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Cinque viaggi

 

 

Central camionera

Desert highway

Station wagon

Speed breaker

Central camionera 2

 

 


 

CENTRAL CAMIONERA

 

 



Madrid 17. 10. 98

Proprio quando la mia situazione lavorativa e quella sentimentale sembravano consolidarsi in un comodo ed accogliente materassone, io ne scappavo soffocato; fino a poco tempo prima era proprio quello che volevo, ora aspiravo solo a percorrere più chilometri possibili, e l'idea che alla fine sarei dovuto tornare mi preoccupava.
Per questo mi trovavo in un aeroporto durante uno scalo, ancora con l'immagine della mia fidanzata (ex, per la precisione) e del sorriso strano con cui mi ha salutato a Fiumicino. Insieme con lei lasciavo due cagnolone bionde e una moto da enduro.
Era la prima volta che partivo con questo stimolo, mi sentivo meno "turista" e più propenso ai disagi e al non ritorno, o perlomeno a non tornare come prima.

Cancùn 18. 10. 98

La città era un grosso polpettone di cemento a volte colorato e pieno di lucine, costruito per la ricreazione degli Americani più banali, Da lì sarei arrivato a Chichen-Itzà, uno dei più importanti siti Maya del Messico dove avrei affrontato la parte "professionale" del mio viaggio; ho fatto una lista dei luoghi più importanti da visitare per cercare di realizzare un servizio fotografico completo, e mi rendevo conto che avrei dovuto correre parecchio per riuscirci. Il mio bagaglio e lo zaino pieno di obiettivi, nonché i due chili circa di pellicole e il cavalletto sarebbero stati come un freno a mano tirato nel mio pellegrinaggio.

Valladolid 19. 10. 98

E' una cittadina di provincia dello Yucatàn, tranquilla e piena di donne Maya tondeggianti e dall'aria pulita che vestono bianchi vestitini verginali.
Tanto verginelle poi non devono essere, perché ce n'era una sul pullman con un bambino in braccio, che si stava leggendo un fumetto pseudo-erotico per quattordicenni fantasiose. Sembra che vadano molto di moda questi giornalini da caserma, li leggono tutte le fasce d'età e i lustrascarpe li danno ai clienti durante l'attesa.
La visita a Chichen-Itzà è stata un esperienza spettacolare, anche se gremita di turisti è un posto che trasuda la cultura e il sangue di millenni di sacrifici.
L'enorme piramide chiamata "El castillo" sovrasta imponente tutte le rovine disseminate nella giungla, e salendo sulla cima si vede un tappeto verde senza fine, da cui fanno capolino i resti di questa civiltà affascinante. Come abbiano fatto a costruire un monumento così grande senza utilizzare la ruota né il cavallo rimane un mistero; mentre si fantastica su possibili contatti con esseri superiori venuti da altri pianeti, a me veniva da pensare a quanti ettolitri di sudore siano stati versati dagli schiavi sotto quei macigni. Con il sole che cominciava a picchiare sul mio cappello di paglia mi aggiravo tra le colonne dalle incisioni fantastiche, immaginavo le piazze strapiene di Maya durante le cerimonie, i sacerdoti strappare cuori, budella e frattaglie e scaraventarli di sotto dalle ripide gradinate sulla folla in visibilio.
Spesso tremavo al pensiero di poter essere nato 1000 anni fa, e a come poteva essere quello stesso panorama visto da una pietra sacrificale, di fronte ad un sacerdote strafatto di erbe allucinogene e con un coltellaccio di ossidiana in mano.

Cancùn 20. 10. 98

Dopo un viaggio infinito sulla corriera dei "peones" ad una velocità media di 13 km/h sono giunto di nuovo a Cancùn, dove avrei incontrato Cristina, una mia amica che lavora in un villaggio vacanze qui vicino.
Mi ha fissato appuntamento alla "Zona hotelera", il posto più "gringo" di tutto il Messico, e siccome c'era parecchio da aspettare sono stato inevitabilmente risucchiato in uno dei tantissimi bar della zona che offriva solo ristoranti, discoteche e megahotel costruiti in stile alveare umano fino sulla "playa" e anche oltre.
Dominava la musica più commerciale, tra cui si muovevano i camerieri del bar dai colori sgargianti e dalle luci intermittenti. Maya resi sferici dalla dieta americana, che si prodigavano a farmi sentire a casa con battute pronte, urletti per creare una finta atmosfera e pacche sulle spalle da vecchi amici.
Tutto lì era pronto e incellofanato per il 'divertimento' di Nordamericani dalle panze grondanti, accompagnati dalle rispettive consorti con culi che sommergevano le sedie ed ingurgitavano tonnellate di hamburgers e patate fritte. Tutto affogato nella salsa piccante perché si sentissero in Messico.
Io cercavo di far durare il più a lungo possibile la mia birra, dato che la permanenza lì sarebbe stata purtroppo lunga, intanto cominciavano a scopare il pavimento sempre più vicino ai miei piedi e le pacche sulle spalle e i sorrisi diminuivano.
Il panorama che avevo intorno era il seguente: colonna rosa imperiale alta 20 metri dal capitello fintamente corroso dal tempo, questo sorreggeva un'insegna multicolore: "Italianni's" e propinava improbabili "very italian pizza and maccaroni".Scorrendo con lo sguardo ho scavalcato un paio di culi-dirigibile ed ecco una curiosa ricostruzione di un sito Maya con cascata hollywoodiana, volta a pubblicizzare un altro locale che ben assecondava i gusti kitsch degli avventori. Unica nota gradevole del panorama era una cassiera india dagli occhi incantevoli che ogni tanto incrociavano i miei per poi subito tornare sui suoi timidi conteggi. Altro particolare alla mia destra era un enorme cubo di cemento color cemento con tubi d'aerazione colorati di grigio-cemento ed insegne che lasciano intendere che dentro c'è una discoteca e, nonostante tutto, ci si divertiva; accanto avevano avuto il buongusto di costruire una capanna con tetto di paglia (o almeno sembrava) e travi come sempre in cemento, ma stavolta viola.
Tutto questo scatolone dei divertimenti era avvolto da un inizio di tempesta tropicale che gli donava un atmosfera surreale e grottesca, con il cielo grigio, il vento che agitava gli enormi pupazzi pubblicitari appesi ai tralicci di ferro e inquietava il mare che non riuscivo a vedere perché coperto dalla striscia di albergoni, ma lo immaginavo.
Dimenticavo, dietro ad una ricostruzione disneyana di due palme in lamiera con lampade al posto delle noci di cocco si ammirava una specie di minareto con cupole lilla.
Poi uscivo nel nubifragio accompagnato da un'allegra ebbrezza alcolica…


Vicino Puerto Morelos 22. 10. 98

Dopo aver passato un giorno nella strascinata nullafacenza della vita di villaggio turistico dove lavora Cristina e ove risiedo per ragioni strategiche, io e lei siamo partiti per Mèrida, attirati dalle lodi che ne faceva la guida. Ci aspettava un estenuante viaggio di 4 ore in un pullman-frigorifero per arrivare, bisogna infatti sapere che i Messicani sono dei pazzi con l'aria condizionata, la regolano a temperature polari e se possibile, prima dell'uscita dei passeggeri l'abbassano ulteriormente. Arrivati finalmente a Mèrida, descritta dalla guida come una cittadina coloniale dai superbi luoghi di interesse turistico e mercati artigianali di gran qualità. Abbiamo trovato la città incasinata, rumorosa e priva di fascino. I pochi edifici coloniali rimasti erano cadenti, e la famosa Cattedrale è stata rasa al suolo dai Maya inferociti con i preti durante la guerra delle caste, quella che ne rimane è una versione spoglia ed essenzialista, inoltre il famoso mercatino ci è risultato abbastanza mediocre.
Quando ci è venuta fame abbiamo girato un'ora per trovare un locale che non sembrasse infetto, poi ci siamo nutriti con due ignobili panini con peperoncino, seduti in una piazza affollata come il metro' all'ora di punta. Quindi siamo corsi a ripararci dalla pioggia in un mercato surreale che vendeva solo zampe di pollo e fumetti porno, e finalmente ci siamo reimbarcati per il villaggio.
Tutto il viaggio è stato allietato dai racconti sulle nostre storie d'amore in crisi ed altre drammatiche vicende familiari. A parte tutto, è stata una bellissima giornata.
La sera chiesi ad uno dei baristi se si poteva comprare qualcosa da fumare (non sigarette), mi disse che si poteva fare qualcosa. Nella notte hanno bussato alla mia porta: era un vigilantes con una busta in mano. Non avevo mai comprato l'erba da qualcuno vestito da sbirro…

Vicino Puerto Morelos 23. 10. 98

Il viaggio che avevo organizzato per oggi a Cobà e Tulum è andato a farsi benedire per il protrarsi della pioggia a scariche di un'ora sì e un'ora no. La giornata si è consumata nel villaggio, che sebbene accogliente, costruito rispettando i criteri dell'architettura locale e dotato di personale gradevole e giungletta, mi rende insofferente. Era popolato da giovani coppie in viaggio di nozze che pensavano di essere in Messico anche se si parla italiano, la cucina è italiana, si vedono solo italiani, e forse il mare è meglio in Italia. L'unica nota locale sono i simpatici baristi indios e ciccioni che si prendono a culate dietro il bancone e servono tequila gratis.
I villeggianti, a parte poche eccezioni, sono veramente tristi e penosi, i loro sguardi insoddisfatti da questo "Messico" vagano alla ricerca di qualcosa da riportare a casa, da far vedere o da raccontare agli amici; l'impegno dei validi animatori non riesce comunque a soddisfarli, sono sempre pronti a fare critiche su come non riescano a farli divertire. Torneranno a casa con i loro ricordini comprati all' Hard Rock Cafè di Cancùn e un mazzetto di foto con sorrisi forzati ed alberghi in costruzione per sfondo. Speravo solo che il giorno dopo ci fosse il sole per continuare il mio lavoro.

Vicino Puerto Morelos 24. 10. 98

Quel giorno pioveva come se fosse un lunedì. Nonostante il diluvio decisi di imbarcarmi su un taxi alla volta di Cancùn dove avrei preso il bus per Cobà. Cancùn la trovai avvolta da una specie di uragano che mi suggerì che non era il caso di continuare. Visto che non mi andava di dare altri 17 dollari al tassista per tornare, presi un autobus che mi lasciò a tre chilometri dal villaggio dove arrivai zuppo e incazzato.
La sera sono venuto a sapere che a Cobà c'era il sole.

Vicino Puerto Morelos 25. 10. 98

Sono ripartito sotto il solito nubifragio alla volta di Cobà, alle sei di mattina. Sono arrivato lì dopo sette ore, e per fortuna il tempo era mediocre, ma ben presto un temporale mi ha costretto ad un riparo di fortuna sotto un "falso arco Maya", in compagnia di due incantevoli ragazze danesi e la loro guida.
Questa ha iniziato una lunga spiegazione sulla forma della cella dov'eravamo, e solo dopo un'ora ci siamo potuti muovere, a me rimaneva poco tempo per scattare le fotografie, quindi ho cominciato a correre tra i monumenti che distavano circa un chilometro uno dall'altro. C'era una temperatura di circa 38° con umidità al 120%, senza contare le famose zanzare-trivella caratteristiche di quella giungla inospitale.
Dopo svariati sintomi di svenimento, prendendomi a schiaffi per gli insetti, sono arrivato alla famosa piramide alta non so quanti metri ma tanti, e scalatala tutta d'un fiato, anzi, d'un fiatone, ho scattato due o tre fotografie e sono tornato giù scivolando sui gradini muschiosi, fumante di sudore e con gli occhiali appannati.
Perso tra fra i ruderi e il groviglio sentivo i rumori delle bestie che razzolavano nella selva infida; camminavo esausto e noncurante nella fanghiglia dei vialetti che ormai mi ricopriva le scarpe, quando una di queste ha fallito la presa. Ho lievitato per lunghi istanti prima di atterrare a pelle di leone in mezzo ad un gruppo di tedeschi che hanno trovato la cosa divertente, ed io pure me ne sono rallegrato. Durante questa mia performance ho avuto però l'accortezza di proteggere la macchina fotografica: tenendola alzata e facendole scudo con il mio corpo me la sono cavata solo con uno strappo muscolare e parecchio fango addosso.
Questo mio nuovo look ha contribuito senz'altro ad aumentare la distanza tra me e le due nordiche fanciulle conosciute prima. Tornando al villaggio, malgrado la stanchezza e le altre cinque ore di autobus vari, sentivo nell'aria uno strano fermento, come una vibrazione che rendeva frizzante la molle atmosfera tropicale della sera; quando sono arrivato mi attendeva la clamorosa notizia che uno spaventoso ciclone si stava per abbattere sulle nostre coste. La sensazione avuta prima mi si è concretizzata, e Cristina era giustamente disperata perché le scaricavano addosso valanghe di problemi.
In teoria non bisognava dirlo a nessuno per non spargere il panico, ma già a ora di cena lo sapevano tutti, il consueto buffet faraonico fu scalfito frettolosamente, si prevedevano le cose più inverosimili e si enunciavano teorie meteorologiche di dubbio valore scientifico. Tutti erano presi da una particolare euforia, la biondina con cui sono andato a correre ogni tanto (il cui compagno era fuggito il giorno prima dalla disperazione) si voleva scopare chiunque si avvicinasse a tiro, e aleggiava questa strana sensazione di catastrofe incombente sul gruppetto che si era formato in spiaggia sotto un cielo basso e nervoso. A tanti personaggi che popolano il villaggio si sono rovinate sì le vacanze, ma già pensavano che avrebbero avuto qualcosa d'interessante da raccontare a casa.

Cancùn 26. 10. 98

URAGANO!

Mitch, così è nomato, si avvicinava impetuoso alle coste dello Yucatàn, vedevamo sulle nostre teste banchi di nuvole che rapidamente muovevano verso sud-ovest, risucchiate dal suo mulinellare incazzoso.
Alle ore quattordici era stata organizzata una consulta nel teatro del villaggio, nella quale il direttore ha annunciato che anche se non ce ne era il reale bisogno, si sarebbe attuata un'evacuazione in quel di Mèrida. Uno degli animatori, Ciro, un napoletano completamente fulminato e dotato di una carica di simpatia esplosiva, è saltato urlando sul palco con gli occhi fuori dalle orbite: "Uee guagliò si va a Mèrida! Ma ci pensate che storia!! Io non l'ho mai vista! Aaah l'uragano!!" e così via…
Da quel momento la carica elettrica si andava sempre più sviluppando e i villeggianti sfollavano confusi e lamentosi, finché siamo rimasti io, Andrea del centro immersioni, Claudia della boutique del villaggio, i responsabili del posto, nonché gli inservienti, che malgrado tutto continuavano ad elargire sorrisi rassicuranti.
Tra di noi che ormai sapevamo qual era la vera entità dell'uragano si facevano discorsi un po' più profondi del solito, anche tra persone che si conoscevano poco o niente, come se tutti sentissero il bisogno di definire meglio i personaggi che popolavano questa futura scena di distruzione. Durante un pasto frugale consumato con la servitù in atmosfera natalizia, nel salone completamente disadorno con le cartacce che rotolavano trasportate dal vento, tutti hanno fatto, consapevolmente, qualcosa di insolito. Andrea, dopo aver scansato sul piatto le cipolle che odiava, le ha mangiate tutte alla fine; il capo villaggio ha cenato con una fetta di torta avanzata dal pranzo quando non mangiava mai dolci né avanzi; Claudia, invece, si è abbandonata al fascino di un panino che prima usava evitare per la linea. Io alla fine ho mangiato due caramelle fucsia al gusto di coloranti. Alla fine, ridendo, abbiamo pubblicamente ammesso che lo facevamo perché poteva essere l'ultima volta che ne avevamo l'occasione.
Mentre gli operai bloccavano le porte e mettevano il nastro adesivo sulle finestre, io guardavo il grande tetto di paglia, e pensavo che entro poco tempo si sarebbe scoperchiato e ci sarebbero state le stelle. Sulla spiaggia si sentivano i tonfi delle onde che scandivano il tempo minacciose, indifferenti alla barriera corallina sommergevano il piccolo molo che ne sarebbe stata presto la vittima. La mia meta era la più brutta ma solida Cancùn, dove l'indomani alle 12 era atteso Mitch, con la sua furia distruttrice di pupazzi, cartelli pubblicitari e tutte le altre minchiate inutili di questa città orrenda.
Avrei assistito e documentato a questo incontro tra la Natura e tante delle cose insignificanti che l'uomo ha creato; sarei stato a suonare la lira quando avrei visto volare a pezzi quel baraccone grottesco, smembrato da qualcosa che gli albergatori yankee non riuscivano a controllare.
Cancùn 27. 10. 98

Il vento aumentava e tutto veniva risucchiato in fondo, dove il cielo si faceva nero; era come se si fosse stappato un enorme lavandino lassù, e sentivo una forza che mi attirava verso il suo occhione scuro. La mattina c'era grande fervore nella 'Zona hotelera', i pupazzi di cartapesta venivano ammucchiati, ed ovunque c'era gente che metteva il nastro adesivo sui vetri; era come un grande circo che levava le tende. Tutti sentivano le cariche dell'aria inquieta, c'era un grande sentimento di unione ed erano tutti pari: camerieri, direttori d'albergo, turisti, autisti ed io; come se già fossimo imbarcati sul battello di Caronte. Da parte di qualcuno c'era come un atteggiamento di sfida, davano pacche sui piloni, sicuri che il cemento dell'uomo avrebbe resistito alla furia della natura. Gli altri, presi da un'euforia elettrica, ridevano tesi e riuniti in gruppetti agitati. Lì la situazione non offriva distrazioni se non eri stupido e/o pieno di soldi, e dato che la pioggerellina mi intristiva, se l'indomani non sarebbe arrivato Lui, sarei partito io verso Chetumal a movimentarmi un po' la vita.

Ticul 28. 10. 98

Ticul è una tranquillissima cittadina dell'entroterra, vicino a Mèrida; una volta era un paesino, che poi si è gonfiato grazie al boom turistico e conseguente industria artigianale. Ha mantenuto però quell'andamento sonnolento tipico di questi luoghi, nelle strade vagano ometti panciuti, mentre le ragazzine ridacchiano dei turisti zainati. Signore arzille vendono pannocchie, con i cani che si spulciano in mezzo alla piazza dove stazionano anche sfaccendati autisti di taxi 'colectivos', sui quali applicano nomi di battaglia degni dei marines: "El traficante", "El justiciero", "Fatima pistolero" e altri nomignoli mistico-rancheros. Domattina prenderò uno di questi tragici pulmini per andare alle rovine di Uxmal, dove mi aspetta il dio Chac con le sue colonne e simboli fallici polifemici.
Mi immergevo nel ritmo ciondolante della vita della piazza, mentre dalla televisione di un bar scorrevano le immagini dell'uragano che vorticando a 3-400 Km/h rimane a fare a pezzi l'Honduras, territorio che adesso potrà dire di essere anche sfigato oltre che povero, politicamente instabile, corrotto etc..
Per questo, stamattina a Cancùn quando ho visto che le corriere per il sud non partivano e che il tempo era addirittura soleggiato, ho deciso di approfittare per fotografare Uxmal. A quanto pare Mitch aveva avuto paura di me e aveva deciso di restare dov'era. Infatti, la sera prima a Cancùn ho pensato di fare un giro nella 'Zona hotelera' per saggiare la forza di una delle sue 'code'. Appena uscito dall'autobus, sono stato investito da una vera e propria valanga d'acqua, il vento mi ha prima strappato di dosso il patetico 'poncho' impermeabile, e poi cercava di sbattermi a terra e al muro, fradicio e umiliato, con raffiche di una violenza inaudita; l'ultima volta che provai qualcosa di simile fu circa dieci anni fa durante un concerto punk, però non pioveva. Non capisco perché non trovino nomi più da 'macho' per gli uragani, li dovrebbero chiamare Lothar, Thyson, Demolitor o qualche nome cazzuto che dia l'idea ai turisti della reale potenza di questa furia .
Con un balzo ho attraversato (mi ha fatto attraversare) la strada a quattro corsie, e appena mi sono reso conto di non essere altro che una misera fogliolina in balìa degli eventi, quindi dopo circa dieci secondi di questa "lavatrice", mi sono rifugiato in un provvidenziale autobus che mi ha riportato in albergo, zitto, bastonato e con il poncho ormai ridotto a una sciarpetta.
Gli uragani sono un soggetto pessimo da fotografare.

Mèrida 30. 10. 98

Ero giunto ad Uxmal alle otto sotto un cielo limpido e saturato dai miei filtri polarizzatori Nikon; perlustravo gli stupendi cocci valutando le architetture, che mi ricordavano quelle di Micene, in Grecia.
Dopo due ore avevo finito di fare le fotografie e mi dirigevo ad un inesistente fermata di un fantomatico autobus che mi avrebbe portato al sito successivo, e che forse sarebbe passato dopo tre ore.
Visto che la frequenza di questi mezzi, fiore all'occhiello del sistema di trasporti messicano, era di 2 (due) al giorno, avevo capito che per visitare tutti i cinque siti della 'Ruta Puuc' ci sarebbero voluti almeno un paio di giorni.
Per ingannare l'attesa ho cominciato ad alzare il dito, ero poco convinto, perché è noto che in Messico non si danno passaggi. Invece, come per incanto, la seconda macchina che passa soavemente accosta e si affaccia il volto di una ragazza, la quale aprendomi lo sportello mi invita a salire. Con lei c'era suo marito, e mi hanno proposto di fare con loro tutti gli altri siti della 'Ruta Puuc'. Ovviamente non ho fatto complimenti e in pomeriggio avevamo concluso il tour, comprese le misteriose grotte di Loltùn, affrescate con preistoriche manate sui muri.
Salutati i due gentili pellegrini mi sono affrettato ad abbandonare l'albergo pessimo dove ho passato una notte infame, anzi insonne: la camera era praticamente in mezzo all'incrocio stradale. Poi sono saltato su uno scassatissimo 'colectivos' - a quell'ora l'unico mezzo per raggiungere Mèrida - ho così provato un'ebbrezza simile a quella delle montagne russe, con le mani strette sui braccioli e la visione della Vergine del Guadalupe che mi sorrideva rassicurante all'orizzonte.

Città del Messico 31. 10. 98

Da Mèrida, ho volato nella metropoli più grande, più popolata, più piena di contraddizioni, di smog etc. di tutto il mondo: Città del Messico. Ero solo di passaggio per raggiungere Pàtzcuaro, dove c'era la "festa dei morti", un lieto evento che non mi avrebbe fatto toccare eccessivamente dai tentacoli di questo mostro che qui chiamano "el Districto Federal". La colazione chimica a 5000 metri d'altezza mi ha fatto pensare che dopo averli evitati per anni, cominciavo ad essere affascinato dai coloranti e dai conservanti che qui usano generosamente: budini color evidenziatore il cui sapore nulla ha a che vedere con ciò che è conosciuto sul nostro pianeta, e "bocadillos con jamòn" proveniente da chissà quale bestia a noi oscura. Spinto da un sadico istinto da ricercatore, sperimentavo nuove sensazioni richiedendo le bevande dai colori più inquietanti che mi facevano sentire un teenager messicano.
Su un puzzolente autobus di seconda classe attraversavo gli altipiani, con il loro caratteristico paesaggio fatto di laghetti, mucche e cow-boys. I lineamenti delle persone cambiavano, sparivano gli occhi a mezz'asta degli yucatani per essere sostituiti da espressioni meno bonarie, tipiche degli indios del Nord.
Pàtzcuaro 2. 11. 98

Ho conosciuto sull'autobus una ragazza tedesca che non è proprio una ragazza, in quanto completamente asessuata, ma simpatica ed intrepida viaggiatrice solitaria. Appena scesi dal bus ci siamo trovati di fronte ad una scena disperata: nel grande piazzale buio e semi deserto c'era una donna con due figli, una di cinque anni e uno di tre, dignitosamente vestiti di stracci, con il più piccolo che scoppiava a piangere tremando ogni volta che la madre si allontanava. Questa era costretta a fare una spola tra il parcheggio dei bus e quello dei taxi, trasportando enormi scatoloni di caffè che avrebbe dovuto vendere alla 'feria' di Pàtzcuaro. Purtroppo un tassista le ha detto che qui il mercato non c'era, e lei non aveva abbastanza soldi per raggiungere il paese giusto. Ebbene, quando si è accorta di aver sbagliato paese, a notte inoltrata, con il figlio in crisi di pianto, enormi scatoloni da trasportare e pochi soldi per il taxi, ci ha rivolto un sorrisone, perché in fondo poteva anche andar peggio. Non capiva la preoccupazione stampata sui nostri volti insieme all'incredulità che lei potesse essere veramente serena, malgrado tutto. Lasciammo un po' di soldi al terzetto, che nella penombra ricordava una sgangherata 'Pietà' Michelangiolesca in mezzo al piazzale, ad attendere un incerto autobus che l'avrebbe condotta ad un altrettanto incerta "ferìa" con il suo perenne sorriso, ora con un velo di ansia per la nostra apprensione nei suoi confronti.
Appena giunti in città siamo stati travolti dalla festa che impazzava per le strade: ovunque piccoli scheletri di zucchero e musica "ranchera", bambini con le tipiche zucche-teschietto che ci chiedevano offerte, pena una maledizione, il tutto in una perfetta atmosfera festaiola campagnola genuina.
La giornata è continuata con una processione scaglionata al cimitero, dove gruppetti festanti andavano a trovare il parente scomparso, lì ho rincontrato la signora con i bambini conosciuta la sera prima, aveva cambiato programma, e ora vendeva contenta del caffè e tre paia di scarpe. L'atmosfera non grondava di quella tristezza ipocrita ed appiccicosa che domina il 2 novembre dalle nostre parti, ma si viveva un clima festaiolo e gioviale, con un forte sentimento di rispetto e felicità per rincontrare chi non c'è più. Perché le persone amate si ricordano con allegria.
Nel pomeriggio ci attendeva la famosa veglia funebre al cimitero su un'isola del lago di Pàtzcuaro. Malgrado l'irruzione dei turisti, famigliole di Indios erano raccolte intorno alle tombe dei loro cari, tombe che avevano addobbato con corone di fiori e pupazzetti di zucchero . Petali arancione erano sapientemente sparsi in graziose composizioni che il vento disperdeva, del tutto simili a quelle che avevo già visto in Nepal; erano simili anche i colori e le fantasie dei vestiti che indossavano, ma la cosa che mi colpiva di più erano i loro lineamenti, gli stessi occhi degli abitanti del Tibet, gli zigomi spigolosi e le fronti pronunciate di un popolo geograficamente lontanissimo ma che sembra si sia spostato attraverso lo stretto di Bering alla ricerca di cibo nelle Americhe. Queste non si chiamavano ancora così perché Cristoforo Colombo non le aveva scoperte ("Ci hanno scoperti!" disse l'Indio che vide per primo le caravelle e non sapeva ancora di essere Indiano), però si viveva bene lo stesso. Le civiltà indiane in America e quella tibetana si sono poi sviluppate parallelamente senza avere più contatti; vista la distanza infatti, i segnali di fumo si perdevano nell'Oceano Pacifico, ed entrambe le popolazioni per motivi religiosi avevano deciso di non utilizzare la ruota, sebbene la conoscessero. I Tibetani hanno rinunciato a questa comodità in quanto rappresenta il progresso, mentre non si è mai capito perché in centro America preferissero portare a spalla i macigni per costruire le piramidi. Decisero di usare l'unica ruota disponibile per il funzionamento del loro elaboratissimo calendario.
Intanto nel cimitero dell'isola personaggi soddisfatti di ritrovare il parente scomparso accendevano lumini e ciondolavano assonnati fino a quando, dopo la messa alle due di mattina, le folle straniere e sfaccendate li hanno lasciati alla loro festa in famiglia, con più intimità.
Nel paese impazzavano danze in costume di vecchietti arzilli e scheletrini allegri, una specie di tarantella con gli zoccoli di legno che entrava nelle ossa e le faceva muovere in un macabro saltarello scricchiolante.
Sfiniti, alle tre ci siamo diretti all'imbarcadero per tornare sulla costa, dopo un'ora e mezza di fila riuscivamo a guadagnare i nostri posti e ci immergevamo in una nebbia ovattata che soffocava il brontolio del motore ed obnubilava le menti. Quando mi sono risvegliato da un gelido sonno mi sono reso conto che navigavamo da circa 40 minuti, ma ne servivano solo 15 per arrivare alla costa, quindi visto che ancora non si vedeva nulla, abbiamo realizzato che ci eravamo persi. Il 'comandante' della lancia era in realtà un perfetto imbecille, mezzo cieco e incompetente, sia nella navigazione che nelle manovre che ripeteva all'infinito, sempre uguali e sbagliate, senza ottenere nulla. Ha deciso allora di tornare all'isola, dove avremmo potuto seguire le altre barche, ma così ci siamo ritrovati in un altro porto per poi, dopo molte manovre inutili, tornare a perderci di nuovo. Abbiamo seguito per un po' le luci lontane di una lancia finché il "lupo di mare" si è accorto che andava dalla parte opposta. Caduto nel sonno della disperazione, mi sono svegliato dopo circa due ore con le grida e gli applausi della gente che avvistava la sagoma rassicurante del nostro molo. Dopo un quarto d'ora di manovre per eseguire un attracco elementare, mi sono ritrovato con Tania (la Tedesca) fuori del porto, con gruppetti di gente che si allontanavano nell'oscurità. Le indicazioni che abbiamo ottenuto per raggiungere l'albergo sono state quelle già sentite altre volte :"Aspettate qui perché prima o poi passerà un bus, un taxi o qualche cosa che forse vi porterà da qualche parte!". Per questo in Messico c'è sempre qualcuno che aspetta non si sa cosa.

Morelia 5. 11. 98

Appena ho cominciato a visitare la cittadina Michoacana sono rimasto quasi inebetito dalla sua bellezza; qualsiasi angolo girassi, andando a casaccio, mi ritrovavo di fronte una meraviglia barocca o neoclassica. Sparsi ovunque, a distanza di poche decine di metri uno dall'altro, mi apparivano le testimonianze dei fasti vissuti da questa cittadina nel '700, grazie all'argento, sembra.
Sono entrato in un'imponente e massiccia chiesa barocca sormontata da due splendidi campanili, e dentro sono stato trasportato in un'altra dimensione di spazi, trascinato in alto dai suoi archi svettanti, imponenti ed austeri. Proprio in quel momento si stava svolgendo una messa in spagnolo, mezza cantata e mezza no, quasi un rap che mi ha condotto sulle vette dell'estasi mistica. Ripresomi, ho cominciato a girare per le squadrate vie, nullafacendo e sopralluogando i posti per fare le fotografie. Mi intrufolavo per uffici comunali, banche, università e tutto era meravigliosamente bello e diverso.
Per quanto riguarda la popolazione autoctona, sembra che qui la situazione economica sia molto migliore dei posti visti finora, ma la gente è comunque amabile, ospitale e molto alla mano. Finora tutti i Messicani che ho conosciuto lo sono stati, forse sono stato fortunato io, ma mi sembra un popolo con cui potrei convivere a lungo. Gentili, amichevoli, sempre pronti ad aiutarti e a dire due cazzate per passare il tempo, con le ragazze che ti guardano profondamente negli occhi mentre danno le informazioni e rendono più allettante il passeggiare.

Strada Statale n°51 6. 11. 98

Imbarcato su un bus di "primera plus" dall'andamento deciso e dalle sospensioni vellutate, mi dirigevo verso Querètaro nutrendomi di tramezzini con formaggio ed animale oscuro gentilmente offerti dall'autolinea insieme ad una Coca Cola che finora ero riuscito ostinatamente ad evitare per puro anticonformismo.
Attraversavo panorami da cartolina, con cavalli solitari che brucavano spensierati (?) tra i laghetti degli altipiani.

Querètaro 7. 11. 98

Querètaro è stata un po' una delusione, generalmente linda e ben tenuta, ma con tutte le chiese (ovvero i luoghi di interesse principali) in via di restauro. C'era però una cosa che mi avrebbe permesso di portare avanti il mio lavoro aprendone un nuovo capitolo, ed erano i ristoranti e le sale da thè dislocati nei patii degli edifici coloniali in città, ce n'erano alcuni meravigliosi. Seduto su una panchina della plaza a godermi lo struscio assonnato del sabato mattina mi sembrava di rivivere le atmosfere coloniali che si dovevano sentire 2-300 anni fa, forse perché la benestante cittadina gode ancora (per modo di dire) della presenza di quell'élite di Messicani ricchi con figli incravattati, che amano stazionare la sera di fronte ai locali che fotograferò. Malgrado queste presenze, si riesce a godere di quell'aria tipicamente messicana, di perenne festa di paese che ti fa sentire sempre in famiglia. E' anche una città fervida di iniziative culturali tipo mostre di anticaglie appartenute ad antichi marchesi insieme ad un concerto di musica 'trance', oppure la mostra di un raffinato fotografo unita ai balli folk delle tribù degli altipiani; qui tutto fa brodo!
Tutte queste leggerezze vengono subito dimenticate alla vista di una vecchina (forse sorda) che batteva forsennatamente le manine all'autore delle note 'trance'.

Guadalajara 10. 11. 98

Ero in una città più vivace (e veloce) degli altri posti visti in Messico, gli ultimi tre giorni mi avevano riportato in un ambiente metropolitano pieno di iniziative, ma anche in un posto dove si notavano di più le contraddizioni di un paese economicamente diviso, una parte ultra tecnologizzata, con le nuove generazioni rampanti pronte a cavalcare l'onda dei consumi, l'altra, sprofondata in un mondo di disperazione, fatto di bambini coperti di croste e stracci che chiedono "un pesito per la Coca Cola", un mondo che ci guarda sperando di riuscire a raccogliere qualche briciola del nostro benessere che anche (soprattutto) loro hanno pagato.
Una cosa che mi aveva colpito era il gran numero di invalidi, soprattutto ciechi e nani, non ne avevo mai visti tanti, chissà se erano il risultato delle medicine vietate all'estero che qui si trovano, e di cui la guida dice di stare alla larga?
L'atmosfera è sempre quella da "Festa dell'Unità", ma si sente la presenza di un ambiente universitario vivo e pulsante , legato alla consapevolezza di vivere in una città d'arte.

Città del Messico 11. 11. 98

Mi ritrovavo nell'enorme aeroporto della capitale, in attesa del volo per Cuba. Otto ore che avrei trascorso in un bar dai morbidi sedili in sky rosso e dalle cameriere con tette a balconcino. Com' era diversa quella gente da quella che avevo visto fino ad allora, potevo essere a Roma, Parigi o Londra, e non c'era nulla che mi ricordasse i volti tranquilli e rassicuranti degli yucatani. Qui dicono che sono un po' "cabezoni" e in fondo è vero, ma questa loro legnosità ha radici storiche millenarie, quindi va rispettata. Basta adattarsi ai loro tempi mentali e poi tutto va bene. Questo però fa immaginare quanta resistenza abbiano potuto fare agli attacchi degli aztechi prima e degli spagnoli poi; malgrado i guerrieri Maya venissero rappresentati con dei fisici statuari, nei loro pronipoti non ritrovo un'immagine che me lo conferma. Ho visto una lettera in un museo, dove non so quale autorità ecclesiastica spagnola invitava Cortès a reprimere nel sangue qualsiasi forma di religiosità autoctona, e soprattutto quella dei sacrifici umani che tanto impressionavano la Santa Madre Chiesa Inquisitrice…
Un velo di sonnolenza mi si era depositato sulla "cabeza", l'infinita hall dell'aeroporto si andava spopolando, prendendo quell'atmosfera caratteristica da "giorno dopo la bomba"...

L'Avana 12.11.98

Ero sbarcato a Cuba con lo stomaco che tentava di vendicarsi delle uova fritte e fagioli che ci avevano propinato per colazione in volo e che, data la fame, non potetti rifiutare. Anche lì la parola d'ordine era aspettare, e si aspettò che arrivasse il conducente del bus parcheggiato sotto il sole rovente, poi egli arrivò ma si dovevano attendere altri viaggiatori, allora si aspettò insieme. Gli altri turisti dovevano giungere da non si sapeva dove e soprattutto non si sapeva a che ora, però lui sembrava certo che prima o poi qualcuno sarebbe arrivato, e allora saremmo partiti felici. Intanto, per dimostrarmi le sue certezze, accese il motore che borbottò fumoso per circa mezz'ora. Intorno a me, nel grande piazzale dell'aeroporto gruppetti di gente attendevano con lo sguardo che cercava di mettere a fuoco qualcosa di molto lontano ma che in realtà non c'era. Altri turisti si avvicinarono al conducente che focalizzava l'infinito in una nuvola di fumo nero, e anche loro per solidarietà iniziarono a fare lo stesso. Poi, visto che le sue speranze di riempire l'autobus vennero a mancare, si ritenne soddisfatto e si partì.
Le costruzioni dell'Avana ricordano quelle delle grandi città spagnole, con un'architettura barocca o moresca fatiscente, ovunque muri cadenti, porte sbarrate alla meglio e cortili-discarica pieni delle cose più impensabili che li fanno rassomigliare a dei magazzini di rigattieri speranzosi che un giorno anche la spazzatura acquisterà un valore. Le strade sono popolate da cadenti auto americane anni '40 (stupende!), miste ad alcune sovietiche e moderne giapponesi che al paragone ne fanno risaltare le forme tondeggianti. Gli abitanti sono un misto di Africani, Spagnoli, Indios, Nordeuropei, nonché tutti gli incroci possibili, e ce ne sono veramente di tutti i colori. La cosa più strana è che girando per le strade tra la solita altalena "primo mondo-terzo mondo", l'atmosfera e gli odori, soprattutto, sono quelli che avevo già sentito in Polonia diversi anni prima. Una sensazione che ho avuto dal momento dell'arrivo ma di cui mi sono reso conto solo alla sera, quando sono andato in un 'supermercato' a comperare il dentifricio: c'era un allestimento estremamente povero, con pochissimi prodotti dal classico packaging socialista e tutto dava l'idea che chi entrava in quel locale era perché aveva REALMENTE BISOGNO di qualcosa; qui il concetto di "shopping" è sconosciuto.
Malgrado questo, però, i prezzi sono altissimi, a meno che non si decida di utilizzare i servizi essenziali (e quasi inesistenti) rivolti ai cubani. Per esempio: non esistono ristoranti per chi vive qui, ma solo per turisti, e anche quelli mediocri, cioè schifosi, praticano tariffe allucinanti, quando un cubano vuole mangiare fuori, si infila in casa di qualcuno che sta cucinando e paga un obolo. In un bar mi hanno rifilato un panino sovietico per 5 dollari, e ovviamente anche in questi luoghi la scelta si riduce ad un tipo di sandwich e una marca di birra, poi ho toccato il fondo quando sono entrato in un locale con l'insegna che diceva "cafè", ma il caffè era finito e non avevano altro... Ancora mi chiedo perché stavano aperti.
Ai turisti poi è vietato maneggiare pesos cubani, e devono pagare tutto solo in dollari USA oppure nei famigerati "pesos convertibili", che di convertibile hanno ben poco perché una volta comprati non possono più essere cambiati una seconda volta, e vengono accettati solo a Cuba.
Tutta la storia della prostituzione dilagante mi è sembrata una gonfiatura pubblicitaria dei tour operator, il fenomeno si riduce a qualche gruppetto di cinquantenni annoiati accompagnati nei ristoranti da giovanette sghignazzanti ai loro passi di salsa.

L'Avana 13. 11. 98

Mentre giravo per i vicoli alla ricerca di catorci di auto americane da fotografare sono incappato in uno dei tantissimi gruppetti di sfaccendati che stazionano di fronte ai portoni coloniali della città. Ci siamo salutati e subito si è creato un clima di amicizia spontanea, mi hanno portato sui tetti delle case di Calle Industria, fumando "porritos" incartati negli scontrini e bevendo "cerveza" socialista tra le lastre di onduline, bidoni dell'acqua e un maialetto grufolante in un recinto. Sono stato tempestato di domande su come è il mondo; qui le notizie arrivano vaghe e filtrate, o non arrivano proprio. Ci sono state anche un paio di gaffe quando gli ho chiesto se ci potevamo scrivere un "e-mail" o se si potevano tenere informati sulla TV satellitare; mi hanno detto che qui è vietata, io ce l'ho perché abito nell'hotel dei turisti ricchi. E come me la potevano avere solo i burocrati o i privilegiati uomini del regime residenti nelle ville intorno al mio albergo.
Loro rimanevano stupiti e ammirati per il mio lavoro che mi permette di viaggiare, mentre io allibivo per le loro restrizioni e li incoraggiavo a tenere duro perché presto qualcosa sarebbe cambiato, ma loro erano stanchi di sperare e io sentivo di illuderli. Sapevano che la situazione sarebbe rimasta quella finché Fidel era in vita, poi sarebbe arrivato Raul a movimentare la situazione, il suo fratello guerrafondaio non dà molte garanzie di stabilità (psichica). "Està loco…" dicono di lui. Sotto certi aspetti, i Cubani sono come bambini: semplici, ingenui, gentili e fiduciosi nel prossimo, spinti da una curiosità infantile verso l'inevitabile castrazione governativa. Lo Stato è presente sempre e ovunque, dopo un po' che si sta con loro, esiliati dalle zone turistiche, si prova realmente che cosa vuol dire vivere su un'isola comunista in mezzo all'oceano.
Gli viene garantito solo l'essenziale, e vale a dire riso, latte, zucchero ed altre poche cose vendute nei "magazzini del popolo" con la tessera, una volta al mese. Uno di loro, Roberto, mi ha portato a casa sua, dove stava riparando il tetto, quindi ci siamo seduti in salotto insieme ai piccioni; lì mi ha mostrato uno dei suoi tesori, un libro fotografico su Roma di cui è rimasto affascinato; glielo ha regalato un suo amico romano che ha conosciuto qui (e dove altro se no ?) e a cui ha scritto una lettera. A quanto sembra (non ho fatto domande per evitare altre figure di merda), spedire la posta da qui è un problema, quindi mi ha chiesto se potevo imbucarla io dal Messico. Quando me l'ha mostrata ho subito notato che era stata scritta sul retro di una fattura commerciale, infatti all'interno c'erano le scuse per questa informalità che però il suo amico avrebbe compreso, conoscendo la situazione. Purtroppo, però, mi sono accorto che anche l'intestazione era sbagliata perché l'indirizzo era scritto al posto del nome, quindi ho deciso di portarla io di persona al destinatario, anche perché abita nella stessa via di un mio amico a Roma. Malgrado il mio bagaglio stia risentendo di tagli drastici, la conserverò gelosamente e già comincio a considerarla una missione, non ho mai portato una lettera che rappresenta così tanto in vita mia. Ci sono i suoi desideri di evasione dai giorni tutti uguali, una carica emotiva che non può manifestarsi che sulla carta o nei sogni, guardando le luci di Miami dal lungomare.
Generalmente tutti loro, sebbene molto semplici e non di alto livello culturale, hanno lo stimolo di migliorarsi, tenendosi informati su qualche argomento specifico, anche perché leggere (libri autorizzati dal regime) è l'unica cosa che si può fare qui, a parte giocare a scacchi, guardare uno dei due canali statali in TV o le solite strade con i soliti lavori in corso fossilizzati da venti anni. Questo per tutta la vita.
La sera, tornando al mio hotel dei ricchi, pensavo che già volevo bene a quei ragazzi, e a quanto è preziosa la carta del quaderno a righe su cui avrei scritto.

Città del Messico 15. 11. 98

Ero appena atterrato, e pensavo che quando ho visto Cuba dall'alto ho sentito quanto ero fortunato a potermi distaccare liberamente dal suo suolo, anche se il giorno prima era stata una giornata bellissima. Prima sono stato al museo della rivoluzione, dove in mezzo alle pistole degli eroici rivoluzionari e alle loro divise macchiate di intrepido sangue c'era la documentazione fotografica di come era dura la vita ai tempi di Batista, quando dilagava fame e prostituzione. Che gioia nel vedere che tutto è cambiato! A proposito della prostituzione, le mie prime impressioni erano sbagliate, come si esce dalla "Ciudad vieja" è pieno di lucciole disposte a tutto anche per una cena al ristorante, e hanno certi culi !
Con l'aria di chi scopre che Babbo Natale non esiste, sono tornato a Calle Industria, dove Roberto mi ha spiegato che qui andare a letto per soldi o favori è considerato un fatto normale, anzi è difficile che una donna vada con qualcuno (per esempio un cubano) solo per piacere. Anche i suoi amici mi hanno raccontato candidamente delle loro molte esperienze con le straniere (o stranieri), e quasi sempre in cambio di cibo, birra e\o soldi. Uno di loro ha tentato di offrirmi una sua zia, non era giovanissima ma mi garantiva che c'era parecchio da affondare i denti. Quando non c'è lavoro, niente da fare, niente da bere o da fumare, quando non puoi scappare e tanto meno pensarlo, quando non hai nemmeno la televisione da guardare, allora vendere il proprio corpo diventa l'unico diversivo per non suicidarsi e non morire di fame. Mi raccontava Guillermo (si pronuncia "Gujermo", alla romana), che loro non chiedono molto, vorrebbero solo avere la possibilità di andare a ballare nei locali e ascoltare un po' di musica, aver la possibilità di poter frequentare i turisti senza venire fermati continuamente dalla polizia perché sospettati di vendere droga o prostituirsi (a noi è successo due volte in un giorno, malgrado camminassimo distanziati), e in ultimo, il più grande dei loro sogni, è quello di poter vedere il mondo. Da quando l'URSS non esiste più qui si sentono come una bottiglia di vetro che galleggia sola e abbandonata in un oceano ostile; una bottiglia tappata, naturalmente. Quando cominci a vivere da cubano ti puoi rendere conto che la polizia è presente realmente in ogni angolo della strada, una presenza molto discreta con i turisti che qui sono intoccabili, ma con i locali sono terribili, basta essere sospettati per beccarsi una multa che di solito corrisponde allo stipendio di un operaio. Mi raccontava il mio fido e paffuto tassista che mi aspetta tutti i giorni sotto l'hotel, che il governo, visto che non può far pagare le tasse sulla prostituzione (ovvero a quasi tutte le cubane e i cubani, con rispetto), quando viene trovato un turista in compagnia di un cubano, porta quest'ultimo in centrale e gli eleva una multa di 150-200 $. Considerando che i professionisti ne prendono almeno una al mese, si tratta proprio di un'imposta.
Ieri quando Roberto ha saputo della mia passione per i 'coche yankee' ha chiesto ad un suo amico che ne possiede uno (anzi, è tutto quello che possiede, l'unica eredità del padre) se ci portava a fare un giro in città. Si è presentato con la sua Chevrolet del '45 di un colore che una volta doveva essere verde-smeraldo, ora piena di ammaccature multicolore e le molle dei sedili che si conficcavano spietate nel costato. Ne andava molto orgoglioso, ed era una delle poche con il motore originale americano dai molti e capienti cilindri, mentre quasi tutte le altre tengono il "corazon sovietico" alimentato a petrolio, di probabile provenienza agricolo-industriale. Tutti contenti ce ne siamo andati in giro per i quartieri popolari di Cuba, in quello scassatissimo salotto ambulante che non andava oltre i 50 Km\h, e già a 30 entrava in fibrillazione ogni parte meccanica. Loro erano soddisfatti che io avessi deciso di non vedere i luoghi turistici, così avrei portato a casa un po' della vera Havana, la loro. Le loro case mezzo diroccate dove mi invitavano orgogliosi, essenzialmente e dignitosamente arredate di quello che da noi si chiama 'ciarpame'. Non potevano evadere e speravano che potessi portare via con me il più possibile del loro mondo.
La serata si è conclusa con una sbronza offerta inevitabilmente da me, in un locale per turisti e pagamento in dollari; questo sistema dei due mercati paralleli è diabolico, ci sono luoghi - tutti quelli che trattano merci non essenziali - in cui il pagamento può avvenire solo in dollari, e visto che i cubani guadagnano (poco) in pesos, a loro queste cose sono spesso precluse. Sull'aereo immaginavo Roberto, Rafael e tutti gli altri seduti nella solita calle tra le macerie e le infinite partite a scacchi, guardando il cielo e sperando, senza crederci troppo, che un giorno anche loro sarebbero volati via da quell'isola bella e infame.
Spero di tornare presto, ma su un'isola libera per tutti, e sarei ancora più felice di rivederli a Roma, dove Roberto troverà le meraviglie del suo libro. Purtroppo sono condannati a scontare una condanna all'ergastolo su questa specie di Alcatraz caraibica, senza aver capito quale delitto hanno commesso.

Guadalajara 16. 11. 98

Appena arrivato a Guadalajara sono uscito dall' albergo con la voglia di fare nuove conoscenze; mi sono diretto al mercatino "freak" dove tutti sono fratelli, e mentre scrutavo una curiosa pipetta pensavo all'erba (oramai agli sgoccioli) che mi dette Hector, un ragazzo che avevo conosciuto due settimane prima a Pàtzcuaro. Proprio in quel momento sento una voce chiamare il mio nome, e per un attimo mi ha sfilato nella mente una lunga serie di volti conosciuti in Messico; mi sono girato e mi sono ritrovato davanti proprio Hector, che stava qui con il suo banchetto di artigianato, come sempre circondato da belle fanciulle di tutti i colori.
Passata l'euforia e fatte le considerazioni su come è piccolo il mondo per i viaggiatori, mi ha rivelato subito che piacevo molto ad una delle sue amiche, Valeria, una ragazza india esile e armoniosa. Dopo una mia iniziale sorpresa a come corrono qui le ragazze e a come siamo "cabezoni" noi Italiani (o almeno io), Hector ha organizzato una bevuta in una "cantina"; lì mi ha presentato Valeria in una maniera più ufficiale, ed io sono stato così più tranquillo nel farmi sbranare da lei per tutta la notte. Era una ragazza di 22 anni dolce ma selvaggia, credo che mi ricorderò a lungo di lei e delle sue unghie.

Guadalajara 17. 11. 98

Hector si è rivelato proprio un personaggio interessante, a casa sua mi ha raccontato del suo passato burrascoso, poco più che trentenne, con mezza laurea in filosofia e mezza in architettura, anni passati negli USA tra i "junkies", un figlio e diverse mogli. Come un S.Francesco tropicale ha abbandonato un futuro sicuro come quello che il padre gioielliere gli offriva per quello più insicuro ma avventuroso del lavorare l'argento con conseguente vendita sui banchetti in giro per il mondo. Mi ha raccontato di come sia pericoloso girare di notte per le strade di Guadalajara, non per i banditi, ma per la polizia. Grazie al governo di destra qui vige il coprifuoco dopo le 22, e gli sbirri portano in caserma per accertamenti e perquisizioni chiunque si trovi a passeggiare di notte; ora capisco perché la sera prima Valeria ha insistito per prendere un taxi anche per fare un tragitto di 200 metri. La conversazione è proseguita in un misto tra spagnolo, italiano e inglese: il mio con una vaga inflessione anglosassone, il suo in un marcato slang californiano. Mi ha chiesto dove avessi imparato l'inglese, e io gli ho detto che avevo fatto alcuni corsi di lingua ed ero stato un paio di volte in Inghilterra, "E tu?" gli ho chiesto, "In the fuckin'street !" mi ha detto lui.
E' un tipo positivo, per lui il mondo è un enorme negozio di giocattoli e appena allunga una mano per prendere qualcosa, subito vede qualcos'altro che lo attira di più. Anch'egli come Valeria e la maggior parte degli Indios ha quella carica selvaggia latente dei nativi di qui, gli si vede quel fuoco negli occhi scuri e sottili, carico di orgoglio per quello che furono i loro antenati. Ora che comincio a conoscere meglio loro e la loro storia mi rimane difficile non immaginarli nella giungla a cacciare, o in visibilio durante un rito sotto le piramidi. "La gente pensa che noi eravamo solo dei fottuti assassini...", mi ha detto Hector, "...ma per noi la religione era un fine ed il sacrificio un mezzo; per gli spagnoli lo sterminio era il modo di affermarsi, e la religione, molto elastica a seconda delle esigenze, serviva solo a giustificarlo!".
Abbiamo concluso la serata fumando con la lattina di Coca Cola e mi ha salutato dicendo: "We are like fuckin'children".
Zacatecas 18. 11. 98

Era passato più di un mese dal mio arrivo in Messico e non sentivo assolutamente la nostalgia di casa, ero talmente preso da quello che mi succedeva, dalle conoscenze che facevo continuamente e dal lavoro da organizzare che la voglia di tornare mancava, e un solo altro mese mi sembrava pochissimo.
Zacatecas è bellina, con la solita vita paesana ma stavolta in stile più "ranchero". Per le strade formicolano una miriade di sombreri e camicie con disegni e colori dal gusto quantomeno discutibile, però fanno molto country insieme ai "camperos", ai baffoni e a tutti i classici simboli della vita campagnola.
Stavo aspettando (tanto per cambiare) l'autista del trenino che ci avrebbe portato nei meandri della 'Mina dell'Eden' una delle miniere che arricchirono questa cittadina; in teoria dovevamo partire mezz'ora prima, ma l'autista continuava a gironzolare sfaccendato ed insensibile alla nostra presenza....
La gita in miniera è stata entusiasmante, dopo un budello di circa un chilometro siamo scesi dal treno-merci in una voragine nel cuore della montagna, sopra e sotto di noi un enorme fenditura completamente scavata a mano perdeva i propri confini nell'oscurità. Circa trenta metri sotto i nostri piedi stagnava un laghetto profondo più di un chilometro, prima anche quello faceva parte della miniera, ma ora è stato allagato non so perché; da lì, passando su traballanti ponticelli di corda e tavolacce entravamo da una voragine all'altra, in una di queste c'è addirittura una discoteca, tutto frutto delle fatiche e delle vite degli Indios che ci lavoravano in cambio del classico pugno di riso, anzi di mais.
Il tasso di mortalità della 'mina' era tra i più alti del mondo, a quanto dice la guida solo per incidenti ne perdevano circa otto al giorno, i più fortunati morivano di silicosi entro i 35 anni. Ho capito allora cosa sono costati veramente quella bellissima cattedrale sulla piazza del paese, o l'immensa collezione di quadri di tutto il mondo nel museo che ho visto stamattina; ecco chi aveva pagato veramente il conto di tutti i lussi che si concedevano i 'nobili' spagnoli: quella coppia di Indios, uno che teneva lo scalpello e l'altro con la mazza alzata, scolpiti nella roccia a quindici metri sulle nostre teste. Sono stati rappresentati proprio come lavoravano, in bilico su piccolissime terrazze disposte su trenta livelli, a rodere il basalto per tirarne fuori il prezioso minerale che poi avrebbero dovuto portare fuori a braccia, insieme agli attrezzi. Poi la miniera fu chiusa, non so se fu perché finì il nickel o perché finirono gli Indios.

Verso S.Luis Potosi 19. 11. 98

Ci siamo fermati con il pullman in mezzo al deserto, su un altipiano a 2400 metri con l'aria leggera ed un fetido bar. Ho sorbito un Nescafè (non capivo perché in Messico non esistesse il caffè normale…), mentre intorno a me si servivano piattoni di fagioli fritti e uova alla "ranchera", lì la colazione la mattina si fa così, e per questo mi guardavano come una checca di città senza i coglioni e lo stomaco degni di queste lande. Dopo le prevedibili scariche di rutti e peti che mi hanno fatto uscire per primo dal locale ci siamo reimbarcati alla volta di S. Luis, un'altra delle città-miniera della zona. Lì avevo un mezzo appuntamento con Hector, per andare insieme a Real de Catorce e fare la mistica "peyote experience" con gli indiani delle montagne. Anche a S. Luis, come in tutte le città visitate al nord, le ragazze per strada o nei negozi mi guardano in una maniera a cui non sono ancora abituato. Non ne capisco il perché, visto che fino a due giorni prima giravo come uno straccione; proprio per questo mi ero comprato una camicia e un paio di pantaloni nuovi che mi conferivano un aspetto appena umano; pensavo che quando mi sarei tagliato anche i capelli sarei stato violentato. Ero molto contento che lì le ragazze non abbiano problemi a farsi avanti per prime dimostrando grande senso di emancipazione, inoltre la parte del 'macho conquistador' la trovavo proprio ridicola, e per una volta volevo provare l'ebbrezza di essere io a farmi corteggiare.
Forse in Messico destavo particolare interesse perché ho lineamenti vagamente indios ma la pelle chiara, forse perché non ho la panza "ranchera", oppure sarà il mio deodorante messicano. Girando per strada alla fine mi aspettavo sempre di incontrare gli sguardi infuocati delle signorine che incrociavo, senza più meravigliarmi e rispondendo con un sorriso spesso ricambiato.

S. Luis Potosi 20. 11. 98

Dopo una giornata passata a rantolarmi in preda ai crampi allo stomaco per essermi concesso un'insalata, verso le 5 sono risorto ed ho cominciato il mio quotidiano pellegrinaggio per le chiese. Proprio in una di queste, mentre scattavo delle fotografie durante una funzione, mi sono girato e mi sono reso conto che un gruppetto di ragazze sedute nelle prime file mi guardavano ridacchiando, e alla mia replica si sono poste le manine davanti la bocca vergognose. Questo episodio mi ha riportato ai racconti di parecchi anni fa, quando anche nei paesi dell'Italia la messa era l'unico momento in cui si potevano manifestare le passioni delle gentil donzelle. Come un galletto che esce dal pollaio mi sono diretto verso la cattedrale, dove in pompa magna si stava celebrando la cresima di una fanciulla che, di bianco vestita, se ne stava silente e composta di fronte all'altare. Inizialmente indifferente al rito, stavo fotografando le colonne barocche dietro al sacerdote quando ho iniziato a lanciare sguardi ammiccanti alla ragazza in attesa di entrare nelle grazie di Dio. Lei, dapprima incuriosita dal mio armeggiare con cavalletto e teleobiettivi, è subito arrossita cercando di distogliere lo sguardo da quel diavoletto tentatore che proprio in quel luogo e in quel dì di festa era venuto a turbare la sua mente pura.
Resomi conto della situazione tragica mi sono scatenato in ammiccamenti sempre più palesi e sfacciati, scattavo una foto e le lanciavo un bacio, poi riemergevo da dietro una colonna mostrando viziosamente la lingua; lei non sapeva più dove guardare, tutta rossa e con le mani giunte di fronte al viso.
Io non mi sono mai divertito così tanto, ma forse è meglio che non vada più in chiesa fumato…
Mi ero reso conto che sull'armadio della mia camera c'era uno specchio abbastanza grande da contenermi tutto, fino ad allora mi ero potuto guardare solo la barba o i capelli, separatamente. Questo da un lato mi ha aiutato: non potendo vedere il decadimento d'immagine potevo mantenere una certa considerazione di me stesso, dall'altro lato la faceva perdere a chi mi guardava. Non riconoscevo quasi il tizio sull'armadio, scuro e vissuto, come le scarpe, le uniche che avevo, e che giacevano sbatacchiate per terra sotto la mia immagine. Dalle mie zampe stecche emergevano guizzanti muscoletti fino ad allora sconosciuti, frutto dei chilometri che coprivo a piedi ogni giorno. La mia secchezza non era mai giunta a questi livelli, anche i jeans appena comprati erano già una misura troppo larghi e ci sguazzavo un po'.
Non mi sentivo male o denutrito, forse era solo il Messico che mi consumava.

S. Luis Potosi 21. 11. 98

Ero in partenza per Matehuala, destinazione intermedia tra S. Luis e Real de Catorce. Sulla corriera vibrante in attesa della partenza vedevo gente anziana carica di sacchi e scatoloni pieni di chissà quali meraviglie, che portavano dalla città ai loro paesi sulle montagne. In quelle terre desolate tutto acquista un valore diverso, tanti paesi minerari come Real, esaurita la vena si sono spopolati e caduti in rovina rendendo quelle poche merci che arrivano fin lassù molto più preziose.
Iniziava la parte più dura di tutto il viaggio, fine delle visite alle ricche cittadine coloniali dove c'era la possibilità di scegliere cibo e alberghi ed inizio delle privazioni e degli stenti in luoghi ostili.

