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L'articolo che segue é stato pubblicato in due parti sui numeri 2 e 3 di AIPCNews maggio-luglio 2001.
A breve ne verr� proposta una versione riveduta ed annotata.
In questo articolo ci occuperemo delle caratteristiche generali del suolo, come esso nasca da una matrice litologica, quali siano le sue componenti ed il loro ruolo. Non ci occuperemo invece di aspetti specifici come la classificazione, la produttivit�, le forme di degradazione, l'inquinamento ed il recupero dei suoli, perch� richiederebbero una trattazione molto lunga e complessa, che fra l'altro esulerebbe dall'interesse di questa sede. Nella parte finale si approfondir� il discorso sulle torbiere e su quel particolare tipo di terreno che � la torba.
Il Suolo
GENERALITÀ
Il suolo � il substrato naturale sul quale compiono il loro ciclo biologico quasi tutte le piante superiori, ed in pratica tutte le specie di interesse agrario. Perch� questo ciclo si svolga nel modo migliore, � necessario che siano soddisfatte le condizioni di ordine chimico, fisico e biologico pi� idonee per assicurare la fertilit� che va definita, quindi, come l'attitudine del suolo a garantire alle piante il compimento ottimale del loro ciclo. Possiamo immaginare il terreno come una matrice eterogenea di varie componenti, macroscopiche e microscopiche, le quali derivano da processi di alterazione delle rocce e dalla decomposizione di materiale biologico, che insieme ne determinano la struttura ed il comportamento chimico-fisico. Ogni suolo possiede anche una sua tipica microflora, costituita da batteri, funghi, alghe e protozoi ed ospita un certo numero di piante ed animali. L'attivit� generale di un terreno nasce quindi da una serie di interazioni complesse ed interdipendenti fra loro a pi� livelli, che coinvolgono materia inorganica, organica e gli esseri viventi che vivono a contatto con esso.
CENNI DI PEDOGENESI
I processi di formazione del suolo sono sostanzialmente eventi di alterazione che avvengono a carico dei minerali delle rocce e dei composti organici rilasciati da piante ed animali, di ridistribuzione dei prodotti pi� mobili e di neoformazione di minerali e molecole organiche. I minerali delle rocce sono, in gran parte, composti ad elevata energia formatisi in condizioni di temperatura e pressione pi� elevate rispetto alla superficie terrestre. Qui i minerali vengono a contatto con acqua e ossigeno e sono soggetti a processi spontanei di alterazione. Analogamente i composti organici, formatisi in condizioni riducenti, sono molto instabili nel suolo e la loro decomposizione � mediata da organismi come batteri, funghi, anellidi, artropodi. I prodotti che ne derivano in gran parte rimangono nella soluzione acquosa del terreno, in parte vanno a formare nuovi minerali e composti umici, di cui si dir� pi� avanti.
Il primo evento che inizia la formazione di un terreno � la colonizzazione di uno strato roccioso da parte di organismi che siano completamente autosufficienti, ovvero che riescano a nutrirsi della sola aria, dal momento che la roccia non fornisce alcun nutriente. I candidati per questa situazione sono i licheni, il cui metabolismo dipende unicamente dall'atmosfera e sono costituiti da un'associazione simbiotica fra un fungo filamentoso ed organismi unicellulari capaci di fotosintesi, come un'alga o un cianobatterio. I licheni non hanno radici, bens� un sistema di ancoraggio chiamato tallo, che permette loro di aderire alla roccia.
La prima copertura di una roccia da parte di esseri viventi avviene dunque per propagazione di licheni, i quali fra l'altro sono responsabili anche di una certa erosione dei minerali perch� secernono acidi e altri componenti in grado di alterare la matrice litologica. Anno dopo anno, questa copertura si estende e si stratifica e i licheni morti sono il primo deposito di sostanza organica che si accumula sulla roccia, accompagnato probabilmente da una prima, debole attivit� batterica. Dopo alcuni decenni, questo sottile substrato iniziale pu� gi� essere sufficiente per ospitare le piccole radici di vegetali erbacei che richiedono scarse disponibilit� di nutrienti, ovvero le erbe a "seme indipendente", cio� quelle per cui i semi contengono la quasi totalit� di sostanze necessarie ad un intero ciclo riproduttivo. Queste piantine sono dotate di radici, che alla lunga possono arrivare a inserirsi nelle fenditure della roccia, sebbene per poco, provocandone comunque un'ulteriore erosione. Anche questi vegetali, i cui semi sono inizialmente trasportati sul tappeto di licheni da vento, alluvioni, uccelli ed altri eventi casuali, si riproducono e muoiono, arricchendo sempre pi� la copertura di sostanza organica.
