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CENTRAL CAMIONERA
Madrid 17. 10. 98
Proprio quando la mia situazione
lavorativa e quella sentimentale sembravano consolidarsi in un comodo ed accogliente
materassone, io ne scappavo soffocato; fino a poco tempo prima era proprio quello
che volevo, ora aspiravo solo a percorrere più chilometri possibili,
e l'idea che alla fine sarei dovuto tornare mi preoccupava.
Per questo mi trovavo in un aeroporto durante uno scalo, ancora con l'immagine
della mia fidanzata (ex, per la precisione) e del sorriso strano con cui mi
ha salutato a Fiumicino. Insieme con lei lasciavo due cagnolone bionde e una
moto da enduro.
Era la prima volta che partivo con questo stimolo, mi sentivo meno "turista"
e più propenso ai disagi e al non ritorno, o perlomeno a non tornare
come prima.
Cancùn 18. 10. 98
La città era un grosso polpettone di cemento a volte colorato e pieno di lucine, costruito per la ricreazione degli Americani più banali, Da lì sarei arrivato a Chichen-Itzà, uno dei più importanti siti Maya del Messico dove avrei affrontato la parte "professionale" del mio viaggio; ho fatto una lista dei luoghi più importanti da visitare per cercare di realizzare un servizio fotografico completo, e mi rendevo conto che avrei dovuto correre parecchio per riuscirci. Il mio bagaglio e lo zaino pieno di obiettivi, nonché i due chili circa di pellicole e il cavalletto sarebbero stati come un freno a mano tirato nel mio pellegrinaggio.
Valladolid 19. 10. 98
E' una cittadina di provincia
dello Yucatàn, tranquilla e piena di donne Maya tondeggianti e dall'aria
pulita che vestono bianchi vestitini verginali.
Tanto verginelle poi non devono essere, perché ce n'era una sul pullman
con un bambino in braccio, che si stava leggendo un fumetto pseudo-erotico per
quattordicenni fantasiose. Sembra che vadano molto di moda questi giornalini
da caserma, li leggono tutte le fasce d'età e i lustrascarpe li danno
ai clienti durante l'attesa.
La visita a Chichen-Itzà è stata un esperienza spettacolare, anche
se gremita di turisti è un posto che trasuda la cultura e il sangue di
millenni di sacrifici.
L'enorme piramide chiamata "El castillo" sovrasta imponente tutte
le rovine disseminate nella giungla, e salendo sulla cima si vede un tappeto
verde senza fine, da cui fanno capolino i resti di questa civiltà affascinante.
Come abbiano fatto a costruire un monumento così grande senza utilizzare
la ruota né il cavallo rimane un mistero; mentre si fantastica su possibili
contatti con esseri superiori venuti da altri pianeti, a me veniva da pensare
a quanti ettolitri di sudore siano stati versati dagli schiavi sotto quei macigni.
Con il sole che cominciava a picchiare sul mio cappello di paglia mi aggiravo
tra le colonne dalle incisioni fantastiche, immaginavo le piazze strapiene di
Maya durante le cerimonie, i sacerdoti strappare cuori, budella e frattaglie
e scaraventarli di sotto dalle ripide gradinate sulla folla in visibilio.
Spesso tremavo al pensiero di poter essere nato 1000 anni fa, e a come poteva
essere quello stesso panorama visto da una pietra sacrificale, di fronte ad
un sacerdote strafatto di erbe allucinogene e con un coltellaccio di ossidiana
in mano.
Cancùn 20. 10. 98
Dopo un viaggio infinito sulla
corriera dei "peones" ad una velocità media di 13 km/h sono
giunto di nuovo a Cancùn, dove avrei incontrato Cristina, una mia amica
che lavora in un villaggio vacanze qui vicino.
Mi ha fissato appuntamento alla "Zona hotelera", il posto più
"gringo" di tutto il Messico, e siccome c'era parecchio da aspettare
sono stato inevitabilmente risucchiato in uno dei tantissimi bar della zona
che offriva solo ristoranti, discoteche e megahotel costruiti in stile alveare
umano fino sulla "playa" e anche oltre.
Dominava la musica più commerciale, tra cui si muovevano i camerieri
del bar dai colori sgargianti e dalle luci intermittenti. Maya resi sferici
dalla dieta americana, che si prodigavano a farmi sentire a casa con battute
pronte, urletti per creare una finta atmosfera e pacche sulle spalle da vecchi
amici.
Tutto lì era pronto e incellofanato per il 'divertimento' di Nordamericani
dalle panze grondanti, accompagnati dalle rispettive consorti con culi che sommergevano
le sedie ed ingurgitavano tonnellate di hamburgers e patate fritte. Tutto affogato
nella salsa piccante perché si sentissero in Messico.
Io cercavo di far durare il più a lungo possibile la mia birra, dato
che la permanenza lì sarebbe stata purtroppo lunga, intanto cominciavano
a scopare il pavimento sempre più vicino ai miei piedi e le pacche sulle
spalle e i sorrisi diminuivano.
Il panorama che avevo intorno era il seguente: colonna rosa imperiale alta 20
metri dal capitello fintamente corroso dal tempo, questo sorreggeva un'insegna
multicolore: "Italianni's" e propinava improbabili "very italian
pizza and maccaroni".Scorrendo con lo sguardo ho scavalcato un paio di
culi-dirigibile ed ecco una curiosa ricostruzione di un sito Maya con cascata
hollywoodiana, volta a pubblicizzare un altro locale che ben assecondava i gusti
kitsch degli avventori. Unica nota gradevole del panorama era una cassiera india
dagli occhi incantevoli che ogni tanto incrociavano i miei per poi subito tornare
sui suoi timidi conteggi. Altro particolare alla mia destra era un enorme cubo
di cemento color cemento con tubi d'aerazione colorati di grigio-cemento ed
insegne che lasciano intendere che dentro c'è una discoteca e, nonostante
tutto, ci si divertiva; accanto avevano avuto il buongusto di costruire una
capanna con tetto di paglia (o almeno sembrava) e travi come sempre in cemento,
ma stavolta viola.
Tutto questo scatolone dei divertimenti era avvolto da un inizio di tempesta
tropicale che gli donava un atmosfera surreale e grottesca, con il cielo grigio,
il vento che agitava gli enormi pupazzi pubblicitari appesi ai tralicci di ferro
e inquietava il mare che non riuscivo a vedere perché coperto dalla striscia
di albergoni, ma lo immaginavo.
Dimenticavo, dietro ad una ricostruzione disneyana di due palme in lamiera con
lampade al posto delle noci di cocco si ammirava una specie di minareto con
cupole lilla.
Poi uscivo nel nubifragio accompagnato da un'allegra ebbrezza alcolica
Vicino Puerto Morelos 22. 10. 98
Dopo aver passato un giorno
nella strascinata nullafacenza della vita di villaggio turistico dove lavora
Cristina e ove risiedo per ragioni strategiche, io e lei siamo partiti per Mèrida,
attirati dalle lodi che ne faceva la guida. Ci aspettava un estenuante viaggio
di 4 ore in un pullman-frigorifero per arrivare, bisogna infatti sapere che
i Messicani sono dei pazzi con l'aria condizionata, la regolano a temperature
polari e se possibile, prima dell'uscita dei passeggeri l'abbassano ulteriormente.
Arrivati finalmente a Mèrida, descritta dalla guida come una cittadina
coloniale dai superbi luoghi di interesse turistico e mercati artigianali di
gran qualità. Abbiamo trovato la città incasinata, rumorosa e
priva di fascino. I pochi edifici coloniali rimasti erano cadenti, e la famosa
Cattedrale è stata rasa al suolo dai Maya inferociti con i preti durante
la guerra delle caste, quella che ne rimane è una versione spoglia ed
essenzialista, inoltre il famoso mercatino ci è risultato abbastanza
mediocre.
Quando ci è venuta fame abbiamo girato un'ora per trovare un locale che
non sembrasse infetto, poi ci siamo nutriti con due ignobili panini con peperoncino,
seduti in una piazza affollata come il metro' all'ora di punta. Quindi siamo
corsi a ripararci dalla pioggia in un mercato surreale che vendeva solo zampe
di pollo e fumetti porno, e finalmente ci siamo reimbarcati per il villaggio.
Tutto il viaggio è stato allietato dai racconti sulle nostre storie d'amore
in crisi ed altre drammatiche vicende familiari. A parte tutto, è stata
una bellissima giornata.
La sera chiesi ad uno dei baristi se si poteva comprare qualcosa da fumare (non
sigarette), mi disse che si poteva fare qualcosa. Nella notte hanno bussato
alla mia porta: era un vigilantes con una busta in mano. Non avevo mai comprato
l'erba da qualcuno vestito da sbirro
Vicino Puerto Morelos 23. 10. 98
Il viaggio che avevo organizzato
per oggi a Cobà e Tulum è andato a farsi benedire per il protrarsi
della pioggia a scariche di un'ora sì e un'ora no. La giornata si è
consumata nel villaggio, che sebbene accogliente, costruito rispettando i criteri
dell'architettura locale e dotato di personale gradevole e giungletta, mi rende
insofferente. Era popolato da giovani coppie in viaggio di nozze che pensavano
di essere in Messico anche se si parla italiano, la cucina è italiana,
si vedono solo italiani, e forse il mare è meglio in Italia. L'unica
nota locale sono i simpatici baristi indios e ciccioni che si prendono a culate
dietro il bancone e servono tequila gratis.
I villeggianti, a parte poche eccezioni, sono veramente tristi e penosi, i loro
sguardi insoddisfatti da questo "Messico" vagano alla ricerca di qualcosa
da riportare a casa, da far vedere o da raccontare agli amici; l'impegno dei
validi animatori non riesce comunque a soddisfarli, sono sempre pronti a fare
critiche su come non riescano a farli divertire. Torneranno a casa con i loro
ricordini comprati all' Hard Rock Cafè di Cancùn e un mazzetto
di foto con sorrisi forzati ed alberghi in costruzione per sfondo. Speravo solo
che il giorno dopo ci fosse il sole per continuare il mio lavoro.
Vicino Puerto Morelos 24.
10. 98
Quel giorno pioveva come se fosse un lunedì. Nonostante il diluvio decisi
di imbarcarmi su un taxi alla volta di Cancùn dove avrei preso il bus
per Cobà. Cancùn la trovai avvolta da una specie di uragano che
mi suggerì che non era il caso di continuare. Visto che non mi andava
di dare altri 17 dollari al tassista per tornare, presi un autobus che mi lasciò
a tre chilometri dal villaggio dove arrivai zuppo e incazzato.
La sera sono venuto a sapere che a Cobà c'era il sole.
Vicino Puerto Morelos 25. 10. 98
Sono ripartito sotto il solito
nubifragio alla volta di Cobà, alle sei di mattina. Sono arrivato lì
dopo sette ore, e per fortuna il tempo era mediocre, ma ben presto un temporale
mi ha costretto ad un riparo di fortuna sotto un "falso arco Maya",
in compagnia di due incantevoli ragazze danesi e la loro guida.
Questa ha iniziato una lunga spiegazione sulla forma della cella dov'eravamo,
e solo dopo un'ora ci siamo potuti muovere, a me rimaneva poco tempo per scattare
le fotografie, quindi ho cominciato a correre tra i monumenti che distavano
circa un chilometro uno dall'altro. C'era una temperatura di circa 38° con
umidità al 120%, senza contare le famose zanzare-trivella caratteristiche
di quella giungla inospitale.
Dopo svariati sintomi di svenimento, prendendomi a schiaffi per gli insetti,
sono arrivato alla famosa piramide alta non so quanti metri ma tanti, e scalatala
tutta d'un fiato, anzi, d'un fiatone, ho scattato due o tre fotografie e sono
tornato giù scivolando sui gradini muschiosi, fumante di sudore e con
gli occhiali appannati.
Perso tra fra i ruderi e il groviglio sentivo i rumori delle bestie che razzolavano
nella selva infida; camminavo esausto e noncurante nella fanghiglia dei vialetti
che ormai mi ricopriva le scarpe, quando una di queste ha fallito la presa.
Ho lievitato per lunghi istanti prima di atterrare a pelle di leone in mezzo
ad un gruppo di tedeschi che hanno trovato la cosa divertente, ed io pure me
ne sono rallegrato. Durante questa mia performance ho avuto però l'accortezza
di proteggere la macchina fotografica: tenendola alzata e facendole scudo con
il mio corpo me la sono cavata solo con uno strappo muscolare e parecchio fango
addosso.
Questo mio nuovo look ha contribuito senz'altro ad aumentare la distanza tra
me e le due nordiche fanciulle conosciute prima. Tornando al villaggio, malgrado
la stanchezza e le altre cinque ore di autobus vari, sentivo nell'aria uno strano
fermento, come una vibrazione che rendeva frizzante la molle atmosfera tropicale
della sera; quando sono arrivato mi attendeva la clamorosa notizia che uno spaventoso
ciclone si stava per abbattere sulle nostre coste. La sensazione avuta prima
mi si è concretizzata, e Cristina era giustamente disperata perché
le scaricavano addosso valanghe di problemi.
In teoria non bisognava dirlo a nessuno per non spargere il panico, ma già
a ora di cena lo sapevano tutti, il consueto buffet faraonico fu scalfito frettolosamente,
si prevedevano le cose più inverosimili e si enunciavano teorie meteorologiche
di dubbio valore scientifico. Tutti erano presi da una particolare euforia,
la biondina con cui sono andato a correre ogni tanto (il cui compagno era fuggito
il giorno prima dalla disperazione) si voleva scopare chiunque si avvicinasse
a tiro, e aleggiava questa strana sensazione di catastrofe incombente sul gruppetto
che si era formato in spiaggia sotto un cielo basso e nervoso. A tanti personaggi
che popolano il villaggio si sono rovinate sì le vacanze, ma già
pensavano che avrebbero avuto qualcosa d'interessante da raccontare a casa.
Cancùn 26. 10. 98
URAGANO!
Mitch, così è
nomato, si avvicinava impetuoso alle coste dello Yucatàn, vedevamo sulle
nostre teste banchi di nuvole che rapidamente muovevano verso sud-ovest, risucchiate
dal suo mulinellare incazzoso.
Alle ore quattordici era stata organizzata una consulta nel teatro del villaggio,
nella quale il direttore ha annunciato che anche se non ce ne era il reale bisogno,
si sarebbe attuata un'evacuazione in quel di Mèrida. Uno degli animatori,
Ciro, un napoletano completamente fulminato e dotato di una carica di simpatia
esplosiva, è saltato urlando sul palco con gli occhi fuori dalle orbite:
"Uee guagliò si va a Mèrida! Ma ci pensate che storia!! Io
non l'ho mai vista! Aaah l'uragano!!" e così via
Da quel momento la carica elettrica si andava sempre più sviluppando
e i villeggianti sfollavano confusi e lamentosi, finché siamo rimasti
io, Andrea del centro immersioni, Claudia della boutique del villaggio, i responsabili
del posto, nonché gli inservienti, che malgrado tutto continuavano ad
elargire sorrisi rassicuranti.
Tra di noi che ormai sapevamo qual era la vera entità dell'uragano si
facevano discorsi un po' più profondi del solito, anche tra persone che
si conoscevano poco o niente, come se tutti sentissero il bisogno di definire
meglio i personaggi che popolavano questa futura scena di distruzione. Durante
un pasto frugale consumato con la servitù in atmosfera natalizia, nel
salone completamente disadorno con le cartacce che rotolavano trasportate dal
vento, tutti hanno fatto, consapevolmente, qualcosa di insolito. Andrea, dopo
aver scansato sul piatto le cipolle che odiava, le ha mangiate tutte alla fine;
il capo villaggio ha cenato con una fetta di torta avanzata dal pranzo quando
non mangiava mai dolci né avanzi; Claudia, invece, si è abbandonata
al fascino di un panino che prima usava evitare per la linea. Io alla fine ho
mangiato due caramelle fucsia al gusto di coloranti. Alla fine, ridendo, abbiamo
pubblicamente ammesso che lo facevamo perché poteva essere l'ultima volta
che ne avevamo l'occasione.
Mentre gli operai bloccavano le porte e mettevano il nastro adesivo sulle finestre,
io guardavo il grande tetto di paglia, e pensavo che entro poco tempo si sarebbe
scoperchiato e ci sarebbero state le stelle. Sulla spiaggia si sentivano i tonfi
delle onde che scandivano il tempo minacciose, indifferenti alla barriera corallina
sommergevano il piccolo molo che ne sarebbe stata presto la vittima. La mia
meta era la più brutta ma solida Cancùn, dove l'indomani alle
12 era atteso Mitch, con la sua furia distruttrice di pupazzi, cartelli pubblicitari
e tutte le altre minchiate inutili di questa città orrenda.
Avrei assistito e documentato a questo incontro tra la Natura e tante delle
cose insignificanti che l'uomo ha creato; sarei stato a suonare la lira quando
avrei visto volare a pezzi quel baraccone grottesco, smembrato da qualcosa che
gli albergatori yankee non riuscivano a controllare.
Cancùn 27. 10. 98
Il vento aumentava e tutto veniva risucchiato in fondo, dove il cielo si faceva
nero; era come se si fosse stappato un enorme lavandino lassù, e sentivo
una forza che mi attirava verso il suo occhione scuro. La mattina c'era grande
fervore nella 'Zona hotelera', i pupazzi di cartapesta venivano ammucchiati,
ed ovunque c'era gente che metteva il nastro adesivo sui vetri; era come un
grande circo che levava le tende. Tutti sentivano le cariche dell'aria inquieta,
c'era un grande sentimento di unione ed erano tutti pari: camerieri, direttori
d'albergo, turisti, autisti ed io; come se già fossimo imbarcati sul
battello di Caronte. Da parte di qualcuno c'era come un atteggiamento di sfida,
davano pacche sui piloni, sicuri che il cemento dell'uomo avrebbe resistito
alla furia della natura. Gli altri, presi da un'euforia elettrica, ridevano
tesi e riuniti in gruppetti agitati. Lì la situazione non offriva distrazioni
se non eri stupido e/o pieno di soldi, e dato che la pioggerellina mi intristiva,
se l'indomani non sarebbe arrivato Lui, sarei partito io verso Chetumal a movimentarmi
un po' la vita.
Ticul 28. 10. 98
Ticul è una tranquillissima
cittadina dell'entroterra, vicino a Mèrida; una volta era un paesino,
che poi si è gonfiato grazie al boom turistico e conseguente industria
artigianale. Ha mantenuto però quell'andamento sonnolento tipico di questi
luoghi, nelle strade vagano ometti panciuti, mentre le ragazzine ridacchiano
dei turisti zainati. Signore arzille vendono pannocchie, con i cani che si spulciano
in mezzo alla piazza dove stazionano anche sfaccendati autisti di taxi 'colectivos',
sui quali applicano nomi di battaglia degni dei marines: "El traficante",
"El justiciero", "Fatima pistolero" e altri nomignoli mistico-rancheros.
Domattina prenderò uno di questi tragici pulmini per andare alle rovine
di Uxmal, dove mi aspetta il dio Chac con le sue colonne e simboli fallici polifemici.
Mi immergevo nel ritmo ciondolante della vita della piazza, mentre dalla televisione
di un bar scorrevano le immagini dell'uragano che vorticando a 3-400 Km/h rimane
a fare a pezzi l'Honduras, territorio che adesso potrà dire di essere
anche sfigato oltre che povero, politicamente instabile, corrotto etc..
Per questo, stamattina a Cancùn quando ho visto che le corriere per il
sud non partivano e che il tempo era addirittura soleggiato, ho deciso di approfittare
per fotografare Uxmal. A quanto pare Mitch aveva avuto paura di me e aveva deciso
di restare dov'era. Infatti, la sera prima a Cancùn ho pensato di fare
un giro nella 'Zona hotelera' per saggiare la forza di una delle sue 'code'.
Appena uscito dall'autobus, sono stato investito da una vera e propria valanga
d'acqua, il vento mi ha prima strappato di dosso il patetico 'poncho' impermeabile,
e poi cercava di sbattermi a terra e al muro, fradicio e umiliato, con raffiche
di una violenza inaudita; l'ultima volta che provai qualcosa di simile fu circa
dieci anni fa durante un concerto punk, però non pioveva. Non capisco
perché non trovino nomi più da 'macho' per gli uragani, li dovrebbero
chiamare Lothar, Thyson, Demolitor o qualche nome cazzuto che dia l'idea ai
turisti della reale potenza di questa furia .
Con un balzo ho attraversato (mi ha fatto attraversare) la strada a quattro
corsie, e appena mi sono reso conto di non essere altro che una misera fogliolina
in balìa degli eventi, quindi dopo circa dieci secondi di questa "lavatrice",
mi sono rifugiato in un provvidenziale autobus che mi ha riportato in albergo,
zitto, bastonato e con il poncho ormai ridotto a una sciarpetta.
Gli uragani sono un soggetto pessimo da fotografare.
Mèrida 30. 10. 98
Ero giunto ad Uxmal alle otto
sotto un cielo limpido e saturato dai miei filtri polarizzatori Nikon; perlustravo
gli stupendi cocci valutando le architetture, che mi ricordavano quelle di Micene,
in Grecia.
Dopo due ore avevo finito di fare le fotografie e mi dirigevo ad un inesistente
fermata di un fantomatico autobus che mi avrebbe portato al sito successivo,
e che forse sarebbe passato dopo tre ore.
Visto che la frequenza di questi mezzi, fiore all'occhiello del sistema di trasporti
messicano, era di 2 (due) al giorno, avevo capito che per visitare tutti i cinque
siti della 'Ruta Puuc' ci sarebbero voluti almeno un paio di giorni.
Per ingannare l'attesa ho cominciato ad alzare il dito, ero poco convinto, perché
è noto che in Messico non si danno passaggi. Invece, come per incanto,
la seconda macchina che passa soavemente accosta e si affaccia il volto di una
ragazza, la quale aprendomi lo sportello mi invita a salire. Con lei c'era suo
marito, e mi hanno proposto di fare con loro tutti gli altri siti della 'Ruta
Puuc'. Ovviamente non ho fatto complimenti e in pomeriggio avevamo concluso
il tour, comprese le misteriose grotte di Loltùn, affrescate con preistoriche
manate sui muri.
Salutati i due gentili pellegrini mi sono affrettato ad abbandonare l'albergo
pessimo dove ho passato una notte infame, anzi insonne: la camera era praticamente
in mezzo all'incrocio stradale. Poi sono saltato su uno scassatissimo 'colectivos'
- a quell'ora l'unico mezzo per raggiungere Mèrida - ho così provato
un'ebbrezza simile a quella delle montagne russe, con le mani strette sui braccioli
e la visione della Vergine del Guadalupe che mi sorrideva rassicurante all'orizzonte.
Città del Messico
31. 10. 98
Da Mèrida, ho volato nella metropoli più grande, più popolata,
più piena di contraddizioni, di smog etc. di tutto il mondo: Città
del Messico. Ero solo di passaggio per raggiungere Pàtzcuaro, dove c'era
la "festa dei morti", un lieto evento che non mi avrebbe fatto toccare
eccessivamente dai tentacoli di questo mostro che qui chiamano "el Districto
Federal". La colazione chimica a 5000 metri d'altezza mi ha fatto pensare
che dopo averli evitati per anni, cominciavo ad essere affascinato dai coloranti
e dai conservanti che qui usano generosamente: budini color evidenziatore il
cui sapore nulla ha a che vedere con ciò che è conosciuto sul
nostro pianeta, e "bocadillos con jamòn" proveniente da chissà
quale bestia a noi oscura. Spinto da un sadico istinto da ricercatore, sperimentavo
nuove sensazioni richiedendo le bevande dai colori più inquietanti che
mi facevano sentire un teenager messicano.
Su un puzzolente autobus di seconda classe attraversavo gli altipiani, con il
loro caratteristico paesaggio fatto di laghetti, mucche e cow-boys. I lineamenti
delle persone cambiavano, sparivano gli occhi a mezz'asta degli yucatani per
essere sostituiti da espressioni meno bonarie, tipiche degli indios del Nord.
Pàtzcuaro 2. 11. 98
Ho conosciuto sull'autobus
una ragazza tedesca che non è proprio una ragazza, in quanto completamente
asessuata, ma simpatica ed intrepida viaggiatrice solitaria. Appena scesi dal
bus ci siamo trovati di fronte ad una scena disperata: nel grande piazzale buio
e semi deserto c'era una donna con due figli, una di cinque anni e uno di tre,
dignitosamente vestiti di stracci, con il più piccolo che scoppiava a
piangere tremando ogni volta che la madre si allontanava. Questa era costretta
a fare una spola tra il parcheggio dei bus e quello dei taxi, trasportando enormi
scatoloni di caffè che avrebbe dovuto vendere alla 'feria' di Pàtzcuaro.
Purtroppo un tassista le ha detto che qui il mercato non c'era, e lei non aveva
abbastanza soldi per raggiungere il paese giusto. Ebbene, quando si è
accorta di aver sbagliato paese, a notte inoltrata, con il figlio in crisi di
pianto, enormi scatoloni da trasportare e pochi soldi per il taxi, ci ha rivolto
un sorrisone, perché in fondo poteva anche andar peggio. Non capiva la
preoccupazione stampata sui nostri volti insieme all'incredulità che
lei potesse essere veramente serena, malgrado tutto. Lasciammo un po' di soldi
al terzetto, che nella penombra ricordava una sgangherata 'Pietà' Michelangiolesca
in mezzo al piazzale, ad attendere un incerto autobus che l'avrebbe condotta
ad un altrettanto incerta "ferìa" con il suo perenne sorriso,
ora con un velo di ansia per la nostra apprensione nei suoi confronti.
Appena giunti in città siamo stati travolti dalla festa che impazzava
per le strade: ovunque piccoli scheletri di zucchero e musica "ranchera",
bambini con le tipiche zucche-teschietto che ci chiedevano offerte, pena una
maledizione, il tutto in una perfetta atmosfera festaiola campagnola genuina.
La giornata è continuata con una processione scaglionata al cimitero,
dove gruppetti festanti andavano a trovare il parente scomparso, lì ho
rincontrato la signora con i bambini conosciuta la sera prima, aveva cambiato
programma, e ora vendeva contenta del caffè e tre paia di scarpe. L'atmosfera
non grondava di quella tristezza ipocrita ed appiccicosa che domina il 2 novembre
dalle nostre parti, ma si viveva un clima festaiolo e gioviale, con un forte
sentimento di rispetto e felicità per rincontrare chi non c'è
più. Perché le persone amate si ricordano con allegria.
Nel pomeriggio ci attendeva la famosa veglia funebre al cimitero su un'isola
del lago di Pàtzcuaro. Malgrado l'irruzione dei turisti, famigliole di
Indios erano raccolte intorno alle tombe dei loro cari, tombe che avevano addobbato
con corone di fiori e pupazzetti di zucchero . Petali arancione erano sapientemente
sparsi in graziose composizioni che il vento disperdeva, del tutto simili a
quelle che avevo già visto in Nepal; erano simili anche i colori e le
fantasie dei vestiti che indossavano, ma la cosa che mi colpiva di più
erano i loro lineamenti, gli stessi occhi degli abitanti del Tibet, gli zigomi
spigolosi e le fronti pronunciate di un popolo geograficamente lontanissimo
ma che sembra si sia spostato attraverso lo stretto di Bering alla ricerca di
cibo nelle Americhe. Queste non si chiamavano ancora così perché
Cristoforo Colombo non le aveva scoperte ("Ci hanno scoperti!" disse
l'Indio che vide per primo le caravelle e non sapeva ancora di essere Indiano),
però si viveva bene lo stesso. Le civiltà indiane in America e
quella tibetana si sono poi sviluppate parallelamente senza avere più
contatti; vista la distanza infatti, i segnali di fumo si perdevano nell'Oceano
Pacifico, ed entrambe le popolazioni per motivi religiosi avevano deciso di
non utilizzare la ruota, sebbene la conoscessero. I Tibetani hanno rinunciato
a questa comodità in quanto rappresenta il progresso, mentre non si è
mai capito perché in centro America preferissero portare a spalla i macigni
per costruire le piramidi. Decisero di usare l'unica ruota disponibile per il
funzionamento del loro elaboratissimo calendario.
Intanto nel cimitero dell'isola personaggi soddisfatti di ritrovare il parente
scomparso accendevano lumini e ciondolavano assonnati fino a quando, dopo la
messa alle due di mattina, le folle straniere e sfaccendate li hanno lasciati
alla loro festa in famiglia, con più intimità.
Nel paese impazzavano danze in costume di vecchietti arzilli e scheletrini allegri,
una specie di tarantella con gli zoccoli di legno che entrava nelle ossa e le
faceva muovere in un macabro saltarello scricchiolante.
Sfiniti, alle tre ci siamo diretti all'imbarcadero per tornare sulla costa,
dopo un'ora e mezza di fila riuscivamo a guadagnare i nostri posti e ci immergevamo
in una nebbia ovattata che soffocava il brontolio del motore ed obnubilava le
menti. Quando mi sono risvegliato da un gelido sonno mi sono reso conto che
navigavamo da circa 40 minuti, ma ne servivano solo 15 per arrivare alla costa,
quindi visto che ancora non si vedeva nulla, abbiamo realizzato che ci eravamo
persi. Il 'comandante' della lancia era in realtà un perfetto imbecille,
mezzo cieco e incompetente, sia nella navigazione che nelle manovre che ripeteva
all'infinito, sempre uguali e sbagliate, senza ottenere nulla. Ha deciso allora
di tornare all'isola, dove avremmo potuto seguire le altre barche, ma così
ci siamo ritrovati in un altro porto per poi, dopo molte manovre inutili, tornare
a perderci di nuovo. Abbiamo seguito per un po' le luci lontane di una lancia
finché il "lupo di mare" si è accorto che andava dalla
parte opposta. Caduto nel sonno della disperazione, mi sono svegliato dopo circa
due ore con le grida e gli applausi della gente che avvistava la sagoma rassicurante
del nostro molo. Dopo un quarto d'ora di manovre per eseguire un attracco elementare,
mi sono ritrovato con Tania (la Tedesca) fuori del porto, con gruppetti di gente
che si allontanavano nell'oscurità. Le indicazioni che abbiamo ottenuto
per raggiungere l'albergo sono state quelle già sentite altre volte :"Aspettate
qui perché prima o poi passerà un bus, un taxi o qualche cosa
che forse vi porterà da qualche parte!". Per questo in Messico c'è
sempre qualcuno che aspetta non si sa cosa.
Morelia 5. 11. 98
Appena ho cominciato a visitare
la cittadina Michoacana sono rimasto quasi inebetito dalla sua bellezza; qualsiasi
angolo girassi, andando a casaccio, mi ritrovavo di fronte una meraviglia barocca
o neoclassica. Sparsi ovunque, a distanza di poche decine di metri uno dall'altro,
mi apparivano le testimonianze dei fasti vissuti da questa cittadina nel '700,
grazie all'argento, sembra.
Sono entrato in un'imponente e massiccia chiesa barocca sormontata da due splendidi
campanili, e dentro sono stato trasportato in un'altra dimensione di spazi,
trascinato in alto dai suoi archi svettanti, imponenti ed austeri. Proprio in
quel momento si stava svolgendo una messa in spagnolo, mezza cantata e mezza
no, quasi un rap che mi ha condotto sulle vette dell'estasi mistica. Ripresomi,
ho cominciato a girare per le squadrate vie, nullafacendo e sopralluogando i
posti per fare le fotografie. Mi intrufolavo per uffici comunali, banche, università
e tutto era meravigliosamente bello e diverso.
Per quanto riguarda la popolazione autoctona, sembra che qui la situazione economica
sia molto migliore dei posti visti finora, ma la gente è comunque amabile,
ospitale e molto alla mano. Finora tutti i Messicani che ho conosciuto lo sono
stati, forse sono stato fortunato io, ma mi sembra un popolo con cui potrei
convivere a lungo. Gentili, amichevoli, sempre pronti ad aiutarti e a dire due
cazzate per passare il tempo, con le ragazze che ti guardano profondamente negli
occhi mentre danno le informazioni e rendono più allettante il passeggiare.
Strada Statale n°51 6.
11. 98
Imbarcato su un bus di "primera plus" dall'andamento deciso e dalle
sospensioni vellutate, mi dirigevo verso Querètaro nutrendomi di tramezzini
con formaggio ed animale oscuro gentilmente offerti dall'autolinea insieme ad
una Coca Cola che finora ero riuscito ostinatamente ad evitare per puro anticonformismo.
Attraversavo panorami da cartolina, con cavalli solitari che brucavano spensierati
(?) tra i laghetti degli altipiani.
Querètaro 7. 11. 98
Querètaro è
stata un po' una delusione, generalmente linda e ben tenuta, ma con tutte le
chiese (ovvero i luoghi di interesse principali) in via di restauro. C'era però
una cosa che mi avrebbe permesso di portare avanti il mio lavoro aprendone un
nuovo capitolo, ed erano i ristoranti e le sale da thè dislocati nei
patii degli edifici coloniali in città, ce n'erano alcuni meravigliosi.
Seduto su una panchina della plaza a godermi lo struscio assonnato del sabato
mattina mi sembrava di rivivere le atmosfere coloniali che si dovevano sentire
2-300 anni fa, forse perché la benestante cittadina gode ancora (per
modo di dire) della presenza di quell'élite di Messicani ricchi con figli
incravattati, che amano stazionare la sera di fronte ai locali che fotograferò.
Malgrado queste presenze, si riesce a godere di quell'aria tipicamente messicana,
di perenne festa di paese che ti fa sentire sempre in famiglia. E' anche una
città fervida di iniziative culturali tipo mostre di anticaglie appartenute
ad antichi marchesi insieme ad un concerto di musica 'trance', oppure la mostra
di un raffinato fotografo unita ai balli folk delle tribù degli altipiani;
qui tutto fa brodo!
Tutte queste leggerezze vengono subito dimenticate alla vista di una vecchina
(forse sorda) che batteva forsennatamente le manine all'autore delle note 'trance'.
Guadalajara 10. 11. 98
Ero in una città più
vivace (e veloce) degli altri posti visti in Messico, gli ultimi tre giorni
mi avevano riportato in un ambiente metropolitano pieno di iniziative, ma anche
in un posto dove si notavano di più le contraddizioni di un paese economicamente
diviso, una parte ultra tecnologizzata, con le nuove generazioni rampanti pronte
a cavalcare l'onda dei consumi, l'altra, sprofondata in un mondo di disperazione,
fatto di bambini coperti di croste e stracci che chiedono "un pesito per
la Coca Cola", un mondo che ci guarda sperando di riuscire a raccogliere
qualche briciola del nostro benessere che anche (soprattutto) loro hanno pagato.
Una cosa che mi aveva colpito era il gran numero di invalidi, soprattutto ciechi
e nani, non ne avevo mai visti tanti, chissà se erano il risultato delle
medicine vietate all'estero che qui si trovano, e di cui la guida dice di stare
alla larga?
L'atmosfera è sempre quella da "Festa dell'Unità", ma
si sente la presenza di un ambiente universitario vivo e pulsante , legato alla
consapevolezza di vivere in una città d'arte.
Città del Messico 11. 11. 98
Mi ritrovavo nell'enorme
aeroporto della capitale, in attesa del volo per Cuba. Otto ore che avrei trascorso
in un bar dai morbidi sedili in sky rosso e dalle cameriere con tette a balconcino.
Com' era diversa quella gente da quella che avevo visto fino ad allora, potevo
essere a Roma, Parigi o Londra, e non c'era nulla che mi ricordasse i volti
tranquilli e rassicuranti degli yucatani. Qui dicono che sono un po' "cabezoni"
e in fondo è vero, ma questa loro legnosità ha radici storiche
millenarie, quindi va rispettata. Basta adattarsi ai loro tempi mentali e poi
tutto va bene. Questo però fa immaginare quanta resistenza abbiano potuto
fare agli attacchi degli aztechi prima e degli spagnoli poi; malgrado i guerrieri
Maya venissero rappresentati con dei fisici statuari, nei loro pronipoti non
ritrovo un'immagine che me lo conferma. Ho visto una lettera in un museo, dove
non so quale autorità ecclesiastica spagnola invitava Cortès a
reprimere nel sangue qualsiasi forma di religiosità autoctona, e soprattutto
quella dei sacrifici umani che tanto impressionavano la Santa Madre Chiesa Inquisitrice
Un velo di sonnolenza mi si era depositato sulla "cabeza", l'infinita
hall dell'aeroporto si andava spopolando, prendendo quell'atmosfera caratteristica
da "giorno dopo la bomba"...
L'Avana 12.11.98
Ero sbarcato a Cuba con lo
stomaco che tentava di vendicarsi delle uova fritte e fagioli che ci avevano
propinato per colazione in volo e che, data la fame, non potetti rifiutare.
Anche lì la parola d'ordine era aspettare, e si aspettò che arrivasse
il conducente del bus parcheggiato sotto il sole rovente, poi egli arrivò
ma si dovevano attendere altri viaggiatori, allora si aspettò insieme.
Gli altri turisti dovevano giungere da non si sapeva dove e soprattutto non
si sapeva a che ora, però lui sembrava certo che prima o poi qualcuno
sarebbe arrivato, e allora saremmo partiti felici. Intanto, per dimostrarmi
le sue certezze, accese il motore che borbottò fumoso per circa mezz'ora.
Intorno a me, nel grande piazzale dell'aeroporto gruppetti di gente attendevano
con lo sguardo che cercava di mettere a fuoco qualcosa di molto lontano ma che
in realtà non c'era. Altri turisti si avvicinarono al conducente che
focalizzava l'infinito in una nuvola di fumo nero, e anche loro per solidarietà
iniziarono a fare lo stesso. Poi, visto che le sue speranze di riempire l'autobus
vennero a mancare, si ritenne soddisfatto e si partì.
Le costruzioni dell'Avana ricordano quelle delle grandi città spagnole,
con un'architettura barocca o moresca fatiscente, ovunque muri cadenti, porte
sbarrate alla meglio e cortili-discarica pieni delle cose più impensabili
che li fanno rassomigliare a dei magazzini di rigattieri speranzosi che un giorno
anche la spazzatura acquisterà un valore. Le strade sono popolate da
cadenti auto americane anni '40 (stupende!), miste ad alcune sovietiche e moderne
giapponesi che al paragone ne fanno risaltare le forme tondeggianti. Gli abitanti
sono un misto di Africani, Spagnoli, Indios, Nordeuropei, nonché tutti
gli incroci possibili, e ce ne sono veramente di tutti i colori. La cosa più
strana è che girando per le strade tra la solita altalena "primo
mondo-terzo mondo", l'atmosfera e gli odori, soprattutto, sono quelli che
avevo già sentito in Polonia diversi anni prima. Una sensazione che ho
avuto dal momento dell'arrivo ma di cui mi sono reso conto solo alla sera, quando
sono andato in un 'supermercato' a comperare il dentifricio: c'era un allestimento
estremamente povero, con pochissimi prodotti dal classico packaging socialista
e tutto dava l'idea che chi entrava in quel locale era perché aveva REALMENTE
BISOGNO di qualcosa; qui il concetto di "shopping" è sconosciuto.
Malgrado questo, però, i prezzi sono altissimi, a meno che non si decida
di utilizzare i servizi essenziali (e quasi inesistenti) rivolti ai cubani.
Per esempio: non esistono ristoranti per chi vive qui, ma solo per turisti,
e anche quelli mediocri, cioè schifosi, praticano tariffe allucinanti,
quando un cubano vuole mangiare fuori, si infila in casa di qualcuno che sta
cucinando e paga un obolo. In un bar mi hanno rifilato un panino sovietico per
5 dollari, e ovviamente anche in questi luoghi la scelta si riduce ad un tipo
di sandwich e una marca di birra, poi ho toccato il fondo quando sono entrato
in un locale con l'insegna che diceva "cafè", ma il caffè
era finito e non avevano altro... Ancora mi chiedo perché stavano aperti.
Ai turisti poi è vietato maneggiare pesos cubani, e devono pagare tutto
solo in dollari USA oppure nei famigerati "pesos convertibili", che
di convertibile hanno ben poco perché una volta comprati non possono
più essere cambiati una seconda volta, e vengono accettati solo a Cuba.
Tutta la storia della prostituzione dilagante mi è sembrata una gonfiatura
pubblicitaria dei tour operator, il fenomeno si riduce a qualche gruppetto di
cinquantenni annoiati accompagnati nei ristoranti da giovanette sghignazzanti
ai loro passi di salsa.
L'Avana 13. 11. 98
Mentre giravo per i vicoli alla ricerca di catorci di auto americane da fotografare
sono incappato in uno dei tantissimi gruppetti di sfaccendati che stazionano
di fronte ai portoni coloniali della città. Ci siamo salutati e subito
si è creato un clima di amicizia spontanea, mi hanno portato sui tetti
delle case di Calle Industria, fumando "porritos" incartati negli
scontrini e bevendo "cerveza" socialista tra le lastre di onduline,
bidoni dell'acqua e un maialetto grufolante in un recinto. Sono stato tempestato
di domande su come è il mondo; qui le notizie arrivano vaghe e filtrate,
o non arrivano proprio. Ci sono state anche un paio di gaffe quando gli ho chiesto
se ci potevamo scrivere un "e-mail" o se si potevano tenere informati
sulla TV satellitare; mi hanno detto che qui è vietata, io ce l'ho perché
abito nell'hotel dei turisti ricchi. E come me la potevano avere solo i burocrati
o i privilegiati uomini del regime residenti nelle ville intorno al mio albergo.
Loro rimanevano stupiti e ammirati per il mio lavoro che mi permette di viaggiare,
mentre io allibivo per le loro restrizioni e li incoraggiavo a tenere duro perché
presto qualcosa sarebbe cambiato, ma loro erano stanchi di sperare e io sentivo
di illuderli. Sapevano che la situazione sarebbe rimasta quella finché
Fidel era in vita, poi sarebbe arrivato Raul a movimentare la situazione, il
suo fratello guerrafondaio non dà molte garanzie di stabilità
(psichica). "Està loco
" dicono di lui. Sotto certi aspetti,
i Cubani sono come bambini: semplici, ingenui, gentili e fiduciosi nel prossimo,
spinti da una curiosità infantile verso l'inevitabile castrazione governativa.
Lo Stato è presente sempre e ovunque, dopo un po' che si sta con loro,
esiliati dalle zone turistiche, si prova realmente che cosa vuol dire vivere
su un'isola comunista in mezzo all'oceano.
Gli viene garantito solo l'essenziale, e vale a dire riso, latte, zucchero ed
altre poche cose vendute nei "magazzini del popolo" con la tessera,
una volta al mese. Uno di loro, Roberto, mi ha portato a casa sua, dove stava
riparando il tetto, quindi ci siamo seduti in salotto insieme ai piccioni; lì
mi ha mostrato uno dei suoi tesori, un libro fotografico su Roma di cui è
rimasto affascinato; glielo ha regalato un suo amico romano che ha conosciuto
qui (e dove altro se no ?) e a cui ha scritto una lettera. A quanto sembra (non
ho fatto domande per evitare altre figure di merda), spedire la posta da qui
è un problema, quindi mi ha chiesto se potevo imbucarla io dal Messico.
Quando me l'ha mostrata ho subito notato che era stata scritta sul retro di
una fattura commerciale, infatti all'interno c'erano le scuse per questa informalità
che però il suo amico avrebbe compreso, conoscendo la situazione. Purtroppo,
però, mi sono accorto che anche l'intestazione era sbagliata perché
l'indirizzo era scritto al posto del nome, quindi ho deciso di portarla io di
persona al destinatario, anche perché abita nella stessa via di un mio
amico a Roma. Malgrado il mio bagaglio stia risentendo di tagli drastici, la
conserverò gelosamente e già comincio a considerarla una missione,
non ho mai portato una lettera che rappresenta così tanto in vita mia.
Ci sono i suoi desideri di evasione dai giorni tutti uguali, una carica emotiva
che non può manifestarsi che sulla carta o nei sogni, guardando le luci
di Miami dal lungomare.
Generalmente tutti loro, sebbene molto semplici e non di alto livello culturale,
hanno lo stimolo di migliorarsi, tenendosi informati su qualche argomento specifico,
anche perché leggere (libri autorizzati dal regime) è l'unica
cosa che si può fare qui, a parte giocare a scacchi, guardare uno dei
due canali statali in TV o le solite strade con i soliti lavori in corso fossilizzati
da venti anni. Questo per tutta la vita.
La sera, tornando al mio hotel dei ricchi, pensavo che già volevo bene
a quei ragazzi, e a quanto è preziosa la carta del quaderno a righe su
cui avrei scritto.
Città del Messico
15. 11. 98
Ero appena atterrato, e pensavo che quando ho visto Cuba dall'alto ho sentito
quanto ero fortunato a potermi distaccare liberamente dal suo suolo, anche se
il giorno prima era stata una giornata bellissima. Prima sono stato al museo
della rivoluzione, dove in mezzo alle pistole degli eroici rivoluzionari e alle
loro divise macchiate di intrepido sangue c'era la documentazione fotografica
di come era dura la vita ai tempi di Batista, quando dilagava fame e prostituzione.
Che gioia nel vedere che tutto è cambiato! A proposito della prostituzione,
le mie prime impressioni erano sbagliate, come si esce dalla "Ciudad vieja"
è pieno di lucciole disposte a tutto anche per una cena al ristorante,
e hanno certi culi !
Con l'aria di chi scopre che Babbo Natale non esiste, sono tornato a Calle Industria,
dove Roberto mi ha spiegato che qui andare a letto per soldi o favori è
considerato un fatto normale, anzi è difficile che una donna vada con
qualcuno (per esempio un cubano) solo per piacere. Anche i suoi amici mi hanno
raccontato candidamente delle loro molte esperienze con le straniere (o stranieri),
e quasi sempre in cambio di cibo, birra e\o soldi. Uno di loro ha tentato di
offrirmi una sua zia, non era giovanissima ma mi garantiva che c'era parecchio
da affondare i denti. Quando non c'è lavoro, niente da fare, niente da
bere o da fumare, quando non puoi scappare e tanto meno pensarlo, quando non
hai nemmeno la televisione da guardare, allora vendere il proprio corpo diventa
l'unico diversivo per non suicidarsi e non morire di fame. Mi raccontava Guillermo
(si pronuncia "Gujermo", alla romana), che loro non chiedono molto,
vorrebbero solo avere la possibilità di andare a ballare nei locali e
ascoltare un po' di musica, aver la possibilità di poter frequentare
i turisti senza venire fermati continuamente dalla polizia perché sospettati
di vendere droga o prostituirsi (a noi è successo due volte in un giorno,
malgrado camminassimo distanziati), e in ultimo, il più grande dei loro
sogni, è quello di poter vedere il mondo. Da quando l'URSS non esiste
più qui si sentono come una bottiglia di vetro che galleggia sola e abbandonata
in un oceano ostile; una bottiglia tappata, naturalmente. Quando cominci a vivere
da cubano ti puoi rendere conto che la polizia è presente realmente in
ogni angolo della strada, una presenza molto discreta con i turisti che qui
sono intoccabili, ma con i locali sono terribili, basta essere sospettati per
beccarsi una multa che di solito corrisponde allo stipendio di un operaio. Mi
raccontava il mio fido e paffuto tassista che mi aspetta tutti i giorni sotto
l'hotel, che il governo, visto che non può far pagare le tasse sulla
prostituzione (ovvero a quasi tutte le cubane e i cubani, con rispetto), quando
viene trovato un turista in compagnia di un cubano, porta quest'ultimo in centrale
e gli eleva una multa di 150-200 $. Considerando che i professionisti ne prendono
almeno una al mese, si tratta proprio di un'imposta.
Ieri quando Roberto ha saputo della mia passione per i 'coche yankee' ha chiesto
ad un suo amico che ne possiede uno (anzi, è tutto quello che possiede,
l'unica eredità del padre) se ci portava a fare un giro in città.
Si è presentato con la sua Chevrolet del '45 di un colore che una volta
doveva essere verde-smeraldo, ora piena di ammaccature multicolore e le molle
dei sedili che si conficcavano spietate nel costato. Ne andava molto orgoglioso,
ed era una delle poche con il motore originale americano dai molti e capienti
cilindri, mentre quasi tutte le altre tengono il "corazon sovietico"
alimentato a petrolio, di probabile provenienza agricolo-industriale. Tutti
contenti ce ne siamo andati in giro per i quartieri popolari di Cuba, in quello
scassatissimo salotto ambulante che non andava oltre i 50 Km\h, e già
a 30 entrava in fibrillazione ogni parte meccanica. Loro erano soddisfatti che
io avessi deciso di non vedere i luoghi turistici, così avrei portato
a casa un po' della vera Havana, la loro. Le loro case mezzo diroccate dove
mi invitavano orgogliosi, essenzialmente e dignitosamente arredate di quello
che da noi si chiama 'ciarpame'. Non potevano evadere e speravano che potessi
portare via con me il più possibile del loro mondo.
La serata si è conclusa con una sbronza offerta inevitabilmente da me,
in un locale per turisti e pagamento in dollari; questo sistema dei due mercati
paralleli è diabolico, ci sono luoghi - tutti quelli che trattano merci
non essenziali - in cui il pagamento può avvenire solo in dollari, e
visto che i cubani guadagnano (poco) in pesos, a loro queste cose sono spesso
precluse. Sull'aereo immaginavo Roberto, Rafael e tutti gli altri seduti nella
solita calle tra le macerie e le infinite partite a scacchi, guardando il cielo
e sperando, senza crederci troppo, che un giorno anche loro sarebbero volati
via da quell'isola bella e infame.
Spero di tornare presto, ma su un'isola libera per tutti, e sarei ancora più
felice di rivederli a Roma, dove Roberto troverà le meraviglie del suo
libro. Purtroppo sono condannati a scontare una condanna all'ergastolo su questa
specie di Alcatraz caraibica, senza aver capito quale delitto hanno commesso.
Guadalajara 16. 11. 98
Appena arrivato a Guadalajara
sono uscito dall' albergo con la voglia di fare nuove conoscenze; mi sono diretto
al mercatino "freak" dove tutti sono fratelli, e mentre scrutavo una
curiosa pipetta pensavo all'erba (oramai agli sgoccioli) che mi dette Hector,
un ragazzo che avevo conosciuto due settimane prima a Pàtzcuaro. Proprio
in quel momento sento una voce chiamare il mio nome, e per un attimo mi ha sfilato
nella mente una lunga serie di volti conosciuti in Messico; mi sono girato e
mi sono ritrovato davanti proprio Hector, che stava qui con il suo banchetto
di artigianato, come sempre circondato da belle fanciulle di tutti i colori.
Passata l'euforia e fatte le considerazioni su come è piccolo il mondo
per i viaggiatori, mi ha rivelato subito che piacevo molto ad una delle sue
amiche, Valeria, una ragazza india esile e armoniosa. Dopo una mia iniziale
sorpresa a come corrono qui le ragazze e a come siamo "cabezoni" noi
Italiani (o almeno io), Hector ha organizzato una bevuta in una "cantina";
lì mi ha presentato Valeria in una maniera più ufficiale, ed io
sono stato così più tranquillo nel farmi sbranare da lei per tutta
la notte. Era una ragazza di 22 anni dolce ma selvaggia, credo che mi ricorderò
a lungo di lei e delle sue unghie.
Guadalajara 17. 11. 98
Hector si è rivelato
proprio un personaggio interessante, a casa sua mi ha raccontato del suo passato
burrascoso, poco più che trentenne, con mezza laurea in filosofia e mezza
in architettura, anni passati negli USA tra i "junkies", un figlio
e diverse mogli. Come un S.Francesco tropicale ha abbandonato un futuro sicuro
come quello che il padre gioielliere gli offriva per quello più insicuro
ma avventuroso del lavorare l'argento con conseguente vendita sui banchetti
in giro per il mondo. Mi ha raccontato di come sia pericoloso girare di notte
per le strade di Guadalajara, non per i banditi, ma per la polizia. Grazie al
governo di destra qui vige il coprifuoco dopo le 22, e gli sbirri portano in
caserma per accertamenti e perquisizioni chiunque si trovi a passeggiare di
notte; ora capisco perché la sera prima Valeria ha insistito per prendere
un taxi anche per fare un tragitto di 200 metri. La conversazione è proseguita
in un misto tra spagnolo, italiano e inglese: il mio con una vaga inflessione
anglosassone, il suo in un marcato slang californiano. Mi ha chiesto dove avessi
imparato l'inglese, e io gli ho detto che avevo fatto alcuni corsi di lingua
ed ero stato un paio di volte in Inghilterra, "E tu?" gli ho chiesto,
"In the fuckin'street !" mi ha detto lui.
E' un tipo positivo, per lui il mondo è un enorme negozio di giocattoli
e appena allunga una mano per prendere qualcosa, subito vede qualcos'altro che
lo attira di più. Anch'egli come Valeria e la maggior parte degli Indios
ha quella carica selvaggia latente dei nativi di qui, gli si vede quel fuoco
negli occhi scuri e sottili, carico di orgoglio per quello che furono i loro
antenati. Ora che comincio a conoscere meglio loro e la loro storia mi rimane
difficile non immaginarli nella giungla a cacciare, o in visibilio durante un
rito sotto le piramidi. "La gente pensa che noi eravamo solo dei fottuti
assassini...", mi ha detto Hector, "...ma per noi la religione era
un fine ed il sacrificio un mezzo; per gli spagnoli lo sterminio era il modo
di affermarsi, e la religione, molto elastica a seconda delle esigenze, serviva
solo a giustificarlo!".
Abbiamo concluso la serata fumando con la lattina di Coca Cola e mi ha salutato
dicendo: "We are like fuckin'children".
Zacatecas 18. 11. 98
Era passato più di
un mese dal mio arrivo in Messico e non sentivo assolutamente la nostalgia di
casa, ero talmente preso da quello che mi succedeva, dalle conoscenze che facevo
continuamente e dal lavoro da organizzare che la voglia di tornare mancava,
e un solo altro mese mi sembrava pochissimo.
Zacatecas è bellina, con la solita vita paesana ma stavolta in stile
più "ranchero". Per le strade formicolano una miriade di sombreri
e camicie con disegni e colori dal gusto quantomeno discutibile, però
fanno molto country insieme ai "camperos", ai baffoni e a tutti i
classici simboli della vita campagnola.
Stavo aspettando (tanto per cambiare) l'autista del trenino che ci avrebbe portato
nei meandri della 'Mina dell'Eden' una delle miniere che arricchirono questa
cittadina; in teoria dovevamo partire mezz'ora prima, ma l'autista continuava
a gironzolare sfaccendato ed insensibile alla nostra presenza....
La gita in miniera è stata entusiasmante, dopo un budello di circa un
chilometro siamo scesi dal treno-merci in una voragine nel cuore della montagna,
sopra e sotto di noi un enorme fenditura completamente scavata a mano perdeva
i propri confini nell'oscurità. Circa trenta metri sotto i nostri piedi
stagnava un laghetto profondo più di un chilometro, prima anche quello
faceva parte della miniera, ma ora è stato allagato non so perché;
da lì, passando su traballanti ponticelli di corda e tavolacce entravamo
da una voragine all'altra, in una di queste c'è addirittura una discoteca,
tutto frutto delle fatiche e delle vite degli Indios che ci lavoravano in cambio
del classico pugno di riso, anzi di mais.
Il tasso di mortalità della 'mina' era tra i più alti del mondo,
a quanto dice la guida solo per incidenti ne perdevano circa otto al giorno,
i più fortunati morivano di silicosi entro i 35 anni. Ho capito allora
cosa sono costati veramente quella bellissima cattedrale sulla piazza del paese,
o l'immensa collezione di quadri di tutto il mondo nel museo che ho visto stamattina;
ecco chi aveva pagato veramente il conto di tutti i lussi che si concedevano
i 'nobili' spagnoli: quella coppia di Indios, uno che teneva lo scalpello e
l'altro con la mazza alzata, scolpiti nella roccia a quindici metri sulle nostre
teste. Sono stati rappresentati proprio come lavoravano, in bilico su piccolissime
terrazze disposte su trenta livelli, a rodere il basalto per tirarne fuori il
prezioso minerale che poi avrebbero dovuto portare fuori a braccia, insieme
agli attrezzi. Poi la miniera fu chiusa, non so se fu perché finì
il nickel o perché finirono gli Indios.
Verso S.Luis Potosi 19. 11. 98
Ci siamo fermati con il pullman
in mezzo al deserto, su un altipiano a 2400 metri con l'aria leggera ed un fetido
bar. Ho sorbito un Nescafè (non capivo perché in Messico non esistesse
il caffè normale
), mentre intorno a me si servivano piattoni di
fagioli fritti e uova alla "ranchera", lì la colazione la mattina
si fa così, e per questo mi guardavano come una checca di città
senza i coglioni e lo stomaco degni di queste lande. Dopo le prevedibili scariche
di rutti e peti che mi hanno fatto uscire per primo dal locale ci siamo reimbarcati
alla volta di S. Luis, un'altra delle città-miniera della zona. Lì
avevo un mezzo appuntamento con Hector, per andare insieme a Real de Catorce
e fare la mistica "peyote experience" con gli indiani delle montagne.
Anche a S. Luis, come in tutte le città visitate al nord, le ragazze
per strada o nei negozi mi guardano in una maniera a cui non sono ancora abituato.
Non ne capisco il perché, visto che fino a due giorni prima giravo come
uno straccione; proprio per questo mi ero comprato una camicia e un paio di
pantaloni nuovi che mi conferivano un aspetto appena umano; pensavo che quando
mi sarei tagliato anche i capelli sarei stato violentato. Ero molto contento
che lì le ragazze non abbiano problemi a farsi avanti per prime dimostrando
grande senso di emancipazione, inoltre la parte del 'macho conquistador' la
trovavo proprio ridicola, e per una volta volevo provare l'ebbrezza di essere
io a farmi corteggiare.
Forse in Messico destavo particolare interesse perché ho lineamenti vagamente
indios ma la pelle chiara, forse perché non ho la panza "ranchera",
oppure sarà il mio deodorante messicano. Girando per strada alla fine
mi aspettavo sempre di incontrare gli sguardi infuocati delle signorine che
incrociavo, senza più meravigliarmi e rispondendo con un sorriso spesso
ricambiato.
S. Luis Potosi 20. 11. 98
Dopo una giornata passata
a rantolarmi in preda ai crampi allo stomaco per essermi concesso un'insalata,
verso le 5 sono risorto ed ho cominciato il mio quotidiano pellegrinaggio per
le chiese. Proprio in una di queste, mentre scattavo delle fotografie durante
una funzione, mi sono girato e mi sono reso conto che un gruppetto di ragazze
sedute nelle prime file mi guardavano ridacchiando, e alla mia replica si sono
poste le manine davanti la bocca vergognose. Questo episodio mi ha riportato
ai racconti di parecchi anni fa, quando anche nei paesi dell'Italia la messa
era l'unico momento in cui si potevano manifestare le passioni delle gentil
donzelle. Come un galletto che esce dal pollaio mi sono diretto verso la cattedrale,
dove in pompa magna si stava celebrando la cresima di una fanciulla che, di
bianco vestita, se ne stava silente e composta di fronte all'altare. Inizialmente
indifferente al rito, stavo fotografando le colonne barocche dietro al sacerdote
quando ho iniziato a lanciare sguardi ammiccanti alla ragazza in attesa di entrare
nelle grazie di Dio. Lei, dapprima incuriosita dal mio armeggiare con cavalletto
e teleobiettivi, è subito arrossita cercando di distogliere lo sguardo
da quel diavoletto tentatore che proprio in quel luogo e in quel dì di
festa era venuto a turbare la sua mente pura.
Resomi conto della situazione tragica mi sono scatenato in ammiccamenti sempre
più palesi e sfacciati, scattavo una foto e le lanciavo un bacio, poi
riemergevo da dietro una colonna mostrando viziosamente la lingua; lei non sapeva
più dove guardare, tutta rossa e con le mani giunte di fronte al viso.
Io non mi sono mai divertito così tanto, ma forse è meglio che
non vada più in chiesa fumato
Mi ero reso conto che sull'armadio della mia camera c'era uno specchio abbastanza
grande da contenermi tutto, fino ad allora mi ero potuto guardare solo la barba
o i capelli, separatamente. Questo da un lato mi ha aiutato: non potendo vedere
il decadimento d'immagine potevo mantenere una certa considerazione di me stesso,
dall'altro lato la faceva perdere a chi mi guardava. Non riconoscevo quasi il
tizio sull'armadio, scuro e vissuto, come le scarpe, le uniche che avevo, e
che giacevano sbatacchiate per terra sotto la mia immagine. Dalle mie zampe
stecche emergevano guizzanti muscoletti fino ad allora sconosciuti, frutto dei
chilometri che coprivo a piedi ogni giorno. La mia secchezza non era mai giunta
a questi livelli, anche i jeans appena comprati erano già una misura
troppo larghi e ci sguazzavo un po'.
Non mi sentivo male o denutrito, forse era solo il Messico che mi consumava.
S. Luis Potosi 21. 11. 98
Ero in partenza per Matehuala,
destinazione intermedia tra S. Luis e Real de Catorce. Sulla corriera vibrante
in attesa della partenza vedevo gente anziana carica di sacchi e scatoloni pieni
di chissà quali meraviglie, che portavano dalla città ai loro
paesi sulle montagne. In quelle terre desolate tutto acquista un valore diverso,
tanti paesi minerari come Real, esaurita la vena si sono spopolati e caduti
in rovina rendendo quelle poche merci che arrivano fin lassù molto più
preziose.
Iniziava la parte più dura di tutto il viaggio, fine delle visite alle
ricche cittadine coloniali dove c'era la possibilità di scegliere cibo
e alberghi ed inizio delle privazioni e degli stenti in luoghi ostili.