Villa Real de Nuestra Senora de la
Concepciòn de Guadalupe de los Alamos de los Catorce (ovvero: Real de Catorce) 23. 11. 98

Appena sceso alla stazione di Matehuala, sono stato avvicinato da un volto conosciuto, ma non ricordavo dove. Il ragazzo parlandomi in italiano mi ha rinfrescato la memoria, e allora mi sono ricordato di Mirko e Massimiliano, i due lunghi Milanesi conosciuti in quel di Querètaro; anche loro erano diretti a Real, alla ricerca di esperienze mistiche. Siamo saliti allora su una corriera lurida e traballante dove ho pensato che qui è più facile incontrare qualcuno per caso a migliaia di chilometri di distanza che dandogli un appuntamento (infatti Hector al luogo stabilito per il mezzo appuntamento a S. Luis non c'era). Abbiamo viaggiato lungo il deserto passando per i tipici villaggi messicani della cinematografia western (allora non erano di cartone !), poi ci siamo fermati di fronte a un cupo tunnel per trasbordare in un'altra corriera più lorda e più barcollante, ma con il tetto ribassato per passare attraverso la montagna. Dopo un paio di chilometri di oscurità completa siamo sbucati strizzando gli occhi su un grande piazzale sterrato inondato di sole di mezzogiorno , intorno si affacciavano le sagome di montagne cupe e prive di ogni forma di vita.
Vecchi furgoncini passavano sporadicamente sul piazzale lasciandosi dietro nuvoloni polverosi, un gruppo di bambini smoccolanti ci ha prelevato dal bus per condurci in un loro albergo di loro fiducia. Passando per le vie del paese ci sfilavano intorno le prove dello scorrere del tempo sulle cose e sulla gente: una patina polverosa offuscava tutto, ovunque l'atmosfera era di desolazione e processo di sonno eterno in atto. Porte di edifici cadenti chiuse alla meglio con mucchi di pietre e finestre penzolanti sui cardini ci hanno condotto all'ingresso di quello che qui chiamano "hotel". Tre generazioni di una famiglia gestivano contemporaneamente la bettola che era anche "ristorante", ma in realtà l'unica che ci stava un po' con la testa era la nonna ultra ottantenne che ogni tanto appariva dalla cucina, spostava qualche oggetto e tornava nell'oscurità. Il resto della famiglia era composto da due figli di mezza età, uno adornato da un cappellaccio a tesa spiovente da spaventapasseri ed allegramente fatto di non so cosa, l'altro perennemente in sbronza triste, se ne stava seduto a piagnucolare dietro il banco; ogni tanto andavano lì la madre o la moglie sgorbia e gli prendevano tra le mani il capoccione consolandolo un po', allora lui si alzava con la sua birra e si faceva un giro tra i tavoli invitando tutti a un brindisi con gli occhi pieni di lacrimoni. Poi c'era un ragazzino che faceva qualche apparizione tra i tavoli per prendere le ordinazioni e poi scappare fuori a giocare con i foglietti in tasca ed i clienti che aspettavano invano. In quel "ristorante" chi voleva bere lo doveva andare a comprare all'emporio di fuori, e quando tornava, il proprietario chiedeva una birra per il pedaggio. La scelta delle camere è libera, quando se ne libera una la porta è aperta e chi vuole la può occupare; queste non sono degne di alcuna cura da parte degli albergatori, le pulizie, se vuole, se le fa il cliente stesso. Usciti dal paese per un giro di ricognizione ci siamo imbattuti in un fuoristrada con una ventina di fricchettoni a bordo, seduti sul tetto e aggrappati alle fiancate. Cantando e ridendo si dirigevano nel deserto alla ricerca di "Jiculì", il peyote. Intanto noi tre eravamo arrivati alla miniera abbandonata, dove un'architettura insolita per queste latitudini ci attendeva tra le montagne desolate. Ci si è aperto davanti un panorama che mi ha fatto pensare all' "Interzona" dei sogni lisergici di William Burroghs: erano costruzioni basse, squadrate e tozze che come un miraggio non si avvicinavano mai, i quasi 2800 metri di altitudine si facevano sentire sui nostri polmoni catramosi tagliandoci il fiato sulla salita. Tutti gli edifici diroccati sparsi qua e là sul costone erano dominati da un enorme ciminiera di una caldaia che penso servisse a fornire l'energia per tirare su i carrelli dalla "mina". Le costruzioni dal gusto industriale erano fornite di curiose arcate gotiche miste a portali in stile mediorientale che ci guidavano verso paesaggi surreali ibernati sotto una coltre di tempo, ci si sentiva come quando si entra in una casa disabitata con le lenzuola sui mobili. Sembrava che le cose non avessero mai goduto di una vita operosa, ma fossero state costruite solo per stare lì nell'aria rarefatta in attesa, ad ascoltare il mutismo di quel deserto.
Le cose erano sparse su quel monte con il loro velo polveroso, impassibili della nostra presenza ad attendere la Morte.


Real de Catorce 24. 11. 98

Volevamo assaporare lo spirito country della zona, così io, Mirko e Massimiliano ci siamo avventurati in un 'raid' a cavallo per i tristi monti che circondano la poco ridente cittadina di Real de Catorce. In realtà la giornata non era tanto triste, visto che la mattina splendeva un sole malato e cinguettavano i pappagallini storpi nelle gabbiette. A proposito: tra le tante stranezze del posto dove alloggiamo, abbiamo scoperto un allevamento di queste bestiole nel patio, ma molti sono zoppi o deformi. La guida è arrivata con un ritardo indecente, insieme a un cavallo, due ronzini e un ciuco di nome Colorado. Ovviamente il cavallo era per lui, ed ha insistito perché prendessi io Colorado, così siamo partiti, e molto lentamente abbiamo raggiunto "la città fantasma", meta del nostro cammino. Per la verità a me sembrava fantasma anche Real, ma questa era peggio; la guida, vestita in perfetto stile "ranchero" con una camicia da discoteca rossa e blu, ci ha spiegato che quelle erano le abitazioni dei "mineros" fino a 150 anni fa, quando finì l'argento e arrivò la Decadenza. Eravamo nella scenografia di un film western e aspettavamo con impazienza un attacco dei banditi per fare una sparatoria con le pistole che non avevamo, ci avvicinavamo circospetti verso i muri di pietra diroccati, sicuri che lì si nascondessero banditi o indiani assetati di sangue. La gita è continuata tra i monti e la desolazione, le uniche forme di vita presenti a parte le mosche erano degli annoiati serpenti a sonagli che agitavano le code per ricordarci che in fondo la vita è un attimo.
Alla fine della gita, quando i 'cavalli' hanno visto la stalla, si sono gettati in un galoppo ubriaco scaricandoci sulla piazza del paese, dove abbiamo litigato con la guida per il prezzo. Le sue argomentazioni ed il suo machete ci hanno convinto che aveva ragione lui, e ci siamo fatti derubare.
Il grande momento era giunto, eravamo in attesa di un "peyotero" che ci avrebbe accompagnato nel deserto, io ero seduto di fronte alla bettola dove alloggiavamo, con un vecchio sordomuto paralitico. Vedevo Massimiliano che andava su e giù per la via contrattando per il prezzo migliore per il viaggio, Mirko stava in mezzo alla strada e guardava la scena confuso, scaldandosi in uno spicchio di sole giallastro.
A mezzogiorno siamo giunti nel deserto dopo un lungo ed estenuante viaggio su un fuoristrada preistorico, Massimiliano è dovuto salire sul tetto insieme ai bagagli perché dentro non c'era posto. Io guardavo il precipizio dal finestrino e sentivo le antiche ruote gemere per le buche che il guidatore masochista prendeva in velocità, fu allora che la Vergine del Guadalupe mi apparve per la seconda volta. Quando il "peyotero" ha pensato di essere sul punto giusto ha fermato il catorcio in mezzo alla pista e ci siamo messi a vagare spargendoci tra i cespugli rinsecchiti, perché lì sotto si cela il cactus: è tra le radici della pianta "gobernadora" che "Jiculì" trova rifugio. Poi ci ha fatto vedere come si mangiava e noi l'abbiamo fatto, disgustati dal suo sapore avevamo i conati di vomito, ma sapevamo che era la prassi, così infilavamo il "cibo degli dei" direttamente in gola con le dita, visto che da solo non andava proprio giù. Tra le smorfie di disgusto migliori che sapevamo fare pensavamo a quanto è più semplice "calarsi" un' "extasy", moderna espressione occidentale del viaggio facile facile .
Il "peyotero" è andato via lasciandoci distesi in mezzo al nulla sotto un sole rovente, circondati da tutti i nostri bagagli e dal treppiedi che farà da testimone.
Dopo più di un'ora il peyote lento e inesorabile ci è salito, così abbiamo iniziato a vagare per il deserto tra i rovi e le micro-iguane che sorridevano al nostro passaggio. Distanziati di una ventina di metri, ognuno con il suo viaggio personale, strofinavamo i piedi in terra lasciandoci dietro grossi nuvoloni di polvere.
Osservavo gli infiniti buchi di termiti su un ceppo millenario e pensavo alle loro piccole storie minimaliste lì dentro, in quella specie di condominio messo in uno spazio così vasto che loro non potevano nemmeno immaginare. Chissà se ogni tanto si affacciano per vedere il mondo che c'è all'esterno. E pensavo a chi mi vedeva da fuori e pensava se sapevo quanto ero piccolo in quel deserto e se sapevo cosa c'era oltre… Eravamo tre microbi e un treppiedi su una cartina geografica. Poi ho parlato con un somaro legato ad un palo, e gli ho fatto una foto a ricordo di questa bella amicizia; intorno a noi centinaia di peyotes facevano capolino dal terriccio invitandoci ad un altro pasto che io ho rifiutato, dato che il "cibo degli dei" ha un sapore diabolicamente amaro.
Più tardi le ombre lunghe della sera ed un tramonto in Technicolor hanno accompagnato i nostri polverosi passi verso le luci del paese, dopo quattro ore di marcia ci attendeva l'ultimo bus per Matehuala, dove ci siamo lasciati con la promessa di rivederci in Italia per un piatto di spaghetti, che è stato il desiderio comune di tutti in questi giorni.

Verso Xilitla 25. 11. 98

Ieri sera a Matehuala mi sono reso conto che la gente mi guardava in modo strano, dapprima pensavo che fossero un po' stronzi, ma poi, esaminando la mia immagine riflessa in una vetrina ho capito perché: facevo schifo. I miei pantaloni verdi chiazzati di polvere parevano ormai una mimetica sahariana che faceva un figurone con le scarpe e la felpa, imbiancate anch'esse. Gli zaini seguivano lo stesso stile. I capelli ispidi ed il volto provato completavano questa figura di reduce da qualcosa di molto grave. Se si aggiunge che i Messicani sono molto sensibili all'aspetto, avevo decretato la mia condanna all'isolamento.
Per fortuna dopo una doccia ed una lustrata di scarpe sono tornati i sorrisi delle ragazze e la gentilezza nei miei confronti, una colazione alla "central camionera" ha migliorato anche il mio umore prima della partenza.
Realizzo solo ora quanto si mangiava male a Real e a quanto sono comode le strade asfaltate.

Xilitla 26. 11. 98

Sono giunto in quella triste e cadente cittadina con un viaggio di dieci ore durante il quale il paesaggio è cambiato da un deserto con cespugliazzi che rotolavano trasportati dal vento ad un panorama alpino con boschi, prati e abeti, fino a giungere in una zona tipicamente tropicale con giungla, pioggia tiepida e nebbione mattutino. Scrivevo seduto in uno dei soliti bar fetenti, gli unici aperti alle 7,30 di mattina; con il caffè mi arrivavano zaffate di brodo di pollo che stavano cucinando nei banchi del mercato di fronte; insieme alle facce assonnate dei bevitori di birra e l'aria umida, tutto acquistava un aspetto di quotidiana putrefazione. Mi cominciavo a chiedere perché Edward James abbia deciso di costruire proprio lì la sua casa fantastica, meta del mio viaggio. Ho conosciuto sul bus un militare israeliano, Ben, con cui dividevo la camera; era un personaggio assai singolare, inquieto e sospettoso, ma dotato di una grande sensibilità: invece di portarsi una macchina fotografica preferiva registrare i rumori ed i suoni dei luoghi per poi risentirli a casa. Ma non potevo fare a meno di immaginarlo in divisa mimetica che sparava sui bambini Palestinesi da un carro armato… La sera abbiamo deciso di andare a bere una birra nella "cantina" del paese, abbiamo scelto quella che sembrava la più verace, dove speravamo di trovare l'essenza messicana più sincera.
Appena oltrepassato il paravento dietro la porta, ci si è presentato il classico spettacolo da saloon del far-west: la gente seduta ai tavolacci sotto le luci al neon che fino a un momento prima sghignazzava e bestemmiava in allegria si è immediatamente ammutolita, gli sguardi obnubilati dall'alcool si sono lentamente girati per seguire i nostri passi che attraversavano il salone, lenti ma determinati. Le bocche intorno a noi si muovevano silenti componendo il classico "Gringos …" .
Abbiamo dovuto dimostrare che sapevamo bere la 'Corona' con limone e sale e offrire un paio di sigarette perché l'atmosfera bestemmiante e le pacche sulle spalle tornassero.
Alla "Casa Infinita" ho trovato un perfetto cocktail tra tecnologia e la natura più selvaggia; colonne di cemento si fondevano con la giungla, costruzioni floreali emergevano dai cespugli e scale che conducevano al nulla.
Benché il cemento regnasse sovrano, il tutto godeva di una profonda armonia, sembrava che la natura stessa avesse generato quella costruzione fantastica che si piegava plasticamente al volere delle piante. I pavimenti ed i soffitti si bucavano per far svettare gli alberi, le colonne dalle forme più inconsuete si contorcevano per lasciare spazio ai rami. Il cemento armato, incontrastato protagonista della scena nonché materiale simbolo dell'oppressione della modernità sulla natura, qui diventa duttile ed elastico, non ci sono regole economiche o costruttive da seguire, ma solo quelle della fisica e del funzionalismo da trasgredire. Tutto è l'opposto di come siamo abituati a vederlo, le gabbie per gli animali sono senza sbarre e le voliere senza reti, le passerelle portano verso il vuoto e se ogni tanto le colonne sono verticali è solo per un caso.
Edward James, di origine inglese, costruì questa casa a partire dal '45; artista e mecenate di personaggi come Dalì partecipò attivamente alla scena surrealista in Europa per poi trasferirsi qui, dove per un'illuminazione decise di portare avanti questo progetto "anarchico".
Tutto il paese di Xilitla partecipò alla costruzione, sia con le braccia che con le idee, ora qui tutti sentono che "la Casa Infinita" non è l'opera di un solo artista, ma di un'intera comunità. Il folle cantiere de " l'Inglès", ormai fagocitato dalla giungla, rimane un raro esempio di come dare sfogo alla propria fantasia usando materiali moderni e senza far danni, un luogo per menti libere a cui non serve conoscere la funzione delle cose o quello che sarà il progetto finale.

Poza Rica 27. 11. 98

Notte infernale a Poza Rica. Visto che mi dovevo fermare solo a dormire per ripartire la mattina dopo, sono andato in un desolato hotel di fronte alla "central camionera", dove sono arrivato nella notte. Lungo la strada la corriera è stata fermata da uno squadrone di poliziotti antidroga dall'aspetto impressionante, erano una dozzina di Indios vestiti con anfibi e pantaloni militari neri, magliette nere con stemma giallo da cui trasparivano fisici rocciosi, e cappellino da baseball ovviamente nero. Alcuni di questi venivano strattonati da cani neri furiosi, altri ostentavano dei cupi fucili a pompa ed avevano grosse torce dal fascio di luce accecante che usavano puntare in faccia all'interlocutore. Viste le scarse possibilità di trovare della droga nascosta sulle migliaia di pullman che viaggiano in Messico, puntavano sul fatto che un eventuale trafficante, di fronte a quel plotone, scoppi a piangere alla prima domanda.
In albergo mi sono lanciato in camera distrutto, e mi sono accorto subito che era rumorosissima: ero proprio sull'autostrada. La mattina alle 5,30 ho aperto gli occhi con un concerto di motori diesel, la Stazione si stava svegliando e i "camiones" scalpitavano nell'enorme parcheggio. Io, sentito il richiamo, sono subito sceso giù e ne ho preso uno per El Tajin. Era una città tolteca abitata un tempo proprio dai Toltechi, popolo dedito prevalentemente al gioco della palla e al sacrificio (umano). A quanto sembra queste due attività dovevano prendergli molto tempo, visto che su circa venticinque monumenti, diciassette sono campi da gioco e gli altri sono altari sacrificali.
Veracruz 29. 11. 98

Ero finito alla "central camionera" di Veracruz, mezzo sbronzo e con lo zaino che oscillava vertiginosamente e cercava di tirarmi giù. Da come abbiamo concluso i nostri discorsi, quella per me e Sara era stata una bellissima giornata di merda. Sara era una ragazza spagnola conosciuta in banca, ci eravamo organizzati per vedere questi famosi Olmechi.
Ci siamo visti all'alba al bar "Don Camione" per prendere il pullman in direzione Zempoala e la sua area archeologica.
Appena entrati nel sito, subito ci siamo accorti che le rovine si riducevano a pochi piedistalli in rovina di palazzi ormai scomparsi. Dal praticello curato emergevano forme scure e trapezoidali che incutevano sì timore, ma non dicevano nulla della civiltà di una volta. Dopo un paio di panini tristi ci siamo diretti delusi alla stazione, dove ci hanno detto che ci sarebbe stato un autobus dopo un'ora. Per ingannare il tempo ci siamo riforniti di un litro di birra e siamo andati verso una scaletta che discendeva su un panorama che pareva dipinto: fiume e bambini che giocavano sulla riva, prato con una mucca brucante, e un cane che le voleva bene. A volte treni merci di lunghezza infinita sfilavano. Dopo molte chiacchiere, "locure" e birra, quando siamo tornati il pullman era già partito, quindi decidiamo di prendere un'altra birra. Purtroppo perdiamo anche quello successivo e così succede per altre due o tre volte, finché ci ritroviamo ubriachi in una specie di cantina-balera che risucchiava tutti gli alcolizzati del villaggio. Lì, tra la musichetta briosa e il tintinnare delle bottiglie vuote c'erano delle ciccione veramente esagerate che ballavano con le loro trippe grondanti per la gioia dei clienti; quando qualcuno faceva apprezzamenti troppo pesanti o allungava le mani, queste gli davano una culata facendolo cadere dalla sedia. Un messicano di 40 Kg che conteneva più birra che anima, ne ha acchiappata una per le manopole traballanti e si è lasciato andare in quel vortice surreale; noi divertiti e disgustati al tempo stesso, siamo andati a prendere l'autobus, questa volta sul serio, però. Ci siamo lasciati come nel finale dei migliori film di Hollywood, con un complessino di "mariachi" che strimpellava note tristi e la corriera che sbuffava impaziente. Ricordando la meravigliosa giornata "de mierda" trascorsa insieme, ci siamo sentiti in dovere di stringerci e baciarci, poi mi sono imbarcato per Veracruz.
In attesa della corriera per Oaxaca, risentivo delle luci al neon e della voce gracchiante degli altoparlanti che mi causavano un forte mal di testa. Nell' enorme sala d'aspetto mi sfilavano davanti i personaggi e i volti più strani, e l'alcool che contenevo li esasperava ancora di più.
Oaxaca 30. 11. 98

La città era piena di bancarelle e di "gringos", ma mancava di quello spirito festaiolo e godereccio che domina i paesi del Messico. Gli americani giravano per le strade con aria spaesata alla ricerca di non si sa bene cosa, e così pure io. Basti dire che era l'unico posto dove non avevo conosciuto nessuno. Oltre a Cancùn, ovviamente.
Per ingannare il tempo ho visitato due chiese, una bella e una mediocre, ma quello che mi aspettava la mattina dopo a Monte Albàn sarebbe stato sicuramente più entusiasmante.

Oaxaca 1. 12. 98

Ho passato una notte terribile, popolata da incubi "splatter". Mi sono svegliato completamente sudato, sognando che mi trovavo in compagnia di due ragazze che conosco bene ma non riesco ad identificare, insieme andiamo a trovare alcuni loro amici educati e ben vestiti che stavano nella facoltà di medicina, in località non precisata. Dopo un po' le due spariscono e mi lasciano solo con i tre tipi che subito cercano di violentarmi in malo modo. Io, che anche dormendo cerco di mantenere integra la mia verginità non approvai. Decidono allora di legarmi alla lavagna e di sacrificarmi con un bisturi di ossidiana...
La giornata è proseguita a Monte Albàn, il più grande centro religioso zapoteco della regione; Anche lì le antiche pietre trasudavano sangue e interiora, ma allora ero molto più coinvolto del solito, mi sentivo come un tacchino alla vigilia di Natale, e mentre scattavo isolandomi nel mirino della macchina fotografica avvertivo dietro di me oscure presenze. Poi sono andato a visitare il museo antropologico di Oaxaca che ripercorre la storia del Centro America dalla preistoria ai giorni nostri. Quando mi trovavo nella sala dedicata al periodo della conquista intitolata "La sete dell'oro", ero circondato da una scolaresca composta prevalentemente da bambini indios dodicenni. Quando il loro maestro ha iniziato a descrivere le gesta di Cortès per impadronirsi della zona e distruggerne la cultura ho sentito tutti i loro piccoli sguardi alzarsi verso di me, unico rappresentante di quella razza infame a cui, malgrado tutto, continuano a sorridere.
Passando attraverso le sale strapiene di immagini di cristi grondanti sangue e incisioni raffiguranti indiani sottomessi, sono uscito nel grande piazzale assolato, con una grande voglia di vomitare.
In pomeriggio sono andato a Zaachilia, dove secondo un contadino venditore di vere antichità era uno dei siti archeologici migliori di tutto il Messico. Forse le sue conoscenze in materia erano un po' limitate, ma tutto quello che ho trovato è stata una piattaforma di mattoni diroccata, in cima ad una collina impervia. Uscendo sono finito in mezzo a un funerale preceduto da una banda stonata e seguita da un gruppo di cani randagi. Io mi sono accodato per un pezzo di strada.
Si era fatta sera e per distrarmi ho comprato un nastro dei "Molotov", gruppo della nuova scena rock messicana, poi ho conosciuto Pedro, uno spagnolo che mi ha dato qualche "dritta" per distrarsi in questo posto. Sembra che ci sia un po' d'arrosto in mezzo al fumo e alla confusione; domani andiamo a vedere una mostra fotografica di David Byrne (sì, proprio lui), che a quanto sembra ha cambiato mestiere. Poi andremo a Mitla, a ruspare tra i cocci e finalmente avrei levato le tende, anzi lo zaino, da quel posto che nulla mi aveva dato se non un nastro punk-trash. Pedro mi ha anche parlato di Palenque come un posto affascinante, dove tra i mitra e i passamontagna si respira l'essenza india più vera.

Oaxaca 2. 12. 98

Durante il viaggio a Mitla ho potuto conoscere meglio il piccolo Pedro, che malgrado l'aria dimessa si è dimostrato un grande viaggiatore. Ha abbandonato il lavoro per un anno e spera di riuscire a vedere tutto il Sud America. Come lui ho incontrato parecchi altri spiriti nomadi, persone che per necessità o per bisogno interiore non possono stare fermi, rifuggono le comodità e non vogliono sapere dove saranno domani. Anche io cominciavo a sentire quella forza che ci trascinava via, somigliavamo più a dannati che a esploratori, e avevamo soddisfazione solo guardando i chilometri percorsi sulla cartina geografica. Ho conosciuto addirittura tre pazzerelloni di Torino che si erano licenziati per venire in Messico in cerca di fortuna con la liquidazione: "Tanto in Italia con 20 milioni non ci fai un cazzo !", mi hanno detto. Un Belga conosciuto in un bar viaggiava da tre anni lavorando qua e là; si era fatto la Transiberiana, la Cina, l'India, la Thailandia, aveva raccolto patate in Australia e stava risalendo le Americhe, quando guadagnava abbastanza per permettersi un biglietto partiva. Gente così ti fa sentire un pivello.

Cardenas 4. 12. 98

La notte ho avuto un altro incubo, pensavo di essere in Italia, mi sono svegliato ma non avevo il coraggio di aprire gli occhi, poi la mia mano ha tastato qua e là per trovare qualche oggetto che mi potesse dare l'idea di dove ero. Ho incontrato prima il rozzo tavolaccio su cui dormivo, poi la lacera tendina del bagno, ed infine le paffute fattezze dello zaino. Ero salvo, ero ancora al "Joanita" uno dei più luridi hotel mai provati finora, e forse l'unico di questo paesino squallido, ma allora lo sentivo accogliente come un nido.
Ero sull'autobus diretto a S. Cristobal, nel Chapas, e la situazione non sembrava tesa, se non fosse che al confine i militari erano più seri del solito, e che altri soldati armati fino ai denti ci hanno scortato con due camion, mentre passavamo in mezzo alla giungla più fitta.
Guardavo la strada che veniva fagocitata dalla vegetazione e mi rendevo conto che le caratteristiche morfologiche, la flora della zona, nonché la popolazione, ne facevano il luogo ideale per un agguato. A tratti facevano capolino dal fogliame gruppi di capanne con tetti di paglia o lamiera, bambini cenciosi giocavano con i copertoni. Gli unici automezzi incrociati in cento chilometri furono tre autoblindo carichi di soldati dall'occhio vigile. Dopo dodici ore di corriera su per le curvose strade di montagna sono giunto alla meta, stremato e con le budella annodate. Mi sono subito ripreso alla vista della cittadina deliziosa, l'albergo era vivacemente colorato, la proprietaria gentile e l'erba buona. La differenza dei tratti somatici e dell'incazzatura negli Indios di qui si nota parecchio, i volti sorridenti sono rari, non tristi come ad Oaxaca o Jalapa, ma carichi di un'aggressività più profonda maturata nei millenni. Il fenomeno zapatista, almeno in città, era piuttosto commercializzato, si riduceva alle magliette dell'EZLN o ai pupazzetti impassamontagnati sulle bancarelle... La mia ricerca nell'underground della musica centroamericana procede, ho comprato una cassetta dei "Control Machete".

S. Cristobal 5. 12. 98

Ieri sera in un bar ho conosciuto un gigante punk tedesco che veniva dal Guatemala, dove aveva fatto un corso di spagnolo. Quando è stato a Guatemala City, mi raccontava, la situazione era assai pericolosa, con gente armata a difesa di quasi tutti i negozi, gente armata senza negozio, e personaggi col machete che guardavano famelici i turisti.
Poi mi ha detto che a S.Cristobal la situazione è calma solo in apparenza, quattro giorni prima sui monti lì intorno avevano sgozzato e ucciso quattro turisti per una rapina. Ovviamente di questo i giornali non hanno dato notizia. Dopo questa bella chiacchierata, ho deciso di andare a dormire perché la mattina mi ero svegliato prima dell'alba. Le strade erano semi deserte, c'era solo qualche banchetto che stavano smontando, e dei curiosi tipi con il volto coperto da sciarpe o passamontagna che stazionavano qua e là vicino agli incroci. Dapprima ho pensato che fossero i famosi guerriglieri delle montagne, ma subito il pensiero è diventato ridicolo pensando che ero al centro della città alle 9,30 di sera; ho creduto allora che fossero così abbigliati per il freddo pungente, poi mi sono reso conto che questi avevano preso il posto delle numerose guardie diurne oramai sparite. Mentre camminavo e i miei ridicoli dubbi sembravano sempre più drammatiche certezze, uno di questi tipi, molto gentilmente mi ha chiesto se avevo smarrito la via o se mi serviva qualcosa, io per non abusare della sua cortesia ho detto di no e sono fuggito nell'oscurità verso il rassicurante lumino del mio hotel.
La mattina ho girato per il mercato tra i bellissimi bambini che vendono carabattole e i "gringos" che vagano con aria felice ed inconsapevole di quello che gli succede intorno. Sembravano sempre alla ricerca di qualche Indio che gli confessasse di essere un guerrigliero, per fare amicizia e parlar male del governo messicano; mentre è chiaro che noi rappresentiamo la causa della loro situazione di sottosviluppo e sfruttamento, e non hanno alcuna voglia di fare amicizia con noi. Soprattutto gli Italiani, credono che qui sia l'equivalente di una delle guerricciole nostrane tra occupanti di un centro sociale e la polizia, senza rendersi conto che quotidianamente i militari entrano nei villaggi e compiono azioni ignobili, e gli Indios per rappresaglia fanno sparire chiunque esca dalle zone protette.
Quello di cui si sente più la mancanza qui sono i sorrisi spontanei che ho incontrato quasi sempre in Messico, si incrociano invece sguardi pieni di orgoglio razziale che ti fanno sentire un ospite inopportuno e tollerato.

PICCOLE CONSIDERAZIONI SUI VERI PERICOLI DEL VIVERE IN MESSICO

Girare per le strade qui può essere un problema per chi, come me, è abbastanza distratto o non ha una vista perfetta; nei marciapiedi di tutte le strade, anche nei corsi principali e nei mercati si aprono improvvisamente voragini profonde 30- 40 cm. e a volte più, sufficienti a far spaccare le gambe al malcapitato. Altre piccole trappole micidiali sono i paletti di ferro con spigoli sapientemente acuminati che sporgono dai tetti dei banchi nei mercati ad altezza fronte, questi sono spesso accompagnati da infide lamiere, che grazie al loro spessore si rendono invisibili ma letali. Poi ci sono le fastidiose cordicelle delle tende dei mercatini, che a centinaia invadono lo spazio aereo, sapientemente sistemate in punti strategici.
Questi e molti altri, secondo me vanno interpretati come uno dei tanti segnali di quella concezione tutta messicana dell'esistenza, secondo la quale oggi ci sei, domani chissà… (godiamoci la vita).
O forse è solo un modo di rompere la monotonia e rendere ogni semplice passeggiata un'avventura, dalla quale nessuno sa come tornerà indietro.

Flores (Guatemala) 10. 12. 98

Erano passati cinque giorni dall'ultima volta che avevo messo mano al mio diario, assenza giustificata, perché sono stati giorni di esperienze travolgenti.
Sono stato a fare una gita a cavallo sulle montagne intorno S.Cristobal, una gita molto bella, ma non rilassante. Eravamo io, una coppia di giovani olandesi ed un cow-boy di 55 anni. Questo ci ha condotti, o per meglio dire scortati, tra i meravigliosi pini dalla chioma scintillante di cui non ricordo il nome, ma ne ho preso uno piccolo piccolo con la sua zolletta di terra per piantarlo in Italia. I cavalli (o quello che erano) si trascinavano affaticati per le salite, lasciandosi andare in scomposte cavalcate lungo i pendii dove l'olandese lanciava urletti country; quando ho visto il bovaro che si guardava continuamente attorno preoccupato gli ho chiesto se c'era pericolo, lui mi ha tranquillizzato con un sorriso tirato dicendo di no, "E il machete che porti appeso alla cintola a che cosa serve?" ho chiesto io, lui ha risposto che non si sa mai. Quando siamo tornati indenni abbiamo notato tutti sulla faccia della guida un'aria di distensione finale.
Sono partito da S. Cristobal per giungere a Palenque dopo sei ore, dal momento in cui è calato il buio non abbiamo incrociato una sola automobile privata per tutta la strada, solo militari o camion per trasporto merci.
A Palenque ci attendeva un posto di blocco militare, io ho pensato ad uno dei soliti ridicoli controlli antidroga in cui i poliziotti salgono a bordo con aria truce, e con le lampade illuminano rapidamente i portabagagli sulle teste dei passeggeri, sperando che qualche trafficante abbia dimenticato lì un paio di sacchi di cocaina in bella vista. Invece era una specie di controllo immigrazione all'interno del Chapas, gli sbirri hanno trovato un paio di persone non in regola e se li sono caricati soddisfatti.
A Palenque sembra che non ci sia l'abitudine di cambiare le lenzuola negli hotel, dopo averne visti quattro ho optato per l'unico che le aveva pulite, però era molto squallido, con delle porte a vetri color salmone rancido che davano su un patio dalla caratteristica architettura carceraria. Dopo una visita alle rovine e uno spettacolare cannone in cima ad una piramide insieme a due Messicani, verso sera ho deciso di tornare a piedi per i sei chilometri di strada che mi separavano dall'albergo. C'era un'atmosfera unica, a sinistra la campagna pianeggiante con mucche al pascolo e tramonto infuocato, a destra colline sprofondate sotto la giungla vergine in cui vivevano animali dai versi più curiosi, che mi facevano fantasticare sul loro aspetto. Ispirato e commosso nel profondo ho deciso allora di farmi un "joint"; me lo stavo spippettando spensierato quando improvvisamente, da dietro una curva, si è stagliato all'orizzonte uno dei più bei culi del Centro America. L'ho raggiunto, e attorno a questo c'era una ragazza di 22 anni di nome Alifie. "Hola!" ci siamo detti, e visto che la strada era ancora lunga abbiamo socializzato un po'. Mora, piccolina ed entusiasta, lavorava come artigiana, e vendeva i suoi manufatti alle bancarelle del sito archeologico. Mentre parlavamo di buddismo e di grandi verità lungo la strada, questa si faceva sempre più buia e le auto ci sfrecciavano sempre più vicino, finché siamo arrivati vivi a Palenque. Lì cortesemente mi ha guidato fino all'hotel che non riuscivo a trovare, poi di fronte al portone con l'insegna scrostata, le ho chiesto se mi voleva accompagnare in camera per fumarne un altro.
Le messicane mi piacciono perché se qualcosa o qualcuno gli gusta non fanno complimenti; come è andata a finire quella sera si può immaginare, non so nemmeno se abbiamo fumato come ci eravamo proposti di fare, ricordo solo le nostre urla che rimbombavano nel patio attraverso la porta a vetri salmonata. Lei ha sfoderato tutta la sua impetuosità india e io mi sono fatto volentieri aggredire; non pensavo che una ragazza così timida e minuta potesse fare cose che andassero così oltre le mie fantasie più sfrenate. Pensavo che stavo camminando tranquillo per la campagna sicuro che la mia serata si sarebbe conclusa con un panino, una birra e a letto presto… Poteva succedere di tutto, com'era lontana l'Italia e le sue noiose sicurezze… Alifie mi ha chiesto se ci saremmo rivisti il giorno dopo, io in teoria non ero costretto a partire subito e la prospettiva (anzi: la sua retrospettiva) mi allettava; ma dopo averci pensato un po' le ho detto di no, nuove esperienze mi aspettavano oltre confine, e l'idea di fermarmi in quel brutto posto solo per scopare rendeva tutto molto squallido. Ci siamo salutati confusi, ed io, la mattina dopo, salivo assonnato su un enorme fuoristrada Chrisler, diretto in Guatemala.
Ero in compagnia dei viaggiatori estremi, volti provati, anfibi sporchi di fango e sguardo all'orizzonte. Guidava la jeep un piccolo Messicano che attraverso quella frontiera doveva aver portato di tutto. Lungo la strada che veniva inghiottita dalla giungla sempre più fitta raccoglievamo gruppetti di gente, tra cui una signora tedesca sulla cinquantina con zaino, scarponi e passo militare. La strada terminava su un fiume al confine guatemalteco, ci hanno scaricato nel fango del piazzale dove sarebbe arrivata presto una piroga che ci avrebbe trasportato per i 15 chilometri dove la strada non esisteva. Lì è arrivato un altro gruppo di viaggiatori, tra i quali ne spiccava una dagli occhi azzurri incantevoli; mi hanno lanciato un rapido sguardo e mi sono trovato mezzo inebetito, con i piedi nel pantano e il mio ormai ridicolo carico di bagagli che mi sommergeva. Corrispondeva al mio ideale mai incontrato di bellezza femminile della mia adolescenza, una bellezza che ormai avevo smesso di cercare in quanto ideale e riservata al mondo dei sogni. Invece, per una volta era lì veramente, proprio lei, con i suoi occhi vispi, il nasino alla francese (anche se lei era Inglese), un passato da fotomodella e la patina di polvere e di vissuto che l'avventura ti lascia addosso.
Che ci faceva un essere così incantevole tra la giungla e le paludi? Sicuramente quello era il posto dove meno mi sarei aspettato di vedere realizzato il mio sogno irrealizzabile.
Dopo un patetico controllo alla dogana fluviale dove un militare mezzo ubriaco ha quasi buttato in acqua tutti i passaporti, siamo sfrecciati via sul fiume verso l'appuntamento con un tragico bus di seconda classe guatemalteco. Malgrado la folgorazione, durante l'attesa sono riuscito a mantenere una conversazione brillante (o almeno credo) con la fata, non so nemmeno cosa le ho detto, e mi sono ritrovato seduto su un vecchio scuolabus americano dotato di sospensioni per il fuoristrada e musica "ranchera". Ero seduto vicino a uno dei due militari armati che scortavano la corriera stracarica di contadini, bambini poveri e noi sei turisti.
Il soldato teneva il mitra tra le gambe, con il calcio appoggiato in terra e la canna che ogni tanto mi ritrovavo puntata sotto il mento. Non che avessi paura, ma visto il terreno molto accidentato e l'arma ormai datata, l'idea del mio cervello sfrittellato sul soffitto mi terrorizzava. Gliel'ho gentilmente fatto notare spostandoglielo col dito indice e lui, sorridendo noncurante, è tornato a sonnecchiare. Il viaggio è proseguito per due ore e mezzo, su una strada con delle buche che ci facevano saltare trenta centimetri sulle panche di legno ed il mio dito che teneva a bada il mitragliatore. Ogni tanto il mio sguardo incontrava quello di Jo (la fata anglosassone) e ci scambiavamo un sorriso rassegnato per la situazione: lei sedeva con un grappolo di bambini dispettosi addosso, io con chiara espressione di disagio, stavo ormai con il capoccione del soldato dormiente appoggiato sulla spalla e il dito sempre vigile.
Finalmente siamo arrivati a Flores, un paesino splendido situato su un'isoletta nel lago di Peten-Itzà; appena scesi dal bus siamo stati presi d'assalto dalla solita folla di procacciatori d'albergo, dove alla fine ci hanno trasportato. Qui avevano solo camere doppie, e visto che io e Jo eravamo gli unici "single" del gruppo, senza neanche chiedercelo e come se fossimo già d'accordo, ne abbiamo presa una insieme. Io ero angosciato dall'idea di svegliarmi improvvisamente da quel sogno, ma poi mi sono ricordato che sono parecchi anni che non ne faccio, quindi o si sarebbe presto trasformato in un incubo, o era realtà.
Abbiamo fatto una cena abbastanza formale dove ho mangiato anch'io noncurante spaghetti al ketchup; eravamo in un ristorantino che sporgeva sull'acqua, e guardandoci intensamente negli occhi costruivo di me un immagine che credo l'abbia colpita, perché presto eravamo sul muretto a baciarci. Anche se questa non era proprio la situazione in cui la lingua si usa per parlare, ho avuto un "flashback" ed ho visualizzato mia madre quando mi diceva che conoscere le lingue mi avrebbe aperto un'infinità di prospettive nella vita, e a suon di scappellotti mi costringeva sui libri d'inglese... Ci siamo confessati che non ci era mai successo nulla di simile prima, io ho mentito, in quanto mi era capitato appena il giorno passato, ma ancora non credevo del tutto a quella specie di trama di filmetto erotico da cui uscivo per infilarmi in quella di una pellicola avventuroso-sentimentale. Aspettavo da un momento all'altro che spegnessero i riflettori, sfilassero via i fondali con dipinto il lago, e che Jo si alzasse per andare nel suo camerino senza salutarmi. Così non fu, siamo corsi nel letto dove mi sono dovuto riappropriare del ruolo di maschio latino alle prese con una pollastra nordica.
Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 3,30 per vedere l'alba alle famose piramidi di Tikal, distanti 60 chilometri. Eravamo a fare colazione alla capanna di fronte alle rovine quando si è scatenato un violento temporale che ci ha tenuti inchiodati lì; eravamo io, Jo e una specie di dio greco biondo accompagnato da una stanga indiana alta più di un metro e ottanta, meravigliosamente bella. Dopo venti minuti che eravamo lì arenati e massacrati dalle zanzare, è giunto un trio di guide, che siccome non potevano lavorare, hanno portato un enorme Xilofono con su scritto: "La voz de la selva" e disegnato un pappagallo, e hanno cominciato a suonare un allegro ritmo tropicale.
Il caffè fumante, l'atmosfera esotica, la capanna circondata dalla giungla e dalle piramidi, mi hanno portato questa volta dentro le immagini in bianco e nero dei film anni '30, in cui esploratori in divisa coloniale siedono nei locali parlando delle loro ultime scoperte al ritmo del mambo. Poco dopo la pioggia è diminuita, il dio greco e la stanga sono usciti nella nebbia, e noi dietro. Umida e frettolosa fu la gita, completamente zuppi abbiamo visto i monumenti scivolando e ridendo sulle gradinate delle piramidi invase dal muschio, dove io ho rischiato di autosacrificarmi più volte; quello che volevamo al più presto, senza dircelo, era il letto dove ci saremmo rotolati sonnolenti poco dopo.
Lei è partita la mattina dopo all'alba (abbandoni, fucilazioni, visite della Guardia di Finanza... le cose più tragiche avvengono sempre a quest'ora), mi ha lasciato seduto sul letto con un espressione stupida e felice, con le mani che cercano di afferrare il nulla. Guardavo in giro per trovare le prove della sua reale esistenza, e mi rimaneva solo un'impronta dalla sua parte del letto. Mancavano appena cinque giorni al ritorno, scrivevo seduto in un bar sul lago e bevevo caffè nero con la testa confusa, le zanzare mi pungevano ed io non reagivo.

Un villaggio vicino Flores 12. 12. 98

Dopo una giornata passata chiuso in albergo insieme ad un Guatemalteco e le sue polverine, ho deciso all'improvviso di andare in un villaggio vicino Flores, non ricordo nemmeno come si chiamava, ma mi dovevo allontanare da quella stanza oramai troppo vuota. Sono partito dalla stazione di S. Elena, polverosa, immersa nel fango e con i bigliettai che nullafacenti e annoiati, scacciavano le mosche. Un vecchio scuolabus americano stava per partire, anch'esso scassato, fangoso e stracolmo di gente che ad oltranza continuava ad entrare sotto enormi sacchi, scatoloni legati con lo spago e altre merci che presto invasero una buona parte dell'autobus. Io conquistai un posto a sedere vicino un piccolo contadino, ma presto giunse una cicciona che ci ha spiaccicato entrambi nell'angolo con il fare deciso degli ippopotami. I bambini piangevano e le madri urlavano, i ragazzi scherzavano stanchi di una giornata di lavoro e tutta la confusione era fomentata da numerosi venditori ambulanti che andavano continuamente su e giù per il corridoio intasato carichi di gelati, giocattoli, caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola. Quando il giovane all'entrata ha mollato la corda che teneva legata rozzamente la porta l'autista ha alzato il volume dello stereo, il motore ha urlato gioioso e siamo partiti schizzando fango in una nuvola di fumo nero.
All'altro lato del lago mi aspettavano le sagome dei bambini che si asciugavano sulla riva, una calma piatta e il ronzio delle cicale avvolgevano tutto. Il cavallo e la mucca brucavano fraterni sul prato, e la corriera rombava nostalgica sulla statale.

Il solito villaggio vicino Flores 13. 12. 98

Ieri passeggiavo al buio per la strada che costeggia il lago, le rare luci dei bar mi indicavano la via trasudando ritmi caraibici; di fronte a questi si trattenevano gli abitanti del paesucolo di capanne, c'era chi beveva e chi giocava a scacchi seduto in mezzo alla strada nella semioscurità; in un terreno qualcuno (il parroco?) aveva organizzato un cinema da campo in cui si proiettavano gratis pellicole sbiadite anni '60, volte a glorificare le gesta di ricchi e illustri personaggi della chiesa.
Quando sono tornato a dormire nella mia capanna, i proprietari già avevano chiuso il cancello ed erano a letto alle 9,30, li ho fatti alzare e mi sono scusato per aver fatto le ore piccole.
La mattina mi ha svegliato la luce che filtrava attraverso le pareti di canne, e il canto del gallo, il ragliare del somaro, le urla delle scimmie e di tutte le altre fiere della giungla circostante che aprivano gli occhi e le bocche tutte insieme alle sei. Mi sono lavato nella tinozza in giardino per poi incamminarmi verso il biotopo (riserva naturale) del Cahui.
Il nebbione tiepido iniziava ad allontanarsi e le anatre sguazzavano vicino ai miei piedi. Il cielo grigio ed i paletti che spuntavano dal lago completavano questo quadretto romantico ed esotico dove vedevo la mia sagoma passeggiare. L'escursione nella giungla vergine è stata niente di eccezionale, sei chilometri di vegetazione fittissima, un paio di belvedere e la presenza di numerose varietà di serpenti velenosi ed un tipo di tarantola grande come un maritozzo. Tutti questi mimetici esserini erano chiusi sotto spirito in grandi barattoli messi in bella mostra all'ingresso come monito. Ho conosciuto lungo la via il timido ma gioviale cane del custode, mi ha trotterellato dietro per tutto il percorso, poi attratto dai miei biscotti, mi ha seguito sulla piattaforma in cima al lungo pontile galleggiante, dove lui mangiò ed io fumai.
Ero al "Gringo perdido", un bar con atmosfera coloniale sulla riva del lago, sagome di barche a remi scivolavano controluce all'orizzonte, e una piccola zattera sciabordava ancorata e solitaria, i due mesi passati qui mi sembravano due anni, ripensavo a quando ero arrivato a Cancùn per la prima volta e mi vedevo parecchio più giovane. Non mi preoccupavo più tanto dei ricoveri disagiati o sporchi in cui mi ritrovavo costretto a volte a dormire, ma dove mi svegliavo comunque felice e pieno di energia, mi facevo la barba con la saponetta e mangiavo mais bollito per la strada, tra i Guatemaltechi e la musica tropicale.
Ho lasciato il villaggio vicino Flores dopo aver comperato una grande maschera di un guerriero indio inferocito. Dovevo raggiungere S.Elena, e mi trovavo all'incrocio sulla statale in mezzo al nulla come una madonna pellegrina. Dopo un po' è arrivato un ingegnere surfista proveniente dal Sudafrica, era alla ricerca di un paese con l'onda giusta per andarci a vivere.
A quanto dicevano i rari passanti, una corriera sarebbe passata forse dopo due ore, intanto io mi sono fatto amico una specie di istruttore di ginnastica di un gruppo di giovanissimi soldati, stavano tornando da un esercitazione per salire su due camion col cassone aperto e senza sedili. L'istruttore, molto gentilmente ma guardandoci schifato per il nostro abbigliamento, ci ha offerto un passaggio per S.Elena. Mentre eravamo aggrappati alle travi di ferro, il tipo ci ha ripensato, e ci ha fatto scendere in mezzo alla campagna, a nove chilometri dalla cittadina. Io e l'ingegnere surfista abbiamo cominciato allora a camminare fumacchiando e facendo considerazioni sulle insicurezze della vita e delle informazioni. Ogni tanto il nostro dito si alzava poco convinto, cercando di fermare le macchine che correvano accanto. Dopo alcuni chilometri un grosso pick-up ha inchiodato nel polverone, noi gli siamo corsi incontro scoordinati e con il mascherone in mano, solo quando la nube si è dissolta ci siamo resi conto che era la polizia. Subito abbiamo previsto dei guai, invece ci hanno invitato a salire sul cassone insieme ad un generatore elettrico, scaricandoci poco dopo a destinazione.

Playa del Carmen 14. 12. 98

Ho deciso di tornare nello Yucatàn, dove avrei fatto un immersione in un "cenote". Questi, migliaia (milioni ?) di anni fa erano delle enormi caverne naturali, poi quando il livello del mare si alzò, vennero immerse quasi completamente, creando un particolarissimo e unico ambiente in cui si trovano le caratteristiche geologiche delle grotte, ma riempite da due livelli di acque, in alto fredda e dolce, in basso calda e salata. I "cenotes" furono ampiamente utilizzati dai Maya come riserva d'acqua e come deposito di ossa e frattaglie sacrificali.
Durante il tragitto sono passato per il Belize, ex colonia britannica di cui ha conservato parecchi caratteri, come le tipiche casette a schiera colorate con tinte pastello ed il giardinetto con auto lustra parcheggiata. Solo che le case sono quasi sempre cadenti, i giardini pieni di cespugli incolti e ci sono parcheggiati dei vecchi catorci americani al posto delle "Rolls" tirate a lucido. La popolazione è prevalentemente di origine africana, ci sono svariati "rasta" con bicicletta e 'dreadlocks', signore ciccione e variopinte girano con aria serena e si respira parecchio l'atmosfera anglosassone, priva però della nebbia e della tristezza tipica di quelle latitudini.
Playa del Carmen è un luogo turistico stile Cancùn, anche se non così mostruosamente esagerato; si va su e giù per il corso affollato di coppiette gringhe, si beve una birra, si guardano le vetrine dai prezzi ignobili, si beve un'altra birra e si va a letto.
Vago per i viali chiassosi con aria fessa, da quando Jo è partita non mi sento molto presente. Malgrado avesse le cosce fredde, avevo ancora stampate in mente le nostre sagome nella nebbia a Tikal.

Playa del Carmen 15. 12. 98

La mattina mi sono svegliato alle cinque, dopo un caffè velenoso e un tozzo di pane camuffato da cornetto, sono andato in spiaggia a passeggiare solitario e meditabondo. In lontananza c'era una figura di nero vestita a gambe incrociate, rimirando il mare. Mentre mi avvicinavo la figura mi sorrideva, ma io continuavo a camminare rufo e per i fatti miei, pensando che assomigliava un po' a Sara. Più mi avvicinavo e più mi sorrideva e più somigliava a Sara, finche' ho focalizzato bene e ho detto :"Sara !". Era proprio lei, dopo i saluti ed i rituali abbiamo sorbito insieme un altro veleno, e ci siamo dati appuntamento per il pomeriggio a Puerto Morelos, perché io stavo per andare a fare l'immersione nel "cenote".

Eravamo io, uno Svedese antipatico (finora tutti gli Svedesi e i Danesi incontrati qui lo erano) e l'istruttrice cicciotta; siamo saliti tutti su un fuoristrada Dodge carico di bombole e con un caprone cromato attaccato sul cofano. Percorso un tratto di giungla, siamo arrivati alla pozza che era l'apertura da dove saremmo entrati nelle viscere della terra, giù per trenta metri. Per un attimo mi è passato per la mente che poteva essere la mia tomba, visto che il medico subacqueo mi aveva sconsigliato di andare oltre i cinque metri di profondità, per le conseguenze di un incidente. Come ipotesi per finire il mio viaggio e i miei giorni non mi dispiaceva, quindi mi sono fatto scattare un'ultima foto, mi sono caricato le bombole e mi sono gettato nell'oscurità.
Appena accese luci si è illuminato un panorama da inferno dantesco sommerso, tetri anfratti, stalattiti e addirittura stalagmiti che si ergevano da sotto e da sopra. Ce ne erano di ogni grandezza e noi ci passavamo in mezzo sospesi nel nulla, solo i piccoli fasci di luce delle lampade a cui eravamo appesi ci davano l'idea dello spazio e della nostra esistenza. Le radici degli alberi scendevano fin lì per arrivare all'acqua.
Siamo scesi giù per un profondo budello che diventava sempre più stretto e claustrofobico, ai nostri lati si aprivano mille diramazioni, abitate da chissà quali mostri dell'oscurità, pronti a tirare fuori i loro tentacoloni all'ora di pranzo. Invece, da lì siamo riusciti in un altro pozzo con un raggio di luce che entrava direttamente da una cavità nella volta, e creava un piccolo paradiso dopo il lungo inferno.

Puerto Morelos 16. 12. 98

Era giunto infine il drammatico giorno della partenza, per ingannare il tempo che mi separava dal distacco con il suolo messicano sono andato al villaggio dove lavorava Cristina, per salutare alcune persone conosciute. Ho ritrovato Claudia che era un po' più realizzata, perché accompagnava i gruppi nelle gite. Si era fidanzata con uno degli animatori, e deciso di aprire un bar sulla spiaggia. Le facce dei clienti, benché fossero cambiati tutti, erano sempre le stesse, giovani coppie infelici, alla ricerca di qualcosa compresa nel pacchetto turistico che li avrebbe fatti evadere dal loro grigiore grazie ai soldi sborsati.
Terminati i convenevoli, ho salutato anche il coccodrillo del guardiano e mi sono diretto verso l'autostrada per prendere il pullman; siccome c'era il sole e sarebbero stati per me gli ultimi raggi per quattro mesi, ho deciso di fare la strada a piedi e mi sono tolto la camicia puntando verso il grande cartello della Marlboro che mi indicava la meta. Giunto lì sotto ho cominciato a sperare che mi capitasse qualcosa per farmi perdere l'aereo, intanto mi guardavo intorno, e dall'altra parte della strada, affondato nella vegetazione incolta, c'era una specie di bar con due squallidissimi manichini ai lati dell'entrata. Forse restituiti dal mare, uno era vestito di una camicia lacera, le parti intime che non aveva erano lasciate alle intemperie. L'altro, una figura femminile con acconciatura moderna, sembrava pensare ai bei tempi di gioventù, quando sfilava immobile nelle vetrine, vestita dei capi più preziosi; ora aveva un costume sportivo con una spallina caduta, una collana di perle di plastica le adornava il collo insieme ad un cappio che la teneva fissa su un palo. Una scarpa con tacco a spillo era calzata su uno dei piedi infangati. Sopra questi personaggi l'insegna 'El Zafarrancho' lampeggiava. Un fetore nauseabondo mi ha fatto girare verso la carogna di un cane sul ciglio della strada, un gruppo di avvoltoi gli girava sopra in ampie spire, proiettando le loro ombre lente e cupe sull'asfalto.
Prendevo le ultime briciole di quel Messico, come un goloso che raschia il fondo del barattolo della Nutella, volevo ricordarlo anche così: scritto su un quaderno ormai unto e sgualcito, pieno di fogli presi dove capitava. Tovagliette dei ristoranti con su appuntati i ricordi di un luogo vissuto su strade piene di buche, corriere puzzolenti e scassate, "central camioneras", incroci nel deserto, orizzonti sconfinati, lunghissime attese e cose insicure, madonne variopinte e musica "ranchera", orgoglio razziale e miseria serena.

 

 

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DESERT HIGHWAY

 

Roma 7. 11. 99

Ho lasciato Roma con un tempo strano, da una parte dei binari la campagna
sotto un sole tiepido, e dall'altra la periferia della città che cominciava a bagnarsi sotto un cielo imbronciato che la avvolgeva.
Il pomeriggio del giorno prima andavo in tram verso il centro per salutare un amico, lungo la strada osservavo la mia città: bellissima nell'atmosfera autunnale con l'aria umida e allegra; viaggiavo nel tram semivuoto vicino ad un Rumeno che suonava la fisarmonica e di fronte ad una ragazza triste. Scorrevamo silenziosi nel sabato pomeriggio tra le foglie secche che svolazzavano pigre su viale Trastevere, e mille impalcature celavano i palazzi umbertini ancora in restauro. Alcuni erano appena stati spogliati dalle loro armature e dei relativi drappeggi, ho avuto così la visione di questa Roma rinata, finora seppellita sotto il caratteristico mantello di smog che dalle nostre parti tutto avvolge e corrode.
Ripensavo a Roma da un aeroporto asettico e internazionale, non capivo bene dove mi trovavo e con la testa ero già lontano. Per un eccesso d'ansia ero arrivato un po' in anticipo, e ho dovuto passarci tre ore e mezzo; le ho spese facendo tutto quello che si può fare in un aeroporto (check-in, panino, caffè, sigaretta, telefonate e lungo cazzeggio in libreria), poi ho pensato a quello che potevo aver dimenticato a casa mentre guardavo le hostess sgambettarmi davanti.

Hamman, ore 21

Ho preso un taxi insieme ad una coppia di Svizzeri con una bambina che sembrava un babà con la tutina azzurra; volevamo andare in un albergo che suggeriva la guida, ma il tassista ci ha sequestrato dicendo che lui conosceva un albergo migliore e che ci avrebbe portato lì.
A noi tre e forse anche al babà sembrava la classica fregatura per turisti appena sbarcati, così abbiamo insistito per andare dove volevamo, ma lui con pacatezza mediorientale ci ha detto :"Trust in me and in my country!". Non potevamo dire di no, così ha perpetrato il sequestro fino in fondo. Il tassista ci aveva promesso un posto economico così io ed il ragazzo svizzero siamo saliti nella reception nuova di zecca che ci ha insospettito alquanto, infatti costava il doppio della topaia dove volevamo andare noi. Siamo tornati al taxi, determinati ad andarcene ma l'autista ci ha detto di tornare su insieme con lui : "Trust in me!", ha aggiunto. Ci ha presentato al direttore, un alto e raffinato gentiluomo che infondeva pace e serenità intorno alla sua figura distinta. Ci ha invitato a sederci per un tè, e mentre lo svizzero voleva scappare a tutti i costi, io avevo capito che quello era l'inizio di una lunga ma piacevole trattativa, così ho spinto il giovane sulla poltrona sulla quale si è posto nervoso; io ci sono sprofondato gustandomi l'infuso rigeneratore. Con un fare lento e piacevole che mi faceva sentire a casa, il direttore ci ha esposto le qualità del suo albergo; io ho controbattuto con le motivazioni pratiche, filosofiche ed economiche delle mie scelte nell'abitare, lo svizzero ha detto solo: " 12 Dinari, non di più!". La piacevole trattativa si è protratta a lungo, finché ci siamo accordati per una cifra molto simile a quella della topaia.

Amman 8. 11. 99

Nella fase rem del mio primo sonno mediorientale, verso le sei di mattina, mi ha svegliato la chiamata del "muezzin" che urlava dalla moschea. Una nenia senza inizio né fine mi ha trasportato dal sonno ad una veglia molto simile ad uno stato di trance; sono sceso nella confusa stazione degli autobus dove mi sono reso conto di non essere più in Italia: poche donne tutte con lo chador ed una miriade di "keffiah" a coprire le teste degli uomini.
Ho visitato i resti della parte della città antica romana ancora in restauro e ho fatto un giro dalle parti della moschea, dove ho incontrato un tipo che diceva di avere un ufficio turistico e che mi poteva aiutare in qualche modo. Il suo ufficio era in un caffè, dove abbiamo bevuto e fumato il narghillè giocando a backgammon. Ha tentato di vendermi delle cartoline, ma gli ho detto che me le facevo da solo, così mi ha scroccato una sigaretta anche se non fumava. Mi ha accompagnato all'autobus per Iraq Al Amir, lì mi sono seduto insieme a due turiste: Jeannette dal fisico da indossatrice, e Claudia, piccola e scura latinoamericana.
Abbiamo visitato insieme le rovine del tempio e le caverne soprastanti; Jeannette saltellava sui massi con i suoi occhi vispi e le movenze di una gazzella; non c'è voluto molto perché mi piacesse. La sera a cena mi ha detto che domani tornerà in Olanda, le ho confessato che avrei voluto rivederla; lei ha cinguettato qualcosa che non ho sentito perché troppo impegnato ad ammirare i suoi occhi per l'ultima volta, poi ci siamo baciati calorosamente sulle guance ed ha sgambettato via con la nuvola di colore che la circondava. Mi sono ritrovato solo per un lunghissimo minuto nella confusione cittadina , ma subito i negozianti arabi mi hanno invitato ad entrare nelle botteghe e a parlare del più e del meno...
In albergo mi attendeva il manager che mi ha invitato nel suo ufficio dove mi ha dato dei consigli utili per il mio viaggio; l'atmosfera che riusciva a creare con il suo modo di parlare e la sua gentilezza non l'avevo mai incontrata prima. Dopo una lunga chiacchierata mi ha lasciato il suo numero di telefono personale, in caso avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa. Sono arrivato in camera quasi imbarazzato da tanta disponibilità che in altri posti avrebbe destato sospetti.
La mattina dopo sarei partito per Aquaba con Claudia.