Nel frattempo, anche le rocce subiscono un'alterazione per effetto di eventi fisici, chimici e biologici: sole, acqua, vento, variazioni di temperatura, agenti atmosferici e organismi vari sono tutti responsabili della disgregazione a lungo o breve termine della matrice litologica, che porta alla produzione di sassi, sabbie e diversi tipi di frammenti. I depositi di sostanza organica e i prodotti di alterazione delle rocce si mescolano, dunque, dando luogo ad una prima, giovane forma di terreno, che a questo livello � in grado di ospitare una certa comunit� microbica e piante via via pi� grandi. Il giovane terreno accumula sempre pi� materia organica e questo favorisce la colonizzazione da parte di altri ceppi microbici decompositori, che con il loro metabolismo andranno ad arricchire il suolo di elementi necessari alle piante superiori, ad esempio sali inorganici come nitrati, fosfati, potassio, ma anche tante altre sostanze, derivanti dalla mineralizzazione di molecole organiche.
Quando s'instaura una comunit� microbica stabile e il bilancio fra elementi organici ed inorganici � adeguato, il che avviene entro qualche secolo, il terreno si pu� chiamare maturo e pu� ospitare piante superiori come arbusti e alberi, che fra l'altro attirano molte specie animali, e si viene cos� ad instaurare un ecosistema complesso. Esistono molte evoluzioni possibili per un suolo, ma spesso si tratta di degradazioni. Se non ci fossero altri effetti, un terreno maturo resterebbe tal quale, sempre simile a se stesso senza cambiare troppo la sua composizione e la sua struttura, con un bilancio a ciclo chiuso. Per�, con l'andare del tempo, gli agenti atmosferici, le acque meteoriche soprattutto, lisciviano le sostanze contenute nel terreno facendole percolare a profondit� sempre maggiori e questo porta ad un graduale impoverimento del quale risentono tutti i viventi che popolano il suolo. E' chiaro che alla lunga, se non si ripristinano in qualche modo le condizioni iniziali, ogni terreno � destinato ad evolvere verso forme sempre pi� degradate, fino a divenire sterile e inospitale per la maggioranza delle forme di vita. In media, un terreno invecchia spontaneamente entro un arco di tempo che va dai mille ai duemila anni, ovviamente se si escludono le influenze dovute alle attivit� umane (sfruttamento ad uso agricolo, lavorazioni, sversamenti, ecc.).
COMPOSIZIONE E STRUTTURA DEL SUOLO
Come abbiamo visto, un terreno consta di una FRAZIONE INORGANICA, derivante dalla disgregazione delle rocce, e di una FRAZIONE ORGANICA, derivante dall'accumulo di organismi morti e dai prodotti del metabolismo degli organismi vivi.
I costituenti inorganici sono presenti nel suolo sottoforma di particelle aventi le dimensioni pi� disparate. Alle particelle con diametro superiore ai 2 mm si da' il nome di "scheletro", mentre quelle aventi diametro inferiore ai 2 mm vengono denominate "terra fina", a sua volta suddivisa (in ordine decrescente di diametro) in "sabbia" (2-0.02 mm), "limo" (0.05-0.002 mm) e "argilla" (inferiore ai 0.002 mm). La frazione inorganica si pu� suddividere in una parte NON COLLOIDALE ed una COLLOIDALE.
