007 “The Living Daylights”
MISSIONE
MAROCCO E GIBILTERRA
di Edward Coffrini
Dell’Orto
PROLOGO
All’agenzia di viaggi: “Scusi c’è neve sull’Alto
Atlante?”
“Insciallà” (se Dio vuole)
“Si anche Tomba, Buddha e Maometto ma ha nevicato o
no??”
In aeroporto a Casablanca ascolto una conversazione
fra due persone davanti a me in coda al controllo passaporti: “Ho letto sulla
guida che il 50% della popolazione del Marocco è analfabeta”.
“Sì sì, è vero sono 50 e 50. 50 analfabeti e 50
stronzi”!
Dopo i soliti minuziosi preparativi, scambio di
mail, raccolta dati e foto, il Mancio ed io stiliamo il programma della nuova
missione bondiana da sottoporre all’attenzione della PIZ GLORIA PRODUCTION.
Come al solito il Gabry e il Teo danno forfait e il Franci si aggrega al 50%.
Mi trovo col Franci alla partenza del Malpensa
Express che per la prima volta in vita mia riesco a prendere non al volo.
Sul treno (anzi tram a cavalli vista la velocità da
insulto alla dignità umana) il controllore ci cazzia subito dicendo di non
lasciare il cibo che stavamo mangiando sul treno. Poi se ne va e fa lo
splendido con un mostro di passeggera assolutamente inguardabile. Tutto
soddisfatto per il suo cucco da museo degli orrori continua il suo lavoro
soddisfatto dal momento di gloria appena avuto.
Arriviamo a MPX completamente tappezzato di
cartelloni EUROPCAR e ci rechiamo all’ultimo desk dello scalo milanese per
effettuare il ck-in alla RAM (Royal Air Maroc). Vista la qualità del servizio
hanno fatto bene a dargli l’ultimo desk.
Ck-in e solita pantomima per non spedire il
bagaglio. Figuriamoci dove riuscirebbero a spedirmi tutta l’attrezzatura per la
missione in una compagnia come la RAM che collega due paesi sottosviluppati. Ci
aggiudichiamo il primo round e passiamo con solo bagaglio a mano.
Controllo passaporti. Franci passa prima di me e il
poliziotto:
“Manca la marca da bollo”.
“Ma l’hanno abolita!!?”
“Non è mai stata abolita”.
A questo punto Franci si supera e prende di tacco il
Berlusca: “AH STI COMUNISTI !!”
Il poliziotto lo ricaccia indietro e ci fa perdere
mezz’ora alla ricerca di ciò che nemmeno Stalin probabilmente avrebbe ancora il
coraggio di far pagare. Per una volta che non prendo la navetta al volo
prendiamo il volo al volo. Così all’altoparlante di Malpensa si sente: “I
SIGNORI FRANCI E COFFRINI DELL’ORTO SONO PREGATI DI RECARSI CON URGENZA
ALL’IMBARCO 6 PER IL VOLO “MILANO CASABLANCA”.
Arriviamo finalmente, dopo un volo d’inferno con
bambini che urlano e cagano ovunque, a Casablanca. Sul sedile di fianco al mio
un bambino marocchino putrefatto viene cambiato di tutto punto.
“Ma andate in bagno perdio noo??!! Non sente che
odore??!!”
A Casa come chiamano qui la città di Bogart, con
soli 45 minuti di ritardo, prendiamo la coincidenza per Marrakech.
Attraversiamo a piedi la pista dell’aeroporto e ci
rechiamo al controllo marocchino dei passaporti. 50 minuti a persona e per un
soffio perdiamo la gara dell’ultimo ad uscire: “Benissimo penultimi!”
L’addetto della Extreme Sud autonoleggio ci aspetta
con un cartello “MR MANCIO” per consegnarci l’unica cosa funzionante
dell’intero paese: una splendida Toyota (infatti è giapponese) da fuoristrada
bianca ...proprio come lo spider 2000 gt usato dall’altro in Giappone nel 1967.
Ci scortano fino all’albergo e quando vedono il
nostro programma per l’indomani hanno dei mancamenti: “Scusate ma voi vorreste
fare più di 500 km in un giorno su strade poco asfaltate e piene di curve?”
