contatti con i nostri simili. E’ come suggerire che il sacro sta anche nella natura, come diceva Gregory Bateson, e non soltanto in un empireo al quale possiamo arrivare solo per mezzo della “illuminazione”.


Punti di leva

Sappiamo che nei sistemi vi sono punti che se mobilitati sono in grado di provocare cambiamenti significativi. Molti di questi cambiamenti possono avvenire in piccoli spazi di tempo, altri possono essere anche istantanei. Sono i punti in cui le potenzialità delle parti sono virtualizzate, represse -- i cosiddetti punti di leva. Si situano nelle parti occulte dei sistemi, nella loro “cultura latente”. E’ importante imparare a individuarli, se vogliamo saperne di più sull’universo dei sistemi e su come affrontarlo. Tuttavia, è anche indispensabile tenere in mente che non basta individuarli. Essi sono soltanto una porta di ingresso all’apprendimento della complessità del mondo naturale.

Questo apprendimento evita di immaginare che le soluzioni che ci sembrano ovvie siano sempre le più adeguate. Ci permette di sapere fin dove possiamo arrivare senza traumatizzare inutilmente i sistemi, il che è particolarmente importante quando abbiamo a che fare con la natura. Come afferma Morin, il tutto comprende l’organizzazione (che a sua volta comprende gli antagonismi), e funziona come un tutto soltanto se le parti funzionano come parti. Nozioni simili ci fanno concludere che aggredire i sistemi può corrispondere ad aggredire noi stessi.

Tutte queste idee sono di difficilissima comprensione all’interno di una cultura formattata dal pensiero lineare. Ma questa constatazione non ci deve far perdere d’animo, perché l’esperienza poco a poco ci mostra che il numero di persone resistenti all’imprinting è maggiore di quanto non sembrasse in principio. L’importante è favorire un livello di informazione che permetta loro di scegliere gli strumenti epistemologici con cui desiderano affrontare la realtà.

Così è fondamentale intendere la totalità non come “soluzione finale”, cioè, come una meta da raggiungere, qualcosa nella cui direzione si deve progredire. Pensare a questo modo sarebbe adottare un’idea di progresso tanto equivocata quanto quella dell’Illuminismo -- che vedeva nel riduzionismo questa stessa soluzione. La riflessione, con il sostegno dell’esperienza del giorno per giorno, ci mostra che la totalità non può essere matematicamente sicura, perché comporta l’incertezza. Né può essere completamente organizzata, poiché comporta il disordine.

Il punto di vista esclusivo della totalità, paradossalmente, è parziale. Un dominio umano in cui esistesse soltanto la verità sarebbe, proprio per questo, non-veritiero. Per questo stesso motivo Theodor Adorno dice che “la totalità è la non-verità”. Ed è per questa stessa ragione che Morin dice che la verità del tutto sta nelle sue parti o passa per esse. Forse questa è la differenza principale tra totalità e totalitarismo.

© Humberto Mariotti 2003


* Saggio pubblicato nella rivista Élites (Italia) 3:58-67, 2003.


** HUMBERTO MARIOTTI
. Professore della Business School São Paulo (BSP), Brasile. Consulente di Sviluppo Personale e Organizzativo. Conferenziere sia in Brasile che all’estero.

E-mail – [email protected]


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