Frazione inorganica non colloidale: � composta dai prodotti di disgregazione diretta delle rocce, ovvero cristalli macroscopici, sassi, sabbie. Il suo significato principale � quello di conferire una certa granulometria, che � importante per due aspetti: primo, dona capacit� drenante al terreno; secondo, genera interstizi che sono in comunicazione con l'aria atmosferica, permettendo quindi una certa entit� di scambi gassosi, il che genera areazione del terreno, che favorisce lo sviluppo radicale e la crescita di una microflora complessa, a metabolismo aerobio. Si viene cos� a creare un'aria tellurica, in genere differente da quella atmosferica.
Terreni molto drenanti, ricchi di sabbie e sassi, provocano alte velocit� di percolazione delle acque, che non possono essere fissate dai colloidi del terreno (vedi dopo). Viceversa, terreni poco drenanti, ricchi di argille, tendono a trattenere a lungo le acque, ostruendo gli interstizi e rendendo asfittico il terreno, il che in genere � un danno per le piante e per la normale microflora. Un terreno che trattiene molta acqua non � necessariamente un cattivo terreno, l'importante � che quest'acqua sia fissata, adsorbita dai colloidi.
Frazione inorganica colloidale: i suoi componenti sono per gran parte ossidi di silicio, ossidi di alluminio ed ossidi di ferro, tutti caratterizzati da una significativa insolubilit� in acqua, altrimenti non potrebbero costituire una struttura stabile, perch� percolerebbero rapidamente insieme alle acque. È composta sempre dai prodotti di disgregazione delle rocce, ma che hanno dimensioni microscopiche. A causa delle ridotte dimensioni, cambiano le interazioni fra i minerali, che divengono per lo pi� di tipo elettrostatico e idrofobico, quindi si determina un diverso stato di aggregazione, che � detto colloide ed � una dispersione finissima di minerali in acqua. Un colloide si pu� descrivere con una rappresentazione modellistica semplificata e grossolana come un insieme di dischetti microscopici pi� o meno associati fra di loro, fisicamente distinguibili dalla parte solida e da quella liquida. Questi dischetti hanno sulle loro superfici delle cariche elettriche che variano a seconda del pH e a seconda della carica assumono una struttura differente: a pH estremamente basico sono carichi negativamente e si respingono, generando una struttura peptizzata, cio� dispersa, poco associata; a pH estremamente acido, viceversa, il centro dei dischetti � negativo e il bordo positivo, cosicch� si possono instaurare delle attrazioni, che conferiscono al colloide una struttura flocculata, cio� a "fiocchi", associata. Esistono in realt� molte situazioni intermedie, per cui lo stato di aggregazione del colloide � spesso multiforme e difficile da descrivere, anche perch� dipende dalla presenza di sali e da altre sostanze che possono indirizzarne la struttura. La funzione principale del colloide � quella di trattenere acqua e legare sostanze: grazie alla sua struttura, ha un'enorme superficie d'interazione che � disponibile per la formazione di coppie ioniche con le cariche superficiali e per l'adsorbimento di molecole neutre o poco polari. Per adsorbimento si intende un processo di interazione complesso che avviene fra fasi distinte, ad esempio fra solidi e liquidi o fra solidi e gas; le molecole della fase fluida sono in qualche modo attratte per azione di forze elettrostatiche sulla superficie adsorbente, e vi aderiscono in modo considerevole, senza per� penetrarla (la penetrazione � un'assorbimento). Il colloide in questo caso � la superficie che adsorbe le altre molecole provenienti dalla soluzione acquosa.
La frazione organica del suolo � estremamente eterogenea ed � rappresentata da un variet� di componenti tra i quali si possono annoverare quasi tutte le sostanze di interesse biologico attualmente note, sebbene il suo comportamento pedologico sia relativamente uniforme e rappresenti il componente che pi� accomuna diversi tipi di suoli. Anche la frazione organica ha origine da processi demolitivi ai quali vanno incontro i residui postmortali di origine vegetale ed animale, instabili nei confronti degli stessi fattori dell'ambiente. Anche la frazione organica si pu� suddividere in colloidale e non colloidale, ma in questo caso non sono le dimensioni a determinare l'appartenenza ad uno stato o ad un altro. Pi� utile � la suddivisione in SOSTANZE NON UMICHE, derivanti da semplice amminutamento o prima decomposizione dei materiali di origine e SOSTANZE UMICHE, che nascono invece da complessi eventi di trasformazione ed hanno perso qualsiasi carattere idoneo a consentire il riconoscimento della loro origine. Tutti i residui postmortali sono costituiti essenzialmente da C, H, N, O, P, S e alla loro composizione possono partecipare, in misura pi� o meno rilevante, ioni inorganici.