Edu perentorio: “Certo abbiamo altri ritmi, noi!”
Prendiamo possesso della nostra splendida suite nel
4 stelle superiori chiamato Le Tafilalet. (Mia madre venne fatta alloggiare in
questa fogna un paio di anni or sono e, al suo rientro in Italia, minacciò il
Tour Operator di fargli causa se non gli rimborsava la cifra spesa).
Telefono al Mancio: “Uella Mancio dove sei??”
“In taxi! Com’è l’albergo?”
“Vedrai vedrai. Comunque tu hai già perso il
sorteggio per il letto e a te tocca la branda.”
Arrivato il Mancio prendiamo il mezzo meccanico e ci
rechiamo alla famosa piazza di Marrakech. Fumo visibile da 30km di distanza,
istantaneamente aggrediti da ogni genere di essere umano e non (mi salta
addosso perfino una scimmia), tutti che urlano come bestie, spingono e fanno
casino.
All’improvviso ci troviamo davanti alla prigione di
Rudi di Marrakech Express: cavalletto autoscatto e soliti sguardi esterrefatti
della gente.
La fame incalza e ci accomodiamo in un ottimo
ristorantino che farebbe invidia al Savini …ci sbattono di peso su delle panche
e provano a propinarci ogni genere di roba visibilmente non commestibile.
Franci mangia di ogni, tanto non ha problemi (a
Tijuana riuscì a strafogarsi con roba indefinibile cotta per strada in un
bidone della Castrol Oil) mentre io mi faccio consigliare dal Mancio che è
pratico, il modo migliore per non passare il resto della missione al cesso.
Sarebbe molto poco bondiano. Opto per pane azimo e brochettes: degli spiedino
di mucca pazza cotti più o meno a fuoco vivo con spezie indigeribili.
Prima di rientrare in albergo c’è ancora il tempo
per una breve tappa nella medina dove, dopo 93 minuti di trattativa, riesco a
comprare una borsa alla INDIANA JONES per 400 DIRHAM più il pacchetto di
noccioline del Franci.
All’una si dorme.
Sveglia alle 7.15, freddo della Madonna, colazione e
partenza immediata.
30 secondi e pit stop benzina. Pur non essendoci il
Mc Donald’s di Piazzale Kennedy perdiamo comunque i soliti 20 minuti. Qui non
per mangiare ma per capire in quale valuta vogliono essere pagati e finalmente
inizia la nostra avventura che, per il momento, è molto più simile a quella di
ABBATANTUONO E SALVATORES che non a quella di Bond.
Il paesaggio è veramente da favola. I colori del
deserto variano di continuo si passa dai verdi prati alle montagne rosse tipo
Monument Valley.
Decidiamo una prima sosta foto in un punto
completamente dimenticato da Dio e come dal nulla spuntano dei JAVA. Quei
simpatici orsacchiotti che in STAR WARS, alla vista di R2D2, esclamavano
“UTINI” invece qui si attaccano tipo Gigi Reder quando, travestito da mamma di
Fracchia la belva umana, cerca di rifilargli una tonnellata di torta al
cioccolato. Noi per non creare “Intrighi internazionali” non reagiamo come
Paolo Villaggio ma fuggiamo in macchina.
Dopo una buona mezz’ora ci fermiamo nuovamente in
paradiso per una pausa foto e caffè. Non essendo esattamente un autogrill mi
rifiuto di ingerire qualsiasi cosa mentre i miei due compagni di vita ordinano
un caffè e un te: “Vi venga un colpo a voi se bevo sta roba!”
Il caffè lo trangugia immediatamente. “Bisogna
sapere aspettare”, mentre il tè finisce ad innaffiare le piante.
“Buono eh!?”
“Se no magari si offendono.”
Usciamo e solito assalto degli Utini che, questa
volta, riescono a rifilarci dei quarzi del deserto.
“E adesso cosa te ne fai?”
“Lo tiro giù a quel bastardo del bar sotto casa
quando fa casino fino alle tre di notte.”
“Bravo!”
“Grazie!”
Arriviamo al COL DU TICHKA a 2260 metri di
altitudine foto e shopping. “E’ il compleanno del Francolini e fa collezione di
quelle palle di marmo.”
Al termine di una trattativa snervante il Mancio
esce con un sacchetto pieno di roba.