Villa Real de Nuestra Senora
de la
Concepciòn de Guadalupe de los Alamos de los Catorce (ovvero: Real de
Catorce) 23. 11. 98
Appena sceso alla stazione di Matehuala, sono stato avvicinato da un volto conosciuto,
ma non ricordavo dove. Il ragazzo parlandomi in italiano mi ha rinfrescato la
memoria, e allora mi sono ricordato di Mirko e Massimiliano, i due lunghi Milanesi
conosciuti in quel di Querètaro; anche loro erano diretti a Real, alla
ricerca di esperienze mistiche. Siamo saliti allora su una corriera lurida e
traballante dove ho pensato che qui è più facile incontrare qualcuno
per caso a migliaia di chilometri di distanza che dandogli un appuntamento (infatti
Hector al luogo stabilito per il mezzo appuntamento a S. Luis non c'era). Abbiamo
viaggiato lungo il deserto passando per i tipici villaggi messicani della cinematografia
western (allora non erano di cartone !), poi ci siamo fermati di fronte a un
cupo tunnel per trasbordare in un'altra corriera più lorda e più
barcollante, ma con il tetto ribassato per passare attraverso la montagna. Dopo
un paio di chilometri di oscurità completa siamo sbucati strizzando gli
occhi su un grande piazzale sterrato inondato di sole di mezzogiorno , intorno
si affacciavano le sagome di montagne cupe e prive di ogni forma di vita.
Vecchi furgoncini passavano sporadicamente sul piazzale lasciandosi dietro nuvoloni
polverosi, un gruppo di bambini smoccolanti ci ha prelevato dal bus per condurci
in un loro albergo di loro fiducia. Passando per le vie del paese ci sfilavano
intorno le prove dello scorrere del tempo sulle cose e sulla gente: una patina
polverosa offuscava tutto, ovunque l'atmosfera era di desolazione e processo
di sonno eterno in atto. Porte di edifici cadenti chiuse alla meglio con mucchi
di pietre e finestre penzolanti sui cardini ci hanno condotto all'ingresso di
quello che qui chiamano "hotel". Tre generazioni di una famiglia gestivano
contemporaneamente la bettola che era anche "ristorante", ma in realtà
l'unica che ci stava un po' con la testa era la nonna ultra ottantenne che ogni
tanto appariva dalla cucina, spostava qualche oggetto e tornava nell'oscurità.
Il resto della famiglia era composto da due figli di mezza età, uno adornato
da un cappellaccio a tesa spiovente da spaventapasseri ed allegramente fatto
di non so cosa, l'altro perennemente in sbronza triste, se ne stava seduto a
piagnucolare dietro il banco; ogni tanto andavano lì la madre o la moglie
sgorbia e gli prendevano tra le mani il capoccione consolandolo un po', allora
lui si alzava con la sua birra e si faceva un giro tra i tavoli invitando tutti
a un brindisi con gli occhi pieni di lacrimoni. Poi c'era un ragazzino che faceva
qualche apparizione tra i tavoli per prendere le ordinazioni e poi scappare
fuori a giocare con i foglietti in tasca ed i clienti che aspettavano invano.
In quel "ristorante" chi voleva bere lo doveva andare a comprare all'emporio
di fuori, e quando tornava, il proprietario chiedeva una birra per il pedaggio.
La scelta delle camere è libera, quando se ne libera una la porta è
aperta e chi vuole la può occupare; queste non sono degne di alcuna cura
da parte degli albergatori, le pulizie, se vuole, se le fa il cliente stesso.
Usciti dal paese per un giro di ricognizione ci siamo imbattuti in un fuoristrada
con una ventina di fricchettoni a bordo, seduti sul tetto e aggrappati alle
fiancate. Cantando e ridendo si dirigevano nel deserto alla ricerca di "Jiculì",
il peyote. Intanto noi tre eravamo arrivati alla miniera abbandonata, dove un'architettura
insolita per queste latitudini ci attendeva tra le montagne desolate. Ci si
è aperto davanti un panorama che mi ha fatto pensare all' "Interzona"
dei sogni lisergici di William Burroghs: erano costruzioni basse, squadrate
e tozze che come un miraggio non si avvicinavano mai, i quasi 2800 metri di
altitudine si facevano sentire sui nostri polmoni catramosi tagliandoci il fiato
sulla salita. Tutti gli edifici diroccati sparsi qua e là sul costone
erano dominati da un enorme ciminiera di una caldaia che penso servisse a fornire
l'energia per tirare su i carrelli dalla "mina". Le costruzioni dal
gusto industriale erano fornite di curiose arcate gotiche miste a portali in
stile mediorientale che ci guidavano verso paesaggi surreali ibernati sotto
una coltre di tempo, ci si sentiva come quando si entra in una casa disabitata
con le lenzuola sui mobili. Sembrava che le cose non avessero mai goduto di
una vita operosa, ma fossero state costruite solo per stare lì nell'aria
rarefatta in attesa, ad ascoltare il mutismo di quel deserto.
Le cose erano sparse su quel monte con il loro velo polveroso, impassibili della
nostra presenza ad attendere la Morte.
Real de Catorce 24. 11. 98
Volevamo assaporare lo spirito
country della zona, così io, Mirko e Massimiliano ci siamo avventurati
in un 'raid' a cavallo per i tristi monti che circondano la poco ridente cittadina
di Real de Catorce. In realtà la giornata non era tanto triste, visto
che la mattina splendeva un sole malato e cinguettavano i pappagallini storpi
nelle gabbiette. A proposito: tra le tante stranezze del posto dove alloggiamo,
abbiamo scoperto un allevamento di queste bestiole nel patio, ma molti sono
zoppi o deformi. La guida è arrivata con un ritardo indecente, insieme
a un cavallo, due ronzini e un ciuco di nome Colorado. Ovviamente il cavallo
era per lui, ed ha insistito perché prendessi io Colorado, così
siamo partiti, e molto lentamente abbiamo raggiunto "la città fantasma",
meta del nostro cammino. Per la verità a me sembrava fantasma anche Real,
ma questa era peggio; la guida, vestita in perfetto stile "ranchero"
con una camicia da discoteca rossa e blu, ci ha spiegato che quelle erano le
abitazioni dei "mineros" fino a 150 anni fa, quando finì l'argento
e arrivò la Decadenza. Eravamo nella scenografia di un film western e
aspettavamo con impazienza un attacco dei banditi per fare una sparatoria con
le pistole che non avevamo, ci avvicinavamo circospetti verso i muri di pietra
diroccati, sicuri che lì si nascondessero banditi o indiani assetati
di sangue. La gita è continuata tra i monti e la desolazione, le uniche
forme di vita presenti a parte le mosche erano degli annoiati serpenti a sonagli
che agitavano le code per ricordarci che in fondo la vita è un attimo.
Alla fine della gita, quando i 'cavalli' hanno visto la stalla, si sono gettati
in un galoppo ubriaco scaricandoci sulla piazza del paese, dove abbiamo litigato
con la guida per il prezzo. Le sue argomentazioni ed il suo machete ci hanno
convinto che aveva ragione lui, e ci siamo fatti derubare.
Il grande momento era giunto, eravamo in attesa di un "peyotero" che
ci avrebbe accompagnato nel deserto, io ero seduto di fronte alla bettola dove
alloggiavamo, con un vecchio sordomuto paralitico. Vedevo Massimiliano che andava
su e giù per la via contrattando per il prezzo migliore per il viaggio,
Mirko stava in mezzo alla strada e guardava la scena confuso, scaldandosi in
uno spicchio di sole giallastro.
A mezzogiorno siamo giunti nel deserto dopo un lungo ed estenuante viaggio su
un fuoristrada preistorico, Massimiliano è dovuto salire sul tetto insieme
ai bagagli perché dentro non c'era posto. Io guardavo il precipizio dal
finestrino e sentivo le antiche ruote gemere per le buche che il guidatore masochista
prendeva in velocità, fu allora che la Vergine del Guadalupe mi apparve
per la seconda volta. Quando il "peyotero" ha pensato di essere sul
punto giusto ha fermato il catorcio in mezzo alla pista e ci siamo messi a vagare
spargendoci tra i cespugli rinsecchiti, perché lì sotto si cela
il cactus: è tra le radici della pianta "gobernadora" che "Jiculì"
trova rifugio. Poi ci ha fatto vedere come si mangiava e noi l'abbiamo fatto,
disgustati dal suo sapore avevamo i conati di vomito, ma sapevamo che era la
prassi, così infilavamo il "cibo degli dei" direttamente in
gola con le dita, visto che da solo non andava proprio giù. Tra le smorfie
di disgusto migliori che sapevamo fare pensavamo a quanto è più
semplice "calarsi" un' "extasy", moderna espressione occidentale
del viaggio facile facile .
Il "peyotero" è andato via lasciandoci distesi in mezzo al
nulla sotto un sole rovente, circondati da tutti i nostri bagagli e dal treppiedi
che farà da testimone.
Dopo più di un'ora il peyote lento e inesorabile ci è salito,
così abbiamo iniziato a vagare per il deserto tra i rovi e le micro-iguane
che sorridevano al nostro passaggio. Distanziati di una ventina di metri, ognuno
con il suo viaggio personale, strofinavamo i piedi in terra lasciandoci dietro
grossi nuvoloni di polvere.
Osservavo gli infiniti buchi di termiti su un ceppo millenario e pensavo alle
loro piccole storie minimaliste lì dentro, in quella specie di condominio
messo in uno spazio così vasto che loro non potevano nemmeno immaginare.
Chissà se ogni tanto si affacciano per vedere il mondo che c'è
all'esterno. E pensavo a chi mi vedeva da fuori e pensava se sapevo quanto ero
piccolo in quel deserto e se sapevo cosa c'era oltre
Eravamo tre microbi
e un treppiedi su una cartina geografica. Poi ho parlato con un somaro legato
ad un palo, e gli ho fatto una foto a ricordo di questa bella amicizia; intorno
a noi centinaia di peyotes facevano capolino dal terriccio invitandoci ad un
altro pasto che io ho rifiutato, dato che il "cibo degli dei" ha un
sapore diabolicamente amaro.
Più tardi le ombre lunghe della sera ed un tramonto in Technicolor hanno
accompagnato i nostri polverosi passi verso le luci del paese, dopo quattro
ore di marcia ci attendeva l'ultimo bus per Matehuala, dove ci siamo lasciati
con la promessa di rivederci in Italia per un piatto di spaghetti, che è
stato il desiderio comune di tutti in questi giorni.
Verso Xilitla 25. 11. 98
Ieri sera a Matehuala mi
sono reso conto che la gente mi guardava in modo strano, dapprima pensavo che
fossero un po' stronzi, ma poi, esaminando la mia immagine riflessa in una vetrina
ho capito perché: facevo schifo. I miei pantaloni verdi chiazzati di
polvere parevano ormai una mimetica sahariana che faceva un figurone con le
scarpe e la felpa, imbiancate anch'esse. Gli zaini seguivano lo stesso stile.
I capelli ispidi ed il volto provato completavano questa figura di reduce da
qualcosa di molto grave. Se si aggiunge che i Messicani sono molto sensibili
all'aspetto, avevo decretato la mia condanna all'isolamento.
Per fortuna dopo una doccia ed una lustrata di scarpe sono tornati i sorrisi
delle ragazze e la gentilezza nei miei confronti, una colazione alla "central
camionera" ha migliorato anche il mio umore prima della partenza.
Realizzo solo ora quanto si mangiava male a Real e a quanto sono comode le strade
asfaltate.
Xilitla 26. 11. 98
Sono giunto in quella triste
e cadente cittadina con un viaggio di dieci ore durante il quale il paesaggio
è cambiato da un deserto con cespugliazzi che rotolavano trasportati
dal vento ad un panorama alpino con boschi, prati e abeti, fino a giungere in
una zona tipicamente tropicale con giungla, pioggia tiepida e nebbione mattutino.
Scrivevo seduto in uno dei soliti bar fetenti, gli unici aperti alle 7,30 di
mattina; con il caffè mi arrivavano zaffate di brodo di pollo che stavano
cucinando nei banchi del mercato di fronte; insieme alle facce assonnate dei
bevitori di birra e l'aria umida, tutto acquistava un aspetto di quotidiana
putrefazione. Mi cominciavo a chiedere perché Edward James abbia deciso
di costruire proprio lì la sua casa fantastica, meta del mio viaggio.
Ho conosciuto sul bus un militare israeliano, Ben, con cui dividevo la camera;
era un personaggio assai singolare, inquieto e sospettoso, ma dotato di una
grande sensibilità: invece di portarsi una macchina fotografica preferiva
registrare i rumori ed i suoni dei luoghi per poi risentirli a casa. Ma non
potevo fare a meno di immaginarlo in divisa mimetica che sparava sui bambini
Palestinesi da un carro armato
La sera abbiamo deciso di andare a bere
una birra nella "cantina" del paese, abbiamo scelto quella che sembrava
la più verace, dove speravamo di trovare l'essenza messicana più
sincera.
Appena oltrepassato il paravento dietro la porta, ci si è presentato
il classico spettacolo da saloon del far-west: la gente seduta ai tavolacci
sotto le luci al neon che fino a un momento prima sghignazzava e bestemmiava
in allegria si è immediatamente ammutolita, gli sguardi obnubilati dall'alcool
si sono lentamente girati per seguire i nostri passi che attraversavano il salone,
lenti ma determinati. Le bocche intorno a noi si muovevano silenti componendo
il classico "Gringos
" .
Abbiamo dovuto dimostrare che sapevamo bere la 'Corona' con limone e sale e
offrire un paio di sigarette perché l'atmosfera bestemmiante e le pacche
sulle spalle tornassero.
Alla "Casa Infinita" ho trovato un perfetto cocktail tra tecnologia
e la natura più selvaggia; colonne di cemento si fondevano con la giungla,
costruzioni floreali emergevano dai cespugli e scale che conducevano al nulla.
Benché il cemento regnasse sovrano, il tutto godeva di una profonda armonia,
sembrava che la natura stessa avesse generato quella costruzione fantastica
che si piegava plasticamente al volere delle piante. I pavimenti ed i soffitti
si bucavano per far svettare gli alberi, le colonne dalle forme più inconsuete
si contorcevano per lasciare spazio ai rami. Il cemento armato, incontrastato
protagonista della scena nonché materiale simbolo dell'oppressione della
modernità sulla natura, qui diventa duttile ed elastico, non ci sono
regole economiche o costruttive da seguire, ma solo quelle della fisica e del
funzionalismo da trasgredire. Tutto è l'opposto di come siamo abituati
a vederlo, le gabbie per gli animali sono senza sbarre e le voliere senza reti,
le passerelle portano verso il vuoto e se ogni tanto le colonne sono verticali
è solo per un caso.
Edward James, di origine inglese, costruì questa casa a partire dal '45;
artista e mecenate di personaggi come Dalì partecipò attivamente
alla scena surrealista in Europa per poi trasferirsi qui, dove per un'illuminazione
decise di portare avanti questo progetto "anarchico".
Tutto il paese di Xilitla partecipò alla costruzione, sia con le braccia
che con le idee, ora qui tutti sentono che "la Casa Infinita" non
è l'opera di un solo artista, ma di un'intera comunità. Il folle
cantiere de " l'Inglès", ormai fagocitato dalla giungla, rimane
un raro esempio di come dare sfogo alla propria fantasia usando materiali moderni
e senza far danni, un luogo per menti libere a cui non serve conoscere la funzione
delle cose o quello che sarà il progetto finale.
Poza Rica 27. 11. 98
Notte infernale a Poza Rica.
Visto che mi dovevo fermare solo a dormire per ripartire la mattina dopo, sono
andato in un desolato hotel di fronte alla "central camionera", dove
sono arrivato nella notte. Lungo la strada la corriera è stata fermata
da uno squadrone di poliziotti antidroga dall'aspetto impressionante, erano
una dozzina di Indios vestiti con anfibi e pantaloni militari neri, magliette
nere con stemma giallo da cui trasparivano fisici rocciosi, e cappellino da
baseball ovviamente nero. Alcuni di questi venivano strattonati da cani neri
furiosi, altri ostentavano dei cupi fucili a pompa ed avevano grosse torce dal
fascio di luce accecante che usavano puntare in faccia all'interlocutore. Viste
le scarse possibilità di trovare della droga nascosta sulle migliaia
di pullman che viaggiano in Messico, puntavano sul fatto che un eventuale trafficante,
di fronte a quel plotone, scoppi a piangere alla prima domanda.
In albergo mi sono lanciato in camera distrutto, e mi sono accorto subito che
era rumorosissima: ero proprio sull'autostrada. La mattina alle 5,30 ho aperto
gli occhi con un concerto di motori diesel, la Stazione si stava svegliando
e i "camiones" scalpitavano nell'enorme parcheggio. Io, sentito il
richiamo, sono subito sceso giù e ne ho preso uno per El Tajin. Era una
città tolteca abitata un tempo proprio dai Toltechi, popolo dedito prevalentemente
al gioco della palla e al sacrificio (umano). A quanto sembra queste due attività
dovevano prendergli molto tempo, visto che su circa venticinque monumenti, diciassette
sono campi da gioco e gli altri sono altari sacrificali.
Veracruz 29. 11. 98
Ero finito alla "central
camionera" di Veracruz, mezzo sbronzo e con lo zaino che oscillava vertiginosamente
e cercava di tirarmi giù. Da come abbiamo concluso i nostri discorsi,
quella per me e Sara era stata una bellissima giornata di merda. Sara era una
ragazza spagnola conosciuta in banca, ci eravamo organizzati per vedere questi
famosi Olmechi.
Ci siamo visti all'alba al bar "Don Camione" per prendere il pullman
in direzione Zempoala e la sua area archeologica.
Appena entrati nel sito, subito ci siamo accorti che le rovine si riducevano
a pochi piedistalli in rovina di palazzi ormai scomparsi. Dal praticello curato
emergevano forme scure e trapezoidali che incutevano sì timore, ma non
dicevano nulla della civiltà di una volta. Dopo un paio di panini tristi
ci siamo diretti delusi alla stazione, dove ci hanno detto che ci sarebbe stato
un autobus dopo un'ora. Per ingannare il tempo ci siamo riforniti di un litro
di birra e siamo andati verso una scaletta che discendeva su un panorama che
pareva dipinto: fiume e bambini che giocavano sulla riva, prato con una mucca
brucante, e un cane che le voleva bene. A volte treni merci di lunghezza infinita
sfilavano. Dopo molte chiacchiere, "locure" e birra, quando siamo
tornati il pullman era già partito, quindi decidiamo di prendere un'altra
birra. Purtroppo perdiamo anche quello successivo e così succede per
altre due o tre volte, finché ci ritroviamo ubriachi in una specie di
cantina-balera che risucchiava tutti gli alcolizzati del villaggio. Lì,
tra la musichetta briosa e il tintinnare delle bottiglie vuote c'erano delle
ciccione veramente esagerate che ballavano con le loro trippe grondanti per
la gioia dei clienti; quando qualcuno faceva apprezzamenti troppo pesanti o
allungava le mani, queste gli davano una culata facendolo cadere dalla sedia.
Un messicano di 40 Kg che conteneva più birra che anima, ne ha acchiappata
una per le manopole traballanti e si è lasciato andare in quel vortice
surreale; noi divertiti e disgustati al tempo stesso, siamo andati a prendere
l'autobus, questa volta sul serio, però. Ci siamo lasciati come nel finale
dei migliori film di Hollywood, con un complessino di "mariachi" che
strimpellava note tristi e la corriera che sbuffava impaziente. Ricordando la
meravigliosa giornata "de mierda" trascorsa insieme, ci siamo sentiti
in dovere di stringerci e baciarci, poi mi sono imbarcato per Veracruz.
In attesa della corriera per Oaxaca, risentivo delle luci al neon e della voce
gracchiante degli altoparlanti che mi causavano un forte mal di testa. Nell'
enorme sala d'aspetto mi sfilavano davanti i personaggi e i volti più
strani, e l'alcool che contenevo li esasperava ancora di più.
Oaxaca 30. 11. 98
La città era piena
di bancarelle e di "gringos", ma mancava di quello spirito festaiolo
e godereccio che domina i paesi del Messico. Gli americani giravano per le strade
con aria spaesata alla ricerca di non si sa bene cosa, e così pure io.
Basti dire che era l'unico posto dove non avevo conosciuto nessuno. Oltre a
Cancùn, ovviamente.
Per ingannare il tempo ho visitato due chiese, una bella e una mediocre, ma
quello che mi aspettava la mattina dopo a Monte Albàn sarebbe stato sicuramente
più entusiasmante.
Oaxaca 1. 12. 98
Ho passato una notte terribile,
popolata da incubi "splatter". Mi sono svegliato completamente sudato,
sognando che mi trovavo in compagnia di due ragazze che conosco bene ma non
riesco ad identificare, insieme andiamo a trovare alcuni loro amici educati
e ben vestiti che stavano nella facoltà di medicina, in località
non precisata. Dopo un po' le due spariscono e mi lasciano solo con i tre tipi
che subito cercano di violentarmi in malo modo. Io, che anche dormendo cerco
di mantenere integra la mia verginità non approvai. Decidono allora di
legarmi alla lavagna e di sacrificarmi con un bisturi di ossidiana...
La giornata è proseguita a Monte Albàn, il più grande centro
religioso zapoteco della regione; Anche lì le antiche pietre trasudavano
sangue e interiora, ma allora ero molto più coinvolto del solito, mi
sentivo come un tacchino alla vigilia di Natale, e mentre scattavo isolandomi
nel mirino della macchina fotografica avvertivo dietro di me oscure presenze.
Poi sono andato a visitare il museo antropologico di Oaxaca che ripercorre la
storia del Centro America dalla preistoria ai giorni nostri. Quando mi trovavo
nella sala dedicata al periodo della conquista intitolata "La sete dell'oro",
ero circondato da una scolaresca composta prevalentemente da bambini indios
dodicenni. Quando il loro maestro ha iniziato a descrivere le gesta di Cortès
per impadronirsi della zona e distruggerne la cultura ho sentito tutti i loro
piccoli sguardi alzarsi verso di me, unico rappresentante di quella razza infame
a cui, malgrado tutto, continuano a sorridere.
Passando attraverso le sale strapiene di immagini di cristi grondanti sangue
e incisioni raffiguranti indiani sottomessi, sono uscito nel grande piazzale
assolato, con una grande voglia di vomitare.
In pomeriggio sono andato a Zaachilia, dove secondo un contadino venditore di
vere antichità era uno dei siti archeologici migliori di tutto il Messico.
Forse le sue conoscenze in materia erano un po' limitate, ma tutto quello che
ho trovato è stata una piattaforma di mattoni diroccata, in cima ad una
collina impervia. Uscendo sono finito in mezzo a un funerale preceduto da una
banda stonata e seguita da un gruppo di cani randagi. Io mi sono accodato per
un pezzo di strada.
Si era fatta sera e per distrarmi ho comprato un nastro dei "Molotov",
gruppo della nuova scena rock messicana, poi ho conosciuto Pedro, uno spagnolo
che mi ha dato qualche "dritta" per distrarsi in questo posto. Sembra
che ci sia un po' d'arrosto in mezzo al fumo e alla confusione; domani andiamo
a vedere una mostra fotografica di David Byrne (sì, proprio lui), che
a quanto sembra ha cambiato mestiere. Poi andremo a Mitla, a ruspare tra i cocci
e finalmente avrei levato le tende, anzi lo zaino, da quel posto che nulla mi
aveva dato se non un nastro punk-trash. Pedro mi ha anche parlato di Palenque
come un posto affascinante, dove tra i mitra e i passamontagna si respira l'essenza
india più vera.
Oaxaca 2. 12. 98
Durante il viaggio a Mitla ho potuto conoscere meglio il piccolo Pedro, che
malgrado l'aria dimessa si è dimostrato un grande viaggiatore. Ha abbandonato
il lavoro per un anno e spera di riuscire a vedere tutto il Sud America. Come
lui ho incontrato parecchi altri spiriti nomadi, persone che per necessità
o per bisogno interiore non possono stare fermi, rifuggono le comodità
e non vogliono sapere dove saranno domani. Anche io cominciavo a sentire quella
forza che ci trascinava via, somigliavamo più a dannati che a esploratori,
e avevamo soddisfazione solo guardando i chilometri percorsi sulla cartina geografica.
Ho conosciuto addirittura tre pazzerelloni di Torino che si erano licenziati
per venire in Messico in cerca di fortuna con la liquidazione: "Tanto in
Italia con 20 milioni non ci fai un cazzo !", mi hanno detto. Un Belga
conosciuto in un bar viaggiava da tre anni lavorando qua e là; si era
fatto la Transiberiana, la Cina, l'India, la Thailandia, aveva raccolto patate
in Australia e stava risalendo le Americhe, quando guadagnava abbastanza per
permettersi un biglietto partiva. Gente così ti fa sentire un pivello.
Cardenas 4. 12. 98
La notte ho avuto un altro
incubo, pensavo di essere in Italia, mi sono svegliato ma non avevo il coraggio
di aprire gli occhi, poi la mia mano ha tastato qua e là per trovare
qualche oggetto che mi potesse dare l'idea di dove ero. Ho incontrato prima
il rozzo tavolaccio su cui dormivo, poi la lacera tendina del bagno, ed infine
le paffute fattezze dello zaino. Ero salvo, ero ancora al "Joanita"
uno dei più luridi hotel mai provati finora, e forse l'unico di questo
paesino squallido, ma allora lo sentivo accogliente come un nido.
Ero sull'autobus diretto a S. Cristobal, nel Chapas, e la situazione non sembrava
tesa, se non fosse che al confine i militari erano più seri del solito,
e che altri soldati armati fino ai denti ci hanno scortato con due camion, mentre
passavamo in mezzo alla giungla più fitta.
Guardavo la strada che veniva fagocitata dalla vegetazione e mi rendevo conto
che le caratteristiche morfologiche, la flora della zona, nonché la popolazione,
ne facevano il luogo ideale per un agguato. A tratti facevano capolino dal fogliame
gruppi di capanne con tetti di paglia o lamiera, bambini cenciosi giocavano
con i copertoni. Gli unici automezzi incrociati in cento chilometri furono tre
autoblindo carichi di soldati dall'occhio vigile. Dopo dodici ore di corriera
su per le curvose strade di montagna sono giunto alla meta, stremato e con le
budella annodate. Mi sono subito ripreso alla vista della cittadina deliziosa,
l'albergo era vivacemente colorato, la proprietaria gentile e l'erba buona.
La differenza dei tratti somatici e dell'incazzatura negli Indios di qui si
nota parecchio, i volti sorridenti sono rari, non tristi come ad Oaxaca o Jalapa,
ma carichi di un'aggressività più profonda maturata nei millenni.
Il fenomeno zapatista, almeno in città, era piuttosto commercializzato,
si riduceva alle magliette dell'EZLN o ai pupazzetti impassamontagnati sulle
bancarelle... La mia ricerca nell'underground della musica centroamericana procede,
ho comprato una cassetta dei "Control Machete".
S. Cristobal 5. 12. 98
Ieri sera in un bar ho conosciuto
un gigante punk tedesco che veniva dal Guatemala, dove aveva fatto un corso
di spagnolo. Quando è stato a Guatemala City, mi raccontava, la situazione
era assai pericolosa, con gente armata a difesa di quasi tutti i negozi, gente
armata senza negozio, e personaggi col machete che guardavano famelici i turisti.
Poi mi ha detto che a S.Cristobal la situazione è calma solo in apparenza,
quattro giorni prima sui monti lì intorno avevano sgozzato e ucciso quattro
turisti per una rapina. Ovviamente di questo i giornali non hanno dato notizia.
Dopo questa bella chiacchierata, ho deciso di andare a dormire perché
la mattina mi ero svegliato prima dell'alba. Le strade erano semi deserte, c'era
solo qualche banchetto che stavano smontando, e dei curiosi tipi con il volto
coperto da sciarpe o passamontagna che stazionavano qua e là vicino agli
incroci. Dapprima ho pensato che fossero i famosi guerriglieri delle montagne,
ma subito il pensiero è diventato ridicolo pensando che ero al centro
della città alle 9,30 di sera; ho creduto allora che fossero così
abbigliati per il freddo pungente, poi mi sono reso conto che questi avevano
preso il posto delle numerose guardie diurne oramai sparite. Mentre camminavo
e i miei ridicoli dubbi sembravano sempre più drammatiche certezze, uno
di questi tipi, molto gentilmente mi ha chiesto se avevo smarrito la via o se
mi serviva qualcosa, io per non abusare della sua cortesia ho detto di no e
sono fuggito nell'oscurità verso il rassicurante lumino del mio hotel.
La mattina ho girato per il mercato tra i bellissimi bambini che vendono carabattole
e i "gringos" che vagano con aria felice ed inconsapevole di quello
che gli succede intorno. Sembravano sempre alla ricerca di qualche Indio che
gli confessasse di essere un guerrigliero, per fare amicizia e parlar male del
governo messicano; mentre è chiaro che noi rappresentiamo la causa della
loro situazione di sottosviluppo e sfruttamento, e non hanno alcuna voglia di
fare amicizia con noi. Soprattutto gli Italiani, credono che qui sia l'equivalente
di una delle guerricciole nostrane tra occupanti di un centro sociale e la polizia,
senza rendersi conto che quotidianamente i militari entrano nei villaggi e compiono
azioni ignobili, e gli Indios per rappresaglia fanno sparire chiunque esca dalle
zone protette.
Quello di cui si sente più la mancanza qui sono i sorrisi spontanei che
ho incontrato quasi sempre in Messico, si incrociano invece sguardi pieni di
orgoglio razziale che ti fanno sentire un ospite inopportuno e tollerato.
PICCOLE CONSIDERAZIONI SUI VERI PERICOLI DEL VIVERE IN MESSICO
Girare per le strade qui
può essere un problema per chi, come me, è abbastanza distratto
o non ha una vista perfetta; nei marciapiedi di tutte le strade, anche nei corsi
principali e nei mercati si aprono improvvisamente voragini profonde 30- 40
cm. e a volte più, sufficienti a far spaccare le gambe al malcapitato.
Altre piccole trappole micidiali sono i paletti di ferro con spigoli sapientemente
acuminati che sporgono dai tetti dei banchi nei mercati ad altezza fronte, questi
sono spesso accompagnati da infide lamiere, che grazie al loro spessore si rendono
invisibili ma letali. Poi ci sono le fastidiose cordicelle delle tende dei mercatini,
che a centinaia invadono lo spazio aereo, sapientemente sistemate in punti strategici.
Questi e molti altri, secondo me vanno interpretati come uno dei tanti segnali
di quella concezione tutta messicana dell'esistenza, secondo la quale oggi ci
sei, domani chissà
(godiamoci la vita).
O forse è solo un modo di rompere la monotonia e rendere ogni semplice
passeggiata un'avventura, dalla quale nessuno sa come tornerà indietro.
Flores (Guatemala) 10. 12. 98
Erano passati cinque giorni
dall'ultima volta che avevo messo mano al mio diario, assenza giustificata,
perché sono stati giorni di esperienze travolgenti.
Sono stato a fare una gita a cavallo sulle montagne intorno S.Cristobal, una
gita molto bella, ma non rilassante. Eravamo io, una coppia di giovani olandesi
ed un cow-boy di 55 anni. Questo ci ha condotti, o per meglio dire scortati,
tra i meravigliosi pini dalla chioma scintillante di cui non ricordo il nome,
ma ne ho preso uno piccolo piccolo con la sua zolletta di terra per piantarlo
in Italia. I cavalli (o quello che erano) si trascinavano affaticati per le
salite, lasciandosi andare in scomposte cavalcate lungo i pendii dove l'olandese
lanciava urletti country; quando ho visto il bovaro che si guardava continuamente
attorno preoccupato gli ho chiesto se c'era pericolo, lui mi ha tranquillizzato
con un sorriso tirato dicendo di no, "E il machete che porti appeso alla
cintola a che cosa serve?" ho chiesto io, lui ha risposto che non si sa
mai. Quando siamo tornati indenni abbiamo notato tutti sulla faccia della guida
un'aria di distensione finale.
Sono partito da S. Cristobal per giungere a Palenque dopo sei ore, dal momento
in cui è calato il buio non abbiamo incrociato una sola automobile privata
per tutta la strada, solo militari o camion per trasporto merci.
A Palenque ci attendeva un posto di blocco militare, io ho pensato ad uno dei
soliti ridicoli controlli antidroga in cui i poliziotti salgono a bordo con
aria truce, e con le lampade illuminano rapidamente i portabagagli sulle teste
dei passeggeri, sperando che qualche trafficante abbia dimenticato lì
un paio di sacchi di cocaina in bella vista. Invece era una specie di controllo
immigrazione all'interno del Chapas, gli sbirri hanno trovato un paio di persone
non in regola e se li sono caricati soddisfatti.
A Palenque sembra che non ci sia l'abitudine di cambiare le lenzuola negli hotel,
dopo averne visti quattro ho optato per l'unico che le aveva pulite, però
era molto squallido, con delle porte a vetri color salmone rancido che davano
su un patio dalla caratteristica architettura carceraria. Dopo una visita alle
rovine e uno spettacolare cannone in cima ad una piramide insieme a due Messicani,
verso sera ho deciso di tornare a piedi per i sei chilometri di strada che mi
separavano dall'albergo. C'era un'atmosfera unica, a sinistra la campagna pianeggiante
con mucche al pascolo e tramonto infuocato, a destra colline sprofondate sotto
la giungla vergine in cui vivevano animali dai versi più curiosi, che
mi facevano fantasticare sul loro aspetto. Ispirato e commosso nel profondo
ho deciso allora di farmi un "joint"; me lo stavo spippettando spensierato
quando improvvisamente, da dietro una curva, si è stagliato all'orizzonte
uno dei più bei culi del Centro America. L'ho raggiunto, e attorno a
questo c'era una ragazza di 22 anni di nome Alifie. "Hola!" ci siamo
detti, e visto che la strada era ancora lunga abbiamo socializzato un po'. Mora,
piccolina ed entusiasta, lavorava come artigiana, e vendeva i suoi manufatti
alle bancarelle del sito archeologico. Mentre parlavamo di buddismo e di grandi
verità lungo la strada, questa si faceva sempre più buia e le
auto ci sfrecciavano sempre più vicino, finché siamo arrivati
vivi a Palenque. Lì cortesemente mi ha guidato fino all'hotel che non
riuscivo a trovare, poi di fronte al portone con l'insegna scrostata, le ho
chiesto se mi voleva accompagnare in camera per fumarne un altro.
Le messicane mi piacciono perché se qualcosa o qualcuno gli gusta non
fanno complimenti; come è andata a finire quella sera si può immaginare,
non so nemmeno se abbiamo fumato come ci eravamo proposti di fare, ricordo solo
le nostre urla che rimbombavano nel patio attraverso la porta a vetri salmonata.
Lei ha sfoderato tutta la sua impetuosità india e io mi sono fatto volentieri
aggredire; non pensavo che una ragazza così timida e minuta potesse fare
cose che andassero così oltre le mie fantasie più sfrenate. Pensavo
che stavo camminando tranquillo per la campagna sicuro che la mia serata si
sarebbe conclusa con un panino, una birra e a letto presto
Poteva succedere
di tutto, com'era lontana l'Italia e le sue noiose sicurezze
Alifie mi
ha chiesto se ci saremmo rivisti il giorno dopo, io in teoria non ero costretto
a partire subito e la prospettiva (anzi: la sua retrospettiva) mi allettava;
ma dopo averci pensato un po' le ho detto di no, nuove esperienze mi aspettavano
oltre confine, e l'idea di fermarmi in quel brutto posto solo per scopare rendeva
tutto molto squallido. Ci siamo salutati confusi, ed io, la mattina dopo, salivo
assonnato su un enorme fuoristrada Chrisler, diretto in Guatemala.
Ero in compagnia dei viaggiatori estremi, volti provati, anfibi sporchi di fango
e sguardo all'orizzonte. Guidava la jeep un piccolo Messicano che attraverso
quella frontiera doveva aver portato di tutto. Lungo la strada che veniva inghiottita
dalla giungla sempre più fitta raccoglievamo gruppetti di gente, tra
cui una signora tedesca sulla cinquantina con zaino, scarponi e passo militare.
La strada terminava su un fiume al confine guatemalteco, ci hanno scaricato
nel fango del piazzale dove sarebbe arrivata presto una piroga che ci avrebbe
trasportato per i 15 chilometri dove la strada non esisteva. Lì è
arrivato un altro gruppo di viaggiatori, tra i quali ne spiccava una dagli occhi
azzurri incantevoli; mi hanno lanciato un rapido sguardo e mi sono trovato mezzo
inebetito, con i piedi nel pantano e il mio ormai ridicolo carico di bagagli
che mi sommergeva. Corrispondeva al mio ideale mai incontrato di bellezza femminile
della mia adolescenza, una bellezza che ormai avevo smesso di cercare in quanto
ideale e riservata al mondo dei sogni. Invece, per una volta era lì veramente,
proprio lei, con i suoi occhi vispi, il nasino alla francese (anche se lei era
Inglese), un passato da fotomodella e la patina di polvere e di vissuto che
l'avventura ti lascia addosso.
Che ci faceva un essere così incantevole tra la giungla e le paludi?
Sicuramente quello era il posto dove meno mi sarei aspettato di vedere realizzato
il mio sogno irrealizzabile.
Dopo un patetico controllo alla dogana fluviale dove un militare mezzo ubriaco
ha quasi buttato in acqua tutti i passaporti, siamo sfrecciati via sul fiume
verso l'appuntamento con un tragico bus di seconda classe guatemalteco. Malgrado
la folgorazione, durante l'attesa sono riuscito a mantenere una conversazione
brillante (o almeno credo) con la fata, non so nemmeno cosa le ho detto, e mi
sono ritrovato seduto su un vecchio scuolabus americano dotato di sospensioni
per il fuoristrada e musica "ranchera". Ero seduto vicino a uno dei
due militari armati che scortavano la corriera stracarica di contadini, bambini
poveri e noi sei turisti.
Il soldato teneva il mitra tra le gambe, con il calcio appoggiato in terra e
la canna che ogni tanto mi ritrovavo puntata sotto il mento. Non che avessi
paura, ma visto il terreno molto accidentato e l'arma ormai datata, l'idea del
mio cervello sfrittellato sul soffitto mi terrorizzava. Gliel'ho gentilmente
fatto notare spostandoglielo col dito indice e lui, sorridendo noncurante, è
tornato a sonnecchiare. Il viaggio è proseguito per due ore e mezzo,
su una strada con delle buche che ci facevano saltare trenta centimetri sulle
panche di legno ed il mio dito che teneva a bada il mitragliatore. Ogni tanto
il mio sguardo incontrava quello di Jo (la fata anglosassone) e ci scambiavamo
un sorriso rassegnato per la situazione: lei sedeva con un grappolo di bambini
dispettosi addosso, io con chiara espressione di disagio, stavo ormai con il
capoccione del soldato dormiente appoggiato sulla spalla e il dito sempre vigile.
Finalmente siamo arrivati a Flores, un paesino splendido situato su un'isoletta
nel lago di Peten-Itzà; appena scesi dal bus siamo stati presi d'assalto
dalla solita folla di procacciatori d'albergo, dove alla fine ci hanno trasportato.
Qui avevano solo camere doppie, e visto che io e Jo eravamo gli unici "single"
del gruppo, senza neanche chiedercelo e come se fossimo già d'accordo,
ne abbiamo presa una insieme. Io ero angosciato dall'idea di svegliarmi improvvisamente
da quel sogno, ma poi mi sono ricordato che sono parecchi anni che non ne faccio,
quindi o si sarebbe presto trasformato in un incubo, o era realtà.
Abbiamo fatto una cena abbastanza formale dove ho mangiato anch'io noncurante
spaghetti al ketchup; eravamo in un ristorantino che sporgeva sull'acqua, e
guardandoci intensamente negli occhi costruivo di me un immagine che credo l'abbia
colpita, perché presto eravamo sul muretto a baciarci. Anche se questa
non era proprio la situazione in cui la lingua si usa per parlare, ho avuto
un "flashback" ed ho visualizzato mia madre quando mi diceva che conoscere
le lingue mi avrebbe aperto un'infinità di prospettive nella vita, e
a suon di scappellotti mi costringeva sui libri d'inglese... Ci siamo confessati
che non ci era mai successo nulla di simile prima, io ho mentito, in quanto
mi era capitato appena il giorno passato, ma ancora non credevo del tutto a
quella specie di trama di filmetto erotico da cui uscivo per infilarmi in quella
di una pellicola avventuroso-sentimentale. Aspettavo da un momento all'altro
che spegnessero i riflettori, sfilassero via i fondali con dipinto il lago,
e che Jo si alzasse per andare nel suo camerino senza salutarmi. Così
non fu, siamo corsi nel letto dove mi sono dovuto riappropriare del ruolo di
maschio latino alle prese con una pollastra nordica.
Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 3,30 per vedere l'alba alle famose piramidi
di Tikal, distanti 60 chilometri. Eravamo a fare colazione alla capanna di fronte
alle rovine quando si è scatenato un violento temporale che ci ha tenuti
inchiodati lì; eravamo io, Jo e una specie di dio greco biondo accompagnato
da una stanga indiana alta più di un metro e ottanta, meravigliosamente
bella. Dopo venti minuti che eravamo lì arenati e massacrati dalle zanzare,
è giunto un trio di guide, che siccome non potevano lavorare, hanno portato
un enorme Xilofono con su scritto: "La voz de la selva" e disegnato
un pappagallo, e hanno cominciato a suonare un allegro ritmo tropicale.
Il caffè fumante, l'atmosfera esotica, la capanna circondata dalla giungla
e dalle piramidi, mi hanno portato questa volta dentro le immagini in bianco
e nero dei film anni '30, in cui esploratori in divisa coloniale siedono nei
locali parlando delle loro ultime scoperte al ritmo del mambo. Poco dopo la
pioggia è diminuita, il dio greco e la stanga sono usciti nella nebbia,
e noi dietro. Umida e frettolosa fu la gita, completamente zuppi abbiamo visto
i monumenti scivolando e ridendo sulle gradinate delle piramidi invase dal muschio,
dove io ho rischiato di autosacrificarmi più volte; quello che volevamo
al più presto, senza dircelo, era il letto dove ci saremmo rotolati sonnolenti
poco dopo.
Lei è partita la mattina dopo all'alba (abbandoni, fucilazioni, visite
della Guardia di Finanza... le cose più tragiche avvengono sempre a quest'ora),
mi ha lasciato seduto sul letto con un espressione stupida e felice, con le
mani che cercano di afferrare il nulla. Guardavo in giro per trovare le prove
della sua reale esistenza, e mi rimaneva solo un'impronta dalla sua parte del
letto. Mancavano appena cinque giorni al ritorno, scrivevo seduto in un bar
sul lago e bevevo caffè nero con la testa confusa, le zanzare mi pungevano
ed io non reagivo.
Un villaggio vicino Flores 12. 12. 98
Dopo una giornata passata
chiuso in albergo insieme ad un Guatemalteco e le sue polverine, ho deciso all'improvviso
di andare in un villaggio vicino Flores, non ricordo nemmeno come si chiamava,
ma mi dovevo allontanare da quella stanza oramai troppo vuota. Sono partito
dalla stazione di S. Elena, polverosa, immersa nel fango e con i bigliettai
che nullafacenti e annoiati, scacciavano le mosche. Un vecchio scuolabus americano
stava per partire, anch'esso scassato, fangoso e stracolmo di gente che ad oltranza
continuava ad entrare sotto enormi sacchi, scatoloni legati con lo spago e altre
merci che presto invasero una buona parte dell'autobus. Io conquistai un posto
a sedere vicino un piccolo contadino, ma presto giunse una cicciona che ci ha
spiaccicato entrambi nell'angolo con il fare deciso degli ippopotami. I bambini
piangevano e le madri urlavano, i ragazzi scherzavano stanchi di una giornata
di lavoro e tutta la confusione era fomentata da numerosi venditori ambulanti
che andavano continuamente su e giù per il corridoio intasato carichi
di gelati, giocattoli, caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola.
Quando il giovane all'entrata ha mollato la corda che teneva legata rozzamente
la porta l'autista ha alzato il volume dello stereo, il motore ha urlato gioioso
e siamo partiti schizzando fango in una nuvola di fumo nero.
All'altro lato del lago mi aspettavano le sagome dei bambini che si asciugavano
sulla riva, una calma piatta e il ronzio delle cicale avvolgevano tutto. Il
cavallo e la mucca brucavano fraterni sul prato, e la corriera rombava nostalgica
sulla statale.
Il solito villaggio vicino Flores 13. 12. 98
Ieri passeggiavo al buio
per la strada che costeggia il lago, le rare luci dei bar mi indicavano la via
trasudando ritmi caraibici; di fronte a questi si trattenevano gli abitanti
del paesucolo di capanne, c'era chi beveva e chi giocava a scacchi seduto in
mezzo alla strada nella semioscurità; in un terreno qualcuno (il parroco?)
aveva organizzato un cinema da campo in cui si proiettavano gratis pellicole
sbiadite anni '60, volte a glorificare le gesta di ricchi e illustri personaggi
della chiesa.
Quando sono tornato a dormire nella mia capanna, i proprietari già avevano
chiuso il cancello ed erano a letto alle 9,30, li ho fatti alzare e mi sono
scusato per aver fatto le ore piccole.
La mattina mi ha svegliato la luce che filtrava attraverso le pareti di canne,
e il canto del gallo, il ragliare del somaro, le urla delle scimmie e di tutte
le altre fiere della giungla circostante che aprivano gli occhi e le bocche
tutte insieme alle sei. Mi sono lavato nella tinozza in giardino per poi incamminarmi
verso il biotopo (riserva naturale) del Cahui.
Il nebbione tiepido iniziava ad allontanarsi e le anatre sguazzavano vicino
ai miei piedi. Il cielo grigio ed i paletti che spuntavano dal lago completavano
questo quadretto romantico ed esotico dove vedevo la mia sagoma passeggiare.
L'escursione nella giungla vergine è stata niente di eccezionale, sei
chilometri di vegetazione fittissima, un paio di belvedere e la presenza di
numerose varietà di serpenti velenosi ed un tipo di tarantola grande
come un maritozzo. Tutti questi mimetici esserini erano chiusi sotto spirito
in grandi barattoli messi in bella mostra all'ingresso come monito. Ho conosciuto
lungo la via il timido ma gioviale cane del custode, mi ha trotterellato dietro
per tutto il percorso, poi attratto dai miei biscotti, mi ha seguito sulla piattaforma
in cima al lungo pontile galleggiante, dove lui mangiò ed io fumai.
Ero al "Gringo perdido", un bar con atmosfera coloniale sulla riva
del lago, sagome di barche a remi scivolavano controluce all'orizzonte, e una
piccola zattera sciabordava ancorata e solitaria, i due mesi passati qui mi
sembravano due anni, ripensavo a quando ero arrivato a Cancùn per la
prima volta e mi vedevo parecchio più giovane. Non mi preoccupavo più
tanto dei ricoveri disagiati o sporchi in cui mi ritrovavo costretto a volte
a dormire, ma dove mi svegliavo comunque felice e pieno di energia, mi facevo
la barba con la saponetta e mangiavo mais bollito per la strada, tra i Guatemaltechi
e la musica tropicale.
Ho lasciato il villaggio vicino Flores dopo aver comperato una grande maschera
di un guerriero indio inferocito. Dovevo raggiungere S.Elena, e mi trovavo all'incrocio
sulla statale in mezzo al nulla come una madonna pellegrina. Dopo un po' è
arrivato un ingegnere surfista proveniente dal Sudafrica, era alla ricerca di
un paese con l'onda giusta per andarci a vivere.
A quanto dicevano i rari passanti, una corriera sarebbe passata forse dopo due
ore, intanto io mi sono fatto amico una specie di istruttore di ginnastica di
un gruppo di giovanissimi soldati, stavano tornando da un esercitazione per
salire su due camion col cassone aperto e senza sedili. L'istruttore, molto
gentilmente ma guardandoci schifato per il nostro abbigliamento, ci ha offerto
un passaggio per S.Elena. Mentre eravamo aggrappati alle travi di ferro, il
tipo ci ha ripensato, e ci ha fatto scendere in mezzo alla campagna, a nove
chilometri dalla cittadina. Io e l'ingegnere surfista abbiamo cominciato allora
a camminare fumacchiando e facendo considerazioni sulle insicurezze della vita
e delle informazioni. Ogni tanto il nostro dito si alzava poco convinto, cercando
di fermare le macchine che correvano accanto. Dopo alcuni chilometri un grosso
pick-up ha inchiodato nel polverone, noi gli siamo corsi incontro scoordinati
e con il mascherone in mano, solo quando la nube si è dissolta ci siamo
resi conto che era la polizia. Subito abbiamo previsto dei guai, invece ci hanno
invitato a salire sul cassone insieme ad un generatore elettrico, scaricandoci
poco dopo a destinazione.
Playa del Carmen 14. 12. 98
Ho deciso di tornare nello
Yucatàn, dove avrei fatto un immersione in un "cenote". Questi,
migliaia (milioni ?) di anni fa erano delle enormi caverne naturali, poi quando
il livello del mare si alzò, vennero immerse quasi completamente, creando
un particolarissimo e unico ambiente in cui si trovano le caratteristiche geologiche
delle grotte, ma riempite da due livelli di acque, in alto fredda e dolce, in
basso calda e salata. I "cenotes" furono ampiamente utilizzati dai
Maya come riserva d'acqua e come deposito di ossa e frattaglie sacrificali.
Durante il tragitto sono passato per il Belize, ex colonia britannica di cui
ha conservato parecchi caratteri, come le tipiche casette a schiera colorate
con tinte pastello ed il giardinetto con auto lustra parcheggiata. Solo che
le case sono quasi sempre cadenti, i giardini pieni di cespugli incolti e ci
sono parcheggiati dei vecchi catorci americani al posto delle "Rolls"
tirate a lucido. La popolazione è prevalentemente di origine africana,
ci sono svariati "rasta" con bicicletta e 'dreadlocks', signore ciccione
e variopinte girano con aria serena e si respira parecchio l'atmosfera anglosassone,
priva però della nebbia e della tristezza tipica di quelle latitudini.
Playa del Carmen è un luogo turistico stile Cancùn, anche se non
così mostruosamente esagerato; si va su e giù per il corso affollato
di coppiette gringhe, si beve una birra, si guardano le vetrine dai prezzi ignobili,
si beve un'altra birra e si va a letto.
Vago per i viali chiassosi con aria fessa, da quando Jo è partita non
mi sento molto presente. Malgrado avesse le cosce fredde, avevo ancora stampate
in mente le nostre sagome nella nebbia a Tikal.
Playa del Carmen 15. 12. 98
La mattina mi sono svegliato alle cinque, dopo un caffè velenoso e un tozzo di pane camuffato da cornetto, sono andato in spiaggia a passeggiare solitario e meditabondo. In lontananza c'era una figura di nero vestita a gambe incrociate, rimirando il mare. Mentre mi avvicinavo la figura mi sorrideva, ma io continuavo a camminare rufo e per i fatti miei, pensando che assomigliava un po' a Sara. Più mi avvicinavo e più mi sorrideva e più somigliava a Sara, finche' ho focalizzato bene e ho detto :"Sara !". Era proprio lei, dopo i saluti ed i rituali abbiamo sorbito insieme un altro veleno, e ci siamo dati appuntamento per il pomeriggio a Puerto Morelos, perché io stavo per andare a fare l'immersione nel "cenote".
Eravamo io, uno Svedese antipatico
(finora tutti gli Svedesi e i Danesi incontrati qui lo erano) e l'istruttrice
cicciotta; siamo saliti tutti su un fuoristrada Dodge carico di bombole e con
un caprone cromato attaccato sul cofano. Percorso un tratto di giungla, siamo
arrivati alla pozza che era l'apertura da dove saremmo entrati nelle viscere
della terra, giù per trenta metri. Per un attimo mi è passato
per la mente che poteva essere la mia tomba, visto che il medico subacqueo mi
aveva sconsigliato di andare oltre i cinque metri di profondità, per
le conseguenze di un incidente. Come ipotesi per finire il mio viaggio e i miei
giorni non mi dispiaceva, quindi mi sono fatto scattare un'ultima foto, mi sono
caricato le bombole e mi sono gettato nell'oscurità.
Appena accese luci si è illuminato un panorama da inferno dantesco sommerso,
tetri anfratti, stalattiti e addirittura stalagmiti che si ergevano da sotto
e da sopra. Ce ne erano di ogni grandezza e noi ci passavamo in mezzo sospesi
nel nulla, solo i piccoli fasci di luce delle lampade a cui eravamo appesi ci
davano l'idea dello spazio e della nostra esistenza. Le radici degli alberi
scendevano fin lì per arrivare all'acqua.
Siamo scesi giù per un profondo budello che diventava sempre più
stretto e claustrofobico, ai nostri lati si aprivano mille diramazioni, abitate
da chissà quali mostri dell'oscurità, pronti a tirare fuori i
loro tentacoloni all'ora di pranzo. Invece, da lì siamo riusciti in un
altro pozzo con un raggio di luce che entrava direttamente da una cavità
nella volta, e creava un piccolo paradiso dopo il lungo inferno.
Puerto Morelos 16. 12. 98
Era giunto infine il drammatico
giorno della partenza, per ingannare il tempo che mi separava dal distacco con
il suolo messicano sono andato al villaggio dove lavorava Cristina, per salutare
alcune persone conosciute. Ho ritrovato Claudia che era un po' più realizzata,
perché accompagnava i gruppi nelle gite. Si era fidanzata con uno degli
animatori, e deciso di aprire un bar sulla spiaggia. Le facce dei clienti, benché
fossero cambiati tutti, erano sempre le stesse, giovani coppie infelici, alla
ricerca di qualcosa compresa nel pacchetto turistico che li avrebbe fatti evadere
dal loro grigiore grazie ai soldi sborsati.
Terminati i convenevoli, ho salutato anche il coccodrillo del guardiano e mi
sono diretto verso l'autostrada per prendere il pullman; siccome c'era il sole
e sarebbero stati per me gli ultimi raggi per quattro mesi, ho deciso di fare
la strada a piedi e mi sono tolto la camicia puntando verso il grande cartello
della Marlboro che mi indicava la meta. Giunto lì sotto ho cominciato
a sperare che mi capitasse qualcosa per farmi perdere l'aereo, intanto mi guardavo
intorno, e dall'altra parte della strada, affondato nella vegetazione incolta,
c'era una specie di bar con due squallidissimi manichini ai lati dell'entrata.
Forse restituiti dal mare, uno era vestito di una camicia lacera, le parti intime
che non aveva erano lasciate alle intemperie. L'altro, una figura femminile
con acconciatura moderna, sembrava pensare ai bei tempi di gioventù,
quando sfilava immobile nelle vetrine, vestita dei capi più preziosi;
ora aveva un costume sportivo con una spallina caduta, una collana di perle
di plastica le adornava il collo insieme ad un cappio che la teneva fissa su
un palo. Una scarpa con tacco a spillo era calzata su uno dei piedi infangati.
Sopra questi personaggi l'insegna 'El Zafarrancho' lampeggiava. Un fetore nauseabondo
mi ha fatto girare verso la carogna di un cane sul ciglio della strada, un gruppo
di avvoltoi gli girava sopra in ampie spire, proiettando le loro ombre lente
e cupe sull'asfalto.
Prendevo le ultime briciole di quel Messico, come un goloso che raschia il fondo
del barattolo della Nutella, volevo ricordarlo anche così: scritto su
un quaderno ormai unto e sgualcito, pieno di fogli presi dove capitava. Tovagliette
dei ristoranti con su appuntati i ricordi di un luogo vissuto su strade piene
di buche, corriere puzzolenti e scassate, "central camioneras", incroci
nel deserto, orizzonti sconfinati, lunghissime attese e cose insicure, madonne
variopinte e musica "ranchera", orgoglio razziale e miseria serena.
Tutti i racconti
sono protetti da copyright.
Si possono leggere a sbafo, ma è gradito un vostro parere.
Se qualcuno volesse contattarmi, fosse interessato a pubblicarli o volesse spedire
soldi, punti millemiglia, buoni benzina o generi di prima necessità questo
è l'indirizzo:

DESERT HIGHWAY
Roma 7. 11. 99
Ho lasciato Roma con un tempo
strano, da una parte dei binari la campagna
sotto un sole tiepido, e dall'altra la periferia della città che cominciava
a bagnarsi sotto un cielo imbronciato che la avvolgeva.
Il pomeriggio del giorno prima andavo in tram verso il centro per salutare un
amico, lungo la strada osservavo la mia città: bellissima nell'atmosfera
autunnale con l'aria umida e allegra; viaggiavo nel tram semivuoto vicino ad
un Rumeno che suonava la fisarmonica e di fronte ad una ragazza triste. Scorrevamo
silenziosi nel sabato pomeriggio tra le foglie secche che svolazzavano pigre
su viale Trastevere, e mille impalcature celavano i palazzi umbertini ancora
in restauro. Alcuni erano appena stati spogliati dalle loro armature e dei relativi
drappeggi, ho avuto così la visione di questa Roma rinata, finora seppellita
sotto il caratteristico mantello di smog che dalle nostre parti tutto avvolge
e corrode.
Ripensavo a Roma da un aeroporto asettico e internazionale, non capivo bene
dove mi trovavo e con la testa ero già lontano. Per un eccesso d'ansia
ero arrivato un po' in anticipo, e ho dovuto passarci tre ore e mezzo; le ho
spese facendo tutto quello che si può fare in un aeroporto (check-in,
panino, caffè, sigaretta, telefonate e lungo cazzeggio in libreria),
poi ho pensato a quello che potevo aver dimenticato a casa mentre guardavo le
hostess sgambettarmi davanti.
Hamman, ore 21
Ho preso un taxi insieme ad
una coppia di Svizzeri con una bambina che sembrava un babà con la tutina
azzurra; volevamo andare in un albergo che suggeriva la guida, ma il tassista
ci ha sequestrato dicendo che lui conosceva un albergo migliore e che ci avrebbe
portato lì.
A noi tre e forse anche al babà sembrava la classica fregatura per turisti
appena sbarcati, così abbiamo insistito per andare dove volevamo, ma
lui con pacatezza mediorientale ci ha detto :"Trust in me and in my country!".
Non potevamo dire di no, così ha perpetrato il sequestro fino in fondo.
Il tassista ci aveva promesso un posto economico così io ed il ragazzo
svizzero siamo saliti nella reception nuova di zecca che ci ha insospettito
alquanto, infatti costava il doppio della topaia dove volevamo andare noi. Siamo
tornati al taxi, determinati ad andarcene ma l'autista ci ha detto di tornare
su insieme con lui : "Trust in me!", ha aggiunto. Ci ha presentato
al direttore, un alto e raffinato gentiluomo che infondeva pace e serenità
intorno alla sua figura distinta. Ci ha invitato a sederci per un tè,
e mentre lo svizzero voleva scappare a tutti i costi, io avevo capito che quello
era l'inizio di una lunga ma piacevole trattativa, così ho spinto il
giovane sulla poltrona sulla quale si è posto nervoso; io ci sono sprofondato
gustandomi l'infuso rigeneratore. Con un fare lento e piacevole che mi faceva
sentire a casa, il direttore ci ha esposto le qualità del suo albergo;
io ho controbattuto con le motivazioni pratiche, filosofiche ed economiche delle
mie scelte nell'abitare, lo svizzero ha detto solo: " 12 Dinari, non di
più!". La piacevole trattativa si è protratta a lungo, finché
ci siamo accordati per una cifra molto simile a quella della topaia.
Amman 8. 11. 99
Nella fase rem del mio primo
sonno mediorientale, verso le sei di mattina, mi ha svegliato la chiamata del
"muezzin" che urlava dalla moschea. Una nenia senza inizio né
fine mi ha trasportato dal sonno ad una veglia molto simile ad uno stato di
trance; sono sceso nella confusa stazione degli autobus dove mi sono reso conto
di non essere più in Italia: poche donne tutte con lo chador ed una miriade
di "keffiah" a coprire le teste degli uomini.
Ho visitato i resti della parte della città antica romana ancora in restauro
e ho fatto un giro dalle parti della moschea, dove ho incontrato un tipo che
diceva di avere un ufficio turistico e che mi poteva aiutare in qualche modo.
Il suo ufficio era in un caffè, dove abbiamo bevuto e fumato il narghillè
giocando a backgammon. Ha tentato di vendermi delle cartoline, ma gli ho detto
che me le facevo da solo, così mi ha scroccato una sigaretta anche se
non fumava. Mi ha accompagnato all'autobus per Iraq Al Amir, lì mi sono
seduto insieme a due turiste: Jeannette dal fisico da indossatrice, e Claudia,
piccola e scura latinoamericana.
Abbiamo visitato insieme le rovine del tempio e le caverne soprastanti; Jeannette
saltellava sui massi con i suoi occhi vispi e le movenze di una gazzella; non
c'è voluto molto perché mi piacesse. La sera a cena mi ha detto
che domani tornerà in Olanda, le ho confessato che avrei voluto rivederla;
lei ha cinguettato qualcosa che non ho sentito perché troppo impegnato
ad ammirare i suoi occhi per l'ultima volta, poi ci siamo baciati calorosamente
sulle guance ed ha sgambettato via con la nuvola di colore che la circondava.
Mi sono ritrovato solo per un lunghissimo minuto nella confusione cittadina
, ma subito i negozianti arabi mi hanno invitato ad entrare nelle botteghe e
a parlare del più e del meno...
In albergo mi attendeva il manager che mi ha invitato nel suo ufficio dove mi
ha dato dei consigli utili per il mio viaggio; l'atmosfera che riusciva a creare
con il suo modo di parlare e la sua gentilezza non l'avevo mai incontrata prima.
Dopo una lunga chiacchierata mi ha lasciato il suo numero di telefono personale,
in caso avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa. Sono arrivato in camera quasi
imbarazzato da tanta disponibilità che in altri posti avrebbe destato
sospetti.
La mattina dopo sarei partito per Aquaba con Claudia.
Amman 9. 11. 99
La mattina la lagna dalla
moschea è iniziata che era ancora buio, e dopo un'interruzione di mezz'ora
ha ripreso per coloro i quali fossero riusciti a riprendere sonno (ma non era
il mio caso). In uno stato penoso ho raggiunto in taxi la stazione dei pullman,
stavo facendo colazione quando mi hanno detto che non era da lì che sarebbe
partito il mio mezzo, così ho camminato per un quarto d'ora con i bagagli
sulle spalle e il tè bollente che mi sbrodolava ovunque. Sono giunto
appena in tempo col bicchiere oramai vuoto. Il viaggio è stato terribile,
tutti i "comfort" dell'autobus erano delle vere e proprie torture:
l'aria condizionata ci lanciava spifferi gelidi dietro il collo, le note della
musica araba erano assai distorte dal volume da discoteca. Per fortuna hanno
iniziato a trasmettere sul video una soap opera (araba) e poi una telenovela
(araba) molto "trash". Non siamo riusciti a capire quale fosse il
dramma dei personaggi obesi, ma sapevamo qual'era il nostro, guardavo Claudia
e sorridevamo per non piangere. Allora mi sono messo all'opera e ho passato
la tendina sopra le nostre teste per bloccare il flusso d'aria gelata e ho inventato
dei tappini per le orecchie a base di fazzoletti di carta e saliva; questi bastavano
ad attenuare le voci della telenovela, ma non le urla distorte dei protagonisti.
