La vita di Pitagora

 

Pitagora fu un filosofo, uno scienziato e un matematico greco nato a Samo nel 570 a.C., dove forse subì l’influenza di Ferecide di Siro e di Anassimandro, emigrò a Crotone intorno al 530 a.C.

La sua figura assunse una fama quasi leggendaria, ma i riferimenti dei suoi contemporanei ci assicurano della realtà storica del personaggio, trasfigurato dai seguaci sino ad acquistare la valenza di una figura simbolica.

A Crotone Pitagora fondò una scuola filosofico-religiosa, di cui parla diffusamente Platone nella Repubblica.

Fu costretto a lasciare Crotone intorno al 500 a.C. per la perdita dell’appoggio dell’aristocrazia locale in seguito alla sommossa guidata dall’aristocratico Cilone di Crotone; le sue dottrine aristocratiche gli avevano da tempo alienato l’appoggio popolare, così Pitagora, secondo le notizie giunte fino a noi, si sarebbe ritirato a Metaponto, dove rimase per il resto della sua vita.

La tradizione gli attribuisce anche viaggi di studio a Creta, in Egitto e a Babilonia.

Morì tra il 497 e il 496 a.C..

 

 

Alla base della sua concezione filosofica si trova la nozione di cosmo intesa come una sostanza divina, universale ed eterna, e un frammento della quale costituisce l’anima dell’uomo, destinata a liberarsi dal corpo mortale e a riunirsi alla sua origine universale.

Lo scopo della filosofia è quello di favorire la progressiva purificazione dell’anima, per mezzo della conoscenza.

Nel pensiero di Pitagora il ruolo fondamentale fu costituito dalla riflessione sui numeri.

Egli riteneva che i numeri fossero in grado di spiegare la struttura armonica dell’universo; in questo si riscontra una forte affinità con visioni proprie della Mesopotamia. Così come rimanda alla Mesopotamia il teorema attribuito a Pitagora, che vi era verosimilmente noto fino da epoche remote.

È quasi certo che Pitagora non scrisse nulla, infatti si ritiene che le opere attribuitegli (i Tre libri e i Versi aurei) siano delle falsificazioni (forse dell’inizio dell’era cristiana o di poco antecedenti). Oltretutto, per testimonianza di Giamblico, sappiamo che i primi scritti della scuola pitagorica, effettivamente pubblicati, furono opera di Filolao di Crotone.

Considerando nel loro insieme le dottrine filosofico-matematiche e le concezioni religiose che formano il complesso del pensiero pitagorico nella forma in cui ci è giunto, è impossibile ormai distinguere l’apporto di Pitagora da quello dei contributi accumulati nel corso dei secoli dai seguaci della sua scuola.

Fu venerato dai discepoli come un dio e dovette divenire ben presto una figura leggendaria. Le stesse Vite di Pitagora, composte in età neoplatonica e neopitagorica, non contengono elementi storici attendibili, essendo il frutto di una rielaborazione secolare e fantasiosa di elementi via via aggiuntisi.

Non è inoltre possibile stabilire quali siano state le dottrine del primo pitagorismo rispetto a quello successivo. È certo però che le credenze mistico-filosofiche della scuola, come la "metempsicosi" (o "trasmigrazione delle anime") fino alla "catarsi" (o "purificazione") finale, con le proibizioni e le prescrizioni unite a tali credenze (tra cui il divieto di cibarsi di carne e fave), appartengono al nucleo più antico della dottrina.

Quanto alle scoperte strettamente matematiche, la relazione oggi nota come teorema di Pitagora era in realtà nota a culture anteriori a quella greca (in particolare, a quella babilonese). L’attribuzione del teorema a Pitagora è spiegabile con la testimonianza di Proclo, secondo il quale Pitagora fu il primo a comprendere la validità generale del teorema. D’altra parte, molte altre scoperte nel campo della geometria, dell’aritmetica, dell’acustica e dell’astronomia avvennero probabilmente a opera di Pitagora e della sua scuola.

In particolare, Proclo ascrive a essa anche il teorema relativo alla somma degli angoli interni di un triangolo, la costruzione di alcuni poliedri regolari e la cruciale dimostrazione dell’incommensurabilità della diagonale del quadrato con quella del suo lato, che determinò la scoperta della limitata applicabilità del concetto di rapporto tra numeri interi.

Furono i pitagorici a osservare espressamente che qualsiasi triangolo i cui lati stiano tra loro nei rapporti 3:4:5 è rettangolo, indipendentemente dalla lunghezza dei lati. Ai pitagorici risale l’affermazione che i corpi celesti (che essi ritenevano essere in tutto 10) ruotano tutti intorno a un fuoco centrale, dottrina che evidentemente precorre la teoria eliocentrica.

Notevole è anche la considerazione che i pitagorici risevavano al pentagono regolare stellato (in cui cioè i lati sono prolungati, in modo da ottenere una stella), che la setta utilizzava come riconoscimento reciproco degli adepti.

I pitagorici studiarono anche i rapporti numerici delle lunghezze delle corde in relazione alle varie consonanze, così come la scoperta che i rapporti numerici che descrivono gli intervalli musicali negli strumenti a corda valgono anche per gli strumenti a fiato.

La riduzione della realtà a numero costituisce indubbiamente la maggiore delle grandi scoperte pitagoriche.

Questa scoperta della meravigliosa potenza del numero condusse inevitabilmente la scuola a una mistica del numero, con l’attribuzione a esso di particolari poteri. La cosmologia pitagorica poggiava sulla dottrina dei contrari, che garantivano l’equilibrio al cosmo sulla base del concetto di armonia dei contrari.

All’insegnamento storico di Pitagora sembra si possano effettivamente ricondurre le coppie di contrari di cui parla = Aristotele nella metafisica (limitato-illimitato, uno-molteplice, destro-sinistro, maschio-femmina, quiete-moto, diritto-curvo, luce-tenebre, bene-male, quadrato-rettangolo). Le due facce dell’eredità pitagorica, costituita da chiarezza razionale e misticismo, osservazioni rigorose ed esperienze decisamente soggettive, costituirono nei secoli successivi i due poli d’attrazione dell’intero pensiero greco.

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