Finalmente arriviamo a OUARZAZATE famosa per gli
studi cinematografici dove hanno girato varie pellicole di fama mondiale
compreso BOND ovviamente. Con fare circospetto ci avviciniamo alla sbarra
chiusa degli studi. Adottiamo la stessa tattica con la quale siamo rimbalzati a
Corfù con qualche piccola variante: “Allora mettiamoci tutti il cappellino
dello 007 Admiral Club, i vestiti sono uguali per tutti e diciamo che siamo
giornalisti così magari ci fanno entrare.”
Non facciamo tempo a scendere dalla macchina che ci
viene incontro un autoctono: “Volete visitare gli studi? Entrate pure sono 30
dirham a persona compreso un drink e la guida”.
“Benissimo! Possiamo fare i cretini.”
Inizia il tour: Franci gioca e fa finta di fare
Ercole con le rocce di polistirolo, io simulo 007, Mancio Spielberg…IL TUTTO
SEMPRE SPACCIANDOCI PER GIORNALISTI. Quando estraggo la pistola di legno
smontabile il tipo è sotto shock.
La pistola di legno è stata realizzata su un mio
progetto, dal Tagliabue (il mio mobiliere) dipinta dal Lizio (l’imbianchino
uguale identico a Frassica) e da Paolino il factotum dell’Admiral Hotel che ha
provveduto alle parti metalliche e alle viti per l’assemblaggio. Tale oggetto
si è reso necessario per eludere dogane e aeroporti. Bisogna dire che in
effetti ha funzionato in pieno al punto che volevano che gliene regalassimo
una. SENZ’ALTRO!
Girando per gli studi, all’improvviso, mi trovo faccia
a faccia con un veicolo della croce rossa del tutto simile a quella di Dalton.
Filosofia Anichini (BENE VISTO ANDIAMO), solita raffica di pellicole e su
pressing del nostro Spielberg si riparte in direzione del lago dove hanno
girato sa la Madonna di Lourdes quale film.
Finalmente lo troviamo e Mancio in presa a delirio
mistico vuole fare sci d’acqua.
“Dai andiamo via non senti che puzza.”
“E poi se cadi ti impianti sul fondo …ci saranno 3
dita d’acqua.”
Iniziamo finalmente la marcia di avvicinamento alla
stazione sciistica di OUKAIMENDEN dove abbiamo prenotato l’albergo per
trascorrere la notte. Deviazione per la Kasbah di AIT BENHADDOU, la più bella e
famosa della zona, dove probabilmente sono state girate le scene di Bond con i
ribelli.
Raggiunto il paese sopra menzionato, la Lonley
Planet del Mancio, dice di girare a destra e abbandonare la macchina per
proseguire a piedi. Tesi sostenuta anche da un Gruppo di Berberi che ci
impedisce di proseguire sdraiandosi a tappeto sul cofano della nostra Jeep.
“Non dar retta non sanno nulla, riprendiamo la
macchina e avviciniamoci di più.”
Percorriamo ancora 10 metri e la strada finisce a
strapiombo. “Forse abbiamo fatto bene a proseguire a piedi.”
Tipo rugby, veniamo placcati dai Berberi locali che
spaccano i maroni finché non prendiamo una guida. Ci affidano Mohammed (nome
rarissimo da questa parti), un ragazzo di 19 anni che alla fine risulterà
simpatico anche se mi da del vecchio perché, con un caldo torrido su una salita
da cordata e con borsetta alla Indiana Jones, ansimo per il caldo.
Dentro la Kasbah stranamente l’assalto al turista è
più moderato e riusciamo a goderci un panorama che è oggettivamente da
cartolina. Passiamo davanti ad una famiglia di fabbricanti di tappeti che
vorrebbe offrirci del tè ma gentilmente rifiutiamo (come Bond anch’io non
gradisco questa istituzione britannica). Franci si rifiuta di vestirsi da
ribelle per guidare l’attacco a cavallo di ZONA PERICOLO, non troviamo nessun
contenitore sterile dove occultare i diamanti insieme al cuore di scimmia così
ritorniamo sui nostri passi.
Guadiamo il fiume e Franci si mette a giocare, in
bilico su una pietra, a chi riesce a buttare in acqua l’altro con Mohammed.