Sostanze non umiche: sono i primi prodotti della decomposizione dei tessuti biologici, in cui i composti pi� rappresentativi sono carboidrati, aminoacidi e proteine, lipidi, acidi nucleici, lignine, cere, resine ed altri costituenti minori. Fra questi composti ci sono anche diversi chelanti, ovvero specie capaci di "sequestrare" ioni e metalli in soluzione, avvolgendovisi attorno, un po' come le chele di un granchio, appunto. Tale funzione � importantissima perch� le piante, ma anche alcuni microrganismi, sono capaci di assimilare i metalli e gli ioni solamente sottoforma di chelati (il complesso che si forma fra chelante e metallo). Fra le molecole organiche possono esservi anche sostanze di origine non biologica, introdotte artificialmente, dette xenobiotiche, spesso si tratta di pesticidi o inquinanti.
Sostanze umiche: sono un insieme eterogeneo di macromolecole di diversa natura e funzione, di cui ancora si sa poco. Non si tratta di una classe definita di composti, ma sono raggruppate insieme perch� mostrano una fenomenologia di comportamento simile. Derivano per lo pi� dalla degradazione di biopolimeri (cellulose, lignine, proteine�) e sono molecole di grandi dimensioni, molto variegate, tant'� vero che non ne esistono due uguali. Hanno un colore che va dal giallo, al marrone, al nero, a seconda delle dimensioni. Nei terreni spesso sono ben rappresentate: nei suoli agrari in genere non superano il 7%, mentre nelle torbe possono arrivare fino al 25-30%. Hanno una capacit� reattiva estremamente variegata, ma data l'incapacit� di descriverle compiutamente, sono state suddivise in tre gruppi fenomenologici: acidi fulvici, acidi umici e umine. Questi tre gruppi si differenziano per origine, sintesi, peso molecolare, colore, solubilit� in acqua e struttura chimica generale.
1. Acidi Fulvici: sono di colore giallastro, sono sempre solubili in acqua a qualunque valore di pH, contengono pi� ossigeno degli altri due gruppi. La loro formazione � favorita da condizioni ossidanti. Hanno un'elevata capacit� chelante, quindi tendono a solubilizzare le molecole con cui reagiscono, di conseguenza aumentano l'assimilazione radicale.
2. Acidi Umici: sono di colore pi� scuro, marrone-nero, hanno maggior peso molecolare, sono pi� ricchi in azoto e carbonio dei fulvici. Sono solubili in soluzioni alcaline, con crescente insolubilit� al diminuire del pH, per divenire completamente insolubili a pH inferiore a 2. Si formano prevalentemente in ambiente riducente (come le torbiere). Tendono per lo pi� a fissare le sostanze che incontrano, per poi rilasciarle molto lentamente, anche se il loro comportamento non � proprio opposto a quello degli acidi fulvici.
3. Umine: sono la componente meno conosciuta, anche perch� � difficile separarle dal colloide senza alterarle. Hanno un elevatissimo peso molecolare, colore nero, sono completamente insolubili a qualunque valore di pH.
Tracciare la formula di una qualunque sostanza umica non � affatto banale, dal momento che non si tratta di polimeri e non possiedono un motivo strutturale comune, facilmente identificabile. Sicuramente si pu� dire che tutte e tre le classi sono di natura polielettrolitica, cio� possiedono molti gruppi funzionali carichi (acidi, alcoli, ammine, esteri,�) e, sempre in linea generale, hanno carattere acido, quindi presentano una carica superficiale complessivamente negativa. Sono in grado di formare colloidi dalle strutture molto complesse, capaci di trattenere notevoli quantit� di acqua e di altri composti e questa capacit� conferisce loro un ruolo strutturante: terreni ricchi in sostanze umiche sono di aspetto soffice e dotati di un'elevata ritenzione idrica, particolarmente adatti ad ospitare radici.