Amman 9. 11. 99

La mattina la lagna dalla moschea è iniziata che era ancora buio, e dopo un'interruzione di mezz'ora ha ripreso per coloro i quali fossero riusciti a riprendere sonno (ma non era il mio caso). In uno stato penoso ho raggiunto in taxi la stazione dei pullman, stavo facendo colazione quando mi hanno detto che non era da lì che sarebbe partito il mio mezzo, così ho camminato per un quarto d'ora con i bagagli sulle spalle e il tè bollente che mi sbrodolava ovunque. Sono giunto appena in tempo col bicchiere oramai vuoto. Il viaggio è stato terribile, tutti i "comfort" dell'autobus erano delle vere e proprie torture: l'aria condizionata ci lanciava spifferi gelidi dietro il collo, le note della musica araba erano assai distorte dal volume da discoteca. Per fortuna hanno iniziato a trasmettere sul video una soap opera (araba) e poi una telenovela (araba) molto "trash". Non siamo riusciti a capire quale fosse il dramma dei personaggi obesi, ma sapevamo qual'era il nostro, guardavo Claudia e sorridevamo per non piangere. Allora mi sono messo all'opera e ho passato la tendina sopra le nostre teste per bloccare il flusso d'aria gelata e ho inventato dei tappini per le orecchie a base di fazzoletti di carta e saliva; questi bastavano ad attenuare le voci della telenovela, ma non le urla distorte dei protagonisti. Caduto in un sonno agitato mi sono risvegliato lungo le rive del Mar Morto. Avevamo lasciato la "Desert Highway" e correvamo lungo le spiagge ciottolose che finivano nelle acque prive di vita del "mare", ma altro non è che un lago salato. Sull'altra sponda si ergevano le alture israeliane, e alla nostra sinistra si spalancava il vuoto del deserto. Di tanto in tanto tracce di pneumatici lasciavano l'asfalto per lanciarsi nelle le dune, tra queste comparivano rari e semisommersi resti del passaggio dell'uomo: copertoni, barili divorati dal tempo, ed altre cose che avevano ormai perso ogni ricordo dell'utilità che ebbero in vita. Lontano, piccoli riquadri di terra coltivata circondavano le tende dei beduini o i caratteristici cubi di cemento con cui qui fanno le case; ne aggiungono e li ingrandiscono per variare l'unità abitativa, ma sempre agglomerati di cubi sono. Amman è costruita tutta così e sembra fatta di "Lego" bianco. Siamo arrivati ad Aquaba dopo quattro ore di viaggio, è una cittadina turistica che occupa una striscia di mare larga pochi chilometri tra Israele e l'Arabia Saudita, l'unico sbocco giordano sul Mar Rosso. I turisti presenti sono tutti mediorientali ricchi con auto dalle cilindrate che fanno invidia alle locomotive, ma gli autoctoni sono sempre gentilissimi e servizievoli. Io e Claudia abbiamo trovato un albergo sufficientemente fetido e a buon mercato, poi siamo andati a mangiare un panino. Mentre giravamo per il lungomare abbiamo visto un bar che sembrava essere adatto alle nostre tasche, ma i tre chili di mosche che lo popolavano ci hanno consigliato di spostarci; dietro l'angolo ce n'era un altro che sembrava molto meglio, così ci siamo accomodati e dopo aver ordinato abbiamo visto il barista che andava a preparare i sandwich nel locale ripugnante.
Bevendo un caffè sulla spiaggia pensavamo alla curiosa vicinanza di Israele nel golfo, si affaccia con la città di Eliat, che alla sera si illumina come un albero di Natale vicino alle coste egiziane, brulle e distanti una manciata di chilometri. Da un buon punto di osservazione compiendo una rotazione di 180° si possono vedere quattro stati: Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita; come vicini di pianerottolo loro si guardano, si parlano, si ignorano o si sputano; a seconda dei casi.
Alle 19,30 ero già nel mio lurido giaciglio, colto da un attacco di sonno e da discreti crampi allo stomaco che non è ancora abituato ai batteri mediorientali.

Aquaba 10. 11. 99

Di buon ora sono andato in un "Diving" per fare un'immersione nelle splendide acque del Mar Rosso; lì ho conosciuto Rami, gioviale e con i capelli rasta, mi ha fatto da guida durante l'immersione. Con lui sono partito in furgone verso il confine saudita, le note di Peter Tosh rallegravano il viaggio in un deserto industriale disseminato di depositi, cantieri e ruspe polverose. Siamo arrivati in un tratto in cui la spiaggia era libera, ma sparsi qua e là comparivano scheletri di costruzioni in cemento armato; sparpagliati nel vuoto parevano ancora più inutili di quello che erano. Ci siamo tuffati e subito ci è apparso uno spettacolo ben diverso da quello appena lasciato, il fondale era completamente tappezzato di coralli di ogni forma e colore, tra questi vivevano in simbiosi un' infinità di pesci di dimensioni microscopiche; la consapevolezza del loro essere immangiabili (alcuni, nel loro piccolo, erano anche velenosi) li rendeva estremamente fiduciosi nell'uomo, e si lasciavano quasi toccare. Molti si mimetizzavano tra i coralli o gli anemoni che li sfioravano con i loro tentacoli molto dannosi. Più avanti nuotando in quel caleidoscopio, non credevo ai miei occhi, mi è apparsa la sagoma inquietante di un carro armato. Era adagiato sul fondo marino, leggermente inclinato su un lato tanto da sembrare impegnato su un percorso difficile; ci siamo avvicinati alle sue lamiere ormai completamente incrostate di corallo, avevano solo qualche chiazza libera che lasciava intravedere i colori della bandiera giordana. In mezzo ad ogni minima fessura delle sue fiancate corrose si erano stabilite forme di vita variopinte, ed una piccola murena aveva approfittato della canna della mitragliatrice pur di avere un tetto sulla testa.
Fuori dell'acqua Rami mi ha detto che il tank fu gettato lì dall'esercito perché era rotto, le cavità di questi oggetti privi di vita diventano un formidabile ambiente per sviluppare la vita marina.
La sera sono andato a comprarmi una "keffiah", nel negozio mi ha accolto un giovane dalla larghezza ben superiore a quella dell'ingresso del locale; mi ha chiesto cinque dinari, ma gli ho detto che era un prezzo esagerato e che in Italia l'avrei pagata la metà. Ci siamo accomodati così in un rilassato mercanteggiare, discutendo tra battute di spirito, sorrisi e psicoanalisi; alla fine sono riuscito a strappargliela di mano per 3,50 (era un duro). Con mia grande sorpresa, quando mi ha dato il resto mi sono accorto che effettivamente me l'aveva fatta pagare la metà, aggiungendo:"Va bene così, Italiano!", a lui piaceva parlare ed avrebbe continuato in quella contrattazione fino a notte fonda per poi regalarmela. Mi ha invitato a sedermi di fronte alla sua vetrina per un tè, che avrebbe posto fine a quel contrattare più simile ad un incontro di scherma che di boxe. Poco dopo si è venuto ad accomodare anche il fratello del mercante, erano due Palestinesi, Rami e Nasser che orgogliosi dei loro 130 kg ne ridevano afferrandosi i rotoli di ciccia a vicenda. Insieme ci siamo fatti grasse risate bevendo tè ultrazuccherato come piace ai Giordani, e mi hanno presentato una dozzina di loro amici che arrivando si sedevano in cerchio vicino a noi. Quando li ho lasciati si era formata una bella comitiva. Mentre tornavo in albergo ho incontrato uno dei ragazzi del centro immersioni, mi ha offerto un succo di frutta e mi ha parlato un po' delle leggi coraniche in Medio Oriente. Pare che i più severi siano i Sauditi, che condannano i reati minori con pene medievali, per gli assassini poi c'è la pena di morte mediante decapitazione. Però prima della condanna bisogna stare un mese in prigione durante il quale si può avere tutto ciò che si vuole e si può vedere chiunque si voglia, anche se questa persona è in capo al mondo il governo la rintraccerà e pagherà le spese del viaggio. Per altri reati è prevista l'immersione per una settimana in una vasca piena d'olio in cui bisogna riuscire a stare a galla senza addormentarsi per tornare in libertà; a chi si fa le canne vengono solo tagliate le mani. Per questo era contento delle permissive leggi giordane: lui era stato sorpreso a fumare con una decina di persone e si sono fatti tutti sei mesi di carcere. Con queste belle notizie sono andato a dormire sereno, già avevo abbandonato l'idea del sesso, ora sfuma anche l'ipotesi di farmi uno "spino", mi rimane il rock and roll...

Aquaba 11. 11. 99

Avevo organizzato il viaggio a Wadi Rum, un luogo desertico dove guerreggiò contro i Turchi un tal Thomas Edward Lawrence, meglio noto come "Lawrence d'Arabia", e dove girarono le scene dell'omonimo film. Ho prenotato un posto con un'agenzia, il proprietario si è rivelato essere il primo (e spero uno dei pochi) degli Arabi stronzi. La sua antipatia mi ha spinto più volte ad andarmene, ma visto che i suoi prezzi erano molto più contenuti di tutti gli altri ho accettato. Se la sua simpatia era sicuramente il principale motivo di un prezzo tanto basso, l'altra ragione l'ho capita all'appuntamento: il fuoristrada con cui la guida si è presentato era un preistorico Toyota Land Cruiser a passo lungo, che la sabbia del deserto aveva attaccato in ogni punto. L'autista si chiamava Alì, alto, scarno e spigoloso individuo, dagli occhi spiritati ed i baffetti neri; gli ho chiesto quanti anni aveva il mezzo meccanico, e mi ha risposto che non lo sapeva con precisione, ma che tra i vecchi proprietari veniva citato sul libretto di circolazione proprio quel tale "Lawrence d'Arabia". Raggelato da tanta freddura non ho fatto altre domande, e sono stato stipato nell'ampio cassone con altri cinque turisti dall'aspetto anglosassone. Abbiamo imboccato la "Desert Highway" per poi seguire una pista che perdeva la propria identità col trascorrere dei chilometri. Dopo un paio d'ore di buche gli scricchiolii delle mie ossa erano in perfetta armonia con i cigolii delle sospensioni legnose, creando così una macabra orchestrina. Per fortuna avevamo raggiunto la prima tappa della gita, e siamo scesi tra le rocce lavorate dagli elementi che creavano figure fantastiche. Il silenzio totale era disturbato solo dalla mitraglia delle macchine fotografiche che si scatenavano in un amplesso ticchettante. La seconda tappa era di fronte una parete con antiche iscrizioni di scene di caccia, e così in altri luoghi spettacolari. Vicino un gregge di capre malridotte era posata su un masso una ragazza beduina dai vestiti variopinti e con un grande turbante nero in testa. Lo chador le copriva il viso, ma lasciava apprezzare da una fessura due splendidi occhi verdi truccati di nero. Ha iniziato a parlare con la guida, io osservavo (immaginavo) il suo corpo minuto e sinuoso che si muoveva in armonia con la sua voce intonata; sono stato preso dall'impulso irrefrenabile di strapparle di dosso il velo che le copriva il viso per vedere quale fiore del deserto si nascondesse lì sotto, e se non avessi rischiato la vita per questo l'avrei fatto. Strano, ma è stato proprio di fronte a questo ammasso di tuniche e drappeggi sotto cui immaginavo ci fosse un essere umano che ho capito veramente cos'è l'erotismo.
Tornati in auto, Alì il pazzo autista del deserto sfrecciava fuoripista lanciando il relitto a velocità spaventosa giù in picchiata dalle dune; i passeggeri (alcuni dei quali un po' datati) erano in preda ad attacchi isterici, e l'arabo folle più li sentiva urlare e più pigiava l'acceleratore. Al grido di "Allah è grande!" torturava noi e il mezzo senza curarsi dei massi né delle buche che raramente evitava. In lontananza sotto una parete di roccia si cominciava ad intravedere un accampamento beduino che Alì ha puntato dritto e ci è entrato dentro ad una velocità esagerata, fermandosi nel mezzo con una sgommata a semicerchio che ha imbiancato le tende. E' saltato giù e sgambettando è riuscito da una di queste con una grande caraffa bollente che mi ha messo in braccio: " Inshallah (se Dio vuole)..." mi ha detto, "...riusciremo a vedere il tramonto !" e con un'altra sgommata è partito verso una duna, imbiancando le tende che si erano salvate prima.
Siamo arrivati in cima che il sole infuocava l'orizzonte, Alì serviva il tè ed io guardavo intorno le altissime pareti rocciose che si stagliavano dal mare di sabbia, erano completamente cesellate dai venti, con un'abilità ed una pazienza che solo il tempo può avere. Tutto si è fermato ad assaporare quel momento. Solo in quel lungo attimo di quiete totale, bevendo un tè nel deserto, mi sono reso conto che ero lontanissimo da tutto quello che avevo conosciuto prima. Pieni di quell'esperienza (anche Alì si era calmato), siamo tornati alle tende beduine dove già un abbacchio intero sfrigolava sulla brace. Gli arabi in tunica bianca suonavano e ballavano intorno al fuoco quando è arrivata dal nero della notte un'altra carovana di fuoristrada carichi di allegri e attempati turisti francesi, il vino giordano ha subito cominciato a dare i suoi effetti sul gruppo che si è gettato nel vortice delle danze tra i beduini urlanti. Sono stato avvicinato dalla loro guida, un giovane che sembrava aver già visto parecchio di questo mondo. Mi ha raccontato dei suoi pellegrinaggi per il mondo sotto il peso dello zaino, poi giacché ero l'unico giovane intorno al fuoco mi ha presentato una deliziosa fanciulla del suo gruppo: Severine, in gita con la nonna. Questa era una gioviale e brilla signora che al momento volteggiava tra i baffuti Mori. Ho parlato a lungo con Severine, e prima di chiederle l'indirizzo e salutarla ho fatto diversi complimenti alla nonna, come ogni buon manuale del rimorchio insegna. Loro e il loro gruppo sono andati a dormire in albergo, noi del Toyota preistorico siamo partiti verso una grande tenda beduina distante alcuni chilometri; lì abbiamo trovato un'accogliente atmosfera familiare, intorno ad un povero fuoco di sterpi erano raccolte le diverse generazioni: dal più anziano e largo Arabo ad uno sciame di bambini chiassosi che allietavano la notte con i loro canti. Questi rimanevano sempre un po' in disparte, prendendo parte al gruppo solo quando venivano chiamati dagli adulti; anche le donne erano relegate ad un altro settore della tenda separato dagli uomini da pesanti stoffe, e facevano rare apparizioni per servire il tè aromatizzato, o solamente quando c'era un valido motivo alla loro presenza .
Abbiamo chiacchierato fino a tardi sui tappeti, ridendo con i grassi ed allegri beduini dei quali osservavo i comportamenti dati dalle diverse gerarchie e parentele.

Wadi Rum 12. 11. 99

Stamattina Alì è entrato nella tenda dove dormivamo battendo le mani e gridando:"Iallàh, iallàh ! (Andiamo!)". Ci siamo alzati dagli enormi mucchi di coltri sotto i quali eravamo sommersi per difenderci dalla gelida notte desertica, e come una mandria Alì ci ha ficcato nel cassone del Toyota. Io mi sono fatto lasciare in un incrocio della pianura sassosa, ho salutato Alì: "You're the best of the fuckin'crazy drivers, take care of yourself and of the tourists!", "Inshallah!" mi ha risposto lui. Poi è ripartito con la solita sgommata che mi ha imbiancato. Al diradarsi del polverone è apparsa una cadente costruzione monolocale con su scritto: "Police" mediante sommarie pennellate, e di fronte a questa stazionava una ragazza bionda; mi ha detto che anche lei voleva andare a piedi nel deserto, così abbiamo aspettato insieme un mezzo che ci avrebbe portato alla "Resthouse", una specie di campeggio nel villaggio di Rum. Poco dopo è uscito dalla casupola una specie di poliziotto che si stava abbottonando i pantaloni, con la divisa impataccata, disordinata e senza gradi pareva più un meccanico che uno sbirro; ci ha offerto un tè e ci ha detto che potevamo salire sul cassone di un Pick-up di beduini che si erano appena fermati, erano suoi amici e ci avrebbero portato gratis. Quando siamo arrivati invece pretendevano una cifra esorbitante, Veronica, la ragazza argentina che era con me l'ha presa malissimo, ed ha sfoderato il suo caratterino inveendo contro gli Arabi di quella zona che cercano di derubare i turisti in qualsiasi modo. Ero d'accordo nella sostanza, ma lo stava manifestando in maniera un po' troppo vivace, quello era uno di quei casi in cui bisogna tirare fuori tutte le proprie capacità diplomatiche per trovare un accordo, e con gli Arabi è sempre possibile se si riesce a parlare sorridendo anche se si vorrebbe strangolarli. Ho preso Veronica da parte e le ho detto che non eravamo nel nostro paese ma nel deserto, per di più lei è una ragazza bionda di sesso femminile con gli occhi chiari e dei fianchi che corrispondono ai modelli di bellezza mediorientali, visto che entro breve saremmo stati soli nel mezzo del nulla era meglio che portassi avanti io le trattative. Così ho preso il tizio sotto braccio e dicendo alcune stronzate per rompere la tensione (tra cui la famosa: " Arabi e Italiani, una faccia una razza!"), sono riuscito a cavarmela pagando un quarto di quello che chiedeva. Come previsto, poco dopo eravamo in cammino sulle piste incerte che passavano tra le coste massicce delle montagne intarsiate. In mezz'ora siamo arrivati alle "Lawrence spring", luogo di refrigerio del personaggio a cui furono devotamente dedicate, ora solo un gruppo di cammelli sembrava trovarci un certo interesse. Abbiamo ripreso il cammino per alcune ore fino ad una duna che sembrava non arrivasse mai, su in cima, sotto una parete rocciosa, abbiamo trovato riparo dal sole ma non dalle mosche che ad ogni costo si sono impadronite di parte del nostro pranzo. L'unico modo per evitare gli insetti era muoversi, così come due ignavi abbiamo proseguito nella piana sotto il disco rovente del sole a mezzogiorno. In nostro aiuto è giunto un beduino in Land Rover e ci ha chiesto se volevamo prendere un tè; abbiamo accettato, lui era di una gentilezza squisita, e guidando lentamente ci ha portato nella sua tenda dalla classica forma rettangolare. Non so perché e non ricordo dove l'ho letto, ma pare che sia stato proprio Allah ad imporre questa geometria. Qui viveva la madre del tizio tunicato, il cui nome (di cui andava orgoglioso) era Mohammed Alì. Ci ha fatto accomodare sui cuscini disposti in un ampio cerchio, e l'infuso è stato servito in bicchierini bollenti.
Lì nella quiete pomeridiana assaporavo lentamente la bevanda zuccherina, sentivo la madre sussurrare da fuori mentre la luce filtrava dalle fessure della tenda illuminando Mohammad Alì sdraiato nella sua tunica linda. Non so quanto tempo siamo stati lì nel silenzio più totale, tra le esili spire di fumo che si alzavano annoiate. In un altro posto avremmo sentito il bisogno di dire qualcosa, ma nessuno ha avuto il coraggio di rompere quell'atmosfera. Io e Veronica eravamo incantati dai movimenti rilassati e aggraziati dell'Arabo che avevamo di fronte: bellissimo nella sua meditazione, con lo sguardo fisso sul panorama. Ora tutto quello che si sentiva era il ronzio di una mosca. Non so per quanto tempo sono riuscito a stare senza un solo pensiero nella testa, ero una delle cose di quel deserto, non potevo né dovevo fare nulla, ma solo essere. Pensavo che in quel deserto è più facile trovarsi che perdersi...
Siamo andati a vedere il tramonto su una duna, di fronte al sole che ingrandiva all'orizzonte vedevo per l'ultima volta quelle strane montagne che mi facevano pensare ad un duomo di Milano messo in forno e mezzo fuso. Mohammad Alì poi ci ha invitato in un'altra delle sue tende per passare la notte nel deserto; tutto gratis, ha aggiunto. Da come guardava Veronica, le ho consigliato di rifiutare se non aveva intenzione di pagare lei il conto. Così è stato. Quindi, salutato il compìto beduino, siamo tornati a dormire alla "Resthouse" dove ci hanno confermato che avevamo fatto la scelta giusta: "Nothing is free in this fuckin'world ! ! ". Questo valeva anche per me che eventualmente non sarei stato escluso da qualche forma di pagamento, ma questa regola non sempre è vera in Medio Oriente, dove ancora si incontra quella generosità sincera che non si aspetta nulla in cambio.

Wadi Rum 13. 11. 99

Dopo aver passato una notte nel gelo di una tenda ho salutato Veronica, e mi sono messo in viaggio verso Petra, quello che mi attira di più tra i siti archeologici del Medio Oriente.
Gli splendori di questa antica città vennero portati agli occhi dell'Europa dall'esploratore svizzero Burckhardt, che riuscì ad arrivarci con non poche fatiche. Ai primi dell'ottocento il procedere per questi deserti non era facile, e sono noti i suoi travagli per portare avanti le trattative con i beduini bramosi di danari. Questi pensavano che egli fosse alla ricerca di favolosi tesori, quindi pretendevano cifre non sempre alla portata di un povero esploratore; ma purtroppo i beduini rappresentavano anche l'unica possibilità di non perdersi, e visto che lo sapevano, facevano un po' gli stronzetti... Serve molta fantasia per immaginare lo spettacolo che può aver avuto Burckhardt davanti agli occhi, perché quello che vediamo noi oggi ne è una versione assai "consumata". Purtroppo la pietra con cui la città è stata costruita è molto friabile, ed il vento ha una pazienza infinita.
La zona era abitata già dal 7000 AC quando cadde sotto il potere dell'Egitto, a cui faceva gola la sua posizione intermedia tra la valle del Nilo e le civiltà tra il Tigri e l'Eufrate. Da quel momento non si sa più nulla della regione fino ai riferimenti che appaiono nella Bibbia in cui si parla della terra di Edom. Qui poi si stabilirono gli Israeliti, per poi lasciare il posto (dopo parecchie guerre) ai Nabatei. Erano popoli nomadi che cambiarono idea, non appena ebbero realizzato che la zona rappresentava una miniera d'oro grazie alla sua posizione, e costruirono Petra. Riuscirono a mantenere l'autonomia e la pace con i loro bellicosi vicini di casa: Egiziani e Siriani vennero tenuti a bada grazie al fatto che i commerci di entrambi i paesi passavano via Petra. Insieme alle mercanzie arrivava anche parecchia cultura, e di quella buona a vedere le superbe facciate, sintesi dell'architettura greca (in Siria allora comandavano i Greci) ed egiziana, condita da un sofisticato stile arabo.
I Nabatei prosperavano grazie alle ingenti somme di denaro dei dazi doganali, questo per molto tempo gli permise di non farsi divorare dai Romani, sebbene da questi arrivasse un forte influsso politico e culturale sulla città. Alla fine l'impero romano riuscì a papparsela stabilendo un legame diretto tra Roma e Petra, che l'arricchì sopratutto sotto l'aspetto architettonico, da cui non si staccarono mai le precedenti influenze artistiche. Si dice che in questo periodo Petra abbia vissuto una specie di "rinascimento", finchè Palmyra, altra città-base di carovanieri, le strappò le soste dei mercanti e buona parte degli introiti. Rimase disabitata fino al periodo bizantino, come dimostra la chiesa riesumata vicino al colonnato, per poi ricadere nell'oscurità fino al 1108, quando venne utilizzata come base dai crociati.
Per i successivi 800 anni Petra fu dimenticata dal mondo, ma solo i beduini la conoscevano custodendo gelosamente il segreto finché, nei primi dell'800, fu riscoperta da chi sappiamo.

Wadi Musa 14. 11. 99

Stamattina quando sono uscito i galli ancora dormivano, ho camminato a lungo nella notte che si schiariva alle luci di un sole malsicuro, fino a raggiungere le rovine che mi hanno richiamato in questo luogo desolato. La strada ha proseguito lungo il letto di un fiume ormai secco, che aveva scavato un profondo e stretto canyon lungo circa un chilometro e dal quale, a tratti, non si vedeva il cielo. In quel momento ero l'unico visitatore e mi sentivo un piccolo esploratore svizzero. Dal profondo budello in cui ero, d'un tratto mi si è aperto davanti un piazzale finalmente illuminato; sulla parete di roccia verticale di fronte a me era scolpita la magnifica facciata di un tempio, giustamente chiamato " Al Khazneh Pharon", il tesoro. Le proporzioni perfette e la stupefacente lavorazione dei capitelli lasciavano senza fiato, era netto il contrasto tra la pietra grezza dello sfondo ed i contorni definiti del prospetto, ma il materiale era lo stesso, e come un diamante tagliato ad arte emergeva con garbo dalla roccia su cui era incastonato. Con il suo nobile e discreto temperamento non faceva rumore, ma mi aveva lasciato troppo colpito per scattare delle fotografie. Mi sono seduto su una panca del chiosco di fronte per apprezzarlo meglio, insensibile al tè bollente che mi ustionava le mani lo osservavo mentre i primi raggi di sole accendevano il frontale.
Ho iniziato a scalare la montagna che domina la valle dove si sviluppa la città, da lassù oltre ad una vista panoramica di tutta la zona ho trovato ad attendermi un delizioso altarino sacrificale in buono stato di conservazione. Non ho indugiato molto su quel picco, ho scattato un paio di fotografie nervose e ho ripreso subito il sentiero, ultimamente i luoghi di sacrificio mi mettono un pò di inquietudine. Scendevo lungo la scarpata che conduce verso i resti oramai consunti di questo luogo stupefacente strappato alla roccia, mentre lavoravo parecchio con la fantasia per riuscire ad immaginare come fossero in origine le costruzioni. I monumenti più esposti alle intemperie sono ridotti a dei fantasmi di se stessi.
Tornato nella valle mi sono trovato di fronte ad uno spaventoso serpente formato dalla folla di turisti chiassosi che ridevano, consumavano e indicavano. Il biscione strisciava lungo il viale principale perdendo componenti qua e là. Questi, armati di avide fotocamere scattavano raffiche di fotografie senza nemmeno provare ad assaporare l'atmosfera del luogo (che comunque avevano già rovinato con la loro presenza superficiale e distratta). Sembravano preoccupati solo di avere qualcosa di "concreto" da riportare a casa. I numerosi bar della zona erano ormai saturi di clientela richiedente, io ne sono stato escluso dai prezzi esorbitanti, e ho consumato il mesto panino che avevo su un eremo lontano, insieme a due ragazze francesi povere e previdenti quanto me.
Con passo rapido e maldestro sono riuscito a vedere e documentare con la luce giusta buona parte delle rovine, rischiando di fracassarmi anche io con tutta l'attrezzatura su distese di ciottoli che mi rotolavano continuamente sotto i piedi. L'ultima tappa era "Il Monastero", detto così perché situato su una ripida montagna alla quale si accede tramite strette gole e ormai logori gradini, che non sono più tali per i motivi di cui sopra. Dovevo a tutti i costi riuscire ad arrivarci prima del tramonto, altrimenti sarei dovuto tornare il giorno dopo pagando un'altro biglietto di ben 25 $. Spinto da questo stimolo sono riuscito a scalare il monte in meno della metà del tempo che richiedeva normalmente, ma immagino in che stato dovevo essere, tutte le persone che incrociavo sulla via mi lanciavano sorrisi compassionevoli ed un anziano signore italiano mi ha detto: "Coraggio!", provando sincera pietà. Sono arrivato appena in tempo per terminare il lavoro e godermi l'ultima luce del tramonto che accarezzava la facciata maestosa del monumento; ho voluto assaporare così il primo vero momento di relax dopo un'intera giornata di cammino: spogliandomi della giacca e della "keffiah" oramai intrisa di sudore che portavo intorno al collo; la sigaretta che poi mi ha fumato tra le dita è stata la più gustosa che io ricordi.
Anche la cazzata che ho fatto spogliandomi nel vento gelido è stata la più grande che possa ricordare; già durante il ritorno sentivo i crampi dei muscoli del collo che si ribellavano al fatto di dover appartenere a qualcuno che li rispettasse così poco. Tornato in albergo ho trovato Crayg, il mio compagno di stanza inglese, alquanto alterato per il comportamento dei gestori: "Sono strani … ", mi ha detto, e poi ho iniziato a capire perché. Sono quattro personaggi che a rotazione o tutti insieme popolano la piccola reception e la stanza della TV, nulla facendo e osservando chi, come noi, si siede lì per leggere. Oggi Crayg si è preso un giorno di riposo perché aveva passato una notte insonne nel deserto, ha fatto l'errore di tirare fuori un giochino elettronico portatile, e subito uno di questi tipi glielo ha chiesto in prestito per una partita. Quando sono tornato la sera stava ancora giocando, e con un espressione ebete non riusciva a passare il primo quadro, ma aveva quasi finito le pile. Anche io mi sono accomodato vicino a loro per scrivere il presente memoriale, ed un altro degli albergatori mi si è seduto accanto fissando me e quello che scrivevo, senza capirci niente. Io ogni tanto lo guardavo infastidito e lui faceva un sorriso che non capivo. Ho rinunciato a quello che stavo facendo, Crayg mi ha preso da parte svelando quel nervosismo singolare degli anglosassoni: " I want back my fuckin' Nintendo ! ", mi ha detto, ma ogni volta che se lo riprendeva il tipo tornava con una scusa e se lo faceva ridare, così abbiamo deciso di uscire per cena ché lui lì dentro stava esplodendo. Arrivati davanti alla reception l'albergatore è tornato all'attacco con un sorriso ebete, ma per fortuna Crayg ha saputo mantenere la calma e con la scusa che ci dovevo giocare io siamo svicolati. "Sono tutti dei fottuti ritardati mentali!", mi diceva mentre fumavamo un "Hubbly Bubbly" (il narghillè). Io ancora riuscivo a ridere della situazione ma lui era veramente alterato, si immobilizzava, e con lo sguardo fisso nel vuoto mi ha detto che non voleva essere rude, non voleva proprio, ma loro lo costringevano... Quando siamo tornati ci siamo seduti nel solito salottino per fumare una sigaretta, oltre ai ritardati c'erano altri due tizi che parevano essere normali e simpatici, uno di questi diceva di non parlare inglese, quindi siamo stati mezz'ora parlandoci a gesti per esprimere un paio di concetti elementari. Poi andandosene mi saluta in perfetto inglese, ringraziandomi della bella conversazione. Io ero allibito, l'altro suo amico "normale" mi ha rassicurato dicendo che era pazzo; poi dopo aver fatto un paio di considerazioni spiritose sulle ragazze giordane mi ha detto che aveva con sé un preservativo, e se lo volevo vedere. Ho detto che per noi si era fatta una certa, e siamo fuggiti in camera col Nintendo chiudendoci dentro a duplice mandata.
Wadi Musa 15. 11. 99

Oggi, mentre Crayg era a Petra, io ho passato la mattinata a curarmi i crampi al collo che mi ero procurato con lo spogliarello montano; al momento di uscire ho cercato di non incrociare i subnormali, ma uno di questi già mi aspettava al varco per chiedermi il Nintendo, io ho finto di non capire e mi sono dato alla macchia per il resto della giornata. Quando sono tornato ho trovato Crayg distrutto da otto ore di marcia, si era appena abbandonato sul letto che hanno bussato alla porta, era uno dei subnormali, con in mano un vecchio ed enorme videogioco anni '80, di quelli che si attaccano alla televisione bianco e nero; lo voleva dare a Crayg in cambio del suo giochino Hi-Tech, con sopra dieci dollari di conguaglio, ed il solito sorriso ebete che gli ha risparmiato un bel pugno in pieno volto. Ho visto Crayg fremere sul letto con le ultime energie che aveva; io mi sono trattenuto dal ridere, l'ho calmato dicendo che bisogna avere pietà di quei poveri ma fottutissimi deficienti (solo che secondo me questi spesso ci marciavano). Mentre spingevo fuori il tipo col videogioco preistorico, Crayg gli urlava dietro che non glielo avrebbe mai dato, nemmeno per cento dollari e che potevano andare tutti da qualche parte che non ho capito bene, perché aveva iniziato ad usare uno stretto slang.

Wadi Musa 16. 11. 99

Stamattina all'alba io e Crayg abbiamo lasciato l'albergo parlando del film "Psycho" mentre raggiungevamo la fermata dell'autobus, io sono partito per Showbak . Quando sono arrivato nel paesino, un barista mi ha informato che il castello che stavo cercando era assai lontano, e la via altresì tortuosa. Detto ciò ha fatto un fischio ad un ragazzino che stava andando a scuola, perché si adoperasse come mia sicura guida; lungo la strada questo salutava i suoi amichetti che si univano a noi, e quando siamo usciti dal paese avevo intorno una mezza dozzina di mocciosi euforici e schiamazzanti. Mi hanno scortato fino alla strada che portava al castello e ci siamo salutati, io ero già stanco sotto il peso dei due zaini che mi coprivano e del sole che cominciava a picchiare; quando ho lasciato l'allegra brigata pensavo di essere quasi arrivato, ma delle rovine nessuna traccia. Ho camminato sulle alture aride per mezz'ora prima di vedere la sagoma imponente del maniero che sovrastava la collina, la strada però girava a sinistra e c'era un sentiero che puntava diritto alla mia meta; l'ho imboccato, e procedendo maldestro sui ciottoli mi sono accorto che portava giù in una gola. Visto che avevo deciso che quella era una scorciatoia mi sono avventurato nel fosso, che sono riuscito a traversare con non poche fatiche. Risalendo la china del colle mi sono accorto che non c'era entrata in quel lato del castello, così ho dovuto procedere rasentando la muraglia lungo tutto il suo perimetro, con grande sollevamento di polveroni e ruzzolate per le coste. Alla fine sono riuscito a riprendere la strada che avevo abbandonato prima, e che conduceva all'ingresso da dietro una curva. Sebbene il castello fosse ridotto in uno stato abbastanza rovinoso, la visita mi ha regalato immagini da cartolina ed una pausa rigeneratrice nel vento fresco. All'uscita una coppia di venditori di souvenir mi ha offerto un tè sotto la loro tenda; mi avevano osservato durante tutta la scalata, e mi hanno chiesto perché non avessi percorso la strada normale. Gli ho risposto che noi fotografi preferiamo osservare il mondo dai punti di vista più originali. Tra le facezie, uno di loro mi ha raccontato che diversi uomini venivano dall'Europa fin lì per avere rapporti sessuali con lui all'ombra dei massi. Dopo parecchi tè sono riuscito a prendere la via per Kerak, un altro dei gloriosi castelli appartenuti ai crociati e a tutti quelli che poi dettarono legge in queste lande.
Sono arrivato dopo aver cambiato non so quanti autobus; ero su uno di questi che percorrevo la "Desert highway" quando un poliziotto si è venuto a sedere vicino a me ed ha attaccato a parlare; mi ha chiesto perché portassi l'orecchino e a fare altre domande inquietanti, accompagnate da occhiate languide che mi hanno fatto sentire come una pollastrella dalle nostre parti, quando viene importunata dal "provolone" di turno. Le mie risposte diventavano sempre più glaciali, finché lui si è fatto coraggio e mi ha chiesto se volevo andare con lui. "A che fare ?" ho chiesto io con falsa ingenuità. Voleva mostrarmi il suo gamberone, ma ho abilmente rifiutato dicendogli che ero vegetariano e che preferivo le patatine. E' sceso deluso poco dopo, e l'ho visto tornare a casa triste, dalle due mogli che mi ha detto che lo aspettavano. Mi raccontava l'allegro venditore di souvenirs che loro usano andare con le donne per dovere e con gli uomini per piacere, l'omosessualità è vista come cosa molto normale e non se ne fa un mistero. Capita spesso che un marito si porti in camera un amichetto e la moglie (o le mogli) muoia di gelosia mentre lava i piatti in cucina.
La situazione delle donne è molto particolare, non so cosa capiti tra le mura domestiche, ma fuori, quelle poche che si vedono, non danno proprio l'impressione di vivere in una società che le consideri molto, se non sotto l'aspetto di procreatrici. Mi trovavo a vivere in una società di soli uomini, e ad essi destinata; la presenza femminile si avvertiva di sfuggita solamente nei mercati o in qualche attività che ne giustifichi la partecipazione. La privazione dei loro sguardi, della loro sensibilità e della loro esistenza non mi rallegra affatto, sentivo gli ormoni maschili impregnare l'aria e sempre troppo spesso mi sentivo una preda.
La visita al castello di Kerak è stata assai deludente, si riassumeva tutto ad un mucchio di sassi e parecchie stanze vuote tutte uguali, solo il panorama era degno di nota.
Ora la mia meta era il Libano.

Kerak 17. 11. 99

Alle sei ero già su un piccolo autobus diretto ad Amman, il guidatore doveva essere un integralista islamico perché ha acceso l'autoradio con le letture dei passi del Corano e l'ha messo a tutto volume. La stazione era disturbata da un fischio in sottofondo, era una vera e propria tortura, ma nessuno ha avuto il coraggio di reagire a questa folle esaltazione. L'audio era talmente alto che la voce ci giungeva completamente distorta, accompagnata dal sibilo che trapanava i timpani; io ho provveduto con i consueti tappini a base di fazzoletti e saliva che filtravano il 30% del sermone e il 10% di fischio.
Arrivato ad Amman ho preso uno dei cosiddetti "Service taxi" che attraversano il confine, ero insieme ad un arabo microscopico con la cravatta, un prete ed una sua amica (amichetta?). Ci hanno fatto accomodare in una berlina americana anni '70 che sul cofano ci si poteva parcheggiare una delle nostre utilitarie. Al confine con la Siria, come prevedevo, sono iniziati i problemi, e qui si rende necessario un flashback all' ambasciata.

FLASHBACK ALL' AMBASCIATA

Il mio primo contatto con la burocrazia siriana l'ho avuto a Roma, quando sono andato a richiedere il visto. Stupidamente sul foglio del questionario da riempire avevo scritto: "Professione: fotografo", pensando magari di avere dei contatti con il ministero del turismo, sconti sui siti archeologici, facilitazioni etc... Quando l'impiegato l'ha visto è inorridito, ha detto che i giornalisti (e le spie) non potevano andare in Siria così facilmente. L'ho rassicurato dicendo che io mi occupo di reportage turistici, e che la mia opera sarebbe stata utile per lo sviluppo del paese. Non ha voluto sentire ragioni :"L'unico modo" ha aggiunto, " sarebbe che lei visiti la Siria come turista e si impegni a non fare fotografie !". "Lo prometto !" ho risposto io, ma non bastava, ha preso da un cassetto un foglio prestampato da firmare, in cui si diceva che sarei stato buono con la fotocamera e senza documentare, e che se fosse finita una sola mia foto della Siria su un giornale sarei andato in prigione per secola seculorum.
Al momento di ritirare il passaporto, dopo una settimana, hanno cominciato a farmi girare da un ufficio all'altro perché stranamente non si trovava in mezzo agli altri, ma era custodito da solo, in un cassetto di una stanza evidentemente riservata ai casi "scottanti". L'impiegato lo ha preso con due dita, e me lo ha ridato con lo stesso sguardo inquisitore che avrei ritrovato dopo, sulle facce dei doganieri che se lo sono ritrovato tra le mani. Sicuro che ci fosse stata posta qualche annotazione particolare, ho cercato senza successo di decifrarne i timbri e le scritte in arabo, cosa che mi ha fatto solo aumentare lo stato di ansia.

Ora stavo facendo la prova del nove, quando il doganiere ha fermato la macchina su cui viaggiavamo e si è fatto consegnare i passaporti, sono stato percorso dal classico brivido gelato nelle vene. L'abbiamo seguito tutti nell'enorme hall dell'ufficio immigrazione, e dopo un quarto d'ora il mio documento era l'unico che mancava all'appello. Lo vedevo passare nelle mani degli sbirri che sfilavano dietro al vetro e che mi rivolgevano occhiate indagatrici, finché è ritornato con timbri, firme e controfirme. Non era finita, perché ora l'astuto doganiere voleva vedere i bagagli (solo i miei), cosa che ha non poco fatto preoccupare l'autista che già si vedeva accusato di portare a spasso una spia israeliana. "Video?" mi ha sussurrato mentre prendevo lo zainetto dell'attrezzatura,"No, camera !" ho risposto vedendolo rilassarsi un pò. La stessa domanda me l'ha posta il militare che però ha voluto verificare con mano; per fortuna avevo nascosto in separata sede la busta piena di pellicole che avrebbero certamente destato sospetti, il mio corredo aveva guadagnato così un'aria abbastanza turistica. Prima di lasciarci proseguire ha voluto chiedere ancora se per caso non avessi dimenticato una videocamera nei bagagli non ispezionati (ancora non capisco perché ne siano così terrorizzati) ma gli ho ripetuto di no e lui ci ha salutati dubbioso. Dopo un'ora eravamo in un affollatissimo parcheggio taxi a Damasco, sono stato prelevato da un altro tassista che per pochi dollari mi avrebbe portato in Libano insieme ad altre quattro persone. Appena la vettura si è riempita è saettato nel traffico congestionato della città, ma prima sono serviti venti minuti per uscire dal parcheggio.
L'autista era un tipo cicciotto e nervoso: mangiava continuamente semini e li sputacchiava, beveva e fumava senza pace; appena sull'autostrada è sfrecciato a velocità folle zigzagando tra le altre auto che parevano ferme, sentivo gli almeno otto pistoni della "Dodge" sfrullinare gioiosi sotto il cofano, finché sibilo sfiatato li ha fermati esausti. Abbiamo accostato al margine della strada e il tassista è sceso con pochi ma mirati attrezzi in mano; ha martellato e scacciavitato qua e là per poi tornare con le mani nere e la faccia delusa. Di lì a poco ci trasferì in un altro taxi che intanto si era fermato per solidarietà. Eravamo stipati in un Mercedes che aveva le sopracciglia cromate sopra i fanali, e anche questo pareva che dovesse esplodere in ogni istante. Invece il robusto e tossicchiante mezzo teutonico ci ha portato attraverso la frontiera e poi in cima al monte Libanon, dal quale siamo scesi lungo una serie infinita di curve; è stato dietro una di queste che improvvisamente è apparsa la mia meta: Beirut.
Solo nominarla provoca in molti un brivido di paura, ogni nostro ricordo ad essa legato è di sangue e morti a manciate. L'odio della religione l'ha voluta così: già dalla periferia le sventagliate di mitra scrostavano gli intonaci delle facciate dei palazzi, e le infiorescenze disegnate dalle schegge delle bombe riaccendevano in me il ricordo di telegiornali con la fascia a lutto. Inchiodati nel mare di traffico, il tassista non conosceva la strada per il mio albergo, quindi scalpitava e suonava sensovietando.

Beirut 18. 11. 99

A sentire gli abitanti di Beirut non sembra che abbiano passato quello che tutti sappiamo; vogliono dimenticare, e ci riescono bene. Si distraggono col consumismo che ha contribuito a trasformarla nella città più viva del Medio Oriente. Respiro aria di casa: umida, tiepida e inquinata. Lo iodio che arriva dal mare mi riempie i polmoni mentre passeggio sulla "Corniche" che potrebbe essere il lungomare di Ostia se non fosse per i militari armati di Kalasnikov ovunque cada lo sguardo. Anche il traffico è del tutto simile a quello di Roma, con partenze a razzo e inchiodate inattese, manager con la cravatta parlano al cellulare dentro elefantiaci fuoristrada giapponesi, anziani signori distinti vanno a fare la spesa ed i ragazzi vestono seguendo le ultime mode occidentali. Riapparizione delle minigonne ed eclisse degli chador.
Senza la macchina (ovvero BMW o Mercedes) qui non conti nulla per le strade, i giovani passano la sera incolonnati in file inutili mentre si parlano dai finestrini o sorridono alle ragazze impassibili bloccate nelle auto accanto; scene di questo genere si notano anche in Italia, ma qui sono esaltate dal fatto che si vive nei confini di una società profondamente maschilista . Le donne poi, benché vestano all'ultima moda, si trucchino, e mettano in mostra balconcini e culi ben palestrati, mantengono comunque le solite usanze arabe; il loro sembrare molto occidentali ed emancipate è pura apparenza.
La sera sono stato a fare un giro in centro, sono riuscito finalmente a bere una birra senza pagarla una cifra smisurata ed ho conosciuto due ragazzi, mi hanno proposto di visitare la città a bordo del loro Mercedes di cui andavano fieri; ho accettato, ma subito uno di loro mi ha chiesto 5$ per la benzina. Ho detto che ero un pò a corto perché non ero ancora passato al cambio, e che preferivo comunque andare a piedi per fare due passi. Loro mi hanno guardato schifati, qui camminare è considerata una cosa da pezzenti; tuttavia siamo andati a fare lo "struscio" serale immersi in un mare di BMW e Mercedes clacsonanti, tutte piene di giovanotti annoiati che si guardavano, si facevano guardare, ci provavano con le ragazze etc...
Abbiamo girato una dozzina di volte sullo stesso percorso finché ho proposto di scendere per vedere il mare, appena ho messo piede a terra loro sono sgommati via nelle luci della notte. Il centro di Beirut è sede di uno dei più grandi progetti di ricostruzione del mondo; sono rari i vecchi palazzi, e i pochi che rimangono sono tutti traforati e bruciacchiati dai missili che ricordano quello che è stato, ma la tacita parola d'ordine sembra essere: convivere e dimenticare. Ovunque i lavori in corso elevano grattacieli specchiati, Beirut sarà presto la New York del mediterraneo grazie a generosi finanziamenti europei; ma la sua atmosfera rimane magica e piena di storia, l'aria puzzolente e temperata mi ricorda casa e mi mette un pò di nostalgia. La mattina sono stato all'American University of Beirut, la più prestigiosa ed internazionale facoltà del Medio Oriente, ho cercato un mio amico di vecchia data che studiava lì. Con l'occasione ho pensato di fare un servizio fotografico di questo tempio della cultura che contiene anche due ben forniti musei. Il metodo di studio "full immersion-sport-socialize" è di stampo tipicamente americano e permette di sfornare i migliori professionisti dei paesi arabi. Ho trovato Yarub, il mio amico siriano studente di grafica, e seduti in un bar mi ha chiarito un pò le idee sulla storia e la politica di questa zona, le contraddizioni , i vicini scomodi, i patti scellerati. Io lo divertivo raccontando gli avvenimenti politici italiani.
La presenza militare siriana per la città è continua e poco discreta. Poi ci sono i famosi "Hezbollah" , i guerriglieri che combattono nel sud del paese dal tempo della "Guerra dei sei giorni" del '67. Il ruolo che la Siria non può prendere ufficialmente in questa guerra lo delega ai militanti del "Partito di Dio". Questi, insieme ai Palestinesi rifugiati, hanno ormai ben poco da perdere ritrovandosi senza una terra da anni, e per guadagnarsi il Paradiso sono ben disposti a farsi esplodere caricandosi di tritolo e a sparare i loro missiloni sugli avamposti nella zona occupata dalla "Fascia di sicurezza" israeliana. In cambio, dall'altra parte, organizzano per rappresaglia estemporanei raid aerei che ogni tanto sconfinano sui villaggi, su impianti civili o su una sede delle Nazioni Unite... La scorsa estate Beirut è rimasta senza corrente per due mesi, e ci si può immaginare cosa significa vivere senza luce, computer, frigorifero quando ci sono più di 40° all'ombra. Non potendo lavorare, Yarub mi raccontava che ha passato le sue giornate sdraiato sulla spiaggia di fronte al mare inquinato della città, solo i più fortunati che ancora l'avevano erano tornati ad accendere i generatori come ai tempi della guerra civile. Mentre da noi erano i "mitici" anni '70, qui grandi masse di Palestinesi (400.000 su tre milioni di Libanesi) si riversavano in Libano fuggendo dalla persecuzione in Giordania; buona parte si stabiliva in campi profughi intorno Beirut, a covare vendetta.
Intanto nel paese cominciavano a fiorire gruppi armati di diverso credo religioso e strumentalizzati da altrettanti personaggi politici; i musulmani Sunniti e Sciiti cominciavano a guardarsi nervosi, e si dividevano a loro volta in sottogruppi, le milizie cristiane si combattevano per riuscire ad emergere, e anche i Drusi, riluttanti all'inizio, ebbero presto il loro efficiente gruppo armato. Tra i cristiani la più tristemente famosa fu la "Falange" (Kataeb), scesa a patti con Israele, e da questo riforniti di armi e consigli, tipo quello di entrare nei campi profughi palestinesi per farne scempio nel '76.
Fu dopo l'uccisione di alcuni falangisti che dalla tensione si innescò la guerra civile, 27 palestinesi furono massacrati su un autobus, a cui seguì un blocco stradale di gruppi armati cristiani in cui, documenti alla mano, si sgozzavano gli automobilisti musulmani. In quello che viene ricordato come "Black Saturday" vennero uccise in tutto più di trecento persone.
Nel '76 il presidente Assad, spinto da Israele (con cui aveva un nemico in comune: i Palestinesi), per porre fine alla situazione di anarchia in Libano vi spedì 40.000 soldati cogliendo l'occasione per riprendersi quella che da sempre i Siriani hanno considerato una loro provincia. A questo punto mancava solo l'invasione Israeliana, che dopo alcuni attacchi dell'OLP decise di prendersi il sud del Libano, azione che fu condannata dalle Nazioni Unite che imposero un ritiro immediato mai eseguito. Sempre indispettito dalla presenza palestinese in Libano, Israele si accordò nell'82 con la Siria per un cessate il fuoco, e approfittò di questo momento per attaccare i Siriani nella valle Bekaa ed infondere gravi danni; intanto truppe israeliane guadagnavano le periferie di Beirut, tagliavano elettricità e acqua, bombardavano i civili.
Dopo due mesi si contavano 18.000 morti e 30.000 feriti di cui solo una minima parte tra i militari. Si decise così di evacuare l'OLP sotto una supervisione multinazionale, e due giorni dopo, il leader falangista Bashir Gemayel fu eletto presidente. La vittoria maronita non durò molto, perché il neopresidente fu assassinato con una bomba insieme a sessanta falangisti; le loro milizie subito si recarono nei campi profughi di Sabra e Chatila presentando il conto, e massacrarono tra i 1000 e i 2000 civili di cui molte donne e bambini. Di tutto questo gli Israeliani dissero di non essere a conoscenza, anche se il fatto accadeva sotto il loro permesso ad accedere nei campi e mentre assistevano i miliziani della Falange paracadutando illuminatori per vedere meglio la scena. Chi comandò questa operazione ricopre ora la più alta carica nello stato di Israele.
Questo susseguirsi di vendette continuò fino all'arrivo di una forza multinazionale nell'83, che si accordò con Israele per un ritiro dal Libano; ma questi, spinti da una pubblica opinione guerrafondaia, si ritirarono solo fino a Sidon, cosa che mantiene vivo lo stato di tensione ancora oggi. Pochi mesi dopo l'ambasciata USA a Beirut esplodeva con 43 persone, seguirono altri due attentati nei quartieri generali francese e americano, in cui i morti furono più di trecento. Era la nascita della Jihad Islamica, un braccio armato di Hezbollah che si fece protagonista anche di parecchi sequestri di personaggi occidentali che, a loro dire, meglio rappresentavano il marcio del nostro mondo corrotto.
La guerra continuava a più riprese, e così cambiavano le alleanze, tra cui fece anche capolino l'Iraq, appena uscito dalla guerra con l'Iran. Aiutarono la fazione cristiana (!) che al momento si confrontava con quella musulmana appoggiata dalla Siria, ancora una volta, Beirut era il luogo dove l'antico odio tra due potenze medio orientali si poteva sfogare. Gli animi cominciarono a smorzarsi nel 1990 dopo l'attacco siriano in larga scala (con il benestare americano) alle milizie cristiane; i gruppi paramilitari furono disarmati e la Siria firmava un patto di "fratellanza" col Libano, lasciando in sospeso la scottante presenza di Israele nel sud del paese. Da allora sembrano essere tornati a convivere i diversi credo religiosi, la "Green Line" è sparita, ed il fragile processo di pace procede in precario equilibrio.

Beirut 19. 11. 99

Ho camminato tutta la mattina per Achrafiye, uno dei quartieri popolari dove la ristrutturazione della città non ha ancora preso piede, e dove la guerra ha lasciato i suoi segni più profondi. Da lì vicino parte la tristemente famosa "Green line", la via che divideva le due principali parti in guerra e che era stata invasa dalla vegetazione, tanto raro era il passaggio su di essa. Intorno i segni delle pallottole affrescavano i muri dei palazzi con la stessa densità dei coriandoli a Rio durante il carnevale; su alcune facciate qualcuno si era talmente accanito che la quantità di proiettili aveva consumato i muri fino a renderli un velo. Su altre, dei più determinati colpi di lanciarazzi avevano sventrato la parete lasciando intravedere vecchi arredamenti casalinghi bruciacchiati e oramai in stato di abbandono. Segni di pallottole di ogni calibro e religione avevano firmato tutto ciò che avesse più di dieci anni. Quando passavo davanti una chiesa o ad una moschea pensavo al potere (di fuoco) della fede.
Ora parlando con la gente del posto sembra che quello che ci sia qui intorno non li riguardi, i brutti ricordi sono stati seppelliti coi morti, e armati di pala e piccone tolgono cumuli di macerie e costruiscono grattacieli. Il progetto di ricostruzione è pressoché totale e cambierà completamente il volto della città, l'idea è abbastanza contestata, perché si basa sulla totale demolizione di quello che c'era e la creazione di nuove strutture moderne tipicamente occidentali. Purtroppo non hanno imparato nulla dai nostri errori, e nella fretta si sono dimenticati gli spazi verdi. O meglio, per la verità uno c'è: la sera avevo comprato un "falafel" (tipico sandwich medio orientale, formato da una piadina romagnola arrotolata, con dentro polpettine di ceci) che volevo consumare fuori dal locale; ho dato un'occhiata alla mappa della città ed ho visto un quadratino verde denominato "parco". Quando ci sono arrivato mi sono ritrovato proprio sul quadratino indicato: quattro per quattro metri, con n°1 panchina, n°1 pianta, n°1 fontana secca. Intorno a me clacsonava il traffico del dopocena.

Beirut 20. 11. 99

Stavo aspettando Yarub sulle panchine del campus della sua università, intorno a me erano seduti alcuni studenti, tra i quali se ne distingueva una particolarmente affascinante: i suoi magnetici occhi verdi erano incorniciati da capelli rossi a caschetto, e il corpo sottile dalle curve sinuose sosteneva un petto a cui feci una rapida radiografia prima di tornare alle mie scritture. Stavo preparando il proseguo del viaggio quando alzando gli occhi ho incontrato i suoi che mi fissavano, le ho sorriso, ma lei si è girata quasi scocciata; ho pensato allora che era solo incuriosita dal cartellino con su scritto "Press" che mi avevano appuntato sulla maglietta all'ingresso, oppure dal mio stato trascurato. Quando l'ho vista che mi continuava a guardare mi sono fatto coraggio e ho attaccato bottone chiedendo un'informazione. Ebbene, lei ha finto di non capire l'inglese e si è fatta fare da interprete da un suo amico parlando in arabo, io l'avevo sentita parlare poco prima, ed è solo in inglese che si svolgono le lezioni qui dentro. Abbiamo continuato a lungo la conversazione con questo strano giochetto che non capivo, poi lei ed un gruppo di amiche si sono alzate per andarsene, e mi hanno salutato tutte sorridendo eccetto lei che non mi ha degnato di alcun cenno.
Ne ho parlato con Yarub e mi ha rassicurato dicendo che qui è normale, e forse le ero piaciuto; le ragazze hanno questo strano modo di manifestare attenzioni, se avessi avuto la pazienza di starle a strisciare dietro per un mesetto sarei riuscito ad entrare nelle sue grazie, e sarebbe stata una fidanzata fedelissima. E io che pensavo che le Italiane fossero difficili ! La mattina passavo in un quartiere denso di edifici mitragliati (tra i quali mi stavo ambientando) e ce ne era uno che mi incuriosì: era piuttosto antico e di un vago stile liberty, una volta doveva essere molto bello. Ora appariva completamente bucherellato, in mezzo a questo troneggiava un'insegna di plexiglas lucidissima che informava dell'attività di un parrucchiere. Questa stonava assai con la cornice che la conteneva, così mi sono avvicinato alla costruzione per scattare una fotografia; subito mi sono sentito premere sul fianco da una cosa solida e pesante, probabilmente a canna lunga. Qualcuno mi parlava in arabo con un tono duro che qui ancora non mi avevano mai rivolto. Senza sapere chi fosse né cosa volesse, automaticamente ho alzato le mani come un "Big Gim" a cui si schiaccia la schiena; un tizio in mimetica mi ha girato intorno, apparteneva ad una postazione di militari che non mi ero accorto essere alle mie spalle, e mi sono ritrovato davanti alla prospettiva di un tetro Kalasnikov, in fondo al quale il mimetico continuava ad impartire secchi comandi.
Mi sono sentito il sangue gelare nelle vene, non mi ero mai trovato di fronte ad un'arma puntata da qualcuno anche lontanamente intenzionato ad usarla. Invece di razionalizzare e calmare il militare mi sono passate per la testa le cose più disparate. Ho pensato alla mia prima bicicletta rossa, al compito di elettronica all'esame di maturità, alle generose tette di una mia amica che non si sono mai lasciate toccare. Il militare mi ha spinto via annoiato, con il lato della canna del mitra; io ho pensato di aver detto qualcosa, ma solo dopo ho realizzato che non mi era uscita una parola di bocca.


Beirut 21. 11. 99

Sono partito alle otto per Tripoli, ho dormito poco e malamente come mi capita da quando sono qui; l'albergo è su una grande strada che già dalle cinque di mattina è un caos, e la stanchezza di questi quattro giorni di cammino continuo mi si è scatenata addosso tutta la mattina, quando l'autobus mi ha scaricato davanti un chiassoso suq (mercato), dove mi sono infilato senza saperne il perché.
Tripoli è una bolgia di gente e vecchie Mercedes, sporca, rumorosa, non ci si può fermare a prendere fiato; sono stato trascinato dal fiume di gente che scorreva nello stretto budello grondante di mercanzie, le urla dei venditori mi rimbombavano nella testa e sentivo che stavo per svenire, in stato ipnotico sono entrato in un caffè saturo di gente e di fumo.
Ero seduto in un angolo tra grandi narghillè ribollenti; dalla nebbia è arrivato un tipo insolito, i suoi baffoni biondi da tricheco e gli occhi azzurri lo facevano sembrare un occidentale. I suoi modi distinti mi facevano pensare ad un colonnello della legione straniera francese, e forse lo era stato, il vestito però era tipicamente arabo, e di un genere un po' retrò che non si vede più facilmente, sui canonici pantaloni con il cavallo alle ginocchia aveva una camicia molto ben lavorata e sopra un gilè in miniatura. Si è seduto di fronte a me fumando sigarette senza filtro, mi parlava sottovoce e io non lo capivo. Mi ha sorriso e mi ha offerto un caffè amaro, con il dito si batteva la tempia facendomi capire che mi avrebbe fatto bene. Poi, sorridendo, è stato nuovamente inghiottito dal fumo. Pensando se avevo veramente avuto quell'incontro, mi sono trovato a camminare davanti ad una moschea, e sono entrato per scattare qualche fotografia in religiosa solitudine. Ero impegnato nel lavoro quando mi ha raggiunto l'Imam, barbuto e scavato come una cipolla secca, mi ha sussurrato: "Allah non lo puoi mettere qui dentro" indicando la Nikon, "Perchè Allah è qui !" e mi ha premuto il suo dito asciutto sul petto; a me per condizionamento mi è tornata in mente la mia amica con le tette al vento che andava a dare l'esame in bicicletta. Mi ha chiesto di seguirlo fuori sotto il portico, dove ci siamo seduti sui cuscini a gambe incrociate. A me puzzavano i piedi, ma lui sembrò non farci caso. Ha iniziato il recupero della pecorella smarrita: "Sei cristiano?" mi ha chiesto in un inglese paterno, per non compromettermi troppo gli ho detto che simpatizzavo per i buddisti, senza sapere che è la filosofia più disprezzata da tutte le altre religioni. Lui incuriosito dalla risposta ha voluto approfondire, spiegandomi anche i fondamenti musulmani. Ho trovato molte analogie con il cristianesimo: un Dio unico ed amorevole che tutto conosce e può, un paradiso per i più buoni etc... Subito le sue teorie si sono venute a scontrare con il mio materialismo empirico: gli ho chiesto del perché delle guerre, della fame e di tanti orrori, sperando che almeno lui avrebbe saputo darmi le risposte convincenti che non ho mai trovato. Me le ha date, ma in arabo. Il Don Abbondio medio orientale sembrava essere sicuro del fatto suo mentre io lo guardavo stupito, poi con un movimento fluido è svicolato nella moschea dicendo che si era fatta una certa... Con le idee più confuse di prima e ripreso da un calo di energie ho mangiato uno schifo di natura ignota nel primo locale che ho trovato (quella città era tra le più luride mai viste), e ho raggiunto la fortezza di S.Gilles, perla di questo luogo. Ovviamente era situata in cima ad una salita che mi ha demolito, insieme alla calura dovuta alla cappa afosa che si era formata grazie ad un malinconico cielo coperto, sotto cui mi sono sdraiato appena entrato nel maniero. Dopo non so quanto tempo mi sono svegliato nell'atmosfera biancastra tra le rovine spopolate, ho vagato ancora confuso su e giù per le molteplici scalette in pietra che collegavano i diversi settori del forte; nell'aria echeggiavano i canti degli altoparlanti di moschee lontane. Ero solo e rincoglionito tra le macerie, e stavo decidendo se era il caso di fare qualche fotografia quando ho incrociato un tizio di mezza età, con una camicia che gli conferiva un aspetto inequivocabile. Con procedere volutamente effeminato mi ha raggiunto ed ha iniziato a chiedermi informazioni prima sul castello e poi su di me, tipo se mi piacciono le ragazze. Gli ho risposto di si, e lui deluso mi ha detto che gli sarebbe piaciuto in ogni modo parlare con me, e che viveva da solo. Per me era un tormento solo reggermi in piedi e non avevo voglia di fare conversazione alcuna, mi cominciavo a sentire una pollastrella insidiata ma volevo riuscire a non essere scortese. Dopo aver scambiato poche faticosissime frasi l'ho salutato ed ho continuato a vagare, finché ho deciso che il mio stato fisico mi costringeva a tornare verso Beirut. Sulla piazzola in cima ad una torre ho rincontrato il tizio garbato che mi aspettava, mi ha detto:"Sai, io so cantare molto bene, dieci anni fa sono stato premiato come migliore voce di Beirut !", "Me ne rallegro !" ho risposto io aggiungendo un deciso "Arrivederci !". Camminando per gli ampi piazzali vuoti l'ho sentito cantare con voce quasi femminile che risuonava nel vento tiepido tra i muraglioni, mentre intonava una canzone tristissima. Ero troppo stanco anche per tirare fuori una sola lacrimuccia, e sono caduto nel primo autobus dove mi sono addormentato cercando di dimenticare quella giornata.