Caduto in un sonno agitato mi sono risvegliato lungo le rive del Mar Morto.
Avevamo lasciato la "Desert Highway" e correvamo lungo le spiagge
ciottolose che finivano nelle acque prive di vita del "mare", ma altro
non è che un lago salato. Sull'altra sponda si ergevano le alture israeliane,
e alla nostra sinistra si spalancava il vuoto del deserto. Di tanto in tanto
tracce di pneumatici lasciavano l'asfalto per lanciarsi nelle le dune, tra queste
comparivano rari e semisommersi resti del passaggio dell'uomo: copertoni, barili
divorati dal tempo, ed altre cose che avevano ormai perso ogni ricordo dell'utilità
che ebbero in vita. Lontano, piccoli riquadri di terra coltivata circondavano
le tende dei beduini o i caratteristici cubi di cemento con cui qui fanno le
case; ne aggiungono e li ingrandiscono per variare l'unità abitativa,
ma sempre agglomerati di cubi sono. Amman è costruita tutta così
e sembra fatta di "Lego" bianco. Siamo arrivati ad Aquaba dopo quattro
ore di viaggio, è una cittadina turistica che occupa una striscia di
mare larga pochi chilometri tra Israele e l'Arabia Saudita, l'unico sbocco giordano
sul Mar Rosso. I turisti presenti sono tutti mediorientali ricchi con auto dalle
cilindrate che fanno invidia alle locomotive, ma gli autoctoni sono sempre gentilissimi
e servizievoli. Io e Claudia abbiamo trovato un albergo sufficientemente fetido
e a buon mercato, poi siamo andati a mangiare un panino. Mentre giravamo per
il lungomare abbiamo visto un bar che sembrava essere adatto alle nostre tasche,
ma i tre chili di mosche che lo popolavano ci hanno consigliato di spostarci;
dietro l'angolo ce n'era un altro che sembrava molto meglio, così ci
siamo accomodati e dopo aver ordinato abbiamo visto il barista che andava a
preparare i sandwich nel locale ripugnante.
Bevendo un caffè sulla spiaggia pensavamo alla curiosa vicinanza di Israele
nel golfo, si affaccia con la città di Eliat, che alla sera si illumina
come un albero di Natale vicino alle coste egiziane, brulle e distanti una manciata
di chilometri. Da un buon punto di osservazione compiendo una rotazione di 180°
si possono vedere quattro stati: Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita;
come vicini di pianerottolo loro si guardano, si parlano, si ignorano o si sputano;
a seconda dei casi.
Alle 19,30 ero già nel mio lurido giaciglio, colto da un attacco di sonno
e da discreti crampi allo stomaco che non è ancora abituato ai batteri
mediorientali.
Aquaba 10. 11. 99
Di buon ora sono andato in
un "Diving" per fare un'immersione nelle splendide acque del Mar Rosso;
lì ho conosciuto Rami, gioviale e con i capelli rasta, mi ha fatto da
guida durante l'immersione. Con lui sono partito in furgone verso il confine
saudita, le note di Peter Tosh rallegravano il viaggio in un deserto industriale
disseminato di depositi, cantieri e ruspe polverose. Siamo arrivati in un tratto
in cui la spiaggia era libera, ma sparsi qua e là comparivano scheletri
di costruzioni in cemento armato; sparpagliati nel vuoto parevano ancora più
inutili di quello che erano. Ci siamo tuffati e subito ci è apparso uno
spettacolo ben diverso da quello appena lasciato, il fondale era completamente
tappezzato di coralli di ogni forma e colore, tra questi vivevano in simbiosi
un' infinità di pesci di dimensioni microscopiche; la consapevolezza
del loro essere immangiabili (alcuni, nel loro piccolo, erano anche velenosi)
li rendeva estremamente fiduciosi nell'uomo, e si lasciavano quasi toccare.
Molti si mimetizzavano tra i coralli o gli anemoni che li sfioravano con i loro
tentacoli molto dannosi. Più avanti nuotando in quel caleidoscopio, non
credevo ai miei occhi, mi è apparsa la sagoma inquietante di un carro
armato. Era adagiato sul fondo marino, leggermente inclinato su un lato tanto
da sembrare impegnato su un percorso difficile; ci siamo avvicinati alle sue
lamiere ormai completamente incrostate di corallo, avevano solo qualche chiazza
libera che lasciava intravedere i colori della bandiera giordana. In mezzo ad
ogni minima fessura delle sue fiancate corrose si erano stabilite forme di vita
variopinte, ed una piccola murena aveva approfittato della canna della mitragliatrice
pur di avere un tetto sulla testa.
Fuori dell'acqua Rami mi ha detto che il tank fu gettato lì dall'esercito
perché era rotto, le cavità di questi oggetti privi di vita diventano
un formidabile ambiente per sviluppare la vita marina.
La sera sono andato a comprarmi una "keffiah", nel negozio mi ha accolto
un giovane dalla larghezza ben superiore a quella dell'ingresso del locale;
mi ha chiesto cinque dinari, ma gli ho detto che era un prezzo esagerato e che
in Italia l'avrei pagata la metà. Ci siamo accomodati così in
un rilassato mercanteggiare, discutendo tra battute di spirito, sorrisi e psicoanalisi;
alla fine sono riuscito a strappargliela di mano per 3,50 (era un duro). Con
mia grande sorpresa, quando mi ha dato il resto mi sono accorto che effettivamente
me l'aveva fatta pagare la metà, aggiungendo:"Va bene così,
Italiano!", a lui piaceva parlare ed avrebbe continuato in quella contrattazione
fino a notte fonda per poi regalarmela. Mi ha invitato a sedermi di fronte alla
sua vetrina per un tè, che avrebbe posto fine a quel contrattare più
simile ad un incontro di scherma che di boxe. Poco dopo si è venuto ad
accomodare anche il fratello del mercante, erano due Palestinesi, Rami e Nasser
che orgogliosi dei loro 130 kg ne ridevano afferrandosi i rotoli di ciccia a
vicenda. Insieme ci siamo fatti grasse risate bevendo tè ultrazuccherato
come piace ai Giordani, e mi hanno presentato una dozzina di loro amici che
arrivando si sedevano in cerchio vicino a noi. Quando li ho lasciati si era
formata una bella comitiva. Mentre tornavo in albergo ho incontrato uno dei
ragazzi del centro immersioni, mi ha offerto un succo di frutta e mi ha parlato
un po' delle leggi coraniche in Medio Oriente. Pare che i più severi
siano i Sauditi, che condannano i reati minori con pene medievali, per gli assassini
poi c'è la pena di morte mediante decapitazione. Però prima della
condanna bisogna stare un mese in prigione durante il quale si può avere
tutto ciò che si vuole e si può vedere chiunque si voglia, anche
se questa persona è in capo al mondo il governo la rintraccerà
e pagherà le spese del viaggio. Per altri reati è prevista l'immersione
per una settimana in una vasca piena d'olio in cui bisogna riuscire a stare
a galla senza addormentarsi per tornare in libertà; a chi si fa le canne
vengono solo tagliate le mani. Per questo era contento delle permissive leggi
giordane: lui era stato sorpreso a fumare con una decina di persone e si sono
fatti tutti sei mesi di carcere. Con queste belle notizie sono andato a dormire
sereno, già avevo abbandonato l'idea del sesso, ora sfuma anche l'ipotesi
di farmi uno "spino", mi rimane il rock and roll...
Aquaba 11. 11. 99
Avevo organizzato il viaggio
a Wadi Rum, un luogo desertico dove guerreggiò contro i Turchi un tal
Thomas Edward Lawrence, meglio noto come "Lawrence d'Arabia", e dove
girarono le scene dell'omonimo film. Ho prenotato un posto con un'agenzia, il
proprietario si è rivelato essere il primo (e spero uno dei pochi) degli
Arabi stronzi. La sua antipatia mi ha spinto più volte ad andarmene,
ma visto che i suoi prezzi erano molto più contenuti di tutti gli altri
ho accettato. Se la sua simpatia era sicuramente il principale motivo di un
prezzo tanto basso, l'altra ragione l'ho capita all'appuntamento: il fuoristrada
con cui la guida si è presentato era un preistorico Toyota Land Cruiser
a passo lungo, che la sabbia del deserto aveva attaccato in ogni punto. L'autista
si chiamava Alì, alto, scarno e spigoloso individuo, dagli occhi spiritati
ed i baffetti neri; gli ho chiesto quanti anni aveva il mezzo meccanico, e mi
ha risposto che non lo sapeva con precisione, ma che tra i vecchi proprietari
veniva citato sul libretto di circolazione proprio quel tale "Lawrence
d'Arabia". Raggelato da tanta freddura non ho fatto altre domande, e sono
stato stipato nell'ampio cassone con altri cinque turisti dall'aspetto anglosassone.
Abbiamo imboccato la "Desert Highway" per poi seguire una pista che
perdeva la propria identità col trascorrere dei chilometri. Dopo un paio
d'ore di buche gli scricchiolii delle mie ossa erano in perfetta armonia con
i cigolii delle sospensioni legnose, creando così una macabra orchestrina.
Per fortuna avevamo raggiunto la prima tappa della gita, e siamo scesi tra le
rocce lavorate dagli elementi che creavano figure fantastiche. Il silenzio totale
era disturbato solo dalla mitraglia delle macchine fotografiche che si scatenavano
in un amplesso ticchettante. La seconda tappa era di fronte una parete con antiche
iscrizioni di scene di caccia, e così in altri luoghi spettacolari. Vicino
un gregge di capre malridotte era posata su un masso una ragazza beduina dai
vestiti variopinti e con un grande turbante nero in testa. Lo chador le copriva
il viso, ma lasciava apprezzare da una fessura due splendidi occhi verdi truccati
di nero. Ha iniziato a parlare con la guida, io osservavo (immaginavo) il suo
corpo minuto e sinuoso che si muoveva in armonia con la sua voce intonata; sono
stato preso dall'impulso irrefrenabile di strapparle di dosso il velo che le
copriva il viso per vedere quale fiore del deserto si nascondesse lì
sotto, e se non avessi rischiato la vita per questo l'avrei fatto. Strano, ma
è stato proprio di fronte a questo ammasso di tuniche e drappeggi sotto
cui immaginavo ci fosse un essere umano che ho capito veramente cos'è
l'erotismo.
Tornati in auto, Alì il pazzo autista del deserto sfrecciava fuoripista
lanciando il relitto a velocità spaventosa giù in picchiata dalle
dune; i passeggeri (alcuni dei quali un po' datati) erano in preda ad attacchi
isterici, e l'arabo folle più li sentiva urlare e più pigiava
l'acceleratore. Al grido di "Allah è grande!" torturava noi
e il mezzo senza curarsi dei massi né delle buche che raramente evitava.
In lontananza sotto una parete di roccia si cominciava ad intravedere un accampamento
beduino che Alì ha puntato dritto e ci è entrato dentro ad una
velocità esagerata, fermandosi nel mezzo con una sgommata a semicerchio
che ha imbiancato le tende. E' saltato giù e sgambettando è riuscito
da una di queste con una grande caraffa bollente che mi ha messo in braccio:
" Inshallah (se Dio vuole)..." mi ha detto, "...riusciremo a
vedere il tramonto !" e con un'altra sgommata è partito verso una
duna, imbiancando le tende che si erano salvate prima.
Siamo arrivati in cima che il sole infuocava l'orizzonte, Alì serviva
il tè ed io guardavo intorno le altissime pareti rocciose che si stagliavano
dal mare di sabbia, erano completamente cesellate dai venti, con un'abilità
ed una pazienza che solo il tempo può avere. Tutto si è fermato
ad assaporare quel momento. Solo in quel lungo attimo di quiete totale, bevendo
un tè nel deserto, mi sono reso conto che ero lontanissimo da tutto quello
che avevo conosciuto prima. Pieni di quell'esperienza (anche Alì si era
calmato), siamo tornati alle tende beduine dove già un abbacchio intero
sfrigolava sulla brace. Gli arabi in tunica bianca suonavano e ballavano intorno
al fuoco quando è arrivata dal nero della notte un'altra carovana di
fuoristrada carichi di allegri e attempati turisti francesi, il vino giordano
ha subito cominciato a dare i suoi effetti sul gruppo che si è gettato
nel vortice delle danze tra i beduini urlanti. Sono stato avvicinato dalla loro
guida, un giovane che sembrava aver già visto parecchio di questo mondo.
Mi ha raccontato dei suoi pellegrinaggi per il mondo sotto il peso dello zaino,
poi giacché ero l'unico giovane intorno al fuoco mi ha presentato una
deliziosa fanciulla del suo gruppo: Severine, in gita con la nonna. Questa era
una gioviale e brilla signora che al momento volteggiava tra i baffuti Mori.
Ho parlato a lungo con Severine, e prima di chiederle l'indirizzo e salutarla
ho fatto diversi complimenti alla nonna, come ogni buon manuale del rimorchio
insegna. Loro e il loro gruppo sono andati a dormire in albergo, noi del Toyota
preistorico siamo partiti verso una grande tenda beduina distante alcuni chilometri;
lì abbiamo trovato un'accogliente atmosfera familiare, intorno ad un
povero fuoco di sterpi erano raccolte le diverse generazioni: dal più
anziano e largo Arabo ad uno sciame di bambini chiassosi che allietavano la
notte con i loro canti. Questi rimanevano sempre un po' in disparte, prendendo
parte al gruppo solo quando venivano chiamati dagli adulti; anche le donne erano
relegate ad un altro settore della tenda separato dagli uomini da pesanti stoffe,
e facevano rare apparizioni per servire il tè aromatizzato, o solamente
quando c'era un valido motivo alla loro presenza .
Abbiamo chiacchierato fino a tardi sui tappeti, ridendo con i grassi ed allegri
beduini dei quali osservavo i comportamenti dati dalle diverse gerarchie e parentele.
Wadi Rum 12. 11. 99
Stamattina Alì è
entrato nella tenda dove dormivamo battendo le mani e gridando:"Iallàh,
iallàh ! (Andiamo!)". Ci siamo alzati dagli enormi mucchi di coltri
sotto i quali eravamo sommersi per difenderci dalla gelida notte desertica,
e come una mandria Alì ci ha ficcato nel cassone del Toyota. Io mi sono
fatto lasciare in un incrocio della pianura sassosa, ho salutato Alì:
"You're the best of the fuckin'crazy drivers, take care of yourself and
of the tourists!", "Inshallah!" mi ha risposto lui. Poi è
ripartito con la solita sgommata che mi ha imbiancato. Al diradarsi del polverone
è apparsa una cadente costruzione monolocale con su scritto: "Police"
mediante sommarie pennellate, e di fronte a questa stazionava una ragazza bionda;
mi ha detto che anche lei voleva andare a piedi nel deserto, così abbiamo
aspettato insieme un mezzo che ci avrebbe portato alla "Resthouse",
una specie di campeggio nel villaggio di Rum. Poco dopo è uscito dalla
casupola una specie di poliziotto che si stava abbottonando i pantaloni, con
la divisa impataccata, disordinata e senza gradi pareva più un meccanico
che uno sbirro; ci ha offerto un tè e ci ha detto che potevamo salire
sul cassone di un Pick-up di beduini che si erano appena fermati, erano suoi
amici e ci avrebbero portato gratis. Quando siamo arrivati invece pretendevano
una cifra esorbitante, Veronica, la ragazza argentina che era con me l'ha presa
malissimo, ed ha sfoderato il suo caratterino inveendo contro gli Arabi di quella
zona che cercano di derubare i turisti in qualsiasi modo. Ero d'accordo nella
sostanza, ma lo stava manifestando in maniera un po' troppo vivace, quello era
uno di quei casi in cui bisogna tirare fuori tutte le proprie capacità
diplomatiche per trovare un accordo, e con gli Arabi è sempre possibile
se si riesce a parlare sorridendo anche se si vorrebbe strangolarli. Ho preso
Veronica da parte e le ho detto che non eravamo nel nostro paese ma nel deserto,
per di più lei è una ragazza bionda di sesso femminile con gli
occhi chiari e dei fianchi che corrispondono ai modelli di bellezza mediorientali,
visto che entro breve saremmo stati soli nel mezzo del nulla era meglio che
portassi avanti io le trattative. Così ho preso il tizio sotto braccio
e dicendo alcune stronzate per rompere la tensione (tra cui la famosa: "
Arabi e Italiani, una faccia una razza!"), sono riuscito a cavarmela pagando
un quarto di quello che chiedeva. Come previsto, poco dopo eravamo in cammino
sulle piste incerte che passavano tra le coste massicce delle montagne intarsiate.
In mezz'ora siamo arrivati alle "Lawrence spring", luogo di refrigerio
del personaggio a cui furono devotamente dedicate, ora solo un gruppo di cammelli
sembrava trovarci un certo interesse. Abbiamo ripreso il cammino per alcune
ore fino ad una duna che sembrava non arrivasse mai, su in cima, sotto una parete
rocciosa, abbiamo trovato riparo dal sole ma non dalle mosche che ad ogni costo
si sono impadronite di parte del nostro pranzo. L'unico modo per evitare gli
insetti era muoversi, così come due ignavi abbiamo proseguito nella piana
sotto il disco rovente del sole a mezzogiorno. In nostro aiuto è giunto
un beduino in Land Rover e ci ha chiesto se volevamo prendere un tè;
abbiamo accettato, lui era di una gentilezza squisita, e guidando lentamente
ci ha portato nella sua tenda dalla classica forma rettangolare. Non so perché
e non ricordo dove l'ho letto, ma pare che sia stato proprio Allah ad imporre
questa geometria. Qui viveva la madre del tizio tunicato, il cui nome (di cui
andava orgoglioso) era Mohammed Alì. Ci ha fatto accomodare sui cuscini
disposti in un ampio cerchio, e l'infuso è stato servito in bicchierini
bollenti.
Lì nella quiete pomeridiana assaporavo lentamente la bevanda zuccherina,
sentivo la madre sussurrare da fuori mentre la luce filtrava dalle fessure della
tenda illuminando Mohammad Alì sdraiato nella sua tunica linda. Non so
quanto tempo siamo stati lì nel silenzio più totale, tra le esili
spire di fumo che si alzavano annoiate. In un altro posto avremmo sentito il
bisogno di dire qualcosa, ma nessuno ha avuto il coraggio di rompere quell'atmosfera.
Io e Veronica eravamo incantati dai movimenti rilassati e aggraziati dell'Arabo
che avevamo di fronte: bellissimo nella sua meditazione, con lo sguardo fisso
sul panorama. Ora tutto quello che si sentiva era il ronzio di una mosca. Non
so per quanto tempo sono riuscito a stare senza un solo pensiero nella testa,
ero una delle cose di quel deserto, non potevo né dovevo fare nulla,
ma solo essere. Pensavo che in quel deserto è più facile trovarsi
che perdersi...
Siamo andati a vedere il tramonto su una duna, di fronte al sole che ingrandiva
all'orizzonte vedevo per l'ultima volta quelle strane montagne che mi facevano
pensare ad un duomo di Milano messo in forno e mezzo fuso. Mohammad Alì
poi ci ha invitato in un'altra delle sue tende per passare la notte nel deserto;
tutto gratis, ha aggiunto. Da come guardava Veronica, le ho consigliato di rifiutare
se non aveva intenzione di pagare lei il conto. Così è stato.
Quindi, salutato il compìto beduino, siamo tornati a dormire alla "Resthouse"
dove ci hanno confermato che avevamo fatto la scelta giusta: "Nothing is
free in this fuckin'world ! ! ". Questo valeva anche per me che eventualmente
non sarei stato escluso da qualche forma di pagamento, ma questa regola non
sempre è vera in Medio Oriente, dove ancora si incontra quella generosità
sincera che non si aspetta nulla in cambio.
Wadi Rum 13. 11. 99
Dopo aver passato una notte
nel gelo di una tenda ho salutato Veronica, e mi sono messo in viaggio verso
Petra, quello che mi attira di più tra i siti archeologici del Medio
Oriente.
Gli splendori di questa antica città vennero portati agli occhi dell'Europa
dall'esploratore svizzero Burckhardt, che riuscì ad arrivarci con non
poche fatiche. Ai primi dell'ottocento il procedere per questi deserti non era
facile, e sono noti i suoi travagli per portare avanti le trattative con i beduini
bramosi di danari. Questi pensavano che egli fosse alla ricerca di favolosi
tesori, quindi pretendevano cifre non sempre alla portata di un povero esploratore;
ma purtroppo i beduini rappresentavano anche l'unica possibilità di non
perdersi, e visto che lo sapevano, facevano un po' gli stronzetti... Serve molta
fantasia per immaginare lo spettacolo che può aver avuto Burckhardt davanti
agli occhi, perché quello che vediamo noi oggi ne è una versione
assai "consumata". Purtroppo la pietra con cui la città è
stata costruita è molto friabile, ed il vento ha una pazienza infinita.
La zona era abitata già dal 7000 AC quando cadde sotto il potere dell'Egitto,
a cui faceva gola la sua posizione intermedia tra la valle del Nilo e le civiltà
tra il Tigri e l'Eufrate. Da quel momento non si sa più nulla della regione
fino ai riferimenti che appaiono nella Bibbia in cui si parla della terra di
Edom. Qui poi si stabilirono gli Israeliti, per poi lasciare il posto (dopo
parecchie guerre) ai Nabatei. Erano popoli nomadi che cambiarono idea, non appena
ebbero realizzato che la zona rappresentava una miniera d'oro grazie alla sua
posizione, e costruirono Petra. Riuscirono a mantenere l'autonomia e la pace
con i loro bellicosi vicini di casa: Egiziani e Siriani vennero tenuti a bada
grazie al fatto che i commerci di entrambi i paesi passavano via Petra. Insieme
alle mercanzie arrivava anche parecchia cultura, e di quella buona a vedere
le superbe facciate, sintesi dell'architettura greca (in Siria allora comandavano
i Greci) ed egiziana, condita da un sofisticato stile arabo.
I Nabatei prosperavano grazie alle ingenti somme di denaro dei dazi doganali,
questo per molto tempo gli permise di non farsi divorare dai Romani, sebbene
da questi arrivasse un forte influsso politico e culturale sulla città.
Alla fine l'impero romano riuscì a papparsela stabilendo un legame diretto
tra Roma e Petra, che l'arricchì sopratutto sotto l'aspetto architettonico,
da cui non si staccarono mai le precedenti influenze artistiche. Si dice che
in questo periodo Petra abbia vissuto una specie di "rinascimento",
finchè Palmyra, altra città-base di carovanieri, le strappò
le soste dei mercanti e buona parte degli introiti. Rimase disabitata fino al
periodo bizantino, come dimostra la chiesa riesumata vicino al colonnato, per
poi ricadere nell'oscurità fino al 1108, quando venne utilizzata come
base dai crociati.
Per i successivi 800 anni Petra fu dimenticata dal mondo, ma solo i beduini
la conoscevano custodendo gelosamente il segreto finché, nei primi dell'800,
fu riscoperta da chi sappiamo.
Wadi Musa 14. 11. 99
Stamattina quando sono uscito
i galli ancora dormivano, ho camminato a lungo nella notte che si schiariva
alle luci di un sole malsicuro, fino a raggiungere le rovine che mi hanno richiamato
in questo luogo desolato. La strada ha proseguito lungo il letto di un fiume
ormai secco, che aveva scavato un profondo e stretto canyon lungo circa un chilometro
e dal quale, a tratti, non si vedeva il cielo. In quel momento ero l'unico visitatore
e mi sentivo un piccolo esploratore svizzero. Dal profondo budello in cui ero,
d'un tratto mi si è aperto davanti un piazzale finalmente illuminato;
sulla parete di roccia verticale di fronte a me era scolpita la magnifica facciata
di un tempio, giustamente chiamato " Al Khazneh Pharon", il tesoro.
Le proporzioni perfette e la stupefacente lavorazione dei capitelli lasciavano
senza fiato, era netto il contrasto tra la pietra grezza dello sfondo ed i contorni
definiti del prospetto, ma il materiale era lo stesso, e come un diamante tagliato
ad arte emergeva con garbo dalla roccia su cui era incastonato. Con il suo nobile
e discreto temperamento non faceva rumore, ma mi aveva lasciato troppo colpito
per scattare delle fotografie. Mi sono seduto su una panca del chiosco di fronte
per apprezzarlo meglio, insensibile al tè bollente che mi ustionava le
mani lo osservavo mentre i primi raggi di sole accendevano il frontale.
Ho iniziato a scalare la montagna che domina la valle dove si sviluppa la città,
da lassù oltre ad una vista panoramica di tutta la zona ho trovato ad
attendermi un delizioso altarino sacrificale in buono stato di conservazione.
Non ho indugiato molto su quel picco, ho scattato un paio di fotografie nervose
e ho ripreso subito il sentiero, ultimamente i luoghi di sacrificio mi mettono
un pò di inquietudine. Scendevo lungo la scarpata che conduce verso i
resti oramai consunti di questo luogo stupefacente strappato alla roccia, mentre
lavoravo parecchio con la fantasia per riuscire ad immaginare come fossero in
origine le costruzioni. I monumenti più esposti alle intemperie sono
ridotti a dei fantasmi di se stessi.
Tornato nella valle mi sono trovato di fronte ad uno spaventoso serpente formato
dalla folla di turisti chiassosi che ridevano, consumavano e indicavano. Il
biscione strisciava lungo il viale principale perdendo componenti qua e là.
Questi, armati di avide fotocamere scattavano raffiche di fotografie senza nemmeno
provare ad assaporare l'atmosfera del luogo (che comunque avevano già
rovinato con la loro presenza superficiale e distratta). Sembravano preoccupati
solo di avere qualcosa di "concreto" da riportare a casa. I numerosi
bar della zona erano ormai saturi di clientela richiedente, io ne sono stato
escluso dai prezzi esorbitanti, e ho consumato il mesto panino che avevo su
un eremo lontano, insieme a due ragazze francesi povere e previdenti quanto
me.
Con passo rapido e maldestro sono riuscito a vedere e documentare con la luce
giusta buona parte delle rovine, rischiando di fracassarmi anche io con tutta
l'attrezzatura su distese di ciottoli che mi rotolavano continuamente sotto
i piedi. L'ultima tappa era "Il Monastero", detto così perché
situato su una ripida montagna alla quale si accede tramite strette gole e ormai
logori gradini, che non sono più tali per i motivi di cui sopra. Dovevo
a tutti i costi riuscire ad arrivarci prima del tramonto, altrimenti sarei dovuto
tornare il giorno dopo pagando un'altro biglietto di ben 25 $. Spinto da questo
stimolo sono riuscito a scalare il monte in meno della metà del tempo
che richiedeva normalmente, ma immagino in che stato dovevo essere, tutte le
persone che incrociavo sulla via mi lanciavano sorrisi compassionevoli ed un
anziano signore italiano mi ha detto: "Coraggio!", provando sincera
pietà. Sono arrivato appena in tempo per terminare il lavoro e godermi
l'ultima luce del tramonto che accarezzava la facciata maestosa del monumento;
ho voluto assaporare così il primo vero momento di relax dopo un'intera
giornata di cammino: spogliandomi della giacca e della "keffiah" oramai
intrisa di sudore che portavo intorno al collo; la sigaretta che poi mi ha fumato
tra le dita è stata la più gustosa che io ricordi.
Anche la cazzata che ho fatto spogliandomi nel vento gelido è stata la
più grande che possa ricordare; già durante il ritorno sentivo
i crampi dei muscoli del collo che si ribellavano al fatto di dover appartenere
a qualcuno che li rispettasse così poco. Tornato in albergo ho trovato
Crayg, il mio compagno di stanza inglese, alquanto alterato per il comportamento
dei gestori: "Sono strani
", mi ha detto, e poi ho iniziato
a capire perché. Sono quattro personaggi che a rotazione o tutti insieme
popolano la piccola reception e la stanza della TV, nulla facendo e osservando
chi, come noi, si siede lì per leggere. Oggi Crayg si è preso
un giorno di riposo perché aveva passato una notte insonne nel deserto,
ha fatto l'errore di tirare fuori un giochino elettronico portatile, e subito
uno di questi tipi glielo ha chiesto in prestito per una partita. Quando sono
tornato la sera stava ancora giocando, e con un espressione ebete non riusciva
a passare il primo quadro, ma aveva quasi finito le pile. Anche io mi sono accomodato
vicino a loro per scrivere il presente memoriale, ed un altro degli albergatori
mi si è seduto accanto fissando me e quello che scrivevo, senza capirci
niente. Io ogni tanto lo guardavo infastidito e lui faceva un sorriso che non
capivo. Ho rinunciato a quello che stavo facendo, Crayg mi ha preso da parte
svelando quel nervosismo singolare degli anglosassoni: " I want back my
fuckin' Nintendo ! ", mi ha detto, ma ogni volta che se lo riprendeva il
tipo tornava con una scusa e se lo faceva ridare, così abbiamo deciso
di uscire per cena ché lui lì dentro stava esplodendo. Arrivati
davanti alla reception l'albergatore è tornato all'attacco con un sorriso
ebete, ma per fortuna Crayg ha saputo mantenere la calma e con la scusa che
ci dovevo giocare io siamo svicolati. "Sono tutti dei fottuti ritardati
mentali!", mi diceva mentre fumavamo un "Hubbly Bubbly" (il narghillè).
Io ancora riuscivo a ridere della situazione ma lui era veramente alterato,
si immobilizzava, e con lo sguardo fisso nel vuoto mi ha detto che non voleva
essere rude, non voleva proprio, ma loro lo costringevano... Quando siamo tornati
ci siamo seduti nel solito salottino per fumare una sigaretta, oltre ai ritardati
c'erano altri due tizi che parevano essere normali e simpatici, uno di questi
diceva di non parlare inglese, quindi siamo stati mezz'ora parlandoci a gesti
per esprimere un paio di concetti elementari. Poi andandosene mi saluta in perfetto
inglese, ringraziandomi della bella conversazione. Io ero allibito, l'altro
suo amico "normale" mi ha rassicurato dicendo che era pazzo; poi dopo
aver fatto un paio di considerazioni spiritose sulle ragazze giordane mi ha
detto che aveva con sé un preservativo, e se lo volevo vedere. Ho detto
che per noi si era fatta una certa, e siamo fuggiti in camera col Nintendo chiudendoci
dentro a duplice mandata.
Wadi Musa 15. 11. 99
Oggi, mentre Crayg era a Petra, io ho passato la mattinata a curarmi i crampi al collo che mi ero procurato con lo spogliarello montano; al momento di uscire ho cercato di non incrociare i subnormali, ma uno di questi già mi aspettava al varco per chiedermi il Nintendo, io ho finto di non capire e mi sono dato alla macchia per il resto della giornata. Quando sono tornato ho trovato Crayg distrutto da otto ore di marcia, si era appena abbandonato sul letto che hanno bussato alla porta, era uno dei subnormali, con in mano un vecchio ed enorme videogioco anni '80, di quelli che si attaccano alla televisione bianco e nero; lo voleva dare a Crayg in cambio del suo giochino Hi-Tech, con sopra dieci dollari di conguaglio, ed il solito sorriso ebete che gli ha risparmiato un bel pugno in pieno volto. Ho visto Crayg fremere sul letto con le ultime energie che aveva; io mi sono trattenuto dal ridere, l'ho calmato dicendo che bisogna avere pietà di quei poveri ma fottutissimi deficienti (solo che secondo me questi spesso ci marciavano). Mentre spingevo fuori il tipo col videogioco preistorico, Crayg gli urlava dietro che non glielo avrebbe mai dato, nemmeno per cento dollari e che potevano andare tutti da qualche parte che non ho capito bene, perché aveva iniziato ad usare uno stretto slang.
Wadi Musa 16. 11. 99
Stamattina all'alba io e Crayg
abbiamo lasciato l'albergo parlando del film "Psycho" mentre raggiungevamo
la fermata dell'autobus, io sono partito per Showbak . Quando sono arrivato
nel paesino, un barista mi ha informato che il castello che stavo cercando era
assai lontano, e la via altresì tortuosa. Detto ciò ha fatto un
fischio ad un ragazzino che stava andando a scuola, perché si adoperasse
come mia sicura guida; lungo la strada questo salutava i suoi amichetti che
si univano a noi, e quando siamo usciti dal paese avevo intorno una mezza dozzina
di mocciosi euforici e schiamazzanti. Mi hanno scortato fino alla strada che
portava al castello e ci siamo salutati, io ero già stanco sotto il peso
dei due zaini che mi coprivano e del sole che cominciava a picchiare; quando
ho lasciato l'allegra brigata pensavo di essere quasi arrivato, ma delle rovine
nessuna traccia. Ho camminato sulle alture aride per mezz'ora prima di vedere
la sagoma imponente del maniero che sovrastava la collina, la strada però
girava a sinistra e c'era un sentiero che puntava diritto alla mia meta; l'ho
imboccato, e procedendo maldestro sui ciottoli mi sono accorto che portava giù
in una gola. Visto che avevo deciso che quella era una scorciatoia mi sono avventurato
nel fosso, che sono riuscito a traversare con non poche fatiche. Risalendo la
china del colle mi sono accorto che non c'era entrata in quel lato del castello,
così ho dovuto procedere rasentando la muraglia lungo tutto il suo perimetro,
con grande sollevamento di polveroni e ruzzolate per le coste. Alla fine sono
riuscito a riprendere la strada che avevo abbandonato prima, e che conduceva
all'ingresso da dietro una curva. Sebbene il castello fosse ridotto in uno stato
abbastanza rovinoso, la visita mi ha regalato immagini da cartolina ed una pausa
rigeneratrice nel vento fresco. All'uscita una coppia di venditori di souvenir
mi ha offerto un tè sotto la loro tenda; mi avevano osservato durante
tutta la scalata, e mi hanno chiesto perché non avessi percorso la strada
normale. Gli ho risposto che noi fotografi preferiamo osservare il mondo dai
punti di vista più originali. Tra le facezie, uno di loro mi ha raccontato
che diversi uomini venivano dall'Europa fin lì per avere rapporti sessuali
con lui all'ombra dei massi. Dopo parecchi tè sono riuscito a prendere
la via per Kerak, un altro dei gloriosi castelli appartenuti ai crociati e a
tutti quelli che poi dettarono legge in queste lande.
Sono arrivato dopo aver cambiato non so quanti autobus; ero su uno di questi
che percorrevo la "Desert highway" quando un poliziotto si è
venuto a sedere vicino a me ed ha attaccato a parlare; mi ha chiesto perché
portassi l'orecchino e a fare altre domande inquietanti, accompagnate da occhiate
languide che mi hanno fatto sentire come una pollastrella dalle nostre parti,
quando viene importunata dal "provolone" di turno. Le mie risposte
diventavano sempre più glaciali, finché lui si è fatto
coraggio e mi ha chiesto se volevo andare con lui. "A che fare ?"
ho chiesto io con falsa ingenuità. Voleva mostrarmi il suo gamberone,
ma ho abilmente rifiutato dicendogli che ero vegetariano e che preferivo le
patatine. E' sceso deluso poco dopo, e l'ho visto tornare a casa triste, dalle
due mogli che mi ha detto che lo aspettavano. Mi raccontava l'allegro venditore
di souvenirs che loro usano andare con le donne per dovere e con gli uomini
per piacere, l'omosessualità è vista come cosa molto normale e
non se ne fa un mistero. Capita spesso che un marito si porti in camera un amichetto
e la moglie (o le mogli) muoia di gelosia mentre lava i piatti in cucina.
La situazione delle donne è molto particolare, non so cosa capiti tra
le mura domestiche, ma fuori, quelle poche che si vedono, non danno proprio
l'impressione di vivere in una società che le consideri molto, se non
sotto l'aspetto di procreatrici. Mi trovavo a vivere in una società di
soli uomini, e ad essi destinata; la presenza femminile si avvertiva di sfuggita
solamente nei mercati o in qualche attività che ne giustifichi la partecipazione.
La privazione dei loro sguardi, della loro sensibilità e della loro esistenza
non mi rallegra affatto, sentivo gli ormoni maschili impregnare l'aria e sempre
troppo spesso mi sentivo una preda.
La visita al castello di Kerak è stata assai deludente, si riassumeva
tutto ad un mucchio di sassi e parecchie stanze vuote tutte uguali, solo il
panorama era degno di nota.
Ora la mia meta era il Libano.
Kerak 17. 11. 99
Alle sei ero già su
un piccolo autobus diretto ad Amman, il guidatore doveva essere un integralista
islamico perché ha acceso l'autoradio con le letture dei passi del Corano
e l'ha messo a tutto volume. La stazione era disturbata da un fischio in sottofondo,
era una vera e propria tortura, ma nessuno ha avuto il coraggio di reagire a
questa folle esaltazione. L'audio era talmente alto che la voce ci giungeva
completamente distorta, accompagnata dal sibilo che trapanava i timpani; io
ho provveduto con i consueti tappini a base di fazzoletti e saliva che filtravano
il 30% del sermone e il 10% di fischio.
Arrivato ad Amman ho preso uno dei cosiddetti "Service taxi" che attraversano
il confine, ero insieme ad un arabo microscopico con la cravatta, un prete ed
una sua amica (amichetta?). Ci hanno fatto accomodare in una berlina americana
anni '70 che sul cofano ci si poteva parcheggiare una delle nostre utilitarie.
Al confine con la Siria, come prevedevo, sono iniziati i problemi, e qui si
rende necessario un flashback all' ambasciata.
FLASHBACK ALL' AMBASCIATA
Il mio primo contatto con
la burocrazia siriana l'ho avuto a Roma, quando sono andato a richiedere il
visto. Stupidamente sul foglio del questionario da riempire avevo scritto: "Professione:
fotografo", pensando magari di avere dei contatti con il ministero del
turismo, sconti sui siti archeologici, facilitazioni etc... Quando l'impiegato
l'ha visto è inorridito, ha detto che i giornalisti (e le spie) non potevano
andare in Siria così facilmente. L'ho rassicurato dicendo che io mi occupo
di reportage turistici, e che la mia opera sarebbe stata utile per lo sviluppo
del paese. Non ha voluto sentire ragioni :"L'unico modo" ha aggiunto,
" sarebbe che lei visiti la Siria come turista e si impegni a non fare
fotografie !". "Lo prometto !" ho risposto io, ma non bastava,
ha preso da un cassetto un foglio prestampato da firmare, in cui si diceva che
sarei stato buono con la fotocamera e senza documentare, e che se fosse finita
una sola mia foto della Siria su un giornale sarei andato in prigione per secola
seculorum.
Al momento di ritirare il passaporto, dopo una settimana, hanno cominciato a
farmi girare da un ufficio all'altro perché stranamente non si trovava
in mezzo agli altri, ma era custodito da solo, in un cassetto di una stanza
evidentemente riservata ai casi "scottanti". L'impiegato lo ha preso
con due dita, e me lo ha ridato con lo stesso sguardo inquisitore che avrei
ritrovato dopo, sulle facce dei doganieri che se lo sono ritrovato tra le mani.
Sicuro che ci fosse stata posta qualche annotazione particolare, ho cercato
senza successo di decifrarne i timbri e le scritte in arabo, cosa che mi ha
fatto solo aumentare lo stato di ansia.
Ora stavo facendo la prova del nove, quando il doganiere ha fermato la macchina
su cui viaggiavamo e si è fatto consegnare i passaporti, sono stato percorso
dal classico brivido gelato nelle vene. L'abbiamo seguito tutti nell'enorme
hall dell'ufficio immigrazione, e dopo un quarto d'ora il mio documento era
l'unico che mancava all'appello. Lo vedevo passare nelle mani degli sbirri che
sfilavano dietro al vetro e che mi rivolgevano occhiate indagatrici, finché
è ritornato con timbri, firme e controfirme. Non era finita, perché
ora l'astuto doganiere voleva vedere i bagagli (solo i miei), cosa che ha non
poco fatto preoccupare l'autista che già si vedeva accusato di portare
a spasso una spia israeliana. "Video?" mi ha sussurrato mentre prendevo
lo zainetto dell'attrezzatura,"No, camera !" ho risposto vedendolo
rilassarsi un pò. La stessa domanda me l'ha posta il militare che però
ha voluto verificare con mano; per fortuna avevo nascosto in separata sede la
busta piena di pellicole che avrebbero certamente destato sospetti, il mio corredo
aveva guadagnato così un'aria abbastanza turistica. Prima di lasciarci
proseguire ha voluto chiedere ancora se per caso non avessi dimenticato una
videocamera nei bagagli non ispezionati (ancora non capisco perché ne
siano così terrorizzati) ma gli ho ripetuto di no e lui ci ha salutati
dubbioso. Dopo un'ora eravamo in un affollatissimo parcheggio taxi a Damasco,
sono stato prelevato da un altro tassista che per pochi dollari mi avrebbe portato
in Libano insieme ad altre quattro persone. Appena la vettura si è riempita
è saettato nel traffico congestionato della città, ma prima sono
serviti venti minuti per uscire dal parcheggio.
L'autista era un tipo cicciotto e nervoso: mangiava continuamente semini e li
sputacchiava, beveva e fumava senza pace; appena sull'autostrada è sfrecciato
a velocità folle zigzagando tra le altre auto che parevano ferme, sentivo
gli almeno otto pistoni della "Dodge" sfrullinare gioiosi sotto il
cofano, finché sibilo sfiatato li ha fermati esausti. Abbiamo accostato
al margine della strada e il tassista è sceso con pochi ma mirati attrezzi
in mano; ha martellato e scacciavitato qua e là per poi tornare con le
mani nere e la faccia delusa. Di lì a poco ci trasferì in un altro
taxi che intanto si era fermato per solidarietà. Eravamo stipati in un
Mercedes che aveva le sopracciglia cromate sopra i fanali, e anche questo pareva
che dovesse esplodere in ogni istante. Invece il robusto e tossicchiante mezzo
teutonico ci ha portato attraverso la frontiera e poi in cima al monte Libanon,
dal quale siamo scesi lungo una serie infinita di curve; è stato dietro
una di queste che improvvisamente è apparsa la mia meta: Beirut.
Solo nominarla provoca in molti un brivido di paura, ogni nostro ricordo ad
essa legato è di sangue e morti a manciate. L'odio della religione l'ha
voluta così: già dalla periferia le sventagliate di mitra scrostavano
gli intonaci delle facciate dei palazzi, e le infiorescenze disegnate dalle
schegge delle bombe riaccendevano in me il ricordo di telegiornali con la fascia
a lutto. Inchiodati nel mare di traffico, il tassista non conosceva la strada
per il mio albergo, quindi scalpitava e suonava sensovietando.
Beirut 18. 11. 99
A sentire gli abitanti di
Beirut non sembra che abbiano passato quello che tutti sappiamo; vogliono dimenticare,
e ci riescono bene. Si distraggono col consumismo che ha contribuito a trasformarla
nella città più viva del Medio Oriente. Respiro aria di casa:
umida, tiepida e inquinata. Lo iodio che arriva dal mare mi riempie i polmoni
mentre passeggio sulla "Corniche" che potrebbe essere il lungomare
di Ostia se non fosse per i militari armati di Kalasnikov ovunque cada lo sguardo.
Anche il traffico è del tutto simile a quello di Roma, con partenze a
razzo e inchiodate inattese, manager con la cravatta parlano al cellulare dentro
elefantiaci fuoristrada giapponesi, anziani signori distinti vanno a fare la
spesa ed i ragazzi vestono seguendo le ultime mode occidentali. Riapparizione
delle minigonne ed eclisse degli chador.
Senza la macchina (ovvero BMW o Mercedes) qui non conti nulla per le strade,
i giovani passano la sera incolonnati in file inutili mentre si parlano dai
finestrini o sorridono alle ragazze impassibili bloccate nelle auto accanto;
scene di questo genere si notano anche in Italia, ma qui sono esaltate dal fatto
che si vive nei confini di una società profondamente maschilista . Le
donne poi, benché vestano all'ultima moda, si trucchino, e mettano in
mostra balconcini e culi ben palestrati, mantengono comunque le solite usanze
arabe; il loro sembrare molto occidentali ed emancipate è pura apparenza.
La sera sono stato a fare un giro in centro, sono riuscito finalmente a bere
una birra senza pagarla una cifra smisurata ed ho conosciuto due ragazzi, mi
hanno proposto di visitare la città a bordo del loro Mercedes di cui
andavano fieri; ho accettato, ma subito uno di loro mi ha chiesto 5$ per la
benzina. Ho detto che ero un pò a corto perché non ero ancora
passato al cambio, e che preferivo comunque andare a piedi per fare due passi.
Loro mi hanno guardato schifati, qui camminare è considerata una cosa
da pezzenti; tuttavia siamo andati a fare lo "struscio" serale immersi
in un mare di BMW e Mercedes clacsonanti, tutte piene di giovanotti annoiati
che si guardavano, si facevano guardare, ci provavano con le ragazze etc...
Abbiamo girato una dozzina di volte sullo stesso percorso finché ho proposto
di scendere per vedere il mare, appena ho messo piede a terra loro sono sgommati
via nelle luci della notte. Il centro di Beirut è sede di uno dei più
grandi progetti di ricostruzione del mondo; sono rari i vecchi palazzi, e i
pochi che rimangono sono tutti traforati e bruciacchiati dai missili che ricordano
quello che è stato, ma la tacita parola d'ordine sembra essere: convivere
e dimenticare. Ovunque i lavori in corso elevano grattacieli specchiati, Beirut
sarà presto la New York del mediterraneo grazie a generosi finanziamenti
europei; ma la sua atmosfera rimane magica e piena di storia, l'aria puzzolente
e temperata mi ricorda casa e mi mette un pò di nostalgia. La mattina
sono stato all'American University of Beirut, la più prestigiosa ed internazionale
facoltà del Medio Oriente, ho cercato un mio amico di vecchia data che
studiava lì. Con l'occasione ho pensato di fare un servizio fotografico
di questo tempio della cultura che contiene anche due ben forniti musei. Il
metodo di studio "full immersion-sport-socialize" è di stampo
tipicamente americano e permette di sfornare i migliori professionisti dei paesi
arabi. Ho trovato Yarub, il mio amico siriano studente di grafica, e seduti
in un bar mi ha chiarito un pò le idee sulla storia e la politica di
questa zona, le contraddizioni , i vicini scomodi, i patti scellerati. Io lo
divertivo raccontando gli avvenimenti politici italiani.
La presenza militare siriana per la città è continua e poco discreta.
Poi ci sono i famosi "Hezbollah" , i guerriglieri che combattono nel
sud del paese dal tempo della "Guerra dei sei giorni" del '67. Il
ruolo che la Siria non può prendere ufficialmente in questa guerra lo
delega ai militanti del "Partito di Dio". Questi, insieme ai Palestinesi
rifugiati, hanno ormai ben poco da perdere ritrovandosi senza una terra da anni,
e per guadagnarsi il Paradiso sono ben disposti a farsi esplodere caricandosi
di tritolo e a sparare i loro missiloni sugli avamposti nella zona occupata
dalla "Fascia di sicurezza" israeliana. In cambio, dall'altra parte,
organizzano per rappresaglia estemporanei raid aerei che ogni tanto sconfinano
sui villaggi, su impianti civili o su una sede delle Nazioni Unite... La scorsa
estate Beirut è rimasta senza corrente per due mesi, e ci si può
immaginare cosa significa vivere senza luce, computer, frigorifero quando ci
sono più di 40° all'ombra. Non potendo lavorare, Yarub mi raccontava
che ha passato le sue giornate sdraiato sulla spiaggia di fronte al mare inquinato
della città, solo i più fortunati che ancora l'avevano erano tornati
ad accendere i generatori come ai tempi della guerra civile. Mentre da noi erano
i "mitici" anni '70, qui grandi masse di Palestinesi (400.000 su tre
milioni di Libanesi) si riversavano in Libano fuggendo dalla persecuzione in
Giordania; buona parte si stabiliva in campi profughi intorno Beirut, a covare
vendetta.
Intanto nel paese cominciavano a fiorire gruppi armati di diverso credo religioso
e strumentalizzati da altrettanti personaggi politici; i musulmani Sunniti e
Sciiti cominciavano a guardarsi nervosi, e si dividevano a loro volta in sottogruppi,
le milizie cristiane si combattevano per riuscire ad emergere, e anche i Drusi,
riluttanti all'inizio, ebbero presto il loro efficiente gruppo armato. Tra i
cristiani la più tristemente famosa fu la "Falange" (Kataeb),
scesa a patti con Israele, e da questo riforniti di armi e consigli, tipo quello
di entrare nei campi profughi palestinesi per farne scempio nel '76.
Fu dopo l'uccisione di alcuni falangisti che dalla tensione si innescò
la guerra civile, 27 palestinesi furono massacrati su un autobus, a cui seguì
un blocco stradale di gruppi armati cristiani in cui, documenti alla mano, si
sgozzavano gli automobilisti musulmani. In quello che viene ricordato come "Black
Saturday" vennero uccise in tutto più di trecento persone.
Nel '76 il presidente Assad, spinto da Israele (con cui aveva un nemico in comune:
i Palestinesi), per porre fine alla situazione di anarchia in Libano vi spedì
40.000 soldati cogliendo l'occasione per riprendersi quella che da sempre i
Siriani hanno considerato una loro provincia. A questo punto mancava solo l'invasione
Israeliana, che dopo alcuni attacchi dell'OLP decise di prendersi il sud del
Libano, azione che fu condannata dalle Nazioni Unite che imposero un ritiro
immediato mai eseguito. Sempre indispettito dalla presenza palestinese in Libano,
Israele si accordò nell'82 con la Siria per un cessate il fuoco, e approfittò
di questo momento per attaccare i Siriani nella valle Bekaa ed infondere gravi
danni; intanto truppe israeliane guadagnavano le periferie di Beirut, tagliavano
elettricità e acqua, bombardavano i civili.
Dopo due mesi si contavano 18.000 morti e 30.000 feriti di cui solo una minima
parte tra i militari. Si decise così di evacuare l'OLP sotto una supervisione
multinazionale, e due giorni dopo, il leader falangista Bashir Gemayel fu eletto
presidente. La vittoria maronita non durò molto, perché il neopresidente
fu assassinato con una bomba insieme a sessanta falangisti; le loro milizie
subito si recarono nei campi profughi di Sabra e Chatila presentando il conto,
e massacrarono tra i 1000 e i 2000 civili di cui molte donne e bambini. Di tutto
questo gli Israeliani dissero di non essere a conoscenza, anche se il fatto
accadeva sotto il loro permesso ad accedere nei campi e mentre assistevano i
miliziani della Falange paracadutando illuminatori per vedere meglio la scena.
Chi comandò questa operazione ricopre ora la più alta carica nello
stato di Israele.
Questo susseguirsi di vendette continuò fino all'arrivo di una forza
multinazionale nell'83, che si accordò con Israele per un ritiro dal
Libano; ma questi, spinti da una pubblica opinione guerrafondaia, si ritirarono
solo fino a Sidon, cosa che mantiene vivo lo stato di tensione ancora oggi.
Pochi mesi dopo l'ambasciata USA a Beirut esplodeva con 43 persone, seguirono
altri due attentati nei quartieri generali francese e americano, in cui i morti
furono più di trecento. Era la nascita della Jihad Islamica, un braccio
armato di Hezbollah che si fece protagonista anche di parecchi sequestri di
personaggi occidentali che, a loro dire, meglio rappresentavano il marcio del
nostro mondo corrotto.
La guerra continuava a più riprese, e così cambiavano le alleanze,
tra cui fece anche capolino l'Iraq, appena uscito dalla guerra con l'Iran. Aiutarono
la fazione cristiana (!) che al momento si confrontava con quella musulmana
appoggiata dalla Siria, ancora una volta, Beirut era il luogo dove l'antico
odio tra due potenze medio orientali si poteva sfogare. Gli animi cominciarono
a smorzarsi nel 1990 dopo l'attacco siriano in larga scala (con il benestare
americano) alle milizie cristiane; i gruppi paramilitari furono disarmati e
la Siria firmava un patto di "fratellanza" col Libano, lasciando in
sospeso la scottante presenza di Israele nel sud del paese. Da allora sembrano
essere tornati a convivere i diversi credo religiosi, la "Green Line"
è sparita, ed il fragile processo di pace procede in precario equilibrio.
Beirut 19. 11. 99
Ho camminato tutta la mattina
per Achrafiye, uno dei quartieri popolari dove la ristrutturazione della città
non ha ancora preso piede, e dove la guerra ha lasciato i suoi segni più
profondi. Da lì vicino parte la tristemente famosa "Green line",
la via che divideva le due principali parti in guerra e che era stata invasa
dalla vegetazione, tanto raro era il passaggio su di essa. Intorno i segni delle
pallottole affrescavano i muri dei palazzi con la stessa densità dei
coriandoli a Rio durante il carnevale; su alcune facciate qualcuno si era talmente
accanito che la quantità di proiettili aveva consumato i muri fino a
renderli un velo. Su altre, dei più determinati colpi di lanciarazzi
avevano sventrato la parete lasciando intravedere vecchi arredamenti casalinghi
bruciacchiati e oramai in stato di abbandono. Segni di pallottole di ogni calibro
e religione avevano firmato tutto ciò che avesse più di dieci
anni. Quando passavo davanti una chiesa o ad una moschea pensavo al potere (di
fuoco) della fede.
Ora parlando con la gente del posto sembra che quello che ci sia qui intorno
non li riguardi, i brutti ricordi sono stati seppelliti coi morti, e armati
di pala e piccone tolgono cumuli di macerie e costruiscono grattacieli. Il progetto
di ricostruzione è pressoché totale e cambierà completamente
il volto della città, l'idea è abbastanza contestata, perché
si basa sulla totale demolizione di quello che c'era e la creazione di nuove
strutture moderne tipicamente occidentali. Purtroppo non hanno imparato nulla
dai nostri errori, e nella fretta si sono dimenticati gli spazi verdi. O meglio,
per la verità uno c'è: la sera avevo comprato un "falafel"
(tipico sandwich medio orientale, formato da una piadina romagnola arrotolata,
con dentro polpettine di ceci) che volevo consumare fuori dal locale; ho dato
un'occhiata alla mappa della città ed ho visto un quadratino verde denominato
"parco". Quando ci sono arrivato mi sono ritrovato proprio sul quadratino
indicato: quattro per quattro metri, con n°1 panchina, n°1 pianta, n°1
fontana secca. Intorno a me clacsonava il traffico del dopocena.
Beirut 20. 11. 99
Stavo aspettando Yarub sulle
panchine del campus della sua università, intorno a me erano seduti alcuni
studenti, tra i quali se ne distingueva una particolarmente affascinante: i
suoi magnetici occhi verdi erano incorniciati da capelli rossi a caschetto,
e il corpo sottile dalle curve sinuose sosteneva un petto a cui feci una rapida
radiografia prima di tornare alle mie scritture. Stavo preparando il proseguo
del viaggio quando alzando gli occhi ho incontrato i suoi che mi fissavano,
le ho sorriso, ma lei si è girata quasi scocciata; ho pensato allora
che era solo incuriosita dal cartellino con su scritto "Press" che
mi avevano appuntato sulla maglietta all'ingresso, oppure dal mio stato trascurato.
Quando l'ho vista che mi continuava a guardare mi sono fatto coraggio e ho attaccato
bottone chiedendo un'informazione. Ebbene, lei ha finto di non capire l'inglese
e si è fatta fare da interprete da un suo amico parlando in arabo, io
l'avevo sentita parlare poco prima, ed è solo in inglese che si svolgono
le lezioni qui dentro. Abbiamo continuato a lungo la conversazione con questo
strano giochetto che non capivo, poi lei ed un gruppo di amiche si sono alzate
per andarsene, e mi hanno salutato tutte sorridendo eccetto lei che non mi ha
degnato di alcun cenno.
Ne ho parlato con Yarub e mi ha rassicurato dicendo che qui è normale,
e forse le ero piaciuto; le ragazze hanno questo strano modo di manifestare
attenzioni, se avessi avuto la pazienza di starle a strisciare dietro per un
mesetto sarei riuscito ad entrare nelle sue grazie, e sarebbe stata una fidanzata
fedelissima. E io che pensavo che le Italiane fossero difficili ! La mattina
passavo in un quartiere denso di edifici mitragliati (tra i quali mi stavo ambientando)
e ce ne era uno che mi incuriosì: era piuttosto antico e di un vago stile
liberty, una volta doveva essere molto bello. Ora appariva completamente bucherellato,
in mezzo a questo troneggiava un'insegna di plexiglas lucidissima che informava
dell'attività di un parrucchiere. Questa stonava assai con la cornice
che la conteneva, così mi sono avvicinato alla costruzione per scattare
una fotografia; subito mi sono sentito premere sul fianco da una cosa solida
e pesante, probabilmente a canna lunga. Qualcuno mi parlava in arabo con un
tono duro che qui ancora non mi avevano mai rivolto. Senza sapere chi fosse
né cosa volesse, automaticamente ho alzato le mani come un "Big
Gim" a cui si schiaccia la schiena; un tizio in mimetica mi ha girato intorno,
apparteneva ad una postazione di militari che non mi ero accorto essere alle
mie spalle, e mi sono ritrovato davanti alla prospettiva di un tetro Kalasnikov,
in fondo al quale il mimetico continuava ad impartire secchi comandi.
Mi sono sentito il sangue gelare nelle vene, non mi ero mai trovato di fronte
ad un'arma puntata da qualcuno anche lontanamente intenzionato ad usarla. Invece
di razionalizzare e calmare il militare mi sono passate per la testa le cose
più disparate. Ho pensato alla mia prima bicicletta rossa, al compito
di elettronica all'esame di maturità, alle generose tette di una mia
amica che non si sono mai lasciate toccare. Il militare mi ha spinto via annoiato,
con il lato della canna del mitra; io ho pensato di aver detto qualcosa, ma
solo dopo ho realizzato che non mi era uscita una parola di bocca.
Beirut 21. 11. 99
Sono partito alle otto per
Tripoli, ho dormito poco e malamente come mi capita da quando sono qui; l'albergo
è su una grande strada che già dalle cinque di mattina è
un caos, e la stanchezza di questi quattro giorni di cammino continuo mi si
è scatenata addosso tutta la mattina, quando l'autobus mi ha scaricato
davanti un chiassoso suq (mercato), dove mi sono infilato senza saperne il perché.
Tripoli è una bolgia di gente e vecchie Mercedes, sporca, rumorosa, non
ci si può fermare a prendere fiato; sono stato trascinato dal fiume di
gente che scorreva nello stretto budello grondante di mercanzie, le urla dei
venditori mi rimbombavano nella testa e sentivo che stavo per svenire, in stato
ipnotico sono entrato in un caffè saturo di gente e di fumo.
Ero seduto in un angolo tra grandi narghillè ribollenti; dalla nebbia
è arrivato un tipo insolito, i suoi baffoni biondi da tricheco e gli
occhi azzurri lo facevano sembrare un occidentale. I suoi modi distinti mi facevano
pensare ad un colonnello della legione straniera francese, e forse lo era stato,
il vestito però era tipicamente arabo, e di un genere un po' retrò
che non si vede più facilmente, sui canonici pantaloni con il cavallo
alle ginocchia aveva una camicia molto ben lavorata e sopra un gilè in
miniatura. Si è seduto di fronte a me fumando sigarette senza filtro,
mi parlava sottovoce e io non lo capivo. Mi ha sorriso e mi ha offerto un caffè
amaro, con il dito si batteva la tempia facendomi capire che mi avrebbe fatto
bene. Poi, sorridendo, è stato nuovamente inghiottito dal fumo. Pensando
se avevo veramente avuto quell'incontro, mi sono trovato a camminare davanti
ad una moschea, e sono entrato per scattare qualche fotografia in religiosa
solitudine. Ero impegnato nel lavoro quando mi ha raggiunto l'Imam, barbuto
e scavato come una cipolla secca, mi ha sussurrato: "Allah non lo puoi
mettere qui dentro" indicando la Nikon, "Perchè Allah è
qui !" e mi ha premuto il suo dito asciutto sul petto; a me per condizionamento
mi è tornata in mente la mia amica con le tette al vento che andava a
dare l'esame in bicicletta. Mi ha chiesto di seguirlo fuori sotto il portico,
dove ci siamo seduti sui cuscini a gambe incrociate. A me puzzavano i piedi,
ma lui sembrò non farci caso. Ha iniziato il recupero della pecorella
smarrita: "Sei cristiano?" mi ha chiesto in un inglese paterno, per
non compromettermi troppo gli ho detto che simpatizzavo per i buddisti, senza
sapere che è la filosofia più disprezzata da tutte le altre religioni.
Lui incuriosito dalla risposta ha voluto approfondire, spiegandomi anche i fondamenti
musulmani. Ho trovato molte analogie con il cristianesimo: un Dio unico ed amorevole
che tutto conosce e può, un paradiso per i più buoni etc... Subito
le sue teorie si sono venute a scontrare con il mio materialismo empirico: gli
ho chiesto del perché delle guerre, della fame e di tanti orrori, sperando
che almeno lui avrebbe saputo darmi le risposte convincenti che non ho mai trovato.