Siamo lì tutti pronti a riprendere con macchina foto e videocamera il volo in
acqua del bamboccio ma incredibilmente l’ex commesso di Legnano Sport, lottando
come un leone e ridendo come un cretino, impatta la gara. Bravo!
Ristorantino per soliti spiedini di brochettes col
pane.
“Scusa Mohammed il cuoco è andato a uccidere la
vacca ?”
MOHAMMED piegato dalle risate ci dà una lezione di
vita: “Chi ha fretta è già morto.”
“Mortacci tua, porta sfiga”.
Finalmente lasciamo anche quest’ultima località e si
parte per lo sci alle 6 di sera. Mancano ancora 300 km di strada a curve mai
fatta prima, larga come una pista ciclabile e asfaltata da RAY CHARLES. “Bene
bene”.
Continuiamo per la strada che a un certo punto
sbocca in una pista tutta sassi e buche. Franci: “Ma ragazzi siete scemi,
volete fare 30km così? Vi siete bevuti il cervello??”
“Taci! Coniglio!”
“Ma dai, ci mettiamo due ore, fra poco è buio e …se
buchiamo?? La cambi tu la gomma, eh!?”
“Sei un coniglio, torniamo indietro per la strada
normale.” Ormai è buio pesto.
“Però sei un coniglio erano 7 km di pista al
massimo.”
“Sì sì è vero 5 km, anzi forse meno.”
“2 km, coniglio.”
In realtà “la
cartina parla chiaro” erano 30 km esatti.
La strada di avvicinamento alla neve è tutta una
curva e il Franci (nome in codice Samsonite non casuale) ormai stravolto dalla
missione si addormenta sul sedile posteriore e quando si sveglia sta male. Per
stare male lui vuol dire che la strada era veramente impossibile. Mancio
accosta e scendiamo. C’è una stellata da urlo. È incredibile come nel deserto,
senza luci artificiali, le stelle risaltino in questo modo. La mente balza
subito ad una delle sensazioni più belle mai provate in vita mia. In Grecia di
notte al timone della nostra barca, solo al timone col vento teso al gran
lasco, il rumore delle onde e del vento e una cascata di DIAMANTI, pardon di
stelle cadenti, davanti a me.
“Ohh Edu, sveglia sali che si riparte.”
Franci sale davanti e posiziona la temperatura in
auto a –15 con giù i finestrini.
“Ma dove cazzo è sta deviazione?”
“E fermati lì a chiedere noo!”
Entriamo in una sorta di autogrill della AFRIQUIA.
“Prenderò una coca per sgorgarmi un po’.”
“Interessante la trasmissione in tv, non male
veramente, hai visto??” Tutto il bar della stazione di servizio è incollato
davanti al video per vedere un terrificante spettacolo musicale. Andiamo in
macchina e il gestore ci corre a dietro per riavere il vuoto della bottiglia.
Ruttone di Franci e si riparte.
Finalmente alle 22.30 arriviamo a Oukaimenden.
L’albergo è incredibilmente bello per essere in Africa. Entriamo in camera.
“Ma ci sono solo 2 letti”.
“Il y a le canapet”.
“Ho capito che c’è il divano ma è lungo 1 metro e
mezzo”.
Sfiga vuole che perdo il sorteggio e mi devo
incastrare nel divano al quale mancano 38 cm per raggiungere la mia altezza.
Vado in doccia ma siccome è stata progettata in Marocco ….VA BE SI ALLAGA
COMPLETAMENTE IL BAGNO.
Nel frattempo Franci sta litigando per avere almeno
un asciugamano a testa “Per Dio è un 4 stelle superiore!!” Mancio: “Con questi
rulli l’unica cosa che mi viene in mente di fare è farci rotolare sopra un
gommone. Ci sono barche in questa stanza ? No. Benissimo!! Allora se ci porta
anche dei cuscini ci fa cosa graditissima e così riusciamo a dormire. Grazie!”
Franci: “Mancio è nervoso.”
Edu: “Per forza lavora in Marocco.”
Franci ancora stravolto. “No, mi è andata giù una goccia
d’acqua mentre mi lavavo i denti”.
Mancio: “Prendi subito un Imodium”.