Beirut 23. 11. 99

Sarei dovuto partire per Baalbek, ma quando mi sono trovato alle sei di mattina sotto i bagagli e già stanco, mi sono chiesto : "Ma chi me lo fa fare!?". Senza attendere una risposta ero di nuovo dentro al letto, deciso a prendermi una giornata di ferie. Sul tardi ho fatto una passeggiata in centro dove si consumava una sonnolenta festa della liberazione dall'occupante francese, che levò le tende nel 1946. Il fatto che sento Beirut somigliante a Roma mi metteva parecchia tristezza, cercavo le cose che della mia città senza trovarle, ne sembrava una copia senz'anima e senza colosseo, e dovevo riuscire a disilludermi. Era la prima volta durante tutti i miei viaggi che sentivo la mancanza di casa, stavo forse invecchiando ?
Ho passato la serata da turista nullafacente in un bar con Yarub, in quei giorni è stato di un'ospitalità esagerata, mi ha praticamente mantenuto portandomi nei migliori locali e non ha mai permesso che offrissi io; solo una volta sono riuscito a pagargli un succo di frutta a tradimento mentre telefonava, ma credo di averlo offeso a morte. Sono partito rigenerato e di buon'ora per Baalbek, il più grande ed imponente sito archeologico libanese. Ho attraversato non so più quanti posti di blocco siriani e libanesi, poi ho cominciato a vedere i ben noti fuoristrada bianchi con la scritta UN sulle fiancate, i militari aumentavano in percentuale rispetto ai civili e mi sono reso conto che eravamo entrati in una zona "calda". La sensazione è diventata più concreta quando insieme ai soldati in uniforme cominciavano a girare personaggi in borghese col Kalasnikov a tracolla, e gli Hezbollah offrivano caramelle ai turisti. Hezbollah è un gruppo sciita fondato dall'Iran per contrastare l'invasione israeliana dei primi anni ottanta. Gli sciiti sono il gruppo etnico-religioso che più ha risentito degli attacchi nel sud del Libano, e fu proprio qui a Baalbek che la Guardia Rivoluzionaria di Khomeini, con il benestare dei Siriani, organizzò ciò che doveva contrastare l'imperialismo occidentale… Ho conosciuto Nidal, un ragazzo di qui che mi ha raccontato che questo è il punto di contatto tra siriani e ribelli, e che tutti gli vogliono bene (ai ribelli). Si sanno far amare, sono gentilissimi e servizievoli specialmente coi turisti, e sono impazienti che qualcuno si faccia offrire le loro cure nel nuovissimo ospedale modello qui vicino. La città è tappezzata di manifesti di Hassan Nasral, il leader del "Partito di Dio", che ci guarda rassicurante da dietro i suoi occhialoni. Nidal parla un pò l'Italiano, quando passa un camion di militari mi dice: "Vedi quelli ? Sono Siriani, ci hanno occupato... Basctardi !!". Anche lo spazio aereo libanese viene spesso invaso, però dai caccia israeliani che per ora si accontentano di fare delle fotografie dei movimenti a terra. A questo loro hobby sembra che si siano abituati tutti qui. "Basctardi !" si è limitato a dire Nidal alzando un dito in cielo. Lo fanno per provocazione: se lo possono permettere perché hanno sempre in mano gli ultimi ritrovati della tecnologia militare americana, e le venerande contraeree arabe non sono mai in grado di far rispettare il loro paese.
Sono partito per una località vicina, dove mi hanno detto che c'è una foresta dei famosi cedri del Libano, simbolo del paese; purtroppo l'autobus arriva solo fino ad un paesino a metà strada, e per scavalcare il massiccio monte Dahr el Kadib ho dovuto fare l'autostop sulla strada che partiva per la montagna deserta. Sotto di me si aprivano i campi coltivati, qui fino a dieci anni fa era la zona di produzione del migliore hascisc del Medio Oriente, il celebre "libanese" veniva prodotto in quantità industriali sopratutto per trovare capitali destinati all'acquisto di armi per la guerra che imperversava. Qui passavano tutti i trafficanti europei, e trovavano un servizio completo per il trasporto e tutto il resto. Poi, quando arrivarono i Siriani bandirono la coltivazione di questi ricreativi arboscelli.
Dopo mezz'ora di attesa è passato il primo camion che si è fermato sbuffando, l'autista era un simpaticone di 25 anni che subito mi ha offerto tutto quello che aveva a bordo: panini, noccioline, chewing gum e sigarette; io non ho potuto rifiutare nulla, però ho proposto di fermarci, così avrei comperato qualcosa da bere. Ebbene, il benevolo camionista Mohammad ha voluto pagare anche quello, spingendomi da parte e rivolgendomi un'occhiata che non lasciava spazio ad altre parole. Ancora non riesco ad abituarmi a quest'ospitalità così totale ed avvolgente, mi sento spesso in imbarazzo e non c'è alcun modo di sdebitarsi. Ripresa la salita, il camion paleolitico arrancava col motore ululante, procedevamo a passo d'uomo zoppo, con la lancetta del contachilometri che saltellava sullo zero senza mai riuscire a decollare.
Mi ha lasciato di fronte alla foresta con un bigliettino con su scritto il suo indirizzo, così potrò spedirgli una foto; mi ha anche presentato ad un suo amico barista che mi troverà un passaggio per il ritorno. Mohammad è ripartito nel fracasso del suo mezzo meccanico, il suo sogno era un Iveco turbodiesel, di cui custodiva una foto dietro al parasole, vicino a quella di una giovane Gina Lollobrigida che voleva sposare.
La "foresta" si riduceva ad una trentina di alberi isolati, tra i quali ho passeggiato, scritto e meditato; poi ho raggiunto il bar da cui sono partito che era già buio. Nella notte del paese si scatenava una festa musulmana, era l'anniversario della sparizione di un famoso Imam, qui sono tutti convinti che prima o poi tornerà. Passano auto addobbate con striscioni e palloncini, gli Hezbollah offrono dolci per le strade ed i giovani fanno sgommare le BMW sulla piazza del paese.

Baalbek 24. 11. 99

Ho visitato le rovine della città romana che mi hanno attratto fin qui, il sole splendeva e l'aria era limpida. Dopo un breve giro di ricognizione mi sono reso conto che la grandezza e la magnificenza dei colonnati alti 25 metri lo rende pari a nessun altro mai visto: Baalbek fu costruita nel periodo fenicio ma deve però i suoi splendori ai romani che ne fecero una colonia.
Nel corso di dieci generazioni di schiavi (furono almeno 100.000), riuscirono a concentrare qui tutti i migliori artigiani dell'impero per realizzare questa città, simbolo del potere romano sulle orde barbare dell'est. Il tempio di Giove sorpassa nelle misure e nella grandiosità qualsiasi altro costruito nell'impero. Ero lieto a scattare fotografie su un enorme pietrone che dominava la scena, con la macchina sul cavalletto, e mentre prendevo appunti, la brezza che mi batteva si è trasformata inaspettatamente in una violenta ventata. Dietro di me ho sentito come un fruscio soave, e quando mi sono girato ho visto le zampe del cavalletto sparire dietro il bordo del masso su cui ero, un tonfo sordo mi ha avvertito dell'arrivo a destinazione. Quando mi sono affacciato ho visto una specie di zanzarone spiaccicato sul selciato romano, cinque metri sotto di me. Era la prima volta che mi cadeva l'attrezzatura, simbolo della mia espressione individuale e fonte di sostentamento, ero curioso di sapere come avrei reagito. Speravo di sfogare la rabbia in un pianto liberatore tra le rovine, invece ho iniziato a smontare obiettivo e pellicola, infilando dentro le dita e cercando di sbloccare nervosamente i meccanismi. Visto che resisteva, ho impugnato il mio fido coltellino svizzero che ha cominciato a scavare per far muovere lo specchio interno, rimasto fortunatamente integro ma con una postura parecchio originale. Purtroppo per l'obiettivo non c'è stato nulla da fare, la macchina invece l'ho sbloccata ma emetteva rumori strani e non mi fidavo ad usarla, ho sfoderato quella di riserva, che speravo non mi tradisse dopo tanto tempo passato insieme. Visto che quell'obiettivo mi era quasi indispensabile, ho tentato di smontarlo in albergo, ma come era prevedibile, mi sono presto trovato con una busta piena di viti microscopiche, indefinibili pezzetti di plastica e lenti che non sarebbero mai tornate al loro posto.
In pomeriggio sono andato in un negozio di fotografia per comprare una nuova testa per il cavalletto incidentato, mi ha accolto un giovane fotografo allampanato, che spinto da un sincero spirito di mutuo soccorso tra colleghi, si è subito messo all'opera tirando fuori pezzi di vecchi treppiedi dal magazzino polveroso. Purtroppo non si adattavano a quello rotto, stava per dirmi che non poteva aiutarmi, quando ne ho visto uno in esposizione che faceva proprio al caso mio. Malauguratamente costava troppo per le mie finanze, e per di più era quello che lui usava per lavorare (l'assortimento non era un gran che), però sembrava che la mia situazione avesse toccato la sua sensibilità: avevo appena distrutto 2000 $ di attrezzatura che lui teneva tra le mani come un uccellino morto. Così, a malincuore, ha preso il suo cavalletto, lo ha impacchettato e dopo un breve negoziato l'ho convinto a lasciarmelo a metà prezzo, insieme però al cadavere del mio, che lui sicuramente saprà aggiustare. L'ho salutato calorosamente e lui era commosso, non so se per la mia preziosa macchina demolita o per il suo cavalletto rubato. E' curioso trovare tanta solidarietà tra gli Hezbollah, in Italia nella stessa situazione mi avrebbero volentieri alzato il prezzo. Così sono tornato alle rovine romane, e mentre camminavo con la macchina fotografica di riserva appesa al collo ho sentito il classico rumore dello sportellino della pellicola che aleggiava liberamente, infatti così era: il gancetto che l'avrebbe dovuto tenere chiuso, dopo venti anni di onorato servizio, proprio oggi ha deciso di scioperare, bruciandomi così una buona dose di fotogrammi. E' stata immensa la mia gioia nel poter finalmente usare il rotolino di nastro adesivo che porto sempre con me (perché non si sa mai...). Grazie a lui ho potuto terminare il mio lavoro, non senza aver rotto (non so come) lo scatto flessibile che ho usato per fare le fotografie notturne. Tornato in albergo ho rimesso le mani con calma sul mucchio di pezzi che una volta formavano il mio obiettivo; mi ero procurato i seguenti attrezzi : il solito coltellino 1000 usi (per la verità solo sette, compreso il cavatappi), una limetta per unghie, un micro - cacciavite ricavato da una forcina per capelli debitamente modificata grazie alla limetta per unghie di cui sopra, ed una piccola lampadina tascabile con pile al 30%, nonchè lo scotch che pensavo di utilizzare laddove mancassero le viti o dove avessi trovato giochi eccessivi tra le parti. Tenendo la lampadina in bocca e armato di S. Pazienza, ho stretto il gruppo di lenti che si muovevano, e ho iniziato a ricomporre il puzzle; dopo due ore, almeno a vederlo, è tornato come prima dell' impatto. Per la verità anche se gli somigliava parecchio e io sapevo che era il mio obiettivo, non sembrava proprio lui. Come una persona uscita da una lunga malattia si sentiva che era scampato a qualcosa che l'avrebbe segnato per sempre, e così pure la fotocamera; entrambi se ne stavano lì sul comodino che si opponevano a qualsiasi movimento provassi a fargli compiere, con l'autofocus impazzito e la scritta "ERROR" che compariva ogni tanto sul quadrante. Si rendeva necessario un test, perché quella coppia sgangherata non mi convinceva. Pensavo che in quel posto ci fosse una maledizione tipo quella di Tutankamon, non mi sarei stupito se le pellicole avessero preso fuoco spontaneamente e se mi fosse esploso il flash.

Beirut 25. 11. 99

La presenza ossessiva dei manifesti del presidente siriano Assad mi suggeriva che stavamo avvicinandoci a Beirut, vicino a questo personaggio spesso si affiancava un altro ritratto di un militare in mimetica con barba nera e Ray Ban. Guardava raggiante l'orizzonte ed era circondato da un aura bianca sullo sfondo di un cielo azzurro, che stonava abbastanza con la sua immagine da "commando". Ho saputo che era il figlio maggiore del presidente, e lo hanno fatto martire anche se si è schiantato con la macchina in una corsa folle.
A proposito di schianti: ho fatto esaminare l'attrezzatura: per l'obiettivo mi hanno consigliato di continuare a muoverlo con la forza, invece alla macchina fotografica hanno fatto bene le coltellate che le avevo dato, anche se l'autofocus non funziona. L'indomani sarei partito per Sidon con l'attrezzatura invalida ma sereno.

Beirut 27. 11. 99

Il viaggio verso Sidon è iniziato all'alba su un pullman pieno di gente che lavorava a Beirut e tornava a casa per il fine settimana; ero in un bar a prendere un caffè che completasse il risveglio, insieme a me nella sala erano accomodati attempati e taciturni fumatori di narghillè; l'atmosfera decadente mi ha ricordato il quadro "I bevitori d'assenzio" di Degas. Evidentemente mi ero portato dietro la "Maledizione di Baalbek", perchè alzandomi ho inavvertitamente dato un colpetto sul tavolo con il treppiedi nuovo: ebbene, contro ogni legge della resistenza agli urti, la testa si è staccata cadendo in terra e rimbalzando in mezzo alla sala. Io ero sbigottito, gli anziani non ebbero una sola emozione. Evidentemente avevo colpito proprio nel preciso punto ove risiedevano tensioni strutturali oscure al costruttore, sono certo che solo quel cavalletto, e solo lui si poteva rompere per un sì delicato urto, ma solo su questo preciso tavolo. Visto che il treppiede veniva dal lontano Oriente, io dall'Italia, il tavolo era stato costruito da un sapiente artigiano del monte Libanon, e tutti e tre ci trovavamo a Sidon, non potevano esserci dubbi sul fatto che ci trovavamo ai vertici di una triangolazione malefica. Avevo usato quello strumento ancora troppo poco per sottomettermi al fatto che aveva finito la sua storia, così, passando per il suq, ho comperato colla e filo di ferro, con cui ho messo a punto un appagante rattoppo. Tornato ai miei impegni professionali, sono andato a visitare il castello; il cielo era imbronciato dalle nuvole e l'aria molle, ho dovuto attendere parecchio perché arrivasse qualche chiazza di azzurro e scattare poche fotografie, per farne altre mi sono servito dei terribili filtri colorati che ho sempre disprezzati, ma che a volte salvano dal grigiore del mondo. In pomeriggio ho proceduto a sud, fino a Tyre, ma le sue rovine romane potevano essere interessanti solo per un archeologo: allineati su un campo centinaia di sarcofagi tutti uguali e alcuni ancora con le ossa dentro, intorno a questi un'infinita distesa di cocci senza molto appeal.
La zona visitata è vicinissima alla "Fascia di sicurezza" occupata da Israele, nonostante i miei sforzi non riesco sempre a mantenere la mia neutralità riguardo al conflitto arabo - israeliano. Vedendo alcuni campi profughi palestinesi mi chiedo come possa chi ha subito l'orrore del nazismo sfogare su altri esseri altrettanti dolori.

Beirut 27. 11. 99

Il sito archeologico di Byblos contiene resti di tutte le epoche, e sembra che sia la più antica città del mondo; si trovano vicini - e a volte sovrapposti - segni di civiltà che vanno dal quinto millennio AC. Fu luogo di influenze culturali di ogni tipo, tra cui popoli nomadi del deserto dell'Arabia ed Egiziani, che da qui imbarcavano i cedri diretti alle loro terre, e scaricavano oro, alabastro, papiro ed altro. Presto Byblos fu trasformata in stato vassallo, e si diffuse il culto di Iside e Osiride. Alla fine del 13° sec AC fece la comparsa quello che può essere considerato il precursore del nostro alfabeto; anche se quello di Ugarit è più antico, questo non è cuneiforme ma più corsivo, adatto quindi ad essere riportato su papiro, e da questo la sua diffusione. A Byblos passarono Ittiti, Assiri ed altri, finchè, sotto il controllo persiano ci fu un rifiorire dei commerci che continuò anche sotto Alessandro il Grande quando divenne un regno semi indipendente. Con i Romani la città conobbe il declino per motivi ecologici, la maggior fonte di ricchezze, i cedri del Libano, era esaurita. Dopo la decadenza del periodo bizantino e l'occupazione araba, Byblos si riguadagnò importanza durante le crociate che gli donarono un maniero (oggi in restauro) sulla collina. Gli abili Genovesi che qui trafficavano incrementarono il commercio con l'Europa per poi abbandonarla in mani arabe grazie alla convincente opera del "Feroce Saladino" (Salah-ud-Din). Ai giorni nostri appare una distesa di pietre a due dimensioni troneggiata dal castello, e una collina popolata da palazzi moderni (ovvero brutti). La spiaggia sottostante ne fa un paradiso vacanziero.
Sono tornato a Beirut deluso, passando attraverso un interminabile serie di night club che coloravano la notte costiera con donnine al neon.

Beirut 28. 11. 99

Con un lungo viaggio in taxi sono stato a Beit-ed-Dine, il penultimo degli appuntamenti libanesi, la guida ne parla come di una stupenda costruzione tra le montagne, e sembra che siano occorsi quaranta anni per portarla a termine. Era la residenza dell'Emiro Bashir Shibab II nel 19° sec., e il suo nome significa : "Casa della fede". Le sue dimensioni mi hanno subito fatto capire che ne era all'altezza, ma evidentemente ancora ho addosso la "Maledizione di Baalbek", che a quanto pare non colpisce solo l'attrezzatura, ma proprio il mio lavoro: la parte più bella dell'ingresso era recintata, e non ci si poteva entrare nemmeno dietro le mie più umili suppliche agli inflessibili guardiani, il percorso turistico era ben delimitato da grossi cordoni che mi guidavano senza possibilità di fughe "involontarie". La parte superiore era blindata e inaccessibile, nelle due stanze più belle mi ha accolto un cartello con il divieto di fotografare in tutte le lingue , ed io ero ormai sorvegliato a vista da feroci custodi. Ho chiesto di parlare col direttore per un permesso straordinario, in fondo con queste fotografie avrei fatto conoscere il posto a parecchi viaggiatori ed era anche loro interesse. Dopo mezz'ora è tornato un impiegato genuflesso, dicendomi che le fotografie si potevano fare solo dall'esterno del palazzo; io sono diventato una belva, gli ho detto che mi avevano estorto un prezzo esorbitante per l'ingresso quando poi solo una piccola parte - e non la migliore - era visitabile, che non c'era un fottutissimo autobus per arrivare in quel posto e che non ero riuscito a fare una cazzo di fotografia. Ho concluso la mia arringa dicendo che potevano andare tutti a farsi fottere e che gli avrei fatto una pessima pubblicità, li avrei distrutti !
Lui si contorceva, non so se stava recitando per compiacermi oppure se era veramente amareggiato per la situazione; io sono andato via pensando che a parte le fotografie di Beirut e di Baalbek, le immagini del Libano sono veramente poche, confuse e banali.
Mi aspetto che domani ad Aanjar succederà qualcos'altro, ma spero che la maledizione che mi porto dietro non riesca a passare il confine siriano.

Damasco 29. 11. 99

Ad Aanjar non è successo proprio niente, il sito archeologico era praticamente uguale a tanti altri, ho scattato le mie solite tre fotografie di cui quasi certamente ne scarterò due. Da lì sono partito per la vicina frontiera con la Siria, grazie al passaggio offertomi da un tassista che già portava uno strano e anziano personaggio in impermeabile grigio. Pareva il dentista del film "Il maratoneta", e prima di farmi salire ha voluto vedere il mio passaporto. Ha detto poche e strane cose che faticavo a comprendere, l'ultima è stata. "Syria border line, troubles!", indicando col dito raggrinzito la costruzione militare che sbarrava la strada, "Good luck !" ha aggiunto con un sorriso sinistro. Loro tornavano indietro, ma gentilmente il tassista mi ha procurato un passaggio da un suo collega siriano; dai classici vecchi Mercedes libanesi tornavo ora alle imponenti auto americane anni '60 e '70 dalle cilindrate navali e dai cofani che mi ricordavano piazzale Flaminio. Ero il settimo passeggero di una station wagon in cui mi sentivo la classica sardina, gli altri passeggeri erano tutti Siriani abbastanza poveri e molto tesi, compreso l'anziano autista. Stavolta per me alla frontiera non ci sono stati problemi, anche perché ho avuto la brillante idea di scrivere "Professione: f. pubblicitario" (dove "f." sta per fotografo) sul questionario all'ufficio immigrazione, questo per evitare la verità ma senza mentire troppo. Gli altri passeggeri parlavano poco e fumavano molto; durante le cinque soste nei vari posti di blocco si scambiavano occhiate rigide e mezze parole, il tassista si comportava da esperto del posto, finché all'ultimo sbarramento uno dei doganieri ha chiesto di aprire il portabagagli. Loro hanno sbiancato tutti, io stavo sudando freddo per la situazione in cui mi trovavo involontariamente coinvolto, pensavo che dietro di me ci fossero nascosti grossi mitragliatori, o magari sacchi di droga, di cui avrei sicuramente chiesto un assaggio se l'avessimo scampata. A questo punto un rotolino di banconote è scivolato da un passeggero nelle mani del tassista, per poi finire nel taschino del militare che ha subito chiuso il bagagliaio. Il taxi è ripartito con una discreta e impercettibile sgommata, i tipi seduti con me già erano euforici e si giravano a salutare con le mani facendo sberleffi; quando gli ho chiesto cosa portassero, con mia grande delusione hanno iniziato a tirare fuori buste annodate contenenti scarpe da ginnastica americane, se le passavano di mano in mano ammirandone le strisce colorate e i catarifrangenti. Siamo giunti a Damasco di gran carriera e sono stato scaricato nel parcheggio da cui ero partito due settimane fa, ho preso un altro taxi, stavolta era una "Dart" con due lunghissime code che le sfilavano dietro, se fosse stata nera poteva essere la "Batmobile". Invece di Batman la guidava un delizioso centenario tutto pelle e ossa, una miriade di rughe disegnavano una ragnatela sul suo volto stanco ma sereno, incorniciando stretti occhi diafani. Appena sono entrato nell'auto un senso di pace mi ha pervaso, l'anziano signore riusciva ad infondere una tranquillità che rendeva il suo taxi un'oasi di pace immersa nel traffico caotico della metropoli. Mi parlava sottovoce con tono accomodante, non riusciva a trovare il mio hotel, allora ha detto che ci saremmo fermati e serenamente avremmo studiato le mappe. Ha accostato il transatlantico senza esagerare, e il traffico che seguiva si è bloccato. Noncurante che tutti gli suonassero imprecando, lui ha preso con calma la mia guida, e lo stesso ha fatto con i vetusti occhialini da lettura che riponeva in un apposito porta occhiali che però non trovava. Lentamente li ha posti sul naso. Dopo averli aggiustati ed essersi lisciato la barbetta a punta, abbiamo cercato di capire dove eravamo, dove volevamo andare e perché. Finalmente mi ha detto che forse, nell'infinita saggezza che l'età gli conferiva, una luce dentro di lui illuminava la strada che ci avrebbe condotto alla meta. Mentre procedevamo lungo questo percorso mistico, mi sembrava che la "Batmobile" azzurra viaggiasse su una nuvoletta ad un metro dall'asfalto, ed i rumori, i clacson, le parolacce in arabo giungevano ovattate in quel piccolo paradiso cigolante.
Siamo infine giunti, e mi ha salutato abbracciandomi come un parente stretto, felice di avermi trovato un ricovero per la notte fredda e scura che si avvicinava. Ho preso posto in albergo e ho contattato Raja, la madre di Yarub, come mi aveva consigliato di fare lui; quindici anni fa le nostre famiglie erano vicine di pianerottolo a Roma, ed ora loro erano tornati a vivere a Damasco. Lei mi ha detto di attenderla nella hall, infatti poco dopo il suo autista mi ha chiamato dicendo di portare i bagagli perché sarei stato loro ospite. Lei non era cambiata molto, sempre con la sua aria fragile e un pò ansiosa, sembrava che tutte le pene del mondo passassero attraverso di lei. Io, invece non dovevo essere molto riconoscibile ai suoi occhi, molto più lungo e stretto di una volta. Viveva con le altre due figlie, in un quartiere fuori Damasco; io sono stato sistemato nella camera di Yarub che ora è assente, e ho ritrovato le sue sorelle che quando le avevo viste l'ultima volta erano dei fagotti in passeggino, ora sono delle adolescenti dinamiche, esplosive e internazionali; cosa che mi ha fatto sentire alquanto stagionato. Ovviamente, anche qui - sopratutto qui - l'ospitalità degli arabi raggiunge i massimi livelli, non mi sono mai sentito così ben accetto nemmeno dentro casa mia, Raja mi ha promesso anche le prestazioni del suo autista per le mie gite. Ora che comincio ad abituarmi a questo modo di essere accolto anche dagli sconosciuti, capisco che per noi la parola "ospitalità" significa proprio un'altra cosa, volendo si potrebbe girare tutto il Medio Oriente passando da una casa all'altra e, come scriveva Burckardt, semplicemente dicendo "arrivederci" quando si parte. Anticamente, nei paesi, era istituito un fondo per mantenere i viandanti durante le loro soste, ed i pellegrini erano oggetto di contesa tra gli abitanti dei villaggi, che per l'occasione uccidevano l'animale migliore per cena.

Damasco 30. 11. 99

Oggi ho visitato la grande "Umayyad Mosque", non a caso classificata tra i più importanti ed imponenti luoghi di culto musulmani esistenti. E' praticamente un paese nella città, nella quale giocano bande di bambini e dormono gli anziani; ci si arriva attraverso uno dei labirintici suq della città, molto vitali, coloriti e accoglienti. L'impatto con l'architettura della moschea è entusiasmante, si possono passare delle ore seduti nel cortile perdendosi nei raffinatissimi mosaici che lo decorano. Anche il punto su cui è costruita sembra che da tempo immemore sia stato volto a luogo di culto, già 4000 anni fa era il tempio del dio della fertilità e della pioggia, che i romani poi tradussero negli equivalenti Venere e Giove. Nell'era bizantina fu convertita nella chiesa di S. Giovanni Battista, fino a quando nel 661 Damasco fu ripresa dagli arabi e divenne capitale dell'Impero Islamico; fu allora che la dinastia degli Umayyad iniziò dei grandiosi lavori per farne il più grandioso monumento all'Islam. Quando sono uscito sono passato in un'altra moschea, la Saida Ruqquiyeh, estremamente decorata, e con mosaici di specchi sul soffitto che la facevano assomigliare a una discoteca. In mezzo alla sala delle preghiere troneggiava una gabbia con griglie d'argento dalla lavorazione certosina, questa emanava dall'interno una luce verde, il colore dell'Islam, che contribuiva a dare un bell'effetto psichedelico.
Mi sono accorto quasi subito che buona parte dei fedeli appena la toccavano scoppiavano in lacrime, e solo dopo aver pianto e aver fatto diverse flessioni si ritiravano soffiandosi il naso. Ho riflettuto a lungo sugli effetti della religione sulla condizione umana e ancora mi chiedo se faccia bene o no; comunque i Siriani, fuori dalle moschee, sono tra i più simpatici, tranquilli e pieni di buonumore tra i medio orientali.

Damasco 1. 12. 99

Oggi ho continuato la perlustrazione della città, ero in un caffè quando un ragazzo che fumava l' "Hubbly bubbly" mi si è presentato; era uno studente di archeologia, e mi ha dato alcuni consigli per il mio viaggio. Poco dopo la sala è stata riempita da un altro gruppo di suoi amici, facevano un gran baccano e mi passavano i tubi dei loro narghillè alla menta. Ho conosciuto una studentessa di lingue con cui, imprudentemente siamo finiti a parlare di politica, l'onnipresente volto del "Grande fratello" Assad mi ha ricordato che si era fatta una certa, così mi sono dileguato verso casa. I manifesti del presidente sono ovunque per le strade, nei negozi e anche sulle auto, spesso circondati da fantasie di cuoricini, o affiancati dal ritratto del figlio ramboide schiantato e martire.

Damasco 2. 12. 99

Ho lasciato Damasco di buon'ora, dopo aver salutato Raja in ansia come una madre che vede partire il figlio militare, in quei giorni che ho passato lì è stata veramente materna, mi ha sfamato, lavato i vestiti ormai lerci che avevo e me ne ha dati di nuovi sfilandoli dal guardaroba del figlio. Questo break con la vita da viaggiatore mi ha rimesso in sesto, cominciavo a sentire il bisogno, di tanto in tanto , di un letto comodo e di un pasto decente. Carico di nuove energie sono ripartito per Hama, dove sarò in sosta strategica vicino un paio di luoghi assai importanti. Questa città è famosa per i suoi mulini ad acqua i "norias", che provvedono ancora, dopo 800 anni di servizio, ad irrigare i campi circostanti. Ci sono 17 "norias" per la città, ed hanno delle dimensioni da ruota di luna - park, il più grande ha un diametro di venti metri. Questi, azionati dalla corrente del fiume, portano l'acqua in alto scaricandola in una rete di acquedotti soprastante così da irrigare la campagna limitrofa.
In città la vita scorreva tranquilla con cadenza arabo - olandese, e i negozianti mi invitavano per il tè; non si potrebbe pensare che è stato il teatro di una delle più feroci repressioni militari di tutta la Siria, quando Raja me lo raccontava aveva le lacrime agli occhi. Fu nel 1979, quando un gruppo di oppositori al regime di Assad tentò di rovesciare il potere tuttora esistente per cercare di instaurare più rigide regole islamiche. A questo il presidente oppose una presenza militare ferrea e brutale nella zona, sembrava che il paese fosse sull'orlo della guerra civile, finché la Fratellanza Musulmana (questo il nome degli estremisti islamici filo iraniani) portò a termine numerosi attentati, tra cui uno alla scuola di artiglieria di Aleppo, dove morirono 32 allievi ufficiali. Continuarono con la loro opera destabilizzante richiamando i cittadini alla rivolta popolare, il presidente Assad rispose duramente, voleva dare una lezione esemplare a questo tipo di manifestazioni: i suoi carri armati per tre settimane misero a ferro e fuoco la città lasciandola in ginocchio devastata. Malgrado ciò incontravo ancora i ritratti del "Grande fratello" che oltre ad apparire nelle sue forme statuarie più ufficiali e disposte in punti strategici, compare anche sugli adesivi attaccati alle auto, stavolta accompagnato sia dal figlio morto che da quello di riserva, il secondogenito, dotato di un espressione non geniale e al quale hanno infilato dei Ray - Ban e una mimetica in cui non riesce proprio a stare con il suo aspetto impiegatizio stataloide. Quello che gli rivolgono qui, più che un amore spontaneo, sembra essere una specie di tributo formale, che tutti sono tenuti a pagare.

Tartus, 3. 12. 99

Sono partito a bordo di una splendida Pontiac del '53 verso Krak de Chevaliers, in Italia un viaggio in un'auto così si può fare solo quando ci si sposa. Ero in compagnia di un gruppo di Tedeschi, uno dei quali inciampava ovunque, ed io cercavo di stargli alla larga vista la sua mole. La presenza del castello era solenne, domina la valle sorretto dai suoi muri imponenti dall'aspetto invalicabile; la posizione strategica permetteva di controllare gli accessi dalla costa verso l'interno della Siria. Anche qui, come in molte altre fortificazioni, si successero Crociati, emiri arabi e sultani mamelucchi. Nei periodi di dominazione cristiana qui si offriva rifugio ai pellegrini in rotta per Gerusalemme, servizi offerti da un ordine religioso specializzato in questo, e che venne presto a formare una potentissima rete di protezione ai Crociati.
Tartus è il secondo porto siriano. Anche lì la gente era estremamente cortese ed ospitale, non avevo passato un solo momento di solitudine, anzi, a volte avevo problemi quando cercavo di leggere o scrivere senza avere qualcuno che venisse a fare amicizia o mi offrisse un tè; mi sono pentito, a volte, di essere stato un pò freddo nel tentativo di stare in pace. Ovviamente si sta in pace anche con loro, spesso i negozianti che mi vedevano passare mi invitavano a sedere davanti una tazza di caffè anche se non parlavano l'inglese: stavamo lì in silenzio rivolgendoci qualche sorriso, a loro faceva solo piacere di avere compagnia, e raramente tentavano di vendermi qualcosa. Stavo imparando a bere i loro infusi con la lentezza orientale che li distingue, prima il caffè lo trangugiavo in pochi secondi come si fa da noi, qui invece è un'esperienza meditativa che dura anche delle ore. Lo stesso vale per il fumo, mi trovavo spesso seduto davanti a un narghillè che borbotta per quaranta minuti, e vedevo le sigarette solo come la rapida e occidentale soddisfazione di un vizio. Di fronte a me avevo ancora una volta il mare, quello che sentivo mio, il Mediterraneo, con la sua brezza tiepida e l'odore di casa. A Tartus l'atmosfera è magica, grazie sopratutto alla città vecchia che ha inglobato le abitazioni tra le sue mura; da qui si diramano vicoli e scalette che spesso finiscono nel nulla o di fronte ad un muro, rendendo imprevisto il passeggiare.

Lattakia 4. 12. 99

Ho visitato un altro castello, Qlat Marquab, simile agli altri per l'architettura e le condizioni spoglie, ma sopratutto per il prezzo d'ingresso sproporzionato. Come gli altri l'ho trovato in restauro, quindi forse tra qualche tempo lo si potrà apprezzare di più. Mi aspettava quello di Qlat Saladin, e per questo mi trovavo a Lattakia in sosta tattica, la città mi ha sorpreso in positivo. E' il principale porto Siriano, e pulsa di fervida vita occidentale; anche le ragazze sembrano essere riapparse, da quando ho lasciato Beirut pensavo che si fossero estinte, le uniche che si vedevano erano anziane e coperte dalle coltri da cima a piedi. A parte questo e le tante luci delle vetrine alla moda non c'è gran che da vedere: molti giovani, molto traffico e molti clacson, solita comunque l'ospitalità. Ho conosciuto un ragazzo del posto molto gentile, oltre ad avermi pagato il taxi, mi ha aiutato a trovare l'albergo e mi ha proposto di farmi da guida l'indomani. Poi in un bar ho conosciuto un marinaio olandese alquanto fuori di testa, abbiamo parlato nostalgicamente di quanto sia bello farsi i cannoni in libertà lungo i canali. Lui era piccolo e moro come un arabo, e stava in compagnia di un suo collega siciliano biondo con gli occhi azzurri...

Aleppo 5. 12. 99

Ho visitato il castello di Qlat Saladin, dedicato al "Feroce saladino" di cui si fa necessario a questo punto un breve cenno:


BREVE CENNO:

Quello che noi conosciamo col nomignolo di "Feroce saladino" in realtà qui è visto come un eroe nazionale, e a ragione, visto che a lui che si deve l'unione delle terre musulmane dopo il 1186. La prima crociata cristiana dopo la conquista di Gerusalemme ed altre città chiave aveva creato dei luoghi blindati dalla minaccia dei Mori. Tra queste troviamo Crak de Chevalier, Qlat Marquab, Qlat Saladin e Kerak; questi, con pochissimi uomini potevano rimanere imprendibili grazie "solo" alle loro fortificazioni. Questa situazione non andava bene agli Zengidi che ripresero Aleppo agli infedeli ed impiantarono qui un "centro anti-crociati"; la risposta da Roma non si fece attendere, ma la seconda crociata su Damasco finì in un fallimento.
A questo punto ecco apparire Salah ud-Din, capitano delle forze Zengide, spedite in Egitto per restaurare l'autorità e le regole Sunnite ortodosse; al suo ritorno, spinto da questo combattivo spirito islamico decise di unire tutte le terre musulmane dal Cairo A Baghdad sotto il nome della dinastia Ayyubid (in onore del nome del di lui padre). Nel 1187 riprese Gerusalemme, e poi Acre, Sidon, Beirut e Byblos; nell'anno successivo aveva conquistato almeno cinquanta postazioni crociate lasciando isolate quelle più imprendibili, eccetto il castello che gli deve il nome.

Le rovine del castello non le ho trovate troppo rovinate, con i soliti lavori in corso che lasciano sperare in tempi migliori ma lo stato generale era buono.
La cosa più bella era la l'ubicazione: dominava infatti una foresta di pini da sopra una montagna impervia. Per raggiungerlo dal paesino distante 6 km in cui mi ha scaricato il pulmino, mi attendeva una squadra di taxi motociclisti, il primo del turno era il più terribile. Mentre gli parlavo mi veniva da ridere perché era la copia esatta di Thomas Milian quando impersonava il "Commissario Giraldi". Oltre all'inequivocabile somiglianza fisica, anche lui vestiva jeans attillati, giacca di pelle nera, cappellone di lana multicolore ed occhiali Ray - Ban; ovviamente anche la motocicletta non era da meno: cavalcava un enduro smarmittato e male in arnese. Dopo una rapida e decisa contrattazione sul prezzo, siamo partiti scoppiettando per i tornanti sui quali lui sfrizionava giulivo. Raggiungevamo velocità da brivido nei rari rettilinei marciando sul limite dei precipizi, per poi rallentare con rombanti scalate di marcia (i freni non dovevano essere un granché) prima delle curve che impostava con sapienti e calibrate pieghe. A me era passata la voglia di andare al castello, volevo fare un inseguimento ad una vecchia "Giulietta" carica di malviventi che ci sparavano addosso, però non ce n'era traccia, e per quello lui si era ridotto a dover fare il taxista. Comunque siamo arrivati vivi ed io, dopo aver salito scoscese scale ed attraversato le molte difese del maniero, ho vagato e fotografato tutto il fotografabile. Stavo anche per fare la stessa fine della fotocamera un paio di settimane fa quando, salito su una delle torri di avvistamento (da lì si poteva vedere qualsiasi cosa a 360° per decine di chilometri), il solito vento beffardo ha cercato con tutte le sue forze di sbattermi di sotto da uno dei bastioni, con sicuro effetto spettacolare. Sarei stato curioso di sapere come avrebbe reagito la Nikon di fronte a quella situazione: certamente si aspettava che prima o poi sarebbe dovuto accadere... Anche se siamo tornati giù entrambi integri attraverso le scale, ci attendeva il ritorno in paese con Thomas Milian; l'abbiamo sentito arrivare quando era ancora lontano di parecchi chilometri.
Arrivato a Lattakia, prima di prendere l'autobus per Aleppo, mi sono fermato a bere un caffè sui tavoli di un bar del centro, volevo gustarmi l'ultimo sole pomeridiano immerso nell'atmosfera mediterranea che avevo intorno; arabi veterani leggevano il giornale o giocavano a backgammon con poco impegno, ragazzi delle scuole medie tornavano a casa nelle loro divise verdi, ed una cicciona vendeva le caramelle in mezzo alla piazza fumando il narghillè. Sono riuscito a farmi scorrere tutto addosso da spettatore, cercando di non pensare a nulla e scaldandomi la faccia al sole tiepido.
Più tardi, quando sono andato a recuperare lo zaino in albergo, il proprietario mi ha fatto nuovamente un mucchio di domande sul mio lavoro di cui non gli ho fatto misteri, ma credo che abbia avuto richiesta di informazioni sul mio conto da qualche oscuro ministero antispionaggio, i cui impiegati che oramai si sentono sorpassati da sistemi satellitari e diavolerie elettroniche, cercano di giustificare lo stipendio che prendono accanendosi su prede facili come me, che ho fatto la cazzata di scrivere qual è il mio vero lavoro sul questionario apposito. Paradossalmente se una vera spia volesse fare il suo lavoro potrebbe tranquillamente entrare in Siria con un tour organizzato e poi far perdere le proprie tracce (cosa che credo avvenga tutti i giorni), ma per i militari, chi fa l'agente segreto lo dice apertamente, e si porta appresso 10 chili di attrezzatura fotografica, sessanta pellicole ed un cavalletto messo in bella mostra sullo zaino. Questo mi fa sentire abbastanza perseguitato, e anche nell'albergo ad Aleppo il proprietario si comportava in modo strano; sulle prime cordialissimo si è fatto dare il passaporto, poi dopo un paio d'ore si è presentato in camera visibilmente agitato chiedendomi di riempire di nuovo il formulario con i miei dati; quando ho scritto il solito "F.pubblicitario" ha fatto mille domande a cui ho dato altrettante risposte, anche se non ne ha capita nessuna. Credo che anche lui sia stato impaurito da qualche segnalazione del KGB siriano, che penso stia seguendo i miei movimenti (qui anche per prendere l'autobus vogliono vedere il passaporto e documentano tutto). Non vorrei diventare paranoico ma mi sento pedinato. Da una parte la cosa mi diverte pure, non mi ero mai sentito così James Bond; purtroppo però non frequento grandi alberghi ma bettole pulciose, e delle bionde non v'è traccia.

Aleppo, 6. 12. 99

Sono stato in giro per i "suq" della città, molto diversi da quelli di Damasco, soprattutto perché i tetti sono in muratura e a volta; quelli di Damasco erano in lamiera ondulata, sforacchiati da numerosi colpi d'arma da fuoco sparati dagli Arabi per festeggiare il ritiro delle truppe tedesche ed ottomane nel 1917, e poi quelli sparati dagli aerei francesi per calmare i rivoltosi Drusi nel '25. Anche la merce esposta qui è molto meno commerciale, si trova dell'ottimo artigianato ed è un piacere vedere i vecchi Siriani impegnati nelle trattative sulle bancarelle. Mi ha attirato tra i tessuti di una di queste un ragazzo molto gentile, dopo aver parlato del più e del meno e dopo diversi caffè, l'astuto mercante ha cacciato fuori i suoi monili, e non ho potuto fare a meno di comprare diverse collane ed anelli, le cui trattative sono state assai lunghe perché lui, vista la confidenza che si era creata, era partito da troppo lontano. Ho passato così un'intera mattinata, costretto nel piccolo spazio della bottega e sommerso da montagne di stoffe multicolore. Per accordarci ho dovuto usare tutte le mie armi dialettiche e le tattiche psicologiche più raffinate; alla fine, esausti, ci siamo stretti la mano di fronte al pacchettino come due veri gentlemen, e mi ha anche invitato a pranzo a casa sua. All'uscita del suq mi attendeva una pioggerella fastidiosa che rendeva la città più caotica del solito. Le auto noncuranti continuavano a sfrecciare tra i pedoni sull'asfalto viscido, e qui si rende utile una

PICCOLA PARENTESI SUL VIVERE DA PEDONI NEI PAESI ARABI

Sulle nostre strade chi va a piedi è quasi sempre degno di un certo rispetto e timore da parte degli automobilisti, perfino i più "coatti" usano dare la precedenza al pedone anche quando questo attraversa la strada dove non dovrebbe. Qui è l'opposto, le auto non fanno il minimo cambiamento di rotta per evitare il disastro, anche una leggera frenata sembra essere una cosa alla quale non si ha alcun diritto. Attraversare gli ampi viali su cui procedono a velocità folle antichi catorci a quattro ruote diventa dunque un'impresa di calcolo di traiettorie che richiede grandi doti matematiche e spesso grande fortuna, ma anche quando le auto sono incolonnate nel traffico e ci si procede in mezzo zigzagando, se una di queste avanza lentamente, anche quella dietro pretende di farlo, noncurante se c'è qualcuno in mezzo. Particolare attenzione meritano i taxi e i "service", pulmini collettivi che caricano e scaricano passeggeri ovunque mediante repentini accostamenti al marciapiede. Questi mezzi tentano di stipare nell'abitacolo chiunque vada a piedi, prima con decisi colpi di clacson, poi se il pedone non reagisce lo puntano sempre di più finché egli è costretto a salire a bordo o a scappare sul marciapiede, per evitare di essere spiaccicato. Giorni prima durante una passeggiata ho fatto l'errore di chiedere un'indicazione ad un guidatore di questi "service" in sosta, lui mi ci voleva portare , ma io avevo voglia di camminare perché ero stato mezza giornata in autobus, ha detto che mi avrebbe accompagnato gratis. Non poteva intendere il concetto di passeggiata. Gli ho detto che non era questione di soldi, anche perché i taxi costano poco più di niente, ma che volevo comunque andare a piedi. La sua generosità araba non gli ha permesso di lasciarmi andare via, con l'aiuto del figlio mi hanno sequestrato di forza e mi hanno infilato nel Wolkswagen, lasciandomi poi a destinazione. Un'altra cosa a cui non mi riesco ad abituare è l'uso - o meglio - l'abuso del clacson; suonano tutti e per i motivi più insignificanti, e quando anche questi vengono a mancare, si suona comunque, solo per affermare la propria esistenza sulle strade. Si va dalla nota singola, rapida, decisa e ripetuta ad intervalli brevi, fino alle affondate lunghe e continue di trenta e più secondi quando c'è un intoppo; per non parlare poi dei camionisti, che al posto del clacson hanno la filarmonica di Vienna al completo, di loro tutto si può dire ma non che siano persone insensibili all'arte e alla musica.

Deir-ez-Zor, 7. 12. 99

Ho pellegrinato a San Simeon, dove sono i resti del tempio dedicato all'omonimo santo che visse intorno al '400. Visse per modo di dire, perché presto abbandonò il monastero in cui abitava per andare in cima alla collina, ricercando privazioni più radicali e lontano dalle già poche persone che vedeva in convento. Lassù salì in cima ad una colonna dalla quale non scese mai più, per quarantadue anni provo' giovamento dall'esposizione alle intemperie, e visto che era ancora poco, passava buona parte del suo tempo con le braccia sollevate in preghiera. Per evitare che la sua mente incontaminata fosse corrotta dal demonio sotto forma femminile, non volle che tra i pellegrini che lo venivano a vedere da tutta Europa ci fossero donne, compresa la madre. Immagino l'entità di queste sue turbe a venti metri dal suolo, se alla presenza di chi l'aveva messo al mondo non provava altro che pulsioni incestuose... Tuttavia, la sua follia doveva essere tanto grande e lodevole che lo fecero santo: San Simeone lo stilita, giustappunto. Il santuario venne costruito intorno alla colonna dove campò appollaiato, che oggi si riassume ad un ciottolone su di un piedistallo, visto che i suoi devoti, nel corso dei secoli, usavano portarsi a casa un pezzo di pietra come souvenir.
Tra le rovine del convento, insieme a me, si aggirava un gruppo di Italiani di cui ho ascoltato un po' i discorsi. Ho pensato che tra queste gite organizzate deve girare un manuale (che io non ho ancora comprato) di frasi fatte, argomenti di conversazione e lamentele da poter riciclare in ogni situazione. Ho sentito le stesse cose in ogni luogo della terra da me visitato... Uscendo ho conosciuto un altro taxi motociclista, Ahmad, che per due dollari mi ha accompagnato con il suo trabiccolo a vedere alcune tombe millenarie sparse nella zona, poi mi ha invitato a pranzo nella sua casa in campagna, tra i polli e un cavallino timido. Ci hanno accolto i suoi tre piccoli figli nella stanza disadorna, poi è apparsa la moglie, ma senza manifestarsi troppo, e mi ha salutato da lontano. Ci ha servito un pasto frugale ed è tornata all'ombra dei fornelli. Moglie e figli non hanno mangiato con noi, l'avrebbero fatto quando noi uomini avremmo finito, se fosse rimasto qualcosa.
I bambini erano impegnati a scalare il papà che ogni tanto se li sgrullava di dosso, i loro unici giocattoli erano una palla, una pentola sfondata ed un pezzo di "Mazinga", ma sembravano avere negli occhi quella luce che i bambini occidentali gonfi di cose spesso perdono. Alla fine del pranzo ho guardato Ahmad seduto in terra nella stanza piena solo delle sue creature, assomigliava a Lando Buzzanca, gliel'ho detto e ne abbiamo riso anche se non sapeva chi fosse. Ahmad, un buon diavolo, aveva la mia età ma dimostrava molti anni di più. Gli ho dato il doppio di quello che mi aveva chiesto e siamo ripartiti sulla motoretta facendo scappare pargoli e polli. Alla fermata dell'autobus ho incontrato due dei Tedeschi che avevo conosciuto a Qlat Saladin, mi hanno consigliato di visitare un "hamam" (bagno turco) di Aleppo, e così ho fatto: non potevo tornare a casa senza averlo provato. E' uno dei più antichi, e risale al VII secolo, ora completamente restaurato offre ancora un'accoglienza di altri tempi. La hall è qualcosa di immenso, come il lampadario che la illumina. Lungo le pareti su dei massicci piedistalli in marmo c'è una fila di divani per il dopo sauna. Attraverso diversi corridoi mi hanno guidato in uno stanzone ottagonale su cui davano le varie saune e bagni turchi in cui mi sono accomodato. La visibilità era nulla per la densità del vapore che in pochi minuti mi ha ridotto in un uomo distrutto, senza la minima forza di reagire a nulla. Per fortuna non c'era niente a cui dover reagire, ed è proprio questa la finalità del sottoporsi al trattamento; contrariamente a tutte le regole occidentali per cui bisogna sempre essere attivi e con il cervello in moto come un'auto ferma al semaforo, questa è una di quelle esperienze in cui si può e si deve essere completamente passivi. Dopo non so quanto tempo, il fischio del vapore che era il mio unico pensiero è stato interrotto dal secco battito delle mani del massaggiatore; attraverso i soliti corridoi mi ha guidato in un'altra grande stanza, anche questa illuminata da una miriade di fori sul soffitto a volta, da cui la luce entrava materializzandosi sul vapore in una moltitudine di raggi. Lì mi ha fatto sdraiare sul pavimento di pietra, e dopo avermi tirato un paio di secchiate d'acqua mi ha massaggiato con un guanto talmente ruvido che insieme all'energia da lottatore di sumo che usava mi pareva di essere finito tra gli ingranaggi di una ruspa, ma per poter apprezzare l'esperienza bisogna abbandonarsi liberando i propri legamenti senza opporre alcuna resistenza. Alla fine, come uno straccio uscito dalla lavatrice, mi ha infilato in sauna per circa mezz'ora, allo scadere della quale il massaggiatore si è ripresentato carico di asciugamani con cui mi ha ricoperto per poi stendermi nella hall, davanti ad un tè fumante. Non so quanto tempo ci ho messo per farmi riprendere dalla voglia di tornare a vivere e di pensare; sarei potuto restare lì in eterno guardando le figure indistinte della gente che passeggiava intorno alla fontana, il fumo che mi ondeggiava davanti e ascoltando l'eco delle voci. Ho lasciato Aleppo, e la sera sul tardi sono arrivato a Deir-ez-Zor, se non fosse l'unico posto in cui si può dormire in questa zona, sarebbe da tirare dritto il più lontano possibile. E' una città che si è sviluppata grazie al fatto che si trova in un incrocio di autostrade: quella che porta a Damasco e quella che da Aleppo va in Iraq, nonché ai giacimenti petroliferi recentemente scoperti. La guida elencava diversi alberghi, che però erano solo di lusso oppure "very dirty, grotty and noisy", l'unico che stava nel mezzo di questi due estremi era il "Khabir", dove un tassista mi ha scaricato. L'ingresso non mi ha fatto presagire nulla di buono, comunque sono andato a vedere oltre, sperando che fosse non troppo indecente; purtroppo le mie aspettative sono state deluse, a cominciare dal proprietario che mi ha assalito lasciando la cena che stava consumando con il figlio sotto una luce bassa, in un'atmosfera da "Mangiatori di patate" di un quadro di Van Gogh. Ancora col boccone in bocca mi ha mostrato un pagliericcio su cui non avrei fatto dormire neanche il mio cane, infatti in quell'albergo pareva non esserci neanche un cane. Mi ha detto che non costava molto, mentre io pensavo che gli avrei dato quella cifra più volentieri per dormire per strada, ma gli ho risposto che ci avrei pensato su. Girando intorno al palazzo ho visto un'altra insegna di hotel, con il nome scritto in arabo, sono salito per dare un'occhiata e mi sono ritrovato ancora davanti ai mangiatori di patate che quando mi hanno rivisto si sono alzati all'unisono correndomi incontro, io ho fatto un immediato dietro-front e ho cominciato a scappare giù per la stretta scala su cui mi incastravo con gli zaini, loro mi hanno rincorso fin sulla strada chiamandomi e sputacchiando cibo. Dopo altri tentativi simili stavo pensando di scappare da questa città schifosa, oppure di dare un deciso taglio alle mie finanze concedendomi un notte in uno degli alberghi "over 150 $" destinati ai petrolieri arabi; poi forse la mia delicatezza è stata messa da parte e mi sono fermato in uno degli hotel che sembravano farmi meno schifo ed in cui, ad un esame superficiale, il letto sembrava pulito.

Deir-ez-Zor, 8. 12. 99

Con un viaggio di cento chilometri in pulmino sono arrivato ad un punto indefinito nel deserto, ad un tiro di schioppo dalla frontiera con l'Iraq; da lì ho continuato a piedi verso una lontana e indecifrabile costruzione che si alzava di qualche millimetro dall'orizzonte piatto e vuoto. Lentamente, ha preso forma una lunga cinta muraria, una volta proteggeva la città di Dura Europos, fondata nel 300 a.c. per proteggere i traffici lungo il fiume Eufrate, e facente parte di una catena di città atte a questo scopo. La sua origine greca si nota dallo schema costruttivo a griglia. La sua esistenza fu presto minacciata dall'avanzare dei Persiani che l'assorbirono circa 100 anni a.c., ben presto però, la creazione dell'impero romano d'Oriente portò, l'imperatore Traiano a tentare di occuparla. Lui perì in ritirata, ma ci riuscì il suo successore nel 164 d.c., Lucio Verso, che stabilì qui una sua legione. I Romani, come era loro grande diletto, costruirono qui templi, palazzi e bagni pubblici per lo stile di vita assai godereccio che gli era peculiare; finché un imperatore Sassanide, nel 256 d.c. gli ruppe le uova nel paniere e la mise al sacco. Di qui la decadenza finché, nel 1920, una spedizione militare inglese vi trovò rifugio scoprendo uno dei suoi meravigliosi affreschi, ora trasferiti nei musei qua e là per il mondo. A Dura Europos si trovavano a convivere gruppi etnici e culturali variegati: dai Greci che mantennero a lungo la classe dirigente, agli Armeni, Iraniani, Indiani, Babilonesi, Mesopotami, Arabi, Anatoli, ed Ebrei. Questi ultimi svilupparono qui una forma artistica unica, rappresentando figure umane sugli affreschi e contravvenendo alle regole del Talmud. Quello che rimane da vedere oggi non è moltissimo, ma certamente di grande impatto. I muraglioni e le torri che proteggevano la città danno ancora immagine di forte presenza, i resti delle innumerevoli costruzioni rendono l'idea delle dimensioni della città e della vita che vi si svolgeva. Un lungo momento l'ho dedicato a guardare l'Eufrate che scorreva maestoso sotto le massicce protezioni murarie. Da lì si gode della vista del fiume e di tutte le pianure che rende fertili; i campi verdi che si stagliano dal deserto soprastante mi spiegano il significato della parola "Mesopotamia" meglio di ogni libro. Pieno di questo insegnamento ho vagato per qualche ora nella città fantasma per poi tornare sull'autostrada e tentare di stoppare un pulmino che mi riportasse nella città schifosa in cui mi trovavo costretto a dover passare un'altra notte. L'indomani sarei partito per rivedere i Beduini nel deserto. Inshallah.


Palmyra 9. 12. 99

Il pullman mi ha scaricato nella distesa di sabbia e l'autista mi ha detto di raggiungere un puntino che si vedeva in lontananza; mi sono incamminato stracarico dei miei bagagli nonché di una buona dose di biscotti, succhi di frutta e acqua, visto che oggi inizia il Ramadam, e i musulmani dalla mattina alla sera non mangiano né bevono. Siccome sarei stato ospite di qualcuno non potevo stare ad attendere i loro tempi islamici, e tanto meno potevo sperare di trovare un chiosco del falafel nel deserto. Dopo una mezz'ora di marcia il puntino cominciava a prendere la forma di camion e la mia schiena quella di un chewing gum masticato. Quando ho raggiunto la meta ho trovato un gruppo di ragazzi, due bambini ed una ragazza dal viso coperto, tutti intenti a sfamare un gregge di pecore. Nessuno parlava una sola parola di inglese, ma sono riuscito a fargli capire sulla mappa che volevo andare a Quasr al Heir-al Shakri, dove sono le rovine di un castello ed una comunità di beduini che ci vive intorno. Abbiamo comunicato un po' grazie ai segnali stradali illustrati sul manuale di scuola guida di uno di loro, e siamo riusciti a farci addirittura un sacco di risate. Ancora non riuscivo a capire se mi avrebbero accompagnato, così mi sono messo a scaricare con loro i sacchi di mangime dal camion. Ho passato un'ora in questa incertezza, finché uno di loro mi ha invitato nella cabina del camion, per accompagnarmi in un villaggio che era a metà strada dal luogo dove ero diretto; mi ha lasciato piuttosto lontano da un camioncino, l'unico presente nel paesello, dicendomi che potevo andare con quello. Mi sono stupito quando non ha voluto accettare denaro da me, ma mi ha detto che probabilmente avrei dovuto pagare il suo amico. Lui è ripartito subito, e io ho proseguito fino ad arrivare dall'altro beduino, che pascolava anche lui la sua pecora. Questo mi ha fatto subito capire che oramai ero nel deserto, quello vero, senza strade né alcuna auto di turisti che passava. Quindi mi ha dato la mazzata: voleva l'equivalente del prezzo d'affitto di un fuoristrada con autista alla Hertz, e quando tentavo una trattativa lui fingeva di non capire e tornava dalla sua pecora. A quel punto mi sono reso conto che ero stato venduto dal primo beduino al secondo, e che mi ritrovavo a scontare buona parte delle colpe del mondo occidentale. Forse rappresentavo ai suoi occhi la corruzione, la miscredenza o l'opulenza della nostra società, o forse ero solo un qualsiasi pollo da spennare. Dopo parecchio tempo ci siamo accordati per una cifra più ragionevole, e poco dopo eravamo al fortino; mi aspettavo l'ospitalità beduina di cui avevo letto sui libri di Burckardt, invece mi hanno sbattuto tutti la porta in faccia dicendo che lì non si poteva dormire. Ho deciso allora di mandare al diavolo il servizio fotografico che avevo deciso di fare su questa gente, ma di fare almeno le fotografie alle rovine e di andarmene; così io e l'autista siamo andati a prendere la chiave dal custode, un vecchio ciccione schiumoso che rideva a crepapelle della situazione in cui mi trovavo. Ha voluto che pagassi un biglietto per entrare tra le mura del castello che contenevano solo un cantiere pieno di sassi, sacchi di cemento e tavolame.
Sono uscito subito per andarmene incazzato come una belva. L'avido autista ha anche avuto la delicatezza di approfittare di quel momento per estorcermi più di quanto gli avevo dato all'andata. Invece di tentare una trattativa ho pensato se invece non era il caso di tirare fuori il mio fido coltellino svizzero con cui uso risolvere le situazioni più difficili, e poi avrei espropriato il mezzo meccanico per fuggire libero nella piana. Ancora una volta ho ingoiato il boccone per farmi lasciare sull'autostrada completamente impolverato e senza più una lira siriana in tasca. Né le auto né i pullman si fermavano al mio autostoppare, intanto un grande sole rosso tramontava all'orizzonte, ed io invece di apprezzare quel momento di vita così "on the road", altalenavo tra l'incazzato e il seriamente preoccupato per la notte gelida ed infame che avrei presto dovuto passare. Per puro caso un vecchio camion si era fermato non lontano da me ed aveva aperto il cofano del motore fumante, sembrava che mi volesse mangiare ma gli sono corso incontro lo stesso; il giovane autista stava riempiendo di acqua il radiatore in ebollizione, e la mia espressione supplichevole non ha potuto fargli rifiutare la richiesta di un passaggio. L'abitacolo era un vero forno, dai bocchettoni del riscaldamento usciva in maniera inarrestabile un flusso di aria bollente, e dovevamo viaggiare con i finestrini spalancati, così avevamo un lato della testa gelato e l'altro cotto. Il sole era appena calato, e abbiamo festeggiato la fine di quel primo giorno di Ramadam con succhi di frutta e biscottini, fino a giungere a Palmyra dove l'ho salutato. I beduini non sono poi male, l'importante è non mettersi mai in situazioni da dover essere completamente nelle loro mani (e in effetti anche questo l'avevo già letto). Sono loro i padroni del deserto e decidono chi e come lo può attraversare. La sera mi sentivo fortunato ad essere di fronte a un kebab fumante, immaginavo la terribile notte all'addiaccio che avrei potuto passare, e ripensavo a quanto è stato faticoso mantenere la calma riuscendo a parlare con il sorriso ad uno zotico che ti tiene in pugno, al panico che sale quando realizzi che intorno hai solo un mare di sabbia, non come quello a Wadi Rum, luogo bello ma turistico, pieno di gente e di opportunità. Lì è il deserto vero, quello in cui se il beduino fa i capricci sei solo, quello in cui i profeti hanno le visioni notturne.