Me le ha date, ma in arabo. Il Don Abbondio medio orientale sembrava essere
sicuro del fatto suo mentre io lo guardavo stupito, poi con un movimento fluido
è svicolato nella moschea dicendo che si era fatta una certa... Con le
idee più confuse di prima e ripreso da un calo di energie ho mangiato
uno schifo di natura ignota nel primo locale che ho trovato (quella città
era tra le più luride mai viste), e ho raggiunto la fortezza di S.Gilles,
perla di questo luogo. Ovviamente era situata in cima ad una salita che mi ha
demolito, insieme alla calura dovuta alla cappa afosa che si era formata grazie
ad un malinconico cielo coperto, sotto cui mi sono sdraiato appena entrato nel
maniero. Dopo non so quanto tempo mi sono svegliato nell'atmosfera biancastra
tra le rovine spopolate, ho vagato ancora confuso su e giù per le molteplici
scalette in pietra che collegavano i diversi settori del forte; nell'aria echeggiavano
i canti degli altoparlanti di moschee lontane. Ero solo e rincoglionito tra
le macerie, e stavo decidendo se era il caso di fare qualche fotografia quando
ho incrociato un tizio di mezza età, con una camicia che gli conferiva
un aspetto inequivocabile. Con procedere volutamente effeminato mi ha raggiunto
ed ha iniziato a chiedermi informazioni prima sul castello e poi su di me, tipo
se mi piacciono le ragazze. Gli ho risposto di si, e lui deluso mi ha detto
che gli sarebbe piaciuto in ogni modo parlare con me, e che viveva da solo.
Per me era un tormento solo reggermi in piedi e non avevo voglia di fare conversazione
alcuna, mi cominciavo a sentire una pollastrella insidiata ma volevo riuscire
a non essere scortese. Dopo aver scambiato poche faticosissime frasi l'ho salutato
ed ho continuato a vagare, finché ho deciso che il mio stato fisico mi
costringeva a tornare verso Beirut. Sulla piazzola in cima ad una torre ho rincontrato
il tizio garbato che mi aspettava, mi ha detto:"Sai, io so cantare molto
bene, dieci anni fa sono stato premiato come migliore voce di Beirut !",
"Me ne rallegro !" ho risposto io aggiungendo un deciso "Arrivederci
!". Camminando per gli ampi piazzali vuoti l'ho sentito cantare con voce
quasi femminile che risuonava nel vento tiepido tra i muraglioni, mentre intonava
una canzone tristissima. Ero troppo stanco anche per tirare fuori una sola lacrimuccia,
e sono caduto nel primo autobus dove mi sono addormentato cercando di dimenticare
quella giornata.
Beirut 23. 11. 99
Sarei dovuto partire per Baalbek,
ma quando mi sono trovato alle sei di mattina sotto i bagagli e già stanco,
mi sono chiesto : "Ma chi me lo fa fare!?". Senza attendere una risposta
ero di nuovo dentro al letto, deciso a prendermi una giornata di ferie. Sul
tardi ho fatto una passeggiata in centro dove si consumava una sonnolenta festa
della liberazione dall'occupante francese, che levò le tende nel 1946.
Il fatto che sento Beirut somigliante a Roma mi metteva parecchia tristezza,
cercavo le cose che della mia città senza trovarle, ne sembrava una copia
senz'anima e senza colosseo, e dovevo riuscire a disilludermi. Era la prima
volta durante tutti i miei viaggi che sentivo la mancanza di casa, stavo forse
invecchiando ?
Ho passato la serata da turista nullafacente in un bar con Yarub, in quei giorni
è stato di un'ospitalità esagerata, mi ha praticamente mantenuto
portandomi nei migliori locali e non ha mai permesso che offrissi io; solo una
volta sono riuscito a pagargli un succo di frutta a tradimento mentre telefonava,
ma credo di averlo offeso a morte. Sono partito rigenerato e di buon'ora per
Baalbek, il più grande ed imponente sito archeologico libanese. Ho attraversato
non so più quanti posti di blocco siriani e libanesi, poi ho cominciato
a vedere i ben noti fuoristrada bianchi con la scritta UN sulle fiancate, i
militari aumentavano in percentuale rispetto ai civili e mi sono reso conto
che eravamo entrati in una zona "calda". La sensazione è diventata
più concreta quando insieme ai soldati in uniforme cominciavano a girare
personaggi in borghese col Kalasnikov a tracolla, e gli Hezbollah offrivano
caramelle ai turisti. Hezbollah è un gruppo sciita fondato dall'Iran
per contrastare l'invasione israeliana dei primi anni ottanta. Gli sciiti sono
il gruppo etnico-religioso che più ha risentito degli attacchi nel sud
del Libano, e fu proprio qui a Baalbek che la Guardia Rivoluzionaria di Khomeini,
con il benestare dei Siriani, organizzò ciò che doveva contrastare
l'imperialismo occidentale
Ho conosciuto Nidal, un ragazzo di qui che
mi ha raccontato che questo è il punto di contatto tra siriani e ribelli,
e che tutti gli vogliono bene (ai ribelli). Si sanno far amare, sono gentilissimi
e servizievoli specialmente coi turisti, e sono impazienti che qualcuno si faccia
offrire le loro cure nel nuovissimo ospedale modello qui vicino. La città
è tappezzata di manifesti di Hassan Nasral, il leader del "Partito
di Dio", che ci guarda rassicurante da dietro i suoi occhialoni. Nidal
parla un pò l'Italiano, quando passa un camion di militari mi dice: "Vedi
quelli ? Sono Siriani, ci hanno occupato... Basctardi !!". Anche lo spazio
aereo libanese viene spesso invaso, però dai caccia israeliani che per
ora si accontentano di fare delle fotografie dei movimenti a terra. A questo
loro hobby sembra che si siano abituati tutti qui. "Basctardi !" si
è limitato a dire Nidal alzando un dito in cielo. Lo fanno per provocazione:
se lo possono permettere perché hanno sempre in mano gli ultimi ritrovati
della tecnologia militare americana, e le venerande contraeree arabe non sono
mai in grado di far rispettare il loro paese.
Sono partito per una località vicina, dove mi hanno detto che c'è
una foresta dei famosi cedri del Libano, simbolo del paese; purtroppo l'autobus
arriva solo fino ad un paesino a metà strada, e per scavalcare il massiccio
monte Dahr el Kadib ho dovuto fare l'autostop sulla strada che partiva per la
montagna deserta. Sotto di me si aprivano i campi coltivati, qui fino a dieci
anni fa era la zona di produzione del migliore hascisc del Medio Oriente, il
celebre "libanese" veniva prodotto in quantità industriali
sopratutto per trovare capitali destinati all'acquisto di armi per la guerra
che imperversava. Qui passavano tutti i trafficanti europei, e trovavano un
servizio completo per il trasporto e tutto il resto. Poi, quando arrivarono
i Siriani bandirono la coltivazione di questi ricreativi arboscelli.
Dopo mezz'ora di attesa è passato il primo camion che si è fermato
sbuffando, l'autista era un simpaticone di 25 anni che subito mi ha offerto
tutto quello che aveva a bordo: panini, noccioline, chewing gum e sigarette;
io non ho potuto rifiutare nulla, però ho proposto di fermarci, così
avrei comperato qualcosa da bere. Ebbene, il benevolo camionista Mohammad ha
voluto pagare anche quello, spingendomi da parte e rivolgendomi un'occhiata
che non lasciava spazio ad altre parole. Ancora non riesco ad abituarmi a quest'ospitalità
così totale ed avvolgente, mi sento spesso in imbarazzo e non c'è
alcun modo di sdebitarsi. Ripresa la salita, il camion paleolitico arrancava
col motore ululante, procedevamo a passo d'uomo zoppo, con la lancetta del contachilometri
che saltellava sullo zero senza mai riuscire a decollare.
Mi ha lasciato di fronte alla foresta con un bigliettino con su scritto il suo
indirizzo, così potrò spedirgli una foto; mi ha anche presentato
ad un suo amico barista che mi troverà un passaggio per il ritorno. Mohammad
è ripartito nel fracasso del suo mezzo meccanico, il suo sogno era un
Iveco turbodiesel, di cui custodiva una foto dietro al parasole, vicino a quella
di una giovane Gina Lollobrigida che voleva sposare.
La "foresta" si riduceva ad una trentina di alberi isolati, tra i
quali ho passeggiato, scritto e meditato; poi ho raggiunto il bar da cui sono
partito che era già buio. Nella notte del paese si scatenava una festa
musulmana, era l'anniversario della sparizione di un famoso Imam, qui sono tutti
convinti che prima o poi tornerà. Passano auto addobbate con striscioni
e palloncini, gli Hezbollah offrono dolci per le strade ed i giovani fanno sgommare
le BMW sulla piazza del paese.
Baalbek 24. 11. 99
Ho visitato le rovine della
città romana che mi hanno attratto fin qui, il sole splendeva e l'aria
era limpida. Dopo un breve giro di ricognizione mi sono reso conto che la grandezza
e la magnificenza dei colonnati alti 25 metri lo rende pari a nessun altro mai
visto: Baalbek fu costruita nel periodo fenicio ma deve però i suoi splendori
ai romani che ne fecero una colonia.
Nel corso di dieci generazioni di schiavi (furono almeno 100.000), riuscirono
a concentrare qui tutti i migliori artigiani dell'impero per realizzare questa
città, simbolo del potere romano sulle orde barbare dell'est. Il tempio
di Giove sorpassa nelle misure e nella grandiosità qualsiasi altro costruito
nell'impero. Ero lieto a scattare fotografie su un enorme pietrone che dominava
la scena, con la macchina sul cavalletto, e mentre prendevo appunti, la brezza
che mi batteva si è trasformata inaspettatamente in una violenta ventata.
Dietro di me ho sentito come un fruscio soave, e quando mi sono girato ho visto
le zampe del cavalletto sparire dietro il bordo del masso su cui ero, un tonfo
sordo mi ha avvertito dell'arrivo a destinazione. Quando mi sono affacciato
ho visto una specie di zanzarone spiaccicato sul selciato romano, cinque metri
sotto di me. Era la prima volta che mi cadeva l'attrezzatura, simbolo della
mia espressione individuale e fonte di sostentamento, ero curioso di sapere
come avrei reagito. Speravo di sfogare la rabbia in un pianto liberatore tra
le rovine, invece ho iniziato a smontare obiettivo e pellicola, infilando dentro
le dita e cercando di sbloccare nervosamente i meccanismi. Visto che resisteva,
ho impugnato il mio fido coltellino svizzero che ha cominciato a scavare per
far muovere lo specchio interno, rimasto fortunatamente integro ma con una postura
parecchio originale. Purtroppo per l'obiettivo non c'è stato nulla da
fare, la macchina invece l'ho sbloccata ma emetteva rumori strani e non mi fidavo
ad usarla, ho sfoderato quella di riserva, che speravo non mi tradisse dopo
tanto tempo passato insieme. Visto che quell'obiettivo mi era quasi indispensabile,
ho tentato di smontarlo in albergo, ma come era prevedibile, mi sono presto
trovato con una busta piena di viti microscopiche, indefinibili pezzetti di
plastica e lenti che non sarebbero mai tornate al loro posto.
In pomeriggio sono andato in un negozio di fotografia per comprare una nuova
testa per il cavalletto incidentato, mi ha accolto un giovane fotografo allampanato,
che spinto da un sincero spirito di mutuo soccorso tra colleghi, si è
subito messo all'opera tirando fuori pezzi di vecchi treppiedi dal magazzino
polveroso. Purtroppo non si adattavano a quello rotto, stava per dirmi che non
poteva aiutarmi, quando ne ho visto uno in esposizione che faceva proprio al
caso mio. Malauguratamente costava troppo per le mie finanze, e per di più
era quello che lui usava per lavorare (l'assortimento non era un gran che),
però sembrava che la mia situazione avesse toccato la sua sensibilità:
avevo appena distrutto 2000 $ di attrezzatura che lui teneva tra le mani come
un uccellino morto. Così, a malincuore, ha preso il suo cavalletto, lo
ha impacchettato e dopo un breve negoziato l'ho convinto a lasciarmelo a metà
prezzo, insieme però al cadavere del mio, che lui sicuramente saprà
aggiustare. L'ho salutato calorosamente e lui era commosso, non so se per la
mia preziosa macchina demolita o per il suo cavalletto rubato. E' curioso trovare
tanta solidarietà tra gli Hezbollah, in Italia nella stessa situazione
mi avrebbero volentieri alzato il prezzo. Così sono tornato alle rovine
romane, e mentre camminavo con la macchina fotografica di riserva appesa al
collo ho sentito il classico rumore dello sportellino della pellicola che aleggiava
liberamente, infatti così era: il gancetto che l'avrebbe dovuto tenere
chiuso, dopo venti anni di onorato servizio, proprio oggi ha deciso di scioperare,
bruciandomi così una buona dose di fotogrammi. E' stata immensa la mia
gioia nel poter finalmente usare il rotolino di nastro adesivo che porto sempre
con me (perché non si sa mai...). Grazie a lui ho potuto terminare il
mio lavoro, non senza aver rotto (non so come) lo scatto flessibile che ho usato
per fare le fotografie notturne. Tornato in albergo ho rimesso le mani con calma
sul mucchio di pezzi che una volta formavano il mio obiettivo; mi ero procurato
i seguenti attrezzi : il solito coltellino 1000 usi (per la verità solo
sette, compreso il cavatappi), una limetta per unghie, un micro - cacciavite
ricavato da una forcina per capelli debitamente modificata grazie alla limetta
per unghie di cui sopra, ed una piccola lampadina tascabile con pile al 30%,
nonchè lo scotch che pensavo di utilizzare laddove mancassero le viti
o dove avessi trovato giochi eccessivi tra le parti. Tenendo la lampadina in
bocca e armato di S. Pazienza, ho stretto il gruppo di lenti che si muovevano,
e ho iniziato a ricomporre il puzzle; dopo due ore, almeno a vederlo, è
tornato come prima dell' impatto. Per la verità anche se gli somigliava
parecchio e io sapevo che era il mio obiettivo, non sembrava proprio lui. Come
una persona uscita da una lunga malattia si sentiva che era scampato a qualcosa
che l'avrebbe segnato per sempre, e così pure la fotocamera; entrambi
se ne stavano lì sul comodino che si opponevano a qualsiasi movimento
provassi a fargli compiere, con l'autofocus impazzito e la scritta "ERROR"
che compariva ogni tanto sul quadrante. Si rendeva necessario un test, perché
quella coppia sgangherata non mi convinceva. Pensavo che in quel posto ci fosse
una maledizione tipo quella di Tutankamon, non mi sarei stupito se le pellicole
avessero preso fuoco spontaneamente e se mi fosse esploso il flash.
Beirut 25. 11. 99
La presenza ossessiva dei
manifesti del presidente siriano Assad mi suggeriva che stavamo avvicinandoci
a Beirut, vicino a questo personaggio spesso si affiancava un altro ritratto
di un militare in mimetica con barba nera e Ray Ban. Guardava raggiante l'orizzonte
ed era circondato da un aura bianca sullo sfondo di un cielo azzurro, che stonava
abbastanza con la sua immagine da "commando". Ho saputo che era il
figlio maggiore del presidente, e lo hanno fatto martire anche se si è
schiantato con la macchina in una corsa folle.
A proposito di schianti: ho fatto esaminare l'attrezzatura: per l'obiettivo
mi hanno consigliato di continuare a muoverlo con la forza, invece alla macchina
fotografica hanno fatto bene le coltellate che le avevo dato, anche se l'autofocus
non funziona. L'indomani sarei partito per Sidon con l'attrezzatura invalida
ma sereno.
Beirut 27. 11. 99
Il viaggio verso Sidon è
iniziato all'alba su un pullman pieno di gente che lavorava a Beirut e tornava
a casa per il fine settimana; ero in un bar a prendere un caffè che completasse
il risveglio, insieme a me nella sala erano accomodati attempati e taciturni
fumatori di narghillè; l'atmosfera decadente mi ha ricordato il quadro
"I bevitori d'assenzio" di Degas. Evidentemente mi ero portato dietro
la "Maledizione di Baalbek", perchè alzandomi ho inavvertitamente
dato un colpetto sul tavolo con il treppiedi nuovo: ebbene, contro ogni legge
della resistenza agli urti, la testa si è staccata cadendo in terra e
rimbalzando in mezzo alla sala. Io ero sbigottito, gli anziani non ebbero una
sola emozione. Evidentemente avevo colpito proprio nel preciso punto ove risiedevano
tensioni strutturali oscure al costruttore, sono certo che solo quel cavalletto,
e solo lui si poteva rompere per un sì delicato urto, ma solo su questo
preciso tavolo. Visto che il treppiede veniva dal lontano Oriente, io dall'Italia,
il tavolo era stato costruito da un sapiente artigiano del monte Libanon, e
tutti e tre ci trovavamo a Sidon, non potevano esserci dubbi sul fatto che ci
trovavamo ai vertici di una triangolazione malefica. Avevo usato quello strumento
ancora troppo poco per sottomettermi al fatto che aveva finito la sua storia,
così, passando per il suq, ho comperato colla e filo di ferro, con cui
ho messo a punto un appagante rattoppo. Tornato ai miei impegni professionali,
sono andato a visitare il castello; il cielo era imbronciato dalle nuvole e
l'aria molle, ho dovuto attendere parecchio perché arrivasse qualche
chiazza di azzurro e scattare poche fotografie, per farne altre mi sono servito
dei terribili filtri colorati che ho sempre disprezzati, ma che a volte salvano
dal grigiore del mondo. In pomeriggio ho proceduto a sud, fino a Tyre, ma le
sue rovine romane potevano essere interessanti solo per un archeologo: allineati
su un campo centinaia di sarcofagi tutti uguali e alcuni ancora con le ossa
dentro, intorno a questi un'infinita distesa di cocci senza molto appeal.
La zona visitata è vicinissima alla "Fascia di sicurezza" occupata
da Israele, nonostante i miei sforzi non riesco sempre a mantenere la mia neutralità
riguardo al conflitto arabo - israeliano. Vedendo alcuni campi profughi palestinesi
mi chiedo come possa chi ha subito l'orrore del nazismo sfogare su altri esseri
altrettanti dolori.
Beirut 27. 11. 99
Il sito archeologico di Byblos
contiene resti di tutte le epoche, e sembra che sia la più antica città
del mondo; si trovano vicini - e a volte sovrapposti - segni di civiltà
che vanno dal quinto millennio AC. Fu luogo di influenze culturali di ogni tipo,
tra cui popoli nomadi del deserto dell'Arabia ed Egiziani, che da qui imbarcavano
i cedri diretti alle loro terre, e scaricavano oro, alabastro, papiro ed altro.
Presto Byblos fu trasformata in stato vassallo, e si diffuse il culto di Iside
e Osiride. Alla fine del 13° sec AC fece la comparsa quello che può
essere considerato il precursore del nostro alfabeto; anche se quello di Ugarit
è più antico, questo non è cuneiforme ma più corsivo,
adatto quindi ad essere riportato su papiro, e da questo la sua diffusione.
A Byblos passarono Ittiti, Assiri ed altri, finchè, sotto il controllo
persiano ci fu un rifiorire dei commerci che continuò anche sotto Alessandro
il Grande quando divenne un regno semi indipendente. Con i Romani la città
conobbe il declino per motivi ecologici, la maggior fonte di ricchezze, i cedri
del Libano, era esaurita. Dopo la decadenza del periodo bizantino e l'occupazione
araba, Byblos si riguadagnò importanza durante le crociate che gli donarono
un maniero (oggi in restauro) sulla collina. Gli abili Genovesi che qui trafficavano
incrementarono il commercio con l'Europa per poi abbandonarla in mani arabe
grazie alla convincente opera del "Feroce Saladino" (Salah-ud-Din).
Ai giorni nostri appare una distesa di pietre a due dimensioni troneggiata dal
castello, e una collina popolata da palazzi moderni (ovvero brutti). La spiaggia
sottostante ne fa un paradiso vacanziero.
Sono tornato a Beirut deluso, passando attraverso un interminabile serie di
night club che coloravano la notte costiera con donnine al neon.
Beirut 28. 11. 99
Con un lungo viaggio in taxi
sono stato a Beit-ed-Dine, il penultimo degli appuntamenti libanesi, la guida
ne parla come di una stupenda costruzione tra le montagne, e sembra che siano
occorsi quaranta anni per portarla a termine. Era la residenza dell'Emiro Bashir
Shibab II nel 19° sec., e il suo nome significa : "Casa della fede".
Le sue dimensioni mi hanno subito fatto capire che ne era all'altezza, ma evidentemente
ancora ho addosso la "Maledizione di Baalbek", che a quanto pare non
colpisce solo l'attrezzatura, ma proprio il mio lavoro: la parte più
bella dell'ingresso era recintata, e non ci si poteva entrare nemmeno dietro
le mie più umili suppliche agli inflessibili guardiani, il percorso turistico
era ben delimitato da grossi cordoni che mi guidavano senza possibilità
di fughe "involontarie". La parte superiore era blindata e inaccessibile,
nelle due stanze più belle mi ha accolto un cartello con il divieto di
fotografare in tutte le lingue , ed io ero ormai sorvegliato a vista da feroci
custodi. Ho chiesto di parlare col direttore per un permesso straordinario,
in fondo con queste fotografie avrei fatto conoscere il posto a parecchi viaggiatori
ed era anche loro interesse. Dopo mezz'ora è tornato un impiegato genuflesso,
dicendomi che le fotografie si potevano fare solo dall'esterno del palazzo;
io sono diventato una belva, gli ho detto che mi avevano estorto un prezzo esorbitante
per l'ingresso quando poi solo una piccola parte - e non la migliore - era visitabile,
che non c'era un fottutissimo autobus per arrivare in quel posto e che non ero
riuscito a fare una cazzo di fotografia. Ho concluso la mia arringa dicendo
che potevano andare tutti a farsi fottere e che gli avrei fatto una pessima
pubblicità, li avrei distrutti !
Lui si contorceva, non so se stava recitando per compiacermi oppure se era veramente
amareggiato per la situazione; io sono andato via pensando che a parte le fotografie
di Beirut e di Baalbek, le immagini del Libano sono veramente poche, confuse
e banali.
Mi aspetto che domani ad Aanjar succederà qualcos'altro, ma spero che
la maledizione che mi porto dietro non riesca a passare il confine siriano.
Damasco 29. 11. 99
Ad Aanjar non è successo
proprio niente, il sito archeologico era praticamente uguale a tanti altri,
ho scattato le mie solite tre fotografie di cui quasi certamente ne scarterò
due. Da lì sono partito per la vicina frontiera con la Siria, grazie
al passaggio offertomi da un tassista che già portava uno strano e anziano
personaggio in impermeabile grigio. Pareva il dentista del film "Il maratoneta",
e prima di farmi salire ha voluto vedere il mio passaporto. Ha detto poche e
strane cose che faticavo a comprendere, l'ultima è stata. "Syria
border line, troubles!", indicando col dito raggrinzito la costruzione
militare che sbarrava la strada, "Good luck !" ha aggiunto con un
sorriso sinistro. Loro tornavano indietro, ma gentilmente il tassista mi ha
procurato un passaggio da un suo collega siriano; dai classici vecchi Mercedes
libanesi tornavo ora alle imponenti auto americane anni '60 e '70 dalle cilindrate
navali e dai cofani che mi ricordavano piazzale Flaminio. Ero il settimo passeggero
di una station wagon in cui mi sentivo la classica sardina, gli altri passeggeri
erano tutti Siriani abbastanza poveri e molto tesi, compreso l'anziano autista.
Stavolta per me alla frontiera non ci sono stati problemi, anche perché
ho avuto la brillante idea di scrivere "Professione: f. pubblicitario"
(dove "f." sta per fotografo) sul questionario all'ufficio immigrazione,
questo per evitare la verità ma senza mentire troppo. Gli altri passeggeri
parlavano poco e fumavano molto; durante le cinque soste nei vari posti di blocco
si scambiavano occhiate rigide e mezze parole, il tassista si comportava da
esperto del posto, finché all'ultimo sbarramento uno dei doganieri ha
chiesto di aprire il portabagagli. Loro hanno sbiancato tutti, io stavo sudando
freddo per la situazione in cui mi trovavo involontariamente coinvolto, pensavo
che dietro di me ci fossero nascosti grossi mitragliatori, o magari sacchi di
droga, di cui avrei sicuramente chiesto un assaggio se l'avessimo scampata.
A questo punto un rotolino di banconote è scivolato da un passeggero
nelle mani del tassista, per poi finire nel taschino del militare che ha subito
chiuso il bagagliaio. Il taxi è ripartito con una discreta e impercettibile
sgommata, i tipi seduti con me già erano euforici e si giravano a salutare
con le mani facendo sberleffi; quando gli ho chiesto cosa portassero, con mia
grande delusione hanno iniziato a tirare fuori buste annodate contenenti scarpe
da ginnastica americane, se le passavano di mano in mano ammirandone le strisce
colorate e i catarifrangenti. Siamo giunti a Damasco di gran carriera e sono
stato scaricato nel parcheggio da cui ero partito due settimane fa, ho preso
un altro taxi, stavolta era una "Dart" con due lunghissime code che
le sfilavano dietro, se fosse stata nera poteva essere la "Batmobile".
Invece di Batman la guidava un delizioso centenario tutto pelle e ossa, una
miriade di rughe disegnavano una ragnatela sul suo volto stanco ma sereno, incorniciando
stretti occhi diafani. Appena sono entrato nell'auto un senso di pace mi ha
pervaso, l'anziano signore riusciva ad infondere una tranquillità che
rendeva il suo taxi un'oasi di pace immersa nel traffico caotico della metropoli.
Mi parlava sottovoce con tono accomodante, non riusciva a trovare il mio hotel,
allora ha detto che ci saremmo fermati e serenamente avremmo studiato le mappe.
Ha accostato il transatlantico senza esagerare, e il traffico che seguiva si
è bloccato. Noncurante che tutti gli suonassero imprecando, lui ha preso
con calma la mia guida, e lo stesso ha fatto con i vetusti occhialini da lettura
che riponeva in un apposito porta occhiali che però non trovava. Lentamente
li ha posti sul naso. Dopo averli aggiustati ed essersi lisciato la barbetta
a punta, abbiamo cercato di capire dove eravamo, dove volevamo andare e perché.
Finalmente mi ha detto che forse, nell'infinita saggezza che l'età gli
conferiva, una luce dentro di lui illuminava la strada che ci avrebbe condotto
alla meta. Mentre procedevamo lungo questo percorso mistico, mi sembrava che
la "Batmobile" azzurra viaggiasse su una nuvoletta ad un metro dall'asfalto,
ed i rumori, i clacson, le parolacce in arabo giungevano ovattate in quel piccolo
paradiso cigolante.
Siamo infine giunti, e mi ha salutato abbracciandomi come un parente stretto,
felice di avermi trovato un ricovero per la notte fredda e scura che si avvicinava.
Ho preso posto in albergo e ho contattato Raja, la madre di Yarub, come mi aveva
consigliato di fare lui; quindici anni fa le nostre famiglie erano vicine di
pianerottolo a Roma, ed ora loro erano tornati a vivere a Damasco. Lei mi ha
detto di attenderla nella hall, infatti poco dopo il suo autista mi ha chiamato
dicendo di portare i bagagli perché sarei stato loro ospite. Lei non
era cambiata molto, sempre con la sua aria fragile e un pò ansiosa, sembrava
che tutte le pene del mondo passassero attraverso di lei. Io, invece non dovevo
essere molto riconoscibile ai suoi occhi, molto più lungo e stretto di
una volta. Viveva con le altre due figlie, in un quartiere fuori Damasco; io
sono stato sistemato nella camera di Yarub che ora è assente, e ho ritrovato
le sue sorelle che quando le avevo viste l'ultima volta erano dei fagotti in
passeggino, ora sono delle adolescenti dinamiche, esplosive e internazionali;
cosa che mi ha fatto sentire alquanto stagionato. Ovviamente, anche qui - sopratutto
qui - l'ospitalità degli arabi raggiunge i massimi livelli, non mi sono
mai sentito così ben accetto nemmeno dentro casa mia, Raja mi ha promesso
anche le prestazioni del suo autista per le mie gite. Ora che comincio ad abituarmi
a questo modo di essere accolto anche dagli sconosciuti, capisco che per noi
la parola "ospitalità" significa proprio un'altra cosa, volendo
si potrebbe girare tutto il Medio Oriente passando da una casa all'altra e,
come scriveva Burckardt, semplicemente dicendo "arrivederci" quando
si parte. Anticamente, nei paesi, era istituito un fondo per mantenere i viandanti
durante le loro soste, ed i pellegrini erano oggetto di contesa tra gli abitanti
dei villaggi, che per l'occasione uccidevano l'animale migliore per cena.
Damasco 30. 11. 99
Oggi ho visitato la grande
"Umayyad Mosque", non a caso classificata tra i più importanti
ed imponenti luoghi di culto musulmani esistenti. E' praticamente un paese nella
città, nella quale giocano bande di bambini e dormono gli anziani; ci
si arriva attraverso uno dei labirintici suq della città, molto vitali,
coloriti e accoglienti. L'impatto con l'architettura della moschea è
entusiasmante, si possono passare delle ore seduti nel cortile perdendosi nei
raffinatissimi mosaici che lo decorano. Anche il punto su cui è costruita
sembra che da tempo immemore sia stato volto a luogo di culto, già 4000
anni fa era il tempio del dio della fertilità e della pioggia, che i
romani poi tradussero negli equivalenti Venere e Giove. Nell'era bizantina fu
convertita nella chiesa di S. Giovanni Battista, fino a quando nel 661 Damasco
fu ripresa dagli arabi e divenne capitale dell'Impero Islamico; fu allora che
la dinastia degli Umayyad iniziò dei grandiosi lavori per farne il più
grandioso monumento all'Islam. Quando sono uscito sono passato in un'altra moschea,
la Saida Ruqquiyeh, estremamente decorata, e con mosaici di specchi sul soffitto
che la facevano assomigliare a una discoteca. In mezzo alla sala delle preghiere
troneggiava una gabbia con griglie d'argento dalla lavorazione certosina, questa
emanava dall'interno una luce verde, il colore dell'Islam, che contribuiva a
dare un bell'effetto psichedelico.
Mi sono accorto quasi subito che buona parte dei fedeli appena la toccavano
scoppiavano in lacrime, e solo dopo aver pianto e aver fatto diverse flessioni
si ritiravano soffiandosi il naso. Ho riflettuto a lungo sugli effetti della
religione sulla condizione umana e ancora mi chiedo se faccia bene o no; comunque
i Siriani, fuori dalle moschee, sono tra i più simpatici, tranquilli
e pieni di buonumore tra i medio orientali.
Damasco 1. 12. 99
Oggi ho continuato la perlustrazione della città, ero in un caffè quando un ragazzo che fumava l' "Hubbly bubbly" mi si è presentato; era uno studente di archeologia, e mi ha dato alcuni consigli per il mio viaggio. Poco dopo la sala è stata riempita da un altro gruppo di suoi amici, facevano un gran baccano e mi passavano i tubi dei loro narghillè alla menta. Ho conosciuto una studentessa di lingue con cui, imprudentemente siamo finiti a parlare di politica, l'onnipresente volto del "Grande fratello" Assad mi ha ricordato che si era fatta una certa, così mi sono dileguato verso casa. I manifesti del presidente sono ovunque per le strade, nei negozi e anche sulle auto, spesso circondati da fantasie di cuoricini, o affiancati dal ritratto del figlio ramboide schiantato e martire.
Damasco 2. 12. 99
Ho lasciato Damasco di buon'ora,
dopo aver salutato Raja in ansia come una madre che vede partire il figlio militare,
in quei giorni che ho passato lì è stata veramente materna, mi
ha sfamato, lavato i vestiti ormai lerci che avevo e me ne ha dati di nuovi
sfilandoli dal guardaroba del figlio. Questo break con la vita da viaggiatore
mi ha rimesso in sesto, cominciavo a sentire il bisogno, di tanto in tanto ,
di un letto comodo e di un pasto decente. Carico di nuove energie sono ripartito
per Hama, dove sarò in sosta strategica vicino un paio di luoghi assai
importanti. Questa città è famosa per i suoi mulini ad acqua i
"norias", che provvedono ancora, dopo 800 anni di servizio, ad irrigare
i campi circostanti. Ci sono 17 "norias" per la città, ed hanno
delle dimensioni da ruota di luna - park, il più grande ha un diametro
di venti metri. Questi, azionati dalla corrente del fiume, portano l'acqua in
alto scaricandola in una rete di acquedotti soprastante così da irrigare
la campagna limitrofa.
In città la vita scorreva tranquilla con cadenza arabo - olandese, e
i negozianti mi invitavano per il tè; non si potrebbe pensare che è
stato il teatro di una delle più feroci repressioni militari di tutta
la Siria, quando Raja me lo raccontava aveva le lacrime agli occhi. Fu nel 1979,
quando un gruppo di oppositori al regime di Assad tentò di rovesciare
il potere tuttora esistente per cercare di instaurare più rigide regole
islamiche. A questo il presidente oppose una presenza militare ferrea e brutale
nella zona, sembrava che il paese fosse sull'orlo della guerra civile, finché
la Fratellanza Musulmana (questo il nome degli estremisti islamici filo iraniani)
portò a termine numerosi attentati, tra cui uno alla scuola di artiglieria
di Aleppo, dove morirono 32 allievi ufficiali. Continuarono con la loro opera
destabilizzante richiamando i cittadini alla rivolta popolare, il presidente
Assad rispose duramente, voleva dare una lezione esemplare a questo tipo di
manifestazioni: i suoi carri armati per tre settimane misero a ferro e fuoco
la città lasciandola in ginocchio devastata. Malgrado ciò incontravo
ancora i ritratti del "Grande fratello" che oltre ad apparire nelle
sue forme statuarie più ufficiali e disposte in punti strategici, compare
anche sugli adesivi attaccati alle auto, stavolta accompagnato sia dal figlio
morto che da quello di riserva, il secondogenito, dotato di un espressione non
geniale e al quale hanno infilato dei Ray - Ban e una mimetica in cui non riesce
proprio a stare con il suo aspetto impiegatizio stataloide. Quello che gli rivolgono
qui, più che un amore spontaneo, sembra essere una specie di tributo
formale, che tutti sono tenuti a pagare.
Tartus, 3. 12. 99
Sono partito a bordo di una
splendida Pontiac del '53 verso Krak de Chevaliers, in Italia un viaggio in
un'auto così si può fare solo quando ci si sposa. Ero in compagnia
di un gruppo di Tedeschi, uno dei quali inciampava ovunque, ed io cercavo di
stargli alla larga vista la sua mole. La presenza del castello era solenne,
domina la valle sorretto dai suoi muri imponenti dall'aspetto invalicabile;
la posizione strategica permetteva di controllare gli accessi dalla costa verso
l'interno della Siria. Anche qui, come in molte altre fortificazioni, si successero
Crociati, emiri arabi e sultani mamelucchi. Nei periodi di dominazione cristiana
qui si offriva rifugio ai pellegrini in rotta per Gerusalemme, servizi offerti
da un ordine religioso specializzato in questo, e che venne presto a formare
una potentissima rete di protezione ai Crociati.
Tartus è il secondo porto siriano. Anche lì la gente era estremamente
cortese ed ospitale, non avevo passato un solo momento di solitudine, anzi,
a volte avevo problemi quando cercavo di leggere o scrivere senza avere qualcuno
che venisse a fare amicizia o mi offrisse un tè; mi sono pentito, a volte,
di essere stato un pò freddo nel tentativo di stare in pace. Ovviamente
si sta in pace anche con loro, spesso i negozianti che mi vedevano passare mi
invitavano a sedere davanti una tazza di caffè anche se non parlavano
l'inglese: stavamo lì in silenzio rivolgendoci qualche sorriso, a loro
faceva solo piacere di avere compagnia, e raramente tentavano di vendermi qualcosa.
Stavo imparando a bere i loro infusi con la lentezza orientale che li distingue,
prima il caffè lo trangugiavo in pochi secondi come si fa da noi, qui
invece è un'esperienza meditativa che dura anche delle ore. Lo stesso
vale per il fumo, mi trovavo spesso seduto davanti a un narghillè che
borbotta per quaranta minuti, e vedevo le sigarette solo come la rapida e occidentale
soddisfazione di un vizio. Di fronte a me avevo ancora una volta il mare, quello
che sentivo mio, il Mediterraneo, con la sua brezza tiepida e l'odore di casa.
A Tartus l'atmosfera è magica, grazie sopratutto alla città vecchia
che ha inglobato le abitazioni tra le sue mura; da qui si diramano vicoli e
scalette che spesso finiscono nel nulla o di fronte ad un muro, rendendo imprevisto
il passeggiare.
Lattakia 4. 12. 99
Ho visitato un altro castello, Qlat Marquab, simile agli altri per l'architettura e le condizioni spoglie, ma sopratutto per il prezzo d'ingresso sproporzionato. Come gli altri l'ho trovato in restauro, quindi forse tra qualche tempo lo si potrà apprezzare di più. Mi aspettava quello di Qlat Saladin, e per questo mi trovavo a Lattakia in sosta tattica, la città mi ha sorpreso in positivo. E' il principale porto Siriano, e pulsa di fervida vita occidentale; anche le ragazze sembrano essere riapparse, da quando ho lasciato Beirut pensavo che si fossero estinte, le uniche che si vedevano erano anziane e coperte dalle coltri da cima a piedi. A parte questo e le tante luci delle vetrine alla moda non c'è gran che da vedere: molti giovani, molto traffico e molti clacson, solita comunque l'ospitalità. Ho conosciuto un ragazzo del posto molto gentile, oltre ad avermi pagato il taxi, mi ha aiutato a trovare l'albergo e mi ha proposto di farmi da guida l'indomani. Poi in un bar ho conosciuto un marinaio olandese alquanto fuori di testa, abbiamo parlato nostalgicamente di quanto sia bello farsi i cannoni in libertà lungo i canali. Lui era piccolo e moro come un arabo, e stava in compagnia di un suo collega siciliano biondo con gli occhi azzurri...
Aleppo 5. 12. 99
Ho visitato il castello di Qlat Saladin, dedicato al "Feroce saladino" di cui si fa necessario a questo punto un breve cenno:
BREVE CENNO:
Quello che noi conosciamo
col nomignolo di "Feroce saladino" in realtà qui è visto
come un eroe nazionale, e a ragione, visto che a lui che si deve l'unione delle
terre musulmane dopo il 1186. La prima crociata cristiana dopo la conquista
di Gerusalemme ed altre città chiave aveva creato dei luoghi blindati
dalla minaccia dei Mori. Tra queste troviamo Crak de Chevalier, Qlat Marquab,
Qlat Saladin e Kerak; questi, con pochissimi uomini potevano rimanere imprendibili
grazie "solo" alle loro fortificazioni. Questa situazione non andava
bene agli Zengidi che ripresero Aleppo agli infedeli ed impiantarono qui un
"centro anti-crociati"; la risposta da Roma non si fece attendere,
ma la seconda crociata su Damasco finì in un fallimento.
A questo punto ecco apparire Salah ud-Din, capitano delle forze Zengide, spedite
in Egitto per restaurare l'autorità e le regole Sunnite ortodosse; al
suo ritorno, spinto da questo combattivo spirito islamico decise di unire tutte
le terre musulmane dal Cairo A Baghdad sotto il nome della dinastia Ayyubid
(in onore del nome del di lui padre). Nel 1187 riprese Gerusalemme, e poi Acre,
Sidon, Beirut e Byblos; nell'anno successivo aveva conquistato almeno cinquanta
postazioni crociate lasciando isolate quelle più imprendibili, eccetto
il castello che gli deve il nome.
Le rovine del castello non
le ho trovate troppo rovinate, con i soliti lavori in corso che lasciano sperare
in tempi migliori ma lo stato generale era buono.
La cosa più bella era la l'ubicazione: dominava infatti una foresta di
pini da sopra una montagna impervia. Per raggiungerlo dal paesino distante 6
km in cui mi ha scaricato il pulmino, mi attendeva una squadra di taxi motociclisti,
il primo del turno era il più terribile. Mentre gli parlavo mi veniva
da ridere perché era la copia esatta di Thomas Milian quando impersonava
il "Commissario Giraldi". Oltre all'inequivocabile somiglianza fisica,
anche lui vestiva jeans attillati, giacca di pelle nera, cappellone di lana
multicolore ed occhiali Ray - Ban; ovviamente anche la motocicletta non era
da meno: cavalcava un enduro smarmittato e male in arnese. Dopo una rapida e
decisa contrattazione sul prezzo, siamo partiti scoppiettando per i tornanti
sui quali lui sfrizionava giulivo. Raggiungevamo velocità da brivido
nei rari rettilinei marciando sul limite dei precipizi, per poi rallentare con
rombanti scalate di marcia (i freni non dovevano essere un granché) prima
delle curve che impostava con sapienti e calibrate pieghe. A me era passata
la voglia di andare al castello, volevo fare un inseguimento ad una vecchia
"Giulietta" carica di malviventi che ci sparavano addosso, però
non ce n'era traccia, e per quello lui si era ridotto a dover fare il taxista.
Comunque siamo arrivati vivi ed io, dopo aver salito scoscese scale ed attraversato
le molte difese del maniero, ho vagato e fotografato tutto il fotografabile.
Stavo anche per fare la stessa fine della fotocamera un paio di settimane fa
quando, salito su una delle torri di avvistamento (da lì si poteva vedere
qualsiasi cosa a 360° per decine di chilometri), il solito vento beffardo
ha cercato con tutte le sue forze di sbattermi di sotto da uno dei bastioni,
con sicuro effetto spettacolare. Sarei stato curioso di sapere come avrebbe
reagito la Nikon di fronte a quella situazione: certamente si aspettava che
prima o poi sarebbe dovuto accadere... Anche se siamo tornati giù entrambi
integri attraverso le scale, ci attendeva il ritorno in paese con Thomas Milian;
l'abbiamo sentito arrivare quando era ancora lontano di parecchi chilometri.
Arrivato a Lattakia, prima di prendere l'autobus per Aleppo, mi sono fermato
a bere un caffè sui tavoli di un bar del centro, volevo gustarmi l'ultimo
sole pomeridiano immerso nell'atmosfera mediterranea che avevo intorno; arabi
veterani leggevano il giornale o giocavano a backgammon con poco impegno, ragazzi
delle scuole medie tornavano a casa nelle loro divise verdi, ed una cicciona
vendeva le caramelle in mezzo alla piazza fumando il narghillè. Sono
riuscito a farmi scorrere tutto addosso da spettatore, cercando di non pensare
a nulla e scaldandomi la faccia al sole tiepido.
Più tardi, quando sono andato a recuperare lo zaino in albergo, il proprietario
mi ha fatto nuovamente un mucchio di domande sul mio lavoro di cui non gli ho
fatto misteri, ma credo che abbia avuto richiesta di informazioni sul mio conto
da qualche oscuro ministero antispionaggio, i cui impiegati che oramai si sentono
sorpassati da sistemi satellitari e diavolerie elettroniche, cercano di giustificare
lo stipendio che prendono accanendosi su prede facili come me, che ho fatto
la cazzata di scrivere qual è il mio vero lavoro sul questionario apposito.
Paradossalmente se una vera spia volesse fare il suo lavoro potrebbe tranquillamente
entrare in Siria con un tour organizzato e poi far perdere le proprie tracce
(cosa che credo avvenga tutti i giorni), ma per i militari, chi fa l'agente
segreto lo dice apertamente, e si porta appresso 10 chili di attrezzatura fotografica,
sessanta pellicole ed un cavalletto messo in bella mostra sullo zaino. Questo
mi fa sentire abbastanza perseguitato, e anche nell'albergo ad Aleppo il proprietario
si comportava in modo strano; sulle prime cordialissimo si è fatto dare
il passaporto, poi dopo un paio d'ore si è presentato in camera visibilmente
agitato chiedendomi di riempire di nuovo il formulario con i miei dati; quando
ho scritto il solito "F.pubblicitario" ha fatto mille domande a cui
ho dato altrettante risposte, anche se non ne ha capita nessuna. Credo che anche
lui sia stato impaurito da qualche segnalazione del KGB siriano, che penso stia
seguendo i miei movimenti (qui anche per prendere l'autobus vogliono vedere
il passaporto e documentano tutto). Non vorrei diventare paranoico ma mi sento
pedinato. Da una parte la cosa mi diverte pure, non mi ero mai sentito così
James Bond; purtroppo però non frequento grandi alberghi ma bettole pulciose,
e delle bionde non v'è traccia.
Aleppo, 6. 12. 99
Sono stato in giro per i "suq"
della città, molto diversi da quelli di Damasco, soprattutto perché
i tetti sono in muratura e a volta; quelli di Damasco erano in lamiera ondulata,
sforacchiati da numerosi colpi d'arma da fuoco sparati dagli Arabi per festeggiare
il ritiro delle truppe tedesche ed ottomane nel 1917, e poi quelli sparati dagli
aerei francesi per calmare i rivoltosi Drusi nel '25. Anche la merce esposta
qui è molto meno commerciale, si trova dell'ottimo artigianato ed è
un piacere vedere i vecchi Siriani impegnati nelle trattative sulle bancarelle.
Mi ha attirato tra i tessuti di una di queste un ragazzo molto gentile, dopo
aver parlato del più e del meno e dopo diversi caffè, l'astuto
mercante ha cacciato fuori i suoi monili, e non ho potuto fare a meno di comprare
diverse collane ed anelli, le cui trattative sono state assai lunghe perché
lui, vista la confidenza che si era creata, era partito da troppo lontano. Ho
passato così un'intera mattinata, costretto nel piccolo spazio della
bottega e sommerso da montagne di stoffe multicolore. Per accordarci ho dovuto
usare tutte le mie armi dialettiche e le tattiche psicologiche più raffinate;
alla fine, esausti, ci siamo stretti la mano di fronte al pacchettino come due
veri gentlemen, e mi ha anche invitato a pranzo a casa sua. All'uscita del suq
mi attendeva una pioggerella fastidiosa che rendeva la città più
caotica del solito. Le auto noncuranti continuavano a sfrecciare tra i pedoni
sull'asfalto viscido, e qui si rende utile una
PICCOLA PARENTESI SUL VIVERE DA PEDONI NEI PAESI ARABI
Sulle nostre strade chi va a piedi è quasi sempre degno di un certo rispetto e timore da parte degli automobilisti, perfino i più "coatti" usano dare la precedenza al pedone anche quando questo attraversa la strada dove non dovrebbe. Qui è l'opposto, le auto non fanno il minimo cambiamento di rotta per evitare il disastro, anche una leggera frenata sembra essere una cosa alla quale non si ha alcun diritto. Attraversare gli ampi viali su cui procedono a velocità folle antichi catorci a quattro ruote diventa dunque un'impresa di calcolo di traiettorie che richiede grandi doti matematiche e spesso grande fortuna, ma anche quando le auto sono incolonnate nel traffico e ci si procede in mezzo zigzagando, se una di queste avanza lentamente, anche quella dietro pretende di farlo, noncurante se c'è qualcuno in mezzo. Particolare attenzione meritano i taxi e i "service", pulmini collettivi che caricano e scaricano passeggeri ovunque mediante repentini accostamenti al marciapiede. Questi mezzi tentano di stipare nell'abitacolo chiunque vada a piedi, prima con decisi colpi di clacson, poi se il pedone non reagisce lo puntano sempre di più finché egli è costretto a salire a bordo o a scappare sul marciapiede, per evitare di essere spiaccicato. Giorni prima durante una passeggiata ho fatto l'errore di chiedere un'indicazione ad un guidatore di questi "service" in sosta, lui mi ci voleva portare , ma io avevo voglia di camminare perché ero stato mezza giornata in autobus, ha detto che mi avrebbe accompagnato gratis. Non poteva intendere il concetto di passeggiata. Gli ho detto che non era questione di soldi, anche perché i taxi costano poco più di niente, ma che volevo comunque andare a piedi. La sua generosità araba non gli ha permesso di lasciarmi andare via, con l'aiuto del figlio mi hanno sequestrato di forza e mi hanno infilato nel Wolkswagen, lasciandomi poi a destinazione. Un'altra cosa a cui non mi riesco ad abituare è l'uso - o meglio - l'abuso del clacson; suonano tutti e per i motivi più insignificanti, e quando anche questi vengono a mancare, si suona comunque, solo per affermare la propria esistenza sulle strade. Si va dalla nota singola, rapida, decisa e ripetuta ad intervalli brevi, fino alle affondate lunghe e continue di trenta e più secondi quando c'è un intoppo; per non parlare poi dei camionisti, che al posto del clacson hanno la filarmonica di Vienna al completo, di loro tutto si può dire ma non che siano persone insensibili all'arte e alla musica.
Deir-ez-Zor, 7. 12. 99
Ho pellegrinato a San Simeon,
dove sono i resti del tempio dedicato all'omonimo santo che visse intorno al
'400. Visse per modo di dire, perché presto abbandonò il monastero
in cui abitava per andare in cima alla collina, ricercando privazioni più
radicali e lontano dalle già poche persone che vedeva in convento. Lassù
salì in cima ad una colonna dalla quale non scese mai più, per
quarantadue anni provo' giovamento dall'esposizione alle intemperie, e visto
che era ancora poco, passava buona parte del suo tempo con le braccia sollevate
in preghiera. Per evitare che la sua mente incontaminata fosse corrotta dal
demonio sotto forma femminile, non volle che tra i pellegrini che lo venivano
a vedere da tutta Europa ci fossero donne, compresa la madre. Immagino l'entità
di queste sue turbe a venti metri dal suolo, se alla presenza di chi l'aveva
messo al mondo non provava altro che pulsioni incestuose... Tuttavia, la sua
follia doveva essere tanto grande e lodevole che lo fecero santo: San Simeone
lo stilita, giustappunto. Il santuario venne costruito intorno alla colonna
dove campò appollaiato, che oggi si riassume ad un ciottolone su di un
piedistallo, visto che i suoi devoti, nel corso dei secoli, usavano portarsi
a casa un pezzo di pietra come souvenir.
Tra le rovine del convento, insieme a me, si aggirava un gruppo di Italiani
di cui ho ascoltato un po' i discorsi. Ho pensato che tra queste gite organizzate
deve girare un manuale (che io non ho ancora comprato) di frasi fatte, argomenti
di conversazione e lamentele da poter riciclare in ogni situazione. Ho sentito
le stesse cose in ogni luogo della terra da me visitato... Uscendo ho conosciuto
un altro taxi motociclista, Ahmad, che per due dollari mi ha accompagnato con
il suo trabiccolo a vedere alcune tombe millenarie sparse nella zona, poi mi
ha invitato a pranzo nella sua casa in campagna, tra i polli e un cavallino
timido. Ci hanno accolto i suoi tre piccoli figli nella stanza disadorna, poi
è apparsa la moglie, ma senza manifestarsi troppo, e mi ha salutato da
lontano. Ci ha servito un pasto frugale ed è tornata all'ombra dei fornelli.
Moglie e figli non hanno mangiato con noi, l'avrebbero fatto quando noi uomini
avremmo finito, se fosse rimasto qualcosa.
I bambini erano impegnati a scalare il papà che ogni tanto se li sgrullava
di dosso, i loro unici giocattoli erano una palla, una pentola sfondata ed un
pezzo di "Mazinga", ma sembravano avere negli occhi quella luce che
i bambini occidentali gonfi di cose spesso perdono. Alla fine del pranzo ho
guardato Ahmad seduto in terra nella stanza piena solo delle sue creature, assomigliava
a Lando Buzzanca, gliel'ho detto e ne abbiamo riso anche se non sapeva chi fosse.
Ahmad, un buon diavolo, aveva la mia età ma dimostrava molti anni di
più. Gli ho dato il doppio di quello che mi aveva chiesto e siamo ripartiti
sulla motoretta facendo scappare pargoli e polli. Alla fermata dell'autobus
ho incontrato due dei Tedeschi che avevo conosciuto a Qlat Saladin, mi hanno
consigliato di visitare un "hamam" (bagno turco) di Aleppo, e così
ho fatto: non potevo tornare a casa senza averlo provato. E' uno dei più
antichi, e risale al VII secolo, ora completamente restaurato offre ancora un'accoglienza
di altri tempi. La hall è qualcosa di immenso, come il lampadario che
la illumina. Lungo le pareti su dei massicci piedistalli in marmo c'è
una fila di divani per il dopo sauna. Attraverso diversi corridoi mi hanno guidato
in uno stanzone ottagonale su cui davano le varie saune e bagni turchi in cui
mi sono accomodato. La visibilità era nulla per la densità del
vapore che in pochi minuti mi ha ridotto in un uomo distrutto, senza la minima
forza di reagire a nulla. Per fortuna non c'era niente a cui dover reagire,
ed è proprio questa la finalità del sottoporsi al trattamento;
contrariamente a tutte le regole occidentali per cui bisogna sempre essere attivi
e con il cervello in moto come un'auto ferma al semaforo, questa è una
di quelle esperienze in cui si può e si deve essere completamente passivi.
Dopo non so quanto tempo, il fischio del vapore che era il mio unico pensiero
è stato interrotto dal secco battito delle mani del massaggiatore; attraverso
i soliti corridoi mi ha guidato in un'altra grande stanza, anche questa illuminata
da una miriade di fori sul soffitto a volta, da cui la luce entrava materializzandosi
sul vapore in una moltitudine di raggi. Lì mi ha fatto sdraiare sul pavimento
di pietra, e dopo avermi tirato un paio di secchiate d'acqua mi ha massaggiato
con un guanto talmente ruvido che insieme all'energia da lottatore di sumo che
usava mi pareva di essere finito tra gli ingranaggi di una ruspa, ma per poter
apprezzare l'esperienza bisogna abbandonarsi liberando i propri legamenti senza
opporre alcuna resistenza. Alla fine, come uno straccio uscito dalla lavatrice,
mi ha infilato in sauna per circa mezz'ora, allo scadere della quale il massaggiatore
si è ripresentato carico di asciugamani con cui mi ha ricoperto per poi
stendermi nella hall, davanti ad un tè fumante. Non so quanto tempo ci
ho messo per farmi riprendere dalla voglia di tornare a vivere e di pensare;
sarei potuto restare lì in eterno guardando le figure indistinte della
gente che passeggiava intorno alla fontana, il fumo che mi ondeggiava davanti
e ascoltando l'eco delle voci. Ho lasciato Aleppo, e la sera sul tardi sono
arrivato a Deir-ez-Zor, se non fosse l'unico posto in cui si può dormire
in questa zona, sarebbe da tirare dritto il più lontano possibile. E'
una città che si è sviluppata grazie al fatto che si trova in
un incrocio di autostrade: quella che porta a Damasco e quella che da Aleppo
va in Iraq, nonché ai giacimenti petroliferi recentemente scoperti. La
guida elencava diversi alberghi, che però erano solo di lusso oppure
"very dirty, grotty and noisy", l'unico che stava nel mezzo di questi
due estremi era il "Khabir", dove un tassista mi ha scaricato. L'ingresso
non mi ha fatto presagire nulla di buono, comunque sono andato a vedere oltre,
sperando che fosse non troppo indecente; purtroppo le mie aspettative sono state
deluse, a cominciare dal proprietario che mi ha assalito lasciando la cena che
stava consumando con il figlio sotto una luce bassa, in un'atmosfera da "Mangiatori
di patate" di un quadro di Van Gogh. Ancora col boccone in bocca mi ha
mostrato un pagliericcio su cui non avrei fatto dormire neanche il mio cane,
infatti in quell'albergo pareva non esserci neanche un cane. Mi ha detto che
non costava molto, mentre io pensavo che gli avrei dato quella cifra più
volentieri per dormire per strada, ma gli ho risposto che ci avrei pensato su.
Girando intorno al palazzo ho visto un'altra insegna di hotel, con il nome scritto
in arabo, sono salito per dare un'occhiata e mi sono ritrovato ancora davanti
ai mangiatori di patate che quando mi hanno rivisto si sono alzati all'unisono
correndomi incontro, io ho fatto un immediato dietro-front e ho cominciato a
scappare giù per la stretta scala su cui mi incastravo con gli zaini,
loro mi hanno rincorso fin sulla strada chiamandomi e sputacchiando cibo. Dopo
altri tentativi simili stavo pensando di scappare da questa città schifosa,
oppure di dare un deciso taglio alle mie finanze concedendomi un notte in uno
degli alberghi "over 150 $" destinati ai petrolieri arabi; poi forse
la mia delicatezza è stata messa da parte e mi sono fermato in uno degli
hotel che sembravano farmi meno schifo ed in cui, ad un esame superficiale,
il letto sembrava pulito.
Deir-ez-Zor, 8. 12. 99
Con un viaggio di cento chilometri in pulmino sono arrivato ad un punto indefinito
nel deserto, ad un tiro di schioppo dalla frontiera con l'Iraq; da lì
ho continuato a piedi verso una lontana e indecifrabile costruzione che si alzava
di qualche millimetro dall'orizzonte piatto e vuoto. Lentamente, ha preso forma
una lunga cinta muraria, una volta proteggeva la città di Dura Europos,
fondata nel 300 a.c. per proteggere i traffici lungo il fiume Eufrate, e facente
parte di una catena di città atte a questo scopo. La sua origine greca
si nota dallo schema costruttivo a griglia. La sua esistenza fu presto minacciata
dall'avanzare dei Persiani che l'assorbirono circa 100 anni a.c., ben presto
però, la creazione dell'impero romano d'Oriente portò, l'imperatore
Traiano a tentare di occuparla. Lui perì in ritirata, ma ci riuscì
il suo successore nel 164 d.c., Lucio Verso, che stabilì qui una sua
legione. I Romani, come era loro grande diletto, costruirono qui templi, palazzi
e bagni pubblici per lo stile di vita assai godereccio che gli era peculiare;
finché un imperatore Sassanide, nel 256 d.c. gli ruppe le uova nel paniere
e la mise al sacco. Di qui la decadenza finché, nel 1920, una spedizione
militare inglese vi trovò rifugio scoprendo uno dei suoi meravigliosi
affreschi, ora trasferiti nei musei qua e là per il mondo. A Dura Europos
si trovavano a convivere gruppi etnici e culturali variegati: dai Greci che
mantennero a lungo la classe dirigente, agli Armeni, Iraniani, Indiani, Babilonesi,
Mesopotami, Arabi, Anatoli, ed Ebrei. Questi ultimi svilupparono qui una forma
artistica unica, rappresentando figure umane sugli affreschi e contravvenendo
alle regole del Talmud. Quello che rimane da vedere oggi non è moltissimo,
ma certamente di grande impatto. I muraglioni e le torri che proteggevano la
città danno ancora immagine di forte presenza, i resti delle innumerevoli
costruzioni rendono l'idea delle dimensioni della città e della vita
che vi si svolgeva. Un lungo momento l'ho dedicato a guardare l'Eufrate che
scorreva maestoso sotto le massicce protezioni murarie. Da lì si gode
della vista del fiume e di tutte le pianure che rende fertili; i campi verdi
che si stagliano dal deserto soprastante mi spiegano il significato della parola
"Mesopotamia" meglio di ogni libro. Pieno di questo insegnamento ho
vagato per qualche ora nella città fantasma per poi tornare sull'autostrada
e tentare di stoppare un pulmino che mi riportasse nella città schifosa
in cui mi trovavo costretto a dover passare un'altra notte. L'indomani sarei
partito per rivedere i Beduini nel deserto. Inshallah.
Palmyra 9. 12. 99
Il pullman mi ha scaricato
nella distesa di sabbia e l'autista mi ha detto di raggiungere un puntino che
si vedeva in lontananza; mi sono incamminato stracarico dei miei bagagli nonché
di una buona dose di biscotti, succhi di frutta e acqua, visto che oggi inizia
il Ramadam, e i musulmani dalla mattina alla sera non mangiano né bevono.
Siccome sarei stato ospite di qualcuno non potevo stare ad attendere i loro
tempi islamici, e tanto meno potevo sperare di trovare un chiosco del falafel
nel deserto. Dopo una mezz'ora di marcia il puntino cominciava a prendere la
forma di camion e la mia schiena quella di un chewing gum masticato. Quando
ho raggiunto la meta ho trovato un gruppo di ragazzi, due bambini ed una ragazza
dal viso coperto, tutti intenti a sfamare un gregge di pecore. Nessuno parlava
una sola parola di inglese, ma sono riuscito a fargli capire sulla mappa che
volevo andare a Quasr al Heir-al Shakri, dove sono le rovine di un castello
ed una comunità di beduini che ci vive intorno. Abbiamo comunicato un
po' grazie ai segnali stradali illustrati sul manuale di scuola guida di uno
di loro, e siamo riusciti a farci addirittura un sacco di risate. Ancora non
riuscivo a capire se mi avrebbero accompagnato, così mi sono messo a
scaricare con loro i sacchi di mangime dal camion. Ho passato un'ora in questa
incertezza, finché uno di loro mi ha invitato nella cabina del camion,
per accompagnarmi in un villaggio che era a metà strada dal luogo dove
ero diretto; mi ha lasciato piuttosto lontano da un camioncino, l'unico presente
nel paesello, dicendomi che potevo andare con quello. Mi sono stupito quando
non ha voluto accettare denaro da me, ma mi ha detto che probabilmente avrei
dovuto pagare il suo amico. Lui è ripartito subito, e io ho proseguito
fino ad arrivare dall'altro beduino, che pascolava anche lui la sua pecora.
Questo mi ha fatto subito capire che oramai ero nel deserto, quello vero, senza
strade né alcuna auto di turisti che passava. Quindi mi ha dato la mazzata:
voleva l'equivalente del prezzo d'affitto di un fuoristrada con autista alla
Hertz, e quando tentavo una trattativa lui fingeva di non capire e tornava dalla
sua pecora. A quel punto mi sono reso conto che ero stato venduto dal primo
beduino al secondo, e che mi ritrovavo a scontare buona parte delle colpe del
mondo occidentale. Forse rappresentavo ai suoi occhi la corruzione, la miscredenza
o l'opulenza della nostra società, o forse ero solo un qualsiasi pollo
da spennare. Dopo parecchio tempo ci siamo accordati per una cifra più
ragionevole, e poco dopo eravamo al fortino; mi aspettavo l'ospitalità
beduina di cui avevo letto sui libri di Burckardt, invece mi hanno sbattuto
tutti la porta in faccia dicendo che lì non si poteva dormire. Ho deciso
allora di mandare al diavolo il servizio fotografico che avevo deciso di fare
su questa gente, ma di fare almeno le fotografie alle rovine e di andarmene;
così io e l'autista siamo andati a prendere la chiave dal custode, un
vecchio ciccione schiumoso che rideva a crepapelle della situazione in cui mi
trovavo. Ha voluto che pagassi un biglietto per entrare tra le mura del castello
che contenevano solo un cantiere pieno di sassi, sacchi di cemento e tavolame.