Slogan dell’albergo che poi potrebbe essere esteso a
tutto il Marocco è “l’incomparabile è servito”.
A ½ notte sto già russando profondamente.
Sveglia colazione e preparazione come se dovessimo
andare a Plateau Rosa. Ci incamminiamo a piedi per andare agli impianti di
risalita attraversando uno splendido prato gelato coperto da ogni genere di
rifiuti, sacchetti, vetri rotti, cacche di mulo, ecc.
Tempo di ambientarci un attimo, serie di autoscatti
e foto impressionanti, che scoviamo il noleggio sci.
Due formule differenti la prima consiste in una
distesa infinita di sci del 1800 sdraiati sul prato con annessi scarponi e
bastoncini per 50 dirham (10.000 lire). La seconda, molto più professionale, ci
porta a noleggiare dei materiali di inizio anni ‘90.
“Questi sono perfetti per il ghiaccio”.
“A parte che le lamine tonde e arrugginite con
voragini nella soletta completamente snervata non sono il massimo per il
ghiaccio, ma ci sono 10 gradi, dove pensa di trovarlo il ghiaccio??”
Usciamo e veniamo assaliti dal solito 50% di non
analfabeti che tentano in ogni modo di spillarci soldi. Il primo a presentarsi
da noi è una guida alpina: “Avete bisogno di me?”
“Scusi cosa me ne faccio di una guida, gli impianti
sono lunghi 100 metri, non devo mica scalare l’Everest.”
“No no avete bisogno di me.”
“Guardi se ne vada, mi dica solo dove posso comprare
lo skipass.”
L’unica indicazione che ci da è ovviamente sbagliata
e ci manda esattamente dalla parte opposta. “Dio come mi fanno incazzare!!!”
Passa un autoctono col mulo che si offre di portarci gli sci fino all’unico
impianto funzionante. Vista la temperatura e soprattutto l’unicità della cosa
accettiamo di buon grado. Documentiamo il tutto e come da nostro manuale
creiamo il solito evento per il locali.
Arriviamo in biglietteria: un chiosco 80 per 80,
centimetri ovviamente, all’interno del quale c’è un nano del circo che non
parla nessuna lingua conosciuta tra quelle comunemente utilizzate sul globo
terrestre. Tanto vale usare l’italiano: “Quant’è?”
“50 dirham”.
“Ma c’è scritto 45”.
Ci provano sempre, gli ammolliamo 135 dirham e vengo
aggredito da un maestro di sci che vorrebbe darmi lezioni. Dopo un ¼ d’ora di
trattativa snervante lo liquido lanciandogli una sfida aggiungendo che se vuole
posso dargli scuola, doposcuola e lezioni private.
Mancio: “Madonna cosa scassano le balle.”
Ci avviciniamo allo skilift (l’unico fra i 6
impianti funzionanti) e ci accorgiamo che partire non sarà semplice come dirlo.
Quel somaro che manovra la frizione di partenza dell’impianto non è
assolutamente in grado di utilizzarla e catapulta gli sciatori a quattro metri
di distanza. Piccolo particolare: il padellotto dello skilift è posizionato in
mezzo alle gambe. Botta tremenda nei coglioni, lacrime agli occhi e mal di
pancia istantaneo.
Una ragazza, con un ghigno di piacere dipinto in
volto, l’hanno dovuta prendere al volo per i piedi perché stava andando in
orbita.
Prima discesa: Mancio: “Sai cos’è il bello che al
posto degli scarponi destra mi sembra di avere l’infradito del Teo”. Edu: “…Sì
e a sinistra quelle bianche modello Pol Pot che ti hanno rubato 10 anni fa”.
C’è ancora il tempo per assistere ad un volo a pelle di leone del Franci, che
si è parzialmente ripreso solo dopo una bustina di Aulin, prima di rientrare
verso il noleggio facendo un lungo passaggio in diagonale passando attraverso i
campi invasi da turisti domenicali.
Scene dell’Apocalisse: i marocchini sugli sci. Tre
per paio, voli da leggenda, slitte improbabilissime, persone che urlano, altri
che si incastrano nelle reti come tonni, 824 “sciatori” per metro quadrato che
rimangono attoniti nel vedere noi che sciamo con facilità dove loro rischiano
la morte ad ogni secondo. Al posto dei rifugi di montagna troviamo una serie di
camper anteguerra (Punica ovviamente) che cucinano pesce, e roba da infarto
secco con l’agghiacciante profumo tipo fogna di Calcutta.