Palmyra 10. 12. 99

Oggi mi sono svegliato contento di essere vivo e nella civiltà; ho assaporato le melodie di clacson e moto smarmittate che facevano tremare i vetri delle finestre al loro passaggio. Al momento di uscire dall'albergo mi sono reso conto che il tempo faceva alquanto schifo; Palmyra è sicuramente il luogo più importante e più bello di tutta la Siria, e fotografarlo sotto la luce di un cielo plumbeo avrebbe certamente tolto parecchio del fascino di quelle rovine. Così mi sono arenato nel bar dell'hotel, pensando che ci avrei dovuto passare tutta la giornata, e rimandare il mio lavoro all'indomani. Fortunatamente dopo un oretta qualche sporadica chiazza azzurra faceva capolino dal tappeto grigio uniforme del cielo, così sono partito alla volta del sito archeologico. Le rovine romane che mi attendevano sono state, insieme a quelle di Baalbek, le più impressionanti del viaggio: ben conservate e restaurate, lasciavano immaginare gli antichi fasti delle civiltà che l'abitarono. L'oasi è stata il richiamo per la gente del deserto fin dal Paleolitico, poi seguì la successione di popoli conquistatori già trovata in altri luoghi di questa zona: passarono gli Assiri, i Persiani, i Greci, se la litigarono Romani e Persiani in un ciclo di invasioni e contro invasioni, ma Palmyra seppe sopravvivere grazie al suo ruolo di mediazione, e grazie specialmente ai commerci tra le due parti in guerra che da lì dovevano passare, visto che le rotte più a nord lungo l'Eufrate cadevano in disuso. Divenne presto la più importante tappa per le carovane, strappando il titolo a Petra; lo stato di "città libera" (ovvero senza tasse) che le regalò l'imperatore Adriano le fece vivere il suo più grande momento di sviluppo e magnificenza.
La riscoperta della "Sposa del deserto" avvenne alla fine del 1600, quando un lord Inglese, attratto dalle leggende delle sue favolose rovine organizzò una spedizione. Tornarono a casa derubati anche dei vestiti, ma alcuni anni dopo ci riprovò il Dott. Halifax che si era premunito di una lettera di presentazione dello Sceicco e di una scorta. I loro resoconti aprirono la strada ad altre spedizioni che si susseguirono negli anni portando alla luce sempre nuove scoperte. Le influenze artistiche furono molteplici, e creano uno stile tutto proprio della città, ma quello che affascina è anche pensare a quello che non è ancora stato scavato. Dietro le rovine, in cima ad una montagna irta e sassosa, vigila un castello ottomano dall'aspetto inconquistabile; nel pomeriggio l'ho raggiunto con una faticosa scalata, e davanti all' ingresso tre bambini poveri hanno tentato di smerciarmi delle cartoline. Tra tutte le cose che mi potevano vendere quella era la più difficile, gli ho dato lo stesso un generoso mucchio di spiccioli ed una scatola di biscotti sulla quale pensavo si sarebbero lanciati, invece il più grande di loro l'ha presa e l'ha messa da parte con il tacito consenso degli altri, che guardavano per terra rassegnati. Gli ho assicurato che erano per loro e che li potevano mangiare, ma uno di questi mi ha indicato il sole che si preparava a regalarci un tramonto velato, e finché ciò non fosse accaduto, i biscotti sarebbero rimasti lì a stimolare i loro succhi gastrici. "Ramadam !" ha aggiunto, alzando il ditino e socchiudendo le palpebre come fanno i grandi.
Gli ho chiesto se loro non fossero troppo giovani per questa pratica, il più piccolo avrà avuto cinque anni, il quale mi ha ripetuto: "Ramadam !". Sono sceso e sono ripartito verso Damasco, dove sono arrivato a notte inoltrata, dopo aver fotografato un tramonto grigiastro con i filtri colorati.

Damasco 11. 12. 99

Quella che pensavo una semplice pratica burocratica era invece una "via crucis" di diverse stazioni: sono salito e sceso per interminabili scale, fatto file, procurato fotografie, compilato moduli in quadruplice copia, e li ho portati ad un generale per la firma. Tutto questo succedeva negli affollati uffici dell'immigrazione. I militari al bancone, sempre guardandomi con sospetto (non so se lo facevano per abitudine o per il "F. pubblicitario"), mi hanno detto di ripassare domani. Dopo diverse suppliche (e con mia gran sorpresa) sono riuscito a convincerli a rendermelo in pomeriggio con un timbro che premiava le mie fatiche. Espletata la formalità sono finalmente andato a vedere il museo nazionale, dimora di buona parte dei reperti trovati nei luoghi visitati finora; erano le 14 quando ho pagato profumatamente il biglietto d'ingresso ed ho cominciato a girare per le sale, allestite in modo da non valorizzare per nulla le meraviglie che contenevano. Anzi, alcuni reperti erano abbandonati nelle vetrine fatiscenti e piene di polvere, insieme ad insetti deceduti da tempo sotto le lampadine fulminate. Ero abbastanza deluso di vedere oggetti così importanti e rappresentativi per la storia dell'umanità tanto disprezzati, quando un custode mi ha invitato all'uscita. Gli ho ricordato che sul cartello all'ingresso c'era scritto che il museo chiudeva alle 16, ed erano le 14,45 appena; lui mi ha risposto bruscamente che durante il Ramadam si chiude un'ora prima, siccome oggi avevano tutti fame, si anticipava ulteriormente. Io sono diventato furioso, mi sono accanito con il custode che fuggiva per i corridoi echeggianti scacciando altri turisti, poi sono andato a cercare il bigliettaio che non mi aveva avvertito, ma lui prontamente si era dileguato, lasciando al suo posto una collega che quando ha sentito il mio tono ha iniziato a non parlare più l'inglese.

Damasco, 12. 12. 99

Sono stato a Maaloula, un paesino sulle montagne a nord di Damasco, è un luogo famoso perché fino a pochissimo tempo fa ancora si parlava l'aramaico, l'antichissima lingua parlata anche da Gesù. A Maaloula c'è una comunità cristiana devota a S.Tecla, che fu una delle prime della zona a convertirsi a questa religione; il padre, persona d'ampie vedute, non accettò la cosa e la mandò a morte. Lei fuggì attraverso le gole della montagna e trovò rifugio in una delle innumerevoli grotte, dove si ritirò e morì per cause naturali. Dopo questo fatto i primi insediamenti cristiani si stabilirono nella zona, popolando le caverne che li proteggevano dalle persecuzioni. Oggi troviamo il monastero dedicato alla santa, con il relativo romitorio; un'altro monastero sta in cima al monte, cui si accede da una stretta gola.
Tornato nella casa di Raja dove continuavano ad ospitarmi, mi sono schiantato sul letto distrutto dalla fatica e dallo stress accumulato in quei giorni, cui si aggiungono le difficoltà per mangiare, bere o semplicemente per fumarsi una sigaretta. Il Ramadam non è certo una pratica lieta per gli epicurei.

Amman, 13. 12. 99

Sono partito per Bosra, vicino al confine Giordano, arrivato lì pioveva, e il paese era tristissimo. Le fotografie non si potevano fare, così sono subito andato ad Amman; ho preso un taxi, piccolo, vecchio e bruttino; insieme a me c'era un arabo che continuava a parlarmi nella sua lingua, pretendeva che lo capissi meglio alzando la voce, allora io dicevo di sì e lui era contento. Ci siamo fermati sotto la casa dell'autista ciccione, che ha iniziato a caricare stecche di sigarette ed altri beni di consumo con cui riempiva ogni minimo interstizio della macchinina. Siamo arrivati alla frontiera in uno stato che mi faceva pensare alla parodia di un contrabbando, io però mi preoccupavo più della mia situazione di "spia" e della busta piena di pellicole, potenziale vittima di un sequestro al quale mi sarei opposto con scenate tragiche ed appellandomi a chissà quali convenzioni internazionali. Abbiamo passato liscia la frontiera siriana, poi ci hanno messo tutti in fila nella "terra di nessuno" prima del confine giordano; le auto erano sottoposte ad un interminabile e minuzioso controllo dei bagagli, poi arrivava un doganiere armato di lampada e cacciavite per lo smontaggio delle macchine più sospette. Dagli sguardi preoccupati e dal modo di parlare dei tassisti, per me tutte le auto presenti erano sospette; al nostro turno hanno chiesto al ciccione che mi accompagnava di vuotare il portabagagli, e così lui ha fatto, forse già sapeva che non gli avrebbero chiesto di guardare nel cassettino portaoggetti e sotto i sedili, dai quali si vedevano benissimo le stecche di "bionde" che facevano capolino. Allora il poliziotto ha cominciato a scrutare nel cofano del motore, sotto la batteria ed in luoghi che non avrebbero potuto contenere nulla, poi ci ha lasciati andare. Dopo questa perquisizione quantomeno curiosa, sono arrivato ad Amman, pervaso da uno strano senso di libertà, ho sentito che non avevo nulla da nascondere e di cui preoccuparmi. Finalmente rivedevo le autorità con l'indifferenza di un turista standard.


Amman, 14. 12. 99

La giornata l'ho trascorsa senza nulla fare, ho bighellonato in giro per Amman ed il suo suq, ho comperato un narghillè ed una giacca "Timberland" che sembra vera; buona parte del tempo l'ho passato leggendo con altri viaggiatori in albergo, l'unica "zona franca" dove si può bere e fumare senza essere rimproverati. Il giorno dopo visita ai castelli nel deserto, sperando che non piova. Inshallah.

Amman, 15. 12. 99

Sono partito alle nove insieme ad un Americano, un Francese tirchio e Antonio, un ragazzo di Firenze. Guidava l'auto un vecchio signore rugoso e bianco per antico pelo; io ho parlato in inglese per mezz'ora con il Fiorentino prima di scoprire che era Italiano, ma avevo dato per scontato che lui fosse Medio Orientale e lui era certo che io fossi Tedesco. Dopo un'ora di deserto siamo arrivati al primo castello, ci ha accolto un beduino annunciando che si entrava gratis, ma che quando saremmo usciti gli avremmo dovuto dare un dollaro a testa. Io ho chiesto se c'era un biglietto da pagare, lui ha sentenziato: " In the desert no ticket !". Il Francese ha pontificato: "No ticket, no money !".
Un altro viaggio lungo le terre arse ci ha portato fino ad incontrare altri piccoli fortini disseminati nella sabbia; erano di proprietà della dinastia nomade Umayyad, e anche quando questa si stabilì a Damasco, il loro contatto con il deserto fu mantenuto tramite queste postazioni. La loro funzione non è certa, alcuni erano insediamenti agricoli, posti di frontiera o rifugi per i commercianti, altri luoghi di villeggiatura e bagni termali per gli Umayyad.
Lungo la strada, il tassista orgoglioso ci ha ricordato che qui gli Irakeni 10 anni fa avevano abbattuto un aereo americano, nella stessa zona cadevano i pezzi dei missili spediti da Saddam su Israele colpiti dai "Patriot". La sera dopo cena, Antonio ed io ci raccontavamo davanti un narghillè (unico contatto rimasto con qualcosa che ricorda il vizio e il peccato) dei disagi che il Ramadam stia creando a noi cristianucci; già in tardo pomeriggio la gente comincia ad apparire alquanto nervosa per il non mangiare né bere, per il non poter fumare né trombare. Appena il sole cala è la confusione totale: nessuno dà più confidenze, chiudono i negozi, il traffico diventa parecchio irrequieto e non esistono quasi i trasporti perché tutti imprecano, scappano a casa a nutrirsi, fumare, bere, etc...
Noi non musulmani oltre a dover subire questo stato di cose ci troviamo costretti a doverci sfamare di nascosto in albergo come dei ladri; lui mi ha raccontato di essere stato duramente rimproverato per strada da un anziano perché si stava sgranocchiando un biscottino; io invece più volte mi sono inavvertitamente acceso una sigaretta o attaccato alla bottiglia dell'acqua, suscitando le ire da parte di quelli che hanno deciso di rinunciare a qualcosa. Li rispettavo, e sotto qualche aspetto li ammiravo pure per questa loro sterile e dannosa ricerca delle privazioni, non approvavo le imposizioni. Su di loro poi, il risultato non è dei migliori, perché da persone amabili e tranquille che sono, si trasformano in individui irritabili ed inquisitori, impegnati in una pratica che, se imposta, mi sembra portarli lontano dall'armonia con il mondo che hanno intorno, e dalle cose che rendono felici. Poi io e Antonio, con fare da cospiratori, abbiamo progettato quello che sarebbe avvenuto al nostro ritorno in Italia: banchetti a base di porchetta e Chianti a mezzogiorno, che si sarebbero conclusi con grandi cannoni delle migliori qualità di fumo ed orge digestive. Situazione in cui, almeno io, mi sarei trovato in meno di 48 ore. Inshallah.


Amman, 16. 12. 99

In compagnia di due americani ho visitato le rovine di Jerash in una splendida giornata di sole. Faceva parte della "Decapolis", dieci città tra cui Damasco, Amman, Umm Quais ed altre, legate tra di loro da una sorta d'alleanza, ma non è chiaro se fosse un accordo politico, commerciale o puramente culturale. Originariamente faceva parte di una catena di città fortificate per difendere il territorio dalle tribù nomadi dell'est, ma il suo vero periodo di fioritura si deve ancora una volta ai Romani, che dettero pace e stabilità alla regione, la "Pax Romana"; in quel tempo la città era sulla rotta tra Damasco e il Mar Rosso e tra Pella e il Mediterraneo, l'agricoltura prosperava, e teatri, bagni pubblici e templi crescevano come funghi. Questi furono convertiti in chiese durante l'epoca Bizantina e saccheggiati poi dai Sassanidi nel 614. Fu abitata fino al 13° sec., e il mondo occidentale la conobbe nel 1806 grazie ad un tale Ulrich Seetzen, viaggiatore Tedesco.
Tra i viali ed i resti romani pensavo a come se la godevano qui ai bei tempi, quando i Cristiani che professavano i benefici delle sofferenze li facevano giustamente sbranare dai leoni al Colosseo, e Maometto non era ancora andato nel deserto in cerca di quelle esperienze visionarie che avrebbero cambiato il mondo.

Amman, 17. 12. 99

Ero finalmente in volo verso Roma, beato di tornare. Ripensavo che la mattina alla stazione dei taxi quando ho chiesto ad un ragazzo dove potessi bere un tè lui mi ha risposto: "No tchai, Ramadam !" alzando il dito e socchiudendo gli occhi. Io indicando il cielo ancora buio gli ho ricordato che non era ancora ora, ma lui guardandomi severo ha ribattuto: "Ramadam !". Me ne sono andato imprecando: "Cazzi vostri! Io tra quattro ore sto in Italia !!!".
Sull'aereo, guardando le autostrade che si perdevano nel deserto mi sono messo le cuffiette ed ho sintonizzato sul canale che trasmetteva la musica occidentale più "coatta" e commerciale, quella che finora ho sempre disprezzato. Ho alzato il volume al massimo e mi sono accorto che mi piaceva spararmi nella testa quella spazzatura. Già pregusto paradisi artificiali in un "rave" a cui non sono ancora mai stato, voglio rimorchiare una shampista ed avere con lei una notte di sesso satanico senza sapere neanche il suo nome, voglio andare con i miei amici a fumare sulle rovine millenarie della mia città, voglio attraversarla in motorino contromano sfuggendo ai vigili urbani, voglio fare le ore piccole chiacchierando con le turiste tedesche a Trastevere, mi voglio fare un metro quadrato di pizza con la mortadella dal fornaio sotto casa, e voglio vivere la mia città come non mi sono mai accorto d'averla vissuta.

Tutti i racconti sono protetti da copyright.
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STATION WAGON

 


Roma 4. 8. 1999

Erano le cinque della sera quando sono uscito da casa per andare a prendere V. al Tiburtino. Ben presto il traffico intenso mi ha bloccato a metà strada, proprio sotto un pilone di cemento della Tangenziale Est. I Romani erano stretti nelle scatolette nervose sotto il sole ancora rovente, e davano il meglio di loro impegnandosi in inutili manovre. Io che ero appena all'inizio di una lunga e faticosa via mi sono messo in posizione zen di risparmio di energia, con lo sguardo fisso nel nulla e la mente già sulla Roma-Firenze. Sono arrivato da V. dopo due ore e con i nervi a pezzi; come immaginavo, non era ancora pronto, parlava al telefono con la fidanzata che gli recitava le ultime raccomandazioni, " Io allora vado.." ha tagliato corto lui, "Almeno usa i preservativi, se proprio devi… " ha risposto lei manifestando grande fiducia.
Da tutte le persone a cui ho annunciato che stavamo andando nei paesi dell'est ho ricevuto lo stesso sorriso ammiccante, poi quando aggiungevo che il nostro scopo principale era scalare i Carpazi e dormire tra i lupi mi sbottavano a ridere in faccia dandomi del bugiardo o del coglioncello. Noncuranti dei giudizi abbiamo caricato gli zaini alla rinfusa nella Peugeot familiare e abbiamo tracciato la rotta più breve per la Romania, solo che in mezzo c'è il mare, quindi siamo passati per Trieste. Sull'autostrada abbiamo diviso equamente le sostanze che usavamo arrotolare nelle cartine e che avrebbero rallegrato la nostra gita, l'idea di doverci separare perché solo uno di noi doveva andare in prigione non ci piaceva, sarebbe stato bello condividere anche l'esperienza del carcere bulgaro. "Vabbè, cosa ci potranno fare, in fondo siamo turisti…" mi ha detto V., " Si, si, hai proprio ragione, e magari laggiù è legale e ci preoccupiamo per niente! " ho mentito io , pensando che se non andava bene alla frontiera, quando saremmo usciti dalla galera non ci saremmo nemmeno riconosciuti.
V. ha voluto portarsi la canna da pesca perché uno degli obiettivi della sua vita è riuscire a sopravvivere senza provviste; uno dei miei è riuscire a fotografare senza portarmi l'attrezzatura, così ho cominciato a ridurla al minimo indispensabile: un corpo macchina, due zoom, tre filtri, un cavalletto. Prima di arrivare a Venezia ci siamo fermati a dormire in una pensione, e fumando sul balconcino ci siamo chiesti se non era il caso di buttare via le "modiche quantità" e per proseguire così più leggeri. Ci siamo guardati seriamente per un istante e poi siamo scoppiati a ridere rompendo il silenzio della notte lagunare.

Croazia 5. 8. 99

La mattina V. doveva andare in banca, così siamo passati a Venezia. Subito la città ci rapisce, vaghiamo per ore ed ore tra i vicoli e i canali, bevendo bicchierini di vino per le osterie e incartando cannoni nei "sotoporteghi".
In pomeriggio siamo partiti per la Croazia e la sera, stanchi, ci siamo fermati a dormire in un albergo; la coppia di gestori ci ha subito dimostrato quanto siano simpatici da queste parti… Già alcuni amici che avevano visitato questa zona mi avevano avvertito, ma pensavo che fosse uno dei tanti luoghi comuni in giro per il mondo. Invece hanno saputo fornire prova di grande stronzaggine quasi tutti, dai camerieri scorbutici e poco loquaci alla gente a cui chiedevamo informazioni che rispondeva di malavoglia e spesso sbagliando.
Ci siamo addormentati sperando che almeno il mare fosse bello.

Croazia 6. 8. 99
Un motivo per cui molti turisti continuano ad andare in Croazia esiste, e sono le sue coste.
V. ne approfittava per pescare inutilmente. Aveva sfoderato la canna e le esche a cucchiaino multicolore che gli aveva prestato un suo cognato pescatore, di cui spesso cita teorie ittiche e ne narra le leggende consumate sul greto di torrenti o in riva al mare. V. dice pure di aver visto un documentario sulla vita e le abitudini alimentari dei pesci in quel tratto di mare, e pare proprio che siano golosi di cucchiaini in acciaio "made in china" come quelli che lui ha in dotazione. Io intanto mi sentivo stupido raccogliendo legna per un fuoco che, nonostante l'ottimismo di V., non avrebbe mai cotto nulla.
Dopo aver consumato due mesti tramezzini siamo partiti per l'Ungheria, durante il viaggio passavamo in paesi che avevano vissuto recentemente la guerra e che ancora ne portavano i segni, sulle facciate di alcune case i colpi di fucile ci ricordavano che dieci anni fa saremmo stati ancora meno graditi d'ora. Ci siamo fermati a dormire poco prima del confine, con la macchina in ebollizione. E' capitato poco dopo che avevamo litigato, perché un'altro degli obiettivi di V. è riuscire a guidare senza toccare il volante. Per ora si allena togliendo entrambe le mani dallo sterzo per accendersi una sigaretta o per fare qualsiasi altra cosa, indipendentemente dalla velocità a cui sta andando e noncurante delle mie proteste.
E' capitato già un'altra volta in Corsica che dopo una furiosa discussione per futili motivi siamo rimasti imprigionati dalla marea sugli scogli dove avevamo passato la giornata. Così fummo costretti a dilaniarci le gambe ed i piedi spogli tra i rovi di una drammatica "via crucis": quattro ore per guadagnare la strada sopra di noi lontana solo cinquanta metri. Ancora lo ricordiamo come un incubo, ma per fortuna si litiga raramente.

Arad 7. 8. 99

Siamo partiti sotto il sole per giungere alla frontiera di Barcs mezzi bolliti, ed oltre ad aver già perso la borchia di una ruota il doganiere era di una bruttezza fuori dal comune. Ha voluto lo stesso uscire dal gabbiotto in cui lo tenevano rinchiuso ed ha scrutato nel portabagagli dove non ha indagato oltre il primo strato di mutande sporche e calzini fetidi.
Ci ha congedato con un sorriso sdentato ma ammiccante, che mi ha ricordato quello che mi rivolgevano i miei amici all'annuncio del mio viaggio, ma noi in quel momento riuscivamo a visualizzare solo la prigione ungherese quasi scampata. Siamo così entrati da uomini liberi nel paese limitrofo che non era proprio come lo aspettavamo, nelle espressioni delle persone mancava la tristezza e la malinconia d'eredità sovietica, anzi, erano tutti impegnati nello shopping mattiniero di un sabato paesano. Appena sceso dall'auto per cercare una banca mi sono trovato circondato da una moltitudine di biondine, e ho chiesto un'informazione a quella più interessante. Mentre mi parlava sorridendo io avevo serie difficoltà a tenere in mente quello che diceva, ho farfugliato un "Thank you !" guardando il suo corpo da copertina di "Playboy" che si allontanava dentro la tutina azzurra che poco spazio lasciava all'immaginazione. Quando si è girata per profondermi un ultimo sorriso mi ha trovato imbambolato, ancora in mezzo al marciapiede con la mascella calata e un'espressione ebete. Quando sono tornato ho ritrovato V. che invece di fare la guardia alla macchina stava sbavando dietro tutte le ragazze che passavano. Ha cercato di trattenermi in quel luogo che invitava alla perdizione, ma l' ho convinto ad andare, assicurando che le migliori dovevano ancora arrivare e che i Carpazi attendevano di essere calpestati dai nostri scarponi fangosi. Lui ha capito che (forse) avevo ragione e così abbiamo attraversato d'un fiato tutta l'Ungheria fino ad arrivare in pomeriggio alla frontiera di Nàdlac, dove ci attendeva una lunghissima fila di automobili distese di fronte alla dogana.
Erano quasi tutte vecchie ed ingombranti macchine occidentali di rumeni emigrati, tra queste scoppiettavano alcune "Trabant" dalla meccanica socialista, distribuendo i fumi densi e bianchi propri dei motori a due tempi. Le file disordinate, il caos all'ufficio visti, la povera gente e i bambini che vendevano un paio di scarpe ci hanno reso immediatamente la sensazione di essere in un paese del terzo mondo. Quando al cambio per 30 dollari mi hanno dato un mazzo di banconote alto cinque centimetri questa sensazione fu confermata. Abbiamo passato il confine dopo più di un'ora per entrare in una zona agricola, dove i contadini camminavano lungo la statale sotto i loro buffi berretti e povere mercanzie nelle ceste. Presto siamo giunti nella periferia di Arad, un allineamento interminabile di palazzoni grigi tutti uguali e disposti a schiera, si guardavano tristi e partorivano dai portoni fatiscenti orde di bambini luridi. Le costruzioni sistemate rispettando un ordine geometrico stonavano con le cataste di macerie, i cani morti sulle strade melmose e tutto il resto. Arad è una città di passaggio, non ha alcuna attrattiva e non vediamo l'ora di andarcene; domani partiremo per Brasov, e quando pensiamo che siamo a sole sei ore di viaggio dalla Transilvania ci sentiamo Fantozzi e Filini nella loro tragica missione sui Carpazi.

Brasov 8. 8. 99

Abbiamo viaggiato per ore attraverso le campagne bruciate dalla calura prima di giungere a più fertili lande con i prati rigogliosi e la sagoma lontana dei Carpazi. Spigolosi e cupi si ergevano tra le nuvole nere. La sfida ormai è stata lanciata, dobbiamo arrivare a tutti i costi in cima ad uno di quei picchi per vedere da lassù l'eclissi prevista per il giorno 11 di questo mese; ormai non ci sono doganieri né biondine sul nostro cammino e nulla ci può fermare, a parte la macchina che ci sta dando alcuni problemi al motore. Pensiamo che possa essere il carburatore o il filtro della benzina, oppure le candele, l'iniezione, il carburante sporco o addirittura lo spinterogeno che non ha. In ogni modo, tossicchiando e strattonando ci ha portato a Brasov, città dall'architettura medievale ai piedi delle montagne Bucegi , che presto scaleremo. Appena abbiamo parcheggiato vicino alla piazza centrale si è avvicinato un tipo dalla stazza capiente, e in italiano ci ha dato alcuni consigli su come sopravvivere in Romania: MAI cambiare i soldi per strada, MAI guidare dopo aver bevuto alcool, usare SEMPRE i preservativi. Si chiamava Roberto ed era qui da sei mesi; pensionato, dice, anche se dimostra 45 anni, tra poco ripartirà per andare a svernare in Veneto. Sembra che per lui la vita non debba rivelare altre sorprese, ma con la gentilezza di un italiano che trova dei connazionali all'estero (anche se per lui il Veneto non è Italia, e lì la sua polo verde ha acquisito una connotazione politica) si è messo al telefono per trovarci una camera ad un prezzo onesto. Intanto, passeggiando per il corso sfilavamo in mezzo ad una folla di ragazze stupende (la leggenda della Romania) e Roberto a suo dire ne aveva possedute parecchie. La casa che ci ha trovato, invece era di un'amabile signora a forma di barattolo. Questa ci ha mostrato dove viveva col marito: una piccola stanza ed un salottino dove si sarebbero trasferiti durante il nostro soggiorno, il che ci faceva sentire abbastanza in colpa, soprattutto per la cifra irrisoria che ci hanno chiesto in cambio.
La camera era povera e grondante di arredamento kitsch; era pulita però, sembrava di essere in visita da una vecchia zia.
Durante tutto questo, V. ha perso la non modica quantità che deteneva...

Brasov 9. 8. 99

Mi trovavo a fare un tour fotografico per la città quando ho conosciuto Roxana, un'affabile Rumena che mi ha fatto da guida con la calda ingenuità dei suoi 18 anni. In pomeriggio io e V. siamo andati a cercare il meccanico per sistemare la macchina, questo non era in officina e il ragazzo di bottega mi ha fatto segno con il pollice che stava bevendo all'osteria, dopodiché ha lanciato uno sguardo di compassione alla Peugeot parcheggiata sotto al sole. Lo abbiamo trovato al riparo di un ombrellone, completamente sbronzo, ma non abbastanza da non capire che era l'unico che ci potesse aiutare. Durante il giro di prova il difetto è misteriosamente sparito, come i dolori quando si va dal medico, in ogni caso il meccanico ha guardato a lungo e da lontano il motore con un'oscillante espressione interrogativa, finché io ho notato un tubetto rotto sul carburatore. Lo abbiamo cambiato anche se ero quasi certo che non potesse essere quello la causa del malore. Lui, in ogni caso era soddisfatto, gli abbiamo pagato una birra ed un suo amico che ci aveva fatto da interprete ci ha detto di dargli 1000 lire italiane, che lui ha iniziato a scrutare barcollando come faceva con il motore.

Parco naturale Bucegi 10. 8. 99

Siamo partiti la mattina di buon ora, e abbiamo salutato la signora che ci ospita portando in dono due vaschette di gelato, lei si è commossa tra le sue rotondità. Arrivati a Bustemi ci siamo caricati in spalla gli zaini strapieni di provviste, tenda, sacchi a pelo, vestiti pesanti, acqua (5 litri), canna da pesca, macchina fotografica, una modica quantità, cartine geografiche e non. Più una fiaschetta di vodka "Kazaciock" per i momenti più tristi. Eravamo pronti per salire alla "Cabana Babele" in funivia per poi continuare a piedi verso una vetta. Avevamo fatto i conti senza l'oste, perché era proprio il giorno di chiusura, dunque ci siamo incamminati di buona lena per il sentiero dalla pendenza già esagerata alla partenza. Attraversavamo scenari da favola tra le pinete abbarbicate sopra le rocce a strapiombo, a tratti ci dovevamo arrampicare aiutandoci con le mani. Di fronte a noi si ergevano pareti verticali alte anche 200 metri e sotto strapiombi senza fine.
La salita sotto gli zaini pesanti all'inverosimile ci ha suggerito di liberarci di un po' di zavorra, così abbiamo svuotato una bottiglia d'acqua e ne abbiamo bevuta il più possibile dalle altre.
Quella Transilvania che stavamo vivendo non coincideva proprio con quello che rientra nell'immaginario collettivo, niente nebbie, nessun castello né pipistrello, e tanto meno la solitudine di boschi tetri: era una magnifica giornata con 35 gradi all'ombra, uccellini che cinguettavano e bestioline che brucavano, sul sentiero incontravamo spesso altri scalatori variopinti e multilingue. Abbiamo compreso che non eravamo nel pieno della forma fisica per una scalata del genere, erano giorni che passavamo seduti in macchina e quella era la nostra prima uscita… Durante la salita abbiamo mangiato un panino seduti in bilico su un precipizio, accovacciati sulle rupi avevamo apparecchiato le fette di pane sulle ginocchia e puntellato il salame con i sassi, finché a V. è scivolata una bottiglia d'acqua che mi sono visto passare a pochi centimetri; le mani occupate da un gran numero di oggetti non mi hanno permesso una pronta reazione, quindi l'abbiamo guardata rimpicciolirsi per poi sparire in una gola. V. preso da uno slancio di ecologismo si è incamminato per il recupero, pensando che si sarebbe fermata nel primo fosso, invece lui sparisce per più di mezz'ora per poi tornare dilaniato dai rovi e senza bottiglia: "Si deve essere disintegrata !", mi ha detto. Più avanti abbiamo fatto un bagno nell'acqua gelata di una pozza formata dal ruscello che stavamo costeggiando; la salita era un massacro e gli zaini cercavano di sbatterci giù per le scarpate. Per di più il terreno era talmente scosceso che non si poteva campeggiare, sempre che non volessimo fare la fine della bottiglia. Parecchie volte siamo stati tentati di abbandonare l'impresa e tornare a Brasov dalle biondine, ma le emozioni forti costano sacrifici, quindi ben determinati ad arrivare ci siamo alleggeriti ulteriormente bevendo tutta l'acqua possibile e fumando grossi cannoni. Faceva buio quando siamo riusciti ad arrivare alla "Cabana Babele", era una baracca di legno ma ci sembrava la reggia di Versailles, ci siamo fermati a guardarla a lungo seduti su un masso per essere più sicuri che non fosse un miraggio su quel monte bastardo.
Alle 21, eravamo già a letto, dopo una cena frugale ed una vodka "Kazaciock" bevuta sullo strapiombo, facendo ciondolare le gambe sul panorama.

Parco naturale Bucegi 11. 8. 99

Era arrivato il grande giorno, presto l'ultima eclissi del millennio e probabilmente l'unica che avremmo visto avrebbe oscurato il cielo di quella rocca.
Abbiamo studiato sulla cartina quale poteva essere la zona migliore per assistere all'evento ed abbiamo individuato uno dei punti più alti della zona, un picco a forma di torre che si ergeva su un ampio prato distante un paio di chilometri da lì. Lo abbiamo raggiunto e ci siamo sistemati sull'erba sofficissima che ne tappezzava l'estremità; sotto di noi formicolavano gruppetti di turisti, e a nord si vedeva un imponente ripetitore TV con la caratteristica forma di un missile nucleare sovietico anni '60, però verniciato a strisce bianche e rosse.
Mentre si avvicinava il momento fatidico sentivamo le voci lontane farsi isteriche ed i cani abbaiare nervosamente, un gregge di pecore che fino a quel momento erano state a brucare silenti hanno cominciato a belare. Il sole che si intravedeva dietro le nuvole ha cominciato ad essere lentamente oscurato da un disco nero, che lo faceva rassomigliare sempre più ad una luna, e lontano sul cielo basso si stendeva un morbido tappeto di nubi nere tuonanti e cariche di pioggia. Attraverso queste filtravano dall'alto raggi di luce che si perdevano giù per le gole fumanti di nebbia. Noi due eravamo sospesi in un paesaggio surreale che sembrava essere disegnato da Magritte: sdraiati su quel tozzo monolite che sorgeva dalla cresta della montagna svettando tra le nuvole elettriche. Queste ben presto hanno tappezzato tutto il cielo lasciandoci vedere solo a brevi tratti lo spettacolo; ma forse gli effetti dell'eclisse si avvertivano più a terra che su in alto: l'atmosfera si andava colorando di una luce rosso-viola, i bambini hanno iniziato a urlare, ed i fidanzati a baciarsi, finché alle 14,07 il sole si è completamente coperto ed uno squarcio tra le nuvole ci ha concesso la grazia di mostrarci una corona iridescente che ha reso tutto immobile.
Le pecore si sono addormentate pensando che fosse notte, e i rumori hanno cessato insieme al vento gelido che ci aveva spazzato fino a quel momento, tutti eravamo concentrati ad apprezzare i minimi particolari di quel momento unico, scrutavamo le montagne che non erano mai state così ferme. Il missile-ripetitore, scempio paesaggistico, era adesso in armonia con la scena e a noi sembrava di essere lì da sempre in attesa di quell'istante.
Poi, tutto è finito. Uno spicchio di luce ha cominciato a riapparire e le nuvole si sono affrettate a coprirlo come un gigantesco sipario, io ho sentito di riacquistare il peso che avevo avuto la sensazione di aver perso 15 minuti prima.
Gli applausi distanti hanno accompagnato la nostra calata dal picco, dovevamo affrettarci perché c'erano da percorrere circa dieci chilometri ed il tempo prometteva male. Da queste parti tutto può cambiare molto rapidamente e non ci si può fidare di alcuna previsione, specialmente delle nostre. Così, con il nostro carico di bagagli ancora spaventoso ci siamo avventurati per il sentiero che passava sulla cresta dei monti; subito siamo entrati in una massa di nebbia impenetrabile alla vista ed eravamo circondati da tuoni e lampi. Finalmente avevamo trovato la Transilvania dell'immaginario collettivo, dove ci stavamo lanciando con incosciente entusiasmo.
Mi aspettavo che da un momento all'altro qualche bestia assetata di sangue saltasse addosso a V. portandoselo via tra le nebbie. Anche lui pensava che sarebbe capitato lo stesso a me, e abbiamo scherzato a lungo sul fatto che il film "Un lupo mannaro americano a Londra" iniziava esattamente così… Però lucidamente pensavo che la cosa più probabile in quelle condizioni era essere centrati da un fulmine. Durante la discesa abbiamo incrociato una coppia di rumeni che passeggiavano senza equipaggiamento alcuno: ci hanno sorpassato trotterellando e poi li abbiamo visti abbandonare la strada per tagliare i tornanti attraverso i boschi; sono riusciti da questi un paio di volte finché sono stati inghiottiti dalla macchia sparendo dalla nostra vista per sempre.
V. ha visto un documentario sulla vita dei licantropi in cui si affermava che preferiscano di gran lunga alimentarsi di giovani coppie rumene che dei più coriacei turisti italiani.
Nonostante tutto siamo riusciti ad arrivare alla foresta e ad attraversarla tra una moltitudine di pini altissimi, finché siamo arrivati sfiniti su un prato che sembrava finto tanto era delizioso: circondato dagli alberi, ruscello nel mezzo e pietre per il falò già pronte. Leggere e scenografiche nuvolette di nebbia qua e là. Ci siamo stravaccati e abbiamo acceso un fuoco di legna bagnata. V. ha stappato la vodka mentre la mia sapiente mano staccava una giusta e meritata canna.
Ci eravamo infilati nella tenda con i tuoni di una tempesta che si stava avvicinando, e sentivamo le bestioline del bosco uscire allo scoperto, non più impaurite da noi. Imbozzolato nel sacco a pelo ascoltavo i rumori della foresta e del ruscello, chiedendomi se fosse stato giusto piantare la tenda sulle rive di un torrente che presto sarebbe stato in piena… Ero tra il dormiveglia quando mi sono accorto che c'era un respiro che non veniva dalla parte di V., ma da fuori della tenda, a 20 centimetri dalla mia faccia ! Ho deciso di ignorare chiunque fosse, se c'era veramente qualcuno o qualcosa sarebbe stato un po' lì ad annusarmi e poi avrebbe scelto di sbranare V.. Ho chiuso gli occhi con in mente l'immagine di lui che veniva trascinato fuori dalla tenda per i piedi insieme al sacco a pelo mentre io fingevo di dormire.
Nel cuore della notte sono stato svegliato dai boati del temporale che si stava per scatenare. E così è stato; una massa d'acqua si è riversata sul nostro misero guscio, quando ho aperto gli occhi ho visto con stupore che V. era ancora lì, seduto in un bel controluce a vedere i lampi che ci esplodevano a pochi metri dalla testa con rapidissima frequenza, tanto da far sembrare la pineta quasi illuminata a giorno. Sagome dalle forme assai curiose venivano proiettate sulla tenda con splendidi effetti psichedelici che non eravamo in grado di apprezzare fino in fondo, in tutto questo abbiamo trovato solo il coraggio di darci uno sguardo rassegnato e ci siamo rimessi a dormire, coscienti che non eravamo sotto la tempesta, ma dentro.

Parco naturale Bucegi 12. 8. 99

Ci ha svegliato un'alba umida, timidi raggi di sole iniziavano ad attraversare le foglie creando chiazze di luce sul prato fumante di nebbia e devastato dal temporale; eravamo zuppi della solida umidità della notte e ancora frastornati dai tuoni e dalle ore di tragedia. Sono andato verso i resti del falò per cercare tra le provviste una colazione, ed ho trovato la busta del pane vuota e con uno squarcio, il sacchetto della spazzatura era sparito. A quanto sembra, la bestia che mi respirava accanto ieri sera ha preferito i nostri avanzi a V., che come pasto non deve essere il massimo.
V. ha visto un documentario sulla fauna della Transilvania in cui si assicurava che il temibile "Muflone dei Carpazi" è goloso di spazzatura ma non di turisti, e specialmente di quelli italiani.
Ci siamo scrollati di dosso un paio di chili di allegri e saltellanti ragni per poi asciugarci al sole, dopo siamo partiti verso la strada statale per fare l'autostop. Lì però un passaggio non te lo davano neanche ad ammazzarli, passavano in velocità impolverandoci con le loro brutte "Dacia 1410" tirate a lustro per la gita domenicale. Delusi, ci siamo fermati a mangiare i rimasugli delle nostre "razioni K" sul ciglio della strada. Dopo aver percorso parecchi chilometri ci siamo precipitati sfiniti in un autobus alla fermata, senza nemmeno sapere dove andasse. Attraversando boschi e pinete sconfinate ci ha scaricati in un paese lercio dove i camion ci appestavano con i loro fumi mentre alzavamo il dito.
Si è fermato un trattore col rimorchio, e uno dei due fieri bifolchi alla guida gentilmente ci ha invitato a salire, il fondo del cassone era cosparso di liquidi organici tra cui prevaleva il sangue, misto a fieno e nafta. Su un lato erano incatenati parecchi bidoni metallici vuoti e in un angolo giaceva un sacco di plastica chiuso. Abbiamo indagato sul contenuto che si intravedeva dalle trasparenze della busta, ed abbiamo riconosciuto la forma di un capretto scuoiato o di un bambino; questa misteriosa quanto scomoda compagnia ha tenuto alto il nostro umore per venti chilometri, che abbiamo percorso saltando di mezzo metro insieme a tutto ciò che era nel rimorchio quando questo finiva in una delle molte buche che il guidatore centrava spesso e volentieri.
Eravamo ormai storditi dal fracasso e cosparsi di melma e paglia quando abbiamo cominciato a vedere i turisti che ci filmavano con le telecamere dalle auto in sorpasso.

Bucarest 14. 8. 99

Abbiamo recuperato la macchina che ci aspettava in un piazzale, solitaria e infangata. Siamo partiti di buon ora, tossicchiando e strattonando saremmo arrivati a Bucarest a metà giornata dove avremmo fatto riparare la "405" una volta per tutte.
Abbiamo trovato la città afosa e inondata dal sole, così abbiamo vagato in un parco tra gli anziani a passeggio, e poi negli ampi viali in stile impero circondati dai palazzi ad uso auto celebrativo di dittatoriale memoria. La magnificenza e la grandiosità di queste opere è in netto contrasto con la povertà delle campagne, le superbe facciate che ci facevano sentire due nullità avrebbero ottenuto un effetto ancor maggiore sui semplici animi dei rumeni.
Di fronte questa concretizzazione del potere e della burocrazia mi è venuto in mente "Il processo" di Kafka ed ho pensato che V. con l'aria rassegnata che ha guadagnato da quando mi segue in questo viaggio, potrebbe essere l'interprete ideale per un film.
Ci siamo scattati una foto ricordo di fronte l' "Hotel Intercontinental" sulla piazza Universitatii, dove alla fine del 1989 iniziò la rivolta contro Ceausescu; la lapide posta in ricordo mi fa pensare al detto: "non c'è niente di più incazzato di un buono che si incazza" , e in quei giorni i "buoni" erano parecchi
Poi io e V. siamo andati in un locale a fare quattro salti. Il posto era il più "underground" che si possa immaginare; una specie di catacomba senza prese d'aria dove infuriava la mischia fomentata da musica punk sovietica e disco trash occidentale. Dopo le competizioni dei college per vedere quanti studenti entrano in una cabina del telefono ecco la nuova gara: quanti punk entrano in un box auto. Dall'angusta scaletta a chiocciola continuavano a scendere signori con la cresta colorata e dame dalle calze nere strappate; mi chiedevo se saremmo presto tutti morti soffocati, ma V. mi ha rassicurato dicendo che un documentario ha affermato che in queste situazioni l'uomo sviluppa delle branchie in pochi minuti.
Aveva ragione! Infatti poco dopo eravamo ancora vivi e siamo riusciti a scavalcare il grumo umano di fronte al bar e a conquistare due birre tiepide. Durante la scalata sentivamo sotto i piedi i corpi agonizzanti di altri avventori del locale che non avevano retto la vodka a 600 lire al bicchierino. Poco dopo ho perso V., l'ho visto deglutito dalla folla e poi riemergere tra i flutti sbronzo e beato; io, non so bene come, mi sono ritrovato tra le braccia (o forse ero io tra le sue) una ragazza mora che tentava di dirmi che si chiamava Veronica mentre la baciavo. Avevo quasi finito di leccarla tutta quando V. si è presentato con l'ennesimo bicchierino, io ero già completamente ubriaco ed ho approfittato di quel momento per chiedere a Veronica se voleva fuggire con me e farsi leccare per tutta la vita.
Lei però aveva altri progetti, e poi c'era il suo fidanzato che rantolava ai nostri piedi e lo stavamo calpestando già da un po'. Lei con il visetto innocente e l'aria da maestra, tenendomi lontano con un dito puntato sulla fronte mi ha dato un appuntamento per la mattina dopo, avremmo riparlato dei miei progetti a mente lucida…

Bucarest 15. 8. 99

Verso le 11 V. mi ha svegliato a calci e mi ha buttato per terra per andare all' appuntamento con Veronica; io ero in coma etilico, ho vomitato un paio di volte per poi uscire sotto lo sguardo schifato della portiera dell'albergo che già mi stava antipatica da prima. Ho percorso a piedi i 300 metri per arrivare, mi sono sembrati una distanza infinita e pensavo di svenire ad ogni passo. Ero seduto sui gradini di marmo vicino un gruppo di bambini che tiravano la colla da una busta di plastica. Abbagliato dalla luce e con il sole che mi stava cuocendo vivo, mi sentivo lo schifo più schifoso e Veronica non avrebbe mai permesso ad un simile essere di strisciargli addosso; le uniche cose che volevo erano un cesso e un letto, alternativamente. Così svomitacchiando sono tornato in albergo perdendo la mia occasione forever. In pomeriggio abbiamo telefonato a Simona (una barista arpionata la sera prima), le ho dato un appuntamento dove sarebbe venuta con una sua amica; purtroppo il protrarsi della mia confusione mentale ha creato un malinteso, così le ho dato appuntamento in un luogo inesistente dove io e V. siamo rimasti soli.
Per rifarci, la sera abbiamo preso un taxi per andare in qualche locale, e ci siamo fatti consigliare dal tassista. "Volete ballare o volete rimorchiare ?" ci ha chiesto lui in un buon italiano, "La seconda !" è stata la nostra risposta data all'unisono.
Durante il tragitto il tassista George ci ha raccontato della sua vita, con un paio di lauree in tasca era partito per il "bel paese" in cerca di fortuna, ma si sarebbe accontentato anche di una vita decente. Dopo alcuni mesi di lavoro in nero ha dovuto decidere se continuare a fare il clandestino in Italia, giacché di essere messo in regola non se ne parlava, oppure tornare in Romania dove oltre ad un tozzo di pane ritrovava anche la sua dignità. "Non siamo mica bestie!" ha aggiunto. Vedevamo solo allora quanto fossero diversi da lui i Rumeni che eravamo abituati a vedere in Italia, comprati e venduti per le strade nei mercati della prostituzione e dell'edilizia, costretti ad accettare di fare una vita del tutto priva di dignità (e a volte di identità), cosa che l'orgoglioso popolo rumeno non sembra sempre accettare.
Arrivati davanti alla discoteca ci siamo sentiti come se fossimo stati due Italiani in vacanza in Romania, e come se un tassista respinto dal nostro paese ci avesse accompagnato sul luogo dove avremmo cacciato le sue donne (tra cui magari una sua sorella, chissà ?).
Lo abbiamo salutato imbarazzati e siamo entrati nel cubo di cemento insieme ad alcuni adolescenti dallo sguardo incazzato. Il locale era mezzo vuoto, un bullo palestrato si dimenava al centro della pista facendosi filmare con la telecamera da un amico; io e V., abbastanza depressi abbiamo bevuto una cosa e siamo tornati in albergo parlando poco.

Costanza 16. 8. 99

La mattina abbiamo lasciato la stanza, e mentre distraevo la receptionist antipatica V. staccava da un muro dietro di me una mappa geografica della Romania con la zona d'ombra creata dall'eclissi, una vera chicca per la sua collezione di cartine… Sembra che la "405" sia guarita dal suo male oscuro, così siamo partiti per Costanza di buon'ora. La strada è disseminata di carretti quasi fermi che appaiono all' improvviso da dietro le curve, sempre accompagnati da bambini che attraversano senza preavviso, galline ed altri quadrupedi tra cui molti cani, buona parte dei quali giace senza vita sul ciglio della strada.
Nonostante tutto siamo arrivati a Costanza, cittadina dal sapore mediterraneo affacciata però sul Mar Nero. Depositata macchina e bagagli siamo andati subito verso il porto, sprofondato nella calura del primo pomeriggio. Lungo la via un tizio voleva offrirci due brutte donne per pochi danari, noi abbiamo rifiutato e siamo andati sul molo saltellando sui macigni. Lì V. ha iniziato a pescare, io ho fatto una passeggiata sulla spiaggia in stile "riviera romagnola" , ma a parte questo Costanza non offre molto.

Tulcea 17. 8. 99

Stamattina prima di partire per il delta del Danubio abbiamo deciso di fare un bagno nel Mar Nero, così mentre eravamo impegnati nel traffico di Costanza ho visto una ragazza a bordo di un fuoristrada che ci sorrideva e ci lanciava baci, poi si è accostata facendoci segno di affiancarci: era una mora di bell'aspetto e dalle generose tette, ci ha detto che aveva molta fretta ma che ci saremmo potuti rivedere la sera. Le ho chiesto se fosse una professionista, ma lei si è offesa dicendo che era fatta così, le stavamo simpatici e ci voleva rivedere. Ho chiesto scusa e ho preso il biglietto da visita che dall'alto del "Range Rover" mi ha messo davanti al naso. Magdalena, si chiamava. Quando mi sono girato V. era stizzito per la mia cafoneria, ma poiché lei aveva poco tempo non sono andato troppo per il sottile, anche per evitare sorprese la sera. V. mi ha assicurato che in un documentario sulle rumene si diceva che questi comportamenti siano comuni in certi periodi dell'anno.
Arrivati al mare abbiamo capito subito perché l'hanno chiamato così, le sue acque apparivano ancora più scure di fronte alla spiaggia bianchissima composta da un'infinità di conchiglie frantumate; nel complesso non ci invitava molto ad un bagno, ma sentivamo che ci dovevamo immergere più per fini battesimali che per piacere; così dopo aver assolto alla funzione senza particolari cerimoniali siamo partiti per una visita turistica in una specie di centrale atomica che traspariva dalla foschia in lontananza. Laggiù ci siamo scattati alcune foto con paesaggi industriali per sfondo e V. ha tentato un timido tentativo di pesca, ma l'ambiente degradato suggeriva che forse era meglio andare al ristorante anche quella sera.
Abbiamo raggiunto un campeggio vicino alla centrale atomica, ci siamo fatti una doccia a sbafo e ci siamo messi i nostri vestiti migliori per il possibile incontro con Magdalena. Pochi minuti dopo questa ci annunciava che anche la sera aveva da fare.
Così abbiamo invertito la rotta per la strada ormai buia, per filare silenziosi verso Tulcea.
V. guidava e Franco Battiato cantava nell'autoradio, mentre pensavamo alle donne che non avevamo mai avuto.
Sulina 18. 8. 99

Dopo aver rotto uno specchietto della macchina ci siamo imbarcati sul "Sulina Rapid" alle 13,30, gli zaini pieni di provviste e la voglia di navigare finalmente sul Danubio. Avevamo passato una mattinata snervante in giro per Tulcea per cause tecniche, ed avremmo sacrificato volentieri i nostri fardelli ai flutti del fiume. Dopo una lunga fila sotto il sole siamo entrati nel vaporetto dotato di finestrini microscopici e ovviamente non dell'aria condizionata; attendevamo la partenza da parecchio e V. ha cominciato a dare segni di esaurimento prendendo a calci i bagagli di tutti i passeggeri con gli occhi iniettati di sangue. Inaspettatamente il battellino è partito a velocità supersonica sfrecciando tra le petroliere alla fonda, la brezza leggera che riusciva ad entrare ha calmato i bollori di V. che guardava le foreste sulle rive. Il paesaggio si è presto tappezzato di un fitto canneto continuo fino a Sulina, dove ci siamo ritrovati sul molo circondati dalla gente e dai relitti di navi coperti di ruggine. Mentre eravamo seduti su un muretto per decidere davanti alla mappa il luogo ideale per farci una canna si è avvicinata una meraviglia di genere femminile in bicicletta, e mi ha chiesto se volevamo una stanza in casa sua. Noi che volevamo campeggiare sul lago stupidamente abbiamo rifiutato. La meraviglia intanto si era presentata come Irina, dai suoi shorts mozzafiato uscivano due cosce sode e abbronzate, come le tette, che volevano a tutti i costi esplodere dalla canottiera. Mi spiegava la morfologia del territorio indicandomi luoghi sulla cartina, e noi non la seguivamo, trovando il suo davanzale più interessante. Ci ha salutato porgendoci la mano per un bacio come ancora si usa qui, noi da bravi cafoni occidentali l'abbiamo stretta forse anche con eccessivo vigore. Poi Irina si è voltata, e pedalando ci ha donato un'altra splendida visione. Quando ci siamo resi conto dell'occasione perduta già eravamo a camminare per la piana sconfinata che ci separava dal Mar Nero.
Solo i pali della luce davano un idea delle distanze, in lontananza sulla sinistra c'era una centrale elettrica, unico protagonista di quella scena desolata. Fu allora che la mia mano mesta staccò una canna esagerata. Abbiamo poi deciso di tornare al paese, e trovare una barca che ci portasse in un camping su uno dei tanti laghi sul delta; abbiamo provato con diversi pescatori che ci volevano derubare, finchè ci ha adescato un sedicenne di quel paese, Christy, che a suo dire risolveva problemi ed era in grado di organizzare qualsiasi cosa. Scroccandoci più sigarette che poteva ci ha condotto in un edificio cubiforme con torre sopra e prato intorno, abbiamo attraversato diversi ambienti e corridoi e ognuno di questi emanava un diverso fetore, noi ci incastravamo con gli zaini lungo i passaggi sempre più stretti, fino all'ultimo locale dove stazionava il "boss", come lo chiamava Christy. Era in mutanda e canotta immerso nella calura di un ufficio fatiscente, dietro un tavolo cosparso di oggetti casalinghi e rimasugli di cibo. In un angolo erano impilati fogli a quadretti con su scritti ordinatamente dei calcoli e vicino un enorme telefono sovietico in bachelite nera. Lo ha preso subito ed ha iniziato a comporre una serie di numeri, dopo vari tentativi ha riappoggiato la cornetta deluso dicendo che di barche a quell'ora tarda non ce ne erano, ma che potevamo prendere una camera in quella costruzione per poi partire la mattina dopo. Noi eravamo disgustati da quel posto e volevamo campeggiare, quindi abbiamo detto di no perdendo la seconda occasione di quel giorno. Siamo venuti a sapere dopo da Christy che quella era una specie di colonia estiva per adolescenti, infatti abbiamo cominciato a vedere delle ragazzine che ci studiavano incuriosite; secondo le nostre fantasie erotiche ispirate ai film con Alvaro Vitali quelle fanciulle stavano aspettando solo l'occasione per trasgredire, come tutti a quell'età.
Noi due coglioncelli invece volevamo partire, e così ci siamo fatti condurre da Christy da quella che doveva essere la sua ultima chance: il Capitano.
Lo abbiamo trovato nel suo ufficio spoglio completamente ubriaco, ma amicone e disponibile alla chiacchierata; la nostra piccola guida gli ha spiegato il problema ed egli barcollando nell'uniforme stropicciata si è finto interessato. V. ha tirato fuori la mappa per mostrargli esattamente il posto dove volevamo arrivare, lui l'ha presa con il fare deciso di chi ha preso mappe per tutta la vita, ed ha cominciato a leggerla al contrario. V. ha cercato di girargliela ma egli non ha permesso che mani straniere toccassero troppo quello che rappresentava il territorio del suo comando; però non riusciva a decifrare i caratteri delle scritte capovolte. Dopo alcuni tentativi ha rinunciato pensando che fosse una mappa in cirillico o in qualche lingua misteriosa. Quello che non lo convinceva era il fatto che non riconosceva neanche i luoghi, finché illuminandosi ha esclamato: "Ah, ecco ! E' perché il Nord è di là !!! " facendo mezzo giro su se stesso, ma la mappa era sempre sottosopra. Fece ancora un paio di giri completi prima che V. lo fermasse con decisione per girargli la cartina e farlo brillare per un'altra volta.
Dopodiché è partito per il lungo corridoio con l'andatura di chi sa bene cosa bisogna fare in ogni situazione, è entrato in un paio di uffici con noi tre dietro, ha alzato qualche pila di fogli, e con l'aria di quello che hafattotuttoilpossibilemanonc'eraproprionientedafare, ci ha consigliato di partire all'indomani. A questo punto Christy ci ha detto che se volevamo potevamo campeggiare nel prato di fronte alla colonia delle sedicenni, dunque siamo andati a piantare la tenda. Mentre eravamo impegnati con le stecche ed i picchetti alcuni ragazzini venivano a darci consigli di pesca e gruppetti delle ragazzine più mature ed intraprendenti ci gironzolavano intorno e ci spiavano dalle finestre. L'idea di passare una notte in quel figaio non era poi così male, ed anche il paesino meritava. Al tramonto siamo stati avvolti da un'atmosfera calda e ovattata che ha rallentato tutto. Seduti sul porticciolo fluviale guardavamo scorrere il Danubio prima che andasse a perdersi definitivamente in mare, lì Christy mi ha confessato della sua passione per il macabro, del perché si vestisse sempre di nero e delle strane droghe che sintetizzava in cucina. Per trascorrere il lungo inverno dipingeva quadri bevendosi uno strano intruglio di sua invenzione a base di vodka, acqua distillata e dentifricio. Quando abbiamo finito la cena ed è arrivato il conto lui si è impressionato del fatto che due ragazzi potessero pagare l'equivalente di sei dollari in due per una cena a base di pesce senza battere ciglio; lo stesso stupore lo ha manifestato vedendo il prezzo dello scatolame, per noi economicissimo, che avevamo comperato per il campeggio. La sua famiglia con il mezzo dollaro di un nostro barattolo avrebbe fatto un intero pasto. Sempre scroccandoci birre e quanto più poteva ci ha portato in una rustica discoteca di campagna dove mi ha chiesto alcuni spiccioli per comperare le sigarette che fuma di solito, ma ha continuato comunque ad attingere dal nostro pacchetto di "bionde", dicendo che rimangono sempre le migliori. Dopo qualche bevuta e una partita a biliardo siamo tornati al prato dov'era piantata la tenda e dove avevano organizzato una festicciola con le aranciate e un complessino; mentre ero lì a guardare sono stato avvicinato da due sedicenni che mi hanno raccontato di come sia bella la vita qui a Sulina, e che prima di ripartire dovevo assolutamente passare a casa di una di loro che abitava lì di fronte. Non ne capivo il perché, ero mezzo sbronzo e volevo andare a dormire, ma con l'aiuto di un loro amichetto mi hanno trascinato fuori, e poi dentro un negozio sotto la casa della tipa. Lì ci attendeva la madre in mezzo ai detersivi; aveva l'aria di essere un'attività appena avviata perché sugli scaffali lindi si riproponevano le confezioni dei soliti tre o quattro prodotti in tutte le combinazioni. La biondina mi ha presentato alla madre e poi sono seguiti alcuni minuti di imbarazzante silenzio che ho cercato di rompere con un generico quanto falso: " Carino qui !", loro mi guardavano impazienti che comperassi qualcosa, finché il mio: " Si è fatta una certa…" gli ha demolito ogni speranza.