Per una buona funzionalit� del terreno � importante che siano presenti tutte le componenti umiche ed � molto importante anche il rapporto fra acidi umici e acidi fulvici, perch� si � gi� visto che le due classi possono avere un diverso comportamento nei confronti delle sostanze con cui vengono a contatto: gli acidi fulvici favoriscono la solubilizzazione e l'assimilazione da parte di organismi, mentre gli acidi umici tendono ad immobilizzare.
Nel caso di inquinamento, � proprio il rapporto fra le due classi a determinare il destino delle sostanze e dunque il tipo di inquinamento. Una prevalenza di acidi fulvici favorisce la mobilizzazione degli inquinanti, col conseguente passaggio nelle falde acquifere e il bioaccumulo, ovvero un inquinamento di tipo acuto. D'altro canto, una maggiore quantit� di acidi umici tende a fissare le sostanze, per poi rilasciarle lentamente e questo eviter� il passaggio in falda, ma dar� luogo ad un inquinamento cronico.
Tutte le sostanze umiche tendono a degradarsi col tempo, e la loro degradazione � accelerata dalla presenza di luce, acqua ed ossigeno; pertanto il suolo ne � spontaneamente impoverito, anche se i cicli biologici naturali sono in grado di rigenerarli.
Quelle viste finora sono soltanto le caratteristiche pi� generali, che accomunano diversi tipi di suolo. In realt� i terreni differiscono fra loro per innumerevoli aspetti di ordine morfofunzionale, chimico-fisico e pedogenetico, nonch� per moltissime differenze di composizione: presenza relativa di frazione organica ed inorganica, stato di giacitura e composizione dei minerali, pluviometria, pH, microflora, pedofauna, tessitura dello scheletro, presenza di sostanze umiche e molte altre variabili di difficile interpretazione, che tutte insieme rendono conto della diversa natura ed attivit� dei suoli.
Precisato questo, ci occuperemo ora di un particolare tipo di ecosistema, di grande interesse non soltanto per gli appassionati di piante carnivore, ma oggetto di studio e di tutela da parte di tutti i Paesi, che � la torbiera ed il terreno che in essa ha origine, ossia la torba.
La Torbiera
La torbiera � una zona acquitrinosa di ambiente freddo e umido, diffusa in zone di montagna, in aree paludose di fondovalle o allo sbocco di valli alpine, ove le acque hanno un deflusso lento e difficile, oppure si forma lungo le coste, dove l'acqua del mare pu� stagnare dietro i cordoni litorali, come avviene nei Paesi Bassi ed in Germania. La permanenza di acqua, sebbene di profondit� relativamente basse, impedisce l'ossigenazione del terreno e di conseguenza non si verifica la normale mineralizzazione della materia organica, la quale va incontro ad un altro tipo di trasformazione dando cos� luogo alla torba.
Le torbiere hanno origine da un'evoluzione particolare di uno specchio d'acqua di estensione variabile. In questi ambienti, la vegetazione tende ad invadere il bacino a partire dal margine costiero; la continua crescita di vegetali ed il deposito dei loro resti modifica le caratteristiche del suolo e delle acque. Sotto queste condizioni, anche la vegetazione muta e appare un insediamento costituito essenzialmente da flora di tipo palustre, che morendo si accumula sul fondo e non va incontro ad un normale processo di decomposizione perch� il terreno, costantemente saturo d'acqua, anche per effetto di un insufficiente drenaggio si mantiene in condizioni anaerobiche: si determina cos� la sedimentazione di residui vegetali solo parzialmente decomposti e trasformati che costituiscono la torba. Il suolo permanentemente impregnato d'acqua risulta infatti povero di ossigeno con il conseguente ostacolo all'attivit� dei microrganismi decompositori e formatori dell'humus, incapaci di sopravvivere in condizioni di anaerobiosi. Il clima freddo ed umido impedisce l'evaporazione, contribuendo a rallentare la mineralizzazione della sostanza organica.