Sono uscito subito per andarmene incazzato come una belva. L'avido autista ha
anche avuto la delicatezza di approfittare di quel momento per estorcermi più
di quanto gli avevo dato all'andata. Invece di tentare una trattativa ho pensato
se invece non era il caso di tirare fuori il mio fido coltellino svizzero con
cui uso risolvere le situazioni più difficili, e poi avrei espropriato
il mezzo meccanico per fuggire libero nella piana. Ancora una volta ho ingoiato
il boccone per farmi lasciare sull'autostrada completamente impolverato e senza
più una lira siriana in tasca. Né le auto né i pullman
si fermavano al mio autostoppare, intanto un grande sole rosso tramontava all'orizzonte,
ed io invece di apprezzare quel momento di vita così "on the road",
altalenavo tra l'incazzato e il seriamente preoccupato per la notte gelida ed
infame che avrei presto dovuto passare. Per puro caso un vecchio camion si era
fermato non lontano da me ed aveva aperto il cofano del motore fumante, sembrava
che mi volesse mangiare ma gli sono corso incontro lo stesso; il giovane autista
stava riempiendo di acqua il radiatore in ebollizione, e la mia espressione
supplichevole non ha potuto fargli rifiutare la richiesta di un passaggio. L'abitacolo
era un vero forno, dai bocchettoni del riscaldamento usciva in maniera inarrestabile
un flusso di aria bollente, e dovevamo viaggiare con i finestrini spalancati,
così avevamo un lato della testa gelato e l'altro cotto. Il sole era
appena calato, e abbiamo festeggiato la fine di quel primo giorno di Ramadam
con succhi di frutta e biscottini, fino a giungere a Palmyra dove l'ho salutato.
I beduini non sono poi male, l'importante è non mettersi mai in situazioni
da dover essere completamente nelle loro mani (e in effetti anche questo l'avevo
già letto). Sono loro i padroni del deserto e decidono chi e come lo
può attraversare. La sera mi sentivo fortunato ad essere di fronte a
un kebab fumante, immaginavo la terribile notte all'addiaccio che avrei potuto
passare, e ripensavo a quanto è stato faticoso mantenere la calma riuscendo
a parlare con il sorriso ad uno zotico che ti tiene in pugno, al panico che
sale quando realizzi che intorno hai solo un mare di sabbia, non come quello
a Wadi Rum, luogo bello ma turistico, pieno di gente e di opportunità.
Lì è il deserto vero, quello in cui se il beduino fa i capricci
sei solo, quello in cui i profeti hanno le visioni notturne.
Palmyra 10. 12. 99
Oggi mi sono svegliato contento
di essere vivo e nella civiltà; ho assaporato le melodie di clacson e
moto smarmittate che facevano tremare i vetri delle finestre al loro passaggio.
Al momento di uscire dall'albergo mi sono reso conto che il tempo faceva alquanto
schifo; Palmyra è sicuramente il luogo più importante e più
bello di tutta la Siria, e fotografarlo sotto la luce di un cielo plumbeo avrebbe
certamente tolto parecchio del fascino di quelle rovine. Così mi sono
arenato nel bar dell'hotel, pensando che ci avrei dovuto passare tutta la giornata,
e rimandare il mio lavoro all'indomani. Fortunatamente dopo un oretta qualche
sporadica chiazza azzurra faceva capolino dal tappeto grigio uniforme del cielo,
così sono partito alla volta del sito archeologico. Le rovine romane
che mi attendevano sono state, insieme a quelle di Baalbek, le più impressionanti
del viaggio: ben conservate e restaurate, lasciavano immaginare gli antichi
fasti delle civiltà che l'abitarono. L'oasi è stata il richiamo
per la gente del deserto fin dal Paleolitico, poi seguì la successione
di popoli conquistatori già trovata in altri luoghi di questa zona: passarono
gli Assiri, i Persiani, i Greci, se la litigarono Romani e Persiani in un ciclo
di invasioni e contro invasioni, ma Palmyra seppe sopravvivere grazie al suo
ruolo di mediazione, e grazie specialmente ai commerci tra le due parti in guerra
che da lì dovevano passare, visto che le rotte più a nord lungo
l'Eufrate cadevano in disuso. Divenne presto la più importante tappa
per le carovane, strappando il titolo a Petra; lo stato di "città
libera" (ovvero senza tasse) che le regalò l'imperatore Adriano
le fece vivere il suo più grande momento di sviluppo e magnificenza.
La riscoperta della "Sposa del deserto" avvenne alla fine del 1600,
quando un lord Inglese, attratto dalle leggende delle sue favolose rovine organizzò
una spedizione. Tornarono a casa derubati anche dei vestiti, ma alcuni anni
dopo ci riprovò il Dott. Halifax che si era premunito di una lettera
di presentazione dello Sceicco e di una scorta. I loro resoconti aprirono la
strada ad altre spedizioni che si susseguirono negli anni portando alla luce
sempre nuove scoperte. Le influenze artistiche furono molteplici, e creano uno
stile tutto proprio della città, ma quello che affascina è anche
pensare a quello che non è ancora stato scavato. Dietro le rovine, in
cima ad una montagna irta e sassosa, vigila un castello ottomano dall'aspetto
inconquistabile; nel pomeriggio l'ho raggiunto con una faticosa scalata, e davanti
all' ingresso tre bambini poveri hanno tentato di smerciarmi delle cartoline.
Tra tutte le cose che mi potevano vendere quella era la più difficile,
gli ho dato lo stesso un generoso mucchio di spiccioli ed una scatola di biscotti
sulla quale pensavo si sarebbero lanciati, invece il più grande di loro
l'ha presa e l'ha messa da parte con il tacito consenso degli altri, che guardavano
per terra rassegnati. Gli ho assicurato che erano per loro e che li potevano
mangiare, ma uno di questi mi ha indicato il sole che si preparava a regalarci
un tramonto velato, e finché ciò non fosse accaduto, i biscotti
sarebbero rimasti lì a stimolare i loro succhi gastrici. "Ramadam
!" ha aggiunto, alzando il ditino e socchiudendo le palpebre come fanno
i grandi.
Gli ho chiesto se loro non fossero troppo giovani per questa pratica, il più
piccolo avrà avuto cinque anni, il quale mi ha ripetuto: "Ramadam
!". Sono sceso e sono ripartito verso Damasco, dove sono arrivato a notte
inoltrata, dopo aver fotografato un tramonto grigiastro con i filtri colorati.
Damasco 11. 12. 99
Quella che pensavo una semplice pratica burocratica era invece una "via crucis" di diverse stazioni: sono salito e sceso per interminabili scale, fatto file, procurato fotografie, compilato moduli in quadruplice copia, e li ho portati ad un generale per la firma. Tutto questo succedeva negli affollati uffici dell'immigrazione. I militari al bancone, sempre guardandomi con sospetto (non so se lo facevano per abitudine o per il "F. pubblicitario"), mi hanno detto di ripassare domani. Dopo diverse suppliche (e con mia gran sorpresa) sono riuscito a convincerli a rendermelo in pomeriggio con un timbro che premiava le mie fatiche. Espletata la formalità sono finalmente andato a vedere il museo nazionale, dimora di buona parte dei reperti trovati nei luoghi visitati finora; erano le 14 quando ho pagato profumatamente il biglietto d'ingresso ed ho cominciato a girare per le sale, allestite in modo da non valorizzare per nulla le meraviglie che contenevano. Anzi, alcuni reperti erano abbandonati nelle vetrine fatiscenti e piene di polvere, insieme ad insetti deceduti da tempo sotto le lampadine fulminate. Ero abbastanza deluso di vedere oggetti così importanti e rappresentativi per la storia dell'umanità tanto disprezzati, quando un custode mi ha invitato all'uscita. Gli ho ricordato che sul cartello all'ingresso c'era scritto che il museo chiudeva alle 16, ed erano le 14,45 appena; lui mi ha risposto bruscamente che durante il Ramadam si chiude un'ora prima, siccome oggi avevano tutti fame, si anticipava ulteriormente. Io sono diventato furioso, mi sono accanito con il custode che fuggiva per i corridoi echeggianti scacciando altri turisti, poi sono andato a cercare il bigliettaio che non mi aveva avvertito, ma lui prontamente si era dileguato, lasciando al suo posto una collega che quando ha sentito il mio tono ha iniziato a non parlare più l'inglese.
Damasco, 12. 12. 99
Sono stato a Maaloula, un
paesino sulle montagne a nord di Damasco, è un luogo famoso perché
fino a pochissimo tempo fa ancora si parlava l'aramaico, l'antichissima lingua
parlata anche da Gesù. A Maaloula c'è una comunità cristiana
devota a S.Tecla, che fu una delle prime della zona a convertirsi a questa religione;
il padre, persona d'ampie vedute, non accettò la cosa e la mandò
a morte. Lei fuggì attraverso le gole della montagna e trovò rifugio
in una delle innumerevoli grotte, dove si ritirò e morì per cause
naturali. Dopo questo fatto i primi insediamenti cristiani si stabilirono nella
zona, popolando le caverne che li proteggevano dalle persecuzioni. Oggi troviamo
il monastero dedicato alla santa, con il relativo romitorio; un'altro monastero
sta in cima al monte, cui si accede da una stretta gola.
Tornato nella casa di Raja dove continuavano ad ospitarmi, mi sono schiantato
sul letto distrutto dalla fatica e dallo stress accumulato in quei giorni, cui
si aggiungono le difficoltà per mangiare, bere o semplicemente per fumarsi
una sigaretta. Il Ramadam non è certo una pratica lieta per gli epicurei.
Amman, 13. 12. 99
Sono partito per Bosra, vicino al confine Giordano, arrivato lì pioveva, e il paese era tristissimo. Le fotografie non si potevano fare, così sono subito andato ad Amman; ho preso un taxi, piccolo, vecchio e bruttino; insieme a me c'era un arabo che continuava a parlarmi nella sua lingua, pretendeva che lo capissi meglio alzando la voce, allora io dicevo di sì e lui era contento. Ci siamo fermati sotto la casa dell'autista ciccione, che ha iniziato a caricare stecche di sigarette ed altri beni di consumo con cui riempiva ogni minimo interstizio della macchinina. Siamo arrivati alla frontiera in uno stato che mi faceva pensare alla parodia di un contrabbando, io però mi preoccupavo più della mia situazione di "spia" e della busta piena di pellicole, potenziale vittima di un sequestro al quale mi sarei opposto con scenate tragiche ed appellandomi a chissà quali convenzioni internazionali. Abbiamo passato liscia la frontiera siriana, poi ci hanno messo tutti in fila nella "terra di nessuno" prima del confine giordano; le auto erano sottoposte ad un interminabile e minuzioso controllo dei bagagli, poi arrivava un doganiere armato di lampada e cacciavite per lo smontaggio delle macchine più sospette. Dagli sguardi preoccupati e dal modo di parlare dei tassisti, per me tutte le auto presenti erano sospette; al nostro turno hanno chiesto al ciccione che mi accompagnava di vuotare il portabagagli, e così lui ha fatto, forse già sapeva che non gli avrebbero chiesto di guardare nel cassettino portaoggetti e sotto i sedili, dai quali si vedevano benissimo le stecche di "bionde" che facevano capolino. Allora il poliziotto ha cominciato a scrutare nel cofano del motore, sotto la batteria ed in luoghi che non avrebbero potuto contenere nulla, poi ci ha lasciati andare. Dopo questa perquisizione quantomeno curiosa, sono arrivato ad Amman, pervaso da uno strano senso di libertà, ho sentito che non avevo nulla da nascondere e di cui preoccuparmi. Finalmente rivedevo le autorità con l'indifferenza di un turista standard.
Amman, 14. 12. 99
La giornata l'ho trascorsa senza nulla fare, ho bighellonato in giro per Amman ed il suo suq, ho comperato un narghillè ed una giacca "Timberland" che sembra vera; buona parte del tempo l'ho passato leggendo con altri viaggiatori in albergo, l'unica "zona franca" dove si può bere e fumare senza essere rimproverati. Il giorno dopo visita ai castelli nel deserto, sperando che non piova. Inshallah.
Amman, 15. 12. 99
Sono partito alle nove insieme
ad un Americano, un Francese tirchio e Antonio, un ragazzo di Firenze. Guidava
l'auto un vecchio signore rugoso e bianco per antico pelo; io ho parlato in
inglese per mezz'ora con il Fiorentino prima di scoprire che era Italiano, ma
avevo dato per scontato che lui fosse Medio Orientale e lui era certo che io
fossi Tedesco. Dopo un'ora di deserto siamo arrivati al primo castello, ci ha
accolto un beduino annunciando che si entrava gratis, ma che quando saremmo
usciti gli avremmo dovuto dare un dollaro a testa. Io ho chiesto se c'era un
biglietto da pagare, lui ha sentenziato: " In the desert no ticket !".
Il Francese ha pontificato: "No ticket, no money !".
Un altro viaggio lungo le terre arse ci ha portato fino ad incontrare altri
piccoli fortini disseminati nella sabbia; erano di proprietà della dinastia
nomade Umayyad, e anche quando questa si stabilì a Damasco, il loro contatto
con il deserto fu mantenuto tramite queste postazioni. La loro funzione non
è certa, alcuni erano insediamenti agricoli, posti di frontiera o rifugi
per i commercianti, altri luoghi di villeggiatura e bagni termali per gli Umayyad.
Lungo la strada, il tassista orgoglioso ci ha ricordato che qui gli Irakeni
10 anni fa avevano abbattuto un aereo americano, nella stessa zona cadevano
i pezzi dei missili spediti da Saddam su Israele colpiti dai "Patriot".
La sera dopo cena, Antonio ed io ci raccontavamo davanti un narghillè
(unico contatto rimasto con qualcosa che ricorda il vizio e il peccato) dei
disagi che il Ramadam stia creando a noi cristianucci; già in tardo pomeriggio
la gente comincia ad apparire alquanto nervosa per il non mangiare né
bere, per il non poter fumare né trombare. Appena il sole cala è
la confusione totale: nessuno dà più confidenze, chiudono i negozi,
il traffico diventa parecchio irrequieto e non esistono quasi i trasporti perché
tutti imprecano, scappano a casa a nutrirsi, fumare, bere, etc...
Noi non musulmani oltre a dover subire questo stato di cose ci troviamo costretti
a doverci sfamare di nascosto in albergo come dei ladri; lui mi ha raccontato
di essere stato duramente rimproverato per strada da un anziano perché
si stava sgranocchiando un biscottino; io invece più volte mi sono inavvertitamente
acceso una sigaretta o attaccato alla bottiglia dell'acqua, suscitando le ire
da parte di quelli che hanno deciso di rinunciare a qualcosa. Li rispettavo,
e sotto qualche aspetto li ammiravo pure per questa loro sterile e dannosa ricerca
delle privazioni, non approvavo le imposizioni. Su di loro poi, il risultato
non è dei migliori, perché da persone amabili e tranquille che
sono, si trasformano in individui irritabili ed inquisitori, impegnati in una
pratica che, se imposta, mi sembra portarli lontano dall'armonia con il mondo
che hanno intorno, e dalle cose che rendono felici. Poi io e Antonio, con fare
da cospiratori, abbiamo progettato quello che sarebbe avvenuto al nostro ritorno
in Italia: banchetti a base di porchetta e Chianti a mezzogiorno, che si sarebbero
conclusi con grandi cannoni delle migliori qualità di fumo ed orge digestive.
Situazione in cui, almeno io, mi sarei trovato in meno di 48 ore. Inshallah.
Amman, 16. 12. 99
In compagnia di due americani
ho visitato le rovine di Jerash in una splendida giornata di sole. Faceva parte
della "Decapolis", dieci città tra cui Damasco, Amman, Umm
Quais ed altre, legate tra di loro da una sorta d'alleanza, ma non è
chiaro se fosse un accordo politico, commerciale o puramente culturale. Originariamente
faceva parte di una catena di città fortificate per difendere il territorio
dalle tribù nomadi dell'est, ma il suo vero periodo di fioritura si deve
ancora una volta ai Romani, che dettero pace e stabilità alla regione,
la "Pax Romana"; in quel tempo la città era sulla rotta tra
Damasco e il Mar Rosso e tra Pella e il Mediterraneo, l'agricoltura prosperava,
e teatri, bagni pubblici e templi crescevano come funghi. Questi furono convertiti
in chiese durante l'epoca Bizantina e saccheggiati poi dai Sassanidi nel 614.
Fu abitata fino al 13° sec., e il mondo occidentale la conobbe nel 1806
grazie ad un tale Ulrich Seetzen, viaggiatore Tedesco.
Tra i viali ed i resti romani pensavo a come se la godevano qui ai bei tempi,
quando i Cristiani che professavano i benefici delle sofferenze li facevano
giustamente sbranare dai leoni al Colosseo, e Maometto non era ancora andato
nel deserto in cerca di quelle esperienze visionarie che avrebbero cambiato
il mondo.
Amman, 17. 12. 99
Ero finalmente
in volo verso Roma, beato di tornare. Ripensavo che la mattina alla stazione
dei taxi quando ho chiesto ad un ragazzo dove potessi bere un tè lui
mi ha risposto: "No tchai, Ramadam !" alzando il dito e socchiudendo
gli occhi. Io indicando il cielo ancora buio gli ho ricordato che non era ancora
ora, ma lui guardandomi severo ha ribattuto: "Ramadam !". Me ne sono
andato imprecando: "Cazzi vostri! Io tra quattro ore sto in Italia !!!".
Sull'aereo, guardando le autostrade che si perdevano nel deserto mi sono messo
le cuffiette ed ho sintonizzato sul canale che trasmetteva la musica occidentale
più "coatta" e commerciale, quella che finora ho sempre disprezzato.
Ho alzato il volume al massimo e mi sono accorto che mi piaceva spararmi nella
testa quella spazzatura. Già pregusto paradisi artificiali in un "rave"
a cui non sono ancora mai stato, voglio rimorchiare una shampista ed avere con
lei una notte di sesso satanico senza sapere neanche il suo nome, voglio andare
con i miei amici a fumare sulle rovine millenarie della mia città, voglio
attraversarla in motorino contromano sfuggendo ai vigili urbani, voglio fare
le ore piccole chiacchierando con le turiste tedesche a Trastevere, mi voglio
fare un metro quadrato di pizza con la mortadella dal fornaio sotto casa, e
voglio vivere la mia città come non mi sono mai accorto d'averla vissuta.
Tutti i racconti
sono protetti da copyright.
Si possono leggere a sbafo, ma è gradito un vostro parere.
Se qualcuno volesse contattarmi, fosse interessato a pubblicarli o volesse spedire
soldi, punti millemiglia, buoni benzina o generi di prima necessità questo
è l'indirizzo:

STATION WAGON
Roma 4. 8. 1999
Erano le cinque della sera
quando sono uscito da casa per andare a prendere V. al Tiburtino. Ben presto
il traffico intenso mi ha bloccato a metà strada, proprio sotto un pilone
di cemento della Tangenziale Est. I Romani erano stretti nelle scatolette nervose
sotto il sole ancora rovente, e davano il meglio di loro impegnandosi in inutili
manovre. Io che ero appena all'inizio di una lunga e faticosa via mi sono messo
in posizione zen di risparmio di energia, con lo sguardo fisso nel nulla e la
mente già sulla Roma-Firenze. Sono arrivato da V. dopo due ore e con
i nervi a pezzi; come immaginavo, non era ancora pronto, parlava al telefono
con la fidanzata che gli recitava le ultime raccomandazioni, " Io allora
vado.." ha tagliato corto lui, "Almeno usa i preservativi, se proprio
devi
" ha risposto lei manifestando grande fiducia.
Da tutte le persone a cui ho annunciato che stavamo andando nei paesi dell'est
ho ricevuto lo stesso sorriso ammiccante, poi quando aggiungevo che il nostro
scopo principale era scalare i Carpazi e dormire tra i lupi mi sbottavano a
ridere in faccia dandomi del bugiardo o del coglioncello. Noncuranti dei giudizi
abbiamo caricato gli zaini alla rinfusa nella Peugeot familiare e abbiamo tracciato
la rotta più breve per la Romania, solo che in mezzo c'è il mare,
quindi siamo passati per Trieste. Sull'autostrada abbiamo diviso equamente le
sostanze che usavamo arrotolare nelle cartine e che avrebbero rallegrato la
nostra gita, l'idea di doverci separare perché solo uno di noi doveva
andare in prigione non ci piaceva, sarebbe stato bello condividere anche l'esperienza
del carcere bulgaro. "Vabbè, cosa ci potranno fare, in fondo siamo
turisti
" mi ha detto V., " Si, si, hai proprio ragione, e magari
laggiù è legale e ci preoccupiamo per niente! " ho mentito
io , pensando che se non andava bene alla frontiera, quando saremmo usciti dalla
galera non ci saremmo nemmeno riconosciuti.
V. ha voluto portarsi la canna da pesca perché uno degli obiettivi della
sua vita è riuscire a sopravvivere senza provviste; uno dei miei è
riuscire a fotografare senza portarmi l'attrezzatura, così ho cominciato
a ridurla al minimo indispensabile: un corpo macchina, due zoom, tre filtri,
un cavalletto. Prima di arrivare a Venezia ci siamo fermati a dormire in una
pensione, e fumando sul balconcino ci siamo chiesti se non era il caso di buttare
via le "modiche quantità" e per proseguire così più
leggeri. Ci siamo guardati seriamente per un istante e poi siamo scoppiati a
ridere rompendo il silenzio della notte lagunare.
Croazia 5. 8. 99
La mattina V. doveva andare
in banca, così siamo passati a Venezia. Subito la città ci rapisce,
vaghiamo per ore ed ore tra i vicoli e i canali, bevendo bicchierini di vino
per le osterie e incartando cannoni nei "sotoporteghi".
In pomeriggio siamo partiti per la Croazia e la sera, stanchi, ci siamo fermati
a dormire in un albergo; la coppia di gestori ci ha subito dimostrato quanto
siano simpatici da queste parti
Già alcuni amici che avevano visitato
questa zona mi avevano avvertito, ma pensavo che fosse uno dei tanti luoghi
comuni in giro per il mondo. Invece hanno saputo fornire prova di grande stronzaggine
quasi tutti, dai camerieri scorbutici e poco loquaci alla gente a cui chiedevamo
informazioni che rispondeva di malavoglia e spesso sbagliando.
Ci siamo addormentati sperando che almeno il mare fosse bello.
Croazia 6. 8. 99
Un motivo per cui molti turisti continuano ad andare in Croazia esiste, e sono
le sue coste.
V. ne approfittava per pescare inutilmente. Aveva sfoderato la canna e le esche
a cucchiaino multicolore che gli aveva prestato un suo cognato pescatore, di
cui spesso cita teorie ittiche e ne narra le leggende consumate sul greto di
torrenti o in riva al mare. V. dice pure di aver visto un documentario sulla
vita e le abitudini alimentari dei pesci in quel tratto di mare, e pare proprio
che siano golosi di cucchiaini in acciaio "made in china" come quelli
che lui ha in dotazione. Io intanto mi sentivo stupido raccogliendo legna per
un fuoco che, nonostante l'ottimismo di V., non avrebbe mai cotto nulla.
Dopo aver consumato due mesti tramezzini siamo partiti per l'Ungheria, durante
il viaggio passavamo in paesi che avevano vissuto recentemente la guerra e che
ancora ne portavano i segni, sulle facciate di alcune case i colpi di fucile
ci ricordavano che dieci anni fa saremmo stati ancora meno graditi d'ora. Ci
siamo fermati a dormire poco prima del confine, con la macchina in ebollizione.
E' capitato poco dopo che avevamo litigato, perché un'altro degli obiettivi
di V. è riuscire a guidare senza toccare il volante. Per ora si allena
togliendo entrambe le mani dallo sterzo per accendersi una sigaretta o per fare
qualsiasi altra cosa, indipendentemente dalla velocità a cui sta andando
e noncurante delle mie proteste.
E' capitato già un'altra volta in Corsica che dopo una furiosa discussione
per futili motivi siamo rimasti imprigionati dalla marea sugli scogli dove avevamo
passato la giornata. Così fummo costretti a dilaniarci le gambe ed i
piedi spogli tra i rovi di una drammatica "via crucis": quattro ore
per guadagnare la strada sopra di noi lontana solo cinquanta metri. Ancora lo
ricordiamo come un incubo, ma per fortuna si litiga raramente.
Arad 7. 8. 99
Siamo partiti sotto il sole
per giungere alla frontiera di Barcs mezzi bolliti, ed oltre ad aver già
perso la borchia di una ruota il doganiere era di una bruttezza fuori dal comune.
Ha voluto lo stesso uscire dal gabbiotto in cui lo tenevano rinchiuso ed ha
scrutato nel portabagagli dove non ha indagato oltre il primo strato di mutande
sporche e calzini fetidi.
Ci ha congedato con un sorriso sdentato ma ammiccante, che mi ha ricordato quello
che mi rivolgevano i miei amici all'annuncio del mio viaggio, ma noi in quel
momento riuscivamo a visualizzare solo la prigione ungherese quasi scampata.
Siamo così entrati da uomini liberi nel paese limitrofo che non era proprio
come lo aspettavamo, nelle espressioni delle persone mancava la tristezza e
la malinconia d'eredità sovietica, anzi, erano tutti impegnati nello
shopping mattiniero di un sabato paesano. Appena sceso dall'auto per cercare
una banca mi sono trovato circondato da una moltitudine di biondine, e ho chiesto
un'informazione a quella più interessante. Mentre mi parlava sorridendo
io avevo serie difficoltà a tenere in mente quello che diceva, ho farfugliato
un "Thank you !" guardando il suo corpo da copertina di "Playboy"
che si allontanava dentro la tutina azzurra che poco spazio lasciava all'immaginazione.
Quando si è girata per profondermi un ultimo sorriso mi ha trovato imbambolato,
ancora in mezzo al marciapiede con la mascella calata e un'espressione ebete.
Quando sono tornato ho ritrovato V. che invece di fare la guardia alla macchina
stava sbavando dietro tutte le ragazze che passavano. Ha cercato di trattenermi
in quel luogo che invitava alla perdizione, ma l' ho convinto ad andare, assicurando
che le migliori dovevano ancora arrivare e che i Carpazi attendevano di essere
calpestati dai nostri scarponi fangosi. Lui ha capito che (forse) avevo ragione
e così abbiamo attraversato d'un fiato tutta l'Ungheria fino ad arrivare
in pomeriggio alla frontiera di Nàdlac, dove ci attendeva una lunghissima
fila di automobili distese di fronte alla dogana.
Erano quasi tutte vecchie ed ingombranti macchine occidentali di rumeni emigrati,
tra queste scoppiettavano alcune "Trabant" dalla meccanica socialista,
distribuendo i fumi densi e bianchi propri dei motori a due tempi. Le file disordinate,
il caos all'ufficio visti, la povera gente e i bambini che vendevano un paio
di scarpe ci hanno reso immediatamente la sensazione di essere in un paese del
terzo mondo. Quando al cambio per 30 dollari mi hanno dato un mazzo di banconote
alto cinque centimetri questa sensazione fu confermata. Abbiamo passato il confine
dopo più di un'ora per entrare in una zona agricola, dove i contadini
camminavano lungo la statale sotto i loro buffi berretti e povere mercanzie
nelle ceste. Presto siamo giunti nella periferia di Arad, un allineamento interminabile
di palazzoni grigi tutti uguali e disposti a schiera, si guardavano tristi e
partorivano dai portoni fatiscenti orde di bambini luridi. Le costruzioni sistemate
rispettando un ordine geometrico stonavano con le cataste di macerie, i cani
morti sulle strade melmose e tutto il resto. Arad è una città
di passaggio, non ha alcuna attrattiva e non vediamo l'ora di andarcene; domani
partiremo per Brasov, e quando pensiamo che siamo a sole sei ore di viaggio
dalla Transilvania ci sentiamo Fantozzi e Filini nella loro tragica missione
sui Carpazi.
Brasov 8. 8. 99
Abbiamo viaggiato per ore
attraverso le campagne bruciate dalla calura prima di giungere a più
fertili lande con i prati rigogliosi e la sagoma lontana dei Carpazi. Spigolosi
e cupi si ergevano tra le nuvole nere. La sfida ormai è stata lanciata,
dobbiamo arrivare a tutti i costi in cima ad uno di quei picchi per vedere da
lassù l'eclissi prevista per il giorno 11 di questo mese; ormai non ci
sono doganieri né biondine sul nostro cammino e nulla ci può fermare,
a parte la macchina che ci sta dando alcuni problemi al motore. Pensiamo che
possa essere il carburatore o il filtro della benzina, oppure le candele, l'iniezione,
il carburante sporco o addirittura lo spinterogeno che non ha. In ogni modo,
tossicchiando e strattonando ci ha portato a Brasov, città dall'architettura
medievale ai piedi delle montagne Bucegi , che presto scaleremo. Appena abbiamo
parcheggiato vicino alla piazza centrale si è avvicinato un tipo dalla
stazza capiente, e in italiano ci ha dato alcuni consigli su come sopravvivere
in Romania: MAI cambiare i soldi per strada, MAI guidare dopo aver bevuto alcool,
usare SEMPRE i preservativi. Si chiamava Roberto ed era qui da sei mesi; pensionato,
dice, anche se dimostra 45 anni, tra poco ripartirà per andare a svernare
in Veneto. Sembra che per lui la vita non debba rivelare altre sorprese, ma
con la gentilezza di un italiano che trova dei connazionali all'estero (anche
se per lui il Veneto non è Italia, e lì la sua polo verde ha acquisito
una connotazione politica) si è messo al telefono per trovarci una camera
ad un prezzo onesto. Intanto, passeggiando per il corso sfilavamo in mezzo ad
una folla di ragazze stupende (la leggenda della Romania) e Roberto a suo dire
ne aveva possedute parecchie. La casa che ci ha trovato, invece era di un'amabile
signora a forma di barattolo. Questa ci ha mostrato dove viveva col marito:
una piccola stanza ed un salottino dove si sarebbero trasferiti durante il nostro
soggiorno, il che ci faceva sentire abbastanza in colpa, soprattutto per la
cifra irrisoria che ci hanno chiesto in cambio.
La camera era povera e grondante di arredamento kitsch; era pulita però,
sembrava di essere in visita da una vecchia zia.
Durante tutto questo, V. ha perso la non modica quantità che deteneva...
Brasov 9. 8. 99
Mi trovavo a fare un tour fotografico per la città quando ho conosciuto Roxana, un'affabile Rumena che mi ha fatto da guida con la calda ingenuità dei suoi 18 anni. In pomeriggio io e V. siamo andati a cercare il meccanico per sistemare la macchina, questo non era in officina e il ragazzo di bottega mi ha fatto segno con il pollice che stava bevendo all'osteria, dopodiché ha lanciato uno sguardo di compassione alla Peugeot parcheggiata sotto al sole. Lo abbiamo trovato al riparo di un ombrellone, completamente sbronzo, ma non abbastanza da non capire che era l'unico che ci potesse aiutare. Durante il giro di prova il difetto è misteriosamente sparito, come i dolori quando si va dal medico, in ogni caso il meccanico ha guardato a lungo e da lontano il motore con un'oscillante espressione interrogativa, finché io ho notato un tubetto rotto sul carburatore. Lo abbiamo cambiato anche se ero quasi certo che non potesse essere quello la causa del malore. Lui, in ogni caso era soddisfatto, gli abbiamo pagato una birra ed un suo amico che ci aveva fatto da interprete ci ha detto di dargli 1000 lire italiane, che lui ha iniziato a scrutare barcollando come faceva con il motore.
Parco naturale Bucegi 10. 8. 99
Siamo partiti la mattina
di buon ora, e abbiamo salutato la signora che ci ospita portando in dono due
vaschette di gelato, lei si è commossa tra le sue rotondità. Arrivati
a Bustemi ci siamo caricati in spalla gli zaini strapieni di provviste, tenda,
sacchi a pelo, vestiti pesanti, acqua (5 litri), canna da pesca, macchina fotografica,
una modica quantità, cartine geografiche e non. Più una fiaschetta
di vodka "Kazaciock" per i momenti più tristi. Eravamo pronti
per salire alla "Cabana Babele" in funivia per poi continuare a piedi
verso una vetta. Avevamo fatto i conti senza l'oste, perché era proprio
il giorno di chiusura, dunque ci siamo incamminati di buona lena per il sentiero
dalla pendenza già esagerata alla partenza. Attraversavamo scenari da
favola tra le pinete abbarbicate sopra le rocce a strapiombo, a tratti ci dovevamo
arrampicare aiutandoci con le mani. Di fronte a noi si ergevano pareti verticali
alte anche 200 metri e sotto strapiombi senza fine.
La salita sotto gli zaini pesanti all'inverosimile ci ha suggerito di liberarci
di un po' di zavorra, così abbiamo svuotato una bottiglia d'acqua e ne
abbiamo bevuta il più possibile dalle altre.
Quella Transilvania che stavamo vivendo non coincideva proprio con quello che
rientra nell'immaginario collettivo, niente nebbie, nessun castello né
pipistrello, e tanto meno la solitudine di boschi tetri: era una magnifica giornata
con 35 gradi all'ombra, uccellini che cinguettavano e bestioline che brucavano,
sul sentiero incontravamo spesso altri scalatori variopinti e multilingue. Abbiamo
compreso che non eravamo nel pieno della forma fisica per una scalata del genere,
erano giorni che passavamo seduti in macchina e quella era la nostra prima uscita
Durante la salita abbiamo mangiato un panino seduti in bilico su un precipizio,
accovacciati sulle rupi avevamo apparecchiato le fette di pane sulle ginocchia
e puntellato il salame con i sassi, finché a V. è scivolata una
bottiglia d'acqua che mi sono visto passare a pochi centimetri; le mani occupate
da un gran numero di oggetti non mi hanno permesso una pronta reazione, quindi
l'abbiamo guardata rimpicciolirsi per poi sparire in una gola. V. preso da uno
slancio di ecologismo si è incamminato per il recupero, pensando che
si sarebbe fermata nel primo fosso, invece lui sparisce per più di mezz'ora
per poi tornare dilaniato dai rovi e senza bottiglia: "Si deve essere disintegrata
!", mi ha detto. Più avanti abbiamo fatto un bagno nell'acqua gelata
di una pozza formata dal ruscello che stavamo costeggiando; la salita era un
massacro e gli zaini cercavano di sbatterci giù per le scarpate. Per
di più il terreno era talmente scosceso che non si poteva campeggiare,
sempre che non volessimo fare la fine della bottiglia. Parecchie volte siamo
stati tentati di abbandonare l'impresa e tornare a Brasov dalle biondine, ma
le emozioni forti costano sacrifici, quindi ben determinati ad arrivare ci siamo
alleggeriti ulteriormente bevendo tutta l'acqua possibile e fumando grossi cannoni.
Faceva buio quando siamo riusciti ad arrivare alla "Cabana Babele",
era una baracca di legno ma ci sembrava la reggia di Versailles, ci siamo fermati
a guardarla a lungo seduti su un masso per essere più sicuri che non
fosse un miraggio su quel monte bastardo.
Alle 21, eravamo già a letto, dopo una cena frugale ed una vodka "Kazaciock"
bevuta sullo strapiombo, facendo ciondolare le gambe sul panorama.
Parco naturale Bucegi 11. 8. 99
Era arrivato il grande giorno,
presto l'ultima eclissi del millennio e probabilmente l'unica che avremmo visto
avrebbe oscurato il cielo di quella rocca.
Abbiamo studiato sulla cartina quale poteva essere la zona migliore per assistere
all'evento ed abbiamo individuato uno dei punti più alti della zona,
un picco a forma di torre che si ergeva su un ampio prato distante un paio di
chilometri da lì. Lo abbiamo raggiunto e ci siamo sistemati sull'erba
sofficissima che ne tappezzava l'estremità; sotto di noi formicolavano
gruppetti di turisti, e a nord si vedeva un imponente ripetitore TV con la caratteristica
forma di un missile nucleare sovietico anni '60, però verniciato a strisce
bianche e rosse.
Mentre si avvicinava il momento fatidico sentivamo le voci lontane farsi isteriche
ed i cani abbaiare nervosamente, un gregge di pecore che fino a quel momento
erano state a brucare silenti hanno cominciato a belare. Il sole che si intravedeva
dietro le nuvole ha cominciato ad essere lentamente oscurato da un disco nero,
che lo faceva rassomigliare sempre più ad una luna, e lontano sul cielo
basso si stendeva un morbido tappeto di nubi nere tuonanti e cariche di pioggia.
Attraverso queste filtravano dall'alto raggi di luce che si perdevano giù
per le gole fumanti di nebbia. Noi due eravamo sospesi in un paesaggio surreale
che sembrava essere disegnato da Magritte: sdraiati su quel tozzo monolite che
sorgeva dalla cresta della montagna svettando tra le nuvole elettriche. Queste
ben presto hanno tappezzato tutto il cielo lasciandoci vedere solo a brevi tratti
lo spettacolo; ma forse gli effetti dell'eclisse si avvertivano più a
terra che su in alto: l'atmosfera si andava colorando di una luce rosso-viola,
i bambini hanno iniziato a urlare, ed i fidanzati a baciarsi, finché
alle 14,07 il sole si è completamente coperto ed uno squarcio tra le
nuvole ci ha concesso la grazia di mostrarci una corona iridescente che ha reso
tutto immobile.
Le pecore si sono addormentate pensando che fosse notte, e i rumori hanno cessato
insieme al vento gelido che ci aveva spazzato fino a quel momento, tutti eravamo
concentrati ad apprezzare i minimi particolari di quel momento unico, scrutavamo
le montagne che non erano mai state così ferme. Il missile-ripetitore,
scempio paesaggistico, era adesso in armonia con la scena e a noi sembrava di
essere lì da sempre in attesa di quell'istante.
Poi, tutto è finito. Uno spicchio di luce ha cominciato a riapparire
e le nuvole si sono affrettate a coprirlo come un gigantesco sipario, io ho
sentito di riacquistare il peso che avevo avuto la sensazione di aver perso
15 minuti prima.
Gli applausi distanti hanno accompagnato la nostra calata dal picco, dovevamo
affrettarci perché c'erano da percorrere circa dieci chilometri ed il
tempo prometteva male. Da queste parti tutto può cambiare molto rapidamente
e non ci si può fidare di alcuna previsione, specialmente delle nostre.
Così, con il nostro carico di bagagli ancora spaventoso ci siamo avventurati
per il sentiero che passava sulla cresta dei monti; subito siamo entrati in
una massa di nebbia impenetrabile alla vista ed eravamo circondati da tuoni
e lampi. Finalmente avevamo trovato la Transilvania dell'immaginario collettivo,
dove ci stavamo lanciando con incosciente entusiasmo.
Mi aspettavo che da un momento all'altro qualche bestia assetata di sangue saltasse
addosso a V. portandoselo via tra le nebbie. Anche lui pensava che sarebbe capitato
lo stesso a me, e abbiamo scherzato a lungo sul fatto che il film "Un lupo
mannaro americano a Londra" iniziava esattamente così
Però
lucidamente pensavo che la cosa più probabile in quelle condizioni era
essere centrati da un fulmine. Durante la discesa abbiamo incrociato una coppia
di rumeni che passeggiavano senza equipaggiamento alcuno: ci hanno sorpassato
trotterellando e poi li abbiamo visti abbandonare la strada per tagliare i tornanti
attraverso i boschi; sono riusciti da questi un paio di volte finché
sono stati inghiottiti dalla macchia sparendo dalla nostra vista per sempre.
V. ha visto un documentario sulla vita dei licantropi in cui si affermava che
preferiscano di gran lunga alimentarsi di giovani coppie rumene che dei più
coriacei turisti italiani.
Nonostante tutto siamo riusciti ad arrivare alla foresta e ad attraversarla
tra una moltitudine di pini altissimi, finché siamo arrivati sfiniti
su un prato che sembrava finto tanto era delizioso: circondato dagli alberi,
ruscello nel mezzo e pietre per il falò già pronte. Leggere e
scenografiche nuvolette di nebbia qua e là. Ci siamo stravaccati e abbiamo
acceso un fuoco di legna bagnata. V. ha stappato la vodka mentre la mia sapiente
mano staccava una giusta e meritata canna.
Ci eravamo infilati nella tenda con i tuoni di una tempesta che si stava avvicinando,
e sentivamo le bestioline del bosco uscire allo scoperto, non più impaurite
da noi. Imbozzolato nel sacco a pelo ascoltavo i rumori della foresta e del
ruscello, chiedendomi se fosse stato giusto piantare la tenda sulle rive di
un torrente che presto sarebbe stato in piena
Ero tra il dormiveglia quando
mi sono accorto che c'era un respiro che non veniva dalla parte di V., ma da
fuori della tenda, a 20 centimetri dalla mia faccia ! Ho deciso di ignorare
chiunque fosse, se c'era veramente qualcuno o qualcosa sarebbe stato un po'
lì ad annusarmi e poi avrebbe scelto di sbranare V.. Ho chiuso gli occhi
con in mente l'immagine di lui che veniva trascinato fuori dalla tenda per i
piedi insieme al sacco a pelo mentre io fingevo di dormire.
Nel cuore della notte sono stato svegliato dai boati del temporale che si stava
per scatenare. E così è stato; una massa d'acqua si è riversata
sul nostro misero guscio, quando ho aperto gli occhi ho visto con stupore che
V. era ancora lì, seduto in un bel controluce a vedere i lampi che ci
esplodevano a pochi metri dalla testa con rapidissima frequenza, tanto da far
sembrare la pineta quasi illuminata a giorno. Sagome dalle forme assai curiose
venivano proiettate sulla tenda con splendidi effetti psichedelici che non eravamo
in grado di apprezzare fino in fondo, in tutto questo abbiamo trovato solo il
coraggio di darci uno sguardo rassegnato e ci siamo rimessi a dormire, coscienti
che non eravamo sotto la tempesta, ma dentro.
Parco naturale Bucegi 12. 8. 99
Ci ha svegliato un'alba umida,
timidi raggi di sole iniziavano ad attraversare le foglie creando chiazze di
luce sul prato fumante di nebbia e devastato dal temporale; eravamo zuppi della
solida umidità della notte e ancora frastornati dai tuoni e dalle ore
di tragedia. Sono andato verso i resti del falò per cercare tra le provviste
una colazione, ed ho trovato la busta del pane vuota e con uno squarcio, il
sacchetto della spazzatura era sparito. A quanto sembra, la bestia che mi respirava
accanto ieri sera ha preferito i nostri avanzi a V., che come pasto non deve
essere il massimo.
V. ha visto un documentario sulla fauna della Transilvania in cui si assicurava
che il temibile "Muflone dei Carpazi" è goloso di spazzatura
ma non di turisti, e specialmente di quelli italiani.
Ci siamo scrollati di dosso un paio di chili di allegri e saltellanti ragni
per poi asciugarci al sole, dopo siamo partiti verso la strada statale per fare
l'autostop. Lì però un passaggio non te lo davano neanche ad ammazzarli,
passavano in velocità impolverandoci con le loro brutte "Dacia 1410"
tirate a lustro per la gita domenicale. Delusi, ci siamo fermati a mangiare
i rimasugli delle nostre "razioni K" sul ciglio della strada. Dopo
aver percorso parecchi chilometri ci siamo precipitati sfiniti in un autobus
alla fermata, senza nemmeno sapere dove andasse. Attraversando boschi e pinete
sconfinate ci ha scaricati in un paese lercio dove i camion ci appestavano con
i loro fumi mentre alzavamo il dito.
Si è fermato un trattore col rimorchio, e uno dei due fieri bifolchi
alla guida gentilmente ci ha invitato a salire, il fondo del cassone era cosparso
di liquidi organici tra cui prevaleva il sangue, misto a fieno e nafta. Su un
lato erano incatenati parecchi bidoni metallici vuoti e in un angolo giaceva
un sacco di plastica chiuso. Abbiamo indagato sul contenuto che si intravedeva
dalle trasparenze della busta, ed abbiamo riconosciuto la forma di un capretto
scuoiato o di un bambino; questa misteriosa quanto scomoda compagnia ha tenuto
alto il nostro umore per venti chilometri, che abbiamo percorso saltando di
mezzo metro insieme a tutto ciò che era nel rimorchio quando questo finiva
in una delle molte buche che il guidatore centrava spesso e volentieri.
Eravamo ormai storditi dal fracasso e cosparsi di melma e paglia quando abbiamo
cominciato a vedere i turisti che ci filmavano con le telecamere dalle auto
in sorpasso.
Bucarest 14. 8. 99
Abbiamo recuperato la macchina
che ci aspettava in un piazzale, solitaria e infangata. Siamo partiti di buon
ora, tossicchiando e strattonando saremmo arrivati a Bucarest a metà
giornata dove avremmo fatto riparare la "405" una volta per tutte.
Abbiamo trovato la città afosa e inondata dal sole, così abbiamo
vagato in un parco tra gli anziani a passeggio, e poi negli ampi viali in stile
impero circondati dai palazzi ad uso auto celebrativo di dittatoriale memoria.
La magnificenza e la grandiosità di queste opere è in netto contrasto
con la povertà delle campagne, le superbe facciate che ci facevano sentire
due nullità avrebbero ottenuto un effetto ancor maggiore sui semplici
animi dei rumeni.
Di fronte questa concretizzazione del potere e della burocrazia mi è
venuto in mente "Il processo" di Kafka ed ho pensato che V. con l'aria
rassegnata che ha guadagnato da quando mi segue in questo viaggio, potrebbe
essere l'interprete ideale per un film.
Ci siamo scattati una foto ricordo di fronte l' "Hotel Intercontinental"
sulla piazza Universitatii, dove alla fine del 1989 iniziò la rivolta
contro Ceausescu; la lapide posta in ricordo mi fa pensare al detto: "non
c'è niente di più incazzato di un buono che si incazza" ,
e in quei giorni i "buoni" erano parecchi
Poi io e V. siamo andati in un locale a fare quattro salti. Il posto era il
più "underground" che si possa immaginare; una specie di catacomba
senza prese d'aria dove infuriava la mischia fomentata da musica punk sovietica
e disco trash occidentale. Dopo le competizioni dei college per vedere quanti
studenti entrano in una cabina del telefono ecco la nuova gara: quanti punk
entrano in un box auto. Dall'angusta scaletta a chiocciola continuavano a scendere
signori con la cresta colorata e dame dalle calze nere strappate; mi chiedevo
se saremmo presto tutti morti soffocati, ma V. mi ha rassicurato dicendo che
un documentario ha affermato che in queste situazioni l'uomo sviluppa delle
branchie in pochi minuti.
Aveva ragione! Infatti poco dopo eravamo ancora vivi e siamo riusciti a scavalcare
il grumo umano di fronte al bar e a conquistare due birre tiepide. Durante la
scalata sentivamo sotto i piedi i corpi agonizzanti di altri avventori del locale
che non avevano retto la vodka a 600 lire al bicchierino. Poco dopo ho perso
V., l'ho visto deglutito dalla folla e poi riemergere tra i flutti sbronzo e
beato; io, non so bene come, mi sono ritrovato tra le braccia (o forse ero io
tra le sue) una ragazza mora che tentava di dirmi che si chiamava Veronica mentre
la baciavo. Avevo quasi finito di leccarla tutta quando V. si è presentato
con l'ennesimo bicchierino, io ero già completamente ubriaco ed ho approfittato
di quel momento per chiedere a Veronica se voleva fuggire con me e farsi leccare
per tutta la vita.
Lei però aveva altri progetti, e poi c'era il suo fidanzato che rantolava
ai nostri piedi e lo stavamo calpestando già da un po'. Lei con il visetto
innocente e l'aria da maestra, tenendomi lontano con un dito puntato sulla fronte
mi ha dato un appuntamento per la mattina dopo, avremmo riparlato dei miei progetti
a mente lucida
Bucarest 15. 8. 99
Verso le 11 V. mi ha svegliato
a calci e mi ha buttato per terra per andare all' appuntamento con Veronica;
io ero in coma etilico, ho vomitato un paio di volte per poi uscire sotto lo
sguardo schifato della portiera dell'albergo che già mi stava antipatica
da prima. Ho percorso a piedi i 300 metri per arrivare, mi sono sembrati una
distanza infinita e pensavo di svenire ad ogni passo. Ero seduto sui gradini
di marmo vicino un gruppo di bambini che tiravano la colla da una busta di plastica.
Abbagliato dalla luce e con il sole che mi stava cuocendo vivo, mi sentivo lo
schifo più schifoso e Veronica non avrebbe mai permesso ad un simile
essere di strisciargli addosso; le uniche cose che volevo erano un cesso e un
letto, alternativamente. Così svomitacchiando sono tornato in albergo
perdendo la mia occasione forever. In pomeriggio abbiamo telefonato a Simona
(una barista arpionata la sera prima), le ho dato un appuntamento dove sarebbe
venuta con una sua amica; purtroppo il protrarsi della mia confusione mentale
ha creato un malinteso, così le ho dato appuntamento in un luogo inesistente
dove io e V. siamo rimasti soli.
Per rifarci, la sera abbiamo preso un taxi per andare in qualche locale, e ci
siamo fatti consigliare dal tassista. "Volete ballare o volete rimorchiare
?" ci ha chiesto lui in un buon italiano, "La seconda !" è
stata la nostra risposta data all'unisono.
Durante il tragitto il tassista George ci ha raccontato della sua vita, con
un paio di lauree in tasca era partito per il "bel paese" in cerca
di fortuna, ma si sarebbe accontentato anche di una vita decente. Dopo alcuni
mesi di lavoro in nero ha dovuto decidere se continuare a fare il clandestino
in Italia, giacché di essere messo in regola non se ne parlava, oppure
tornare in Romania dove oltre ad un tozzo di pane ritrovava anche la sua dignità.
"Non siamo mica bestie!" ha aggiunto. Vedevamo solo allora quanto
fossero diversi da lui i Rumeni che eravamo abituati a vedere in Italia, comprati
e venduti per le strade nei mercati della prostituzione e dell'edilizia, costretti
ad accettare di fare una vita del tutto priva di dignità (e a volte di
identità), cosa che l'orgoglioso popolo rumeno non sembra sempre accettare.
Arrivati davanti alla discoteca ci siamo sentiti come se fossimo stati due Italiani
in vacanza in Romania, e come se un tassista respinto dal nostro paese ci avesse
accompagnato sul luogo dove avremmo cacciato le sue donne (tra cui magari una
sua sorella, chissà ?).
Lo abbiamo salutato imbarazzati e siamo entrati nel cubo di cemento insieme
ad alcuni adolescenti dallo sguardo incazzato. Il locale era mezzo vuoto, un
bullo palestrato si dimenava al centro della pista facendosi filmare con la
telecamera da un amico; io e V., abbastanza depressi abbiamo bevuto una cosa
e siamo tornati in albergo parlando poco.
Costanza 16. 8. 99
La mattina abbiamo lasciato
la stanza, e mentre distraevo la receptionist antipatica V. staccava da un muro
dietro di me una mappa geografica della Romania con la zona d'ombra creata dall'eclissi,
una vera chicca per la sua collezione di cartine
Sembra che la "405"
sia guarita dal suo male oscuro, così siamo partiti per Costanza di buon'ora.
La strada è disseminata di carretti quasi fermi che appaiono all' improvviso
da dietro le curve, sempre accompagnati da bambini che attraversano senza preavviso,
galline ed altri quadrupedi tra cui molti cani, buona parte dei quali giace
senza vita sul ciglio della strada.
Nonostante tutto siamo arrivati a Costanza, cittadina dal sapore mediterraneo
affacciata però sul Mar Nero. Depositata macchina e bagagli siamo andati
subito verso il porto, sprofondato nella calura del primo pomeriggio. Lungo
la via un tizio voleva offrirci due brutte donne per pochi danari, noi abbiamo
rifiutato e siamo andati sul molo saltellando sui macigni. Lì V. ha iniziato
a pescare, io ho fatto una passeggiata sulla spiaggia in stile "riviera
romagnola" , ma a parte questo Costanza non offre molto.
Tulcea 17. 8. 99
Stamattina prima di partire
per il delta del Danubio abbiamo deciso di fare un bagno nel Mar Nero, così
mentre eravamo impegnati nel traffico di Costanza ho visto una ragazza a bordo
di un fuoristrada che ci sorrideva e ci lanciava baci, poi si è accostata
facendoci segno di affiancarci: era una mora di bell'aspetto e dalle generose
tette, ci ha detto che aveva molta fretta ma che ci saremmo potuti rivedere
la sera. Le ho chiesto se fosse una professionista, ma lei si è offesa
dicendo che era fatta così, le stavamo simpatici e ci voleva rivedere.
Ho chiesto scusa e ho preso il biglietto da visita che dall'alto del "Range
Rover" mi ha messo davanti al naso. Magdalena, si chiamava. Quando mi sono
girato V. era stizzito per la mia cafoneria, ma poiché lei aveva poco
tempo non sono andato troppo per il sottile, anche per evitare sorprese la sera.
V. mi ha assicurato che in un documentario sulle rumene si diceva che questi
comportamenti siano comuni in certi periodi dell'anno.
Arrivati al mare abbiamo capito subito perché l'hanno chiamato così,
le sue acque apparivano ancora più scure di fronte alla spiaggia bianchissima
composta da un'infinità di conchiglie frantumate; nel complesso non ci
invitava molto ad un bagno, ma sentivamo che ci dovevamo immergere più
per fini battesimali che per piacere; così dopo aver assolto alla funzione
senza particolari cerimoniali siamo partiti per una visita turistica in una
specie di centrale atomica che traspariva dalla foschia in lontananza. Laggiù
ci siamo scattati alcune foto con paesaggi industriali per sfondo e V. ha tentato
un timido tentativo di pesca, ma l'ambiente degradato suggeriva che forse era
meglio andare al ristorante anche quella sera.
Abbiamo raggiunto un campeggio vicino alla centrale atomica, ci siamo fatti
una doccia a sbafo e ci siamo messi i nostri vestiti migliori per il possibile
incontro con Magdalena. Pochi minuti dopo questa ci annunciava che anche la
sera aveva da fare.
Così abbiamo invertito la rotta per la strada ormai buia, per filare
silenziosi verso Tulcea.
V. guidava e Franco Battiato cantava nell'autoradio, mentre pensavamo alle donne
che non avevamo mai avuto.
Sulina 18. 8. 99
Dopo aver rotto uno specchietto
della macchina ci siamo imbarcati sul "Sulina Rapid" alle 13,30, gli
zaini pieni di provviste e la voglia di navigare finalmente sul Danubio. Avevamo
passato una mattinata snervante in giro per Tulcea per cause tecniche, ed avremmo
sacrificato volentieri i nostri fardelli ai flutti del fiume. Dopo una lunga
fila sotto il sole siamo entrati nel vaporetto dotato di finestrini microscopici
e ovviamente non dell'aria condizionata; attendevamo la partenza da parecchio
e V. ha cominciato a dare segni di esaurimento prendendo a calci i bagagli di
tutti i passeggeri con gli occhi iniettati di sangue. Inaspettatamente il battellino
è partito a velocità supersonica sfrecciando tra le petroliere
alla fonda, la brezza leggera che riusciva ad entrare ha calmato i bollori di
V. che guardava le foreste sulle rive. Il paesaggio si è presto tappezzato
di un fitto canneto continuo fino a Sulina, dove ci siamo ritrovati sul molo
circondati dalla gente e dai relitti di navi coperti di ruggine. Mentre eravamo
seduti su un muretto per decidere davanti alla mappa il luogo ideale per farci
una canna si è avvicinata una meraviglia di genere femminile in bicicletta,
e mi ha chiesto se volevamo una stanza in casa sua. Noi che volevamo campeggiare
sul lago stupidamente abbiamo rifiutato. La meraviglia intanto si era presentata
come Irina, dai suoi shorts mozzafiato uscivano due cosce sode e abbronzate,
come le tette, che volevano a tutti i costi esplodere dalla canottiera. Mi spiegava
la morfologia del territorio indicandomi luoghi sulla cartina, e noi non la
seguivamo, trovando il suo davanzale più interessante. Ci ha salutato
porgendoci la mano per un bacio come ancora si usa qui, noi da bravi cafoni
occidentali l'abbiamo stretta forse anche con eccessivo vigore. Poi Irina si
è voltata, e pedalando ci ha donato un'altra splendida visione. Quando
ci siamo resi conto dell'occasione perduta già eravamo a camminare per
la piana sconfinata che ci separava dal Mar Nero.
Solo i pali della luce davano un idea delle distanze, in lontananza sulla sinistra
c'era una centrale elettrica, unico protagonista di quella scena desolata. Fu
allora che la mia mano mesta staccò una canna esagerata. Abbiamo poi
deciso di tornare al paese, e trovare una barca che ci portasse in un camping
su uno dei tanti laghi sul delta; abbiamo provato con diversi pescatori che
ci volevano derubare, finchè ci ha adescato un sedicenne di quel paese,
Christy, che a suo dire risolveva problemi ed era in grado di organizzare qualsiasi
cosa. Scroccandoci più sigarette che poteva ci ha condotto in un edificio
cubiforme con torre sopra e prato intorno, abbiamo attraversato diversi ambienti
e corridoi e ognuno di questi emanava un diverso fetore, noi ci incastravamo
con gli zaini lungo i passaggi sempre più stretti, fino all'ultimo locale
dove stazionava il "boss", come lo chiamava Christy. Era in mutanda
e canotta immerso nella calura di un ufficio fatiscente, dietro un tavolo cosparso
di oggetti casalinghi e rimasugli di cibo. In un angolo erano impilati fogli
a quadretti con su scritti ordinatamente dei calcoli e vicino un enorme telefono
sovietico in bachelite nera. Lo ha preso subito ed ha iniziato a comporre una
serie di numeri, dopo vari tentativi ha riappoggiato la cornetta deluso dicendo
che di barche a quell'ora tarda non ce ne erano, ma che potevamo prendere una
camera in quella costruzione per poi partire la mattina dopo. Noi eravamo disgustati
da quel posto e volevamo campeggiare, quindi abbiamo detto di no perdendo la
seconda occasione di quel giorno. Siamo venuti a sapere dopo da Christy che
quella era una specie di colonia estiva per adolescenti, infatti abbiamo cominciato
a vedere delle ragazzine che ci studiavano incuriosite; secondo le nostre fantasie
erotiche ispirate ai film con Alvaro Vitali quelle fanciulle stavano aspettando
solo l'occasione per trasgredire, come tutti a quell'età.
Noi due coglioncelli invece volevamo partire, e così ci siamo fatti condurre
da Christy da quella che doveva essere la sua ultima chance: il Capitano.
Lo abbiamo trovato nel suo ufficio spoglio completamente ubriaco, ma amicone
e disponibile alla chiacchierata; la nostra piccola guida gli ha spiegato il
problema ed egli barcollando nell'uniforme stropicciata si è finto interessato.
V. ha tirato fuori la mappa per mostrargli esattamente il posto dove volevamo
arrivare, lui l'ha presa con il fare deciso di chi ha preso mappe per tutta
la vita, ed ha cominciato a leggerla al contrario. V. ha cercato di girargliela
ma egli non ha permesso che mani straniere toccassero troppo quello che rappresentava
il territorio del suo comando; però non riusciva a decifrare i caratteri
delle scritte capovolte. Dopo alcuni tentativi ha rinunciato pensando che fosse
una mappa in cirillico o in qualche lingua misteriosa. Quello che non lo convinceva
era il fatto che non riconosceva neanche i luoghi, finché illuminandosi
ha esclamato: "Ah, ecco ! E' perché il Nord è di là
!!! " facendo mezzo giro su se stesso, ma la mappa era sempre sottosopra.
Fece ancora un paio di giri completi prima che V. lo fermasse con decisione
per girargli la cartina e farlo brillare per un'altra volta.
Dopodiché è partito per il lungo corridoio con l'andatura di chi
sa bene cosa bisogna fare in ogni situazione, è entrato in un paio di
uffici con noi tre dietro, ha alzato qualche pila di fogli, e con l'aria di
quello che hafattotuttoilpossibilemanonc'eraproprionientedafare, ci ha consigliato
di partire all'indomani. A questo punto Christy ci ha detto che se volevamo
potevamo campeggiare nel prato di fronte alla colonia delle sedicenni, dunque
siamo andati a piantare la tenda. Mentre eravamo impegnati con le stecche ed
i picchetti alcuni ragazzini venivano a darci consigli di pesca e gruppetti
delle ragazzine più mature ed intraprendenti ci gironzolavano intorno
e ci spiavano dalle finestre. L'idea di passare una notte in quel figaio non
era poi così male, ed anche il paesino meritava. Al tramonto siamo stati
avvolti da un'atmosfera calda e ovattata che ha rallentato tutto. Seduti sul
porticciolo fluviale guardavamo scorrere il Danubio prima che andasse a perdersi
definitivamente in mare, lì Christy mi ha confessato della sua passione
per il macabro, del perché si vestisse sempre di nero e delle strane
droghe che sintetizzava in cucina. Per trascorrere il lungo inverno dipingeva
quadri bevendosi uno strano intruglio di sua invenzione a base di vodka, acqua
distillata e dentifricio. Quando abbiamo finito la cena ed è arrivato
il conto lui si è impressionato del fatto che due ragazzi potessero pagare
l'equivalente di sei dollari in due per una cena a base di pesce senza battere
ciglio; lo stesso stupore lo ha manifestato vedendo il prezzo dello scatolame,
per noi economicissimo, che avevamo comperato per il campeggio. La sua famiglia
con il mezzo dollaro di un nostro barattolo avrebbe fatto un intero pasto. Sempre
scroccandoci birre e quanto più poteva ci ha portato in una rustica discoteca
di campagna dove mi ha chiesto alcuni spiccioli per comperare le sigarette che
fuma di solito, ma ha continuato comunque ad attingere dal nostro pacchetto
di "bionde", dicendo che rimangono sempre le migliori. Dopo qualche
bevuta e una partita a biliardo siamo tornati al prato dov'era piantata la tenda
e dove avevano organizzato una festicciola con le aranciate e un complessino;
mentre ero lì a guardare sono stato avvicinato da due sedicenni che mi
hanno raccontato di come sia bella la vita qui a Sulina, e che prima di ripartire
dovevo assolutamente passare a casa di una di loro che abitava lì di
fronte. Non ne capivo il perché, ero mezzo sbronzo e volevo andare a
dormire, ma con l'aiuto di un loro amichetto mi hanno trascinato fuori, e poi
dentro un negozio sotto la casa della tipa. Lì ci attendeva la madre
in mezzo ai detersivi; aveva l'aria di essere un'attività appena avviata
perché sugli scaffali lindi si riproponevano le confezioni dei soliti
tre o quattro prodotti in tutte le combinazioni. La biondina mi ha presentato
alla madre e poi sono seguiti alcuni minuti di imbarazzante silenzio che ho
cercato di rompere con un generico quanto falso: " Carino qui !",
loro mi guardavano impazienti che comperassi qualcosa, finché il mio:
" Si è fatta una certa
" gli ha demolito ogni speranza.