Sulina 19. 9. 99

Christy ci è venuto a svegliare alle 6,30 per andare a prendere il battello che ci avrebbe portato a destinazione, ancora però non aveva parlato con il barcaiolo; quando lo ha fatto questo ha preteso una cifra di quasi il doppio di quanto ci aveva promesso la nostra piccola guida. Ha cominciato così a girare tra i suoi amici pescatori finché è arrivata una ragazza rumena con il fidanzato, chiedendomi se volevamo andare con loro e dividere la spesa. Christy ha cercato di farci intendere che non era prudente andare con quel barcaiolo, ma vedendo che noi eravamo decisi a farlo se ne è andato deluso, dopo avermi chiesto i soldi per una birra.
Abbiamo cominciato così a navigare nella rete di canali immobili del delta del Danubio, le sponde erano folte di canneti, e quello che c'era dietro era un mistero (altre canne, credo), intanto V. pescava seguendo i consigli dei ruvidi pescatori del luogo. In tarda mattinata sbarcavamo sul molo malfermo e traditore del camping, un' oasi deliziosa persa in un mare di canne e zanzare. E' venuta ad accoglierci la proprietaria movendosi lentamente nella calura estiva, con un sorriso strano ci ha detto che se volevamo piantare la tenda dovevamo affittare una barca e spostarci un chilometro più giù, quando saremmo arrivati al "black cross" avremmo trovato uno spiazzo libero dalla vegetazione per pernottare. Presa la barca giulivi abbiamo levato le ancore (peraltro assenti) pensando che il "black cross" fosse un particolare tipo di incrocio tra i canali, ma dopo aver remato una mezz'ora ci siamo ritrovati sotto una grossa croce tozza e nera. Con la sua non discreta presenza ha avvolto con un manto di inquietudine il proseguire della navigazione. Poco più avanti ci è sfilata davanti una famiglia di pescatori inselvatichiti che stazionava davanti una baracca, ci guardavano incuriositi e noi facevamo lo stesso, il più piccolo di loro aveva un occhio di vetro. Ciononostante abbiamo preso posto quasi di fronte a loro, ci sentivamo un po' dei pirati d'acqua dolce mentre sbarcano alla Tortuga, e in breve abbiamo ricoperto dei nostri bagagli il fazzoletto di terreno abitabile. Ben presto siamo stati individuati dalle zanzare che infestano queste zone e che usano aggredire ferocemente tutto ciò che non si muove in continuazione; all' unisono io e V. ci siamo lanciati sul tubetto di repellente per insetti, e strappandocelo dalle mani urlando ce lo spalmavamo addosso insieme alle zanzare più avide che non abbandonavano la presa.
Poco dopo eravamo distesi all' ombra di un incannucciato completamente ricoperti di vestiti, asciugamani e liquido repellente. A ondate gli insetti cercavano di pungermi intorno agli occhi o nei fori lasciati liberi per la respirazione, io intanto mi studiavo con una libellula che si era venuta a posare su un filo d'erba di fronte al mio naso, lei girava i suoi occhi strani ed io strizzavo i miei per vederla meglio; siamo rimasti lì a guardarci per un po', immersi nel gracidare delle rane circostanti finché ho pensato: " Guarda, guarda… tanto pure tu verrai presto mangiata ! ". Intanto sentivo V. prendersi a schiaffi maledicendo in dialetto quegli esseri odiosi che gli volavano intorno, io mi chiedevo se era meglio essere torturati così lentamente oppure venire mangiati da un rospo in un colpo solo. Ero lì a pensarci quando ci siamo ritrovati a gettare i bagagli alla rinfusa nella barca e fuggire più velocemente possibile da quel posto dannato. Tutto questo sotto gli occhi divertiti della famiglia sgorbia che ha osservato ogni nostra mossa.
Siamo così tornati al campeggio dove la proprietaria ci aveva già preparato un bungalow con le zanzariere alle finestre, prevedendo il nostro rapido quanto sicuro ritorno. La giornata è proseguita pescando (nulla), facendo vita lacustre ed usando la barca come mezzo di locomozione sui canali che separavano le varie isolette; la sera, appena ci siamo fermati, un ennesimo attacco di insetti ci ha rinchiusi in camera dove guardavo le curiose impronte di scarpe sul soffitto e sui muri. Mi sono addormentato con i tonfi sordi della ciabatta di V. che echeggiavano dalla sua camera.

Tulcea 20. 8. 99

La mattinata è trascorsa non molto differente dalla sera prima, così abbiamo deciso di ripartire per zone più bonificate, abbiamo preso il battello per tornare a Tulcea e lì dopo il recupero della macchina ci siamo rimessi sulle strade verso i Carpazi.
Altro viaggio in notturna, io guidavo e V. pensava agli zampironi, e ai pesci che non aveva mai pescato.


Busteni 21. 8. 99

Con gli zaini in spalla abbiamo risalito i monti del parco naturale Bucegi facendo il primo tratto in funivia, e poi camminando sui crepacci finché il cielo si è fatto scuro. Lungo la via si è affiancata una simpatica e furba cagnetta che assomigliava ad una jena. Arrivati quasi in cima il tempo imbruttiva, e visto che eravamo spazzati da forti scariche di vento abbiamo trovato riparo dietro un gruppo di massi in bilico su un precipizio. Piantare la tenda lì in mezzo però era impossibile, e così ci siamo dovuti costruire una terrazza, con grande movimento di macigni e terra ruspata con le mani. Su questa semplice ma funzionale costruzione rupestre abbiamo piazzato il nostro rifugio; mentre aprivamo la tenda questa si gonfiava con il vento come una mongolfiera e la immaginavo in balìa degli elementi che volava giù per l'abisso su cui eravamo arroccati. Eravamo quasi sulla sella di una montagna, scavalcata continuamente da nuvole cariche di elettricità che decidevano di passare da una vallata all' altra "colando" come panna montata. Per questo eravamo a momenti circondati da nebbie dense e improvvise, con i fulmini che ci schiantavano vicino alle orecchie; quando si liberava la visuale vedevamo il baratro sotto di noi: tra i picchi acuminati si riversava il fiume vaporoso di cui ammiravamo lampi e tuoni. Sopra le nostre teste si ergeva il missile - ripetitore che durante l'eclissi vedevamo da lontano, la sua luce intermittente sapeva di stella cometa.
Alle 19,30 dopo un pasto frugale ed un paio di vodka "Kazaciok" eravamo pronti per infilarci nei sacchi a pelo, così abbiamo giocato ai dadi per chi dovesse dormire dal lato del precipizio.
Intanto Jena si era scavata una buchetta tra due massi e riposava tranquilla.

Parco naturale Bucegi 22. 8. 99

La mattina sveglia nel nebbione, e sotto la pioggia che ci ha inzuppato per tutta la notte ci siamo incamminati per una visita al missile-ripetitore bianco e rosso; dopo aver destato i necessari sospetti da parte dei guardiani siamo tornati alla funivia accompagnati da raffiche di vento gelido e guazza. Lì abbiamo salutato la fedele Jena regalandole un biscottone.
Raggiunta la macchina abbiamo deciso di andare a visitare i famosi castelli dei vari vampiri un tempo residenti in zona, non prima di esserci rifocillati a dovere in una trattoria in stile montanaro, dove ci hanno fatto accomodare su pesantissimi troni di legno rivestiti di vello di pecora aromatizzato alla pecora. Uno dei lati negativi dei ristoranti in Romania è che le attese sono lunghissime, quando si decide di mangiare fuori bisogna prendersi una mezza giornata di tempo. Per questo, nonostante i prezzi stracciati e la qualità ottima, noi ci ritrovavamo spesso con un panino in mano. Così, dopo un pranzo a base delle tipiche zuppe e ovviamente un secondo di carne di pecora (forse quelle su cui sedevamo), siamo usciti a metà pomeriggio e siamo arrivati al vicino castello di Bran. Narra la leggenda, o meglio il libro, che qui visse il famoso conte Dracula, ma a quanto pare Vlad Tepes (il suo vero nome) non mise mai piede qui, limitandosi ad impalare Turchi in altre zone. Il maniero è comunque affascinante e rende una buona visione di quello che doveva essere stato un tempo. La guida consiglia anche le rovine di un altro castello, quello di Rasnov, che pareva essere arroccato da qualche parte su una montagna lì vicino. Durante le ricerche abbiamo chiesto informazioni ad un tipo dall'evidente aspetto straniero e con una guida in mano; lui non c'era ancora stato e ne sapeva meno di noi, quindi l'abbiamo invitato a salire. Si chiamava Clive ed era Irlandese. Abbiamo continuato a chiedere finché un contadino ci ha fatto capire che ci avrebbe accompagnato; dopo aver percorso una decina di chilometri lui ha detto di camminare per un sentiero nel bosco e se ne è andato verso una casa di pietre. Appena ho parcheggiato la Peugeot il tempo è passato da grigio a tempestoso, con le consuete secchiate d'acqua a cui ci cominciavamo ad abituare, i tuoni sopra la testa e il presentimento che il mondo finisca di lì a breve. Dopo dieci minuti, per ingannare l' attesa, decidiamo di fumare. Per l'occasione ho incartato un cannone micidiale che ci ha storditi tutti e tre. Fatto ciò ci siamo ricoperti di buste di plastica, ho preso il cavalletto e la macchina fotografica e siamo usciti nella burrasca. Nel sottobosco era quasi buio ma vedevo la fluorescenza delle gambe secche e storte di Clive uscire dai pantaloncini e pestare nel fango, non l'avevo ancora guardato bene, e ora mi sembrava la copia esatta di Woody Allen. Presto abbiamo smarrito il sentiero, ognuno aveva la sua teoria e le abbiamo presto provate tutte peggiorando la situazione. Mi immaginavo cosa dovesse pensare Clive di tutto ciò: in pochi minuti si era ritrovato fatto come una pera sotto una tormenta in compagnia di due sconosciuti persi in un bosco durante la ricerca del castello di un vampiro. Anche a me la situazione cominciava ad apparire abbastanza surreale, finché dopo aver marciato per più di un'ora abbiamo deciso di abbandonare le ricerche e di tornare a valle dov'era la macchina. Laggiù informatori più attendibili ci hanno detto che il castello era proprio sopra al punto in cui avevamo fatto salire a bordo il contadino, e che forse egli aveva bisogno solo di un passaggio a casa. Dopo la visita al maniero salutiamo Clive e lo lasciamo ad una fermata dell'autobus ancora mezzo stonato, con la sua aria da irlandese abituato a vivere tra brave persone. Noi siamo partiti per Budapest, e sulla strada ci siamo fermati a dormire in un motel dove ci siamo sbronzati tra i camionisti e le prostitute economiche.

Verso Budapest 23. 8. 99

Abbiamo passato la frontiera ad Oradea accompagnati dalla musica salsa, i nomi dei paesi sono diventati più che incomprensibili, come la voce dello speaker alla radio. Viaggiavamo sotto un cielo che sembrava artificiale tra i campi di girasoli e di mais, attraversando paesini restaurati di fresco. Sembrava che lì il comunismo non li avesse toccati più di tanto, l'unico segno del passato erano le "Trabant" che sorpassavamo. Ci eravamo lasciati dietro il povero buongusto delle case della campagna rumena ed i timidi sorrisi della gente che le abitava per passare alla linda terra Ungherese, con le sue leziosità da cugini ricchi.
Arrivati a Budapest ci siamo resi conto che l'unico modo per dormire senza spendere una fortuna è affittare una camera in una famiglia, e proprio mentre eravamo fermi ad un semaforo un signore in bicicletta ci ha infilato dal finestrino una fotocopia con una mappa, dicendo che aveva un appartamento per noi. Così ci siamo sistemati e siamo usciti a piedi per vedere la città: bellissima. Col suo aspetto da capitale nordica ci trovava spaesati, abituati ormai alla vita del "sud del mondo". Per tornare abbiamo preso un taxi, ed il tassista ci ha messo in mano degli album di fotografie di ragazze seminude in pose equivoche, con fare libidinoso ha detto se volevamo andarci a fare quattro salti insieme. Noi abbiamo rifiutato, ma lui dopo aver insistito si è incazzato e ci ha derubato una cifra spropositata per la corsa . La nostra stanza era in una ricca zona residenziale, e all'incrocio sotto casa abbiamo trovato due tizi in mimetica e bomber che stazionavano. Dapprima abbiamo pensato che fossero guardie private, poi guardando meglio abbiamo riconosciuto i tipici segni dei nazi. La loro presenza ci ha riempito di sicurezza, in quanto questo tipo di ronde notturne cercano di tenere lontani Africani, Turchi, tossici ed Italiani.

Budapest 24. 8. 99

Abbiamo deciso di fare una gita da "single", io sono stato prima al castello poi alla cittadella e ho visitato la metropolitana più antica del continente. La sera io e V. ci siamo fatti l'ultima canna che avevamo sul Danubio. Budapest è meravigliosa.
Budapest 25. 8. 99

E' stata una giornata di riposo e di shopping, V. voleva comprare alcune mappe antiche per la sua collezione, e così ci siamo ritrovati in un negozietto stipato di rotoli di carta. Il proprietario già brillo ci ha offerto un prosecco italiano. Le mappe che vendeva costavano circa 40 dollari l'una, V. ne ha prese quattro, e dopo alcuni conti mentali il negoziante ha fatto una somma di 50 dollari complessivi, V. ha pagato soddisfatto e ci siamo dileguati rapidamente. La sera dopo aver bevuto una birra in un bar stile mistico orientale stavamo tornando a casa in macchina, una pattuglia della polizia dopo averci seguito un po' ci ha fermato e sono usciti i seguenti personaggi in divisa : "Il Tortellino" (soprannominato così per le sue somiglianze), seguito da Ivan Drago , alto con i capelli biondi a spazzola e la mascella quadrata, ed una ragazza che quando ha capito cosa ci volevano fare è tornata in macchina vergognandosi. V. era alla guida, e dopo aver visto i suoi documenti ci hanno chiesto se avevamo per caso bevuto; abbiamo detto di si, una birra, ma più di tre ore prima. A quel punto Tortellino ha tirato fuori una scatola con attaccata una trombetta, e ci ha detto ripetendo un copione ben provato: "Vedete, ora il signore alla guida deve soffiare qui dentro, la macchinetta analizzerà il suo fiato e ci darà la percentuale di alcool nel suo sangue, se oltrepasserà lo zero virgola zero le pene saranno durissime". Prontamente Ivan Drago ha tirato fuori un opuscolo della polizia locale in tre lingue che illustrava a cosa stavamo andando incontro: la pena minima per aver bevuto anche una cosa insignificante erano trecento dollari di multa ed il sequestro del passaporto e dell'auto per un tot di giorni, la pena più grave era l'arresto. Tortellino con fare viscido è venuto da me a dirmi che se V. soffiava lì dentro sarebbe stato impossibile poi trovare una soluzione, perché la macchinetta registrava tutto; intanto V. sicuro della sua sobrietà voleva soffiare ed andarsene, ma Ivan Drago gliela allontanava subito chiedendogli se era sicuro. Abbiamo cominciato a sentire puzza di bruciato, loro continuavano a prospettarmi cose terribili, finché Tortellino mi ha detto di dargli qualcosa, loro poi avrebbero scritto una multa per una sosta vietata. Ho posto la parola fine a quel fottuto teatrino mettendogli in mano 100 dollari e ringraziandoli di cuore.

Budapest 26. 8. 99

La mattina siamo partiti per Vienna dove V. conosceva un paio di persone, uno non lo siamo riusciti a trovare perché si bucava, l'altro lavorava in un locale italiano ed era molto gentile, ci ha rifocillato, e ci ha trovato da dormire e da fumare. Ho conosciuto Lorenzo, un altro amico di V., anche lui lavorava in un locale di compaesani, non stava zitto un attimo ed era completamente fulminato, simpatico però. Abbiamo girovagato nella bella ed opulenta Vienna dove tutti mangiano e sembrano pieni di soldi, lo sfarzo delle vetrine ci abbagliava e non eravamo più abituati a queste espressioni dell'occidente. La sera siamo andati a fumare su un ponte sul Danubio, splendido come sempre ci ha incantato con i suoi riflessi; lo rivedevamo per l'ultima volta dopo averlo risalito dalla foce, abbiamo visto le civiltà che ci sono cresciute intorno, la gente che ci lavora, che ci pesca, che ci si lava.
Che differenza tra i poveri e dignitosi Rumeni che stupiscono per la loro semplicità ed il loro calore, gli Ungheresi, ed infine gli aristocratici Viennesi che tramite questo corso d'acqua spediscono i loro detriti ed escrementi fin giù in Romania.


Vienna 27. 8. 99

La mattina ci siamo svegliati sotto un cielo plumbeo e l'aria ci ha suggerito che l'estate era quasi finita. Io, V., e Gianluca (un altro romano emigrato), siamo andati a trovare Lorenzo nel bar dove lavorava. Lì si consumava alla grande, così ci siamo spiegati il perché delle famose panze viennesi; intanto Lorenzo cuoceva spaghetti e serviva birroni spumeggianti, ogni tanto una pizza andava per terra per poi essere servita con larghi sorrisi.
La nostra prima giornata d'autunno si consuma tra cibi, bevande e canne in salotto, la sera siamo usciti con i nostri ospiti ed un gruppo di ragazzi italiani che lavoravano qui, sistemati, annoiati e con i soldini in tasca. E' iniziato il nostro pellegrinaggio per gli innumerevoli locali di Vienna, il divertimento dei giovani sembrava essere passare da un bar all' altro, cercando di superare qualche limite. Ne avremo visitati almeno cinquanta.

Venezia 28. 8. 99

Siamo ripartiti per Roma, così io, Gianluca e V. abbiamo salutato Lorenzo ancora in pigiama, sembrava così indifeso nella sua strampalata purezza. Abbiamo caricato i bagagli sulla Peugeot che oramai con la sua crosta di fango aveva guadagnato un aspetto assai vissuto tra le lustre auto viennesi. Abbiamo deciso di fermarci la notte a Venezia, dove siamo arrivati di sera. L'abbiamo visitata girando tra i vicoli bui ed era sempre bella e fastosa, rilassante e piena di mistero, a me faceva pensare di essere in una scenografia di un film, un film su Venezia. Gianluca non l'aveva mai vista ed era affascinato dai nostri itinerari lontani dalle mete turistiche. Poi ci hanno rapinato centomila lire per tre pizze surgelate ed un litro di vino sfuso. Il consueto cannone nel "sotoportego" ci ha condotti ad un profondo sonno.

Roma 29. 8. 99

La mattina l'abbiamo passata ancora girando per il centro sotto una pioggerella che si è trasformata presto in temporale, ne abbiamo approfittato per subire un altro furto in un bar; da un rapido calcolo io e V. abbiamo speso di più negli ultimi cinque giorni che nei venti precedenti .
Sul bagnato siamo arrivati a Roma, e ho salutato Gianluca e V. .
Presto mi sono ritrovato bloccato nel traffico dove fissavo le luci immobili degli stop delle auto davanti a me.
La pioggia sul vetro mi rendeva una visione distorta e romantica della realtà; quando il tergicristallo ha reso tutto più nitido, ho visto che ero fermo sotto lo stesso pilone da cui ero partito.


Tutti i racconti sono protetti da copyright.
Si possono leggere a sbafo, ma è gradito un vostro parere.
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SPEED BREAKER

 

 


Mumbai 28. 10. 1999

India, un viaggio che ho sempre saputo di dover compiere prima o poi. Ancora non so cosa mi abbia attirato in quel luogo dalla cultura così diversa e lontana dalla nostra, a tre giorni dal mio arrivo ancora mi chiedevo cosa mi dovesse affascinare e non trovavo la risposta. Più che per la vera voglia di viaggiare ero partito per la paura del rimpianto di non averlo fatto.
Mumbai (una volta Bombay) mi ha stordito appena ci ho messo piede, per la strada che portava dall'aeroporto in città vivevano migliaia di diseredati, praticamente una fila continua di accampati ai margini della carreggiata, misere tende, letti, cani e bambini randagi. Esplodevano milioni di petardi per la festa del "Diwali", il capodanno locale, e una nube di fumo e polvere confondeva tutto. In questa grande confusione il taxi mi ha lasciato sotto l'albergo insieme ad una coppia di Americani, immediatamente si è avvicinato un poliziotto insieme ad un ragazzino con un bel pezzo di odoroso "charas" in mano. Me lo voleva vendere ma gli ho fatto notare che se avessi solo toccato quel tocco di "fumo" mi sarei fatto almeno dieci anni di carcere, così sentenzia l'attuale legge indiana. Lui ha cercato di tranquillizzarmi, e così pure lo sbirro, mi dicevano che era legale e che me lo avrebbero pure regalato come segno di benvenuto. Sono salito fino alla reception dell'hotel con la strana coppia sbirro-spacciatore che mi inseguiva e io che li scalciavo per le scale.
L'albergo era orrendo, e ho capito subito che qui non si può risparmiare più di tanto sull'alloggio. Per rinfrescare la camera di sei metri quadrati c'era un'aria condizionata degli anni '70 grande e rumorosa come una locomotiva. Spegnerla significava annaspare nella calura e poi morire, accendendola la temperatura andava sotto zero in un fracasso infernale. Ci pareva di essere nella sala macchine di un rompighiaccio al polo nord.

Mumbay 29. 10. 1999

Durante la notte ho avuto la mia prima intossicazione alimentare, e meno male che la sera precedente avevamo deciso di mangiare in un ristorante che sembrava un po' più pulito di altri... Per fortuna avevo con me alcune medicine che le esperienze passate mi avevano insegnato a portare, quindi me la sono cavata con una notte in bianco e qualche fiotto di vomito. La giornata l'ho passata girando moribondo e disidratato per le stazioni dei treni e cercando di prenotare un viaggio che mi allontanasse da quella confusione ben poco pittoresca. Per sei giorni non era possibile trovare un posto libero per qualsiasi delle destinazioni che avevo previsto, così ho scelto il modo più semplice e pericoloso per muoversi in India: l'autobus.
Il giorno dopo partivo per Ahmedabad, la città della polvere (non intesa come droga). Sono arrivato esausto dopo quattordici ore, e sono subito ripartito dopo una sfuggente occhiata alla città che di lì a un anno sarebbe stata sconquassata da un tremendo terremoto.
La meta era Bhavnagar, località marina sul lato nord-ovest dell'India, relativamente vicina ad Alang. Lì c'è il più grande "sfasciacarrozze" navale del mondo: ventimila operai lavorano per demolire i vecchi natanti provenienti da ovunque, a prezzi stracciati. Credo questo sia possibile grazie ai bassi costi di manodopera e delle quasi nulle accortezze per lo smaltimento di amianto e altri veleni. C'è chi dice che questa sia stata l'esperienza più affascinante del proprio viaggio, le immagini che pensavo di ricavarne già mi entusiasmavano.


Bhavnagar 30. 10. 1999

Ho passato la giornata sbattendo ripetutamente contro i muri della burocrazia indiana, vanto di parecchi impiegati ministeriali. Come prima cosa sono andato nel posto dove avrei avuto il permesso di fare le fotografie, ma lì il capitano del porto mi ha detto di andare direttamente ad Alang, dove c'era il responsabile degli ingressi. Così sono partito con un bus locale, per poi passare ad un motocarro a tre ruote ricavato da una moto Enfield su cui il conducente ha lasciato salire una dozzina di operai. Guardavo le rifiniture del mezzo in stile anglosassone anni '50 e la trovavo stupenda.

APERTURA DI UNA PICCOLA PARENTESI MOTORISTICA

Le Enfield vengono ancora prodotte qui, ed è possibile comprarne una nuova per una manciata di rupie, e poi farsela spedire a casa per altre due manciate. A meno che non si abbia la voglia e il coraggio di cavalcarla fino a destinazione. Per i veri risparmiatori c'e' anche la versione diesel... Altra chicca della produzione indiana sono le nostrane Vespe modello dopoguerra, quelle con la coda a punta e i due sellini tipo bicicletta. Ora le esportano anche in Italia con un altro nome e fanno tanto commuovere i vecchi vespisti che su quei sellini hanno vissuto i loro primi amori (e sui quali qualcuno di noi è stato pure concepito).
Altro scarto industriale finito qui sono le vecchie e brutte Fiat 1100 degli anni '50, dipinte di giallo e nero sono il taxi ufficiale di Mumbay.

Chiusa la parentesi, si torna ad Alang e al motocarro. Eravamo diretti al cantiere di demolizione che tanto volevo visitare (a me attira tutto ciò che è archeologia industriale, ferraglia e discariche), e lungo la via passavamo tra centinaia di depositi in cui si vedevano i pezzi recuperati dalle navi smontate. Arredamenti, bagni, oblò, enormi lampade fulminate e non, eliche e giganteschi motori elettrici. C'era una catena con degli anelli che non sarei riuscito ad abbracciare, immaginavo l'ancora che ci stava appesa... Insomma, tanto di quel materiale da poterci arredare la casa più bella e strana del mondo. Per non parlare dei mucchi di pezzi metallici nei quali mi sarei tuffato con la mia saldatrice per creare un mostro metallico tipo Mazinga, con cui avrei sicuramente salvato il pianeta.
Questo delirio d'onnipotenza è finito quando l'autista mi ha scaricato all'ingresso. la guardia mi ha chiesto il "pass" e gli ho detto che mi avevano assicurato che l'avrei potuto fare lì. Mi ha rispedito dal capitano a Bhavnagar, ma poi tirando fuori una cartapecora ingiallita si è corretto: i permessi si rilasciano ad Ahmedabad, da dove ero partito il giorno prima. Mantenendo una calma che non riconoscevo come mia ho tirato fuori un sorriso commerciale da venditore di auto usate e mille rupie che sventolavo sotto il suo naso, chiedendogli di aiutarmi a trovare una soluzione più facile. Non me la sentivo proprio di perdere chissà quanti giorni appresso ad un pezzo di carta. "Strickly forbidden!" ha risposto l'unico incorruttibile impiegato che come un padre geloso nei film indiani mi teneva lontano dal mio amore. Ero incazzato e deluso, e sulla mesta via del ritorno pensavo al tempo e ai soldi buttati per questo viaggio inutile, visto che la zona non offre molto altro. Una forte emozione l'ho avuta quando un motociclista fermo sul lato della strada ha deciso di compiere un inversione a "U" proprio quando la vecchia auto su cui viaggiavo era a pochi metri da lui. L'aspirante suicida portava con sè tutta la famiglia e quando si è accorto del probabile danno che ne avrebbe avuto si è fermato di traverso in mezzo alla strada. Dalla parte opposta arrivavano due camion che stavano sorpassando un risciò, parecchi passanti guardavano la scena divertiti e incoscienti. La marmellata era garantita, ma senza che nessuno frenasse ci siamo sfiorati in un incrocio di traiettorie da far invidia ai cervelloni della Nasa. Il motociclista poi è ripartito tranquillo come se gli capitasse ogni giorno. Una mia curiosa ma verosimile sensazione mi ha convinto che le magiche strade dell'India siano elastiche e si possano allargare a seconda di quanti mezzi si stiano incrociando. Più volte durante i sorpassi folli degli autisti degli autobus ho dovuto chiudere gli occhi e ritrovare la fede per quei pochi istanti necessari a far allargare la carreggiata o far inchiodare gli impavidi autisti. La seconda possibilità non si avvera quasi mai: l'uso dei freni è riservato al parcheggio per la sosta finale. Specialmente sui motorisciò, che svicolano tra vacche e pedoni con manovre acrobatiche sfiorandosi a vicenda. Ad Ahmedabad ero su uno di questi, guidato da un ragazzo vestito di bianco, giainista e barbuto (i giainisti sono i seguaci di quella religione secondo la quale è possibile reincarnarsi in qualsiasi essere vivente, per cui non mangiano carne, uova, formaggio, ecc, inoltre spazzano la strada dove passano per non calpestare gli insetti). Insomma questo ragazzo mi aveva proposto un prezzo per la corsa, ma a metà strada si è accorto che il tassametro che non aveva voluto usare segnava già un prezzo superiore, quindi ha iniziato a disperarsi facendo smorfie e battendosi la testa con il palmo della mano mentre si girava verso di me per avere conforto. L'ho rassicurato dicendogli che gli avrei dato quello che voleva, basta che guardava la strada. Non ho finito la frase che ha tamponato un'altro risciò che frenava.
Anche se non ci sono stati danni l'altro conducente non si è rallegrato dell' accaduto, gesticolando come si fa in tutto il mondo in queste occasioni.
Finalmente sono partito per Udaipur, dove finalmente ho trovato un posto ospitale con un palazzo strepitoso: era di un marajà...
Ora è stato trasformato in un museo e hotel, ma io non pernotterò qui. Il lago sottostante ne fa un paradiso per innamorati, e su un'isoletta di fronte alla costa c'è un altro albergo da mille e una notte, dove hanno girato alcune scene di "Octopussy", una delle avventure dell'agente segreto che si gode la vita alle spalle di sua maestà.
Io certamente non pernotterò nemmeno qui...
Però ho preso un appuntamento con il manager dell' albergo per avere il permesso di scattare delle fotografie. Nel paese ho rivisto i primi turisti dopo giorni di isolamento, vivendo con gli indiani e le loro quotidianità.

Udaipur 1. 11. 1999

Sono andato all'appuntamento con i miei vestiti migliori, e appena arrivato nella sfarzosa reception il portiere in divisa bianca mi ha guardato dalla testa alle scarpe che forse erano da spazzolare. Poi mi ha messo in contatto telefonico con il manager che mi ha rivelato che i permessi si rilasciavano nientemeno che a Mumbay, distante parecchi palmi sulla cartina geografica. In un precisato ufficio mi avrebbero rilasciato le carte, i bolli e tutto il resto. Pensare di farlo via fax o magari via internet era impensabile, e a nulla è servito dirgli che la pubblicazione delle fotografie su una rivista di turismo sarebbero state un' ottima pubblicità, mi ha risposto che avevano prenotazioni per anni ed anni. Eventuali tentativi di corruzione al telefono non si sarebbero adattati all'etichetta...
Quindi costretto a fare il turista, da una terrazza sul lago guardavo la sagoma sontuosa dell' albergo che mi ha rifiutato. Si rifletteva con migliaia di luci sotto la luna che era un taglio in un cielo di pece. Pensavo alle scopate che James Bond si era fatto lì dentro, e con un velo di invidia ho deciso di partire.



PRIMO BREVE E SUPERFICIALE SGUARDO AGLI INDIANI

Gli indiani non sono poi malvagi, un po' cazzoni spesso, ma quando si impegnano (o meglio, quando li schiavizzano) i risultati si fanno vedere. Il loro problema è la voglia di fare. E' come se non avessero vissuto parte della loro infanzia, e questa scappa fuori appena può. Gli piace mischiare tutti i colori, sentire la radio al massimo volume, quando la musica diventa solo distorsione, i clacson sono tenuti premuti costantemente. Gli Indiani sono curiosi, se ti fermi per la strada a leggere la guida o la cartina quando alzi gli occhi ti ritrovi circondato da persone con la testa inclinata che tentano di leggere. Chiedono sempre: "Hallò, which country you belong?", poi (solo alle donne): "Are you married?", e a tutti:"what's your name?" e via via nel loro ampolloso inglese: "which is the proposal of your stayng in India?". Una coppia di viaggiatori mi ha raccontato che una volta erano in una sala d'aspetto e lei parlava con un Indiano. Poco dopo lui le chiedeva indicando il compagno: "Che relazione esiste tra lei e quell'uomo?". Tutti gli Indiani hanno un amico in Italia che gli ha insegnato a dire: "comesstai? Tuttobono!". Poi ti portano a visitare il negozio di tessuti molto belli che non comprerai.
Gli Indiani guidano come pazzi: fanno i sorpassi in curva e non frenano mai. Portano i capelli lunghetti, con la riga da una parte, le camicie a linee verticali e le ciabattine di plastica colorate. Alla stazione, di fronte allo sportello della biglietteria si infilano tutti per vedere sullo schermo del computer dove vai. Quando si tira fuori la macchina fotografica vengono tutti a guardarti e a mettersi davanti all'obiettivo. Non chiedono neanche di spedirgli le foto, vogliono solo che li porterai a casa.

Jodhpur 2. 11. 1999

La città è proprio azzurra come dicono, sembrava di essere su un'isola greca e invece stavo quasi nel deserto del Thar. Le costruzioni monocrome sono sormontate da un forte che svetta sopra i fregi approssimativi delle facciate; lo vedevo dalla camera dell'albergo mentre si arrostiva sotto un sole metallico. Ho scattato addirittura un paio di foto. Ho provato a recarmi in un'altro albergo per marajà cercando di proseguire, o meglio iniziare, il mio lavoro. Come da copione il portiere mi ha scrutato, mi ha mandato dal direttore che mi ha spedito dall'incaricato che non c'era ma sarebbe tornato l'indomani. E comunque sarebbero serviti almeno tre giorni per espletare le pratiche, quindi era meglio se lasciavo stare.
La sera, tornato nel mio misero albergo da "backpacker" ho conosciuto un gruppo di viaggiatori di Roma. Paco, uno di loro abitava a pochi metri da casa mia. Claudia, la compagna, studiava antropologia e stava immergendosi nella cultura Indiana. Sicuramente è stata Livia quella che nel gruppo ha attirato di più la mia attenzione. Mi ha subito ricordato mia cugina, oltre che per l'inequivocabile somiglianza fisica anche perché portava lo stesso nome. Altra cosa curiosa è che anche la mia cuginetta (pecora nera della famiglia e mio inconfessabile mito adolescenziale) quindici anni prima se ne andava a spasso per l'India in compagnia dei fricchettoni, facendo sparlare le frange più perbeniste del parentado. Livia parlava poco, aveva lo sguardo vispo, e si muoveva con una cortese timidezza asiatica. Sapeva di muschio e di bosco, e la sua freschezza contrastava con l'aria tiepida e molle della sera.

Jodhpur 3. 11. 1999

Ero riuscito a finire la prima pellicola strappando qualche fotografia al forte e per le azzurre vie della città. Fisicamente stavo uno schifo: mezzo influenzato, dolori alle ossa, diarrea, con un mal di gola che mi strozzava, e gli antibiotici e l'antimalarica che mi tritavano il fegato.
Jaisalmer 4. 11. 1999

Insieme a Paco, Livia e Claudia ho viaggiato in pullman fino a Jaisalmer. Per la strada si susseguivano pali della luce, sparuti cespugli, tracce nella sabbia. Poi altri pali, altri cespugli, mezzi militari infrattati. Traversavamo nell'aria calda e secca, mentre gli abiti delle indiane si facevano più colorati...
La guida consigliava di fare attenzione alle persone che aggredivano i turisti alla stazione per portarli in alberghi dove sarebbero stati costretti a fare un safari col cammello. Infatti come quattro polli ci siamo caduti; un'autista di taxi ci ha promesso di portarci in un albergo dove eravamo liberi di prendere anche solo la camera. Così ci hanno assegnato le stanze ad un prezzo stracciato. Più tardi, quando stavamo uscendo è saltato fuori il "Boss", con pantaloni a zampa d'elefante e la camicia quasi tutta sbottonata. Un bastardino strafottente che con fare scontroso e autoritario ci ha fatto sedere nel suo ufficio e ci ha detto subito: "O prenotate un safari oppure: OUT!" accompagnando la frase al classico movimento del dorso della mano che batte sul palmo dell'altra, che ho trovato tanto volgare quanto internazionale. Io e Claudia eravamo incazzati come due belve, solo Paco nel suo apparente distacco da molte cose della vita terrena ha saputo mantenere una conversazione amichevole col viscido individuo, ed è riuscito a prendere tempo. Intanto il "boss" per convincerci ha cominciato ad elencarci le bellezze, le sensazioni forti e indimenticabili che solo il deserto può dare, tra le quali: "...under the stars, smoking big joint..." e ha mimato una lunga tirata a due mani da un ipotetico cannone... Poi compiaciuto dal gesto ci ha detto di andare pure a controllare i prezzi della concorrenza. Abbiamo scoperto da altri turisti che qui tutti gli alberghi economici costringono gli ospiti al safari, quindi o lo facevamo dal mafioso che ci aveva sequestrato o dovevamo spendere moltissimo per avere solo la camera. Così abbiamo accettato, e lui quando ha visto i soldi ha cambiato immediatamente tono, diventando un modello di cortesia orientale. Però la fiducia che riponevamo in lui non era molta, gli abbiamo dato solo la metà dei soldi, il resto al ritorno, se fossimo rimasti contenti e vivi.
Poi la sera abbiamo provato il Bhang Lassi, uno yogurt con una specie di canapa dentro: moooooolto rilassante...

Jaisalmer 5. 11. 1999

La mattina avevo regolato la sveglia all'alba, ma prima che suonasse gli inservienti-schiavi dell'albergo che dormivano ammassati nel cortile davanti alle nostre camere già facevano un baccano infernale.
Sono andato a scattare alcune foto alla periferia di Jaisalmer, sembrava di essere in Messico: le casine di fango avevano gli spigoli arrotondati ed erano verniciate di colori terrosi, con semplici ma raffinate pitture geometriche sui muri, tutto aveva un aroma centroamericano e sapeva di caffè. Ad un certo punto, quando ero già circondato da una marea di ragazzini che mi accompagnavano festanti, mi è passata accanto una bambina di circa quattro anni vestita con uno straccetto a fiori bisunto, correva con un grande "chillom" (la nota pipa di terracotta o pietra) tra le manine. Le sostanze in possesso del gruppo italiano erano state perdute durante il viaggio per raggiungere questa città, dove sembrava che il "fumo" non esistesse; quindi ho inseguito l'infante che sembrava sapesse bene dove andare. Sempre con lo sciame di bambini che mi circondavano e volevano essere fotografati, la piccola ha raggiunto il nonno che l'aspettava seduto su un copertone di camion per la fumata del mattino. Purtroppo egli non mi ha saputo aiutare nelle mie ricerche tossiche, mi ha detto di andare da un "baba" di sua conoscenza e forse ci sarebbe stato un pezzo di "Charas" per me. In albergo ho incontrato Livia, e siamo andati in un bar a bere un "Tchai" ed intrattenere una piacevole conversazione sul futuro della musica e dell'uomo. Mi incantava lo scintillio dei suoi occhi vispi, mi perdevo nei minimi movimenti delle sue labbra e tra le sfumature della sua sessualità non ancora del tutto compiuta. In pomeriggio io e Paco guidati dal nostro fiuto da trovatori siamo finiti dal "baba" in cerca del "charas". L'ottuagenario barbuto era assai poco loquace, fumava un "chillom" con attaccato un tubo di plastica per tirare, e ci ha messo in mano un tocco di resina scura e secca grande come un pugno chiuso. "Opium!" ha aggiunto. Il ragazzo che ci ha accompagnato ci ha detto che qui si trova solo quello, e che ci dovevamo accontentare. Abbiamo accettato solo per non ritornare a mani vuote, abbiamo dato cinque dollari al "baba" e uno al ragazzino, e la sera, ben organizzati con le pipette e tutto il resto ci siamo messi a fumare quella cosa strana e caramellosa che si liquefaceva al calore della fiamma ed otturava il cannello dello strumento. Così siamo passati ad altri metodi: prima bruciandolo su un cucchiaio e aspirando il fumo tramite un cono di carta, poi inzuppandoci dentro le sigarette che uscivano nere come se fossero state asfaltate. Non ci ha fatto assolutamente nulla, e non si può certo dire che non avevamo voglia di fumare...
In quella scena d'altri tempi, seduti sul letto di un albergo indiano con le immagini sacre sulle pareti, Livia era la piacevole allucinazione che la droga non mi dava. Era illuminata dalla luce di una candela che aveva la fortuna di poterla accarezzare. Nei suoi abiti hippy, con la sua carica di acerba e inconsapevole sensualità.

Jaisalmer 6. 11. 1999

Io e Paco siamo tornati dal "baba" per protestare dell'oppio che ci aveva venduto, o almeno per farci spiegare come si usava. Lui era sempre di fronte al suo tempietto con in mano il suo antico "chillom". Una famiglia indiana sedeva nel cortile intorno all'aura del "baba". Il capofamiglia aveva il turbante verde pistacchio ed i baffoni lunghi e neri. Intorno aveva un grappolo di infanti e donne di passaggio. Il "baba" nel mezzo fumava il suo curioso tubone e parlava niente. Gli abbiamo chiesto dove avevamo sbagliato e lui ha pontificato:"Eating!". Con il sospetto di aver preso la nostra fregatura indiana ce ne siamo andati certi che nessuno avrebbe avuto il coraggio di ingerirlo. In compenso abbiamo trovato un'alternativa divertente e legale: i biscottini al "bhang". Sembrano i biscotti dietetici alla crusca, e lasciano un sapore di fieno in bocca, ma dopo un paio d'ore l'effetto è assicurato...
Paco è un fumetto vivente, è un essere caduto su questo pianeta per puro caso, come tutti d'altra parte, ma lui non se ne è ancora accorto. Non sembra mai presente, ma dà spesso prova del contrario. Forse vive in un'altra dimensione che si incrocia alla nostra solo per brevi istanti. Spesso a qualche sua affermazione Claudia lo riprende con amore: "Paco, tesoro, ma che cazzo stai a dì ?!" e lui si zittisce per un po' e torna nella sua dimensione parallela. A me dispiace, io lo capisco sempre, forse perché è un po' cazzone e io pure.

Deserto del Thar 7. 11. 1999

Siamo partiti per il deserto accompagnati dal "boss" in fuoristrada, ci ha scaricati al parcheggio dei cammelli. Lì dove un vecchio cammelliere inzuppava un sacchetto d'oppio in una scodellina avremmo dovuto verificare la presenza di tutto quello che il "boss" ci aveva scritto sulla lista, poi firmata col proprio sangue. Visto che ormai si era fatto tardi e che i cammelli erano già carichi ci siamo fidati, e al tramonto eravamo già alle dune. Io mi sentivo uno schifo, l'influenza che mi era esplosa mi ha fatto viaggiare in uno stato pietoso. Inoltre il calore manifestato da Livia era misteriosamente scomparso, la sera precedente alla partenza, al peggiorare del mio stato si era presentata in camera mia con un miracoloso intruglio indiano che guariva tutti i mali. Infatti, poco dopo stavo già meglio e per ore abbiamo parlato e ci siamo strofinati teneramente...
Questa sua apertura mi aveva fatto salire al settimo cielo, mi sentivo come un quattordicenne a primavera, ed il suo odore mi rimase nelle narici per tutta la notte. Dalla mattina dopo, non ancora ne capisco il perché, mi ha ignorato completamente, come se fossi invisibile. Dice che mi aveva avvertito: lei era strana...
Mi ritrovavo dunque a dover passare tre giorni nel deserto con una lunatica ed una coppia di piccioncini; più la strada si allontanava e più pensavo che stavo facendo una cazzata. Mi venne in mente una storia che parlava di peli e di carri...
La carovana era ferma a mangiare tra i cespugli, i beduini preparavano il pranzo ed io preferivo non guardare. L'unico modo per gustarsi qualsiasi pietanza in India comporta il non seguire le fasi della preparazione, le poche volte che mi è caduto l'occhio sono rimasto abbastanza schifato, e lo stomaco si è chiuso immediatamente...
I pasti che ci hanno somministrato fino ad allora i cammellieri erano stati abbastanza insipidi e soprattutto non sapevano fare nemmeno il "chapati", specie di piadine cotte sulla brace. Per fortuna Claudia ha preso l'iniziativa e si è messa a impastarle lei, con risultati molto migliori.
Ancora pensavo se avevo sbagliato qualcosa con Livia, o se è andata così perché c'è la luna piena e le signorine diventano bizzarre. Per fortuna fisicamente andava meglio, abbiamo visto le dune di un piccolo deserto del Sahara, dove ci siamo fatti una foto con l'autoscatto, con il teschio di un animale cornuto in primo piano. Accanto a me i cammellieri pulivano le pentole e i piatti con sabbia e merda di cammello, sulla quale ogni tanto sputavano. L'importante è non guardare...
Abbiamo continuato la traversata sui cammelli, strafatti di biscottini al "bhang". Cavalcavamo nel deserto su tante nuvolette rosa, io ogni tanto ridevo da solo. Anche uno dei cammellieri era un "baba", anzi di più: un "desert baba". Quando ha visto i biscotti ne ha staccato un pezzo con l'unghione nero e se lo è calato ridendo.

Deserto del Thar 10. 11. 1999

Terzo giorno di navigazione, io continuavo ad essere preso dalle scariche di diarrea che mi accompagnavano dalla partenza e che mi rendevano le notti sotto le stelle assai movimentate. Ci stavamo abituando alla presenza della sabbia, che accompagnava qualsiasi nostra azione in questo ambiente. Sulla sabbia si camminava, ci si dormiva e ci si facevano i bisogni, si respirava nel vento e si mangiava nel pranzo. Ho scoperto che aggiungendo parecchio sale grosso si riusciva a mascherare i granelli di sabbia sotto i denti. In ogni posto dove andavamo a mangiare c'erano ad attenderci diversi personaggi che si invitavano a pranzo e che sembravano apprezzare più di noi gli insipidi e arenosi manicaretti che il "desert baba" ci preparava con tanto amore. La sera prima, dopo cena, eravamo tutti davanti al fuoco a guardare le stelle come fricchettoni, il "baba" e le due guide hanno tirato fuori una bottiglia di "arak", il micidiale distillato fatto in casa, che ogni anno provoca in India migliaia di morti e di ciechi per l'alta presenza di metanolo. Ne hanno bevuto un bicchierino per uno e si sono immediatamente ubriacati a bestia. Uno di loro è partito per la savana urlando a squarciagola, il "baba" si è sdraiato davanti al falò ed ha iniziato a intonare un canto dal sapore antico. Io non mi ero nemmeno accorto di quello che faceva, tanto la sua vocina strozzata e lontana nella sua gola si intonava col silenzio del deserto. L'ennesimo biscotto al "bhang" dava i suoi effetti, e le fiamme che ci rapivano gli sguardi erano il miglior cinematografo. Nella notte ho avuto la visione del "desert baba" proiettato a Roma col suo cammello in mezzo al traffico di viale Marconi, manteneva la sua aria serena e sorrideva senza suonare il clacson. Ci ha detto che aveva cinquantacinque anni, ma sembrava averne almeno il doppio. Magro e scuro come un ramo bruciato, non trovavo l'ombra di un muscolo sotto la sua scorza rugosa, dal suo sguardo sembrava sapere tutto di chi aveva davanti, stillava carisma da tutti i pori. Col suo turbante, la camicia che lo ha accompagnato per buona parte della vita e le scarpe deformate dai rattoppi...
Il "baba" vestiva i colori del deserto, ne era una molecola silenziosa.
La sera, quando siamo andati all'appuntamento col "boss" per tornare in albergo, questi ci aspettava di spalle, pantaloni bianchi e capello impomatato. Era in mezzo ad uno spiazzo ventoso, pisciando platealmente per segnare il territorio.
Col suo look da mafiosetto d'oriente e la faccia che non faceva pensar nulla di buono della madre ci ha accolto tendendo la mano e chiamandoci "Amici !". Alle nostre guide dava dodici dollari al mese...

GLI INDIANI 2

L'indiano tipo non è ben nutrito, ma spesso è alto con i muscoletti che non ostenta, dato che sono certo il frutto di un lavoro duro. Con gli Indiani si chiacchiera volentieri, sembra che non abbiano molto da fare. Stanno per strada a perdere tempo con gli amici, sono amichevoli e simpatici. A volte capitano quelli che vengono a fare amicizia tentando poi di attirarti nel loro negozio, alcuni hanno una parlantina che permette poche repliche: ti rincoglioniscono di parole e salamelecchi finché ti ritrovi nel retrobottega ricoperto di tappeti e collane da comprare. Una volta ero stato quasi coinvolto in un business di import-export intercontinentale.

Pushkar 11. 11. 1999

La mattina all'alba prima della partenza mi sono rivisto allo specchio dopo tre giorni; ci sono passato davanti distrattamente e quasi non mi sono riconosciuto: dimagrito, barba incolta, il viso bruciato dal sole e consumato dalla diarrea. Mi sono trovato bello come mai prima.
Alla fermata degli autobus di Jaisalmer bevevo un "tchai", quando è venuto un Indiano a sedersi vicino, non mi era nuovo, e infatti mi ha salutato. Poi mi ha ricordato ingenuamente che era stato lui ad accompagnarci all'hotel quando siamo arrivati, o meglio ad indirizzarci con l'inganno alla trappola in cui siamo caduti. "Yes, I remember, you fucked me!", gli ho detto scherzando, e lui: "Yes, yes, I fucked you!". Poi mi ha chiesto se gli offrivo un "tchai"...
Dopo tredici ore d'autobus con i brividi gelati lungo la schiena e lo stomaco che minacciava esplosioni improvvise, sono arrivato a Pushkar, giusto un giorno dopo la fine della famosissima fiera dei cammelli. Informazioni sbagliate mi avevano fatto perdere uno dei più importanti appuntamenti del calendario indiano. Livia col suo fare lunatico era sparita dalla mia mente come se coperta dalla nebbia, di lei mi rimaneva un sapore amaro in bocca e alcune immagini su due rullini che, pensavo, non sarebbero stati sviluppati mai.

Pushkar 12. 11. 1999

In paese stavano smontando le ultime bancarelle della fiera del cammello, contemplavo il lago quando tutto d'un tratto mi chiedevo: "Ma che cazzo ci sto a fare io qui?!". Il paese era abbastanza turistico, e c'era grande fermento per la fine della fiera e per i soldi guadagnati. Si respirava aria di misticismo, gli importanti tempi di Pushkar attirano i più strani pellegrini, che si vanno a bagnare sui "ghat", i gradini in pietra che danno sul lago. In questi luoghi è vietato fotografare. Avevo il nome di un amico di Paco e Claudia che viveva lì da un pò di tempo, ma non sapevo in quale hotel, cercarlo poteva essere un piacevole passatempo per la giornata. Già mi avevano proposto di acquistare del "fumo", ma avevo rifiutato per la paura (quasi certezza) di essere venduto alla polizia. La sensazione di essere una merce preziosa e commercializzabile non è per niente bella.

Jaipur 13. 11. 1999

Ero arrivato a Jaipur insieme ad un ragazzo austriaco. Portava i lunghi lacci delle scarpe sempre sciolti che strisciavano per terra, credevo che volesse insaporirli di tutta l'India. Siamo arrivati in un hotel frequentato da fricchettoni che si aggiravano per il cortile erboso. Mentre entravo con i bagagli un "fratello" mi ha portato uno spinellone acceso. Era uno dei famosi "uomini chillom", dediti esclusivamente all'adorazione della propria pipa. Pareva un personaggio dei fumetti underground degli anni '70, e lui in quegli anni era arrivato lì dalla Francia e ci era rimasto, vendendo il "fumo" a prezzi altissimi. Philippe lo faceva per campare, ma la sua era anche una missione della quale andava orgoglioso: come una farfallina impollinava gli hippy ed i viaggiatori di passaggio altrimenti prede degli infidi trafficanti indiani...

Jaipur 14. 11. 1999

Ho scattato alcune fotografie mediocri e ho fatto alcuni acquisti, non è stato facile perché in città c'è una miriade di negozi, e non appena si acquista qualcosa subito si pensa di aver preso la "sòla" (la fregatura come si dice a Roma, che coincide col "pacco" milanese), perché il negozio accanto poi sembra sempre migliore. L'albergo dove vivevo era pieno di commercianti di pietre, di stoffe e di trafficanti sulla cinquantina molto simili a Philippe. Per l'import-export arrivano dall'Europa a frotte, con i portafogli gonfi e le carte di credito cromate e dorate, nei negozi si maneggiano grappoli di collane di pietre come se fosse baccalà. Sembrava che i miei dolori fisici fossero in fase terminale, dopo due settimane di diarrea, febbrine ed altri malori era un giorno che sopravvivevo senza ingurgitare pasticca alcuna, ma il mio aspetto non era dei migliori: dimagrito parecchio, disidratato, e di colorito beige.

GL' INDIANI 3

Ti fissano e ti chiedi a cosa pensano. Sono intelligenti ma non sempre lo dimostrano, è perché sono anche molto furbi. A me a volte mi fregano facendo gli Indiani.

Jaipur 15. 11. 1999

Fino ad allora l'India che avevo visto non mi era piaciuta granché. Forse era quel vivere lasciando andare tutto al proprio destino, la sensazione continua di processo di putrefazione inarrestabile. Quello che le strade riflettono dà l'impressione di una totale noncuranza di loro stessi e dei luoghi dove vivono, non capivo come potessero accettare il fatto che esistessero categorie diseredate la cui vita, sofferenza o morte non cambiasse nulla per nessuno, neanche per i diseredati stessi. Avevo visto casi di rassegnata disperazione e malattia che non avrei dimenticato facilmente. Ma forse non era altro che uno sterile scontro culturale.
Le vacche sacre non sono erbivore, mangiano di tutto, sopratutto spazzatura, cartoni e camere d'aria. Sanno che possono fare qualunque cosa, ne ho viste che dormivano di traverso in mezzo alla strada, entrare nei mercati e divorare la verdura sui banchi, e addirittura una che girovagava tra pile di vasi di ceramica in mostra davanti un negozio; il proprietario le correva intorno spostando la sua merce molto affannato ma senza scacciarla...

Barathpur 16. 11. 1999

Questo posto è famoso per essere il paradiso degli ornitologi. Non avevo mai avuto contatti con appassionati di questo genere, spiriti nobili, poetici, delicati e monomaniacali. Sono classificabili in una posizione che sta tra gli ingegneri e i filatelici. Ne ho conosciuti un paio così finora, anche se poi tutti hanno l'aria di esserlo. Uno di loro, un Inglese si era portato la fidanzata e l'ha costretta a passare tre settimane in questa selva che offre solo uccelli (nel senso di volatili) di ogni specie e colore. La sera al ristorante quando lei parlava vedevo nei suoi occhi i segni dell'esaurimento, mi chiedeva come fosse l'India fuori dalla giungla, mentre cercava di convincere quell'ornitologo del fidanzato a portarcela, ma lui completamente insensibile a qualcosa che non volasse né cinguettasse, pareva deciso a fermarsi lì ancora a lungo. La giornata l'ho passata in escursione con lui, la guida e un altro appassionato; la fidanzata non è venuta. Devo confessare che li invidiavo un po' quando andavano in visibilio davanti ad un "passero" su un ramo in lontananza. Dopo tre ore di avvistamenti ho detto alla guida che forse questa non era la mia vera passione e me ne sono andato in bicicletta nel parco per i fatti miei. Lui c'è rimasto un po' male, ma non si può vivere stando attenti a non urtare la suscettibilità di un ornitologo.
Guardavo i volatili distesi intorno all'acquitrino, di fronte a me c'era quello che doveva essere un airone. Stava fermo immobile e a volte spalancava annoiato le ampie ali bianche. Su un albero sopra di me risiedeva un'altra specie assai interessante, di colore nero e blu elettrico, altri di colore verde si inseguivano sul davanti. Lo stagno aveva l'aria di essere molto popolato, per mangiare i ragni d'acqua sulla superficie guizzavano fuori molti pesciolini, i più sfortunati di questi alimentavano i volatili. Come andare al ristorante e venir mangiato dal cameriere.

Barathpur 17. 11. 1999

Questi ornitologi anche se sono dei fottuti maniaci sono anche molto simpatici, particolarmente uno di loro che vive la sua ossessiva passione con molta autoironia, trattandola come una piacevole condanna. Per tutta la durata della cena l'argomento principale di conversazione è stata la merda, causa del malessere di buona parte dei presenti. Ciascuno aveva da raccontare terribili esperienze vissute, a quanto pare il vero viaggiatore si riconosce dal numero di intossicazioni alimentari e dalle ore passate sul cesso. Un fotografo tedesco sembrava essere il più viaggiatore di tutti: con quarantacinque giorni di diarrea ininterrotta si stava trasformando in un "geiser"...
Gli unici due turisti finiti lì senza la passione per gli uccelli (sempre intesi come volatili) eravamo io ed un ragazzo israeliano che mi somigliava come una goccia d'acqua. Se non fosse per i suoi capelli lunghi e gli occhi verdi ci saremmo saltati addosso urlando: "Dammi indietro la mia faccia!". Invece ci siamo stati simpatici, e la mattina siamo stati insieme ad Agra dove abbiamo visitato il Taj Maal, monumento funebre per la moglie del ricco ed innamorato Shah Jahan, che vide morire la moglie di parto. La costruzione del monumento costò il lavoro di ventimila persone per ventidue anni, e gli artigiani migliori ebbero poi i pollici amputati per non avere la possibilità di ripetere una simile opera. E' un insieme di equilibrio di volumi e raffinatezza di stile da lasciare incantati. Shah Jahan venne poi deposto dal figlio ed imprigionato nel forte di Agra, da dove ha potuto vedere il monumento fino alla fine dei suoi giorni. Finalmente ero riuscito a scattare parecchie fotografie e ad uscire dallo stato di frustrazione in cui mi trovavo. La sera ho conosciuto Barbara, una hostess italiana con delle lentiggini che mi mettevano tanta allegria. Siamo stati insieme a cena su una terrazza dove ci siamo consolati della solitudine del viaggiatore solitario, poi siamo finiti nella mia camera, e mentre finivo di consolarmi tra le sue tette accoglienti ho realizzato che fuori della finestra, nel patio, c'erano due indiani che parlottavano. Noi eravamo con la finestra aperta e la luce accesa, quando mi sono girato loro sono scappati sghignazzando. Allora mi sono alzato per chiudere almeno la tenda, e al mio ritorno Barbara si era incazzata per questa mia interruzione, si è girata e non ha più voluto farsi sfiorare… Ah, le Italiane…

Fatehpur Sikri 18. 11. 1999

E'un' antica città fortificata che fu abbandonata poco dopo la sua nascita. Un posto interessante, che però non mi ha stimolato fotograficamente. Poi in pomeriggio mi sono perso per i bazar convulsi alla ricerca di non so cosa. Una giornata piuttosto loffia.

Goa 21. 11. 1999

Ero planato laggiù da un giorno, forse il più spensierato da quando ero partito. Il posto era tropicale quanto basta, strascinata atmosfera da siesta perenne, mare, palme e frutta fresca. Pesce sulla spiaggia la sera. Un'India molto diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora, molto più serena e rilassata. Ho visto le spiagge di Benalium a sud di Goa: vaste e semideserte, un vero paradiso tropicale.
Nella zona rimangono diverse testimonianze del passato storico di questo stato, fino a poche decine di anni fa colonia portoghese. Ho visitato alcune delle case che ospitarono i coloni e gli Indiani ricchi che con loro facevano affari. Oramai sono i loro discendenti che le mantengono in piedi con non poche fatiche economiche.
In una di queste abitazioni vive un anziano fumettista indiano con sua moglie, mi hanno accolto anche se ho disturbato la quiete del loro eremo nel bosco. E' stato molto più ospitale di altri, che quando ho bussato alla porta mi hanno detto che non ce la facevano più di turisti inopportuni e mi scacciavano malamente...
Alla fine della giornata comunque sono riuscito a contare diverse pellicole esaurite, la cosa mi ha fatto stare un po' meglio, perché il mio grado di depressione professionale saliva ogni giorno.