I depositi di torba possono variare notevolmente in spessore e nelle loro propriet� fisiche e chimiche, in relazione sia con le caratteristiche dell'ambiente (clima e substrato litologico) che con la natura dei vegetali da cui derivano.
Sono numerosi i piccoli laghi alpini riportati su vecchie carte topografiche e che ora non esistono pi�, convertiti dalla lenta e progressiva invasione della vegetazione che li trasforma prima in acquitrini e poi in torbiere, causandone il graduale interrimento. Molto in generale, i protagonisti di questa conversione sono soprattutto briofite (sfagni e muschi), associazioni di carici, giunchi, equiseti uniti, sulle zolle pi� elevate, alle prime ericacee ed alcune specie arboree, soprattutto betulle, pini ed alni. Lentamente, al posto di uno specchio d'acqua, si viene ad instaurare una torbiera-foresta, che poi si evolver� in una foresta vera e propria.
Piccoli laghi, stagni, paludi e praterie acquitrinose sono aspetti differenti di una serie evolutiva unica, tutti con la prerogativa di un deposito pi� o meno importante di torba.
I vari stadi evolutivi sono facilmente visibili nelle torbiere dei valichi alpini, dove quasi tutte le successive fasi di sviluppo verso lo stadio forestale sono ben rappresentate ed evidenti.
CLASSIFICAZIONE E GENERALITA'
Le torbiere vengono classificate in alte, basse ed intermedie, a seconda dell'altezza che il loro centro assume e questo in genere si accompagna ad altre differenze importanti:
Torbiere alte: sono cos� chiamate perch� hanno il centro pi� elevato rispetto alla zona circostante a causa di un particolare sviluppo degli sfagni. Si formano nelle regioni pi� fredde e piovose dell'Europa e dell'America del nord e in alcune zone alpine. Sono caratterizzate da oligotrofia, cio� scarsit� di sali nutrienti (soprattutto di azoto e fosforo). Sono abbondanti gli sfagni cui si accompagnano, in prevalenza, alghe, altre briofite, pteridofite (licopodi, equiseti e felci) e conifere di taglia bassa (pino mugo). La torba che si forma in questi ambienti � la cosiddetta torba di sfagno o torba "bionda": piuttosto grossolana, spugnosa, con residui vegetali solo parzialmente decomposti, molto acida e povera in sali.
Torbiere basse: hanno il centro pianeggiante o depresso. Si formano, in genere, in zone temperato-fredde a media o bassa piovosit� (anche nelle fasce tropicali), nelle paludi di pianura, nelle valli fluviali o in vicinanza di laghi e acquitrini. Sono caratterizzate da eutrofia, cio� da disponibilit� di sali nutrienti. La loro vegetazione caratteristica � dominata dalle monocotiledoni igrofile (soprattutto carici, giunchi e canne) con la presenza, pi� o meno sporadica, di altre piante igro-acidofile appartenenti al gruppo delle felci (Osmunda regalis, Thelypteris palustris, ecc.) e a quello delle angiosperme (Hydrocotyle vulgaris); le conifere non sono in genere presenti. La torba che si forma nelle torbiere basse � pi� fine della torba di sfagno, maggiormente mineralizzata, leggermente acida (talvolta anche subalcalina) e ricca di sali di calcio, potassio e sodio, ed � chiamata torba "bruna".
Torbiere intermedie: hanno caratteristiche che possono essere comuni sia alle torbiere basse che a quelle alte, ma di norma assomigliano maggiormente a quelle alte: hanno centro pianeggiante, sono oligotrofe, ricche di sfagni e producono torba bionda.
Le acque delle torbiere sono poco profonde, fredde, abbastanza limpide, con valori di pH assai bassi per il contenuto elevato di sostanze umiche e per la presenza degli sfagni. In casi limite, il pH pu� ostacolare quasi tutte le forme di vita. Le biocenosi animali acquatiche sono costituite principalmente da Coleotteri, Ditteri e Molluschi, oltre che da Nematodi e Crostacei.