Sulina 19. 9. 99
Christy ci è venuto
a svegliare alle 6,30 per andare a prendere il battello che ci avrebbe portato
a destinazione, ancora però non aveva parlato con il barcaiolo; quando
lo ha fatto questo ha preteso una cifra di quasi il doppio di quanto ci aveva
promesso la nostra piccola guida. Ha cominciato così a girare tra i suoi
amici pescatori finché è arrivata una ragazza rumena con il fidanzato,
chiedendomi se volevamo andare con loro e dividere la spesa. Christy ha cercato
di farci intendere che non era prudente andare con quel barcaiolo, ma vedendo
che noi eravamo decisi a farlo se ne è andato deluso, dopo avermi chiesto
i soldi per una birra.
Abbiamo cominciato così a navigare nella rete di canali immobili del
delta del Danubio, le sponde erano folte di canneti, e quello che c'era dietro
era un mistero (altre canne, credo), intanto V. pescava seguendo i consigli
dei ruvidi pescatori del luogo. In tarda mattinata sbarcavamo sul molo malfermo
e traditore del camping, un' oasi deliziosa persa in un mare di canne e zanzare.
E' venuta ad accoglierci la proprietaria movendosi lentamente nella calura estiva,
con un sorriso strano ci ha detto che se volevamo piantare la tenda dovevamo
affittare una barca e spostarci un chilometro più giù, quando
saremmo arrivati al "black cross" avremmo trovato uno spiazzo libero
dalla vegetazione per pernottare. Presa la barca giulivi abbiamo levato le ancore
(peraltro assenti) pensando che il "black cross" fosse un particolare
tipo di incrocio tra i canali, ma dopo aver remato una mezz'ora ci siamo ritrovati
sotto una grossa croce tozza e nera. Con la sua non discreta presenza ha avvolto
con un manto di inquietudine il proseguire della navigazione. Poco più
avanti ci è sfilata davanti una famiglia di pescatori inselvatichiti
che stazionava davanti una baracca, ci guardavano incuriositi e noi facevamo
lo stesso, il più piccolo di loro aveva un occhio di vetro. Ciononostante
abbiamo preso posto quasi di fronte a loro, ci sentivamo un po' dei pirati d'acqua
dolce mentre sbarcano alla Tortuga, e in breve abbiamo ricoperto dei nostri
bagagli il fazzoletto di terreno abitabile. Ben presto siamo stati individuati
dalle zanzare che infestano queste zone e che usano aggredire ferocemente tutto
ciò che non si muove in continuazione; all' unisono io e V. ci siamo
lanciati sul tubetto di repellente per insetti, e strappandocelo dalle mani
urlando ce lo spalmavamo addosso insieme alle zanzare più avide che non
abbandonavano la presa.
Poco dopo eravamo distesi all' ombra di un incannucciato completamente ricoperti
di vestiti, asciugamani e liquido repellente. A ondate gli insetti cercavano
di pungermi intorno agli occhi o nei fori lasciati liberi per la respirazione,
io intanto mi studiavo con una libellula che si era venuta a posare su un filo
d'erba di fronte al mio naso, lei girava i suoi occhi strani ed io strizzavo
i miei per vederla meglio; siamo rimasti lì a guardarci per un po', immersi
nel gracidare delle rane circostanti finché ho pensato: " Guarda,
guarda
tanto pure tu verrai presto mangiata ! ". Intanto sentivo
V. prendersi a schiaffi maledicendo in dialetto quegli esseri odiosi che gli
volavano intorno, io mi chiedevo se era meglio essere torturati così
lentamente oppure venire mangiati da un rospo in un colpo solo. Ero lì
a pensarci quando ci siamo ritrovati a gettare i bagagli alla rinfusa nella
barca e fuggire più velocemente possibile da quel posto dannato. Tutto
questo sotto gli occhi divertiti della famiglia sgorbia che ha osservato ogni
nostra mossa.
Siamo così tornati al campeggio dove la proprietaria ci aveva già
preparato un bungalow con le zanzariere alle finestre, prevedendo il nostro
rapido quanto sicuro ritorno. La giornata è proseguita pescando (nulla),
facendo vita lacustre ed usando la barca come mezzo di locomozione sui canali
che separavano le varie isolette; la sera, appena ci siamo fermati, un ennesimo
attacco di insetti ci ha rinchiusi in camera dove guardavo le curiose impronte
di scarpe sul soffitto e sui muri. Mi sono addormentato con i tonfi sordi della
ciabatta di V. che echeggiavano dalla sua camera.
Tulcea 20. 8. 99
La mattinata è trascorsa
non molto differente dalla sera prima, così abbiamo deciso di ripartire
per zone più bonificate, abbiamo preso il battello per tornare a Tulcea
e lì dopo il recupero della macchina ci siamo rimessi sulle strade verso
i Carpazi.
Altro viaggio in notturna, io guidavo e V. pensava agli zampironi, e ai pesci
che non aveva mai pescato.
Busteni 21. 8. 99
Con gli zaini in spalla abbiamo
risalito i monti del parco naturale Bucegi facendo il primo tratto in funivia,
e poi camminando sui crepacci finché il cielo si è fatto scuro.
Lungo la via si è affiancata una simpatica e furba cagnetta che assomigliava
ad una jena. Arrivati quasi in cima il tempo imbruttiva, e visto che eravamo
spazzati da forti scariche di vento abbiamo trovato riparo dietro un gruppo
di massi in bilico su un precipizio. Piantare la tenda lì in mezzo però
era impossibile, e così ci siamo dovuti costruire una terrazza, con grande
movimento di macigni e terra ruspata con le mani. Su questa semplice ma funzionale
costruzione rupestre abbiamo piazzato il nostro rifugio; mentre aprivamo la
tenda questa si gonfiava con il vento come una mongolfiera e la immaginavo in
balìa degli elementi che volava giù per l'abisso su cui eravamo
arroccati. Eravamo quasi sulla sella di una montagna, scavalcata continuamente
da nuvole cariche di elettricità che decidevano di passare da una vallata
all' altra "colando" come panna montata. Per questo eravamo a momenti
circondati da nebbie dense e improvvise, con i fulmini che ci schiantavano vicino
alle orecchie; quando si liberava la visuale vedevamo il baratro sotto di noi:
tra i picchi acuminati si riversava il fiume vaporoso di cui ammiravamo lampi
e tuoni. Sopra le nostre teste si ergeva il missile - ripetitore che durante
l'eclissi vedevamo da lontano, la sua luce intermittente sapeva di stella cometa.
Alle 19,30 dopo un pasto frugale ed un paio di vodka "Kazaciok" eravamo
pronti per infilarci nei sacchi a pelo, così abbiamo giocato ai dadi
per chi dovesse dormire dal lato del precipizio.
Intanto Jena si era scavata una buchetta tra due massi e riposava tranquilla.
Parco naturale Bucegi 22. 8. 99
La mattina sveglia nel nebbione,
e sotto la pioggia che ci ha inzuppato per tutta la notte ci siamo incamminati
per una visita al missile-ripetitore bianco e rosso; dopo aver destato i necessari
sospetti da parte dei guardiani siamo tornati alla funivia accompagnati da raffiche
di vento gelido e guazza. Lì abbiamo salutato la fedele Jena regalandole
un biscottone.
Raggiunta la macchina abbiamo deciso di andare a visitare i famosi castelli
dei vari vampiri un tempo residenti in zona, non prima di esserci rifocillati
a dovere in una trattoria in stile montanaro, dove ci hanno fatto accomodare
su pesantissimi troni di legno rivestiti di vello di pecora aromatizzato alla
pecora. Uno dei lati negativi dei ristoranti in Romania è che le attese
sono lunghissime, quando si decide di mangiare fuori bisogna prendersi una mezza
giornata di tempo. Per questo, nonostante i prezzi stracciati e la qualità
ottima, noi ci ritrovavamo spesso con un panino in mano. Così, dopo un
pranzo a base delle tipiche zuppe e ovviamente un secondo di carne di pecora
(forse quelle su cui sedevamo), siamo usciti a metà pomeriggio e siamo
arrivati al vicino castello di Bran. Narra la leggenda, o meglio il libro, che
qui visse il famoso conte Dracula, ma a quanto pare Vlad Tepes (il suo vero
nome) non mise mai piede qui, limitandosi ad impalare Turchi in altre zone.
Il maniero è comunque affascinante e rende una buona visione di quello
che doveva essere stato un tempo. La guida consiglia anche le rovine di un altro
castello, quello di Rasnov, che pareva essere arroccato da qualche parte su
una montagna lì vicino. Durante le ricerche abbiamo chiesto informazioni
ad un tipo dall'evidente aspetto straniero e con una guida in mano; lui non
c'era ancora stato e ne sapeva meno di noi, quindi l'abbiamo invitato a salire.
Si chiamava Clive ed era Irlandese. Abbiamo continuato a chiedere finché
un contadino ci ha fatto capire che ci avrebbe accompagnato; dopo aver percorso
una decina di chilometri lui ha detto di camminare per un sentiero nel bosco
e se ne è andato verso una casa di pietre. Appena ho parcheggiato la
Peugeot il tempo è passato da grigio a tempestoso, con le consuete secchiate
d'acqua a cui ci cominciavamo ad abituare, i tuoni sopra la testa e il presentimento
che il mondo finisca di lì a breve. Dopo dieci minuti, per ingannare
l' attesa, decidiamo di fumare. Per l'occasione ho incartato un cannone micidiale
che ci ha storditi tutti e tre. Fatto ciò ci siamo ricoperti di buste
di plastica, ho preso il cavalletto e la macchina fotografica e siamo usciti
nella burrasca. Nel sottobosco era quasi buio ma vedevo la fluorescenza delle
gambe secche e storte di Clive uscire dai pantaloncini e pestare nel fango,
non l'avevo ancora guardato bene, e ora mi sembrava la copia esatta di Woody
Allen. Presto abbiamo smarrito il sentiero, ognuno aveva la sua teoria e le
abbiamo presto provate tutte peggiorando la situazione. Mi immaginavo cosa dovesse
pensare Clive di tutto ciò: in pochi minuti si era ritrovato fatto come
una pera sotto una tormenta in compagnia di due sconosciuti persi in un bosco
durante la ricerca del castello di un vampiro. Anche a me la situazione cominciava
ad apparire abbastanza surreale, finché dopo aver marciato per più
di un'ora abbiamo deciso di abbandonare le ricerche e di tornare a valle dov'era
la macchina. Laggiù informatori più attendibili ci hanno detto
che il castello era proprio sopra al punto in cui avevamo fatto salire a bordo
il contadino, e che forse egli aveva bisogno solo di un passaggio a casa. Dopo
la visita al maniero salutiamo Clive e lo lasciamo ad una fermata dell'autobus
ancora mezzo stonato, con la sua aria da irlandese abituato a vivere tra brave
persone. Noi siamo partiti per Budapest, e sulla strada ci siamo fermati a dormire
in un motel dove ci siamo sbronzati tra i camionisti e le prostitute economiche.
Verso Budapest 23. 8. 99
Abbiamo passato la frontiera
ad Oradea accompagnati dalla musica salsa, i nomi dei paesi sono diventati più
che incomprensibili, come la voce dello speaker alla radio. Viaggiavamo sotto
un cielo che sembrava artificiale tra i campi di girasoli e di mais, attraversando
paesini restaurati di fresco. Sembrava che lì il comunismo non li avesse
toccati più di tanto, l'unico segno del passato erano le "Trabant"
che sorpassavamo. Ci eravamo lasciati dietro il povero buongusto delle case
della campagna rumena ed i timidi sorrisi della gente che le abitava per passare
alla linda terra Ungherese, con le sue leziosità da cugini ricchi.
Arrivati a Budapest ci siamo resi conto che l'unico modo per dormire senza spendere
una fortuna è affittare una camera in una famiglia, e proprio mentre
eravamo fermi ad un semaforo un signore in bicicletta ci ha infilato dal finestrino
una fotocopia con una mappa, dicendo che aveva un appartamento per noi. Così
ci siamo sistemati e siamo usciti a piedi per vedere la città: bellissima.
Col suo aspetto da capitale nordica ci trovava spaesati, abituati ormai alla
vita del "sud del mondo". Per tornare abbiamo preso un taxi, ed il
tassista ci ha messo in mano degli album di fotografie di ragazze seminude in
pose equivoche, con fare libidinoso ha detto se volevamo andarci a fare quattro
salti insieme. Noi abbiamo rifiutato, ma lui dopo aver insistito si è
incazzato e ci ha derubato una cifra spropositata per la corsa . La nostra stanza
era in una ricca zona residenziale, e all'incrocio sotto casa abbiamo trovato
due tizi in mimetica e bomber che stazionavano. Dapprima abbiamo pensato che
fossero guardie private, poi guardando meglio abbiamo riconosciuto i tipici
segni dei nazi. La loro presenza ci ha riempito di sicurezza, in quanto questo
tipo di ronde notturne cercano di tenere lontani Africani, Turchi, tossici ed
Italiani.
Budapest 24. 8. 99
Abbiamo deciso di fare una
gita da "single", io sono stato prima al castello poi alla cittadella
e ho visitato la metropolitana più antica del continente. La sera io
e V. ci siamo fatti l'ultima canna che avevamo sul Danubio. Budapest è
meravigliosa.
Budapest 25. 8. 99
E' stata una giornata di riposo e di shopping, V. voleva comprare alcune mappe antiche per la sua collezione, e così ci siamo ritrovati in un negozietto stipato di rotoli di carta. Il proprietario già brillo ci ha offerto un prosecco italiano. Le mappe che vendeva costavano circa 40 dollari l'una, V. ne ha prese quattro, e dopo alcuni conti mentali il negoziante ha fatto una somma di 50 dollari complessivi, V. ha pagato soddisfatto e ci siamo dileguati rapidamente. La sera dopo aver bevuto una birra in un bar stile mistico orientale stavamo tornando a casa in macchina, una pattuglia della polizia dopo averci seguito un po' ci ha fermato e sono usciti i seguenti personaggi in divisa : "Il Tortellino" (soprannominato così per le sue somiglianze), seguito da Ivan Drago , alto con i capelli biondi a spazzola e la mascella quadrata, ed una ragazza che quando ha capito cosa ci volevano fare è tornata in macchina vergognandosi. V. era alla guida, e dopo aver visto i suoi documenti ci hanno chiesto se avevamo per caso bevuto; abbiamo detto di si, una birra, ma più di tre ore prima. A quel punto Tortellino ha tirato fuori una scatola con attaccata una trombetta, e ci ha detto ripetendo un copione ben provato: "Vedete, ora il signore alla guida deve soffiare qui dentro, la macchinetta analizzerà il suo fiato e ci darà la percentuale di alcool nel suo sangue, se oltrepasserà lo zero virgola zero le pene saranno durissime". Prontamente Ivan Drago ha tirato fuori un opuscolo della polizia locale in tre lingue che illustrava a cosa stavamo andando incontro: la pena minima per aver bevuto anche una cosa insignificante erano trecento dollari di multa ed il sequestro del passaporto e dell'auto per un tot di giorni, la pena più grave era l'arresto. Tortellino con fare viscido è venuto da me a dirmi che se V. soffiava lì dentro sarebbe stato impossibile poi trovare una soluzione, perché la macchinetta registrava tutto; intanto V. sicuro della sua sobrietà voleva soffiare ed andarsene, ma Ivan Drago gliela allontanava subito chiedendogli se era sicuro. Abbiamo cominciato a sentire puzza di bruciato, loro continuavano a prospettarmi cose terribili, finché Tortellino mi ha detto di dargli qualcosa, loro poi avrebbero scritto una multa per una sosta vietata. Ho posto la parola fine a quel fottuto teatrino mettendogli in mano 100 dollari e ringraziandoli di cuore.
Budapest 26. 8. 99
La mattina siamo partiti per
Vienna dove V. conosceva un paio di persone, uno non lo siamo riusciti a trovare
perché si bucava, l'altro lavorava in un locale italiano ed era molto
gentile, ci ha rifocillato, e ci ha trovato da dormire e da fumare. Ho conosciuto
Lorenzo, un altro amico di V., anche lui lavorava in un locale di compaesani,
non stava zitto un attimo ed era completamente fulminato, simpatico però.
Abbiamo girovagato nella bella ed opulenta Vienna dove tutti mangiano e sembrano
pieni di soldi, lo sfarzo delle vetrine ci abbagliava e non eravamo più
abituati a queste espressioni dell'occidente. La sera siamo andati a fumare
su un ponte sul Danubio, splendido come sempre ci ha incantato con i suoi riflessi;
lo rivedevamo per l'ultima volta dopo averlo risalito dalla foce, abbiamo visto
le civiltà che ci sono cresciute intorno, la gente che ci lavora, che
ci pesca, che ci si lava.
Che differenza tra i poveri e dignitosi Rumeni che stupiscono per la loro semplicità
ed il loro calore, gli Ungheresi, ed infine gli aristocratici Viennesi che tramite
questo corso d'acqua spediscono i loro detriti ed escrementi fin giù
in Romania.
Vienna 27. 8. 99
La mattina ci siamo svegliati
sotto un cielo plumbeo e l'aria ci ha suggerito che l'estate era quasi finita.
Io, V., e Gianluca (un altro romano emigrato), siamo andati a trovare Lorenzo
nel bar dove lavorava. Lì si consumava alla grande, così ci siamo
spiegati il perché delle famose panze viennesi; intanto Lorenzo cuoceva
spaghetti e serviva birroni spumeggianti, ogni tanto una pizza andava per terra
per poi essere servita con larghi sorrisi.
La nostra prima giornata d'autunno si consuma tra cibi, bevande e canne in salotto,
la sera siamo usciti con i nostri ospiti ed un gruppo di ragazzi italiani che
lavoravano qui, sistemati, annoiati e con i soldini in tasca. E' iniziato il
nostro pellegrinaggio per gli innumerevoli locali di Vienna, il divertimento
dei giovani sembrava essere passare da un bar all' altro, cercando di superare
qualche limite. Ne avremo visitati almeno cinquanta.
Venezia 28. 8. 99
Siamo ripartiti per Roma, così io, Gianluca e V. abbiamo salutato Lorenzo ancora in pigiama, sembrava così indifeso nella sua strampalata purezza. Abbiamo caricato i bagagli sulla Peugeot che oramai con la sua crosta di fango aveva guadagnato un aspetto assai vissuto tra le lustre auto viennesi. Abbiamo deciso di fermarci la notte a Venezia, dove siamo arrivati di sera. L'abbiamo visitata girando tra i vicoli bui ed era sempre bella e fastosa, rilassante e piena di mistero, a me faceva pensare di essere in una scenografia di un film, un film su Venezia. Gianluca non l'aveva mai vista ed era affascinato dai nostri itinerari lontani dalle mete turistiche. Poi ci hanno rapinato centomila lire per tre pizze surgelate ed un litro di vino sfuso. Il consueto cannone nel "sotoportego" ci ha condotti ad un profondo sonno.
Roma 29. 8. 99
La mattina l'abbiamo passata
ancora girando per il centro sotto una pioggerella che si è trasformata
presto in temporale, ne abbiamo approfittato per subire un altro furto in un
bar; da un rapido calcolo io e V. abbiamo speso di più negli ultimi cinque
giorni che nei venti precedenti .
Sul bagnato siamo arrivati a Roma, e ho salutato Gianluca e V. .
Presto mi sono ritrovato bloccato nel traffico dove fissavo le luci immobili
degli stop delle auto davanti a me.
La pioggia sul vetro mi rendeva una visione distorta e romantica della realtà;
quando il tergicristallo ha reso tutto più nitido, ho visto che ero fermo
sotto lo stesso pilone da cui ero partito.
Tutti i racconti sono protetti da copyright.
Si possono leggere a sbafo, ma è gradito un vostro parere.
Se qualcuno volesse contattarmi, fosse interessato a pubblicarli o volesse spedire
soldi, punti millemiglia, buoni benzina o generi di prima necessità questo
è l'indirizzo:

SPEED BREAKER
Mumbai 28. 10. 1999
India, un viaggio che ho sempre
saputo di dover compiere prima o poi. Ancora non so cosa mi abbia attirato in
quel luogo dalla cultura così diversa e lontana dalla nostra, a tre giorni
dal mio arrivo ancora mi chiedevo cosa mi dovesse affascinare e non trovavo
la risposta. Più che per la vera voglia di viaggiare ero partito per
la paura del rimpianto di non averlo fatto.
Mumbai (una volta Bombay) mi ha stordito appena ci ho messo piede, per la strada
che portava dall'aeroporto in città vivevano migliaia di diseredati,
praticamente una fila continua di accampati ai margini della carreggiata, misere
tende, letti, cani e bambini randagi. Esplodevano milioni di petardi per la
festa del "Diwali", il capodanno locale, e una nube di fumo e polvere
confondeva tutto. In questa grande confusione il taxi mi ha lasciato sotto l'albergo
insieme ad una coppia di Americani, immediatamente si è avvicinato un
poliziotto insieme ad un ragazzino con un bel pezzo di odoroso "charas"
in mano. Me lo voleva vendere ma gli ho fatto notare che se avessi solo toccato
quel tocco di "fumo" mi sarei fatto almeno dieci anni di carcere,
così sentenzia l'attuale legge indiana. Lui ha cercato di tranquillizzarmi,
e così pure lo sbirro, mi dicevano che era legale e che me lo avrebbero
pure regalato come segno di benvenuto. Sono salito fino alla reception dell'hotel
con la strana coppia sbirro-spacciatore che mi inseguiva e io che li scalciavo
per le scale.
L'albergo era orrendo, e ho capito subito che qui non si può risparmiare
più di tanto sull'alloggio. Per rinfrescare la camera di sei metri quadrati
c'era un'aria condizionata degli anni '70 grande e rumorosa come una locomotiva.
Spegnerla significava annaspare nella calura e poi morire, accendendola la temperatura
andava sotto zero in un fracasso infernale. Ci pareva di essere nella sala macchine
di un rompighiaccio al polo nord.
Mumbay 29. 10. 1999
Durante la notte ho avuto
la mia prima intossicazione alimentare, e meno male che la sera precedente avevamo
deciso di mangiare in un ristorante che sembrava un po' più pulito di
altri... Per fortuna avevo con me alcune medicine che le esperienze passate
mi avevano insegnato a portare, quindi me la sono cavata con una notte in bianco
e qualche fiotto di vomito. La giornata l'ho passata girando moribondo e disidratato
per le stazioni dei treni e cercando di prenotare un viaggio che mi allontanasse
da quella confusione ben poco pittoresca. Per sei giorni non era possibile trovare
un posto libero per qualsiasi delle destinazioni che avevo previsto, così
ho scelto il modo più semplice e pericoloso per muoversi in India: l'autobus.
Il giorno dopo partivo per Ahmedabad, la città della polvere (non intesa
come droga). Sono arrivato esausto dopo quattordici ore, e sono subito ripartito
dopo una sfuggente occhiata alla città che di lì a un anno sarebbe
stata sconquassata da un tremendo terremoto.
La meta era Bhavnagar, località marina sul lato nord-ovest dell'India,
relativamente vicina ad Alang. Lì c'è il più grande "sfasciacarrozze"
navale del mondo: ventimila operai lavorano per demolire i vecchi natanti provenienti
da ovunque, a prezzi stracciati. Credo questo sia possibile grazie ai bassi
costi di manodopera e delle quasi nulle accortezze per lo smaltimento di amianto
e altri veleni. C'è chi dice che questa sia stata l'esperienza più
affascinante del proprio viaggio, le immagini che pensavo di ricavarne già
mi entusiasmavano.
Bhavnagar 30. 10. 1999
Ho passato la giornata sbattendo ripetutamente contro i muri della burocrazia indiana, vanto di parecchi impiegati ministeriali. Come prima cosa sono andato nel posto dove avrei avuto il permesso di fare le fotografie, ma lì il capitano del porto mi ha detto di andare direttamente ad Alang, dove c'era il responsabile degli ingressi. Così sono partito con un bus locale, per poi passare ad un motocarro a tre ruote ricavato da una moto Enfield su cui il conducente ha lasciato salire una dozzina di operai. Guardavo le rifiniture del mezzo in stile anglosassone anni '50 e la trovavo stupenda.
APERTURA DI UNA PICCOLA PARENTESI MOTORISTICA
Le Enfield vengono ancora
prodotte qui, ed è possibile comprarne una nuova per una manciata di
rupie, e poi farsela spedire a casa per altre due manciate. A meno che non si
abbia la voglia e il coraggio di cavalcarla fino a destinazione. Per i veri
risparmiatori c'e' anche la versione diesel... Altra chicca della produzione
indiana sono le nostrane Vespe modello dopoguerra, quelle con la coda a punta
e i due sellini tipo bicicletta. Ora le esportano anche in Italia con un altro
nome e fanno tanto commuovere i vecchi vespisti che su quei sellini hanno vissuto
i loro primi amori (e sui quali qualcuno di noi è stato pure concepito).
Altro scarto industriale finito qui sono le vecchie e brutte Fiat 1100 degli
anni '50, dipinte di giallo e nero sono il taxi ufficiale di Mumbay.
Chiusa la parentesi, si torna
ad Alang e al motocarro. Eravamo diretti al cantiere di demolizione che tanto
volevo visitare (a me attira tutto ciò che è archeologia industriale,
ferraglia e discariche), e lungo la via passavamo tra centinaia di depositi
in cui si vedevano i pezzi recuperati dalle navi smontate. Arredamenti, bagni,
oblò, enormi lampade fulminate e non, eliche e giganteschi motori elettrici.
C'era una catena con degli anelli che non sarei riuscito ad abbracciare, immaginavo
l'ancora che ci stava appesa... Insomma, tanto di quel materiale da poterci
arredare la casa più bella e strana del mondo. Per non parlare dei mucchi
di pezzi metallici nei quali mi sarei tuffato con la mia saldatrice per creare
un mostro metallico tipo Mazinga, con cui avrei sicuramente salvato il pianeta.
Questo delirio d'onnipotenza è finito quando l'autista mi ha scaricato
all'ingresso. la guardia mi ha chiesto il "pass" e gli ho detto che
mi avevano assicurato che l'avrei potuto fare lì. Mi ha rispedito dal
capitano a Bhavnagar, ma poi tirando fuori una cartapecora ingiallita si è
corretto: i permessi si rilasciano ad Ahmedabad, da dove ero partito il giorno
prima. Mantenendo una calma che non riconoscevo come mia ho tirato fuori un
sorriso commerciale da venditore di auto usate e mille rupie che sventolavo
sotto il suo naso, chiedendogli di aiutarmi a trovare una soluzione più
facile. Non me la sentivo proprio di perdere chissà quanti giorni appresso
ad un pezzo di carta. "Strickly forbidden!" ha risposto l'unico incorruttibile
impiegato che come un padre geloso nei film indiani mi teneva lontano dal mio
amore. Ero incazzato e deluso, e sulla mesta via del ritorno pensavo al tempo
e ai soldi buttati per questo viaggio inutile, visto che la zona non offre molto
altro. Una forte emozione l'ho avuta quando un motociclista fermo sul lato della
strada ha deciso di compiere un inversione a "U" proprio quando la
vecchia auto su cui viaggiavo era a pochi metri da lui. L'aspirante suicida
portava con sè tutta la famiglia e quando si è accorto del probabile
danno che ne avrebbe avuto si è fermato di traverso in mezzo alla strada.
Dalla parte opposta arrivavano due camion che stavano sorpassando un risciò,
parecchi passanti guardavano la scena divertiti e incoscienti. La marmellata
era garantita, ma senza che nessuno frenasse ci siamo sfiorati in un incrocio
di traiettorie da far invidia ai cervelloni della Nasa. Il motociclista poi
è ripartito tranquillo come se gli capitasse ogni giorno. Una mia curiosa
ma verosimile sensazione mi ha convinto che le magiche strade dell'India siano
elastiche e si possano allargare a seconda di quanti mezzi si stiano incrociando.
Più volte durante i sorpassi folli degli autisti degli autobus ho dovuto
chiudere gli occhi e ritrovare la fede per quei pochi istanti necessari a far
allargare la carreggiata o far inchiodare gli impavidi autisti. La seconda possibilità
non si avvera quasi mai: l'uso dei freni è riservato al parcheggio per
la sosta finale. Specialmente sui motorisciò, che svicolano tra vacche
e pedoni con manovre acrobatiche sfiorandosi a vicenda. Ad Ahmedabad ero su
uno di questi, guidato da un ragazzo vestito di bianco, giainista e barbuto
(i giainisti sono i seguaci di quella religione secondo la quale è possibile
reincarnarsi in qualsiasi essere vivente, per cui non mangiano carne, uova,
formaggio, ecc, inoltre spazzano la strada dove passano per non calpestare gli
insetti). Insomma questo ragazzo mi aveva proposto un prezzo per la corsa, ma
a metà strada si è accorto che il tassametro che non aveva voluto
usare segnava già un prezzo superiore, quindi ha iniziato a disperarsi
facendo smorfie e battendosi la testa con il palmo della mano mentre si girava
verso di me per avere conforto. L'ho rassicurato dicendogli che gli avrei dato
quello che voleva, basta che guardava la strada. Non ho finito la frase che
ha tamponato un'altro risciò che frenava.
Anche se non ci sono stati danni l'altro conducente non si è rallegrato
dell' accaduto, gesticolando come si fa in tutto il mondo in queste occasioni.
Finalmente sono partito per Udaipur, dove finalmente ho trovato un posto ospitale
con un palazzo strepitoso: era di un marajà...
Ora è stato trasformato in un museo e hotel, ma io non pernotterò
qui. Il lago sottostante ne fa un paradiso per innamorati, e su un'isoletta
di fronte alla costa c'è un altro albergo da mille e una notte, dove
hanno girato alcune scene di "Octopussy", una delle avventure dell'agente
segreto che si gode la vita alle spalle di sua maestà.
Io certamente non pernotterò nemmeno qui...
Però ho preso un appuntamento con il manager dell' albergo per avere
il permesso di scattare delle fotografie. Nel paese ho rivisto i primi turisti
dopo giorni di isolamento, vivendo con gli indiani e le loro quotidianità.
Udaipur 1. 11. 1999
Sono andato all'appuntamento
con i miei vestiti migliori, e appena arrivato nella sfarzosa reception il portiere
in divisa bianca mi ha guardato dalla testa alle scarpe che forse erano da spazzolare.
Poi mi ha messo in contatto telefonico con il manager che mi ha rivelato che
i permessi si rilasciavano nientemeno che a Mumbay, distante parecchi palmi
sulla cartina geografica. In un precisato ufficio mi avrebbero rilasciato le
carte, i bolli e tutto il resto. Pensare di farlo via fax o magari via internet
era impensabile, e a nulla è servito dirgli che la pubblicazione delle
fotografie su una rivista di turismo sarebbero state un' ottima pubblicità,
mi ha risposto che avevano prenotazioni per anni ed anni. Eventuali tentativi
di corruzione al telefono non si sarebbero adattati all'etichetta...
Quindi costretto a fare il turista, da una terrazza sul lago guardavo la sagoma
sontuosa dell' albergo che mi ha rifiutato. Si rifletteva con migliaia di luci
sotto la luna che era un taglio in un cielo di pece. Pensavo alle scopate che
James Bond si era fatto lì dentro, e con un velo di invidia ho deciso
di partire.
PRIMO BREVE E SUPERFICIALE SGUARDO AGLI INDIANI
Gli indiani non sono poi malvagi,
un po' cazzoni spesso, ma quando si impegnano (o meglio, quando li schiavizzano)
i risultati si fanno vedere. Il loro problema è la voglia di fare. E'
come se non avessero vissuto parte della loro infanzia, e questa scappa fuori
appena può. Gli piace mischiare tutti i colori, sentire la radio al massimo
volume, quando la musica diventa solo distorsione, i clacson sono tenuti premuti
costantemente. Gli Indiani sono curiosi, se ti fermi per la strada a leggere
la guida o la cartina quando alzi gli occhi ti ritrovi circondato da persone
con la testa inclinata che tentano di leggere. Chiedono sempre: "Hallò,
which country you belong?", poi (solo alle donne): "Are you married?",
e a tutti:"what's your name?" e via via nel loro ampolloso inglese:
"which is the proposal of your stayng in India?". Una coppia di viaggiatori
mi ha raccontato che una volta erano in una sala d'aspetto e lei parlava con
un Indiano. Poco dopo lui le chiedeva indicando il compagno: "Che relazione
esiste tra lei e quell'uomo?". Tutti gli Indiani hanno un amico in Italia
che gli ha insegnato a dire: "comesstai? Tuttobono!". Poi ti portano
a visitare il negozio di tessuti molto belli che non comprerai.
Gli Indiani guidano come pazzi: fanno i sorpassi in curva e non frenano mai.
Portano i capelli lunghetti, con la riga da una parte, le camicie a linee verticali
e le ciabattine di plastica colorate. Alla stazione, di fronte allo sportello
della biglietteria si infilano tutti per vedere sullo schermo del computer dove
vai. Quando si tira fuori la macchina fotografica vengono tutti a guardarti
e a mettersi davanti all'obiettivo. Non chiedono neanche di spedirgli le foto,
vogliono solo che li porterai a casa.
Jodhpur 2. 11. 1999
La città è proprio
azzurra come dicono, sembrava di essere su un'isola greca e invece stavo quasi
nel deserto del Thar. Le costruzioni monocrome sono sormontate da un forte che
svetta sopra i fregi approssimativi delle facciate; lo vedevo dalla camera dell'albergo
mentre si arrostiva sotto un sole metallico. Ho scattato addirittura un paio
di foto. Ho provato a recarmi in un'altro albergo per marajà cercando
di proseguire, o meglio iniziare, il mio lavoro. Come da copione il portiere
mi ha scrutato, mi ha mandato dal direttore che mi ha spedito dall'incaricato
che non c'era ma sarebbe tornato l'indomani. E comunque sarebbero serviti almeno
tre giorni per espletare le pratiche, quindi era meglio se lasciavo stare.
La sera, tornato nel mio misero albergo da "backpacker" ho conosciuto
un gruppo di viaggiatori di Roma. Paco, uno di loro abitava a pochi metri da
casa mia. Claudia, la compagna, studiava antropologia e stava immergendosi nella
cultura Indiana. Sicuramente è stata Livia quella che nel gruppo ha attirato
di più la mia attenzione. Mi ha subito ricordato mia cugina, oltre che
per l'inequivocabile somiglianza fisica anche perché portava lo stesso
nome. Altra cosa curiosa è che anche la mia cuginetta (pecora nera della
famiglia e mio inconfessabile mito adolescenziale) quindici anni prima se ne
andava a spasso per l'India in compagnia dei fricchettoni, facendo sparlare
le frange più perbeniste del parentado. Livia parlava poco, aveva lo
sguardo vispo, e si muoveva con una cortese timidezza asiatica. Sapeva di muschio
e di bosco, e la sua freschezza contrastava con l'aria tiepida e molle della
sera.
Jodhpur 3. 11. 1999
Ero riuscito a finire la prima
pellicola strappando qualche fotografia al forte e per le azzurre vie della
città. Fisicamente stavo uno schifo: mezzo influenzato, dolori alle ossa,
diarrea, con un mal di gola che mi strozzava, e gli antibiotici e l'antimalarica
che mi tritavano il fegato.
Jaisalmer 4. 11. 1999
Insieme a Paco, Livia e Claudia
ho viaggiato in pullman fino a Jaisalmer. Per la strada si susseguivano pali
della luce, sparuti cespugli, tracce nella sabbia. Poi altri pali, altri cespugli,
mezzi militari infrattati. Traversavamo nell'aria calda e secca, mentre gli
abiti delle indiane si facevano più colorati...
La guida consigliava di fare attenzione alle persone che aggredivano i turisti
alla stazione per portarli in alberghi dove sarebbero stati costretti a fare
un safari col cammello. Infatti come quattro polli ci siamo caduti; un'autista
di taxi ci ha promesso di portarci in un albergo dove eravamo liberi di prendere
anche solo la camera. Così ci hanno assegnato le stanze ad un prezzo
stracciato. Più tardi, quando stavamo uscendo è saltato fuori
il "Boss", con pantaloni a zampa d'elefante e la camicia quasi tutta
sbottonata. Un bastardino strafottente che con fare scontroso e autoritario
ci ha fatto sedere nel suo ufficio e ci ha detto subito: "O prenotate un
safari oppure: OUT!" accompagnando la frase al classico movimento del dorso
della mano che batte sul palmo dell'altra, che ho trovato tanto volgare quanto
internazionale. Io e Claudia eravamo incazzati come due belve, solo Paco nel
suo apparente distacco da molte cose della vita terrena ha saputo mantenere
una conversazione amichevole col viscido individuo, ed è riuscito a prendere
tempo. Intanto il "boss" per convincerci ha cominciato ad elencarci
le bellezze, le sensazioni forti e indimenticabili che solo il deserto può
dare, tra le quali: "...under the stars, smoking big joint..." e ha
mimato una lunga tirata a due mani da un ipotetico cannone... Poi compiaciuto
dal gesto ci ha detto di andare pure a controllare i prezzi della concorrenza.
Abbiamo scoperto da altri turisti che qui tutti gli alberghi economici costringono
gli ospiti al safari, quindi o lo facevamo dal mafioso che ci aveva sequestrato
o dovevamo spendere moltissimo per avere solo la camera. Così abbiamo
accettato, e lui quando ha visto i soldi ha cambiato immediatamente tono, diventando
un modello di cortesia orientale. Però la fiducia che riponevamo in lui
non era molta, gli abbiamo dato solo la metà dei soldi, il resto al ritorno,
se fossimo rimasti contenti e vivi.
Poi la sera abbiamo provato il Bhang Lassi, uno yogurt con una specie di canapa
dentro: moooooolto rilassante...
Jaisalmer 5. 11. 1999
La mattina avevo regolato
la sveglia all'alba, ma prima che suonasse gli inservienti-schiavi dell'albergo
che dormivano ammassati nel cortile davanti alle nostre camere già facevano
un baccano infernale.
Sono andato a scattare alcune foto alla periferia di Jaisalmer, sembrava di
essere in Messico: le casine di fango avevano gli spigoli arrotondati ed erano
verniciate di colori terrosi, con semplici ma raffinate pitture geometriche
sui muri, tutto aveva un aroma centroamericano e sapeva di caffè. Ad
un certo punto, quando ero già circondato da una marea di ragazzini che
mi accompagnavano festanti, mi è passata accanto una bambina di circa
quattro anni vestita con uno straccetto a fiori bisunto, correva con un grande
"chillom" (la nota pipa di terracotta o pietra) tra le manine. Le
sostanze in possesso del gruppo italiano erano state perdute durante il viaggio
per raggiungere questa città, dove sembrava che il "fumo" non
esistesse; quindi ho inseguito l'infante che sembrava sapesse bene dove andare.
Sempre con lo sciame di bambini che mi circondavano e volevano essere fotografati,
la piccola ha raggiunto il nonno che l'aspettava seduto su un copertone di camion
per la fumata del mattino. Purtroppo egli non mi ha saputo aiutare nelle mie
ricerche tossiche, mi ha detto di andare da un "baba" di sua conoscenza
e forse ci sarebbe stato un pezzo di "Charas" per me. In albergo ho
incontrato Livia, e siamo andati in un bar a bere un "Tchai" ed intrattenere
una piacevole conversazione sul futuro della musica e dell'uomo. Mi incantava
lo scintillio dei suoi occhi vispi, mi perdevo nei minimi movimenti delle sue
labbra e tra le sfumature della sua sessualità non ancora del tutto compiuta.
In pomeriggio io e Paco guidati dal nostro fiuto da trovatori siamo finiti dal
"baba" in cerca del "charas". L'ottuagenario barbuto era
assai poco loquace, fumava un "chillom" con attaccato un tubo di plastica
per tirare, e ci ha messo in mano un tocco di resina scura e secca grande come
un pugno chiuso. "Opium!" ha aggiunto. Il ragazzo che ci ha accompagnato
ci ha detto che qui si trova solo quello, e che ci dovevamo accontentare. Abbiamo
accettato solo per non ritornare a mani vuote, abbiamo dato cinque dollari al
"baba" e uno al ragazzino, e la sera, ben organizzati con le pipette
e tutto il resto ci siamo messi a fumare quella cosa strana e caramellosa che
si liquefaceva al calore della fiamma ed otturava il cannello dello strumento.
Così siamo passati ad altri metodi: prima bruciandolo su un cucchiaio
e aspirando il fumo tramite un cono di carta, poi inzuppandoci dentro le sigarette
che uscivano nere come se fossero state asfaltate. Non ci ha fatto assolutamente
nulla, e non si può certo dire che non avevamo voglia di fumare...
In quella scena d'altri tempi, seduti sul letto di un albergo indiano con le
immagini sacre sulle pareti, Livia era la piacevole allucinazione che la droga
non mi dava. Era illuminata dalla luce di una candela che aveva la fortuna di
poterla accarezzare. Nei suoi abiti hippy, con la sua carica di acerba e inconsapevole
sensualità.
Jaisalmer 6. 11. 1999
Io e Paco siamo tornati dal
"baba" per protestare dell'oppio che ci aveva venduto, o almeno per
farci spiegare come si usava. Lui era sempre di fronte al suo tempietto con
in mano il suo antico "chillom". Una famiglia indiana sedeva nel cortile
intorno all'aura del "baba". Il capofamiglia aveva il turbante verde
pistacchio ed i baffoni lunghi e neri. Intorno aveva un grappolo di infanti
e donne di passaggio. Il "baba" nel mezzo fumava il suo curioso tubone
e parlava niente. Gli abbiamo chiesto dove avevamo sbagliato e lui ha pontificato:"Eating!".
Con il sospetto di aver preso la nostra fregatura indiana ce ne siamo andati
certi che nessuno avrebbe avuto il coraggio di ingerirlo. In compenso abbiamo
trovato un'alternativa divertente e legale: i biscottini al "bhang".
Sembrano i biscotti dietetici alla crusca, e lasciano un sapore di fieno in
bocca, ma dopo un paio d'ore l'effetto è assicurato...
Paco è un fumetto vivente, è un essere caduto su questo pianeta
per puro caso, come tutti d'altra parte, ma lui non se ne è ancora accorto.
Non sembra mai presente, ma dà spesso prova del contrario. Forse vive
in un'altra dimensione che si incrocia alla nostra solo per brevi istanti. Spesso
a qualche sua affermazione Claudia lo riprende con amore: "Paco, tesoro,
ma che cazzo stai a dì ?!" e lui si zittisce per un po' e torna
nella sua dimensione parallela. A me dispiace, io lo capisco sempre, forse perché
è un po' cazzone e io pure.
Deserto del Thar 7. 11. 1999
Siamo partiti per il deserto
accompagnati dal "boss" in fuoristrada, ci ha scaricati al parcheggio
dei cammelli. Lì dove un vecchio cammelliere inzuppava un sacchetto d'oppio
in una scodellina avremmo dovuto verificare la presenza di tutto quello che
il "boss" ci aveva scritto sulla lista, poi firmata col proprio sangue.
Visto che ormai si era fatto tardi e che i cammelli erano già carichi
ci siamo fidati, e al tramonto eravamo già alle dune. Io mi sentivo uno
schifo, l'influenza che mi era esplosa mi ha fatto viaggiare in uno stato pietoso.
Inoltre il calore manifestato da Livia era misteriosamente scomparso, la sera
precedente alla partenza, al peggiorare del mio stato si era presentata in camera
mia con un miracoloso intruglio indiano che guariva tutti i mali. Infatti, poco
dopo stavo già meglio e per ore abbiamo parlato e ci siamo strofinati
teneramente...
Questa sua apertura mi aveva fatto salire al settimo cielo, mi sentivo come
un quattordicenne a primavera, ed il suo odore mi rimase nelle narici per tutta
la notte. Dalla mattina dopo, non ancora ne capisco il perché, mi ha
ignorato completamente, come se fossi invisibile. Dice che mi aveva avvertito:
lei era strana...
Mi ritrovavo dunque a dover passare tre giorni nel deserto con una lunatica
ed una coppia di piccioncini; più la strada si allontanava e più
pensavo che stavo facendo una cazzata. Mi venne in mente una storia che parlava
di peli e di carri...
La carovana era ferma a mangiare tra i cespugli, i beduini preparavano il pranzo
ed io preferivo non guardare. L'unico modo per gustarsi qualsiasi pietanza in
India comporta il non seguire le fasi della preparazione, le poche volte che
mi è caduto l'occhio sono rimasto abbastanza schifato, e lo stomaco si
è chiuso immediatamente...
I pasti che ci hanno somministrato fino ad allora i cammellieri erano stati
abbastanza insipidi e soprattutto non sapevano fare nemmeno il "chapati",
specie di piadine cotte sulla brace. Per fortuna Claudia ha preso l'iniziativa
e si è messa a impastarle lei, con risultati molto migliori.
Ancora pensavo se avevo sbagliato qualcosa con Livia, o se è andata così
perché c'è la luna piena e le signorine diventano bizzarre. Per
fortuna fisicamente andava meglio, abbiamo visto le dune di un piccolo deserto
del Sahara, dove ci siamo fatti una foto con l'autoscatto, con il teschio di
un animale cornuto in primo piano. Accanto a me i cammellieri pulivano le pentole
e i piatti con sabbia e merda di cammello, sulla quale ogni tanto sputavano.
L'importante è non guardare...
Abbiamo continuato la traversata sui cammelli, strafatti di biscottini al "bhang".
Cavalcavamo nel deserto su tante nuvolette rosa, io ogni tanto ridevo da solo.
Anche uno dei cammellieri era un "baba", anzi di più: un "desert
baba". Quando ha visto i biscotti ne ha staccato un pezzo con l'unghione
nero e se lo è calato ridendo.
Deserto del Thar 10. 11. 1999
Terzo giorno di navigazione,
io continuavo ad essere preso dalle scariche di diarrea che mi accompagnavano
dalla partenza e che mi rendevano le notti sotto le stelle assai movimentate.
Ci stavamo abituando alla presenza della sabbia, che accompagnava qualsiasi
nostra azione in questo ambiente. Sulla sabbia si camminava, ci si dormiva e
ci si facevano i bisogni, si respirava nel vento e si mangiava nel pranzo. Ho
scoperto che aggiungendo parecchio sale grosso si riusciva a mascherare i granelli
di sabbia sotto i denti. In ogni posto dove andavamo a mangiare c'erano ad attenderci
diversi personaggi che si invitavano a pranzo e che sembravano apprezzare più
di noi gli insipidi e arenosi manicaretti che il "desert baba" ci
preparava con tanto amore. La sera prima, dopo cena, eravamo tutti davanti al
fuoco a guardare le stelle come fricchettoni, il "baba" e le due guide
hanno tirato fuori una bottiglia di "arak", il micidiale distillato
fatto in casa, che ogni anno provoca in India migliaia di morti e di ciechi
per l'alta presenza di metanolo. Ne hanno bevuto un bicchierino per uno e si
sono immediatamente ubriacati a bestia. Uno di loro è partito per la
savana urlando a squarciagola, il "baba" si è sdraiato davanti
al falò ed ha iniziato a intonare un canto dal sapore antico. Io non
mi ero nemmeno accorto di quello che faceva, tanto la sua vocina strozzata e
lontana nella sua gola si intonava col silenzio del deserto. L'ennesimo biscotto
al "bhang" dava i suoi effetti, e le fiamme che ci rapivano gli sguardi
erano il miglior cinematografo. Nella notte ho avuto la visione del "desert
baba" proiettato a Roma col suo cammello in mezzo al traffico di viale
Marconi, manteneva la sua aria serena e sorrideva senza suonare il clacson.
Ci ha detto che aveva cinquantacinque anni, ma sembrava averne almeno il doppio.
Magro e scuro come un ramo bruciato, non trovavo l'ombra di un muscolo sotto
la sua scorza rugosa, dal suo sguardo sembrava sapere tutto di chi aveva davanti,
stillava carisma da tutti i pori. Col suo turbante, la camicia che lo ha accompagnato
per buona parte della vita e le scarpe deformate dai rattoppi...
Il "baba" vestiva i colori del deserto, ne era una molecola silenziosa.
La sera, quando siamo andati all'appuntamento col "boss" per tornare
in albergo, questi ci aspettava di spalle, pantaloni bianchi e capello impomatato.
Era in mezzo ad uno spiazzo ventoso, pisciando platealmente per segnare il territorio.
Col suo look da mafiosetto d'oriente e la faccia che non faceva pensar nulla
di buono della madre ci ha accolto tendendo la mano e chiamandoci "Amici
!". Alle nostre guide dava dodici dollari al mese...
GLI INDIANI 2
L'indiano tipo non è ben nutrito, ma spesso è alto con i muscoletti che non ostenta, dato che sono certo il frutto di un lavoro duro. Con gli Indiani si chiacchiera volentieri, sembra che non abbiano molto da fare. Stanno per strada a perdere tempo con gli amici, sono amichevoli e simpatici. A volte capitano quelli che vengono a fare amicizia tentando poi di attirarti nel loro negozio, alcuni hanno una parlantina che permette poche repliche: ti rincoglioniscono di parole e salamelecchi finché ti ritrovi nel retrobottega ricoperto di tappeti e collane da comprare. Una volta ero stato quasi coinvolto in un business di import-export intercontinentale.
Pushkar 11. 11. 1999
La mattina all'alba prima
della partenza mi sono rivisto allo specchio dopo tre giorni; ci sono passato
davanti distrattamente e quasi non mi sono riconosciuto: dimagrito, barba incolta,
il viso bruciato dal sole e consumato dalla diarrea. Mi sono trovato bello come
mai prima.
Alla fermata degli autobus di Jaisalmer bevevo un "tchai", quando
è venuto un Indiano a sedersi vicino, non mi era nuovo, e infatti mi
ha salutato. Poi mi ha ricordato ingenuamente che era stato lui ad accompagnarci
all'hotel quando siamo arrivati, o meglio ad indirizzarci con l'inganno alla
trappola in cui siamo caduti. "Yes, I remember, you fucked me!", gli
ho detto scherzando, e lui: "Yes, yes, I fucked you!". Poi mi ha chiesto
se gli offrivo un "tchai"...
Dopo tredici ore d'autobus con i brividi gelati lungo la schiena e lo stomaco
che minacciava esplosioni improvvise, sono arrivato a Pushkar, giusto un giorno
dopo la fine della famosissima fiera dei cammelli. Informazioni sbagliate mi
avevano fatto perdere uno dei più importanti appuntamenti del calendario
indiano. Livia col suo fare lunatico era sparita dalla mia mente come se coperta
dalla nebbia, di lei mi rimaneva un sapore amaro in bocca e alcune immagini
su due rullini che, pensavo, non sarebbero stati sviluppati mai.
Pushkar 12. 11. 1999
In paese stavano smontando le ultime bancarelle della fiera del cammello, contemplavo il lago quando tutto d'un tratto mi chiedevo: "Ma che cazzo ci sto a fare io qui?!". Il paese era abbastanza turistico, e c'era grande fermento per la fine della fiera e per i soldi guadagnati. Si respirava aria di misticismo, gli importanti tempi di Pushkar attirano i più strani pellegrini, che si vanno a bagnare sui "ghat", i gradini in pietra che danno sul lago. In questi luoghi è vietato fotografare. Avevo il nome di un amico di Paco e Claudia che viveva lì da un pò di tempo, ma non sapevo in quale hotel, cercarlo poteva essere un piacevole passatempo per la giornata. Già mi avevano proposto di acquistare del "fumo", ma avevo rifiutato per la paura (quasi certezza) di essere venduto alla polizia. La sensazione di essere una merce preziosa e commercializzabile non è per niente bella.
Jaipur 13. 11. 1999
Ero arrivato a Jaipur insieme ad un ragazzo austriaco. Portava i lunghi lacci delle scarpe sempre sciolti che strisciavano per terra, credevo che volesse insaporirli di tutta l'India. Siamo arrivati in un hotel frequentato da fricchettoni che si aggiravano per il cortile erboso. Mentre entravo con i bagagli un "fratello" mi ha portato uno spinellone acceso. Era uno dei famosi "uomini chillom", dediti esclusivamente all'adorazione della propria pipa. Pareva un personaggio dei fumetti underground degli anni '70, e lui in quegli anni era arrivato lì dalla Francia e ci era rimasto, vendendo il "fumo" a prezzi altissimi. Philippe lo faceva per campare, ma la sua era anche una missione della quale andava orgoglioso: come una farfallina impollinava gli hippy ed i viaggiatori di passaggio altrimenti prede degli infidi trafficanti indiani...
Jaipur 14. 11. 1999
Ho scattato alcune fotografie mediocri e ho fatto alcuni acquisti, non è stato facile perché in città c'è una miriade di negozi, e non appena si acquista qualcosa subito si pensa di aver preso la "sòla" (la fregatura come si dice a Roma, che coincide col "pacco" milanese), perché il negozio accanto poi sembra sempre migliore. L'albergo dove vivevo era pieno di commercianti di pietre, di stoffe e di trafficanti sulla cinquantina molto simili a Philippe. Per l'import-export arrivano dall'Europa a frotte, con i portafogli gonfi e le carte di credito cromate e dorate, nei negozi si maneggiano grappoli di collane di pietre come se fosse baccalà. Sembrava che i miei dolori fisici fossero in fase terminale, dopo due settimane di diarrea, febbrine ed altri malori era un giorno che sopravvivevo senza ingurgitare pasticca alcuna, ma il mio aspetto non era dei migliori: dimagrito parecchio, disidratato, e di colorito beige.
GL' INDIANI 3
Ti fissano e ti chiedi a cosa pensano. Sono intelligenti ma non sempre lo dimostrano, è perché sono anche molto furbi. A me a volte mi fregano facendo gli Indiani.
Jaipur 15. 11. 1999
Fino ad allora l'India che
avevo visto non mi era piaciuta granché. Forse era quel vivere lasciando
andare tutto al proprio destino, la sensazione continua di processo di putrefazione
inarrestabile. Quello che le strade riflettono dà l'impressione di una
totale noncuranza di loro stessi e dei luoghi dove vivono, non capivo come potessero
accettare il fatto che esistessero categorie diseredate la cui vita, sofferenza
o morte non cambiasse nulla per nessuno, neanche per i diseredati stessi. Avevo
visto casi di rassegnata disperazione e malattia che non avrei dimenticato facilmente.
Ma forse non era altro che uno sterile scontro culturale.
Le vacche sacre non sono erbivore, mangiano di tutto, sopratutto spazzatura,
cartoni e camere d'aria. Sanno che possono fare qualunque cosa, ne ho viste
che dormivano di traverso in mezzo alla strada, entrare nei mercati e divorare
la verdura sui banchi, e addirittura una che girovagava tra pile di vasi di
ceramica in mostra davanti un negozio; il proprietario le correva intorno spostando
la sua merce molto affannato ma senza scacciarla...
Barathpur 16. 11. 1999
Questo posto è famoso
per essere il paradiso degli ornitologi. Non avevo mai avuto contatti con appassionati
di questo genere, spiriti nobili, poetici, delicati e monomaniacali. Sono classificabili
in una posizione che sta tra gli ingegneri e i filatelici. Ne ho conosciuti
un paio così finora, anche se poi tutti hanno l'aria di esserlo. Uno
di loro, un Inglese si era portato la fidanzata e l'ha costretta a passare tre
settimane in questa selva che offre solo uccelli (nel senso di volatili) di
ogni specie e colore. La sera al ristorante quando lei parlava vedevo nei suoi
occhi i segni dell'esaurimento, mi chiedeva come fosse l'India fuori dalla giungla,
mentre cercava di convincere quell'ornitologo del fidanzato a portarcela, ma
lui completamente insensibile a qualcosa che non volasse né cinguettasse,
pareva deciso a fermarsi lì ancora a lungo. La giornata l'ho passata
in escursione con lui, la guida e un altro appassionato; la fidanzata non è
venuta. Devo confessare che li invidiavo un po' quando andavano in visibilio
davanti ad un "passero" su un ramo in lontananza. Dopo tre ore di
avvistamenti ho detto alla guida che forse questa non era la mia vera passione
e me ne sono andato in bicicletta nel parco per i fatti miei. Lui c'è
rimasto un po' male, ma non si può vivere stando attenti a non urtare
la suscettibilità di un ornitologo.
Guardavo i volatili distesi intorno all'acquitrino, di fronte a me c'era quello
che doveva essere un airone. Stava fermo immobile e a volte spalancava annoiato
le ampie ali bianche. Su un albero sopra di me risiedeva un'altra specie assai
interessante, di colore nero e blu elettrico, altri di colore verde si inseguivano
sul davanti. Lo stagno aveva l'aria di essere molto popolato, per mangiare i
ragni d'acqua sulla superficie guizzavano fuori molti pesciolini, i più
sfortunati di questi alimentavano i volatili. Come andare al ristorante e venir
mangiato dal cameriere.
Barathpur 17. 11. 1999
Questi ornitologi anche se
sono dei fottuti maniaci sono anche molto simpatici, particolarmente uno di
loro che vive la sua ossessiva passione con molta autoironia, trattandola come
una piacevole condanna. Per tutta la durata della cena l'argomento principale
di conversazione è stata la merda, causa del malessere di buona parte
dei presenti. Ciascuno aveva da raccontare terribili esperienze vissute, a quanto
pare il vero viaggiatore si riconosce dal numero di intossicazioni alimentari
e dalle ore passate sul cesso. Un fotografo tedesco sembrava essere il più
viaggiatore di tutti: con quarantacinque giorni di diarrea ininterrotta si stava
trasformando in un "geiser"...
Gli unici due turisti finiti lì senza la passione per gli uccelli (sempre
intesi come volatili) eravamo io ed un ragazzo israeliano che mi somigliava
come una goccia d'acqua. Se non fosse per i suoi capelli lunghi e gli occhi
verdi ci saremmo saltati addosso urlando: "Dammi indietro la mia faccia!".
Invece ci siamo stati simpatici, e la mattina siamo stati insieme ad Agra dove
abbiamo visitato il Taj Maal, monumento funebre per la moglie del ricco ed innamorato
Shah Jahan, che vide morire la moglie di parto. La costruzione del monumento
costò il lavoro di ventimila persone per ventidue anni, e gli artigiani
migliori ebbero poi i pollici amputati per non avere la possibilità di
ripetere una simile opera. E' un insieme di equilibrio di volumi e raffinatezza
di stile da lasciare incantati. Shah Jahan venne poi deposto dal figlio ed imprigionato
nel forte di Agra, da dove ha potuto vedere il monumento fino alla fine dei
suoi giorni. Finalmente ero riuscito a scattare parecchie fotografie e ad uscire
dallo stato di frustrazione in cui mi trovavo. La sera ho conosciuto Barbara,
una hostess italiana con delle lentiggini che mi mettevano tanta allegria. Siamo
stati insieme a cena su una terrazza dove ci siamo consolati della solitudine
del viaggiatore solitario, poi siamo finiti nella mia camera, e mentre finivo
di consolarmi tra le sue tette accoglienti ho realizzato che fuori della finestra,
nel patio, c'erano due indiani che parlottavano. Noi eravamo con la finestra
aperta e la luce accesa, quando mi sono girato loro sono scappati sghignazzando.
Allora mi sono alzato per chiudere almeno la tenda, e al mio ritorno Barbara
si era incazzata per questa mia interruzione, si è girata e non ha più
voluto farsi sfiorare
Ah, le Italiane
Fatehpur Sikri 18. 11. 1999
E'un' antica città fortificata che fu abbandonata poco dopo la sua nascita. Un posto interessante, che però non mi ha stimolato fotograficamente. Poi in pomeriggio mi sono perso per i bazar convulsi alla ricerca di non so cosa. Una giornata piuttosto loffia.
Goa 21. 11. 1999
Ero planato laggiù
da un giorno, forse il più spensierato da quando ero partito. Il posto
era tropicale quanto basta, strascinata atmosfera da siesta perenne, mare, palme
e frutta fresca. Pesce sulla spiaggia la sera. Un'India molto diversa da quella
che avevo conosciuto fino ad allora, molto più serena e rilassata. Ho
visto le spiagge di Benalium a sud di Goa: vaste e semideserte, un vero paradiso
tropicale.
Nella zona rimangono diverse testimonianze del passato storico di questo stato,
fino a poche decine di anni fa colonia portoghese. Ho visitato alcune delle
case che ospitarono i coloni e gli Indiani ricchi che con loro facevano affari.
Oramai sono i loro discendenti che le mantengono in piedi con non poche fatiche
economiche.
In una di queste abitazioni vive un anziano fumettista indiano con sua moglie,
mi hanno accolto anche se ho disturbato la quiete del loro eremo nel bosco.
E' stato molto più ospitale di altri, che quando ho bussato alla porta
mi hanno detto che non ce la facevano più di turisti inopportuni e mi
scacciavano malamente...
Alla fine della giornata comunque sono riuscito a contare diverse pellicole
esaurite, la cosa mi ha fatto stare un po' meglio, perché il mio grado
di depressione professionale saliva ogni giorno.
Goa 22. 11. 1999
Mi sono spostato più
al nord, verso l'epicentro della vita delle notte indiane. E' un'altra India,
fatta di turisti europei e sopratutto israeliani, che scorrazzano in gruppi
a bordo delle loro scoppiettanti moto "Enfield". Questa è la
terra della musica techno, e specialmente di un genere che si è sviluppato
qui grazie agli Indiani trapiantati in Inghilterra e poi ritornati, che hanno
sviluppato un genere tutto particolare (con un nome che fa un po' paura): la
"Goa trance". Una musica in grado di far muovere i piedi più
oziosi. Io non andavo pazzo per la musica elettronica, ma mi sono ricreduto.