Rientriamo in hotel con ustioni di terzo grado in
faccia (tre imbecilli senza crema) per il pranzo.
“Mi spiace li si può solo bere”.
“Allora beviamo qui e mangiamo lì”.
Prima di partire, Mancio si ferma ad ogni affitta
camere o albergo del posto per fare un reportage per l’amorino ma finalmente
riusciamo ad arrivare, a bordo della nostra Jeep, in vetta alla montagna.
Spettacolo incredibile!
Dai pini di montagna con la neve al villaggio
berbero color rosso fuoco per finire con Sahara sullo sfondo. Magnifico!
Silenzio di Tomba e ammirazione totale.
“Ehh italiano 100 dirham”
“Noo cazzo anche qui a rompere.”
“Compra per tua moglie.”
“Non ho bisogno di niente e poi non sono più
sposato!”
Attacca con gli altri due che, vuoi per San
Valentino vuoi perché è l’unico modo per mandarli via, gli comprano di ogni.
Risaliamo in macchina e ci spostiamo.
“Voglio vedere se arrivano anche qui”
MEEHH (il rumore di una motoretta ingolfata che
brucia un metro cubo di ozono al secondo) e arrivano anche qui. Disperati
abbandoniamo la zona e rischiamo di rimanere impantanati nella neve.
“Per forza mica siamo col gioiello” ma soprattutto
quello dal noleggio ci aveva dato informazioni sbagliate su come mettere le 4
WD.
Per rientrare su Marrakech imbocchiamo una pista
incredibile a strapiombo con un paesaggio da Marlboro Country. Dopo qualche km
incontriamo un gruppo di locali che ci rimandano indietro dicendo che la strada
è chiusa per neve.
“Per me coltivano droga”.
Inversione a U sull’orlo del precipizio. Solito
happening della loro vita, FOTO e rotta su Marrakech. Franci ha la brillante
idea di entrare nella medina, che non è l’eroe dei libri di Cappi, ma è
l’inferno in terra, e vince il premio vaccata dell’anno. Provate ad immaginarvi
il nostro “camion” che entra in viuzze larghe come il corridoio di un treno
dove nessuno si ferma mai, circola ogni genere di mezzo meccanico dal calesse
allo sprinter di OBI ONE, una puzza che non si respira eh… Per grazia del
signore ci affianca un ciclista che ci tira fuori dall’ingorgo a croce
uncinata.
“Siete contromano, seguitemi”. Franci abbatte con
non chalance la porta di un negozio e si lancia all’inseguimento del Pantani
locale. Albergo, cena e per la gioia del Mancio partitone in tv.
Al Franci tocca la branda da campo, la luce non
funzione e la RAI in camera nostra non si vede. Via vai di presunti addetti
alla manutenzione, uno dei quali si siede sul letto del Mancio fumando
allegramente e con la scusa di cercare il canale tv si degusta i programmi
facendo un po’ di zapping.
Esasperati lo esortiamo a fare come il signor Savino
quando in “Amici Miei” sveglia nel cuore della notte il Prof. Emilo Largo
Sassaroli.
Mancio: “Ma mi sembrate scemi siamo in Marocco, NON
FUNZIONA NIENTE!”
“Buona notte.”
Ci viene a prendere un taxi con alla guida uno
vestito da cavaliere Jedi. “Edu ti è mai capitato di andare in taxi con Obi
one?” “No mai”. Comunque il posto davanti va bene solo a Yoda o a un nano del
circo.”
Arriviamo in aeroporto, asseriscono che il mio zaino
è troppo grande e lo divido in due, sotto gli occhi increduli dei poliziotti
che mai in vita loro avevano visto una simile concentrazione di gadgets. Alla
fine stravolti mi lasciano portare tutto a bordo. Al Franci è scoppiata la
mania del lavoro e rientra a Milano, noi stoici continuiamo la nostra missione.
Prendiamo un ottimo bielica, parente stretto del
Memphis Bell, pressurizzato con lo scotch e prima dell’atterraggio divento
completamente sordo a causa di uno shock barico. Atterriamo a TANGERI in
concomitanza col Re del Marocco, prendiamo un taxi e via all’imbarcadero.