Come si � visto, la copertura vegetale delle torbiere � assai variabile, spesso costituita da un mosaico di comunit� alternate in spazi ristretti che rispecchiano variazioni nella profondit� della falda acquifera, nel chimismo e nel livello trofico della torba. La vegetazione � costituita da briofite e da piante vascolari adattate a radicare in un suolo pressoch� permanentemente saturo d'acqua. Le piante vascolari appartengono in gran numero alla famiglia delle Cyperaceae e, in particolare, ai generi Carex, Eleocharis, Eriophorum, Trichophorum, nonch� un certo numero di carnivore: in Italia le pi� diffuse sono Drosera rotundifolia (Droseraceae), alcune specie di Pinguicula e Utricularia minor (Lentibulariaceae).
Le briofite hanno una notevole importanza nel corteggio floristico delle torbiere, sia per l'elevato numero di specie, che per il loro contributo alla fitomassa complessiva. Questo appare particolarmente rilevante quando � presente un tappeto muscinale continuo, che risulta determinante per l'edificazione e la caratterizzazione del corpo torboso.
Tra le briofite presenti nel popolamento vegetale delle torbiere un discorso a parte meritano gli sfagni. Questi ultimi rappresentano un gruppo di briofite che, per le sue peculiarit� morfofunzionali, viene distinto come una sottoclasse autonoma, comprendente un'unica famiglia, con un solo genere, Sphagnum appunto. Ciascun individuo di sfagno ha un corpo vegetativo tipicamente polare, con la parte apicale che si accresce verso l'alto formando un gruppetto di piccoli rami che si distanziano poi durante la crescita e con l'estremit� inferiore che invece degenera e muore andando a costituire la torba. L'anatomia degli sfagni � inoltre assai peculiare: nel corpo vegetativo sono infatti presenti uno o pi� strati di cellule morte funzionanti da contenitori d'acqua, che assorbono avidamente per capillarit�. In questo modo gli sfagni possono far fronte a periodi di transitorio inaridimento della torbiera. Dal punto di vista fisiologico, gli sfagni riescono ad assumere dalle soluzioni circolanti cationi minerali scambiandoli con ioni idrogeno che, una volta liberati, contribuiscono all'acidificazione della torba; alcune specie, in particolare, riescono a sopravvivere in condizioni trofiche assai estreme, con una disponibilit� minima di cationi minerali e di anioni contenenti fosforo e azoto. La torba prodotta dagli sfagni � quindi generalmente acida e, spesso, assai povera di nutrienti, costituendo un ambiente di vita assai sfavorevole all'insediamento di altre specie vegetali. Le torbiere con tappeto di sfagni sono, infatti, soprattutto nelle situazioni pi� oligotrofiche, floristicamente assai povere.
Le torbiere si formano prevalentemente in Europa, in America settentrionale e in particolari "nicchie" della fascia equatoriale.
Sono relativamente comuni nel paesaggio naturale dell'Europa nordoccidentale, favorite nel loro sviluppo dalle precipitazioni elevate e dalle temperature relativamente basse, che riducono l'evapotraspirazione e rallentano la decomposizione dei residui vegetali. In queste condizioni l'accrescimento del corpo torboso pu� essere cos� rilevante che la parte superficiale della torbiera rimane completamente isolata dalla falda acquifera sottostante ed � quindi alimentata esclusivamente dall'acqua di precipitazione, il che � tipico delle torbiere alte.
In Italia le torbiere coprono circa 10.000 ettari di territorio. Sono presenti soprattutto nelle Alpi, con diffusione ed estensione comunque assai ridotte se confrontate con quelle riscontrabili nell'Europa settentrionale, sia per motivi climatici e geomorfologici, che per effetto delle azioni di bonifica. Si trovano soprattutto nelle valli alpine chiuse, dove l'acqua meteorica non ha la possibilit� di defluire in tempi rapidi, e in prossimit� di bacini naturali, delta fluviali e pianure costiere depresse. Nell'Appennino settentrionale le torbiere coprono una minima parte del territorio, concentrandosi tra i 1000 e i 1750 m di quota, e sono caratterizzate da depositi torbosi di scarsa potenza costantemente alimentati dall'acqua di falda (torbiere basse) con torba da acida a debolmente acida con disponibilit� di nutrienti da scarsa a media.