Le famose feste sulla spiaggia che si consumavano fino a qualche anno fa sono
state limitate, ma con un po' di discrezione si può organizzare qualcosa
in alcuni locali.
La sera sotto la tettoia in riva al mare vedevo saltellare i cosiddetti "techno
ravers", figli o nipoti dei fricchettoni occidentali che negli anni sessanta
colonizzarono queste sponde. Venivano periodicamente dalle montagne portando
le collanine costruite d'estate e grandi pezzi di odoroso "charas"
che pubblicamente consumavano nei loro "chillom". E' da allora che
si festeggia la Luna piena o il Natale (Goa è cristiana) in pompa magna,
finché la polizia ha deciso di mettere un freno all'atmosfera festaiola
chiedendo delle "bakseesh" (mancette o estorsioni) di cifre spropositate
agli organizzatori. Anche agli Indiani che vivono qui non piacciono tanto questi
tipi strani, ma sanno che in fondo sono proprio i turisti che gli permettono
di campare. E' molto strana la frizione di culture che si è venuta a
creare: in una festa c'era un deejay europeo vestito in mimetica e gilet spaziale
di plastica argentata, parlava con una donna di non so quale tribù di
zingari del sud, era vestita di tutti i colori, specialmente il rosso, ed era
piena di specchietti e brillantini. La faccia era tappezzata di anelli ed orecchini
collegati tra di loro da catene, ed io ho trovato una grande affinità
con i piercing facciali dell'interlocutore. Sembrava che si fossero proprio
trovati; per un attimo li ho immaginati sposati che gestivano un negozio di
ferramenta. Questi due erano davanti ad una enorme scritta pubblicitaria in
bianco e rosso sul muro: "Kingfisher beer", ho pensato che mi trovavo
all'incrocio culturale dove si intersecavano gli estremi di due culture che
a prima vista potevano apparire opposte. Ai villici non piace molto il movimento
che si è creato (e i soldi che girano), molti dicono che a loro il turismo
non porta alcun beneficio, i negozianti dicono che si accontenterebbero dell'indispensabile
per sopravvivere in questo continente così povero e ricco allo stesso
tempo. La mancanza di iniziativa e della voglia di fare trascina qualsiasi attività
agli standard indiani, ho visto molte situazioni che aspettavano solo di essere
sfruttate, alberghi a cui sarebbe bastata un'imbiancata alle pareti per fargli
compiere quel salto di qualità che avrebbe aiutato i proprietari e le
decine dei loro figli a uscire dalla polvere. Risultato non sempre facile da
raggiungere anche perché bisogna tener conto che anche nelle più
piccole attività qui ci lavorano almeno cinque persone. Nei ristoranti
o negli alberghi più grandi spesso ci sono più inservienti che
clienti... Mi era scomparso quel senso di compassione occidentale verso questa
gente, loro stanno bene così, quindi rispetto le loro decisioni: se vogliono
che Goa torni ad essere un paradiso incontaminato è un loro diritto.
Quello che non mi spiego è perché una cultura così antica
e forte ad un certo punto della sua evoluzione si sia bloccata, e la voglia
di svilupparsi e migliorarsi si sia esaurita senza cause apparenti. Sono affascinati
da quello che offre l'occidente, ma prendono i modelli peggiori del nostro sviluppo,
il più facile e immediato, quello più inquinante e pericoloso,
quello che arricchisce pochi e mantiene le masse sfruttate. Ho conosciuto un
cameriere di un ristorante che per quattordici ore di lavoro al dì riceveva
diciotto dollari al mese; gli ho consigliato di andare a vendere le bibite sulle
spiagge dove non c'erano bar, avrebbe guadagnato la stessa cifra in tre giorni.
Lui mi ha guardato interrogativo, poi mi ha detto che preferiva stare qui a
fare lo schiavo. In questo popolo c'è come un sentimento di desolata
rassegnazione a quello che la vita quotidianamente gli propone, e loro non hanno
la voglia né la capacità di risollevarsi. Chissà, forse
nella prossima vita andrà meglio...
Goa 23. 11. 1999
Ho affittato una Enfield alquanto malandata, non la volevo prendere anche perchè non funzionavano le luci, ma il tipo le ha cambiate e quindi non ho potuto dire di no. Si guida come un trattore, il suo lento e soffocato scoppiettare accompagna le grattate del cambio ed i sinistri cigolii di ogni pezzo che la compone. Al posto del contachilometri c'è un buco che usavo per infilare la guida arrotolata. La moto era nera opaca, senza scritte né fronzoli, né freno posteriore. La cosa peggiore delle Enfield sono i comandi dei pedali e delle manopole tutti invertiti rispetto al resto delle moto in commercio; creano problemi quando ad esempio si deve fare una frenata improvvisa, e invece si mette il cambio in folle e si tira la frizione... Anche l'ordine delle marce è invertito. Unito al fatto che in India la guida è a sinistra si può immaginare che ogni viaggio è un'avventura dal non sicuro ritorno. Appena preso un minimo di confidenza col mezzo meccanico mi sono lanciato per le stradine tra le palme in riva al mare; avrò percorso una quarantina di chilometri felice solo di viaggiare su un pezzo di antiquariato e di essere capace a guidarlo. Al ritorno, in un bar sulla spiaggia, ho conosciuto un Francese e gli ho dato un passaggio fino alla spiaggia di Anjuna, ho lasciato la moto in un posto che poi avrei ritrovato con facilità. Sono tornato quando era ormai buio, e la Enfield nera opaca era stata divorata dalle tenebre. Ho così iniziato a girare per i viottoli e tra le casette chiedendo spesso se qualcuno l'avesse vista. Molto improbabile, anche passandoci accanto non si poteva scorgere. Dopo due ore ho dovuto prendere un moto taxi che mi aiutasse nelle ricerche. L'ho vista illuminata dal faro in un punto in cui ero passato già diverse volte, e finalmente ho scalciato per far girare il pistone che ha rombato assonnato. Tornando in albergo la brezza tiepida della sera mi sventolava la faccia e avevo raggiunto una velocità da brivido nel lungo e ampio rettilineo, quando mi sono ritrovato a volare. E' comparso sotto le ruote improvviso come una pallonata sulla finestra uno dei famigerati "speed breakers", i dossi dalle dimensioni di un trampolino olimpionico che la polizia fa apporre nei punti in cui si sa che la gente "tira". Lievitavo ad un palmo dal sellino del carro armato che volava anche lui, sapevo in quegli istanti che il problema non è il volo, ma l'atterraggio. Uno schianto di ferraglia mi ha avvertito, poi sono arrivate le mie palline sulla sella legnosa e crudele. Prima di avvertire il dolore ho cercato di mantenere la Enfield in carreggiata, e per fortuna con la sua massa da mammut è andata dritta senza che finissimo nel fosso al lato. Nel momento in cui abbiamo toccato terra ho visto pure il fanale volare via inghiottito dalla notte, con il suo fascio di luce che prima ha disegnato la volta celeste per poi scomparire per sempre. Ero a cercarlo, quando è arrivato un ragazzo cicciotello che come tanti Indiani stanno sempre in giro per aiutare qualcuno o semplicemente per pazzeggiare. Mi ha proposto in affitto la sua moto: una Yamaha 135 cc., anch'essa nera, ma di più bell'aspetto e meglio in arnese. Ho lasciato la "Enfield" su un lato della strada con su un biglietto con un messaggio lapidario per il padrone: "Il fanale è qui in giro, le chiavi al mio albergo, non sarai pagato, tieni pure la benzina nel serbatoio. Spero di vederti presto!". La nuova moto ha un motore due tempi ruspante e nervoso, che unito ad un'estetica essenziale degli anni ottanta ne fanno un mezzo che invoglia alla pirateria stradale. Ha pure dei tubi metallici sul davanti, una specie di scudo per le gambe, un rostro che ne tradisce ancor più la sua velleità ai duelli urbani. Con essa la mattina ho attraversato i paesini dei pescatori immortalando scene banali ma vere.
Goa 24. 11. 1999
Con la mia nuova motoretta
da scippatore mi sono spinto fino a Reis Magos e ad un forte nei pressi. La
grande chiesa era circondata da pali, fili elettrici ed era anche chiusa. Il
forte pure. Ho aspettato una buona mezz'ora vagando nel piazzale sotto il sole
fino all'ora di apertura, dentro non c'era nulla di particolare se non un bel
panorama e un faro. Ho scattato n° 4 (quattro) fotografie senza infamia
né lode e me ne sono andato. In albergo sotto una massa di artigianato,
tessuti e vestiti che mi si sono accumulati durante il viaggio ho visto il cavalletto:
pesante, fedele ed inutile compagno di quel viaggio. Me lo sono portato sempre
a spasso facendomelo puntualmente sequestrare agli ingressi dei luoghi dove
andava usato...
Più tardi sono stato alla spiaggia di Anjuna, la più "trendy"
di Goa, è uno di quei posti in cui ci si rende conto di non avere mai
il fisico né il costume giusto per starci. Ho fatto delle bellissime
foto a Rami, la "metallara"che avevo visto parlare col deejay cromato
un paio di giorni prima.
In fondo Goa è una pacchia, tutto costa poco e ci si può permettere
di fare i signori tutto il dì. Le spiagge non sono molto popolate di
turisti, ma più dai venditori di collanine, di frutta e di massaggiatori
Goa 26. 11. 1999
Ho conosciuto Robert e Cecilia, una coppia di Svedesi in viaggio per sei mesi. Lui era la controfigura del dio Thor, con lunga chioma bionda e mascellone, i muscolazzi tatuati uscivano generosi dalla canotta. Lui era spesso sconvolto e taciturno, quando rompeva il silenzio col suo vocione strozzato da orco faceva tremare i bicchieri, con un urlo poteva spezzarti in due. Ma per fortuna si manteneva sempre molto calmo fumando la sua grossa pipa di coccio. La moglie era un cerbiatto fragile e indifeso, col fisico da danzatrice classica e un fondoschiena che era una bomboniera. Mi sembrarono una coppia perfetta...
Hampi 28. 11. 1999
Sono arrivato dopo una notte
passata sullo "sleeping bus", dove non sono mai stato così
lontano dal dormire. Nell'oscurità sentivo il motore ululare in una corsa
folle, poi è arrivato puntualmente uno "speed breaker", che
il guidatore aveva probabilmente dimenticato, e anche quella volta mi sono ritrovato
a planare nel cubicolo dove ero sdraiato, ho sbattuto la testa al piano di sopra
e poi sono ricaduto giù pesantemente. Tutti i viaggiatori hanno lanciato
un lamento, ma il viaggio è proseguito allo stesso modo.
Sul bus ho conosciuto Alice, un'architetta italiana che ha deciso di venire
in India per fare un'esperienza missionaria insegnando ai poverissimi bambini
dei villaggi indiani. Ho conosciuto anche due Tedeschi: Carsten e Thobias, un
commercialista e un dentista che hanno lasciato casa e lavoro per due anni,
durante i quali vogliono fare il giro del mondo. Sono fondatori di un gruppo
chiamato "Rednoses", i "nasi rossi". Pensano che quando
ci si mette il naso da clown la gente triste ti guardi in maniera diversa. Mi
hanno assicurato che basta indossarne uno, per esempio nell'autobus, per diffondere
un'aura di ottimismo e simpatia. Stavano costruendo una rete di "rednoses"
mondiale, gente positiva che si riconosce subito e che si vuole bene; per questo
girano con gli zaini mezzi pieni di nasi con l'elastico. Io sono il socio n°39.
Col mio nuovo naso rosso messo su insieme ai due buontemponi abbiamo scalato
un picco che domina la pianura, di grande effetto scenico. Poi abbiamo visitato
alcuni tempi dove mi sono sfumate tutte le possibilità di scattare qualche
foto; le costruzioni erano fatiscenti e circondate dai fili elettrici. All'interno
si susseguivano le cerimonie, ma le statue delle divinità cosparse di
croste nere, olio bruciato, ed offerte di ogni tipo non erano molto fotografabili.
All'interno di ogni tempio troneggiava una cassaforte in bella mostra e incessanti
inviti a riempirla venivano dai solerti sacerdoti Indù. Il mio problema
principale con l'India era che non è fotogenica, almeno per il genere
di immagini che si pubblicano sulle riviste di turismo. Forse è un posto
solo da vivere, da apprezzare sul momento con i suoi odori, le radio a tutto
volume, le emozioni bellissime o terribili che solo questa terra può
dare.
Hampi 29. 11. 1999
Ho passato la giornata bighellonando
tra i ruderi insieme ai due "rednoses" tedeschi. Si è parlato,
giocato a scacchi, conosciuto altri viaggiatori. Ci siamo gustati l'atmosfera
creata dai fedeli che andavano e venivano, abbigliati e truccati nelle maniere
più strane. C'era qualcuno indaffarato nel lavoro immerso in una massa
di nullafacenti, bambini che giocavano, gli anziani che fumavano fissando un
punto lontano. Pareva che nessuno aveva voglia di far nulla, e così noi
pure. Di giorno c'era una temperatura capace di far sdraiare chiunque.
Ho subito avuto nostalgia di Goa...
I BAMBINI INDIANI
Sono ovunque, a decine, a centinaia. Ti circondano festosi e affamati, escono da qualsiasi posto impensabile in ogni momento. Trovano sempre qualcosa da venderti. Spesso mutilati o infermi delle malattie più orrende che sembrano accettare semplicemente perché sono Indiani. Sono il frutto degli istinti sfrenati alla riproduzione dei loro genitori, che non capiscono che più figli hanno e più fame patiscono. Un ragazzo di Goa mi raccontava che le nuove generazioni stanno cambiando, lui ad esempio non vuole una grande famiglia, di figli a lui ne basterebbero cinque o sei...
Vagator (Goa) 30. 11. 1999
Ero arrivato in compagnia di due Francesi e avevo subito ripreso in affitto la solita moto da delinquente. Presto sono rientrato nel vortice di spensierata indolenza che trasporta chiunque metta piede a Goa. Cominciavo a capire il perché della svogliatezza caraibica: che senso ha starsi ad affannare quando domani comunque splenderà il sole, ci sarà il rumore delle onde, ed in qualche modo il pesce arriverà al tuo tavolo, seguito da sovraccarichi cannoni di "charas"? Avevo sorpassato con rassegnazione la crisi da non lavoro, invece di rodermi l'anima o di inventarmi chissà cosa per uscire da quello stallo mi abbandonavo a quell'ultima settimana di gozzoviglie esotiche. Una sera ero in un locale a cena, ed uno strano tipo mi ha invitato al suo tavolo. Era un Francese che viveva lì dal sessantotto, vendeva collanine e si faceva chiamare "baba". Secco e sdentato, con i capelli raccolti a cipolla sopra la testa ossuta, fumava dal suo tubone a ritmo continuo; gli ho offerto una birra, e mi ha detto: "Forse non sta scritto sulla mia faccia, MA IO - NON - BEVO - ALCOOL !". Gli ho risposto: "Meglio per te!", ed ha così iniziato un sermone vegetariano, cercando di impormi l'idea che la birra è impura perché proviene da un processo chimico di fermentazione, e che quindi è considerata offensiva per il popolo Indiano. Gli ho fatto notare che anche il "tchai" che stava bevendo era fermentato, per non parlare poi dei fertilizzanti e pesticidi con cui vengono copiosamente innaffiate le piante. Se poi agli Indiani non piaceva che si bevesse la birra potevano evitare di venderla. Il tizio si scaldava, aveva voglia di litigare, e di manifestare i suoi diritti di anzianità. Mi ha detto che i turisti infangano l'India portando qui i loro costumi occidentali e sbagliati; in certi casi è pure vero, ma non era certo stata la mia birra a trascinare l'India nello stato in cui si trova, casomai i rompicoglioni fondamentalisti come lui. A questo punto ha cominciato a prendersela con un suo connazionale (che aveva anche lui invitato precedentemente) che stava seduto buono e tranquillo rollandosi la sua cannetta; secondo il "baba" non aveva fumato il "chillom" seguendo il giusto rituale, e questo poteva risultare offensivo per gli Indiani. Gli ho ricordato che: primo, lui malgrado tutti i suoi sforzi non era Indiano, ma vestito così era solo un buffone; secondo, era qui a prendere soldi dai turisti che stava smerdando; terzo, ho chiesto se mi aveva invitato solo per litigare. A quel punto ci siamo mandati a fare inculo reciprocamente, lui mi ha chiesto di andar via dal suo tavolo, io ho finito la birra, gli ho ruttato in faccia e mi sono alzato. Più tardi ero con Eduardo e Arnaud, i miei compagni di camera, sulla spiaggia a guardare le stelle insieme ad un gruppo di noiose Svedesi.
Vagator 2. 12. 1999
Goa, le spiagge, il sole, i "joints"... Ci si sveglia presto, si fa colazione in spiaggia, poi si decide di vedere il forte in cima alla collina, lassù si fuma e poi ci si butta nel mare sottostante. Si beve una birra non vegetariana, si rifuma e ci si ributta nell'acqua tiepida. Finché fa sera, si guarda il tramonto che è bello tutti i giorni, e poi ci si perde nella boscaglia con le motorette alla ricerca di una qualche festa che non esiste. Ci trovavamo trascinati da questo ritmo monotono ed inarrestabile, ma molto molto piacevole... Non mi ero mai rilassato così prima d'allora, la mente sgombera da qualsiasi pensiero e dondolante al ritmo delle onde. Si cammina sulla spiaggia con i piedi sotto la sabbia tiepida, quando fa troppo caldo si fa un giro in moto tra i campi coltivati...
Vagator 4. 12. 1999
Ero con i due Francesi al
solito bar nella giungletta che dà sulla spiaggia. Il "tchai"
fumante e il rumore delle onde ci cullavano. Lei è apparsa nel mezzo
della mattinata, quando il sole già aveva infuocato la sabbia: alta e
mora, con delle curve non adatte ai deboli di cuore. Trapelava sesso da tutti
i pori. Le attenzioni dei maschietti si sono concentrate su di lei, ma solo
i più veloci hanno potuto avere la fortuna di invitarla al tavolo, cioè
noi. Il suo atteggiamento ingenuo e simpatico, gli occhi grandi e vivaci, la
voce intonata ne facevano un essere capace di appagare tutti i sensi in un colpo
solo. Si chiamava Florence, era Franco - Austriaca, ed aveva solo diciotto anni
che avrebbe compiuto l'indomani. Quando ci ha dichiarato la sua età nessuno
ci ha creduto, visto che dimostrava di essere più matura e (ben) sviluppata
per la sua età. Ho cercato in tutti i modi di manifestarle il mio interesse,
anche con l'aiuto di un vecchio Indiano che ha cercato di combinare un fidanzamento
ufficiale lì per lì. Lei si è fatte tante risatine, e poi
si è andata a fare un bagno con un Tedesco dal fisico taurino che era
appena arrivato, la sua voce sembrava provenire dal profondo dell'oltretomba.
Mentre passeggiavo sulla spiaggia ho incontrato un tipo assai strano: un Olandese
sulla sessantina, sedeva all'ombra di una tenda autocostruita, intorno a lui
sonnecchiavano tutti i cani randagi della zona. Il suo nome era Yoop, abbiamo
chiacchierato un pò, ma io non capivo molto delle sue parole, sia per
il suo marcato accento olandese che per i suoi repentini cambiamenti di umore
e di tono. L'unica cosa che ha saputo sillabare chiaramente nel mezzo del discorso
fu: "Du-yu-like-ex-ta-syyys?". Non sapevo cosa rispondere, sembrava
che me lo stesse chiedendo mio padre, e mai mi sarei aspettato che un tipo così
stesse lì per venderle. Non ho saputo mentire, e dopo pochi minuti io
e i Francesi avevamo raggruppato i pochi soldini per le cinque candide compresse
che lui mi ha consegnato in mezzo alla spiaggia con fare quotidiano. Mi ha detto
che si chiamavano "Superman", e che secondo lui l'ideale era calarsi
anche mezzo "trip" quando mi sarebbero salite le "extasy".
Se volevo aveva anche quelli... Mi ha salutato e si è fatto un tiro di
coca sotto la tenda tra i cani randagi, poi è uscito con le cuffiette
in testa e si è messo a ballare goffamente sulla spiaggia, agitando al
vento un pareo psichedelico. Quando sono tornato da Edu e Arnaud loro ancora
lo guardavano allibiti: "Devono essere buone!" mi hanno detto...
La sera eravamo in un bar - ristorante dove andavamo spesso. Ci aveva colpito
il fatto che malgrado avessero un'ottima selezione musicale ed un impianto potente
non organizzassero mai nessuna festa la sera, c'era addirittura un grande locale
seminterrato dove poter fare tutto il baccano che volevamo fino a tardi. Il
loro bar era sempre vuoto, così mi era venuta l'idea di organizzare una
festa. Visto che qui tutti ne erano alla spasmodica ricerca, sarebbe bastato
dirlo nei posti giusti ed il tam-tam dei "ravers" avrebbe fatto il
resto. Il direttore del ristorante è stato molto contento dell'idea,
quando gli ho chiesto perché non lo facessero mi ha risposto candidamente
che non ci avevano mai pensato. Questo è stato il mio primo approccio
al mondo del "business" con gli Indiani, ma non mi sono stupito più
di tanto. Se un Indiano dovesse sapere che ha una miniera d'oro sotto i piedi
difficilmente avrebbe l'iniziativa di armarsi di una pala e scavare, ma aspetterebbe
che qualcuno (magari di accento anglosassone) lo frusti per farglielo fare.
Era la prima volta che non mi annoiavo o che non mi prendeva l'insofferenza
da vita di spiaggia. In tutte le altre occasioni simili non sono mai riuscito
a star fermo sotto il sole o a passare le ore nei bar. A Vagator invece mi si
era spento il cervello, potevo stare un giorno intero a guardare le onde che
si sdraiavano oziose sul bagnasciuga, tutte uguali e prevedibili, eppure sempre
interessanti. La non operatività è interrotta solo da lunghe e
rilassate passeggiate sulla riva o da qualche nuotata. La combriccola internazionale
della mezza dozzina dei soliti frequentatori del bar sotto le palme ciondolava
in conversazioni lievi e bonarie, le mie energie erano rivolte prevalentemente
ad entrare nelle grazie di Florence e a rollare qualche canna che mi conferiva
uno sguardo lattiginoso che non mi aiutava per nulla. Quando le ho annunciato
della festa organizzata in suo onore ha detto: "Oh! I'ttalian..."
e mi ha ricompensato con un sorriso solare.
Vagator 5. 12. 1999
La giornata è stata
spesa per completare l'organizzazione della festa: in un internet cafè
ho scritto al computer dei rozzi volantini che ho poi distribuito anche con
l'aiuto dei due Francesi, i quali si sono molto appassionati alla costruzione
di questa mia love-story tropicale.
Quando sulla spiaggia Florence ha annunciato alle sue amiche di ciò che
avevo fatto per lei, loro si sono commosse e mi sono venute a saltellare intorno
e a dirmi quanto ero stato carino... Un altro gradino verso Flo era stato salito,
mi impegnavo totalmente in quella scalata che mi ha riempito gli ultimi giorni
di nullafacenza alla quale mi stavo abbandonando di gusto. Così sono
partito carico di energie e dei volantini verso altre spiagge lontane. Era quasi
il tramonto, e la moto era lanciata a tutta birra per le stradine di campagna,
svicolando tra mucche e bambini, ciclisti e galline. Consegnavo bigliettini
a chiunque senza scendere di sella, e tutti mi chiedevano sospettosi se era
una festa che sarebbe andata avanti nella notte o se alle nove sarebbero venuti
gli sbirri a sbaraccare tutto. Io ero contento come un ragazzino davanti all'uovo
di Pasqua, non vedevo l'ora di arrivare a Vagator per rivedere Florence. Chi
si è intromesso tra di noi è stato un'altro infido e silente "speed
breaker"; l'ho riconosciuto quando ero a pochi metri da lui, l'unica cosa
che potevo fare era reggermi forte e l'ho fatto. Ho cercato di ricordare la
posizione di chi fa motocross e si trova più o meno nella mia situazione,
ma non ho fatto in tempo a metterla in pratica. L'impatto mi ha confuso l'ordine
di vari organi interni, ed un istante dopo ero di nuovo a volare, di nuovo quella
magnifica esperienza che a pochi è data la fortuna di provare due volte.
L'esile struttura della Yamaha, oramai sospinta verso il cielo dal suo vigoroso
motore non offriva certo la stabilità della moto con cui avevo fatto
il volo di prova; come una zanzara è atterrata puntando verso una fila
di alberi. Oramai avevo abbandonato la strada asfaltata e correvo zigzagando
sul brecciolino senza ancora aver deciso se fermarmi su un albero o buttarmi
nel fosso. Ho deciso di frenare, e la ruota di dietro si è inchiodata
iniziando una lunga e fumosa sgommata. Sono riuscito a ritornare in carreggiata,
ma contromano; un'altro motociclista ha dovuto fare una sterzata improvvisa
urlandomi qualcosa. Alla fine la motoretta si è fermata, avevo voglia
di scendere, fumare una sigaretta, tornare indietro (a piedi) fino a quel dosso
e prenderlo a calci e sputarci sopra. Ma Florence mi aspettava e la vendetta
si consuma fredda. Quando sono arrivato al locale la festa già doveva
essere iniziata, ma non c'era ancora nessuno a parte Eduardo e Arnaud dietro
due birre con aria incerta. Per essere previdenti ci siamo calati i "Superman",
la musica ancora non era partita, perchè gli Indiani avevano aspettato
che facesse buio per montare l'impianto stereo e le luci. Dopo un'ora l'amplificazione
ancora non funzionava, quello che doveva essere l'esperto di hi-fi di Vagator
infilava cavi elettrici qua e là nell'oscurità più completa.
Uno dei camerieri cercava di illuminare la scena con dei fiammiferi che immediatamente
si spegnevano al vento. Un altro cameriere stava lì per ripararlo con
le mani un altro ancora stava a guardare. Cominciava ad arrivare gente che non
sentendo la musica andava via; io desolato dalla scena patetica che i "tecnici
del suono" indiani mi avevano dato, sono tornato al tavolo dove erano i
Francesi. In quel momento di sconforto, come un'ondata di acqua bollente ci
sono salite le pasticche all'unisono. Le gambe ci si muovevano da sole, avevamo
voglia di ballare e la coscienza mi imponeva di andare dagli Indiani, sgridarli
e galvanizzarli, ma quando sono arrivato lì il direttore aveva dato ordine
ai camerieri di preparare un tavolo ben imbandito pieno di palloncini su cui
sarebbe stata servita la torta. Tale mossa strategica unita ad altri effetti
chimici ha inibito la mia cattiveria, ho pensato di dirgli: "Ma cosa cazzo
state facendo branco di rincoglioniti incapaci! Non vedete che non entra nessuno
mentre voi attaccate i palloncini?!", invece quello che mi è uscito
è stato un sorriso stupido e pieno di commozione. A questo punto è
arrivato Roman, un Olandese squadrato, dagli occhi di ghiaccio e alto due metri,
noi al baretto sulla spiaggia lo chiamavamo affettuosamente "Robocop".
Si è calato anche lui una pasticca e si è messo subito al comando
della sgangherata squadra di tecnici, lo vedevo impartire ordini col ditone
alzato, mettendo in riga gli Indiani e facendo spostare casse acustiche e proiettori.
Poco dopo, grazie alla direzione occidentale, una cascata di note si è
riversata sul piazzale, le lucine colorate sfavillavano e il direttore è
accorso preoccupato del frastuono. Era certo che richiamasse le guardie e così
ha abbassato il volume. E' iniziato un tira e molla tra lui e Robocop, con prove
audiometriche eseguite nei dintorni, finché, raggiunto un accordo, la
manopola del volume è stata bloccata con lo scotch. Finalmente il direttore
ha portato il suo repertorio musicale che si riduceva a otto cassette, di cui
due di John Denver, cinque di musica indiana e una indefinibile. Tra mille sorrisi
imbarazzati non hanno saputo spiegarmi dove fosse finita la collezione di musica
underground che sentivamo di solito in quel locale. Intanto delle tristissime
note di musica country avevano ormai invaso la sala gettando tutti in un mare
di malinconia. Io stavo assistendo alla scena del mio disastro, Presto Florence
sarebbe arrivata trovandosi davanti questo spettacolo desolato in quello che
doveva essere il suo giorno più bello. Fu allora che lo vidi: l'unico
che poteva salvare la situazione ha sceso la scala nell'indifferenza generale,
nessuno conosceva quel ragazzino pallido e rotondetto con la borsa a tracolla
e la maglietta hi-tech. E'arrivato al nostro tavolo dove si rollavano tristi
canne mentre attendevo il momento della vergogna. I due Francesi mi battevano
rincuoranti pacche sulle spalle dicendomi che avevo fatto di tutto... "Hi,
I'm a deejay!", ha detto il piccolo, chiedendoci poi se era possibile suonare
lì. Ci siamo ripresi dal torpore: "Comecomecome !?". L'infante
dai boccoli d'oro ha preso ai nostri occhi le sembianze di un angelo, ci ha
sfoderato uno studio di registrazione miniaturizzato che teneva nello zainetto,
insieme ad una miriade di mini cd. "Ma quanti anni hai?" gli ho chiesto,
"Quattordici!" ha risposto...
Poco dopo la musica è partita, sotto la regia di un mini professionista
il circondario è stato invaso da una tempesta di note elettroniche, e
subito ha iniziato a confluire una gran massa di persone, i camerieri non abituati
a tutta quella confusione erano nel panico. Il direttore si asciugava il sudore
aspettando la polizia da un momento all'altro... Quando il piazzale era pieno
di scatenati che ballavano è arrivata finalmente Florence, più
bella di come si potesse immaginare, in un vestito giallo che le aderiva alle
curve e la illuminava come una cometa sensuale. Ovunque passava tutti si giravano
a guardarla, lei si lasciava dietro una scia di profumo e di passione. Si è
"calata" anche lei, e ci siamo lanciati a capofitto nel vortice delle
danze: guardarla muoversi era un'estasi per gli occhi e un esperienza irripetibile.
Edu e Arnaud mi hanno sgomitato dicendo: "E' tua, bel colpo Italiano!".
E' arrivato pure Yoop col suo seguito di cani randagi, una maglietta lisergica
e un cappellino da baseball; era già fatto come una pera, si è
bevuto un whisky indiano ed è saltato in mezzo alla pista ululando. Dopo
un po' Florence è arrivata da me con un tizio Inglese e me lo ha presentato,
era il suo fidanzato appena arrivato dagli antipodi per rovinarmi la festa.
Flo allora mi annunciava che per lei si era fatta una certa, e mi salutava con
un bacino sulla fronte. Io non me la sono presa troppo, per me era un piacere
solo guardarla e farci lo stupido. Per consolarmi ho rimorchiato una Svedese
dopo averle ballato sui piedi per tutto il resto della serata. A quel punto
il direttore con aria imbarazzata è arrivato per dirmi che la polizia
era giunta, e che servivano duecento dollari per continuare la festa. Gli ho
detto che o li tirava fuori lui (visto che gli avevo riempito il locale) oppure
tornavamo tutti a casa. Lui ha detto che quei soldi non li aveva... Solo a quel
punto è riapparso Robocop che non avevo più visto, tutto sudato
e su di giri. Mi ha detto: "What a fuckin'night!", ha preso una birra
ed è sparito di nuovo. Il giorno dopo saprò che è stato
tutta la notte a fare la spola tra il direttore e i poliziotti, i "rickshaw
wallah" (ovvero gli autisti dei mototaxi, che pare detengano un gran potere),
ed i negozianti. Questo come mediatore di tanti interessi diversi. A Goa riuscire
a sentire la musica fino a tardi è una questione di equilibri delicatissimi
che si sostengono su una trama di amicizie e bustarelle. E' un fatto che colpisce
tutti i turisti a Goa. C'è di tutto ma manca la cosa principale: la musica.
Ormai eravamo abituati a sentire bande di motociclisti che quando venivano buttati
fuori dai bar andavano su e giù per le strade in cerca di qualche festa
che raramente si trovava...
Invece noi abbiamo continuato fino alle tre, e ci siamo divertiti come non mai.
In parecchi nei giorni seguenti mi fecero i complimenti, anche se credo il merito
fu delle qualità diplomatiche di Robocop. A volte mi stupiva: il suo
carattere non si rispecchiava nell'aspetto, spesso aveva dimostrato un animo
sensibile e romantico, una specie di schietto cavaliere nordico del terzo millennio.
Vagator 6. 12. 1999
Robocop si era esaltato, e
l'indomani voleva fare un'altra festa, ha conosciuto i pescatori che la notte
ritiravano le reti in spiaggia, e voleva organizzare lì qualcosa che
li coinvolgesse. Così io, i Francesi e una coppia di ragazzi canadesi
nostri vicini di stanza siamo andati in giro per tutti i locali della zona,
per pubblicizzare l'iniziativa e trovare un DJ (l'angioletto dell'altra sera
era ripartito). Durante queste relazioni pubbliche sono quasi venuto alle mani
con un Israeliano, che quando gli ho detto della festa ha cominciato a dire
con la faccia schifata: "Come? Cosa? Che vuole questo qui?!". Gli
ho detto che lo stavo invitando ad una festa, e se avevo qualcosa che non andava.
Una ragazza del gruppo ha cercato di mitigare la tensione, dicendo che il poverino
non aveva capito, gli ho tolto il volantino dalle mani e me ne sono andato a
cercare qualcuno più simpatico. Qui ho voglia di fare di tutto eccetto
che litigare. Dopo aver incontrato in viaggio parecchi Israeliani solitamente
miti e simpatici, mi accorgo che messi in gruppo sono una cosa assai nefasta
per l'ambiente e per loro stessi. Ad Anjuna si vedono scorrazzare con le Enfield
sempre in bande, hanno i loro locali dove se ci entri per sbaglio te ne accorgi
subito dagli sguardi minacciosi. Sono quelli dall'abbigliamento più aggressivo,
i più coatti, e i loro sorrisi non sono mai sereni. Mentre tutti gli
abitanti del pianeta qui si mischiano, gli Israeliani sono sempre tra di loro,
e dovunque stanno si sente la determinata presa di possesso del territorio.
Sono gli unici che trattano gli Indiani come selvaggi sottosviluppati...
Più tardi abbiamo trovato un DJ italiano, che però non ne voleva
sapere di discutere con la polizia, ha tentato di andarsene, ma noi l'abbiamo
inseguito nella notte e l'abbiamo obbligato ad accompagnarci da un suo amico
che aveva i dischi e la possibilità di farli girare. Stavolta il DJ aveva
dodici anni, timido come un cucciolo cresciuto nella solitudine della sua passione.
Ci ha detto che doveva chiedere il permesso per venire a suo padre. Poco dopo
è tornato deluso dicendo: "Mio padre non vuole!". E così
sfumava la possibilità di fare un'altra festa.
Vagator 7. 12. 1999
Seduto accanto al proprietario del ristorante che in silenzio affettava il prezzemolo, guardavo un pescatore che trascinava un pezzo di legno sulla spiaggia. Yoop si era appena calato la pasticca del mattino e ballava con le cuffiette ed il pareo. Cominciavo ad abituarmi a quelle strane consuetudini... Ma era quasi giunto il momento degli addii, ho riconsegnato la moto e l'ho salutata, così ho fatto con gli amici della capanna sul mare, i due Francesi e i due Canadesi con le guance rosse e lo sguardo che mira lontano. Ho preso un autobus fino alla stazione dei treni insieme a Robocop che aveva deciso di girare per l'India. Era la prima volta che viaggiava da solo in un altro continente, ma con quel fisico da gladiatore e il suo carattere non avrebbe avuto alcun problema, lo rassicurai. Ci siamo scambiati le e-mail e ci siamo salutati fraternamente. Malgrado diversi tentativi non lo avrei più risentito.
Tutti i racconti
sono protetti da copyright.
Si possono leggere a sbafo, ma è gradito un vostro parere.
Se qualcuno volesse contattarmi, fosse interessato a pubblicarli o volesse spedire
soldi, punti millemiglia, buoni benzina o generi di prima necessità questo
è l'indirizzo:

CENTRAL CAMIONERA 2
Città del Messico 12.7.02
Il Messico tanto desiderato
mi tornava sotto i piedi in forma diversa da quella che già conoscevo.
Arrivati su Città del Messico abbiamo iniziato a girare a bassa quota
sulle luci della megalopoli, in un cielo stranamente limpido. I passeggeri spalmavano
i loro nasi unti sui finestrini per ammirare "El Monstruo" in tutto
il suo splendore notturno. Non potevano trovare un soprannome migliore per questa
città: ramificazioni di baraccopoli si stendevano a perdita d'occhio,
strade non illuminate tagliavano agglomerati umani fatti dei materiali più
disparati e senza alcun criterio urbanistico si arrampicavano sulle colline
circostanti. Sentivo "El Monstruo" pulsare e crescere sotto di me
anche in quel momento. E un attimo dopo mi ci sono ritrovato dentro. La zona
degli alberghi del centro è assai linda e non ha nulla a che fare con
quello che avevo visto poco prima, questa è una delle più grandi
contraddizioni del "Districto Federal", un altro nome più delicato
della metropoli.
Ero finito a vagare tra i grattacieli della "Zona rosa", il quartiere
bene dove girano i soldi e la miseria viene prontamente allontanata dai numerosi
poliziotti che si incontrano. Il Paseo de la Reforma è costellato da
esempi di architettura d'avanguardia e di opulenza, gli Indios in giacca e cravatta
che parlano al cellulare dalle loro fuoriserie americane non mi fanno dimenticare
quello che avevo visto dall'alto...
A quanto dice la guida, la cosa di cui bisogna preoccuparsi di più sono
le rapine, e c'è da crederci, visto che degli oltre venti milioni di
abitanti una buona parte sono poverissimi.
In un parco ho conosciuto un signore molto elegante sulla sessantina, ha attaccato
bottone e abbiamo iniziato una piacevole conversazione. Mi ha detto di essere
un ingegnere che lavorava per una ditta petrolifera, particolareggiando tutto
e con i modi di un vero gentiluomo. Poi ha insistito perché vedessi la
chiesa del Guadalupe, dove mi ha confessato la sua profonda fede cristiana.
Tutto condito da racconti e momenti di commozione assai verosimili. Un personaggio
piacevole, come in fondo il pomeriggio speso. Per concludere in bellezza la
giornata mi ha invitato al ristorante dove abbiamo ordinato un pollo fritto,
e mentre aspettavamo mi ha detto che doveva uscire un attimo per comprare un
biglietto per uno spettacolo, prima che chiudesse il botteghino lì accanto.
E' tornato poco dopo dicendo che non avevano il resto, e se gli potevo prestare
io venti dollari che mi avrebbe subito ridato al momento di pagare il conto.
Sfortunatamente li avevo, e il suo sguardo paterno e indifeso mi hanno convinto
a darglieli. Dopo circa venti secondi mi sono sentito più pollo di quello
fritto che mi avevano appena servito. Sono corso fuori, ma del nonnino nessuna
traccia; quando sono tornato al tavolo il cameriere si è impietosito
della storia e non mi ha fatto pagare il conto del "gentiluomo". Ripensando
a tutto ciò che mi ha raccontato quel tizio durante il pomeriggio sono
ancora convinto che fosse veramente un ingegnere (oltre che un professionista
della truffa) e questo mi ha un po' fatto sbollire l'incazzatura, doveva essere
talmente disperato da "svoltare" così le sue giornate. Ma ne'
questo, e ne' il fatto che una parte della truffa sarebbe finita sicuramente
in elemosina alla Madonna del Guadalupe mi aiutava a riguadagnare la fiducia
nel genere umano.
Morale del giorno: i cinque minuti del coglione ci sono per tutti...
Guanajuato 15.07.02
Questa è probabilmente
la più bella città del Messico: è di origini coloniali
e sede di un'importante università. Tutte le sere c'è parecchia
"movida " per le strade: gruppetti di "mariachi" vagano
per i vicoli e quando hanno radunato un po' di gente li portano in giro per
il paese, cantando e bevendo a volontà. Guanajuato è sede del
"Festival Cervantino" fatto in onore dello scrittore Miguel Cervantes,
l'autore del "Don Chisciotte". Questo personaggio e il suo tondo compagno
Sancho Panza si trovano rappresentati un po' ovunque, e sopratutto nel museo
a loro dedicato dove li ho visti dipinti, scolpiti, fusi o saldati da artisti
di tutto il mondo. L'unico posto che avevo trovato per dormire era alla "casa
di Josè" che affittava posti letto in uno stanzone. Tutto appariva
molto trascurato, le riparazioni alla buona facevano capolino dovunque cadesse
l'occhio, e molte altre cose erano vicine alla rottura definitiva. Il bagno
era sul terrazzo completamente invaso da residui della civiltà tecnologica
americana degli anni sessanta. Questo era diventato la nostra "sala da
fumo", insieme ai componenti di una famiglia americana salivo qui per incartare
le essenze per il nostro svago mentale. Loro erano Christoff, Melanie e il figlio
di sette anni. Erano l'esempio della famiglia americana alternativa e fuori
da qualsiasi schema "normale": abitano in un camion (e non un camper
o una motorhome) e si spostano per il New Mexico a loro piacimento. Lui è
un esperto di reti informatiche, lei è biondina. La prima volta che mi
hanno invitato nella "sala da fumo" gli ho chiesto se c'erano problemi
col bambino, lui mi ha detto di no, poi gli ha passato la canna perchè
si facesse un tiro. Non ho voluto aprire una discussione sul fatto, perché
ognuno educa i figli come gli pare, gli ho solo fatto notare che forse era meglio
che scoprisse da solo le cose al momento giusto.
Il proprietario della casa, Josè, è un amabile panzone che si
diletta nelle faccende domestiche e con cui mi intrattenevo in piacevoli conversazioni.
Non è per nulla una persona ignorante come potrebbe sembrare a prima
vista; è solo uno che, nella migliore tradizione messicana, tira a campare.
Ho visitato una delle miniere della zona, dove da 250 anni si estraggono oro,
argento e altri minerali. Non c'era molto da vedere se non un buco di nove metri
di diametro dove la terra ingurgitava minatori e sputava fuori pietrame da raffinare.
Come al solito, la storia di chi ci lavorava nel periodo precedente in cui ai
minatori venissero riconosciuti i diritti umani è assai triste: qui entravano
a lavorare ragazzini di meno di 15 anni che ne uscivano cadaveri entro i venti
a causa della silicosi. Per farsi perdonare da Dio il proprietario della miniera
costruì di fronte a questa una delle più sontuose chiese della
zona, nella quale gli Indios e i cani randagi non potevano entrare.
Qui terminano i due fogli provvisori su cui ho scritto finora, ho aspettato di trovare qualcosa di abbastanza "messicano" per le mie memorie Invece ho comprato un quaderno con i personaggi del "Muppet show", a righe e con la spirale che mi permetterà di strapparne i fogli per differenti usi...
Guanajuato 16.07.02
Dopo una delle mie esplorazioni
per la città ho ritrovato la testa del mio cavalletto rotta. Me lo aspettavo,
perché questa maledizione che aleggia sui miei treppiedi me la portavo
appresso da un po' di tempo... Era già il quarto che mi si distruggeva,
e per questo ne avevo comprato uno più resistente (e pesante), ma chissà,
il destino a volte è crudele.
Ho passato la serata con Breg o Greg o qualcosa di simile (non ho chiesto lo
spelling); è un Canadese rosso di pelo e molto vitale che sembra un galletto
ruspante. Siamo finiti in un locale dove si ballava la salsa, dove c'erano pure
alcune pollastre inglesi amiche sue. La più grassoccia è stata
subito arpionata da un messicano cicciotto anch'ello, e noi già ubriachi
tentavamo dei patetici passi di danza, facendo inorridire la sala piena di professionisti
del ballo.
Zacatecas 17.07.02
La mattina ho lasciato con
molta sofferenza Guanajuato dove iniziavo a divertirmi e a scoprirne la vita.
Poi sono arrivato a Zacatecas e mi sono accorto che forse è pure meglio...
C'ero già stato nel mio primo viaggio in Messico ma non mi aveva fatto
una grande impressione. Sono subito stato avvolto dalla continua atmosfera di
perenne "fiesta" messicana. In una piazza ho trovato un concorso per
clown e mimi e ne ho conosciuti alcuni: Pipo, Pepe e un altro. Pipo ha venti
anni, ed è una versione messicana del "Pierrot". Va sul monociclo
caricandosi i bambini del pubblico sulle spalle, poi per impressionare i genitori
finge di cadere e invece cade veramente, rotolandosi col pupo... (pensate se
accadesse in Italia!). Qui i clown sono rispettati dal pubblico e dalle autorità
che organizzano questi spettacoli, e li considerano artisti e dispensatori di
momenti di gioia. Alla fine della serata ho offerto a Pipo una birra in un bar
lì vicino. Abbiamo trovato un suo collega poco più che bambino,
seduto sotto la luce al neon. Era stanco e triste, vestito di tutti i colori
e con i suoi scarponi giganti da lavoro. Gli avrei fatto volentieri una foto,
sembrava un quadro impressionista, ma ho preferito non distrarmi da quel momento,
oppure non ne ho avuto la forza... Abbiamo bevuto e chiacchierato fino a tardi,
quando gli ho chiesto se avevano un po' d'erba. Mi hanno detto di si, molto
preoccupati che qualcuno ci sentisse. Siamo usciti in strada, loro erano entrambi
vestiti da clown, e mi hanno detto di seguirli senza dare nell'occhio...
A notte fonda mi sono fermato davanti all'albergo con un gruppo di "mariachi"
che suonavano note tristi e alcooliche.
Zacatecas 18.07.02
Il concorso dei clown è
continuato sotto la cattedrale, in una fantastica cornice barocca. si sono susseguite
le esibizioni e io ero oramai diventato il fotografo ufficiale dell'evento.
Diversi artisti mi portavano i rullini per farseli scattare, mentre il pubblico
rideva spensierato. I più piccoli a volte invadevano l'arena e i pagliacci
li coinvolgevano nello spettacolo. E'incredibile quanto un evento in fondo così
semplice riesca a far dimenticare i problemi e ad infondere leggerezza nell'aria.
Quanto mi sono sembrati freddi i comici attraverso la televisione che ci ha
rubato il contatto umano, la voglia di riunirsi attorno ad un personaggio che
riesce a far ridere i bambini come gli anziani... E cosa dire del brivido che
si prova quando tentano di coinvolgerti nei loro numeri! I clown mi sembravano
delle persone dotate di quella capacità oserei dire divina di infondere
felicità a 360 gradi. Ma il rovescio della medaglia l'avrei conosciuto
ben presto...
Nella vita messicana c'è sempre una componente di profonda tristezza,
e sembra che i clown regalando del benessere alla gente ne assorbano le negatività
come i massaggiatori shiatsu. La sera c'è stata la cena con premiazione
delle migliori maschere e dei migliori attori, e naturalmente alcuni non hanno
vinto; proteste, scene di rabbia e di profonda delusione, pianti ed ubriacature
pesanti hanno chiuso la manifestazione. L'amaro era sulla bocca di tutti, me
compreso. La vita del clown scorre tra due estremi. In quel momento la fidanzata
di Luis, un giovane pagliaccio alle prime armi che non ha ricevuto alcun premio,
non ha trovato niente di meglio da fare che darmi un biglietto con il suo indirizzo
e il telefono, dicendo di chiamarla se avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa...
L'ho preso con enorme imbarazzo di fronte agli occhi di Luis, pieni di lacrime
per quella serie di delusioni. Pipo, completamente sbronzo ma non ancora disperato
si è innamorato di una ragazza con il culo più gigante che avessi
mai visto, si notava la cellulite attraverso i jeans e una maglietta aderente
rosa completava la sua immagine di bomboniera kitch...
Il pagliaccio "Arlequin" mi ha scritto una dedica dietro un volantino:"La
mia faccia colorata se la ride della tristezza e del dolore...". Un altro,
detto "Lacrima", l'ho sentito dire:"Sei anni della mia vita per
questo...", teneva in mano un attestato di partecipazione senza neanche
scritto il nome.
A notte inoltrata salivo su un furgone carico di monocicli, martelloni di gomma
e scarpe giganti. Assieme a sei clown sonnolenti andavo a S.L.Potosi.
Luis mi ha invitato a riposarmi qualche ora a casa sua. Casa per modo di dire.
Ci ha aperto un orco in mutande, con una panza che ci stavano dentro tre bambini.
L'ambiente era maleodorante e prossimo alla rovina; Luis ha detto imbarazzato:"Mexican
style!". Poi ha scacciato il cane da un pezzo di gommapiuma sbrindellato
e me lo ha offerto a mò di giaciglio.
Subito siamo crollati dalla stanchezza per diverse ore. Quando mi sono alzato
lui dormiva, ancora aveva gli occhi gonfi, forse per la delusione professionale,
o forse perché aveva capito quanto fosse puttana la sua ragazza.
L'ho salutato, e sono partito per Real de Catorce con un groppo sullo stomaco.
Alla stazione di Matehuala, punto di passaggio obbligato per chi va a Real,
ho conosciuto Raviv, un ragazzo canadese con l'aria da giuggiolone da un metro
e novanta cresciuto a bistecche e partite di football. Poi è arrivato
un mingherlino con l'aspetto di chi è già in viaggio da molto
tempo, era newyorchese e aveva un'aria sveglia e simpatica. Si faceva chiamare
"Smiley", e mai un soprannome è stato più azzeccato.
Dovevamo aspettare più di tre ore per l'autobus, quindi ci siamo accampati
fuori della stazione a parlare del più e del meno. Raviv ha i parenti
che vivono in Israele, e presto la discussione si è spostata sulla guerra
che affligge quelle zone. Eravamo tutti e tre tanto presi dall'argomento che
l'autobus ci è partito sotto il naso. Era l'ultimo della giornata, per
cui siamo partiti in taxi sentendoci molto stupidi, e promettendoci di non toccare
più l'argomento. Siamo arrivati a Real de Catorce con l'unica strada
della zona a cui si possa dare questo nome, comunque fatta di ciottoli, polvere
e buche. Ricordavo gli orrori dell' hotel "La Providencia" alcuni
anni prima, così abbiamo preso una stanza in un altro albergo dove abbiamo
conosciuto due ragazze inglesi, una di loro l'avevo già vista al bar
della stazione di Matehuala, e avevo pensato: "Carina questa tipa... però
che faccia da stronza che ha..." e non ci ho voluto parlare. Quello di
Camilla era solo un problema fisionomico, e non si è mai rivelata come
sembrava. Con la sua amica Halley che sembrava la segretaria di un notaio facevano
la coppia perfetta di inglesine bionde in vacanza, i Messicani le guardavano
come frutta proibita.
La sera siamo andati a cena in un ristorante italiano, il proprietario si era
trasferito da anni in quel luogo dimenticato, e si innervosiva quando gli si
chiedeva il perché (credo lo facessero in molti). In un'altro ristorante
lavorava Roberto, un art director fuggito da un lavoro di fronte al computer
e dalla Milano da bere. Per la seconda volta mi ritrovavo in quel luogo duro
e ostile ma mistico, e per un attimo mi balenò in mente l'idea che anche
io un giorno sarei potuto entrare a far parte della comunità italiana
di Real de Catorce per chissà quanto tempo...
Real de Catorce 20.07.02
Oggi abbiamo deciso di andare
nel deserto sottostante per prendere il Peyote, quindi ci siamo organizzati
con grandi scorte di frutta, zucchero e acqua per deglutire il cactus. Da perfetto
bambinone americano, Raviv si è portato il suo fedele barattolo gigante
di burro di arachidi e il pane affettato. Anche stavolta il taxi per il "desierto"
era in stato penoso, una "Willis" del 1948 buona per un museo se non
fosse stata ridotta ad un catorcio fonte di tetano e contusioni. Eppure camminava.
Da oltre 50 anni faceva lo stesso percorso scalpitando sui massi, carica all'inverosimile
nella cabina e sul tetto. E la cosa più strana è che in tutti
questi anni non sia mai finita nel precipizio che conduce direttamente all'inferno
al limite del quale procedevamo.
Arrivati sulla pista che taglia il deserto abbiamo trovato un turista messicano
al quale una pattuglia di polizia (che non si capisce cosa stesse a fare lì)
stava svuotando lo zaino lungo i bordi della strada. Il tassista ha detto che
anche se qui il peyote c'è e chiunque può venire e mangiarselo,
se lo tocchi infrangi la legge e ti fai almeno dieci anni di prigione. Noi comunque
eravamo decisi, e poco dopo avevamo organizzato una bella macedonia di frutta
e cactus. Ci siamo spinti sotto uno dei tre alberi dell'altipiano, ad osservare
le montagne che circondano la distesa dove eravamo. I pochi elementi presenti
erano fonte di grandi attenzioni e commenti: la forma di un sasso, i movimenti
di una formica, il sole tra le foglie... Poi ci siamo sparsi per il campo che
stava alle nostre spalle, e lì abbiamo saltellato tra le piantine rachitiche.
Tornando abbiamo ritrovato Raviv per terra che si rotolava in una pozza di fango
sghignazzando. Lo abbiamo riaccompagnato all'ombra dell'albero, dove Smiley
stava mangiando un pezzo di peyote inzuppato nel burro di arachidi... La situazione
stava degenerando nello schifo, per cui il gruppo dei cinque è ripartito
in una lunga marcia verso il villaggio dove il tassista ci avrebbe prelevato.
Durante il ritorno a Real, sulla strada di montagna nel mezzo del deserto, l'auto
è stata fermata da un tizio che alle prime pareva un contadino mezzo
ubriaco. Ha spalancato lo sportello del cassone dove noi eravamo e ha chiesto
di chi fosse lo zaino che era in terra. Era di Smiley, e il tipo l'ha aperto
e ha iniziato a rovistare. Ci siamo un po' alterati, e quando lo stavamo per
fermare ci ha detto: "Che portate, peyote?!". Con le nostre migliori
facce da bravi ragazzi gli abbiamo detto di no, e solo allora abbiamo notato
le manette appese alla cintola, segno inequivocabile del suo essere sbirro,
oppure gingillo complice di particolari pratiche sessuali. Purtroppo era la
prima che ho detto, ed era chiaramente a caccia di turisti polli da spennare.
Dove stava rovistando c'era dell'erba, equivalente al peyote in termini di anni
di prigione, ma per fortuna non ha indagato a fondo sulla scatolina e ci ha
lasciato andare.
Real de Catorce 21.07.02
A quanto sembra ormai Real
è una colonia italiana, su quattro ristoranti nel paese tre sono gestiti
da connazionali. Mi hanno raccontato di una partita di calcio Italia-Real, dove
abbiamo perso per sette a uno.
Reviv e le signorine inglesi erano partiti, io e Smiley siamo andati a scalare
una delle montagne qui intorno. E' un ragazzo silenzioso e discreto, ed era
un piacere averlo intorno perché bastava guardarlo per sentirsi di buonumore.
Dopo un paio d'ore di duro cammino tra i cactus siamo arrivati a quota tremila,
come un tappeto si stendeva sotto di noi il deserto dove il giorno prima avevamo
vagato fattissimi. Sulla cima del monte abbiamo trovato un cerchio di pietre
ed un tempietto, dove gli Indios Huicholes vengono annualmente per pregare e
per calarsi il pelote pure loro. Secondo la legge loro sono gli unici che lo
possono fare. La sera Smiley è stato colto da una forte influenza che
l'ha sbattuto sul letto privo di energia e del suo sorriso. Il giorno appresso
sarebbe dovuto ripartire per gli USA...
Saltillo 22.07.02
Ho accompagnato Smiley fino a Monterrey, dove mi ha salutato con l'aria di un coniglietto moribondo schiantato in un sedile di pullman. Io ho proseguito per Saltillo dove sono finito nel più brutto albergo mai visto da quando ero partito. Lì c'erano anche numerosi insetti che si rifugiarono in ogni fessura non appena ho acceso la luce. Non ci ho fatto molto caso perché ero stanco, ma decisi di iniziare una serie di fotografie in bianconero dei particolari più "trash" degli alberghi. Si sarebbe chiamata "Le mie pensioni"... Sono questi i luoghi che mi fanno subito sentire in viaggio, perché spesso quando ci arrivi sei talmente distrutto che non li guardi nemmeno, poi ti svegli la mattina e dici: "Ma dove sono finito?!", ed è subito uno stimolo a ripartire. Le "comodità" le lascio alla vita normale, credo che per poter apprezzare al massimo il materasso di casa ogni tanto bisogna pure abbandonarlo.
Parras 23.07.02
Ho lasciato Saltillo dopo
averla visitata, ossia dopo due ore. Non che sia piccola, ma le tre cose degne
di esser viste stanno tutte intorno ad una piazza. Poi con l'autobus ho attraversato
un deserto che si faceva sempre più deserto, sparivano i già rari
cespugli e pure i cactus non erano più in molti. Queste erano le uniche
forme di vita insieme a qualche "vulcanizadora", i chioschi dei gommisti,
circondati da uno strato di grasso nero che ricopre i piazzali per un raggio
di parecchi metri. Di queste casupole unte con davanti il proprietario che dorme
se ne trovavano addirittura di più che di rivendite di coca cola. Improvvisamente
siamo entrati in una vera e propria oasi verdeggiante, prima le erbette, i cespugliosi,
e poi addirittura alberi! Questi danno al paese un aspetto decisamente diverso
dagli altri nella zona. Mantiene ancora molte delle caratteristiche del Messico
che si vede nei film western, con alcune case fatte di fango-paglia-cacca, l'architettura
coloniale e la piazza centrale col giardinetto e gazebo per la banda della domenica
mattina. Mi ha dato un passaggio in auto un tizio dal baffetto rado; quando
ha saputo che parlavo anche inglese ha insistito per comunicare in quella lingua.
Ho capito subito che era meglio di no, aveva la capacità di esprimere
pochi concetti elementari e la sua pronuncia era semplicemente terrificante,
non sembrava neppure che stesse parlando inglese. Ho tentato spesso di riportare
la conversazione allo spagnolo. Comunicando con grande fatica gli ho chiesto:
"Cosa fai nella vita?", e lui: "Insegno!", "E che cosa?"
ho approfondito io senza poter prevedere la drammatica risposta: "Inglese!"
rispose orgoglioso...
Scrivevo in una cantina, ambiente essenziale e alcolico che riunisce alcuni
degli sbevazzoni del paese. Sulla vetrina dietro il bancone, sopra le bottiglie
campeggia una statua di un santo con lo spadone alzato, S. Gabriele credo, e
messo lì sembra dirci: "Bevi, bevi, tanto presto arriverà
l'ora della resa dei conti...".
Torres 24.07.02
Ho visitato l'unica attrattiva
di Parras: Casa Madero. Si produce vino e brandy da cinquecento anni. Con l'aiuto
di una guida ho girato tra botti centenarie e moderni sistemi di imbottigliamento
di provenienza italiana. Fatto questo mi è stato offerto un bicchierino
di Chardonnay, che per essere messicano non era per niente male. Ero a stomaco
vuoto e questo insieme alla temperatura ha provocato un piacevole effetto dondolante...
Lasciato il paese sono arrivato dopo parecchio altro deserto, cactus etc. a
Torreon, una città assai vivace che però sembra non abbia molto
da offrire oltre al museo della rivoluzione di Pancho Villa e molte signorine
che mi mangiano con gli occhi. All'ufficio del cambio ce n'erano due magnifiche,
ma quando me ne sono reso conto ero già uscito. Così mi sono seduto
nella piazzetta di fronte, e dato che l'orario di chiusura era vicino avrei
forse potuto godere un'altra volta di quella visione. Poco dopo si è
piantato davanti all'entrata un'omone panzuto con i "camperos", il
"sombrero" e i "Ray Ban", doveva aver notato il mio appostamento
e mi guardava in cagnesco, dunque poteva essere il padrone del cambio, il padre
delle fanciulle o un bandito. Tirate giù le saracinesche dell'ufficio
il Messicano da guardia le ha scortate fino al suo fuoristrada da vaccaro messo
di traverso sul marciapiede, le ha stipate dentro ed è partito coi soldi
e il figaio.
Torres 25.07.02
Ho visitato il museo della rivoluzione di Pancho Villa, pare che questo museo sia sul "Guinness dei primati" per essere il più piccolo del mondo, e in effetti è uno sgabuzzino in cui sono ammassate pistole rugginose, pallottole estratte, foto di rivoluzionari vivi, e poi morti ammazzati dalle pallottole di cui sopra. Tra questi il grande "Pancho". Il suo vero nome era Doroteo Arango e fino a 16 anni condusse una vita contadina come tanti, poi un brutto giorno (e qui inizia la leggenda) vide un proprietario terriero rapire la sua sorellina per andarci a giocare al dottore e l'ammalata. Doroteo preso da quel latino senso di giustizia del Far West lo sforacchiò a pistolettate. Di qui il suo periodo di vita alla macchia, tra rapine e fughe. Aveva organizzato una banda niente male e amava definirsi un Robin Hood messicano, ma a differenza del gentiluomo inglese Villa ammazzava chiunque si trovasse sul suo cammino, colpevoli o innocenti. Nel 1909 il governatore di Chihuahua lo assoldò per organizzare una rivolta contro Porfiro Diaz, e dunque Pancho lasciò la tranquilla attività di venditore di cavalli rubati che si era costruito nel frattempo per tornare al saccheggio, ma stavolta col pretesto di realizzare la riforma agraria. Le truppe federali ben organizzate nelle scuole di guerra non erano abituate a combattere contro le squadre di Villa che grazie all'arte del banditismo sapevano sferrare attacchi improvvisi per poi sparire nella "sierra". In poco tempo Ciudad Juarez venne presa e Diaz si dimise, qui seguì un'alternarsi di poteri mentre Pancho era sempre in giro a conquistare città oppure alla macchia. Ci fu addirittura un episodio fino ad allora unico nella storia degli Stati Uniti, e cioè quando il bandito rivoluzionario attaccò la città di Columbus, invadendo gli USA. Questi inviarono 12.000 uomini per vendicarsi dell'affronto, ma non ottennero soddisfazione. Nel 1920 Villa firmò un accordo col nuovo presidente, in cui riceveva un ranch e un bel gruzzolo per i salari delle truppe e dei parenti delle vittime. Il rivoluzionario si ritirava dalla scena per assistere ai combattimenti dei galli e alle sue mogli. Qualche anno dopo, la sua auto carica di passeggeri tra cui lui venne crivellata di colpi, e il mandante non fu mai trovato. Un finale classico per un eroe così messicano.