Goa 22. 11. 1999

Mi sono spostato più al nord, verso l'epicentro della vita delle notte indiane. E' un'altra India, fatta di turisti europei e sopratutto israeliani, che scorrazzano in gruppi a bordo delle loro scoppiettanti moto "Enfield". Questa è la terra della musica techno, e specialmente di un genere che si è sviluppato qui grazie agli Indiani trapiantati in Inghilterra e poi ritornati, che hanno sviluppato un genere tutto particolare (con un nome che fa un po' paura): la "Goa trance". Una musica in grado di far muovere i piedi più oziosi. Io non andavo pazzo per la musica elettronica, ma mi sono ricreduto.
Le famose feste sulla spiaggia che si consumavano fino a qualche anno fa sono state limitate, ma con un po' di discrezione si può organizzare qualcosa in alcuni locali.
La sera sotto la tettoia in riva al mare vedevo saltellare i cosiddetti "techno ravers", figli o nipoti dei fricchettoni occidentali che negli anni sessanta colonizzarono queste sponde. Venivano periodicamente dalle montagne portando le collanine costruite d'estate e grandi pezzi di odoroso "charas" che pubblicamente consumavano nei loro "chillom". E' da allora che si festeggia la Luna piena o il Natale (Goa è cristiana) in pompa magna, finché la polizia ha deciso di mettere un freno all'atmosfera festaiola chiedendo delle "bakseesh" (mancette o estorsioni) di cifre spropositate agli organizzatori. Anche agli Indiani che vivono qui non piacciono tanto questi tipi strani, ma sanno che in fondo sono proprio i turisti che gli permettono di campare. E' molto strana la frizione di culture che si è venuta a creare: in una festa c'era un deejay europeo vestito in mimetica e gilet spaziale di plastica argentata, parlava con una donna di non so quale tribù di zingari del sud, era vestita di tutti i colori, specialmente il rosso, ed era piena di specchietti e brillantini. La faccia era tappezzata di anelli ed orecchini collegati tra di loro da catene, ed io ho trovato una grande affinità con i piercing facciali dell'interlocutore. Sembrava che si fossero proprio trovati; per un attimo li ho immaginati sposati che gestivano un negozio di ferramenta. Questi due erano davanti ad una enorme scritta pubblicitaria in bianco e rosso sul muro: "Kingfisher beer", ho pensato che mi trovavo all'incrocio culturale dove si intersecavano gli estremi di due culture che a prima vista potevano apparire opposte. Ai villici non piace molto il movimento che si è creato (e i soldi che girano), molti dicono che a loro il turismo non porta alcun beneficio, i negozianti dicono che si accontenterebbero dell'indispensabile per sopravvivere in questo continente così povero e ricco allo stesso tempo. La mancanza di iniziativa e della voglia di fare trascina qualsiasi attività agli standard indiani, ho visto molte situazioni che aspettavano solo di essere sfruttate, alberghi a cui sarebbe bastata un'imbiancata alle pareti per fargli compiere quel salto di qualità che avrebbe aiutato i proprietari e le decine dei loro figli a uscire dalla polvere. Risultato non sempre facile da raggiungere anche perché bisogna tener conto che anche nelle più piccole attività qui ci lavorano almeno cinque persone. Nei ristoranti o negli alberghi più grandi spesso ci sono più inservienti che clienti... Mi era scomparso quel senso di compassione occidentale verso questa gente, loro stanno bene così, quindi rispetto le loro decisioni: se vogliono che Goa torni ad essere un paradiso incontaminato è un loro diritto. Quello che non mi spiego è perché una cultura così antica e forte ad un certo punto della sua evoluzione si sia bloccata, e la voglia di svilupparsi e migliorarsi si sia esaurita senza cause apparenti. Sono affascinati da quello che offre l'occidente, ma prendono i modelli peggiori del nostro sviluppo, il più facile e immediato, quello più inquinante e pericoloso, quello che arricchisce pochi e mantiene le masse sfruttate. Ho conosciuto un cameriere di un ristorante che per quattordici ore di lavoro al dì riceveva diciotto dollari al mese; gli ho consigliato di andare a vendere le bibite sulle spiagge dove non c'erano bar, avrebbe guadagnato la stessa cifra in tre giorni. Lui mi ha guardato interrogativo, poi mi ha detto che preferiva stare qui a fare lo schiavo. In questo popolo c'è come un sentimento di desolata rassegnazione a quello che la vita quotidianamente gli propone, e loro non hanno la voglia né la capacità di risollevarsi. Chissà, forse nella prossima vita andrà meglio...

Goa 23. 11. 1999

Ho affittato una Enfield alquanto malandata, non la volevo prendere anche perchè non funzionavano le luci, ma il tipo le ha cambiate e quindi non ho potuto dire di no. Si guida come un trattore, il suo lento e soffocato scoppiettare accompagna le grattate del cambio ed i sinistri cigolii di ogni pezzo che la compone. Al posto del contachilometri c'è un buco che usavo per infilare la guida arrotolata. La moto era nera opaca, senza scritte né fronzoli, né freno posteriore. La cosa peggiore delle Enfield sono i comandi dei pedali e delle manopole tutti invertiti rispetto al resto delle moto in commercio; creano problemi quando ad esempio si deve fare una frenata improvvisa, e invece si mette il cambio in folle e si tira la frizione... Anche l'ordine delle marce è invertito. Unito al fatto che in India la guida è a sinistra si può immaginare che ogni viaggio è un'avventura dal non sicuro ritorno. Appena preso un minimo di confidenza col mezzo meccanico mi sono lanciato per le stradine tra le palme in riva al mare; avrò percorso una quarantina di chilometri felice solo di viaggiare su un pezzo di antiquariato e di essere capace a guidarlo. Al ritorno, in un bar sulla spiaggia, ho conosciuto un Francese e gli ho dato un passaggio fino alla spiaggia di Anjuna, ho lasciato la moto in un posto che poi avrei ritrovato con facilità. Sono tornato quando era ormai buio, e la Enfield nera opaca era stata divorata dalle tenebre. Ho così iniziato a girare per i viottoli e tra le casette chiedendo spesso se qualcuno l'avesse vista. Molto improbabile, anche passandoci accanto non si poteva scorgere. Dopo due ore ho dovuto prendere un moto taxi che mi aiutasse nelle ricerche. L'ho vista illuminata dal faro in un punto in cui ero passato già diverse volte, e finalmente ho scalciato per far girare il pistone che ha rombato assonnato. Tornando in albergo la brezza tiepida della sera mi sventolava la faccia e avevo raggiunto una velocità da brivido nel lungo e ampio rettilineo, quando mi sono ritrovato a volare. E' comparso sotto le ruote improvviso come una pallonata sulla finestra uno dei famigerati "speed breakers", i dossi dalle dimensioni di un trampolino olimpionico che la polizia fa apporre nei punti in cui si sa che la gente "tira". Lievitavo ad un palmo dal sellino del carro armato che volava anche lui, sapevo in quegli istanti che il problema non è il volo, ma l'atterraggio. Uno schianto di ferraglia mi ha avvertito, poi sono arrivate le mie palline sulla sella legnosa e crudele. Prima di avvertire il dolore ho cercato di mantenere la Enfield in carreggiata, e per fortuna con la sua massa da mammut è andata dritta senza che finissimo nel fosso al lato. Nel momento in cui abbiamo toccato terra ho visto pure il fanale volare via inghiottito dalla notte, con il suo fascio di luce che prima ha disegnato la volta celeste per poi scomparire per sempre. Ero a cercarlo, quando è arrivato un ragazzo cicciotello che come tanti Indiani stanno sempre in giro per aiutare qualcuno o semplicemente per pazzeggiare. Mi ha proposto in affitto la sua moto: una Yamaha 135 cc., anch'essa nera, ma di più bell'aspetto e meglio in arnese. Ho lasciato la "Enfield" su un lato della strada con su un biglietto con un messaggio lapidario per il padrone: "Il fanale è qui in giro, le chiavi al mio albergo, non sarai pagato, tieni pure la benzina nel serbatoio. Spero di vederti presto!". La nuova moto ha un motore due tempi ruspante e nervoso, che unito ad un'estetica essenziale degli anni ottanta ne fanno un mezzo che invoglia alla pirateria stradale. Ha pure dei tubi metallici sul davanti, una specie di scudo per le gambe, un rostro che ne tradisce ancor più la sua velleità ai duelli urbani. Con essa la mattina ho attraversato i paesini dei pescatori immortalando scene banali ma vere.

Goa 24. 11. 1999

Con la mia nuova motoretta da scippatore mi sono spinto fino a Reis Magos e ad un forte nei pressi. La grande chiesa era circondata da pali, fili elettrici ed era anche chiusa. Il forte pure. Ho aspettato una buona mezz'ora vagando nel piazzale sotto il sole fino all'ora di apertura, dentro non c'era nulla di particolare se non un bel panorama e un faro. Ho scattato n° 4 (quattro) fotografie senza infamia né lode e me ne sono andato. In albergo sotto una massa di artigianato, tessuti e vestiti che mi si sono accumulati durante il viaggio ho visto il cavalletto: pesante, fedele ed inutile compagno di quel viaggio. Me lo sono portato sempre a spasso facendomelo puntualmente sequestrare agli ingressi dei luoghi dove andava usato...
Più tardi sono stato alla spiaggia di Anjuna, la più "trendy" di Goa, è uno di quei posti in cui ci si rende conto di non avere mai il fisico né il costume giusto per starci. Ho fatto delle bellissime foto a Rami, la "metallara"che avevo visto parlare col deejay cromato un paio di giorni prima.
In fondo Goa è una pacchia, tutto costa poco e ci si può permettere di fare i signori tutto il dì. Le spiagge non sono molto popolate di turisti, ma più dai venditori di collanine, di frutta e di massaggiatori…

Goa 26. 11. 1999

Ho conosciuto Robert e Cecilia, una coppia di Svedesi in viaggio per sei mesi. Lui era la controfigura del dio Thor, con lunga chioma bionda e mascellone, i muscolazzi tatuati uscivano generosi dalla canotta. Lui era spesso sconvolto e taciturno, quando rompeva il silenzio col suo vocione strozzato da orco faceva tremare i bicchieri, con un urlo poteva spezzarti in due. Ma per fortuna si manteneva sempre molto calmo fumando la sua grossa pipa di coccio. La moglie era un cerbiatto fragile e indifeso, col fisico da danzatrice classica e un fondoschiena che era una bomboniera. Mi sembrarono una coppia perfetta...

Hampi 28. 11. 1999

Sono arrivato dopo una notte passata sullo "sleeping bus", dove non sono mai stato così lontano dal dormire. Nell'oscurità sentivo il motore ululare in una corsa folle, poi è arrivato puntualmente uno "speed breaker", che il guidatore aveva probabilmente dimenticato, e anche quella volta mi sono ritrovato a planare nel cubicolo dove ero sdraiato, ho sbattuto la testa al piano di sopra e poi sono ricaduto giù pesantemente. Tutti i viaggiatori hanno lanciato un lamento, ma il viaggio è proseguito allo stesso modo.
Sul bus ho conosciuto Alice, un'architetta italiana che ha deciso di venire in India per fare un'esperienza missionaria insegnando ai poverissimi bambini dei villaggi indiani. Ho conosciuto anche due Tedeschi: Carsten e Thobias, un commercialista e un dentista che hanno lasciato casa e lavoro per due anni, durante i quali vogliono fare il giro del mondo. Sono fondatori di un gruppo chiamato "Rednoses", i "nasi rossi". Pensano che quando ci si mette il naso da clown la gente triste ti guardi in maniera diversa. Mi hanno assicurato che basta indossarne uno, per esempio nell'autobus, per diffondere un'aura di ottimismo e simpatia. Stavano costruendo una rete di "rednoses" mondiale, gente positiva che si riconosce subito e che si vuole bene; per questo girano con gli zaini mezzi pieni di nasi con l'elastico. Io sono il socio n°39. Col mio nuovo naso rosso messo su insieme ai due buontemponi abbiamo scalato un picco che domina la pianura, di grande effetto scenico. Poi abbiamo visitato alcuni tempi dove mi sono sfumate tutte le possibilità di scattare qualche foto; le costruzioni erano fatiscenti e circondate dai fili elettrici. All'interno si susseguivano le cerimonie, ma le statue delle divinità cosparse di croste nere, olio bruciato, ed offerte di ogni tipo non erano molto fotografabili. All'interno di ogni tempio troneggiava una cassaforte in bella mostra e incessanti inviti a riempirla venivano dai solerti sacerdoti Indù. Il mio problema principale con l'India era che non è fotogenica, almeno per il genere di immagini che si pubblicano sulle riviste di turismo. Forse è un posto solo da vivere, da apprezzare sul momento con i suoi odori, le radio a tutto volume, le emozioni bellissime o terribili che solo questa terra può dare.

Hampi 29. 11. 1999

Ho passato la giornata bighellonando tra i ruderi insieme ai due "rednoses" tedeschi. Si è parlato, giocato a scacchi, conosciuto altri viaggiatori. Ci siamo gustati l'atmosfera creata dai fedeli che andavano e venivano, abbigliati e truccati nelle maniere più strane. C'era qualcuno indaffarato nel lavoro immerso in una massa di nullafacenti, bambini che giocavano, gli anziani che fumavano fissando un punto lontano. Pareva che nessuno aveva voglia di far nulla, e così noi pure. Di giorno c'era una temperatura capace di far sdraiare chiunque.
Ho subito avuto nostalgia di Goa...

I BAMBINI INDIANI

Sono ovunque, a decine, a centinaia. Ti circondano festosi e affamati, escono da qualsiasi posto impensabile in ogni momento. Trovano sempre qualcosa da venderti. Spesso mutilati o infermi delle malattie più orrende che sembrano accettare semplicemente perché sono Indiani. Sono il frutto degli istinti sfrenati alla riproduzione dei loro genitori, che non capiscono che più figli hanno e più fame patiscono. Un ragazzo di Goa mi raccontava che le nuove generazioni stanno cambiando, lui ad esempio non vuole una grande famiglia, di figli a lui ne basterebbero cinque o sei...

Vagator (Goa) 30. 11. 1999

Ero arrivato in compagnia di due Francesi e avevo subito ripreso in affitto la solita moto da delinquente. Presto sono rientrato nel vortice di spensierata indolenza che trasporta chiunque metta piede a Goa. Cominciavo a capire il perché della svogliatezza caraibica: che senso ha starsi ad affannare quando domani comunque splenderà il sole, ci sarà il rumore delle onde, ed in qualche modo il pesce arriverà al tuo tavolo, seguito da sovraccarichi cannoni di "charas"? Avevo sorpassato con rassegnazione la crisi da non lavoro, invece di rodermi l'anima o di inventarmi chissà cosa per uscire da quello stallo mi abbandonavo a quell'ultima settimana di gozzoviglie esotiche. Una sera ero in un locale a cena, ed uno strano tipo mi ha invitato al suo tavolo. Era un Francese che viveva lì dal sessantotto, vendeva collanine e si faceva chiamare "baba". Secco e sdentato, con i capelli raccolti a cipolla sopra la testa ossuta, fumava dal suo tubone a ritmo continuo; gli ho offerto una birra, e mi ha detto: "Forse non sta scritto sulla mia faccia, MA IO - NON - BEVO - ALCOOL !". Gli ho risposto: "Meglio per te!", ed ha così iniziato un sermone vegetariano, cercando di impormi l'idea che la birra è impura perché proviene da un processo chimico di fermentazione, e che quindi è considerata offensiva per il popolo Indiano. Gli ho fatto notare che anche il "tchai" che stava bevendo era fermentato, per non parlare poi dei fertilizzanti e pesticidi con cui vengono copiosamente innaffiate le piante. Se poi agli Indiani non piaceva che si bevesse la birra potevano evitare di venderla. Il tizio si scaldava, aveva voglia di litigare, e di manifestare i suoi diritti di anzianità. Mi ha detto che i turisti infangano l'India portando qui i loro costumi occidentali e sbagliati; in certi casi è pure vero, ma non era certo stata la mia birra a trascinare l'India nello stato in cui si trova, casomai i rompicoglioni fondamentalisti come lui. A questo punto ha cominciato a prendersela con un suo connazionale (che aveva anche lui invitato precedentemente) che stava seduto buono e tranquillo rollandosi la sua cannetta; secondo il "baba" non aveva fumato il "chillom" seguendo il giusto rituale, e questo poteva risultare offensivo per gli Indiani. Gli ho ricordato che: primo, lui malgrado tutti i suoi sforzi non era Indiano, ma vestito così era solo un buffone; secondo, era qui a prendere soldi dai turisti che stava smerdando; terzo, ho chiesto se mi aveva invitato solo per litigare. A quel punto ci siamo mandati a fare inculo reciprocamente, lui mi ha chiesto di andar via dal suo tavolo, io ho finito la birra, gli ho ruttato in faccia e mi sono alzato. Più tardi ero con Eduardo e Arnaud, i miei compagni di camera, sulla spiaggia a guardare le stelle insieme ad un gruppo di noiose Svedesi.

Vagator 2. 12. 1999

Goa, le spiagge, il sole, i "joints"... Ci si sveglia presto, si fa colazione in spiaggia, poi si decide di vedere il forte in cima alla collina, lassù si fuma e poi ci si butta nel mare sottostante. Si beve una birra non vegetariana, si rifuma e ci si ributta nell'acqua tiepida. Finché fa sera, si guarda il tramonto che è bello tutti i giorni, e poi ci si perde nella boscaglia con le motorette alla ricerca di una qualche festa che non esiste. Ci trovavamo trascinati da questo ritmo monotono ed inarrestabile, ma molto molto piacevole... Non mi ero mai rilassato così prima d'allora, la mente sgombera da qualsiasi pensiero e dondolante al ritmo delle onde. Si cammina sulla spiaggia con i piedi sotto la sabbia tiepida, quando fa troppo caldo si fa un giro in moto tra i campi coltivati...

Vagator 4. 12. 1999

Ero con i due Francesi al solito bar nella giungletta che dà sulla spiaggia. Il "tchai" fumante e il rumore delle onde ci cullavano. Lei è apparsa nel mezzo della mattinata, quando il sole già aveva infuocato la sabbia: alta e mora, con delle curve non adatte ai deboli di cuore. Trapelava sesso da tutti i pori. Le attenzioni dei maschietti si sono concentrate su di lei, ma solo i più veloci hanno potuto avere la fortuna di invitarla al tavolo, cioè noi. Il suo atteggiamento ingenuo e simpatico, gli occhi grandi e vivaci, la voce intonata ne facevano un essere capace di appagare tutti i sensi in un colpo solo. Si chiamava Florence, era Franco - Austriaca, ed aveva solo diciotto anni che avrebbe compiuto l'indomani. Quando ci ha dichiarato la sua età nessuno ci ha creduto, visto che dimostrava di essere più matura e (ben) sviluppata per la sua età. Ho cercato in tutti i modi di manifestarle il mio interesse, anche con l'aiuto di un vecchio Indiano che ha cercato di combinare un fidanzamento ufficiale lì per lì. Lei si è fatte tante risatine, e poi si è andata a fare un bagno con un Tedesco dal fisico taurino che era appena arrivato, la sua voce sembrava provenire dal profondo dell'oltretomba.
Mentre passeggiavo sulla spiaggia ho incontrato un tipo assai strano: un Olandese sulla sessantina, sedeva all'ombra di una tenda autocostruita, intorno a lui sonnecchiavano tutti i cani randagi della zona. Il suo nome era Yoop, abbiamo chiacchierato un pò, ma io non capivo molto delle sue parole, sia per il suo marcato accento olandese che per i suoi repentini cambiamenti di umore e di tono. L'unica cosa che ha saputo sillabare chiaramente nel mezzo del discorso fu: "Du-yu-like-ex-ta-syyys?". Non sapevo cosa rispondere, sembrava che me lo stesse chiedendo mio padre, e mai mi sarei aspettato che un tipo così stesse lì per venderle. Non ho saputo mentire, e dopo pochi minuti io e i Francesi avevamo raggruppato i pochi soldini per le cinque candide compresse che lui mi ha consegnato in mezzo alla spiaggia con fare quotidiano. Mi ha detto che si chiamavano "Superman", e che secondo lui l'ideale era calarsi anche mezzo "trip" quando mi sarebbero salite le "extasy". Se volevo aveva anche quelli... Mi ha salutato e si è fatto un tiro di coca sotto la tenda tra i cani randagi, poi è uscito con le cuffiette in testa e si è messo a ballare goffamente sulla spiaggia, agitando al vento un pareo psichedelico. Quando sono tornato da Edu e Arnaud loro ancora lo guardavano allibiti: "Devono essere buone!" mi hanno detto...
La sera eravamo in un bar - ristorante dove andavamo spesso. Ci aveva colpito il fatto che malgrado avessero un'ottima selezione musicale ed un impianto potente non organizzassero mai nessuna festa la sera, c'era addirittura un grande locale seminterrato dove poter fare tutto il baccano che volevamo fino a tardi. Il loro bar era sempre vuoto, così mi era venuta l'idea di organizzare una festa. Visto che qui tutti ne erano alla spasmodica ricerca, sarebbe bastato dirlo nei posti giusti ed il tam-tam dei "ravers" avrebbe fatto il resto. Il direttore del ristorante è stato molto contento dell'idea, quando gli ho chiesto perché non lo facessero mi ha risposto candidamente che non ci avevano mai pensato. Questo è stato il mio primo approccio al mondo del "business" con gli Indiani, ma non mi sono stupito più di tanto. Se un Indiano dovesse sapere che ha una miniera d'oro sotto i piedi difficilmente avrebbe l'iniziativa di armarsi di una pala e scavare, ma aspetterebbe che qualcuno (magari di accento anglosassone) lo frusti per farglielo fare.
Era la prima volta che non mi annoiavo o che non mi prendeva l'insofferenza da vita di spiaggia. In tutte le altre occasioni simili non sono mai riuscito a star fermo sotto il sole o a passare le ore nei bar. A Vagator invece mi si era spento il cervello, potevo stare un giorno intero a guardare le onde che si sdraiavano oziose sul bagnasciuga, tutte uguali e prevedibili, eppure sempre interessanti. La non operatività è interrotta solo da lunghe e rilassate passeggiate sulla riva o da qualche nuotata. La combriccola internazionale della mezza dozzina dei soliti frequentatori del bar sotto le palme ciondolava in conversazioni lievi e bonarie, le mie energie erano rivolte prevalentemente ad entrare nelle grazie di Florence e a rollare qualche canna che mi conferiva uno sguardo lattiginoso che non mi aiutava per nulla. Quando le ho annunciato della festa organizzata in suo onore ha detto: "Oh! I'ttalian..." e mi ha ricompensato con un sorriso solare.

Vagator 5. 12. 1999

La giornata è stata spesa per completare l'organizzazione della festa: in un internet cafè ho scritto al computer dei rozzi volantini che ho poi distribuito anche con l'aiuto dei due Francesi, i quali si sono molto appassionati alla costruzione di questa mia love-story tropicale.
Quando sulla spiaggia Florence ha annunciato alle sue amiche di ciò che avevo fatto per lei, loro si sono commosse e mi sono venute a saltellare intorno e a dirmi quanto ero stato carino... Un altro gradino verso Flo era stato salito, mi impegnavo totalmente in quella scalata che mi ha riempito gli ultimi giorni di nullafacenza alla quale mi stavo abbandonando di gusto. Così sono partito carico di energie e dei volantini verso altre spiagge lontane. Era quasi il tramonto, e la moto era lanciata a tutta birra per le stradine di campagna, svicolando tra mucche e bambini, ciclisti e galline. Consegnavo bigliettini a chiunque senza scendere di sella, e tutti mi chiedevano sospettosi se era una festa che sarebbe andata avanti nella notte o se alle nove sarebbero venuti gli sbirri a sbaraccare tutto. Io ero contento come un ragazzino davanti all'uovo di Pasqua, non vedevo l'ora di arrivare a Vagator per rivedere Florence. Chi si è intromesso tra di noi è stato un'altro infido e silente "speed breaker"; l'ho riconosciuto quando ero a pochi metri da lui, l'unica cosa che potevo fare era reggermi forte e l'ho fatto. Ho cercato di ricordare la posizione di chi fa motocross e si trova più o meno nella mia situazione, ma non ho fatto in tempo a metterla in pratica. L'impatto mi ha confuso l'ordine di vari organi interni, ed un istante dopo ero di nuovo a volare, di nuovo quella magnifica esperienza che a pochi è data la fortuna di provare due volte. L'esile struttura della Yamaha, oramai sospinta verso il cielo dal suo vigoroso motore non offriva certo la stabilità della moto con cui avevo fatto il volo di prova; come una zanzara è atterrata puntando verso una fila di alberi. Oramai avevo abbandonato la strada asfaltata e correvo zigzagando sul brecciolino senza ancora aver deciso se fermarmi su un albero o buttarmi nel fosso. Ho deciso di frenare, e la ruota di dietro si è inchiodata iniziando una lunga e fumosa sgommata. Sono riuscito a ritornare in carreggiata, ma contromano; un'altro motociclista ha dovuto fare una sterzata improvvisa urlandomi qualcosa. Alla fine la motoretta si è fermata, avevo voglia di scendere, fumare una sigaretta, tornare indietro (a piedi) fino a quel dosso e prenderlo a calci e sputarci sopra. Ma Florence mi aspettava e la vendetta si consuma fredda. Quando sono arrivato al locale la festa già doveva essere iniziata, ma non c'era ancora nessuno a parte Eduardo e Arnaud dietro due birre con aria incerta. Per essere previdenti ci siamo calati i "Superman", la musica ancora non era partita, perchè gli Indiani avevano aspettato che facesse buio per montare l'impianto stereo e le luci. Dopo un'ora l'amplificazione ancora non funzionava, quello che doveva essere l'esperto di hi-fi di Vagator infilava cavi elettrici qua e là nell'oscurità più completa. Uno dei camerieri cercava di illuminare la scena con dei fiammiferi che immediatamente si spegnevano al vento. Un altro cameriere stava lì per ripararlo con le mani un altro ancora stava a guardare. Cominciava ad arrivare gente che non sentendo la musica andava via; io desolato dalla scena patetica che i "tecnici del suono" indiani mi avevano dato, sono tornato al tavolo dove erano i Francesi. In quel momento di sconforto, come un'ondata di acqua bollente ci sono salite le pasticche all'unisono. Le gambe ci si muovevano da sole, avevamo voglia di ballare e la coscienza mi imponeva di andare dagli Indiani, sgridarli e galvanizzarli, ma quando sono arrivato lì il direttore aveva dato ordine ai camerieri di preparare un tavolo ben imbandito pieno di palloncini su cui sarebbe stata servita la torta. Tale mossa strategica unita ad altri effetti chimici ha inibito la mia cattiveria, ho pensato di dirgli: "Ma cosa cazzo state facendo branco di rincoglioniti incapaci! Non vedete che non entra nessuno mentre voi attaccate i palloncini?!", invece quello che mi è uscito è stato un sorriso stupido e pieno di commozione. A questo punto è arrivato Roman, un Olandese squadrato, dagli occhi di ghiaccio e alto due metri, noi al baretto sulla spiaggia lo chiamavamo affettuosamente "Robocop". Si è calato anche lui una pasticca e si è messo subito al comando della sgangherata squadra di tecnici, lo vedevo impartire ordini col ditone alzato, mettendo in riga gli Indiani e facendo spostare casse acustiche e proiettori. Poco dopo, grazie alla direzione occidentale, una cascata di note si è riversata sul piazzale, le lucine colorate sfavillavano e il direttore è accorso preoccupato del frastuono. Era certo che richiamasse le guardie e così ha abbassato il volume. E' iniziato un tira e molla tra lui e Robocop, con prove audiometriche eseguite nei dintorni, finché, raggiunto un accordo, la manopola del volume è stata bloccata con lo scotch. Finalmente il direttore ha portato il suo repertorio musicale che si riduceva a otto cassette, di cui due di John Denver, cinque di musica indiana e una indefinibile. Tra mille sorrisi imbarazzati non hanno saputo spiegarmi dove fosse finita la collezione di musica underground che sentivamo di solito in quel locale. Intanto delle tristissime note di musica country avevano ormai invaso la sala gettando tutti in un mare di malinconia. Io stavo assistendo alla scena del mio disastro, Presto Florence sarebbe arrivata trovandosi davanti questo spettacolo desolato in quello che doveva essere il suo giorno più bello. Fu allora che lo vidi: l'unico che poteva salvare la situazione ha sceso la scala nell'indifferenza generale, nessuno conosceva quel ragazzino pallido e rotondetto con la borsa a tracolla e la maglietta hi-tech. E'arrivato al nostro tavolo dove si rollavano tristi canne mentre attendevo il momento della vergogna. I due Francesi mi battevano rincuoranti pacche sulle spalle dicendomi che avevo fatto di tutto... "Hi, I'm a deejay!", ha detto il piccolo, chiedendoci poi se era possibile suonare lì. Ci siamo ripresi dal torpore: "Comecomecome !?". L'infante dai boccoli d'oro ha preso ai nostri occhi le sembianze di un angelo, ci ha sfoderato uno studio di registrazione miniaturizzato che teneva nello zainetto, insieme ad una miriade di mini cd. "Ma quanti anni hai?" gli ho chiesto, "Quattordici!" ha risposto...
Poco dopo la musica è partita, sotto la regia di un mini professionista il circondario è stato invaso da una tempesta di note elettroniche, e subito ha iniziato a confluire una gran massa di persone, i camerieri non abituati a tutta quella confusione erano nel panico. Il direttore si asciugava il sudore aspettando la polizia da un momento all'altro... Quando il piazzale era pieno di scatenati che ballavano è arrivata finalmente Florence, più bella di come si potesse immaginare, in un vestito giallo che le aderiva alle curve e la illuminava come una cometa sensuale. Ovunque passava tutti si giravano a guardarla, lei si lasciava dietro una scia di profumo e di passione. Si è "calata" anche lei, e ci siamo lanciati a capofitto nel vortice delle danze: guardarla muoversi era un'estasi per gli occhi e un esperienza irripetibile. Edu e Arnaud mi hanno sgomitato dicendo: "E' tua, bel colpo Italiano!". E' arrivato pure Yoop col suo seguito di cani randagi, una maglietta lisergica e un cappellino da baseball; era già fatto come una pera, si è bevuto un whisky indiano ed è saltato in mezzo alla pista ululando. Dopo un po' Florence è arrivata da me con un tizio Inglese e me lo ha presentato, era il suo fidanzato appena arrivato dagli antipodi per rovinarmi la festa. Flo allora mi annunciava che per lei si era fatta una certa, e mi salutava con un bacino sulla fronte. Io non me la sono presa troppo, per me era un piacere solo guardarla e farci lo stupido. Per consolarmi ho rimorchiato una Svedese dopo averle ballato sui piedi per tutto il resto della serata. A quel punto il direttore con aria imbarazzata è arrivato per dirmi che la polizia era giunta, e che servivano duecento dollari per continuare la festa. Gli ho detto che o li tirava fuori lui (visto che gli avevo riempito il locale) oppure tornavamo tutti a casa. Lui ha detto che quei soldi non li aveva... Solo a quel punto è riapparso Robocop che non avevo più visto, tutto sudato e su di giri. Mi ha detto: "What a fuckin'night!", ha preso una birra ed è sparito di nuovo. Il giorno dopo saprò che è stato tutta la notte a fare la spola tra il direttore e i poliziotti, i "rickshaw wallah" (ovvero gli autisti dei mototaxi, che pare detengano un gran potere), ed i negozianti. Questo come mediatore di tanti interessi diversi. A Goa riuscire a sentire la musica fino a tardi è una questione di equilibri delicatissimi che si sostengono su una trama di amicizie e bustarelle. E' un fatto che colpisce tutti i turisti a Goa. C'è di tutto ma manca la cosa principale: la musica. Ormai eravamo abituati a sentire bande di motociclisti che quando venivano buttati fuori dai bar andavano su e giù per le strade in cerca di qualche festa che raramente si trovava...
Invece noi abbiamo continuato fino alle tre, e ci siamo divertiti come non mai. In parecchi nei giorni seguenti mi fecero i complimenti, anche se credo il merito fu delle qualità diplomatiche di Robocop. A volte mi stupiva: il suo carattere non si rispecchiava nell'aspetto, spesso aveva dimostrato un animo sensibile e romantico, una specie di schietto cavaliere nordico del terzo millennio.

Vagator 6. 12. 1999

Robocop si era esaltato, e l'indomani voleva fare un'altra festa, ha conosciuto i pescatori che la notte ritiravano le reti in spiaggia, e voleva organizzare lì qualcosa che li coinvolgesse. Così io, i Francesi e una coppia di ragazzi canadesi nostri vicini di stanza siamo andati in giro per tutti i locali della zona, per pubblicizzare l'iniziativa e trovare un DJ (l'angioletto dell'altra sera era ripartito). Durante queste relazioni pubbliche sono quasi venuto alle mani con un Israeliano, che quando gli ho detto della festa ha cominciato a dire con la faccia schifata: "Come? Cosa? Che vuole questo qui?!". Gli ho detto che lo stavo invitando ad una festa, e se avevo qualcosa che non andava. Una ragazza del gruppo ha cercato di mitigare la tensione, dicendo che il poverino non aveva capito, gli ho tolto il volantino dalle mani e me ne sono andato a cercare qualcuno più simpatico. Qui ho voglia di fare di tutto eccetto che litigare. Dopo aver incontrato in viaggio parecchi Israeliani solitamente miti e simpatici, mi accorgo che messi in gruppo sono una cosa assai nefasta per l'ambiente e per loro stessi. Ad Anjuna si vedono scorrazzare con le Enfield sempre in bande, hanno i loro locali dove se ci entri per sbaglio te ne accorgi subito dagli sguardi minacciosi. Sono quelli dall'abbigliamento più aggressivo, i più coatti, e i loro sorrisi non sono mai sereni. Mentre tutti gli abitanti del pianeta qui si mischiano, gli Israeliani sono sempre tra di loro, e dovunque stanno si sente la determinata presa di possesso del territorio. Sono gli unici che trattano gli Indiani come selvaggi sottosviluppati...
Più tardi abbiamo trovato un DJ italiano, che però non ne voleva sapere di discutere con la polizia, ha tentato di andarsene, ma noi l'abbiamo inseguito nella notte e l'abbiamo obbligato ad accompagnarci da un suo amico che aveva i dischi e la possibilità di farli girare. Stavolta il DJ aveva dodici anni, timido come un cucciolo cresciuto nella solitudine della sua passione. Ci ha detto che doveva chiedere il permesso per venire a suo padre. Poco dopo è tornato deluso dicendo: "Mio padre non vuole!". E così sfumava la possibilità di fare un'altra festa.

Vagator 7. 12. 1999

Seduto accanto al proprietario del ristorante che in silenzio affettava il prezzemolo, guardavo un pescatore che trascinava un pezzo di legno sulla spiaggia. Yoop si era appena calato la pasticca del mattino e ballava con le cuffiette ed il pareo. Cominciavo ad abituarmi a quelle strane consuetudini... Ma era quasi giunto il momento degli addii, ho riconsegnato la moto e l'ho salutata, così ho fatto con gli amici della capanna sul mare, i due Francesi e i due Canadesi con le guance rosse e lo sguardo che mira lontano. Ho preso un autobus fino alla stazione dei treni insieme a Robocop che aveva deciso di girare per l'India. Era la prima volta che viaggiava da solo in un altro continente, ma con quel fisico da gladiatore e il suo carattere non avrebbe avuto alcun problema, lo rassicurai. Ci siamo scambiati le e-mail e ci siamo salutati fraternamente. Malgrado diversi tentativi non lo avrei più risentito.

 

 

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CENTRAL CAMIONERA 2

 

 

 

Città del Messico 12.7.02

Il Messico tanto desiderato mi tornava sotto i piedi in forma diversa da quella che già conoscevo. Arrivati su Città del Messico abbiamo iniziato a girare a bassa quota sulle luci della megalopoli, in un cielo stranamente limpido. I passeggeri spalmavano i loro nasi unti sui finestrini per ammirare "El Monstruo" in tutto il suo splendore notturno. Non potevano trovare un soprannome migliore per questa città: ramificazioni di baraccopoli si stendevano a perdita d'occhio, strade non illuminate tagliavano agglomerati umani fatti dei materiali più disparati e senza alcun criterio urbanistico si arrampicavano sulle colline circostanti. Sentivo "El Monstruo" pulsare e crescere sotto di me anche in quel momento. E un attimo dopo mi ci sono ritrovato dentro. La zona degli alberghi del centro è assai linda e non ha nulla a che fare con quello che avevo visto poco prima, questa è una delle più grandi contraddizioni del "Districto Federal", un altro nome più delicato della metropoli.
Ero finito a vagare tra i grattacieli della "Zona rosa", il quartiere bene dove girano i soldi e la miseria viene prontamente allontanata dai numerosi poliziotti che si incontrano. Il Paseo de la Reforma è costellato da esempi di architettura d'avanguardia e di opulenza, gli Indios in giacca e cravatta che parlano al cellulare dalle loro fuoriserie americane non mi fanno dimenticare quello che avevo visto dall'alto...
A quanto dice la guida, la cosa di cui bisogna preoccuparsi di più sono le rapine, e c'è da crederci, visto che degli oltre venti milioni di abitanti una buona parte sono poverissimi.
In un parco ho conosciuto un signore molto elegante sulla sessantina, ha attaccato bottone e abbiamo iniziato una piacevole conversazione. Mi ha detto di essere un ingegnere che lavorava per una ditta petrolifera, particolareggiando tutto e con i modi di un vero gentiluomo. Poi ha insistito perché vedessi la chiesa del Guadalupe, dove mi ha confessato la sua profonda fede cristiana. Tutto condito da racconti e momenti di commozione assai verosimili. Un personaggio piacevole, come in fondo il pomeriggio speso. Per concludere in bellezza la giornata mi ha invitato al ristorante dove abbiamo ordinato un pollo fritto, e mentre aspettavamo mi ha detto che doveva uscire un attimo per comprare un biglietto per uno spettacolo, prima che chiudesse il botteghino lì accanto. E' tornato poco dopo dicendo che non avevano il resto, e se gli potevo prestare io venti dollari che mi avrebbe subito ridato al momento di pagare il conto. Sfortunatamente li avevo, e il suo sguardo paterno e indifeso mi hanno convinto a darglieli. Dopo circa venti secondi mi sono sentito più pollo di quello fritto che mi avevano appena servito. Sono corso fuori, ma del nonnino nessuna traccia; quando sono tornato al tavolo il cameriere si è impietosito della storia e non mi ha fatto pagare il conto del "gentiluomo". Ripensando a tutto ciò che mi ha raccontato quel tizio durante il pomeriggio sono ancora convinto che fosse veramente un ingegnere (oltre che un professionista della truffa) e questo mi ha un po' fatto sbollire l'incazzatura, doveva essere talmente disperato da "svoltare" così le sue giornate. Ma ne' questo, e ne' il fatto che una parte della truffa sarebbe finita sicuramente in elemosina alla Madonna del Guadalupe mi aiutava a riguadagnare la fiducia nel genere umano.
Morale del giorno: i cinque minuti del coglione ci sono per tutti...

Guanajuato 15.07.02

Questa è probabilmente la più bella città del Messico: è di origini coloniali e sede di un'importante università. Tutte le sere c'è parecchia "movida " per le strade: gruppetti di "mariachi" vagano per i vicoli e quando hanno radunato un po' di gente li portano in giro per il paese, cantando e bevendo a volontà. Guanajuato è sede del "Festival Cervantino" fatto in onore dello scrittore Miguel Cervantes, l'autore del "Don Chisciotte". Questo personaggio e il suo tondo compagno Sancho Panza si trovano rappresentati un po' ovunque, e sopratutto nel museo a loro dedicato dove li ho visti dipinti, scolpiti, fusi o saldati da artisti di tutto il mondo. L'unico posto che avevo trovato per dormire era alla "casa di Josè" che affittava posti letto in uno stanzone. Tutto appariva molto trascurato, le riparazioni alla buona facevano capolino dovunque cadesse l'occhio, e molte altre cose erano vicine alla rottura definitiva. Il bagno era sul terrazzo completamente invaso da residui della civiltà tecnologica americana degli anni sessanta. Questo era diventato la nostra "sala da fumo", insieme ai componenti di una famiglia americana salivo qui per incartare le essenze per il nostro svago mentale. Loro erano Christoff, Melanie e il figlio di sette anni. Erano l'esempio della famiglia americana alternativa e fuori da qualsiasi schema "normale": abitano in un camion (e non un camper o una motorhome) e si spostano per il New Mexico a loro piacimento. Lui è un esperto di reti informatiche, lei è biondina. La prima volta che mi hanno invitato nella "sala da fumo" gli ho chiesto se c'erano problemi col bambino, lui mi ha detto di no, poi gli ha passato la canna perchè si facesse un tiro. Non ho voluto aprire una discussione sul fatto, perché ognuno educa i figli come gli pare, gli ho solo fatto notare che forse era meglio che scoprisse da solo le cose al momento giusto.
Il proprietario della casa, Josè, è un amabile panzone che si diletta nelle faccende domestiche e con cui mi intrattenevo in piacevoli conversazioni. Non è per nulla una persona ignorante come potrebbe sembrare a prima vista; è solo uno che, nella migliore tradizione messicana, tira a campare.
Ho visitato una delle miniere della zona, dove da 250 anni si estraggono oro, argento e altri minerali. Non c'era molto da vedere se non un buco di nove metri di diametro dove la terra ingurgitava minatori e sputava fuori pietrame da raffinare. Come al solito, la storia di chi ci lavorava nel periodo precedente in cui ai minatori venissero riconosciuti i diritti umani è assai triste: qui entravano a lavorare ragazzini di meno di 15 anni che ne uscivano cadaveri entro i venti a causa della silicosi. Per farsi perdonare da Dio il proprietario della miniera costruì di fronte a questa una delle più sontuose chiese della zona, nella quale gli Indios e i cani randagi non potevano entrare.

Qui terminano i due fogli provvisori su cui ho scritto finora, ho aspettato di trovare qualcosa di abbastanza "messicano" per le mie memorie… Invece ho comprato un quaderno con i personaggi del "Muppet show", a righe e con la spirale che mi permetterà di strapparne i fogli per differenti usi...

Guanajuato 16.07.02

Dopo una delle mie esplorazioni per la città ho ritrovato la testa del mio cavalletto rotta. Me lo aspettavo, perché questa maledizione che aleggia sui miei treppiedi me la portavo appresso da un po' di tempo... Era già il quarto che mi si distruggeva, e per questo ne avevo comprato uno più resistente (e pesante), ma chissà, il destino a volte è crudele.
Ho passato la serata con Breg o Greg o qualcosa di simile (non ho chiesto lo spelling); è un Canadese rosso di pelo e molto vitale che sembra un galletto ruspante. Siamo finiti in un locale dove si ballava la salsa, dove c'erano pure alcune pollastre inglesi amiche sue. La più grassoccia è stata subito arpionata da un messicano cicciotto anch'ello, e noi già ubriachi tentavamo dei patetici passi di danza, facendo inorridire la sala piena di professionisti del ballo.

Zacatecas 17.07.02

La mattina ho lasciato con molta sofferenza Guanajuato dove iniziavo a divertirmi e a scoprirne la vita. Poi sono arrivato a Zacatecas e mi sono accorto che forse è pure meglio... C'ero già stato nel mio primo viaggio in Messico ma non mi aveva fatto una grande impressione. Sono subito stato avvolto dalla continua atmosfera di perenne "fiesta" messicana. In una piazza ho trovato un concorso per clown e mimi e ne ho conosciuti alcuni: Pipo, Pepe e un altro. Pipo ha venti anni, ed è una versione messicana del "Pierrot". Va sul monociclo caricandosi i bambini del pubblico sulle spalle, poi per impressionare i genitori finge di cadere e invece cade veramente, rotolandosi col pupo... (pensate se accadesse in Italia!). Qui i clown sono rispettati dal pubblico e dalle autorità che organizzano questi spettacoli, e li considerano artisti e dispensatori di momenti di gioia. Alla fine della serata ho offerto a Pipo una birra in un bar lì vicino. Abbiamo trovato un suo collega poco più che bambino, seduto sotto la luce al neon. Era stanco e triste, vestito di tutti i colori e con i suoi scarponi giganti da lavoro. Gli avrei fatto volentieri una foto, sembrava un quadro impressionista, ma ho preferito non distrarmi da quel momento, oppure non ne ho avuto la forza... Abbiamo bevuto e chiacchierato fino a tardi, quando gli ho chiesto se avevano un po' d'erba. Mi hanno detto di si, molto preoccupati che qualcuno ci sentisse. Siamo usciti in strada, loro erano entrambi vestiti da clown, e mi hanno detto di seguirli senza dare nell'occhio...
A notte fonda mi sono fermato davanti all'albergo con un gruppo di "mariachi" che suonavano note tristi e alcooliche.

Zacatecas 18.07.02

Il concorso dei clown è continuato sotto la cattedrale, in una fantastica cornice barocca. si sono susseguite le esibizioni e io ero oramai diventato il fotografo ufficiale dell'evento. Diversi artisti mi portavano i rullini per farseli scattare, mentre il pubblico rideva spensierato. I più piccoli a volte invadevano l'arena e i pagliacci li coinvolgevano nello spettacolo. E'incredibile quanto un evento in fondo così semplice riesca a far dimenticare i problemi e ad infondere leggerezza nell'aria. Quanto mi sono sembrati freddi i comici attraverso la televisione che ci ha rubato il contatto umano, la voglia di riunirsi attorno ad un personaggio che riesce a far ridere i bambini come gli anziani... E cosa dire del brivido che si prova quando tentano di coinvolgerti nei loro numeri! I clown mi sembravano delle persone dotate di quella capacità oserei dire divina di infondere felicità a 360 gradi. Ma il rovescio della medaglia l'avrei conosciuto ben presto...
Nella vita messicana c'è sempre una componente di profonda tristezza, e sembra che i clown regalando del benessere alla gente ne assorbano le negatività come i massaggiatori shiatsu. La sera c'è stata la cena con premiazione delle migliori maschere e dei migliori attori, e naturalmente alcuni non hanno vinto; proteste, scene di rabbia e di profonda delusione, pianti ed ubriacature pesanti hanno chiuso la manifestazione. L'amaro era sulla bocca di tutti, me compreso. La vita del clown scorre tra due estremi. In quel momento la fidanzata di Luis, un giovane pagliaccio alle prime armi che non ha ricevuto alcun premio, non ha trovato niente di meglio da fare che darmi un biglietto con il suo indirizzo e il telefono, dicendo di chiamarla se avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa... L'ho preso con enorme imbarazzo di fronte agli occhi di Luis, pieni di lacrime per quella serie di delusioni. Pipo, completamente sbronzo ma non ancora disperato si è innamorato di una ragazza con il culo più gigante che avessi mai visto, si notava la cellulite attraverso i jeans e una maglietta aderente rosa completava la sua immagine di bomboniera kitch...
Il pagliaccio "Arlequin" mi ha scritto una dedica dietro un volantino:"La mia faccia colorata se la ride della tristezza e del dolore...". Un altro, detto "Lacrima", l'ho sentito dire:"Sei anni della mia vita per questo...", teneva in mano un attestato di partecipazione senza neanche scritto il nome.
A notte inoltrata salivo su un furgone carico di monocicli, martelloni di gomma e scarpe giganti. Assieme a sei clown sonnolenti andavo a S.L.Potosi.
Luis mi ha invitato a riposarmi qualche ora a casa sua. Casa per modo di dire. Ci ha aperto un orco in mutande, con una panza che ci stavano dentro tre bambini. L'ambiente era maleodorante e prossimo alla rovina; Luis ha detto imbarazzato:"Mexican style!". Poi ha scacciato il cane da un pezzo di gommapiuma sbrindellato e me lo ha offerto a mò di giaciglio.
Subito siamo crollati dalla stanchezza per diverse ore. Quando mi sono alzato lui dormiva, ancora aveva gli occhi gonfi, forse per la delusione professionale, o forse perché aveva capito quanto fosse puttana la sua ragazza.
L'ho salutato, e sono partito per Real de Catorce con un groppo sullo stomaco.
Alla stazione di Matehuala, punto di passaggio obbligato per chi va a Real, ho conosciuto Raviv, un ragazzo canadese con l'aria da giuggiolone da un metro e novanta cresciuto a bistecche e partite di football. Poi è arrivato un mingherlino con l'aspetto di chi è già in viaggio da molto tempo, era newyorchese e aveva un'aria sveglia e simpatica. Si faceva chiamare "Smiley", e mai un soprannome è stato più azzeccato. Dovevamo aspettare più di tre ore per l'autobus, quindi ci siamo accampati fuori della stazione a parlare del più e del meno. Raviv ha i parenti che vivono in Israele, e presto la discussione si è spostata sulla guerra che affligge quelle zone. Eravamo tutti e tre tanto presi dall'argomento che l'autobus ci è partito sotto il naso. Era l'ultimo della giornata, per cui siamo partiti in taxi sentendoci molto stupidi, e promettendoci di non toccare più l'argomento. Siamo arrivati a Real de Catorce con l'unica strada della zona a cui si possa dare questo nome, comunque fatta di ciottoli, polvere e buche. Ricordavo gli orrori dell' hotel "La Providencia" alcuni anni prima, così abbiamo preso una stanza in un altro albergo dove abbiamo conosciuto due ragazze inglesi, una di loro l'avevo già vista al bar della stazione di Matehuala, e avevo pensato: "Carina questa tipa... però che faccia da stronza che ha..." e non ci ho voluto parlare. Quello di Camilla era solo un problema fisionomico, e non si è mai rivelata come sembrava. Con la sua amica Halley che sembrava la segretaria di un notaio facevano la coppia perfetta di inglesine bionde in vacanza, i Messicani le guardavano come frutta proibita.
La sera siamo andati a cena in un ristorante italiano, il proprietario si era trasferito da anni in quel luogo dimenticato, e si innervosiva quando gli si chiedeva il perché (credo lo facessero in molti). In un'altro ristorante lavorava Roberto, un art director fuggito da un lavoro di fronte al computer e dalla Milano da bere. Per la seconda volta mi ritrovavo in quel luogo duro e ostile ma mistico, e per un attimo mi balenò in mente l'idea che anche io un giorno sarei potuto entrare a far parte della comunità italiana di Real de Catorce per chissà quanto tempo...

Real de Catorce 20.07.02

Oggi abbiamo deciso di andare nel deserto sottostante per prendere il Peyote, quindi ci siamo organizzati con grandi scorte di frutta, zucchero e acqua per deglutire il cactus. Da perfetto bambinone americano, Raviv si è portato il suo fedele barattolo gigante di burro di arachidi e il pane affettato. Anche stavolta il taxi per il "desierto" era in stato penoso, una "Willis" del 1948 buona per un museo se non fosse stata ridotta ad un catorcio fonte di tetano e contusioni. Eppure camminava. Da oltre 50 anni faceva lo stesso percorso scalpitando sui massi, carica all'inverosimile nella cabina e sul tetto. E la cosa più strana è che in tutti questi anni non sia mai finita nel precipizio che conduce direttamente all'inferno al limite del quale procedevamo.
Arrivati sulla pista che taglia il deserto abbiamo trovato un turista messicano al quale una pattuglia di polizia (che non si capisce cosa stesse a fare lì) stava svuotando lo zaino lungo i bordi della strada. Il tassista ha detto che anche se qui il peyote c'è e chiunque può venire e mangiarselo, se lo tocchi infrangi la legge e ti fai almeno dieci anni di prigione. Noi comunque eravamo decisi, e poco dopo avevamo organizzato una bella macedonia di frutta e cactus. Ci siamo spinti sotto uno dei tre alberi dell'altipiano, ad osservare le montagne che circondano la distesa dove eravamo. I pochi elementi presenti erano fonte di grandi attenzioni e commenti: la forma di un sasso, i movimenti di una formica, il sole tra le foglie... Poi ci siamo sparsi per il campo che stava alle nostre spalle, e lì abbiamo saltellato tra le piantine rachitiche. Tornando abbiamo ritrovato Raviv per terra che si rotolava in una pozza di fango sghignazzando. Lo abbiamo riaccompagnato all'ombra dell'albero, dove Smiley stava mangiando un pezzo di peyote inzuppato nel burro di arachidi... La situazione stava degenerando nello schifo, per cui il gruppo dei cinque è ripartito in una lunga marcia verso il villaggio dove il tassista ci avrebbe prelevato. Durante il ritorno a Real, sulla strada di montagna nel mezzo del deserto, l'auto è stata fermata da un tizio che alle prime pareva un contadino mezzo ubriaco. Ha spalancato lo sportello del cassone dove noi eravamo e ha chiesto di chi fosse lo zaino che era in terra. Era di Smiley, e il tipo l'ha aperto e ha iniziato a rovistare. Ci siamo un po' alterati, e quando lo stavamo per fermare ci ha detto: "Che portate, peyote?!". Con le nostre migliori facce da bravi ragazzi gli abbiamo detto di no, e solo allora abbiamo notato le manette appese alla cintola, segno inequivocabile del suo essere sbirro, oppure gingillo complice di particolari pratiche sessuali. Purtroppo era la prima che ho detto, ed era chiaramente a caccia di turisti polli da spennare. Dove stava rovistando c'era dell'erba, equivalente al peyote in termini di anni di prigione, ma per fortuna non ha indagato a fondo sulla scatolina e ci ha lasciato andare.

Real de Catorce 21.07.02

A quanto sembra ormai Real è una colonia italiana, su quattro ristoranti nel paese tre sono gestiti da connazionali. Mi hanno raccontato di una partita di calcio Italia-Real, dove abbiamo perso per sette a uno.
Reviv e le signorine inglesi erano partiti, io e Smiley siamo andati a scalare una delle montagne qui intorno. E' un ragazzo silenzioso e discreto, ed era un piacere averlo intorno perché bastava guardarlo per sentirsi di buonumore. Dopo un paio d'ore di duro cammino tra i cactus siamo arrivati a quota tremila, come un tappeto si stendeva sotto di noi il deserto dove il giorno prima avevamo vagato fattissimi. Sulla cima del monte abbiamo trovato un cerchio di pietre ed un tempietto, dove gli Indios Huicholes vengono annualmente per pregare e per calarsi il pelote pure loro. Secondo la legge loro sono gli unici che lo possono fare. La sera Smiley è stato colto da una forte influenza che l'ha sbattuto sul letto privo di energia e del suo sorriso. Il giorno appresso sarebbe dovuto ripartire per gli USA...

Saltillo 22.07.02

Ho accompagnato Smiley fino a Monterrey, dove mi ha salutato con l'aria di un coniglietto moribondo schiantato in un sedile di pullman. Io ho proseguito per Saltillo dove sono finito nel più brutto albergo mai visto da quando ero partito. Lì c'erano anche numerosi insetti che si rifugiarono in ogni fessura non appena ho acceso la luce. Non ci ho fatto molto caso perché ero stanco, ma decisi di iniziare una serie di fotografie in bianconero dei particolari più "trash" degli alberghi. Si sarebbe chiamata "Le mie pensioni"... Sono questi i luoghi che mi fanno subito sentire in viaggio, perché spesso quando ci arrivi sei talmente distrutto che non li guardi nemmeno, poi ti svegli la mattina e dici: "Ma dove sono finito?!", ed è subito uno stimolo a ripartire. Le "comodità" le lascio alla vita normale, credo che per poter apprezzare al massimo il materasso di casa ogni tanto bisogna pure abbandonarlo.

Parras 23.07.02

Ho lasciato Saltillo dopo averla visitata, ossia dopo due ore. Non che sia piccola, ma le tre cose degne di esser viste stanno tutte intorno ad una piazza. Poi con l'autobus ho attraversato un deserto che si faceva sempre più deserto, sparivano i già rari cespugli e pure i cactus non erano più in molti. Queste erano le uniche forme di vita insieme a qualche "vulcanizadora", i chioschi dei gommisti, circondati da uno strato di grasso nero che ricopre i piazzali per un raggio di parecchi metri. Di queste casupole unte con davanti il proprietario che dorme se ne trovavano addirittura di più che di rivendite di coca cola. Improvvisamente siamo entrati in una vera e propria oasi verdeggiante, prima le erbette, i cespugliosi, e poi addirittura alberi! Questi danno al paese un aspetto decisamente diverso dagli altri nella zona. Mantiene ancora molte delle caratteristiche del Messico che si vede nei film western, con alcune case fatte di fango-paglia-cacca, l'architettura coloniale e la piazza centrale col giardinetto e gazebo per la banda della domenica mattina. Mi ha dato un passaggio in auto un tizio dal baffetto rado; quando ha saputo che parlavo anche inglese ha insistito per comunicare in quella lingua. Ho capito subito che era meglio di no, aveva la capacità di esprimere pochi concetti elementari e la sua pronuncia era semplicemente terrificante, non sembrava neppure che stesse parlando inglese. Ho tentato spesso di riportare la conversazione allo spagnolo. Comunicando con grande fatica gli ho chiesto: "Cosa fai nella vita?", e lui: "Insegno!", "E che cosa?" ho approfondito io senza poter prevedere la drammatica risposta: "Inglese!" rispose orgoglioso...
Scrivevo in una cantina, ambiente essenziale e alcolico che riunisce alcuni degli sbevazzoni del paese. Sulla vetrina dietro il bancone, sopra le bottiglie campeggia una statua di un santo con lo spadone alzato, S. Gabriele credo, e messo lì sembra dirci: "Bevi, bevi, tanto presto arriverà l'ora della resa dei conti...".

Torres 24.07.02

Ho visitato l'unica attrattiva di Parras: Casa Madero. Si produce vino e brandy da cinquecento anni. Con l'aiuto di una guida ho girato tra botti centenarie e moderni sistemi di imbottigliamento di provenienza italiana. Fatto questo mi è stato offerto un bicchierino di Chardonnay, che per essere messicano non era per niente male. Ero a stomaco vuoto e questo insieme alla temperatura ha provocato un piacevole effetto dondolante...
Lasciato il paese sono arrivato dopo parecchio altro deserto, cactus etc. a Torreon, una città assai vivace che però sembra non abbia molto da offrire oltre al museo della rivoluzione di Pancho Villa e molte signorine che mi mangiano con gli occhi. All'ufficio del cambio ce n'erano due magnifiche, ma quando me ne sono reso conto ero già uscito. Così mi sono seduto nella piazzetta di fronte, e dato che l'orario di chiusura era vicino avrei forse potuto godere un'altra volta di quella visione. Poco dopo si è piantato davanti all'entrata un'omone panzuto con i "camperos", il "sombrero" e i "Ray Ban", doveva aver notato il mio appostamento e mi guardava in cagnesco, dunque poteva essere il padrone del cambio, il padre delle fanciulle o un bandito. Tirate giù le saracinesche dell'ufficio il Messicano da guardia le ha scortate fino al suo fuoristrada da vaccaro messo di traverso sul marciapiede, le ha stipate dentro ed è partito coi soldi e il figaio.

Torres 25.07.02

Ho visitato il museo della rivoluzione di Pancho Villa, pare che questo museo sia sul "Guinness dei primati" per essere il più piccolo del mondo, e in effetti è uno sgabuzzino in cui sono ammassate pistole rugginose, pallottole estratte, foto di rivoluzionari vivi, e poi morti ammazzati dalle pallottole di cui sopra. Tra questi il grande "Pancho". Il suo vero nome era Doroteo Arango e fino a 16 anni condusse una vita contadina come tanti, poi un brutto giorno (e qui inizia la leggenda) vide un proprietario terriero rapire la sua sorellina per andarci a giocare al dottore e l'ammalata. Doroteo preso da quel latino senso di giustizia del Far West lo sforacchiò a pistolettate. Di qui il suo periodo di vita alla macchia, tra rapine e fughe. Aveva organizzato una banda niente male e amava definirsi un Robin Hood messicano, ma a differenza del gentiluomo inglese Villa ammazzava chiunque si trovasse sul suo cammino, colpevoli o innocenti. Nel 1909 il governatore di Chihuahua lo assoldò per organizzare una rivolta contro Porfiro Diaz, e dunque Pancho lasciò la tranquilla attività di venditore di cavalli rubati che si era costruito nel frattempo per tornare al saccheggio, ma stavolta col pretesto di realizzare la riforma agraria. Le truppe federali ben organizzate nelle scuole di guerra non erano abituate a combattere contro le squadre di Villa che grazie all'arte del banditismo sapevano sferrare attacchi improvvisi per poi sparire nella "sierra". In poco tempo Ciudad Juarez venne presa e Diaz si dimise, qui seguì un'alternarsi di poteri mentre Pancho era sempre in giro a conquistare città oppure alla macchia. Ci fu addirittura un episodio fino ad allora unico nella storia degli Stati Uniti, e cioè quando il bandito rivoluzionario attaccò la città di Columbus, invadendo gli USA. Questi inviarono 12.000 uomini per vendicarsi dell'affronto, ma non ottennero soddisfazione. Nel 1920 Villa firmò un accordo col nuovo presidente, in cui riceveva un ranch e un bel gruzzolo per i salari delle truppe e dei parenti delle vittime. Il rivoluzionario si ritirava dalla scena per assistere ai combattimenti dei galli e alle sue mogli. Qualche anno dopo, la sua auto carica di passeggeri tra cui lui venne crivellata di colpi, e il mandante non fu mai trovato. Un finale classico per un eroe così messicano.