Secondo la legge la torbiera appartiene al proprietario del suolo che la contiene; peraltro, il proprietario ha l'onere di mantenerla e "coltivarla", secondo regole di buona conduzione e seguendo tecniche precise. In caso di sua inattivit�, la torbiera pu� essere espropriata e passa tra i beni patrimoniali indisponibili dello Stato.
La parola "torba" � accreditata fin dal XVI secolo, dal francese tourbe e dal francone turba. Come abbiamo visto, � un materiale che deriva dalla decomposizione in ambiente anaerobio di residui vegetali e si estrae sempre impregnata di forti quantit� di acqua. Essiccata, contiene un 40-60% di carbonio ed ha un potere calorifico di circa 3000-3500 kcal/kg. I maggiori giacimenti oggi sfruttati sono quelli russi, nella zona di Mosca. In Italia si estrae prevalentemente nella zona di Torre del Lago in Toscana. Differisce molto da altri tipi di terreni per almeno quattro caratteristiche:
- Frazione inorganica irrisoria, essendo praticamente composta di soli residui vegetali a diversi livelli di elaborazione.
- Elevato contenuto in sostanze umiche, che in alcuni casi raggiungono anche il 30%
- Altissimo contenuto di sostanze organiiche.
- Ottima ritenzione idrica.
Proprio queste caratteristiche fanno della torba (sia bruna che bionda) un valido additivo per i substrati colturali. E' utilissima in tutti i casi in cui si richieda una buona strutturazione del terreno, un miglioramento dell'assimilazione radicale ed un certo apporto di sostanza organica. Per l'elevato contenuto di acidi umici, ha anche la caratteristica di normalizzare il pH del substrato e di limitare i danni da concimazione eccessiva o da inquinamento. Viene difatti utilizzata nella pratica agronomica come condizionatore ed ammendante naturale per il recupero di suoli impoveriti o degradati, che come abbiamo visto hanno perso in frazione organica ed in sostanza umica.
La torba � anche il precursore di forme fossili del carbonio organico: a seconda del tempo di fossilizzazione da' luogo dapprima a leonardite (entro migliaia di anni), successivamente a litantrace ed infine ad antracite, che in genere � di origine paleozoica. Gli acidi umici commerciali sono spesso estratti dalla leonardite, che infatti ne contiene ancora elevate concentrazioni.
A proposito di sostanze umiche
Il consiglio che si da' per la coltivazione delle piante carnivore di non innaffiare versando l'acqua sulla superficie del terreno � proprio per evitare la loro percolazione verso il fondo del recipiente o nel sottovaso. Al pH medio delle torbe commerciali, che difficilmente � inferiore a 3.5, sono solubili sia gli acidi fulvici che quelli umici, quindi entrambi sono facilmente trascinati dal passaggio dell'acqua. Anche le umine, che restano sempre insolubili, sono comunque mosse verso il fondo per semplice effetto meccanico. A tempi lunghi, come in un processo di invecchiamento del suolo, innaffiare continuamente dall'alto impoverisce sempre pi� la torba della sua componente umica, con inevitabili ripercussioni sul pH e sul potere "cuscinetto" che dette sostanze svolgono. Per contro, se la torba utilizzata fosse bruna o di scarsa qualit�, ad esempio acidificata artificialmente o addizionata di sali, un periodo di annaffiatura dall'alto sarebbe invece consigliabile al fine di rimuovere gli elementi nocivi per le piante carnivore, sicuramente pi� solubili e mobili della frazione umica.
A questo trattamento pu� seguire un'annaffiatura con il famoso "decotto" di torba fresca, che in pratica � un'estrazione casalinga di sostanze umiche.
Bibliografia:
A cura di Paolo Sequi, Chimica del suolo, Bologna 1989, Patr�n editore.
A. Provini, S. Galassi, R. Marchetti, Ecologia applicata, Torino 1998, Citt� Studi edizioni.
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