Ceballos 26.07.02
Ero finito in quel paese fottuto,
nel crocevia tra la strada statale e il nulla. Ovvero la "Zona del Silencio".
Cosa intendo per "paese fottuto"? Bèh, quello che quando scendi
dall'autobus vieni investito da un nuvolone di polvere e pensi: "In che
posto fottuto sono capitato!". E' più una sensazione che un ragionamento.
Poi ti rendi conto che il pullman è già ripartito... L'abitato
si sviluppa lungo la strada dove passano i TIR, c'è qualche negozietto
di gommeamericane-cocacola-sigarette sfuse, diversi saloon dall'aria fosca ,
alcuni rivenditori di tacos ed un'infinità di meccanici e gommisti. Uno
di questi organizza pure i funerali. Nelle vie parallele ci sono diversi affittacamere,
una chiesa, una stazione di polizia. Nelle strade sterrate i vecchietti dormono
sotto il sombrero, un bambino con una corda ne trascina un altro dentro una
cassetta della frutta, altri bimbi mi ridono dietro. A Ceballos non passano
molti turisti. Avevo preso posto in una pensione familiare, non c'era il materasso,
ma mi hanno offerto un tappeto. Meglio, così mi sarei abituato alle notti
future da passare nel deserto. Per cercare qualcuno che mi accompagnasse nella
"Zona del silencio" sono finito alla stazione di polizia, dove tre
sbirri polverosi e male in arnese smangiucchiavano e fumavano nella calura.
Mi hanno detto di aspettare, perché lì prima o poi sarebbe passato
qualcuno che mi poteva aiutare. Nel mentre mi hanno ricordato che il Messico
ha vinto contro l'Italia ai mondiali di calcio. Gli ho risposto che hanno fatto
bene. Dopo un po' è arrivato un tipo molto panzuto e molto stereotipo
messicano, mi è anche sembrato molto fatto di coca. Mi ha detto che lui
è il "Presidente". "El Presidente de todo aqui" facendo
mezzo giro su se stesso col braccio spiegato. "De todo el Mexico?"
ho detto io, e lui si è allontanato ridendo.
La sera in una "cantina" ho conosciuto Huaime, un tipo col capoccione
che scarica i meloni. Mi ha mostrato le mani che infatti erano callose come
la scorza di un melone. Abbiamo parlato dei misteri della zona, finchè
mi ha raccontato che lui aveva avuto in passato dei contatti con gli alieni,
ma di più non mi poteva dire. Io potevo essere una spia del governo arrivato
lì per interrogarlo.
Ceballos 27.07.02
Sono partito per "la
Zona del Silencio" insieme a Riccardo il "Presidente", i tre
membri maschi della sua famiglia ed esempio di sana messicanità, ovvero:
Pancho, Joaquin e Riccardo junior. Questo era l'esatta riproduzione in scala
ridotta del papà: faccia rotonda da amicone e panzetta a cocomero, "camperos"
e "sombrero" da piccolo cow boy. Con noi c'era anche Willy Gonzales,
un omaccione pieno di vita che guidava il camioncino. Sul cassone aveva caricato
casse di viveri, coperte ed una quantità spropositata di birre gelate.
Siamo partiti verso l'una con un caldo infernale, e Riccardo senior a cadenza
regolare di pochi minuti allungava la mano dal finestrino per farsi passare
una coppia di birre, poi in sosta dal benzinaio mi ha detto: "Non fare
complimenti, quando vuoi acchiappa pure dal frigidaire!" Gli ho detto che
a me l'alcool a quelle temperature non piace molto, lui mi ha risposto qualcosa
in dialetto che dovrebbe corrispondere all'incirca a: "Ma che cazzo dici?!
Tiè, senti quant'è fresca!" mettendomene una in mano dopo
averla stappata in maniera molto virile. E in effetti era vero, così
fredda e con la sua patina di goccioline era un piacere solo da tenere in mano.
Ne avevo bevuta metà quando mi sono accorto che già ridevo da
solo. Dal vetro posteriore della cabina vedevo Riccardo e Willy che cantavano
agitandosi a ritmo di musica campagnola, ma il pericolo di un incidente con
altri veicoli era piuttosto remoto. Durante il tragitto sulla strada sterrata
noi del cassone ballavamo la tarantella aggrappati alle ringhiere per non volare
di sotto, e tutte le provviste si sballottavano in un fracasso totale. "Ma
quale 'Zona del Silenzio'..." pensavo io...
Invece appena siamo arrivati sotto l'unica collina che sporgeva dalla piana
e abbiamo spento il motore si è sentito solo un alito di vento che non
trovava ostacoli. La collina è il centro magnetico della zona, e fa impazzire
le bussole e gli scienziati che vengono a studiarla da tutto il mondo. L'abbiamo
scalata in breve grazie ad un incerto passo alcolico, e da lassù si vedeva
tutta la pianura arida e la piccola catena montuosa che simboleggia la zona.
Riccardo ciondolando mi diceva: "La senti l'energia di questo posto?! Io
qui mi ricarico, a me questi sassi venuti dallo spazio mi fanno sentire un altro!
Ma la senti la fottuta energia di questo posto?!". Io ho detto che la sentivo.
Poi ha schiacciato la cicca della sigaretta col tacco degli stivali, ha mollato
un rutto e siamo scesi fino al furgone. Dopo settanta chilometri e molte altre
birre siamo arrivati nella zona dei meteoriti, un cerchio ampio 500 metri in
cui il terreno ne è ricoperto; a dire il vero sono un po' dappertutto
in questo deserto, ma in questa area ce n'è una concentrazione altissima.
Perché? Mah...
C'è forse un collegamento col fatto che qui non si propagano le onde
radio e che molte attrezzature elettroniche fanno cilecca? Verranno le foto
che ho fatto qui? Sono ancora radioattivi i meteoriti che ho raccolto? Mi rimangono
tre mesi di vita? Carichi di questi dubbi ci siamo avviati verso un barbecue
in mezzo al deserto; io con la preoccupazione che non era impossibile che un
sassolino dello spazio ci finisse sulla zucca. Willy sotto un sole ustionante
manovrava le braci come un dio Vulcano, col suo fisico massiccio, tutto rosso
e fumante mi pareva che anche lui si stesse cucinando come un grosso peperone.
Non riuscivo più a controllare le birre che mi ritrovavo in mano, la
realtà desertica veniva alterata dalla calura e dal tenore alcolico.
Riccardo parlava comprimendosi nelle guance ogni parola, e riempiendo le frasi
di "cinga" e di "pinci" che ho capito dovrebbero corrispondere
a "fotti" e "cazzo", "pinci" si può usare
un po' ovunque come rafforzativo. Altra parola molto ricorrente è "cavron"
che significa all'incirca "coglione"ma si usa anche in senso affettuoso,
quando vuoi far capire ad una persona che ti sta simpatica e che gli vuoi bene.
Quando tutte le panze furono piene, mentre gli infanti giocavano tra di loro,
i due personaggi più maturi che mi accompagnavano hanno tirato fuori
il Bacardi per farsi un cicchetto. Io ero già ubriaco a bestia, e loro
lo furono dopo essersi scolati una buona metà della bottiglia. Siamo
ripartiti cantando e sgommando, Willy ci ha fatto arrivare tutti interi alla
zona dei fossili, centrando tutte le buche che vedeva. Ci siamo aperti a ventaglio
tra gli "ocotillos", pianta curiosa che popola la zona. Si sviluppa
a cespuglione con lunghi rami vellutati di foglioline, e ricorda una mano affusolata.
Girovagando un po' si incontravano parecchi fossili di conchiglie e gamberoni
preistorici, un chiaro segno che questo deserto a 1700 metri di quota una volta
era sommerso. Oppure che c'era un grande mercato del pesce.
Io raccoglievo solo i reperti più piccoli e in buono stato, ma alla fine
della giornata il mio zaino era parecchio appesantito da fossili e meteoriti.
La sera ero accovacciato tra i cespugli per godermi il tramonto mentre facevo
un bisognino, proprio di fronte ad un sasso dello stesso colore del terreno.
Quando mi sono alzato il sasso ha emesso un sibilo ed un rumore di "maracas",
proprio uguale a quello che si sente sui documentari dei serpenti a sonagli.
Infatti proprio di quello si trattava, non di un documentario, ma di un vero
rettile in pelle e sonagli, tutto arrotolato e carico come una molla. Ho pensato
che forse non aveva gradito il regalino che gli stavo per lasciare e per questo
mi voleva uccidere. Per fortuna i quattro metri che ci separavano erano un discreto
margine di sicurezza, ma ho fatto comunque un balzo indietro di altri quattro
metri. Da laggiù preso dalla rabbia ho preso da terra un meteorite e
gliel' ho tirato mancandolo, ma l' ho disturbato facendolo andare a rintanare.
Disteso era lungo più di un metro. Willy mi ha detto che se ti mordono
hai un'ora di vita per farti l'antidoto, ma per il paese più vicino servono
almeno due ore...
Zona del Silenzio 28.07.02
Abbiamo iniziato con una colazione
differenziata: io caffè, WillY e Riccardo "tortillas" e formaggio
e i tre piccoli Messicani si sono fatti le loro bistecche alla brace, poi ci
siamo dedicati ad un'altra ricerca di fossili e al lungo ritorno a Ceballos.
La sera ho offerto al gruppo una spaghettata nel patio della casa di Willy,
costruita da lui in un ottimo stile "country". La cena è venuta
decisamente male, con la pasta scotta condita con olio di semi.
Decisi di fermarmi un'altro giorno in quel paese fottuto, l'atmosfera polverosa
e annoiata iniziava a piacermi, si passava il tempo guardando gli autoarticolati
che passavano e si era tutti dannatamente certi che non sarebbe successo niente.
Ceballos 29.07.02
In una giornata nullafacente
ho passeggiato su e giù per il paese e ho fatto amicizia con diversi
Messicani che trasportano e distribuiscono meloni, che è l'attività
principale di Ceballos. Volevo comprare un po' d'erba, ma non si trovava, da
quando hanno equiparato le droghe leggere a quelle pesanti in Messico tutti
hanno iniziato a commerciare (e a consumare) coca, non vale più la pena
rischiare per pochi dollari di marijuana. E così ho seguito il trend,
nella camera spoglia dove abito mi sono fatto due strisce e poi ho chiacchierato
con gli sbirri della centrale di fronte alla casa. Mi hanno scroccato un mucchio
di sigarette e mi hanno detto di salutargli Baggio.
Pensavo a quelle persone convinte che fumare le canne porti alla ricerca di
cose più forti... E' il NON fumare che ci costringe alle alternative!
La sera l'ho passata in una "cantina", aveva il paravento per non
far vedere da fuori la gente malmessa e chiassosa che la popolava. C'era la
segatura per terra e ci si poteva anche sputare, juke-box con musica "ranchera"
e birre a prezzo politico. Presto qualcuno incuriosito dalla mia presenza in
quel paese di melonai e trafficanti si è avvicinato per fare quattro
chiacchiere e per provare le mie sigarette. Poco dopo ero circondato da Messicani
festosi che mi davano pacche sulle spalle e apprezzavano il gusto del tabacco
d'oltreoceano... Tra di loro è un continuo prendersi in giro e punzecchiarsi
con frasi ironiche, senza mai scadere nell'offesa, ma facendo un duello dialettico
al limite di un certo galateo da osteria... Non si può certo dire di
essere stati in Messico se non si è mai entrati in una "cantina".
Ceballos 30.07.02
Durante la notte ha piovuto, un grande evento per queste zone, e tutto il polverone che avvolgeva il paese è stato trasformato in fango. I TIR sulla statale invece di tirarsi dietro la consueta nuvola bianca creavano delle onde anomale di colore nero, e gli schizzi di melma dai parafanghi investiva i marciapiedi, i negozi e tutto il resto. "Era molto che non pioveva?" ho chiesto alla signora della pensione, "No, non molto, un paio di anni." ha detto lei. "Desierto es desierto..." pensavo io tornando nella cameretta buia che non mi dispiaceva troppo abbandonare, poiché poco dopo sarei partito per Chihuahua.
Chihuahua 31.07.02
C'è una bella cattedrale e una via dove si fa lo "struscio, ma neanche l'ombra di quegli odiosi cagnolini che pensavo fossero stati inventati qui. La sera i giovani parcheggiano le auto nelle vie del centro e accendono la radio sintonizzata sulla stessa frequenza. I loro fuoristrada sono equipaggiati con impianti stereo da milioni di watt che fanno tremare la terra sotto i piedi e li fanno sentire molto fichi. La metà dei negozi vende stivali di tipo "camperos", e ce ne sono veramente di ogni foggia e colore, se solo avessi avuto il coraggio di indossarli ne avrei comprati un paio... Sotto il mio albergo uno di questi negozi ha l'insegna che dice: "El vaquero elegante" (dove "vaquero" sta per "vaccaro")... Il proprietario vorrebbe rassomigliare al fratello sgorbio di James Dean, con camicia a scacchi, gilè e cappello da cow boy, jeans attillati con un lenzuolo arrotolato dentro al "pacco". La mattina l'ho trovato appoggiato al suo pick up rosso con lo stivale lucido sulla ruota, fumando in controluce.
Creel 01.08.02
Ero partito per un paesino
sperduto in un luogo eccezionale: il "Canyon del rame". Appena usciti
da Chihuahua il paesaggio ha cominciato a cambiare, e un progressivo verdeggiare
colorava il deserto giallino. Non ho penato molto quando ho salutato la cittadina
arida, Chihuahua significa appunto "luogo della polvere" in indiano,
quindi appena ho visitato un' altro museo della rivoluzione di Pancho Villa
sono partito verso più freschi lidi. Anzi freddi, perché già
dopo cinquanta chilometri dalla partenza il deserto era un ricordo, e viaggiavamo
avvolti da una pioggia autunnale e clima alpino. Mi sono infilato tutti i vestiti
che avevo nello zaino e ho trovato alloggio in una casa piena di viaggiatori
in abbigliamento montanaro. Riempivano ogni stanza, ovunque c'era qualcuno;
posti letto extra erano ricavati in qualsiasi angolo dei corridoi, ma per fortuna
quando sono arrivato io si stava liberando un posto in un letto a castello di
tre piani. Si cenava tutti insieme in atmosfera di comunità di recupero.
Il paese è pieno di indiani Tarahmura. Sono molto pacifici e sorridenti,
le donne vestite di ogni colore e i bambini sembrano essere appena usciti dalla
giungla (e forse è vero). Ero in giro per il villaggio e ho visto uno
di questi monelli mentre si affacciava da dietro un muro che dava sulla via,
aveva la fascetta rossa sulla fronte ed un'aria sveglia da piccolo delinquente.
Pareva che volesse attaccare il primo viso pallido che passava.
Sono stato a visitare un villaggio Tarahmura, dove alcuni missionari da tempo
cercano di convertirli al cristianesimo, ma senza molte soddisfazioni. La loro
caratteristica principale è quella di non pensare troppo al futuro, così
si accontentano di curare piccole coltivazioni, di pascolare poche bestioline,
di vendere qualche bracciale. E' come se il loro concetto di futuro non arrivasse
al dopodomani.
Sono anche stato alla cascata Cusarare, purtroppo un viaggio fatto tutto in
macchina, che ci ha scaricato a un chilometro dall'arrivo. L'astuto operatore
turistico mi aveva promesso un trekking vero e proprio, ma ho capito quasi subito
che mentiva, gli altri "scalatori" erano bambini o ultrasettantenni,
vestivano scarpe da montagna immacolate o scarpe da ginnastica bianco e oro.
Il resto dell'abbigliamento era l'immagine stereotipata del montanaro della
domenica (ma una volta l'anno).
Creel 02.08.2002
La mattina mi sono alzato dal letto con una miriade di macchioline rosse pruriginose che decoravano ogni mia parte esposta alle coperte; per fortuna ho dormito con la tuta da ginnastica e i calzini contro il freddo, ma avevo le braccia e il collo gonfi e rossi come due peperoni. Un ragazzo americano con la faccia da cherubino che dormiva sotto di me stava anche peggio... Inoltre l'operatore turistico della pensione mi ha fregato un'altra volta, si è scusato per il ridicolo trekking del giorno prima e mi ha promesso un'escursione più lunga. Siamo partiti tardissimo, e dopo quasi tre ore di curve e di fuoripista il guidatore ha detto: "Voi scendete qui, io vi aspetterò laggiù!". Così abbiamo camminato sotto il sole di mezzogiorno fino ad arrivare ad un belvedere da cui si ammirava la "Bufa", un canyon circondato da una spettacolare catena di montagne piena di pareti a picco.
Creel 03.08.2002
E' stata una giornata dedicata
alle medicazioni, ho passato una notte terribile grattandomi i bubboni che diventavano
sempre più grossi e infuocati lungo le vene del collo e delle braccia.
Mi sentivo bruciare vivo, continuamente scendevo dal letto per infilarmi sotto
l'acqua gelata della doccia per poi tornare a scorticarmi tra incubi di gironi
infernali. La mattina il dottore che mi ha visitato ha sentenziato: "Pulci!",
e a quanto sembra io e il biondino che ne è stata un'altra vittima ne
siamo allergici... Così, con 35 dollari di creme e medicine si è
risolto il problema.
Alla stazione ho atteso lo storico treno che attraversa la "Barranca del
Cobre" ovvero il Canyon del Rame, per arrivare a Divisadero, un paese dalla
posizione unica, e da dove si può ammirare tutto il canyon. Il treno
procedeva ad una velocità assai romantica, forse facevo prima a piedi,
ma riuscivo così a riscoprire il gusto di viaggiare nella sua essenza:
lo spostamento, il sentirsi sotto i piedi quel lento rollio, segno sicuro del
terreno che inesorabilmente si muove, osservare gli alberi, contare i pali della
luce, le traversine, i vagoni precipitati nelle gole e lasciati lì. Nei
finestrini scorrevano panorami in cui intravedevo John Wayne correre a cavallo
e sorpassare il treno, che grazie al suo locomotore diesel arrancava sotto le
sbuffate nere.
Arrivato a Divisadero, proprio sotto il belvedere della stazione si apriva la
vista di tutto il canyon, e ci si sentiva proprio piccoli lì di fronte...
Un tizio mi ha detto che se volevo dell'erba dovevo trovare Geronimo, il figlio
di un tale che mi è apparso davanti poco dopo. Era un vecchietto smilzo
col cappello da cow boy e l'aspetto del nonno di Tex Willer, mi ha detto che
Geronimo non c'era, ma che la storia si poteva fare. Poi mi ha chiesto se volevo
un letto nel suo "rancho" dove risiedevano anche una coppia di Danesi.
Divisadero è uno di quei posti in cui non ci sono vie di mezzo: o l'hotel
a cinque stelle o la bettola. Ho scelto di fidarmi del nonnino, ma già
mi sentivo essere il pasto degli insetti che popolavano la sua fattoria. Siamo
partiti col suo furgoncino campagnolo, io sul cassone tra i bagagli, coperto
da un telo di plastica perché aveva iniziato a piovere. Arrivati al "rancho"
come un raggio di sole spunta fuori dalle cucine sua figlia Rosaria. Incredibilmente
giovane, dato che nonno Tex aveva più di 70 anni lei poteva esserne la
nipote. E che nipote! Un vero fiore delle praterie, su un corpo statuario i
lineamenti delle indiane più belle ma con qualcosa in più: due
magnifici occhi verdi! Questa bellezza così inconsueta mi ha folgorato
per un attimo, e appena mi sono girato c'era il padre che mi squadrava per ricordarmi
che qui le storie d'amore finiscono in matrimonio o a fucilate. Quindi Rosaria
sarebbe stata rispettata come la figlia di un uomo armato. Quindi per distrarre
le mie attenzioni ha chiamato uno dei suoi contadini, e l'ha obbligato a offrirmi
una canna. Così io e Manuel siamo andati a fumare seduti sui binari del
treno davanti a un tramonto rosa e blu. Di tanto in tanto passavano gruppi di
Indios stanchi della giornata, col loro odore selvatico di resina e foresta.
Manuel era molto contento quando il padrone lo mandava a fumare con i clienti
invece di zappare la terra. Lui non conosceva le cartine, usava fumare la sua
erba auto prodotta con pezzi di giornale, cartoni o pipe rudimentali. Gli ho
regalato mezzo pacchetto delle mie "Smoking", che lui guardava incantato
per la prima volta, tenendole nelle sue grosse mani callose come se fossero
state farfalline.
Divisadero 04.08.2002
La colazione "ranchera"
che Rosaria ci aveva preparato sul fuoco era molto essenziale e contadina: uova
fritte e fagioli. Erano le sei, e Nonno Tex era già sveglio da tempo;
nel posacenere di fronte a lui già erano spiaccicati quattro mozziconi
delle sue sigarette senza filtro. Quando lo guardavo mi convincevo che fumare
non facesse poi così male... Per ingannare l'attesa si è messo
a costruire un paio di sandali nello stile indiano, usando un copertone per
la suola e un laccio di pelle. Siamo partiti per un'escursione nel Canyon del
Rame insieme a Manuel, un omaccione di quasi 70 anni che marciava sbuffando
come un carro armato, e i due candidi Danesi con i loro occhi azzurri che abbagliavano.
Anche loro si sono presentati già con la sigaretta in bocca, mi sono
sentito in uno spot pubblicitario della "Marlboro Country", dove fumano
pure i cavalli. Io per non essere da meno degli altri attori mi sono fatto una
canna con Manuel. Così siamo partiti, giù e giù per il
canyon, ogni tornante si aprivano nuovi panorami spettacolosi, mentre la nebbia
mattutina si andava diradando sotto un sole sempre più crudele. A fondovalle
si incontravano piccoli campi coltivati a mais da alcune sperdute famiglie Indios
che vivevano in casupole di pietra lì intorno. A volte incrociavamo un
bambino o un pollo.
Siamo risaliti per un monte che terminava con un monolite fallico, e dominava
un nuovo scenario fantastico. Lì ci siamo divisi: loro rimanevano qualche
ora, io tornavo su da solo per prendere il treno delle 15, e la salita era ben
più dura della discesa. Manuel mi ha spiegato dove passavano i sentieri
ed io ho pensato di aver capito. Mi sono incamminato tra polli, bambini, casette
di pietra e campi di mais, e ho imboccato un sentiero che saliva su un costone
e mi ricordava quello da cui eravamo scesi. Invece dopo un ora di risalita il
sentiero andava scomparendo nel nulla, mentre sopra di me si ergevano pareti
di pietra impossibili da scalare anche solo col pensiero. Sotto di me passaggi
ripidi e scivolosi che conducevano a precipizi buoni solo per il parapendio.
Camminavo aggrappandomi con le mani dove capitava, finchè mi sono reso
conto che lì sarei presto rimasto bloccato e\o sfracellato. Quindi sono
tornato indietro e ho risalito per un'altra costa: stessa storia, quasi due
ore di arrampicata per finire tra i rovi mentre ero sicuro che poco sopra di
me ci fosse il sentiero per la civiltà. Purtroppo non trovavo di questa
nessun segnale, ne' una cartaccia ne' una lattina di Coca Cola e tantomeno di
Pepsi. Intanto si avvicinavano tuonando le nubi dell' abituale temporale pomeridiano.
Tutto d'un tratto ho avuto come l'impressione di essere perduto. Non perduto
nel senso di non sapere dov'ero (Divisadero si vedeva benissimo sopra la mia
testa), ma nel senso di non sapere come arrivarci, con una misera scorta d'acqua,
tempesta in arrivo e notte da passare all'addiaccio sul ciglio di un precipizio
scivoloso. Avrei potuto abbandonarmi ad una sana e giustificata crisi di panico,
ma invece mi sono sentito un'ondata rabbiosa di energia e lucidità, e
sono tornato giù un'altra volta, pensando di raggiungere una delle capanne
indiane dove certamente mi avrebbero ospitato. Oramai davo per perso il treno
delle 15, tanto valeva riposarsi e conoscere qualche Indio e i loro polli. Raggiunta
una casupola sono emerse dal pietrame due ragazzine molto schive, poi un tizio
col cappello bianco. "Donde vas?" mi ha detto stupito, "Divisadero!"gli
ho risposto, e il suo braccio ha compiuto un semicerchio nella valle fino a
fermarsi davanti una delle coste che non avevo ancora scalato. "Arriba!"
ha aggiunto solenne. Non ho chiesto ospitalità perché nella sua
casa c'era posto appena per lui, le ragazzine e il pollame, quindi armato di
nuove energie e certezze sono ripartito . Il sentiero saliva su dritto verso
la cima, una salita in cui mi girava la testa per il calore, lo stress e la
poca acqua. Quasi in cima ho ritrovato il sentiero fatto all'andata che scendeva
delicatamente tra le pinete ombrose; l'ho guardato, ci ho sputato sopra e sono
arrivato a Divisadero. Al primo chiosco ho comprato tre litri d'acqua che ho
bevuto completamente, poi ho fumato due sigarette di seguito mentre guardavo
il fondovalle da cui venivo. Alla stazione incredibilmente ho trovato il treno
che portava ritardo, mi aspettava il vecchio pistolero con i miei bagagli e
la figlia bona. Ci siamo salutati da amiconi e sono partito per Los Mochis.
Il treno passava nel canyon sul ciglio dei burroni, mi sembrava di essere sospeso
nel vuoto perché raramente si vedeva la terra su cui poggiavano i binari.
Sotto di me i mille torrenti che scavavano altri canyon, e sopra i picchi rocciosi
avvolti dalle nuvole ed una natura lussureggiante che ricopriva tutto.
Alamos 05.08.02
Non potevo non passare in
questa cittadina che tanto è stata protagonista dei film western, dato
che era ad un tiro di schioppo da dove ho lasciato il treno. Sembra che in passato,
dopo lo splendore dato dall'oro e dall'argento che qui si estraeva, sia stata
un paese fantasma, finché un allevatore americano, tal William Alcorn
sia giunto per restaurare un lussuoso palazzo spagnolo poi trasformato in albergo.
Da allora Alamos è risorta, e qui vengono a svernare i nordamericani
e i Messicani ci vengono in vacanza ad agosto. I palazzi più belli sono
abitazioni private oppure hotel a me inaccessibili. Il luogo è interessante
a livello naturalistico, perchè sta al confine tra la zona desertica
e quella giunglosa. Per me, a parte visitare un paio di cantine, non c'è
molto da fare. Un qualsiasi approccio alle poche signorine di passaggio sarebbe
stato un certo preludio di un "mezzogiorno di fuoco", dunque me ne
sono rimasto buono sulla piazza, guardavo chi passava e sentivo che si diceva...
Solo prima di partire ho scoperto che il vero protagonista dei film western
era il forte di Alamos in Texas, attaccato dal tristemente famoso colonnello
Santa Ana, quello che perse in battaglia la metà del Messico e poi vendette
agli USA altri pezzi... Il posto in cui ero non aveva nulla a che fare con il
cinema...
INSERTO SPECIALE: LA CUCINA MESSICANA!
Come tutti sanno , il cibo
più comune qui sono i "tacos". Sono fatti con una "tortilla"
che è una versione in miniatura delle nostre piadine romagnole che può
essere di farina di grano o di mais, quest'ultima versione ben presto stanca
il palato. Sulle "tortillas" si appoggia uno spezzatino di carne o
verdura, formaggio, fagioli e quello che capita. Si piega a metà e buon
appetito. La versione da passeggio è il "burrito" (somarello),
una piadina vera e propria riempita con gli stessi ingredienti ma stavolta arrotolata.
Questi e i "tacos" si trovano sulle bancarelle di ogni angolo del
Messico, sempre con gli stessi sapori. I "tacos" possono essere ricoperti
di salsa e panna e cotti al forno prendendo il nome di "enchiladas".
Col mais ci si fa anche la polenta che qui si dice "tamal" e viene
cotta dentro le foglie di palma. La carne e il pollo di solito sono alla brace,
senza troppi fronzoli ne' alchimie culinarie perché il sapore è
già ottimo così. Si fa molto il brodo, ma anche questo è
sempre uguale a se stesso dal nord all'estremo sud del paese. Il sapore che
si ritrova ovunque è il "chile", un incrocio tra i nostri peperoni
verdi ed il peperoncino, piccante a diverse gradazioni, e col deciso sapore
di peperone. Questi si fanno ripieni e si frullano per sintetizzare delle salsine
che contaminano qualsiasi piatto. I fagioli quasi sempre sono schiacciati e
ripassati in padella, di solito si mangiano a colazione (per chi ce la fa) con
le uova fritte. La dieta messicana è prevalentemente carnivora, le verdure
si usano più a scopo decorativo che nutrizionale. Una cosa che mi manca
parecchio è l'insalata, va evitata attentamente, pena intossicazioni
e malori brutti. I posti più convenienti e in cui la cucina è
sempre genuina sono i mercati, più o meno è così in tutto
il mondo, ma in Messico sono organizzati particolarmente bene, con dei chioschi
in cui ci si può sedere e scegliere tra diversi piatti. Nei locali lungo
le coste regna il pesce, sempre fritto o alla griglia.
I sapori del viaggiatore povero dunque sono sempre due o tre, e si ritrovano
ovunque, anche negli spaghetti quando si ha la sfortuna di mangiarli. La nota
positiva è che nutrirsi in Messico costa veramente poco, l'importante
è non aspettarsi mai nulla di nuovo. Non si trova nei piatti quel "gusto
barocco" onnipresente nell'arte e nelle persone, quella ricerca del piacere
e del gusto delle cose della vita; qui spesso la cucina sembra che esista solo
per sfamare. Una cosa assai buona sono i succhi di frutta spremuti all'istante
o le "aguas de frutas", tra cui l'"horchata" di cui sono
golosissimo. Mi sono procurato la ricetta che qui vi regalo, potete ritagliare
lungo la linea tratteggiata e poi ricavarne una pratica scheda da tenere sempre
a portata di mano in cucina:
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Riso bollito, cannella, zucchero, vaniglia, mandorle, acqua a volontà.
Mettere tutto nel frullatore, non so le quantità, fare diverse prove.
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Quando fa caldo non c'è niente di meglio che sentirsela scolare giù
per il gargarozzo inaridito, io sotto il sole ne potrei bere litri e litri.
Le "aguas" sono in vendita ovunque in grandi barattoli di vetro spesso
circondati da nugoli di vespe che da lontano indicano il rinfresco all'assetato
viaggiatore.
IL CAFFE'
Qui si chiama Nescaffè (l' ho scritto male per evitare denunce), è
infatti rarissimo trovare in vendita la normale polvere o i bar che te ne preparano
uno "standard". Anche le macchinette per farselo in casa sono introvabili.
Questo suona abbastanza strano, visto il caffè che si produce in Sud
America. Pare che la Nestiè abbia colonizzato interamente questo settore
di mercato, come quello dei gelati, del latte concentrato, dello yogurt e di
molti altri prodotti. E' praticamente impossibile vivere in Messico senza comperare
nulla di tale marca, o che non ne contenga almeno qualche ingrediente. Ingerivo
quindi bocconi amari, io che in Italia sto ben attento a boicottare la tristemente
nota multinazionale svizzera che di tanti danni al terzo mondo viene accusata.
Apro quindi una
PARENTESI RIVOLUZIONARIA
Non mi riferisco a quella messicana, ma a quella globale che potrebbe iniziare anche domani, se non fossimo così rincoglioniti dalla pubblicità. Come disse un famoso pubblicitario pentito: "La rivoluzione oggi si fa al supermercato !", ovvero rifiutando quello che ci infilano in bocca e che non siamo in grado di capire cosa sia o da dove proviene o alle spese di chi. Sono i grandi capitali che muovono il mondo, la politica, le guerre e tutto il resto. E' dunque pure il vasetto di yogurt che abbiamo acquistato senza pensarci che finanzierà le cose orribili che vediamo nei telegiornali quando si parla di paesi sottosviluppati. Certo che collegare un candido vasetto pagato mezzo euro con questa situazione diventa difficile, e malgrado che tutto questo si sappia preferiamo scandalizzarci chiedendoci: "Ma è possibile che non ci sia nessuno che possa fermare tutto questo?!" mentre mangiamo banane di una delle tre marche che hanno monopolizzato il mercato mondiale (e finanziano le guerre in Africa), calziamo scarpe di quelle case produttrici che sfruttano i bambini in India e in Turchia, e con il carrello della spesa pieno di quei prodotti che riconducono sempre ai soliti marchi visti in televisione. Basterebbero due o tre mesi, durante i quali rifiutare tutto ciò che viene reclamizzato e comperare tutto ciò che esce dal giro dei grandi capitali, senza nemmeno starsi a chiedere perché, ma solo per dare un segnale potente che verrebbe certamente inteso, e che verrebbe ad incrinare quel sistema che critichiamo tra una pubblicità e l'altra. Si potrebbe anche affinare il tiro e concentrarsi su quelle marche "infangate" che coprendosi sotto nomi candidi poi producono guerre e lucrano sulle vite umane. Sono certo che sia l'unico modo perché questo apparato inizi a tremare. Non sono bastate milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo per fermare la guerra in Iraq, ma se da allora tutti ci fossimo rifiutati di acquistare prodotti americani e di fare il pieno in un loro distributore credo che quella missione sarebbe durata assai meno, o non sarebbe partita neppure. In fondo andavano laggiù per business. Ma perché rinunciare ai nostri istinti da supermercato e non poter essere "come tutti gli altri" ? In fondo questo sistema ci garantisce che i poveri e gli sfruttati non siamo noi, che le guerre non si combattano a casa nostra e che gli esperimenti non si facciano sui nostri bambini. Qui mi torna in mente una frase di un mio amico (che continuo a considerare intelligente ma con una parte del cervello lavato dai media): "Ma se non ti compri le Nike o le Adidas che scarpe ti metti?!".
Mazatlan 08.08.02
E' il caratteristico luogo di villeggiatura sull'Oceano Pacifico, mi trovavo lì sia per dovere professionale (le foto dei posti sconosciuti o sfigati non si vendono facilmente), sia perché i deserti mi avevano un po' "prosciugato" e sentivo la voglia di stare tra la gente. Mazatlan è come uno se la immagina: una grande e prospera città con tutti i servizi, una costa paradisiaca con palme e spiagge lunghissime, capanne dove si mangia il pesce e si beve la birra dall'alba al tramonto. La temperatura dell'acqua è perfetta, non ci sono correnti e si può nuotare in tranquillità. Gli alberghi costano incredibilmente poco. Nella "Zona Dorada", il quartiere più lussuoso, ci sono diversi locali e discoteche con la musica più brutta che abbia mai sentito e i DJ più incapaci, ma tant'è... Questa zona è abitata sopratutto dagli Americani, infatti c'è anche Blockbusters e Mc Donald's per le seratine in famiglia. Il resto della città è popolato da turisti Messicani e da chi lavora nei servizi per muovere la macchina turistica. Devo dire che non si sta per niente male, però già mi sopraggiunge quell'insofferenza che mi prende quando non ho molto da fare. Per cui la mattina ho scattato quelle fotografie molto turistiche che cercavo, e che probabilmente sarebbero finite in qualche depliant di un operatore turistico, poi ho camminato in su e in giù per i quindici chilometri di spiaggia intorno alla città, per poi stramazzare nel mare tiepido. Di tanto in tanto mangiavo un pesce in una capanna, facevo quattro chiacchiere con un venditore ambulante, scattavo una foto e poi ripartivo per il mio assurdo pellegrinaggio senza meta. In due giorni avrò percorso almeno cinquanta chilometri. Di fronte ad una delle discoteche di cui sopra ho conosciuto un ragazzo di sedici anni che vendeva le sigarette, abbiamo iniziato a chiacchierare, fin quando mi ha detto che lì dentro c'era il demonio. Gli ho chiesto se era mai entrato in una discoteca o se stava scherzando, lui mi ha detto di no, ma che glielo avevano assicurato. Certo, quel DJ era un cialtrone, ma non era certo Belzebù. Gli ho chiesto che male ci fosse nel divertirsi ballando, e secondo lui Dio lo vedeva e piangeva molto per questo. Allora gli ho fatto notare che il demonio era più presente nelle sigarette che vendeva lui che in quella discoteca, c'è rimasto un po' male ma finalmente ha iniziato a pensarci su.
S.Blas 10.08.02
E' un paesino quasi immune
dal turismo di massa, ci sono pochi ristoranti, una chiesa, una piazza e un'osteria.
C'è addirittura un cambio, dove ho conosciuto Hector e Chuy, due ragazzi
dallo sguardo sereno, la panzetta e le spalle larghe da sportivi, segni inequivocabili
di chi fa una vita sana ma quando fa sera si gode la vita... Fanno i surfisti,
e Chuy stava aprendo sulla spiaggia un locale per affittare le tavole, dare
lezioni e vendere birre (che sembra essere l'attività parallela di ogni
attività messicana). Ma allora c'era solo una capanna e le birre. Mi
ha offerto un'amaca e l'uso della cucina a casa sua, e non ho esitato a dire
di si. In altre situazioni sarei stato più malfidato (girare con un piccolo
capitale in attrezzatura fotografica nello zaino rende molto sospettosi), ma
quei due nonostante le apparenze trascurate sembravano affidabili. Era tempo
che non cercavo di comprare un po' d'erba, qui in Messico si rischiano almeno
dieci anni di carcere anche per una canna, quindi avevo quasi deciso di smettere.
Invece è saltata fuori da sola, appena siamo entrati in casa con alcuni
suoi amici molto Messicani è comparsa una busta paffuta piena di chili
e chili di "mota" verdeggiante.
Qui la vita è il surf e quello che gli gira intorno: spiagge, capanne,
amori e noci di cocco. Sistemati i bagagli in casa siamo andati in un torrente,
e seguendo il suo corso attraverso la giungla siamo giunti ad una laguna. Eravamo
a mollo nell'acqua tiepida sotto le palme, e passandomi un grosso cannone acceso
mi hanno detto che lì era il paradiso. Io gli ho creduto.
Ho fatto una lunga passeggiata seguendo il bagnasciuga, e ho trovato parecchi
posti dove andare a vivere come un Robinson Crosue surfista; potevo aprire un
ristorante di pesce oppure, con più originalità, pasta scotta.
O più semplicemente mi sarei potuto piazzare lì con un frigidaire
e vendere birre a quei due o tre turisti di passaggio. La sera avrei fumato
il mio joint guardando il mare e via, a letto presto. Viene spontaneo chiedersi
quale sia il rovescio della medaglia di questo eden
Appare con le tenebre:
i pappataci. Questi insetti dal nome inquietante sono simili alle zanzare ma
più piccoli e infidi, ma anche più delicati nel pungere le loro
vittime. fanno una miriade di bollicine fastidiose e mi facevano pensare agli
insetti del girone degli ignavi, solo che questi invece di farti correre ti
costringono dentro casa (probabilmente a bere e fumare). Bere la birra è
una delle cose che si vede fare continuamente in Messico, a queste temperature
quando si inizia non si smette facilmente: è fresca, dissetante e frizzantina,
per cui cerco di non iniziare prima di sera. Ma molti Messicani ci si gonfiano
come palloni, iniziano a colazione e finiscono nella notte fonda, che si riempie
di cori sgangherati. A volte penso che il loro rapporto con l'alcool non sia
minimamente gestito, si ubriacano a bestia e perdono la testa come adolescenti
alla prima sbronza.
Io la mattina dopo mi sarei avvicinato per la prima volta ad una tavola da surf.
S.Blas 12.08.02
Il momento più bello
è stato quando ho attraversato la spiaggia con il mio surf sotto il braccio.
Mi faceva sentire molto fico, perché immaginavo che dopo un paio di tentativi
avrei cavalcato le onde come i campioni fanno con noncuranza, e le ragazze sarebbero
state ad ammirarmi incantate dal mio stile. Il Chuy aveva da fare, quindi mi
ha lasciato con poche indicazioni per manovrarlo, che non erano altro che la
descrizione a parole di quello che avevo visto fare dai fuoriclasse in televisione.
Non c'era nulla di difficile, bastava nuotare oltre il punto dove le onde iniziavano
a rompersi, aspettare il "set" di onde giusto, lanciarsi in una rapida
sbracciata e alzarsi in piedi. Facilissimo. Appena mi sono tuffato la tavola
già dava segni di nervosismo e di ingovernabilità, quando riuscivo
a guadagnare alcuni metri spingendola e trascinandola, puntuale arrivava un'onda
che mi sbatteva dove ero partito o un po' più giù. Allora ho capito
che il surf non è uno sport facile. Un ragazzino mi è passato
vicino con la sua tavola, andava incontro alle onde come un treno-sommergibile,
tuffandosi sotto lui, e contemporaneamente lanciando la tavola sopra l'onda.
Questa dunque era la tecnica. Così ho iniziato a fare lo stesso, ma bastava
essere presi da un solo cavallone per tornare sul bagnasciuga. Cercavo di nuotare
il più velocemente possibile ma sempre venivo investito, risucchiato
in basso e shakerato. Riemergevo stanco, confuso, e con la testa piena d'acqua.
Così ho capito che non è uno sport poco faticoso, e perché
chi lo fa ha le spalle larghe... Arrivato dopo parecchi tentativi a una cinquantina
di metri dalla riva, dove le onde iniziavano a spezzarsi, mi sono seduto sulla
tavola e ho iniziato ad aspettare quella "giusta". Perché non
tutte sono uguali, ne arrivano dei "set" di tre o quattro piccole
e poi una o due grandi, per cui bisogna approfittare delle prime per prendere
il largo, e poi cavalcare le ultime. Quando è arrivata ho remato con
le braccia in uno scatto forsennato, la schiuma che si andava a formare sotto
di me mi ha fatto sentire sollevato e in un attimo mi ha inghiottito di nuovo
con tutta la sua potenza. Quando venivo travolto abbracciavo la tavola ma spesso
mi veniva strappata dai marosi e mi vorticava accanto a velocità supersonica
perchè la portavo legata a un piede. Mi sfiorava con le derive che sono
di plastica, ma affilate come rasoi; sembrava di essere dentro una lavatrice
insieme ad un'ascia. Allora ho capito anche che surfare può essere uno
sport assai mortale. Me lo confermarono altri tentativi finiti allo stesso modo,
e presto avevo il torace pieno di lividi a forma di carena e tagli col disegno
inconfondibile della deriva. Solo una volta sono riuscito a prendere un'onda:
su un tappeto ribollente mi ha spinto per trenta metri, e quando stavo per alzarmi
in piedi lei ha preso me.
Quando sono tornato a casa dal Chuy lui era seduto sul tappeto a gambe divaricate,
dietro una montagna d'erba: "Per gli amici!", ha detto. L'ho scavalcato
senza farci troppo caso, avevo la testa piena d'acqua che mi continuava ad uscire
da naso e orecchie. Chuy mi ha chiesto se avevo surfato, gli ho detto che avevo
fatto qualcosa del genere... Insieme a lui c'era un ragazzo, che quando gli
ho raccontato dei miei problemi con la tavola e dei pericoli vissuti mi ha detto:
"Figurati, a me sul surf uno squalo mi ha mangiato un braccio!" scoprendo
un moncherino. Io allibito ho chiesto: "Ma qui?! A S.Blas?!", e lui:
"En la pinci S.Blas!".
Insomma, fare il surfista è una cosa seria.
Poi è arrivato Hector, nonostante il suo aspetto selvaggio è una
persona colta e curiosa, ci si può parlare di tutto, ha viaggiato parecchio
ed è stato addirittura un anno in Australia, viveva con un'aborigena
in un villaggio nella giungla, ora sogna un visto per le Hawaii. Come "rasta"
è un po' strano, non fuma marijuana perché da bambino durante
un raccolto deve aver respirato troppo polline e ora è allergico anche
al fumo. Più o meno quello che capitò ad Asterix con la pozione
magica...
El Chuy invece ha trovato sicuramente il suo luogo, dopo essere stato nove anni
in Scozia insieme alla moglie ha deciso che i tropici erano troppo belli per
restare nella nebbia, quindi ha caricato tutta la famiglia su un aereo ed è
tornato a S.Blas. Qui la Scozzese ha resistito un anno, poi ha preso le due
bambine ed è ripartita per le brume. Lui è ancora cotto di lei
e anche le figlie gli mancano molto. Io non ho trovato niente di meglio da dire
che: "Mogli e buoi dei paesi tuoi...".
La sera gli uomini del villaggio si riunivano nella strada davanti ad una rivendita
di birre; più che un bar sembrava il magazzino di un grossista: arrivavano
scatoloni pieni di bottiglie che presto si accatastavano in grandi mucchi ai
lati della strada. In breve tempo le circa trenta persone presenti avevano bevuto
una quantità di birra superiore al loro volume, e dopo alcune ore c'erano
montagne di bottiglie più alte di me... Hector è arrivato con
un cartoccio pieno di coca che abbiamo iniziato a pippare sul cofano tiepido
di una macchina come due fattoni incoscienti.
Il giorno dopo ringraziavo di tutto i miei ospiti, sentivo che per me era giunto
il momento di partire: "Adesso o mai più!" mi sono detto in
un momento di lucidità, ho chiuso lo zaino e sono uscito per una fuga
dal paradiso, mentre S.Blas nella canicola faceva la "siesta".
Alla "Central Camionera" ho incontrato Luis, detto "Queretaro"
(il suo luogo di nascita) che partiva per Tepic, ma abbiamo pensato di andare
insieme a Puerto Vallarta. Aveva una dozzina di punti di sutura in fronte, con
lui il surf è stato impietoso. Luis è un simpaticone: pancetta,
camicia hawaiana e aspetto da trafficante. L'ho conosciuto una sera in cui si
era spaventato perché non avevo voglia di bere birra. Ha vissuto quindici
giorni in tenda, arrostito dal sole e divorato dai pappataci. Il suo strano
modo di parlare, e la voce che sembra uscire direttamente dal suo pancione ne
fanno un tipo singolarmente Messicano, ma di quelli del nord (lui vive a Laredo),
mezzi Yankee e col pistolone a tamburo infilato nei pantaloni (non si può
più portare così liberamente, ma è ancora come se ce lo
avesse). E'affascinato dalle storie di malavita locale che si leggono sulle
riviste di cronaca nera, quelle in cui vengono sterminate famiglie intere per
compiere vendette trasversali, storie di traffici tra le frontiere e così
via... E' certamente un cinico, ma non più di me, per cui facciamo una
bella coppia: a vederci sembriamo un boss della mafia in vacanza col suo gangster
preferito, oppure una coppia di sbirri corrotti e un po' cazzoni. Curiosamente
gira con due passaporti, uno dei quali americano. "Ma c'è lo stesso
nome!" mi ha rassicurato. La sera siamo finiti per sbaglio in un locale
gay, ce ne siamo resi conto quando abbiamo visto che gli altri avventori erano
tutte coppie omogenee. Proprio in quel momento una signora sulla cinquantina
è venuta per attaccare bottone: "E'il tuo fidanzato?" mi ha
chiesto mentre agitava le tettine (che un giorno non dovevano essere state malvagie)
sulla faccia di Luis. Io ho detto: "No, no, fai pure di lui ciò
che vuoi!", e lei: "Io in ogni caso sono lesbica, quindi non ti fare
strane idee...". Così Luis è stato invitato ad una partita
a biliardo dalla tipa, era un po' nauseato e al contempo inorgoglito da quell'approccio
in fondo femminile; così ha finito la sua birra d'un fiato e ha vinto
la partita in pochi tiri, rivelando il suo passato da "biscarolo"
professionista. Rimango certo che se la signora fosse stata più giovane
e meno lesbica l'avrebbe fatta vincere da vero gentiluomo.
Puerto Vallarta 13.08.02
Io e Luis abbiamo bighellonato
per la città tra i turisti americani e le vetrine piene di tutto quello
di cui un "gringo" in vacanza può aver bisogno: dall' hamburger
alla maglietta con scritta idiota. A me pare di essere tornato in Europa, qui
è tutto più lindo e plastificato di tutto il resto del Messico,
non c'è gente che dorme ovunque e costa tutto più caro. L'acqua
del mare è tiepida, e le spiagge sono stupende anche se circondate da
condomini turistici con più di dodici piani. Un vero paradiso "gringo"...
Passeggiando con Luis un ragazzo di un'agenzia immobiliare ci ha offerto un
buono per una colazione in un' hotel a cinque stelle, in cambio di assistere
ad una presentazione dei loro appartamenti in vendita. Poco dopo una ragazza
di un botteghino ci ha regalato due ingressi per una discoteca. Mi chiedevo
se era il paese dei balocchi, ma Luis mi ha detto che a lui capita continuamente,
e che molte delle cose che aveva con se' gli erano semplicemente "arrivate".
Gli ho detto che a me non capita mai, e che devo sempre pagare tutto "cash"...
La sera siamo stati nella discoteca a sbafo, affollata di Americani e con alcune
ragazze messicane terrorizzate dai loro connazionali maschi che le assalivano
a ondate. Per noi due era impossibile qualsiasi forma di socializzazione, sia
perché non ci saremmo messi in competizione con quel branco di "machos",
sia perché a tali signorine piaceva essere al centro delle attenzioni
di tutti ma senza concedersi a nessuno. Per di più la musica era orrenda,
per cui la nostra serata è finita presto. Tornando a casa Luis mi ha
detto che per lui le donne sono tutte puttane, "Magari!" ho pensato
io...
Puerto Vallarta 14.08.02
La mattina siamo stati a scroccare
la colazione in taxi (gratis anche quello!), potevamo approfittare di un bagno
in piscina, ma ci chiedevamo perché la gente percorre migliaia di chilometri
per stare in un condominio affollato e farsi un bagno al cloro, quando intorno
ci sono capanne sulla spiaggia soffice e un mare eccezionale. Ci siamo risposti
che quelle persone il resto dell'anno dovevano vivere in una baracca in qualche
paradiso naturale del Nord America. Dopo la colazione ci hanno fatto vedere
un filmato in cui apparivano coppie di persone raggianti per aver fatto l'affare
della loro vita: era una forma di multiproprietà in cui si poteva scegliere
in hotel sparsi in tutto il mondo, tutti uguali e orrendi, e costruiti sulla
spiaggia. Quando l' ho fatto notare al venditore lui si è innervosito
e mi ha detto bruscamente che se li hanno messi lì vuol dire che le leggi
di quel paese lo permettono. Luis ha chiesto quanto costavano, ma non ce lo
volevano dire, insistevano che era molto conveniente, ma alle nostre pressioni
sul prezzo, senza rispondere e con garbo, ci hanno messo alla porta. Siamo tornati
in autobus, il taxi per tornare lo pagano solo a chi firma un contratto. Luis
mi ha detto che pensava che ci volessero offrire la colazione "... e invece
era solo un hijo de puta...". "E' sempre più difficile trovare
un fesso generoso..." gli ho detto io. Luis mi sta parecchio simpatico,
il suo essere becero non va mai oltre un certo limite, quando serve sa essere
un signore, ma la cosa preoccupante è che richiama attorno a sè
le persone più strane ed ha una certa attrazione per le situazioni rancide.
Siamo andati alla spiaggia di Mismaloya dove nella metà degli anni sessanta
è stato girato "La notte dell'Iguana", con John Huston, Richard
Burton, Ava Gardner ed Elizabeth Taylor le cui storie d'amore tropicali richiamarono
l'attenzione dei paparazzi. Questo ha dato il via alla stagione turistica di
Puerto Vallarta. Immaginarla senza la schiera di costruzioni spigolose che ora
ne ricoprono una buona parte è assai difficile, e nella piccola baia
una volta incantata ora si sguazza nell'acqua oleosa tra gli yacht e gli acqua
scooter. Camminavamo sulla scogliera e abbiamo incontrato un gruppo di ragazzini
di circa dodici anni; uno di questi stava in piedi su uno scoglio e si accingeva
a saltare su di un'altro abbastanza distante e scivoloso da essere piuttosto
certi di ammazzarsi, ma forse non così lontano per non tentare, secondo
lui.
La conversazione che ne è seguita:
Luis: "Hey, che cazzo fai?!"
Il ragazzino: "Adesso vi faccio vedere il salto più impossibile
della storia! E il tuo amico da dove viene?" (rivolto a me)
Io: "Dall'Italia!"
Il ragazzino: "Bene! Così racconterai a tutti nel tuo paese quanto
sono "bien cingones los Mexicanos!" (credo corrisponda a "gran
fottuti" o a "molto fichi"), "Guarda qua!" e si apprestava
al lancio.
Io: "Senti, prima che ti ammazzi, dicci un po' dov'è la spiaggia?!"
Il ragazzino: "Laggiù, ma non volete vedere il lancio?"
Noi: "No, grazie, abbiamo mangiato da poco!"
e ce ne siamo andati, anche perché la nostra presenza fomentava il piccolo
aspirante suicida. Poi quando siamo tornati abbiamo guardato se c'era del sangue
sugli scogli.
Taxco 15.08.02
In un afoso pomeriggio ho
salutato Luis. La mattina siamo stati in giro per le spiagge, io ho scattato
alcune foto terribili per i cataloghi dei tour operator e lui mi portava il
cavalletto mentre guardava i culi grassottelli delle Messicane che a lui piacciono
tanto.
Poi mi sono imbarcato per un viaggio in notturna di quattordici ore per Città
del Messico, e da lì altre tre ore per Taxco, dove finalmente risiedevo
stanco. E'una cittadina florida grazie all'argento, credo che le miniere siano
tutte esaurite, ma qui si è sviluppata una scuola famosa per una tecnica
particolare: il gusto dell'art decò si fonde con quello dell'arte preispanica
con un risultato molto originale. Da qui proviene buona parte dell'artigianato
in giro per il Messico.
La città è un mucchio di case arroccate su una montagna, tutte
le strade in salita (o discesa) e da cui spicca una cattedrale rosa in stile
churrigueresco, un'evoluzione del barocco. Ci sono parecchi palazzi in stile
coloniale, e naturalmente la maggior parte dei negozi vende argento. Mentre
passeggiavo un'auto ha urtato con lo specchietto il cavalletto che portavo appeso
allo zaino e me l' ha fatta saltare di nuovo...
Puebla 18.10.02
In molti mi avevano consigliato
di passarci, e dunque ero finito a Puebla. E' probabilmente la più benestante
di tutte le città che ho visitato in Messico, e l'architettura riserva
belle sorprese dietro ogni angolo. C'è addirittura una "via degli
artisti" deliziosa, che ricorda più Parigi che il Messico. La piazza
del centro è sovrastata dalla cattedrale, ma questa è più
grande di tutte le altre, o perlomeno i suoi campanili sono i più alti.
Dentro è assai lugubre, le pareti sono tappezzate di dipinti che raffigurano
gente piagata, crocifissi pallidi e sanguinanti, persone morte male e altre
manifestazioni del potere di Dio su di noi, vermi schifosi. Stavo male e sono
uscito subito; appena ho aperto il portone mi ha investito un'ondata di luce.
Ho passeggiato in una tiepida domenica pomeriggio pensando ad un proverbio locale:
"Tra donne e campane le più belle sono le Poblane". Forse sarà
vero per le campane, ma per quanto riguarda le donne deve essere ironico.
Puebla 19.08.02
Durante le mie visite ho potuto
approfondire i miei studi maschilisti sull'estetica femminile in Messico, ebbene
: per la verità le Poblane non sono proprio brutte, ma non hanno nulla
di bello che è ben diverso, e forse anche più deprimente. Il brutto
può anche essere affascinante. Per di più nei negozi di intimo
si vedono esempi di biancheria che servirebbero solo ad evitare uno stupro.
Spero che i Poblani si accontentino delle loro belle campane...
In pomeriggio ho visitato la piramide Tepanapa di Cholula. Una chiesa era stata
costruita in cima a quella che in un primo momento era stata considerata da
Cortes una montagna. Fu lui, dopo aver sterminato seimila Indios, ad appropriarsi
della città e della piramide che presto sottomise al potere della chiesa.
La piramide è la più grande del mondo e sta lì da 1700
anni, costruita su diversi strati; finora sono stati scoperti più di
otto chilometri di tunnel all'interno. Il terremoto del 1999 aveva danneggiato
gravemente la chiesa, ma non la piramide. Segno che gli spiriti aztechi hanno
saputo proteggere meglio il loro tempio? O che conoscevano meglio la geometria?
Meglio Quetzalcoatl o Jesus Christ? Certamente un momento imbarazzante per gli
uomini di chiesa che hanno dovuto spiegare l'accaduto ai fedeli.
A cena ho provato il "Mole poblano" piatto assai famoso, ma non sapevo
ancora da cosa fosse composto, quando l'ho chiesto al cameriere questo fu assai
confuso e sfuggente, ma parlava di pollo. Mi ha servito qualcosa che non mi
convinceva per nulla, il pollo c'era, ma ricoperto di una salsa terrosa. Il
sapore mi ha ricordato quando da piccoli si facevano le pizze di fango, e c'era
sempre uno scemo che provava a mangiarle. Perlomeno dopo quaranta giorni passati
in Messico provavo un gusto diverso. Per togliermi il sapore di terra dalla
bocca, passando davanti a un chiosco di dolci ho comprato una pallina abbastanza
invitante ricoperta di zucchero. Quando l'ho addentata e ne ho masticato un
pezzo mi è venuto da vomitare, era ripiena di tamarindo e peperoncino!
Mi ha ricordato i tempi della scuola quando, a carnevale, offrivano le caramelle
all'aglio, e c'era sempre uno scemo che le accettava...
Città del Messico 21.08.02
Sono stato a Teotihuacan,
dove sono arrivato ancora sonnolente ed ho iniziato a passeggiare per un lunghissimo
viale sovrastato da piramidi immense. Ho conosciuto una ragazza di origine messicana
oramai trapiantata in California, era il suo primo giorno in Messico da quando
era in fasce... Nel sito archeologico c'eravamo solo noi, e appena il sole è
sorto nella nebbia mattutina, in cima di una piramide noi accendevamo il cannone
del buongiorno. Lei mi ha detto che non aveva mai fumato prima, io le ho risposto
che non c'era posto e orario migliore per iniziare.
Sotto iniziavano a sciamare tra le rovine molte persone, e dall'alto pensavamo
che ci stessero venendo a adorare come fanno i devoti in un giorno di festa.
Invece erano solo turisti...
Mentre tornavo in albergo, sulla metro affollata, un tipo ha piazzato un materasso
arrotolato dietro di me che stavo davanti alla porta. Sapevo dei mille espedienti
per derubare i turisti in metro a Città del Messico, quindi ero abbracciato
allo zaino con l'attrezzatura che portavo sul davanti e con una mano sulla tasca
dei pantaloni dove tenevo il portafoglio, sotto una zip chiusa. Ebbene, all'apertura
delle porte il tizio ha dato uno strattone al materasso e mi ha trascinato fuori
dal vagone, è bastato quel momento (circa mezzo secondo) che ho allontanato
la mano dalla tasca per far volatilizzare il portafoglio. Il ladrone intanto
era partito come un tappo di spumante per i tunnel, protetto dalla folla inverosimile
che lo seguiva. Complimenti! Ma non è stata per lui una gran giornata,
c'erano giusto i soldi per un paio di "tacos", una birra e il cinema,
ma a me è costata una giornata di fatiche, di stress e di telefonate
intercontinentali costosissime per bloccare la carta di credito. In tutte le
banche che trattavano quel tipo di carta non hanno saputo darmi il numero di
telefono per fare la denuncia, e quello gratuito che avevo io dal Messico non
funzionava. Ho mobilitato tutto il settore bancario messicano, e ognuno mi dava
un numero diverso, che non esisteva o che non mi poteva essere utile (per esempio
il ristorante "Visa"). Finito alla portineria del Banco de Mexico
(l'equivalente della Banca d'Italia) ho talmente rotto i coglioni che è
scesa un'impiegata assai gentile che si è presa i miei dati ed è
tornata con una lista di numeri. Tra questi ce n'era uno italiano, l'ho chiamato
e nel tempo che la signorina elettronica mi dicesse: "Buonasera, grazie
per aver scelto i servizi..." il telefono mi si era succhiato una scheda
da cinque dollari... Per riuscire a dirgli chi ero e cosa volevo sarebbero servite
una dozzina di schede, ma la fortuna mi è venuta in aiuto sotto forma
di una signora che mai prima aveva assistito allo svuotamento di una scheda
in così poco tempo. Mi ha consigliato di andare in un internet cafè
dove si telefonava a prezzi stracciati; ha funzionato, e la cosa più
strana è stata sentire quell'accento milanese dopo tutto quel tempo.
Ho visitato l'università e poi la piazza detta "delle tre culture"
perché qui c'è l'esempio della fusione tra quella spagnola, quella
india e quella "mestiza". Tra i resti delle piramidi azteche trionfa
una chiesa seicentesca ed un palazzo modernissimo. Questo luogo fu teatro di
un massacro recente, in cui durante una protesta il governo uccise tra i 200
e i 300 manifestanti. Nessun colpevole fu mai trovato, e non ne parlano neanche
i libri di storia... Qui si è combattuto anche durante la conquista del
Messico, quando Cortes riuscì a prendere la città agli Aztechi.
Campeggia sul piazzale una lapide che dice: "LA BATTAGLIA NON FU NE' VINTA
NE' PERSA, FU SOLO LA DOLOROSA NASCITA DEL POPOLO MESSICANO".
La sera sono stato a cena in un locale assai poco tipico, ma dove si trovano
valide alternative ai "tacos" che ormai mi escono dalle orecchie.
Seduto al tavolo accanto al mio c'era un signore distinto sulla settantina,
aveva un vestito blu liso, e una cravatta vissuta anch'ella. Stava cenando con
un caffè e latte, e abbiamo iniziato a parlare; mi ha raccontato che
era stato un politico per tutta la vita e che aveva viaggiato in tutto il mondo.
Mi ha elencato le bellezze di Firenze, Parigi e Roma, e di tanti altri posti
di cui era innamorato. Era una persona piacevole, colta e intelligente, tra
le rughe ed i capelli bianchi trapelava una grande dignità, e dalle sue
parole il rancore verso una società che ti mastica e poi ti sputa..
Quando stavo per uscire mi ha detto: "Signore, sono veramente mortificato,
ma mi potrebbe prestare un dollaro per il conto?".
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