Ceballos 26.07.02

Ero finito in quel paese fottuto, nel crocevia tra la strada statale e il nulla. Ovvero la "Zona del Silencio". Cosa intendo per "paese fottuto"? Bèh, quello che quando scendi dall'autobus vieni investito da un nuvolone di polvere e pensi: "In che posto fottuto sono capitato!". E' più una sensazione che un ragionamento. Poi ti rendi conto che il pullman è già ripartito... L'abitato si sviluppa lungo la strada dove passano i TIR, c'è qualche negozietto di gommeamericane-cocacola-sigarette sfuse, diversi saloon dall'aria fosca , alcuni rivenditori di tacos ed un'infinità di meccanici e gommisti. Uno di questi organizza pure i funerali. Nelle vie parallele ci sono diversi affittacamere, una chiesa, una stazione di polizia. Nelle strade sterrate i vecchietti dormono sotto il sombrero, un bambino con una corda ne trascina un altro dentro una cassetta della frutta, altri bimbi mi ridono dietro. A Ceballos non passano molti turisti. Avevo preso posto in una pensione familiare, non c'era il materasso, ma mi hanno offerto un tappeto. Meglio, così mi sarei abituato alle notti future da passare nel deserto. Per cercare qualcuno che mi accompagnasse nella "Zona del silencio" sono finito alla stazione di polizia, dove tre sbirri polverosi e male in arnese smangiucchiavano e fumavano nella calura. Mi hanno detto di aspettare, perché lì prima o poi sarebbe passato qualcuno che mi poteva aiutare. Nel mentre mi hanno ricordato che il Messico ha vinto contro l'Italia ai mondiali di calcio. Gli ho risposto che hanno fatto bene. Dopo un po' è arrivato un tipo molto panzuto e molto stereotipo messicano, mi è anche sembrato molto fatto di coca. Mi ha detto che lui è il "Presidente". "El Presidente de todo aqui" facendo mezzo giro su se stesso col braccio spiegato. "De todo el Mexico?" ho detto io, e lui si è allontanato ridendo.
La sera in una "cantina" ho conosciuto Huaime, un tipo col capoccione che scarica i meloni. Mi ha mostrato le mani che infatti erano callose come la scorza di un melone. Abbiamo parlato dei misteri della zona, finchè mi ha raccontato che lui aveva avuto in passato dei contatti con gli alieni, ma di più non mi poteva dire. Io potevo essere una spia del governo arrivato lì per interrogarlo.
Ceballos 27.07.02

Sono partito per "la Zona del Silencio" insieme a Riccardo il "Presidente", i tre membri maschi della sua famiglia ed esempio di sana messicanità, ovvero: Pancho, Joaquin e Riccardo junior. Questo era l'esatta riproduzione in scala ridotta del papà: faccia rotonda da amicone e panzetta a cocomero, "camperos" e "sombrero" da piccolo cow boy. Con noi c'era anche Willy Gonzales, un omaccione pieno di vita che guidava il camioncino. Sul cassone aveva caricato casse di viveri, coperte ed una quantità spropositata di birre gelate. Siamo partiti verso l'una con un caldo infernale, e Riccardo senior a cadenza regolare di pochi minuti allungava la mano dal finestrino per farsi passare una coppia di birre, poi in sosta dal benzinaio mi ha detto: "Non fare complimenti, quando vuoi acchiappa pure dal frigidaire!" Gli ho detto che a me l'alcool a quelle temperature non piace molto, lui mi ha risposto qualcosa in dialetto che dovrebbe corrispondere all'incirca a: "Ma che cazzo dici?! Tiè, senti quant'è fresca!" mettendomene una in mano dopo averla stappata in maniera molto virile. E in effetti era vero, così fredda e con la sua patina di goccioline era un piacere solo da tenere in mano. Ne avevo bevuta metà quando mi sono accorto che già ridevo da solo. Dal vetro posteriore della cabina vedevo Riccardo e Willy che cantavano agitandosi a ritmo di musica campagnola, ma il pericolo di un incidente con altri veicoli era piuttosto remoto. Durante il tragitto sulla strada sterrata noi del cassone ballavamo la tarantella aggrappati alle ringhiere per non volare di sotto, e tutte le provviste si sballottavano in un fracasso totale. "Ma quale 'Zona del Silenzio'..." pensavo io...
Invece appena siamo arrivati sotto l'unica collina che sporgeva dalla piana e abbiamo spento il motore si è sentito solo un alito di vento che non trovava ostacoli. La collina è il centro magnetico della zona, e fa impazzire le bussole e gli scienziati che vengono a studiarla da tutto il mondo. L'abbiamo scalata in breve grazie ad un incerto passo alcolico, e da lassù si vedeva tutta la pianura arida e la piccola catena montuosa che simboleggia la zona. Riccardo ciondolando mi diceva: "La senti l'energia di questo posto?! Io qui mi ricarico, a me questi sassi venuti dallo spazio mi fanno sentire un altro! Ma la senti la fottuta energia di questo posto?!". Io ho detto che la sentivo. Poi ha schiacciato la cicca della sigaretta col tacco degli stivali, ha mollato un rutto e siamo scesi fino al furgone. Dopo settanta chilometri e molte altre birre siamo arrivati nella zona dei meteoriti, un cerchio ampio 500 metri in cui il terreno ne è ricoperto; a dire il vero sono un po' dappertutto in questo deserto, ma in questa area ce n'è una concentrazione altissima. Perché? Mah...
C'è forse un collegamento col fatto che qui non si propagano le onde radio e che molte attrezzature elettroniche fanno cilecca? Verranno le foto che ho fatto qui? Sono ancora radioattivi i meteoriti che ho raccolto? Mi rimangono tre mesi di vita? Carichi di questi dubbi ci siamo avviati verso un barbecue in mezzo al deserto; io con la preoccupazione che non era impossibile che un sassolino dello spazio ci finisse sulla zucca. Willy sotto un sole ustionante manovrava le braci come un dio Vulcano, col suo fisico massiccio, tutto rosso e fumante mi pareva che anche lui si stesse cucinando come un grosso peperone. Non riuscivo più a controllare le birre che mi ritrovavo in mano, la realtà desertica veniva alterata dalla calura e dal tenore alcolico. Riccardo parlava comprimendosi nelle guance ogni parola, e riempiendo le frasi di "cinga" e di "pinci" che ho capito dovrebbero corrispondere a "fotti" e "cazzo", "pinci" si può usare un po' ovunque come rafforzativo. Altra parola molto ricorrente è "cavron" che significa all'incirca "coglione"ma si usa anche in senso affettuoso, quando vuoi far capire ad una persona che ti sta simpatica e che gli vuoi bene. Quando tutte le panze furono piene, mentre gli infanti giocavano tra di loro, i due personaggi più maturi che mi accompagnavano hanno tirato fuori il Bacardi per farsi un cicchetto. Io ero già ubriaco a bestia, e loro lo furono dopo essersi scolati una buona metà della bottiglia. Siamo ripartiti cantando e sgommando, Willy ci ha fatto arrivare tutti interi alla zona dei fossili, centrando tutte le buche che vedeva. Ci siamo aperti a ventaglio tra gli "ocotillos", pianta curiosa che popola la zona. Si sviluppa a cespuglione con lunghi rami vellutati di foglioline, e ricorda una mano affusolata. Girovagando un po' si incontravano parecchi fossili di conchiglie e gamberoni preistorici, un chiaro segno che questo deserto a 1700 metri di quota una volta era sommerso. Oppure che c'era un grande mercato del pesce.
Io raccoglievo solo i reperti più piccoli e in buono stato, ma alla fine della giornata il mio zaino era parecchio appesantito da fossili e meteoriti.
La sera ero accovacciato tra i cespugli per godermi il tramonto mentre facevo un bisognino, proprio di fronte ad un sasso dello stesso colore del terreno. Quando mi sono alzato il sasso ha emesso un sibilo ed un rumore di "maracas", proprio uguale a quello che si sente sui documentari dei serpenti a sonagli. Infatti proprio di quello si trattava, non di un documentario, ma di un vero rettile in pelle e sonagli, tutto arrotolato e carico come una molla. Ho pensato che forse non aveva gradito il regalino che gli stavo per lasciare e per questo mi voleva uccidere. Per fortuna i quattro metri che ci separavano erano un discreto margine di sicurezza, ma ho fatto comunque un balzo indietro di altri quattro metri. Da laggiù preso dalla rabbia ho preso da terra un meteorite e gliel' ho tirato mancandolo, ma l' ho disturbato facendolo andare a rintanare. Disteso era lungo più di un metro. Willy mi ha detto che se ti mordono hai un'ora di vita per farti l'antidoto, ma per il paese più vicino servono almeno due ore...

Zona del Silenzio 28.07.02

Abbiamo iniziato con una colazione differenziata: io caffè, WillY e Riccardo "tortillas" e formaggio e i tre piccoli Messicani si sono fatti le loro bistecche alla brace, poi ci siamo dedicati ad un'altra ricerca di fossili e al lungo ritorno a Ceballos. La sera ho offerto al gruppo una spaghettata nel patio della casa di Willy, costruita da lui in un ottimo stile "country". La cena è venuta decisamente male, con la pasta scotta condita con olio di semi.
Decisi di fermarmi un'altro giorno in quel paese fottuto, l'atmosfera polverosa e annoiata iniziava a piacermi, si passava il tempo guardando gli autoarticolati che passavano e si era tutti dannatamente certi che non sarebbe successo niente.

Ceballos 29.07.02

In una giornata nullafacente ho passeggiato su e giù per il paese e ho fatto amicizia con diversi Messicani che trasportano e distribuiscono meloni, che è l'attività principale di Ceballos. Volevo comprare un po' d'erba, ma non si trovava, da quando hanno equiparato le droghe leggere a quelle pesanti in Messico tutti hanno iniziato a commerciare (e a consumare) coca, non vale più la pena rischiare per pochi dollari di marijuana. E così ho seguito il trend, nella camera spoglia dove abito mi sono fatto due strisce e poi ho chiacchierato con gli sbirri della centrale di fronte alla casa. Mi hanno scroccato un mucchio di sigarette e mi hanno detto di salutargli Baggio.
Pensavo a quelle persone convinte che fumare le canne porti alla ricerca di cose più forti... E' il NON fumare che ci costringe alle alternative! La sera l'ho passata in una "cantina", aveva il paravento per non far vedere da fuori la gente malmessa e chiassosa che la popolava. C'era la segatura per terra e ci si poteva anche sputare, juke-box con musica "ranchera" e birre a prezzo politico. Presto qualcuno incuriosito dalla mia presenza in quel paese di melonai e trafficanti si è avvicinato per fare quattro chiacchiere e per provare le mie sigarette. Poco dopo ero circondato da Messicani festosi che mi davano pacche sulle spalle e apprezzavano il gusto del tabacco d'oltreoceano... Tra di loro è un continuo prendersi in giro e punzecchiarsi con frasi ironiche, senza mai scadere nell'offesa, ma facendo un duello dialettico al limite di un certo galateo da osteria... Non si può certo dire di essere stati in Messico se non si è mai entrati in una "cantina".

Ceballos 30.07.02

Durante la notte ha piovuto, un grande evento per queste zone, e tutto il polverone che avvolgeva il paese è stato trasformato in fango. I TIR sulla statale invece di tirarsi dietro la consueta nuvola bianca creavano delle onde anomale di colore nero, e gli schizzi di melma dai parafanghi investiva i marciapiedi, i negozi e tutto il resto. "Era molto che non pioveva?" ho chiesto alla signora della pensione, "No, non molto, un paio di anni." ha detto lei. "Desierto es desierto..." pensavo io tornando nella cameretta buia che non mi dispiaceva troppo abbandonare, poiché poco dopo sarei partito per Chihuahua.

Chihuahua 31.07.02

C'è una bella cattedrale e una via dove si fa lo "struscio, ma neanche l'ombra di quegli odiosi cagnolini che pensavo fossero stati inventati qui. La sera i giovani parcheggiano le auto nelle vie del centro e accendono la radio sintonizzata sulla stessa frequenza. I loro fuoristrada sono equipaggiati con impianti stereo da milioni di watt che fanno tremare la terra sotto i piedi e li fanno sentire molto fichi. La metà dei negozi vende stivali di tipo "camperos", e ce ne sono veramente di ogni foggia e colore, se solo avessi avuto il coraggio di indossarli ne avrei comprati un paio... Sotto il mio albergo uno di questi negozi ha l'insegna che dice: "El vaquero elegante" (dove "vaquero" sta per "vaccaro")... Il proprietario vorrebbe rassomigliare al fratello sgorbio di James Dean, con camicia a scacchi, gilè e cappello da cow boy, jeans attillati con un lenzuolo arrotolato dentro al "pacco". La mattina l'ho trovato appoggiato al suo pick up rosso con lo stivale lucido sulla ruota, fumando in controluce.

Creel 01.08.02

Ero partito per un paesino sperduto in un luogo eccezionale: il "Canyon del rame". Appena usciti da Chihuahua il paesaggio ha cominciato a cambiare, e un progressivo verdeggiare colorava il deserto giallino. Non ho penato molto quando ho salutato la cittadina arida, Chihuahua significa appunto "luogo della polvere" in indiano, quindi appena ho visitato un' altro museo della rivoluzione di Pancho Villa sono partito verso più freschi lidi. Anzi freddi, perché già dopo cinquanta chilometri dalla partenza il deserto era un ricordo, e viaggiavamo avvolti da una pioggia autunnale e clima alpino. Mi sono infilato tutti i vestiti che avevo nello zaino e ho trovato alloggio in una casa piena di viaggiatori in abbigliamento montanaro. Riempivano ogni stanza, ovunque c'era qualcuno; posti letto extra erano ricavati in qualsiasi angolo dei corridoi, ma per fortuna quando sono arrivato io si stava liberando un posto in un letto a castello di tre piani. Si cenava tutti insieme in atmosfera di comunità di recupero. Il paese è pieno di indiani Tarahmura. Sono molto pacifici e sorridenti, le donne vestite di ogni colore e i bambini sembrano essere appena usciti dalla giungla (e forse è vero). Ero in giro per il villaggio e ho visto uno di questi monelli mentre si affacciava da dietro un muro che dava sulla via, aveva la fascetta rossa sulla fronte ed un'aria sveglia da piccolo delinquente. Pareva che volesse attaccare il primo viso pallido che passava.
Sono stato a visitare un villaggio Tarahmura, dove alcuni missionari da tempo cercano di convertirli al cristianesimo, ma senza molte soddisfazioni. La loro caratteristica principale è quella di non pensare troppo al futuro, così si accontentano di curare piccole coltivazioni, di pascolare poche bestioline, di vendere qualche bracciale. E' come se il loro concetto di futuro non arrivasse al dopodomani.
Sono anche stato alla cascata Cusarare, purtroppo un viaggio fatto tutto in macchina, che ci ha scaricato a un chilometro dall'arrivo. L'astuto operatore turistico mi aveva promesso un trekking vero e proprio, ma ho capito quasi subito che mentiva, gli altri "scalatori" erano bambini o ultrasettantenni, vestivano scarpe da montagna immacolate o scarpe da ginnastica bianco e oro. Il resto dell'abbigliamento era l'immagine stereotipata del montanaro della domenica (ma una volta l'anno).

Creel 02.08.2002

La mattina mi sono alzato dal letto con una miriade di macchioline rosse pruriginose che decoravano ogni mia parte esposta alle coperte; per fortuna ho dormito con la tuta da ginnastica e i calzini contro il freddo, ma avevo le braccia e il collo gonfi e rossi come due peperoni. Un ragazzo americano con la faccia da cherubino che dormiva sotto di me stava anche peggio... Inoltre l'operatore turistico della pensione mi ha fregato un'altra volta, si è scusato per il ridicolo trekking del giorno prima e mi ha promesso un'escursione più lunga. Siamo partiti tardissimo, e dopo quasi tre ore di curve e di fuoripista il guidatore ha detto: "Voi scendete qui, io vi aspetterò laggiù!". Così abbiamo camminato sotto il sole di mezzogiorno fino ad arrivare ad un belvedere da cui si ammirava la "Bufa", un canyon circondato da una spettacolare catena di montagne piena di pareti a picco.

Creel 03.08.2002

E' stata una giornata dedicata alle medicazioni, ho passato una notte terribile grattandomi i bubboni che diventavano sempre più grossi e infuocati lungo le vene del collo e delle braccia. Mi sentivo bruciare vivo, continuamente scendevo dal letto per infilarmi sotto l'acqua gelata della doccia per poi tornare a scorticarmi tra incubi di gironi infernali. La mattina il dottore che mi ha visitato ha sentenziato: "Pulci!", e a quanto sembra io e il biondino che ne è stata un'altra vittima ne siamo allergici... Così, con 35 dollari di creme e medicine si è risolto il problema.
Alla stazione ho atteso lo storico treno che attraversa la "Barranca del Cobre" ovvero il Canyon del Rame, per arrivare a Divisadero, un paese dalla posizione unica, e da dove si può ammirare tutto il canyon. Il treno procedeva ad una velocità assai romantica, forse facevo prima a piedi, ma riuscivo così a riscoprire il gusto di viaggiare nella sua essenza: lo spostamento, il sentirsi sotto i piedi quel lento rollio, segno sicuro del terreno che inesorabilmente si muove, osservare gli alberi, contare i pali della luce, le traversine, i vagoni precipitati nelle gole e lasciati lì. Nei finestrini scorrevano panorami in cui intravedevo John Wayne correre a cavallo e sorpassare il treno, che grazie al suo locomotore diesel arrancava sotto le sbuffate nere.
Arrivato a Divisadero, proprio sotto il belvedere della stazione si apriva la vista di tutto il canyon, e ci si sentiva proprio piccoli lì di fronte...
Un tizio mi ha detto che se volevo dell'erba dovevo trovare Geronimo, il figlio di un tale che mi è apparso davanti poco dopo. Era un vecchietto smilzo col cappello da cow boy e l'aspetto del nonno di Tex Willer, mi ha detto che Geronimo non c'era, ma che la storia si poteva fare. Poi mi ha chiesto se volevo un letto nel suo "rancho" dove risiedevano anche una coppia di Danesi. Divisadero è uno di quei posti in cui non ci sono vie di mezzo: o l'hotel a cinque stelle o la bettola. Ho scelto di fidarmi del nonnino, ma già mi sentivo essere il pasto degli insetti che popolavano la sua fattoria. Siamo partiti col suo furgoncino campagnolo, io sul cassone tra i bagagli, coperto da un telo di plastica perché aveva iniziato a piovere. Arrivati al "rancho" come un raggio di sole spunta fuori dalle cucine sua figlia Rosaria. Incredibilmente giovane, dato che nonno Tex aveva più di 70 anni lei poteva esserne la nipote. E che nipote! Un vero fiore delle praterie, su un corpo statuario i lineamenti delle indiane più belle ma con qualcosa in più: due magnifici occhi verdi! Questa bellezza così inconsueta mi ha folgorato per un attimo, e appena mi sono girato c'era il padre che mi squadrava per ricordarmi che qui le storie d'amore finiscono in matrimonio o a fucilate. Quindi Rosaria sarebbe stata rispettata come la figlia di un uomo armato. Quindi per distrarre le mie attenzioni ha chiamato uno dei suoi contadini, e l'ha obbligato a offrirmi una canna. Così io e Manuel siamo andati a fumare seduti sui binari del treno davanti a un tramonto rosa e blu. Di tanto in tanto passavano gruppi di Indios stanchi della giornata, col loro odore selvatico di resina e foresta. Manuel era molto contento quando il padrone lo mandava a fumare con i clienti invece di zappare la terra. Lui non conosceva le cartine, usava fumare la sua erba auto prodotta con pezzi di giornale, cartoni o pipe rudimentali. Gli ho regalato mezzo pacchetto delle mie "Smoking", che lui guardava incantato per la prima volta, tenendole nelle sue grosse mani callose come se fossero state farfalline.

Divisadero 04.08.2002

La colazione "ranchera" che Rosaria ci aveva preparato sul fuoco era molto essenziale e contadina: uova fritte e fagioli. Erano le sei, e Nonno Tex era già sveglio da tempo; nel posacenere di fronte a lui già erano spiaccicati quattro mozziconi delle sue sigarette senza filtro. Quando lo guardavo mi convincevo che fumare non facesse poi così male... Per ingannare l'attesa si è messo a costruire un paio di sandali nello stile indiano, usando un copertone per la suola e un laccio di pelle. Siamo partiti per un'escursione nel Canyon del Rame insieme a Manuel, un omaccione di quasi 70 anni che marciava sbuffando come un carro armato, e i due candidi Danesi con i loro occhi azzurri che abbagliavano. Anche loro si sono presentati già con la sigaretta in bocca, mi sono sentito in uno spot pubblicitario della "Marlboro Country", dove fumano pure i cavalli. Io per non essere da meno degli altri attori mi sono fatto una canna con Manuel. Così siamo partiti, giù e giù per il canyon, ogni tornante si aprivano nuovi panorami spettacolosi, mentre la nebbia mattutina si andava diradando sotto un sole sempre più crudele. A fondovalle si incontravano piccoli campi coltivati a mais da alcune sperdute famiglie Indios che vivevano in casupole di pietra lì intorno. A volte incrociavamo un bambino o un pollo.
Siamo risaliti per un monte che terminava con un monolite fallico, e dominava un nuovo scenario fantastico. Lì ci siamo divisi: loro rimanevano qualche ora, io tornavo su da solo per prendere il treno delle 15, e la salita era ben più dura della discesa. Manuel mi ha spiegato dove passavano i sentieri ed io ho pensato di aver capito. Mi sono incamminato tra polli, bambini, casette di pietra e campi di mais, e ho imboccato un sentiero che saliva su un costone e mi ricordava quello da cui eravamo scesi. Invece dopo un ora di risalita il sentiero andava scomparendo nel nulla, mentre sopra di me si ergevano pareti di pietra impossibili da scalare anche solo col pensiero. Sotto di me passaggi ripidi e scivolosi che conducevano a precipizi buoni solo per il parapendio. Camminavo aggrappandomi con le mani dove capitava, finchè mi sono reso conto che lì sarei presto rimasto bloccato e\o sfracellato. Quindi sono tornato indietro e ho risalito per un'altra costa: stessa storia, quasi due ore di arrampicata per finire tra i rovi mentre ero sicuro che poco sopra di me ci fosse il sentiero per la civiltà. Purtroppo non trovavo di questa nessun segnale, ne' una cartaccia ne' una lattina di Coca Cola e tantomeno di Pepsi. Intanto si avvicinavano tuonando le nubi dell' abituale temporale pomeridiano. Tutto d'un tratto ho avuto come l'impressione di essere perduto. Non perduto nel senso di non sapere dov'ero (Divisadero si vedeva benissimo sopra la mia testa), ma nel senso di non sapere come arrivarci, con una misera scorta d'acqua, tempesta in arrivo e notte da passare all'addiaccio sul ciglio di un precipizio scivoloso. Avrei potuto abbandonarmi ad una sana e giustificata crisi di panico, ma invece mi sono sentito un'ondata rabbiosa di energia e lucidità, e sono tornato giù un'altra volta, pensando di raggiungere una delle capanne indiane dove certamente mi avrebbero ospitato. Oramai davo per perso il treno delle 15, tanto valeva riposarsi e conoscere qualche Indio e i loro polli. Raggiunta una casupola sono emerse dal pietrame due ragazzine molto schive, poi un tizio col cappello bianco. "Donde vas?" mi ha detto stupito, "Divisadero!"gli ho risposto, e il suo braccio ha compiuto un semicerchio nella valle fino a fermarsi davanti una delle coste che non avevo ancora scalato. "Arriba!" ha aggiunto solenne. Non ho chiesto ospitalità perché nella sua casa c'era posto appena per lui, le ragazzine e il pollame, quindi armato di nuove energie e certezze sono ripartito . Il sentiero saliva su dritto verso la cima, una salita in cui mi girava la testa per il calore, lo stress e la poca acqua. Quasi in cima ho ritrovato il sentiero fatto all'andata che scendeva delicatamente tra le pinete ombrose; l'ho guardato, ci ho sputato sopra e sono arrivato a Divisadero. Al primo chiosco ho comprato tre litri d'acqua che ho bevuto completamente, poi ho fumato due sigarette di seguito mentre guardavo il fondovalle da cui venivo. Alla stazione incredibilmente ho trovato il treno che portava ritardo, mi aspettava il vecchio pistolero con i miei bagagli e la figlia bona. Ci siamo salutati da amiconi e sono partito per Los Mochis.
Il treno passava nel canyon sul ciglio dei burroni, mi sembrava di essere sospeso nel vuoto perché raramente si vedeva la terra su cui poggiavano i binari. Sotto di me i mille torrenti che scavavano altri canyon, e sopra i picchi rocciosi avvolti dalle nuvole ed una natura lussureggiante che ricopriva tutto.

Alamos 05.08.02

Non potevo non passare in questa cittadina che tanto è stata protagonista dei film western, dato che era ad un tiro di schioppo da dove ho lasciato il treno. Sembra che in passato, dopo lo splendore dato dall'oro e dall'argento che qui si estraeva, sia stata un paese fantasma, finché un allevatore americano, tal William Alcorn sia giunto per restaurare un lussuoso palazzo spagnolo poi trasformato in albergo. Da allora Alamos è risorta, e qui vengono a svernare i nordamericani e i Messicani ci vengono in vacanza ad agosto. I palazzi più belli sono abitazioni private oppure hotel a me inaccessibili. Il luogo è interessante a livello naturalistico, perchè sta al confine tra la zona desertica e quella giunglosa. Per me, a parte visitare un paio di cantine, non c'è molto da fare. Un qualsiasi approccio alle poche signorine di passaggio sarebbe stato un certo preludio di un "mezzogiorno di fuoco", dunque me ne sono rimasto buono sulla piazza, guardavo chi passava e sentivo che si diceva...
Solo prima di partire ho scoperto che il vero protagonista dei film western era il forte di Alamos in Texas, attaccato dal tristemente famoso colonnello Santa Ana, quello che perse in battaglia la metà del Messico e poi vendette agli USA altri pezzi... Il posto in cui ero non aveva nulla a che fare con il cinema...

INSERTO SPECIALE: LA CUCINA MESSICANA!

Come tutti sanno , il cibo più comune qui sono i "tacos". Sono fatti con una "tortilla" che è una versione in miniatura delle nostre piadine romagnole che può essere di farina di grano o di mais, quest'ultima versione ben presto stanca il palato. Sulle "tortillas" si appoggia uno spezzatino di carne o verdura, formaggio, fagioli e quello che capita. Si piega a metà e buon appetito. La versione da passeggio è il "burrito" (somarello), una piadina vera e propria riempita con gli stessi ingredienti ma stavolta arrotolata. Questi e i "tacos" si trovano sulle bancarelle di ogni angolo del Messico, sempre con gli stessi sapori. I "tacos" possono essere ricoperti di salsa e panna e cotti al forno prendendo il nome di "enchiladas". Col mais ci si fa anche la polenta che qui si dice "tamal" e viene cotta dentro le foglie di palma. La carne e il pollo di solito sono alla brace, senza troppi fronzoli ne' alchimie culinarie perché il sapore è già ottimo così. Si fa molto il brodo, ma anche questo è sempre uguale a se stesso dal nord all'estremo sud del paese. Il sapore che si ritrova ovunque è il "chile", un incrocio tra i nostri peperoni verdi ed il peperoncino, piccante a diverse gradazioni, e col deciso sapore di peperone. Questi si fanno ripieni e si frullano per sintetizzare delle salsine che contaminano qualsiasi piatto. I fagioli quasi sempre sono schiacciati e ripassati in padella, di solito si mangiano a colazione (per chi ce la fa) con le uova fritte. La dieta messicana è prevalentemente carnivora, le verdure si usano più a scopo decorativo che nutrizionale. Una cosa che mi manca parecchio è l'insalata, va evitata attentamente, pena intossicazioni e malori brutti. I posti più convenienti e in cui la cucina è sempre genuina sono i mercati, più o meno è così in tutto il mondo, ma in Messico sono organizzati particolarmente bene, con dei chioschi in cui ci si può sedere e scegliere tra diversi piatti. Nei locali lungo le coste regna il pesce, sempre fritto o alla griglia.
I sapori del viaggiatore povero dunque sono sempre due o tre, e si ritrovano ovunque, anche negli spaghetti quando si ha la sfortuna di mangiarli. La nota positiva è che nutrirsi in Messico costa veramente poco, l'importante è non aspettarsi mai nulla di nuovo. Non si trova nei piatti quel "gusto barocco" onnipresente nell'arte e nelle persone, quella ricerca del piacere e del gusto delle cose della vita; qui spesso la cucina sembra che esista solo per sfamare. Una cosa assai buona sono i succhi di frutta spremuti all'istante o le "aguas de frutas", tra cui l'"horchata" di cui sono golosissimo. Mi sono procurato la ricetta che qui vi regalo, potete ritagliare lungo la linea tratteggiata e poi ricavarne una pratica scheda da tenere sempre a portata di mano in cucina:
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Riso bollito, cannella, zucchero, vaniglia, mandorle, acqua a volontà.
Mettere tutto nel frullatore, non so le quantità, fare diverse prove.
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Quando fa caldo non c'è niente di meglio che sentirsela scolare giù per il gargarozzo inaridito, io sotto il sole ne potrei bere litri e litri. Le "aguas" sono in vendita ovunque in grandi barattoli di vetro spesso circondati da nugoli di vespe che da lontano indicano il rinfresco all'assetato viaggiatore.
IL CAFFE'
Qui si chiama Nescaffè (l' ho scritto male per evitare denunce), è infatti rarissimo trovare in vendita la normale polvere o i bar che te ne preparano uno "standard". Anche le macchinette per farselo in casa sono introvabili. Questo suona abbastanza strano, visto il caffè che si produce in Sud America. Pare che la Nestiè abbia colonizzato interamente questo settore di mercato, come quello dei gelati, del latte concentrato, dello yogurt e di molti altri prodotti. E' praticamente impossibile vivere in Messico senza comperare nulla di tale marca, o che non ne contenga almeno qualche ingrediente. Ingerivo quindi bocconi amari, io che in Italia sto ben attento a boicottare la tristemente nota multinazionale svizzera che di tanti danni al terzo mondo viene accusata. Apro quindi una

PARENTESI RIVOLUZIONARIA

Non mi riferisco a quella messicana, ma a quella globale che potrebbe iniziare anche domani, se non fossimo così rincoglioniti dalla pubblicità. Come disse un famoso pubblicitario pentito: "La rivoluzione oggi si fa al supermercato !", ovvero rifiutando quello che ci infilano in bocca e che non siamo in grado di capire cosa sia o da dove proviene o alle spese di chi. Sono i grandi capitali che muovono il mondo, la politica, le guerre e tutto il resto. E' dunque pure il vasetto di yogurt che abbiamo acquistato senza pensarci che finanzierà le cose orribili che vediamo nei telegiornali quando si parla di paesi sottosviluppati. Certo che collegare un candido vasetto pagato mezzo euro con questa situazione diventa difficile, e malgrado che tutto questo si sappia preferiamo scandalizzarci chiedendoci: "Ma è possibile che non ci sia nessuno che possa fermare tutto questo?!" mentre mangiamo banane di una delle tre marche che hanno monopolizzato il mercato mondiale (e finanziano le guerre in Africa), calziamo scarpe di quelle case produttrici che sfruttano i bambini in India e in Turchia, e con il carrello della spesa pieno di quei prodotti che riconducono sempre ai soliti marchi visti in televisione. Basterebbero due o tre mesi, durante i quali rifiutare tutto ciò che viene reclamizzato e comperare tutto ciò che esce dal giro dei grandi capitali, senza nemmeno starsi a chiedere perché, ma solo per dare un segnale potente che verrebbe certamente inteso, e che verrebbe ad incrinare quel sistema che critichiamo tra una pubblicità e l'altra. Si potrebbe anche affinare il tiro e concentrarsi su quelle marche "infangate" che coprendosi sotto nomi candidi poi producono guerre e lucrano sulle vite umane. Sono certo che sia l'unico modo perché questo apparato inizi a tremare. Non sono bastate milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo per fermare la guerra in Iraq, ma se da allora tutti ci fossimo rifiutati di acquistare prodotti americani e di fare il pieno in un loro distributore credo che quella missione sarebbe durata assai meno, o non sarebbe partita neppure. In fondo andavano laggiù per business. Ma perché rinunciare ai nostri istinti da supermercato e non poter essere "come tutti gli altri" ? In fondo questo sistema ci garantisce che i poveri e gli sfruttati non siamo noi, che le guerre non si combattano a casa nostra e che gli esperimenti non si facciano sui nostri bambini. Qui mi torna in mente una frase di un mio amico (che continuo a considerare intelligente ma con una parte del cervello lavato dai media): "Ma se non ti compri le Nike o le Adidas che scarpe ti metti?!".


Mazatlan 08.08.02

E' il caratteristico luogo di villeggiatura sull'Oceano Pacifico, mi trovavo lì sia per dovere professionale (le foto dei posti sconosciuti o sfigati non si vendono facilmente), sia perché i deserti mi avevano un po' "prosciugato" e sentivo la voglia di stare tra la gente. Mazatlan è come uno se la immagina: una grande e prospera città con tutti i servizi, una costa paradisiaca con palme e spiagge lunghissime, capanne dove si mangia il pesce e si beve la birra dall'alba al tramonto. La temperatura dell'acqua è perfetta, non ci sono correnti e si può nuotare in tranquillità. Gli alberghi costano incredibilmente poco. Nella "Zona Dorada", il quartiere più lussuoso, ci sono diversi locali e discoteche con la musica più brutta che abbia mai sentito e i DJ più incapaci, ma tant'è... Questa zona è abitata sopratutto dagli Americani, infatti c'è anche Blockbusters e Mc Donald's per le seratine in famiglia. Il resto della città è popolato da turisti Messicani e da chi lavora nei servizi per muovere la macchina turistica. Devo dire che non si sta per niente male, però già mi sopraggiunge quell'insofferenza che mi prende quando non ho molto da fare. Per cui la mattina ho scattato quelle fotografie molto turistiche che cercavo, e che probabilmente sarebbero finite in qualche depliant di un operatore turistico, poi ho camminato in su e in giù per i quindici chilometri di spiaggia intorno alla città, per poi stramazzare nel mare tiepido. Di tanto in tanto mangiavo un pesce in una capanna, facevo quattro chiacchiere con un venditore ambulante, scattavo una foto e poi ripartivo per il mio assurdo pellegrinaggio senza meta. In due giorni avrò percorso almeno cinquanta chilometri. Di fronte ad una delle discoteche di cui sopra ho conosciuto un ragazzo di sedici anni che vendeva le sigarette, abbiamo iniziato a chiacchierare, fin quando mi ha detto che lì dentro c'era il demonio. Gli ho chiesto se era mai entrato in una discoteca o se stava scherzando, lui mi ha detto di no, ma che glielo avevano assicurato. Certo, quel DJ era un cialtrone, ma non era certo Belzebù. Gli ho chiesto che male ci fosse nel divertirsi ballando, e secondo lui Dio lo vedeva e piangeva molto per questo. Allora gli ho fatto notare che il demonio era più presente nelle sigarette che vendeva lui che in quella discoteca, c'è rimasto un po' male ma finalmente ha iniziato a pensarci su.

S.Blas 10.08.02

E' un paesino quasi immune dal turismo di massa, ci sono pochi ristoranti, una chiesa, una piazza e un'osteria. C'è addirittura un cambio, dove ho conosciuto Hector e Chuy, due ragazzi dallo sguardo sereno, la panzetta e le spalle larghe da sportivi, segni inequivocabili di chi fa una vita sana ma quando fa sera si gode la vita... Fanno i surfisti, e Chuy stava aprendo sulla spiaggia un locale per affittare le tavole, dare lezioni e vendere birre (che sembra essere l'attività parallela di ogni attività messicana). Ma allora c'era solo una capanna e le birre. Mi ha offerto un'amaca e l'uso della cucina a casa sua, e non ho esitato a dire di si. In altre situazioni sarei stato più malfidato (girare con un piccolo capitale in attrezzatura fotografica nello zaino rende molto sospettosi), ma quei due nonostante le apparenze trascurate sembravano affidabili. Era tempo che non cercavo di comprare un po' d'erba, qui in Messico si rischiano almeno dieci anni di carcere anche per una canna, quindi avevo quasi deciso di smettere. Invece è saltata fuori da sola, appena siamo entrati in casa con alcuni suoi amici molto Messicani è comparsa una busta paffuta piena di chili e chili di "mota" verdeggiante.
Qui la vita è il surf e quello che gli gira intorno: spiagge, capanne, amori e noci di cocco. Sistemati i bagagli in casa siamo andati in un torrente, e seguendo il suo corso attraverso la giungla siamo giunti ad una laguna. Eravamo a mollo nell'acqua tiepida sotto le palme, e passandomi un grosso cannone acceso mi hanno detto che lì era il paradiso. Io gli ho creduto.
Ho fatto una lunga passeggiata seguendo il bagnasciuga, e ho trovato parecchi posti dove andare a vivere come un Robinson Crosue surfista; potevo aprire un ristorante di pesce oppure, con più originalità, pasta scotta. O più semplicemente mi sarei potuto piazzare lì con un frigidaire e vendere birre a quei due o tre turisti di passaggio. La sera avrei fumato il mio joint guardando il mare e via, a letto presto. Viene spontaneo chiedersi quale sia il rovescio della medaglia di questo eden… Appare con le tenebre: i pappataci. Questi insetti dal nome inquietante sono simili alle zanzare ma più piccoli e infidi, ma anche più delicati nel pungere le loro vittime. fanno una miriade di bollicine fastidiose e mi facevano pensare agli insetti del girone degli ignavi, solo che questi invece di farti correre ti costringono dentro casa (probabilmente a bere e fumare). Bere la birra è una delle cose che si vede fare continuamente in Messico, a queste temperature quando si inizia non si smette facilmente: è fresca, dissetante e frizzantina, per cui cerco di non iniziare prima di sera. Ma molti Messicani ci si gonfiano come palloni, iniziano a colazione e finiscono nella notte fonda, che si riempie di cori sgangherati. A volte penso che il loro rapporto con l'alcool non sia minimamente gestito, si ubriacano a bestia e perdono la testa come adolescenti alla prima sbronza.
Io la mattina dopo mi sarei avvicinato per la prima volta ad una tavola da surf.

S.Blas 12.08.02

Il momento più bello è stato quando ho attraversato la spiaggia con il mio surf sotto il braccio. Mi faceva sentire molto fico, perché immaginavo che dopo un paio di tentativi avrei cavalcato le onde come i campioni fanno con noncuranza, e le ragazze sarebbero state ad ammirarmi incantate dal mio stile. Il Chuy aveva da fare, quindi mi ha lasciato con poche indicazioni per manovrarlo, che non erano altro che la descrizione a parole di quello che avevo visto fare dai fuoriclasse in televisione. Non c'era nulla di difficile, bastava nuotare oltre il punto dove le onde iniziavano a rompersi, aspettare il "set" di onde giusto, lanciarsi in una rapida sbracciata e alzarsi in piedi. Facilissimo. Appena mi sono tuffato la tavola già dava segni di nervosismo e di ingovernabilità, quando riuscivo a guadagnare alcuni metri spingendola e trascinandola, puntuale arrivava un'onda che mi sbatteva dove ero partito o un po' più giù. Allora ho capito che il surf non è uno sport facile. Un ragazzino mi è passato vicino con la sua tavola, andava incontro alle onde come un treno-sommergibile, tuffandosi sotto lui, e contemporaneamente lanciando la tavola sopra l'onda. Questa dunque era la tecnica. Così ho iniziato a fare lo stesso, ma bastava essere presi da un solo cavallone per tornare sul bagnasciuga. Cercavo di nuotare il più velocemente possibile ma sempre venivo investito, risucchiato in basso e shakerato. Riemergevo stanco, confuso, e con la testa piena d'acqua. Così ho capito che non è uno sport poco faticoso, e perché chi lo fa ha le spalle larghe... Arrivato dopo parecchi tentativi a una cinquantina di metri dalla riva, dove le onde iniziavano a spezzarsi, mi sono seduto sulla tavola e ho iniziato ad aspettare quella "giusta". Perché non tutte sono uguali, ne arrivano dei "set" di tre o quattro piccole e poi una o due grandi, per cui bisogna approfittare delle prime per prendere il largo, e poi cavalcare le ultime. Quando è arrivata ho remato con le braccia in uno scatto forsennato, la schiuma che si andava a formare sotto di me mi ha fatto sentire sollevato e in un attimo mi ha inghiottito di nuovo con tutta la sua potenza. Quando venivo travolto abbracciavo la tavola ma spesso mi veniva strappata dai marosi e mi vorticava accanto a velocità supersonica perchè la portavo legata a un piede. Mi sfiorava con le derive che sono di plastica, ma affilate come rasoi; sembrava di essere dentro una lavatrice insieme ad un'ascia. Allora ho capito anche che surfare può essere uno sport assai mortale. Me lo confermarono altri tentativi finiti allo stesso modo, e presto avevo il torace pieno di lividi a forma di carena e tagli col disegno inconfondibile della deriva. Solo una volta sono riuscito a prendere un'onda: su un tappeto ribollente mi ha spinto per trenta metri, e quando stavo per alzarmi in piedi lei ha preso me.
Quando sono tornato a casa dal Chuy lui era seduto sul tappeto a gambe divaricate, dietro una montagna d'erba: "Per gli amici!", ha detto. L'ho scavalcato senza farci troppo caso, avevo la testa piena d'acqua che mi continuava ad uscire da naso e orecchie. Chuy mi ha chiesto se avevo surfato, gli ho detto che avevo fatto qualcosa del genere... Insieme a lui c'era un ragazzo, che quando gli ho raccontato dei miei problemi con la tavola e dei pericoli vissuti mi ha detto: "Figurati, a me sul surf uno squalo mi ha mangiato un braccio!" scoprendo un moncherino. Io allibito ho chiesto: "Ma qui?! A S.Blas?!", e lui: "En la pinci S.Blas!".
Insomma, fare il surfista è una cosa seria.
Poi è arrivato Hector, nonostante il suo aspetto selvaggio è una persona colta e curiosa, ci si può parlare di tutto, ha viaggiato parecchio ed è stato addirittura un anno in Australia, viveva con un'aborigena in un villaggio nella giungla, ora sogna un visto per le Hawaii. Come "rasta" è un po' strano, non fuma marijuana perché da bambino durante un raccolto deve aver respirato troppo polline e ora è allergico anche al fumo. Più o meno quello che capitò ad Asterix con la pozione magica...
El Chuy invece ha trovato sicuramente il suo luogo, dopo essere stato nove anni in Scozia insieme alla moglie ha deciso che i tropici erano troppo belli per restare nella nebbia, quindi ha caricato tutta la famiglia su un aereo ed è tornato a S.Blas. Qui la Scozzese ha resistito un anno, poi ha preso le due bambine ed è ripartita per le brume. Lui è ancora cotto di lei e anche le figlie gli mancano molto. Io non ho trovato niente di meglio da dire che: "Mogli e buoi dei paesi tuoi...".
La sera gli uomini del villaggio si riunivano nella strada davanti ad una rivendita di birre; più che un bar sembrava il magazzino di un grossista: arrivavano scatoloni pieni di bottiglie che presto si accatastavano in grandi mucchi ai lati della strada. In breve tempo le circa trenta persone presenti avevano bevuto una quantità di birra superiore al loro volume, e dopo alcune ore c'erano montagne di bottiglie più alte di me... Hector è arrivato con un cartoccio pieno di coca che abbiamo iniziato a pippare sul cofano tiepido di una macchina come due fattoni incoscienti.
Il giorno dopo ringraziavo di tutto i miei ospiti, sentivo che per me era giunto il momento di partire: "Adesso o mai più!" mi sono detto in un momento di lucidità, ho chiuso lo zaino e sono uscito per una fuga dal paradiso, mentre S.Blas nella canicola faceva la "siesta".
Alla "Central Camionera" ho incontrato Luis, detto "Queretaro" (il suo luogo di nascita) che partiva per Tepic, ma abbiamo pensato di andare insieme a Puerto Vallarta. Aveva una dozzina di punti di sutura in fronte, con lui il surf è stato impietoso. Luis è un simpaticone: pancetta, camicia hawaiana e aspetto da trafficante. L'ho conosciuto una sera in cui si era spaventato perché non avevo voglia di bere birra. Ha vissuto quindici giorni in tenda, arrostito dal sole e divorato dai pappataci. Il suo strano modo di parlare, e la voce che sembra uscire direttamente dal suo pancione ne fanno un tipo singolarmente Messicano, ma di quelli del nord (lui vive a Laredo), mezzi Yankee e col pistolone a tamburo infilato nei pantaloni (non si può più portare così liberamente, ma è ancora come se ce lo avesse). E'affascinato dalle storie di malavita locale che si leggono sulle riviste di cronaca nera, quelle in cui vengono sterminate famiglie intere per compiere vendette trasversali, storie di traffici tra le frontiere e così via... E' certamente un cinico, ma non più di me, per cui facciamo una bella coppia: a vederci sembriamo un boss della mafia in vacanza col suo gangster preferito, oppure una coppia di sbirri corrotti e un po' cazzoni. Curiosamente gira con due passaporti, uno dei quali americano. "Ma c'è lo stesso nome!" mi ha rassicurato. La sera siamo finiti per sbaglio in un locale gay, ce ne siamo resi conto quando abbiamo visto che gli altri avventori erano tutte coppie omogenee. Proprio in quel momento una signora sulla cinquantina è venuta per attaccare bottone: "E'il tuo fidanzato?" mi ha chiesto mentre agitava le tettine (che un giorno non dovevano essere state malvagie) sulla faccia di Luis. Io ho detto: "No, no, fai pure di lui ciò che vuoi!", e lei: "Io in ogni caso sono lesbica, quindi non ti fare strane idee...". Così Luis è stato invitato ad una partita a biliardo dalla tipa, era un po' nauseato e al contempo inorgoglito da quell'approccio in fondo femminile; così ha finito la sua birra d'un fiato e ha vinto la partita in pochi tiri, rivelando il suo passato da "biscarolo" professionista. Rimango certo che se la signora fosse stata più giovane e meno lesbica l'avrebbe fatta vincere da vero gentiluomo.

Puerto Vallarta 13.08.02

Io e Luis abbiamo bighellonato per la città tra i turisti americani e le vetrine piene di tutto quello di cui un "gringo" in vacanza può aver bisogno: dall' hamburger alla maglietta con scritta idiota. A me pare di essere tornato in Europa, qui è tutto più lindo e plastificato di tutto il resto del Messico, non c'è gente che dorme ovunque e costa tutto più caro. L'acqua del mare è tiepida, e le spiagge sono stupende anche se circondate da condomini turistici con più di dodici piani. Un vero paradiso "gringo"...
Passeggiando con Luis un ragazzo di un'agenzia immobiliare ci ha offerto un buono per una colazione in un' hotel a cinque stelle, in cambio di assistere ad una presentazione dei loro appartamenti in vendita. Poco dopo una ragazza di un botteghino ci ha regalato due ingressi per una discoteca. Mi chiedevo se era il paese dei balocchi, ma Luis mi ha detto che a lui capita continuamente, e che molte delle cose che aveva con se' gli erano semplicemente "arrivate". Gli ho detto che a me non capita mai, e che devo sempre pagare tutto "cash"... La sera siamo stati nella discoteca a sbafo, affollata di Americani e con alcune ragazze messicane terrorizzate dai loro connazionali maschi che le assalivano a ondate. Per noi due era impossibile qualsiasi forma di socializzazione, sia perché non ci saremmo messi in competizione con quel branco di "machos", sia perché a tali signorine piaceva essere al centro delle attenzioni di tutti ma senza concedersi a nessuno. Per di più la musica era orrenda, per cui la nostra serata è finita presto. Tornando a casa Luis mi ha detto che per lui le donne sono tutte puttane, "Magari!" ho pensato io...

Puerto Vallarta 14.08.02

La mattina siamo stati a scroccare la colazione in taxi (gratis anche quello!), potevamo approfittare di un bagno in piscina, ma ci chiedevamo perché la gente percorre migliaia di chilometri per stare in un condominio affollato e farsi un bagno al cloro, quando intorno ci sono capanne sulla spiaggia soffice e un mare eccezionale. Ci siamo risposti che quelle persone il resto dell'anno dovevano vivere in una baracca in qualche paradiso naturale del Nord America. Dopo la colazione ci hanno fatto vedere un filmato in cui apparivano coppie di persone raggianti per aver fatto l'affare della loro vita: era una forma di multiproprietà in cui si poteva scegliere in hotel sparsi in tutto il mondo, tutti uguali e orrendi, e costruiti sulla spiaggia. Quando l' ho fatto notare al venditore lui si è innervosito e mi ha detto bruscamente che se li hanno messi lì vuol dire che le leggi di quel paese lo permettono. Luis ha chiesto quanto costavano, ma non ce lo volevano dire, insistevano che era molto conveniente, ma alle nostre pressioni sul prezzo, senza rispondere e con garbo, ci hanno messo alla porta. Siamo tornati in autobus, il taxi per tornare lo pagano solo a chi firma un contratto. Luis mi ha detto che pensava che ci volessero offrire la colazione "... e invece era solo un hijo de puta...". "E' sempre più difficile trovare un fesso generoso..." gli ho detto io. Luis mi sta parecchio simpatico, il suo essere becero non va mai oltre un certo limite, quando serve sa essere un signore, ma la cosa preoccupante è che richiama attorno a sè le persone più strane ed ha una certa attrazione per le situazioni rancide.
Siamo andati alla spiaggia di Mismaloya dove nella metà degli anni sessanta è stato girato "La notte dell'Iguana", con John Huston, Richard Burton, Ava Gardner ed Elizabeth Taylor le cui storie d'amore tropicali richiamarono l'attenzione dei paparazzi. Questo ha dato il via alla stagione turistica di Puerto Vallarta. Immaginarla senza la schiera di costruzioni spigolose che ora ne ricoprono una buona parte è assai difficile, e nella piccola baia una volta incantata ora si sguazza nell'acqua oleosa tra gli yacht e gli acqua scooter. Camminavamo sulla scogliera e abbiamo incontrato un gruppo di ragazzini di circa dodici anni; uno di questi stava in piedi su uno scoglio e si accingeva a saltare su di un'altro abbastanza distante e scivoloso da essere piuttosto certi di ammazzarsi, ma forse non così lontano per non tentare, secondo lui.
La conversazione che ne è seguita:
Luis: "Hey, che cazzo fai?!"
Il ragazzino: "Adesso vi faccio vedere il salto più impossibile della storia! E il tuo amico da dove viene?" (rivolto a me)
Io: "Dall'Italia!"
Il ragazzino: "Bene! Così racconterai a tutti nel tuo paese quanto sono "bien cingones los Mexicanos!" (credo corrisponda a "gran fottuti" o a "molto fichi"), "Guarda qua!" e si apprestava al lancio.
Io: "Senti, prima che ti ammazzi, dicci un po' dov'è la spiaggia?!"
Il ragazzino: "Laggiù, ma non volete vedere il lancio?"
Noi: "No, grazie, abbiamo mangiato da poco!"
e ce ne siamo andati, anche perché la nostra presenza fomentava il piccolo aspirante suicida. Poi quando siamo tornati abbiamo guardato se c'era del sangue sugli scogli.

Taxco 15.08.02

In un afoso pomeriggio ho salutato Luis. La mattina siamo stati in giro per le spiagge, io ho scattato alcune foto terribili per i cataloghi dei tour operator e lui mi portava il cavalletto mentre guardava i culi grassottelli delle Messicane che a lui piacciono tanto.
Poi mi sono imbarcato per un viaggio in notturna di quattordici ore per Città del Messico, e da lì altre tre ore per Taxco, dove finalmente risiedevo stanco. E'una cittadina florida grazie all'argento, credo che le miniere siano tutte esaurite, ma qui si è sviluppata una scuola famosa per una tecnica particolare: il gusto dell'art decò si fonde con quello dell'arte preispanica con un risultato molto originale. Da qui proviene buona parte dell'artigianato in giro per il Messico.
La città è un mucchio di case arroccate su una montagna, tutte le strade in salita (o discesa) e da cui spicca una cattedrale rosa in stile churrigueresco, un'evoluzione del barocco. Ci sono parecchi palazzi in stile coloniale, e naturalmente la maggior parte dei negozi vende argento. Mentre passeggiavo un'auto ha urtato con lo specchietto il cavalletto che portavo appeso allo zaino e me l' ha fatta saltare di nuovo...

Puebla 18.10.02

In molti mi avevano consigliato di passarci, e dunque ero finito a Puebla. E' probabilmente la più benestante di tutte le città che ho visitato in Messico, e l'architettura riserva belle sorprese dietro ogni angolo. C'è addirittura una "via degli artisti" deliziosa, che ricorda più Parigi che il Messico. La piazza del centro è sovrastata dalla cattedrale, ma questa è più grande di tutte le altre, o perlomeno i suoi campanili sono i più alti. Dentro è assai lugubre, le pareti sono tappezzate di dipinti che raffigurano gente piagata, crocifissi pallidi e sanguinanti, persone morte male e altre manifestazioni del potere di Dio su di noi, vermi schifosi. Stavo male e sono uscito subito; appena ho aperto il portone mi ha investito un'ondata di luce.
Ho passeggiato in una tiepida domenica pomeriggio pensando ad un proverbio locale: "Tra donne e campane le più belle sono le Poblane". Forse sarà vero per le campane, ma per quanto riguarda le donne deve essere ironico.

Puebla 19.08.02

Durante le mie visite ho potuto approfondire i miei studi maschilisti sull'estetica femminile in Messico, ebbene : per la verità le Poblane non sono proprio brutte, ma non hanno nulla di bello che è ben diverso, e forse anche più deprimente. Il brutto può anche essere affascinante. Per di più nei negozi di intimo si vedono esempi di biancheria che servirebbero solo ad evitare uno stupro. Spero che i Poblani si accontentino delle loro belle campane...
In pomeriggio ho visitato la piramide Tepanapa di Cholula. Una chiesa era stata costruita in cima a quella che in un primo momento era stata considerata da Cortes una montagna. Fu lui, dopo aver sterminato seimila Indios, ad appropriarsi della città e della piramide che presto sottomise al potere della chiesa. La piramide è la più grande del mondo e sta lì da 1700 anni, costruita su diversi strati; finora sono stati scoperti più di otto chilometri di tunnel all'interno. Il terremoto del 1999 aveva danneggiato gravemente la chiesa, ma non la piramide. Segno che gli spiriti aztechi hanno saputo proteggere meglio il loro tempio? O che conoscevano meglio la geometria? Meglio Quetzalcoatl o Jesus Christ? Certamente un momento imbarazzante per gli uomini di chiesa che hanno dovuto spiegare l'accaduto ai fedeli.
A cena ho provato il "Mole poblano" piatto assai famoso, ma non sapevo ancora da cosa fosse composto, quando l'ho chiesto al cameriere questo fu assai confuso e sfuggente, ma parlava di pollo. Mi ha servito qualcosa che non mi convinceva per nulla, il pollo c'era, ma ricoperto di una salsa terrosa. Il sapore mi ha ricordato quando da piccoli si facevano le pizze di fango, e c'era sempre uno scemo che provava a mangiarle. Perlomeno dopo quaranta giorni passati in Messico provavo un gusto diverso. Per togliermi il sapore di terra dalla bocca, passando davanti a un chiosco di dolci ho comprato una pallina abbastanza invitante ricoperta di zucchero. Quando l'ho addentata e ne ho masticato un pezzo mi è venuto da vomitare, era ripiena di tamarindo e peperoncino! Mi ha ricordato i tempi della scuola quando, a carnevale, offrivano le caramelle all'aglio, e c'era sempre uno scemo che le accettava...

Città del Messico 21.08.02

Sono stato a Teotihuacan, dove sono arrivato ancora sonnolente ed ho iniziato a passeggiare per un lunghissimo viale sovrastato da piramidi immense. Ho conosciuto una ragazza di origine messicana oramai trapiantata in California, era il suo primo giorno in Messico da quando era in fasce... Nel sito archeologico c'eravamo solo noi, e appena il sole è sorto nella nebbia mattutina, in cima di una piramide noi accendevamo il cannone del buongiorno. Lei mi ha detto che non aveva mai fumato prima, io le ho risposto che non c'era posto e orario migliore per iniziare.
Sotto iniziavano a sciamare tra le rovine molte persone, e dall'alto pensavamo che ci stessero venendo a adorare come fanno i devoti in un giorno di festa. Invece erano solo turisti...
Mentre tornavo in albergo, sulla metro affollata, un tipo ha piazzato un materasso arrotolato dietro di me che stavo davanti alla porta. Sapevo dei mille espedienti per derubare i turisti in metro a Città del Messico, quindi ero abbracciato allo zaino con l'attrezzatura che portavo sul davanti e con una mano sulla tasca dei pantaloni dove tenevo il portafoglio, sotto una zip chiusa. Ebbene, all'apertura delle porte il tizio ha dato uno strattone al materasso e mi ha trascinato fuori dal vagone, è bastato quel momento (circa mezzo secondo) che ho allontanato la mano dalla tasca per far volatilizzare il portafoglio. Il ladrone intanto era partito come un tappo di spumante per i tunnel, protetto dalla folla inverosimile che lo seguiva. Complimenti! Ma non è stata per lui una gran giornata, c'erano giusto i soldi per un paio di "tacos", una birra e il cinema, ma a me è costata una giornata di fatiche, di stress e di telefonate intercontinentali costosissime per bloccare la carta di credito. In tutte le banche che trattavano quel tipo di carta non hanno saputo darmi il numero di telefono per fare la denuncia, e quello gratuito che avevo io dal Messico non funzionava. Ho mobilitato tutto il settore bancario messicano, e ognuno mi dava un numero diverso, che non esisteva o che non mi poteva essere utile (per esempio il ristorante "Visa"). Finito alla portineria del Banco de Mexico (l'equivalente della Banca d'Italia) ho talmente rotto i coglioni che è scesa un'impiegata assai gentile che si è presa i miei dati ed è tornata con una lista di numeri. Tra questi ce n'era uno italiano, l'ho chiamato e nel tempo che la signorina elettronica mi dicesse: "Buonasera, grazie per aver scelto i servizi..." il telefono mi si era succhiato una scheda da cinque dollari... Per riuscire a dirgli chi ero e cosa volevo sarebbero servite una dozzina di schede, ma la fortuna mi è venuta in aiuto sotto forma di una signora che mai prima aveva assistito allo svuotamento di una scheda in così poco tempo. Mi ha consigliato di andare in un internet cafè dove si telefonava a prezzi stracciati; ha funzionato, e la cosa più strana è stata sentire quell'accento milanese dopo tutto quel tempo.
Ho visitato l'università e poi la piazza detta "delle tre culture" perché qui c'è l'esempio della fusione tra quella spagnola, quella india e quella "mestiza". Tra i resti delle piramidi azteche trionfa una chiesa seicentesca ed un palazzo modernissimo. Questo luogo fu teatro di un massacro recente, in cui durante una protesta il governo uccise tra i 200 e i 300 manifestanti. Nessun colpevole fu mai trovato, e non ne parlano neanche i libri di storia... Qui si è combattuto anche durante la conquista del Messico, quando Cortes riuscì a prendere la città agli Aztechi. Campeggia sul piazzale una lapide che dice: "LA BATTAGLIA NON FU NE' VINTA NE' PERSA, FU SOLO LA DOLOROSA NASCITA DEL POPOLO MESSICANO".
La sera sono stato a cena in un locale assai poco tipico, ma dove si trovano valide alternative ai "tacos" che ormai mi escono dalle orecchie. Seduto al tavolo accanto al mio c'era un signore distinto sulla settantina, aveva un vestito blu liso, e una cravatta vissuta anch'ella. Stava cenando con un caffè e latte, e abbiamo iniziato a parlare; mi ha raccontato che era stato un politico per tutta la vita e che aveva viaggiato in tutto il mondo. Mi ha elencato le bellezze di Firenze, Parigi e Roma, e di tanti altri posti di cui era innamorato. Era una persona piacevole, colta e intelligente, tra le rughe ed i capelli bianchi trapelava una grande dignità, e dalle sue parole il rancore verso una società che ti mastica e poi ti sputa..
Quando stavo per uscire mi ha detto: "Signore, sono veramente mortificato, ma mi potrebbe prestare un dollaro per il conto?".

 

 

 


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