Qui iniziamo ad incontrare i primi segni della vera
operazione Golden Eye organizzata da Ian Fleming quando era nel servizio
segreto della Marina di Sua Maestà. Nel 1942 mise in pratica una serie di
accorgimenti che favorissero una difesa strategica di Gibilterra in caso Franco
avesse deciso di allearsi col Benni e l’Adi (Mussolini e Hitler).
Nessuno sa a che ora partono i traghetti e quanto ci
mettono.
“Ci vuole un’ora e trenta” arriveremo in tre ore,
ladri ovunque, sala d’attesa con panche da primato mondiale di scomodità
tremila controlli e finalmente si parte. La nave ci sorprende per la sua
raffinatezza ed eleganza ormai dimenticata in Africa.
Appena arrivati in Spagna prendiamo un taxi per
Gibilterra: il tempo è molto tiranno e abbiamo perso quasi 4 ore di luce. Io
comincio a dare cenni di evidente cedimento fisico. Dopo aver perso l’orecchio
in aereo, perdo anche l’occhio. Mi deve essere entrato qualche cammello con le
ali nell’occhio destro che mi fa infezione e mi si è chiuso. Appena varcato il
border una vampata di civiltà mi assale e mi ossigena il cervello: “Noleggiamo
2 scooter” e in un attimo siamo in albergo.
Molliamo le valige e si inizia la perlustrazione del
set per la missione. Saliamo sulla vetta della rocca, arriviamo sulla cresta
che divide l’est dall’ovest e, come nei migliori film, sale la nebbia dal mare.
Prima di cena, consumata in un localino non male sul
“MARINA”, facciamo un salto in farmacia a comprare un dopo sole.
“It’
not the season”.
“Look
at my face”.
Perdo i sensi e mi addormento.
La sveglia è alle 8 anche se abbiamo moltissime cose
da fare ma la stanchezza ormai si fa sentire. L’occhio destro non si apre, si è
incollato come quello di Dirk Pitt sul TITANIC e, proprio come l’eroe di
Cussler, devo ricorrere ad un buon getto d’acqua per poterlo aprire e pulire.
In compenso continuo a non sentire nulla.
“Mi sembra di andare in giro con una via di mezzo
tra Beethoven e Ray Charles.”
Colazione con muratori che lavorano in sala e inizio
missione.
Giro della rocca, individuiamo il punto dove cade
ucciso il compagno di 007, passiamo in un tunnel da asfissia e arriviamo al
poligono di tiro dell’esercito britannico. Qui un sergente rincoglionito urla
come un ossesso e fa marciare i suoi uomini in un punto fondamentale del set
del film.
“Credo non sia una buona idea puntargli contro una
delle nostre pistole finte”.
“Credo anch’io.”
Paghiamo 5 sterline a testa e possiamo salire sulla
rocca. Prendiamo una stradina chiusa e male asfaltata e ci infiliamo in un buco
di una rete ed eccoci sul set. Data l’assenza del Franci il Mancio fa quello
che cade giù nel dirupo mentre io alterno il personaggio del traditore a quello
di Bond. Ovviamente nulla viene lasciato al caso, dall’abbigliamento
all’imbracatura da roccia comprata da Tutto Per Lo Sport, dalle corde, ai
moschettoni, dai coltelli, al binocolo dell’amorino, dalle fondine ascellari
alle pistole per finire col cartellino SMIERT SPIONOM. Io mi arrampico mentre
il Mancio simula il volo.
Finito di girare il remake il Mancio esplode con un:
“Questa volta ti porto all’Oscar”.
“Ah, Mancio, eravamo all’interno di un territorio
del MOD, il ministero della difesa con sotto i militari che ci potevano sparare
nel culo. Bel colpo eh, stavolta mi sa che ci siamo decisamente superati”.
“Vai vai vola che siamo in ritardo.” Molliamo gli
scooter, a piedi fino al border, taxi fino all’imbarcaderos e anche qui, Dio li
fulmini, le informazioni sugli orari sono sbagliate. 2 ore di inutile attesa
con Mancio che smadonna e litiga con tutti per cercare di spedire una e-mail di
lavoro e finalmente si parte.
Prima di sbarcare nel paradiso terrestre di Tangeri
c’è ancora il tempo per assistere alla mia discussione surreale col poliziotto
addetto ai timbri sui passaporti che quando legge professione scrittore va in
ansia tremenda e si appanica pensando chissà cosa. Timbrato il passaporto ci
autorizzano ad uscire sul ponte della nave. A proposito di passaporti mi
piacerebbe sapere per quale porco motivo non esiste doganiere al mondo che
segua un ordine logico nell’apporre timbri.
Sbarco a Tangeri. Veniamo assaliti da 20 persone che
ripetono forsennatamente la parola taxi.
“Chi è lo chauffeur” esclama Mancio ormai abituato a
queste pantomime.
Alla fine ci caricano su un Mercedes ultimo modello,
nel senso di ultimo prodotto dell’anno 1950, e ci conduce attraverso la Medina
che fu teatro della fuga di Dalton per arrivare al MUSEO FORBES. Nel film THE
LIVING DAYLIGHT era l’abitazione di Whitaker con tutte le statue militari e le
riproduzioni in miniatura delle guerre più famose.
“Il museo è stato chiuso nel 1997 e tutta la roba è
stata trasferita dal sig. Forbes in Francia.” Visto lo schifo di città ha fatto
benissimo.
“Scusi si può entrare a vedere la villa vorremmo
documentare per il nostro giornale”. Lo convinciamo e ci lascia entrare.
Incredibile il contrasto fra questo paradiso e il resto della città. Tutto
sembra perfetto come nel 1987. Il giardino è perfetto, la piscina è appena
stata ripulita, ogni cosa è perfetta. Il guardiano ci spiega che è stata
comperata dal comune e probabilmente viene utilizzata in occasioni molto
speciali. Documentato il tutto, comprese le colombaie della villa da dove 007
spiava i rivali, ci dirigiamo verso l’hotel ILE DE FRANCE dove alloggiava
Dalton.
L’hotel sapevamo già che era chiuso da diverso
tempo, quello che non sapevamo era che, per le riprese del film, avevano
spacciato l’Ambasciata di Francia per l’albergo sopra citato. La scoperta è
stata puramente casuale; una botta di fortuna non guasta mai nemmeno a Bond.
Infatti, passando per il centro, Mancio vede l’insegna del GRAN CAFE DE PARIS
(che si vede anche nel film) e ci siamo praticamente catapultati fuori dal taxi
per filmare il tutto. Memorizziamo tutti i numeri del taxi dove con non pochi
patemi lasciamo il bagagli e appena voltato lo sguardo ci siamo ritrovati sul
set …con un ritardo di soli 14 anni.
Ormai è quasi buio possiamo tornare soddisfatti
verso l’albergo pregando il Signore e la Madonna che, per una volta, l’agenzia
marocchina responsabile delle prenotazioni sia riuscita a fare un lavoro
egregio. Arriviamo al Mercure, siamo salvi. Mi viene il sospetto che se ne sia
occupata direttamente la nostra fidata Penny.
Chiusura del filmino in strada sul lungo mare
apoteosi della schifezza, lite con marocchino ubriaco, doccia di sei ore cena
e… non ricordo ho perso i sensi sul letto.
Sveglia ore 5 sempre prima, il fisico ormai è
distrutto dalla fatica e dagli acciacchi. Prendiamo il taxi del giorno prima e
diretti all’aeroporto.
TANGERI, CASABLANCA. Solita selva di controlli, mi
smontano lo zaino, cerniere incluse, e alla fine ci lasciano salire a bordo
preoccupandosi però di tenerci in ostaggio lo zaino che viene infilato nella
stiva. Arrivo puntuali a Malpensa alle ore 13.
“Merci au revoir” esclama la hostess con sorriso
stampato in volto.
“Cosa fa porta sfiga?”
Il bagaglio, grazie ad una brillante collaborazione
marocco-italiana, arriva dopo ½ ora; treno per Milano (IL SOLITO TIRATO DAI
CAVALLI) e alle 16 sono all’Admiral Hotel.
WE HAVE BEEN BACK ALIVE…ma non godiamo di ottima
salute.
MISSIONE COMPIUTA.